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In Francia settore energetico preoccupato per il futuro della transizione

Progetti urgenti nel limbo e minacce alla decarbonizzazione: il settore energetico francese teme ulteriori ritardi nella sua trasformazione, mentre anch’esso affronta l’inizio di una crisi politica sullo sfondo di un’ondata di estrema destra. Eolico, solare, biogas… il settore delle energie rinnovabili attende da mesi obiettivi di sviluppo quantificati per il 2035. Che ne sarà di questa tabella di marcia, per la quale il governo ha promesso un decreto se non dovesse passare in legge?

Quello che sta accadendo è grave”, afferma Jules Nyssen, presidente del Syndicat des Energies Renouvelables (SER). “Il governo ha tergiversato per mesi su questo programma, che avrebbe dovuto essere annunciato questa settimana e sottoposto a consultazione alla fine di giugno. Con ogni probabilità, non sarà adottato prima delle elezioni legislative del 30 giugno“, ha annunciato sulla scia del risultato record del Rassemblement National alle elezioni europee. Il ministero dell’Industria non ha risposto all’Afp su questo argomento.

“Siamo in uno stato di totale instabilità, in un momento in cui abbiamo bisogno di certezza del diritto e di visibilità. E pagheremo un prezzo elevato per questo. Oggi stiamo rimescolando le carte in tavola e il futuro governo sarà in grado di fare nuove scelte“, ha continuato Nyssen, per il quale ‘possiamo davvero biasimare’ il governo uscente per aver trascinato la questione. Senza un calendario ufficiale, che ne sarà della prevista “mega-gara” per l’energia eolica offshore, una volta rivelate le aree adatte ai futuri parchi eolici a settembre? O del sostegno al gas rinnovabile, che ha già raggiunto gli obiettivi di capacità fissati nel programma precedente? Allo stesso modo, a giugno, sotto la guida del ministro dell’Industria, era attesa una tappa fondamentale nell’attuazione dei contratti commerciali firmati da EDF, contratti destinati a garantire il futuro dell’indebitata società elettrica.

All’Uniden, che rappresenta le principali aziende industriali ad alta intensità energetica e potenziali clienti di questi contratti, “sperano che questo periodo di instabilità non rappresenti un problema”, anche se finora sono stati firmati solo quattro accordi. “Abbiamo una tabella di marcia chiara: dobbiamo decarbonizzare. La cosa più importante è avere accesso all’elettricità a basse emissioni di carbonio a un prezzo competitivo, che sia nucleare o rinnovabile“, spiega Nicolas de Warren, presidente dell’associazione. La stessa vaghezza si applica all’idrogeno verde, progettato per decarbonizzare l’industria pesante: “Da un anno il settore attende la revisione della strategia del governo”, osserva Mika Blugeon-Mered, docente di “mercati e geopolitica dell’idrogeno” a Sciences Po. Secondo il ministero, era attesa “per l’estate”, ma ora ci sono poche possibilità che venga pubblicata in tempo. Ma l’industria ha bisogno di sostegno per gli utenti, perché la strategia iniziale si concentrava solo” sui produttori.

Durante la sua campagna presidenziale nel 2022, Marine Le Pen ha promesso di costruire una ventina di nuovi reattori nucleari, di cui dieci da consegnare entro il 2031 – una scommessa irrealistica, secondo la stessa industria. Ha anche promesso una moratoria sull’energia eolica, con il graduale “smantellamento” dei parchi eolici. Nel 2023, il deputato del RN Pierre Meurin ha detto che è stato “sconcertante” durante i dibattiti sulla legge per accelerare le energie rinnovabili. Tuttavia, il rifiuto delle rinnovabili si scontra con tutti gli scenari di transizione energetica che, nucleare o meno, sottolineano la necessità di energia eolica e solare se la Francia vuole allontanarsi dai combustibili fossili e rispettare gli impegni climatici.

Il capo di un fornitore di energia elettrica rinnovabile prevede che “le leggi dell’economia e dell’energia (…) raggiungeranno” i leader della RN: “Avremo bisogno di più energia a basso costo. Ci vogliono 10-15 anni per costruire l’energia nucleare. Cosa facciamo nel frattempo? E come facciamo ad attirare le fabbriche di batterie se non vogliono più le auto elettriche?“, ha chiesto, parlando a condizione di anonimato, mentre la signora Le Pen vuole ‘ripristinare la libertà dei francesi’ di acquistare veicoli a combustione. Jules Nyssen, da parte sua, non vuole fare previsioni per queste elezioni legislative. “Tra le preoccupazioni dei nostri concittadini ci sono il cambiamento climatico, la sovranità della Francia e la necessità di reindustrializzare, e le energie rinnovabili hanno risposte da offrire su tutti e tre questi temi. La sfida per noi è quella di renderlo chiaro, per evitare una campagna basata unicamente sulla paura“.

Francia verso una legge per sanzionare il Fast Fashion

In piena Fashion Week, il governo francese annuncia che sosterrà una proposta di legge per sanzionare il ‘fast fashion’ e vietare la pubblicità dei suoi rivenditori. Ad annunciarlo è il ministro per la Transizione ecologica, Christophe Béchu.

Il testo, presentato da Anne-Cécile Violland, sarà difeso dai deputati del gruppo Horizons il 14 marzo. Si rivolge ai rivenditori di fast-fashion e ai siti di e-commerce, che offrono innumerevoli capi di abbigliamento a basso prezzo e di bassa qualità, per lo più importati dall’Asia. Prevede una modulazione dell”ecocontributo’ versato dalle aziende in base al loro impatto ambientale, per di ridurre il divario di prezzo tra i prodotti del fast-fashion e quelli provenienti da fonti più virtuose. L’obiettivo è quello di “ridurre l’impatto ambientale dell’industria tessile” attraverso una migliore informazione dei consumatori e il divieto di pubblicità per le aziende e i prodotti coinvolti. “Vendendo questi prodotti a questi prezzi, le aziende fanno profitto, ma sulle spalle del pianeta”, denuncia il ministro.

Ma Bechu va oltre: “Manca ancora qualcosa nel disegno di legge”, afferma, riferendosi in particolare ai “costi di disinquinamento” e alla “raccolta” degli abiti usati. Il Ministro per la Transizione Ecologica annuncia che una consultazione pubblica sull’etichettatura ambientale dei prodotti tessili sarà lanciata “a metà marzo”. L’obiettivo dichiarato è che “entro la fine di aprile avremo qualcosa che potrà essere oggetto di un decreto”. “Se gli operatori del settore approveranno tutto questo”, verrà poi definito un metodo per definire i criteri di etichettatura, spiega all’AFP.

Il governo condurrà poi una campagna pubblicitaria mirata contro il fast fashion, simile alla campagna ‘devendeurs’ dell’Ademe, che aveva suscitato scalpore, perché era rivolta ai negozi fisici. Alla fine dell’anno scorso, questa serie di spot televisivi umoristici dell’agenzia francese per la transizione ecologica, che promuoveva l’idea di ridurre i consumi, aveva suscitato le ire dei commercianti

Frejus riapre e traforo Monte Bianco chiude solo per 6-7 settimane. Pressing Italia su raddoppio

I lavori di manutenzione al traforo del Monte Bianco sono stati rinviati di un anno. Da qui a dicembre resterà chiuso per circa sei settimane, al posto delle 15 preventivate in un primo momento, per consentire interventi finalizzati a migliorare la sicurezza dell’infrastruttura. La decisione è arrivata ieri dalla Conferenza intergovernativa (Cig), composta di rappresentanti dei ministeri italiani e francesi e confermata oggi dai governi di Roma e Parigi. Allo stesso tempo, entro nel week-end riaprirà l’autostrada francese A43 e il tunnel del Frejus ai mezzi pesanti, entrambi chiusi dallo scorso 27 agosto, nel tratto della valle della Maurienne, in Savoia, per una frana dovuta alla forte ondata di maltempo che si era abbattuta sulla zona. Ad annunciarlo il ministro francese ai Trasporti Clement Beaune che in mattina ha effettuato un sopralluogo nell’area interessata.

Il governo italiano si era subito mobilitato per evitare la chiusura, in contemporanea, dei due maggiori valichi transalpini, così da scongiurare un intasamento dei flussi con la Francia, di traffico anche e soprattutto commerciale, dopo il blocco del Frejus. Ieri, l’organismo italofrancese doveva stabilire se posticipare l’inizio del cantiere – che sarebbe dovuto partire il 4 settembre per una durata di 106 giorni – alla prossima settimana (come auspicato da Parigi) o se rinviarlo di un anno, all’autunno 2024, su cui invece spingeva Roma. Alla fine, la Cig ha “deciso il rinvio di un anno della chiusura del Monte Bianco, portando avanti al tempo stesso i lavori necessari alla sicurezza”, ha spiegato il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. La Commissione intergovernativa ha stabilito inoltre che il traforo del Monte Bianco entro dicembre resterà chiuso per circa sei settimane per consentire interventi finalizzati a migliorare la sicurezza dell’infrastruttura. Sono anche previste delle chiusure notturne per lo stesso motivo. Inoltre, nel caso che la situazione al Frejus diventasse nuovamente critica nei prossimi mesi i lavori al traforo del Monte Bianco potranno essere sospesi e la viabilità ripristinata regolarmente. Il Bianco, ha aggiunto Tajani, “resterà dunque aperto durante la stagione invernale” per garantire “per l’afflusso dei turisti e per le nostre imprese che ricevono e fanno partire merci” verso la Francia.

I  lavori inizieranno dunque tra “pochi giorni” e dureranno “probabilmente intorno alle sette settimane” invece delle quindici inizialmente previste, ha confermato il ministro francese Beaune. Quindi “una chiusura un po’ scaglionata” e “un po’ più breve”, ha precisato.

Il governo italiano, però, ha colto l’occasione per ribadire la fragilità del sistema infrastrutturale transalpino e anche in sede di Cig ha ribadito la richiesta di individuare “le soluzioni tecniche più efficaci ed opportune per rendere la galleria del Bianco in linea con i più moderni standard di sicurezza, valutando anche l’ipotesi di aprire una seconda canna”, come ha fatto sapere il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti in una nota. Non a caso, il 25 settembre Tajani sarà a Parigi per incontrare l’omologa francese Catherine Colonna, per discutere del raddoppiamento del Bianco. “Il 31 ottobre ho convocato il Comitato transfrontaliero a Torino per affrontare anche questo problema, cercheremo di convincere i francesi, che non mi sembrano ancora convinti di una seconda canna del tunnel”, ha spiegato.

Frejus in tilt, arriva l’accordo Italia-Francia: ok al rinvio della chiusura del Monte Bianco

In pieno caos trasporti tra Italia e Francia dopo la chiusura del Frejus a causa di una frana, la decisione è arrivata: i lavori che avrebbero portato alla chiusura del Monte Bianco da lunedì 4 settembre e fino al 18 dicembre non si faranno. O, quantomeno, non subito. Il vicepremier e ministro Matteo Salvini ha sentito il collega francese Clément Beaune e i due hanno condiviso l’opportunità di evitare, almeno in questa fase, la chiusura del Traforo del Monte Bianco. La decisione verrà formalizzata solo lunedì da parte della Conferenza Intergovernativa. Era questa la soluzione auspicata da Alberto Cirio: “Il Piemonte non può accettare soluzioni che contemplino la contemporanea chiusura dei due valichi transalpini“, aveva ribadito mercoledì il governatore della Regione. Fra i nodi dello slittamento, però, ci sono le date. La richiesta arriva direttamente dal presidente della Regione Valle d’Aosta, Renzo Testolin. Il ragionamento è: ok allo spostamento dei lavori, ma il traforo dovrà essere operativo per le festività natalizie, quelle con il maggior afflusso di turisti. E infatti sono fonti del Mit a fare sapere che i lavori per rifare la volta in cemento armato dei 12 km di galleria slitteranno probabilmente a settembre 2024, con un ritardo, quindi, di un anno.

Intanto permangono seri problemi di traffico dovuti alla grossa frana crollata domenica scorsa nella Maurienne, in territorio francese: i detriti hanno invaso l’autostrada A43, che collega Italia e Francia, e lo stesso Frejus è stato interdetto al traffico. Ciò ha ovviamente portato tutti i mezzi a convergere sul Monte Bianco: l’ingorgo è stato, purtroppo, inevitabile. Secondo fonti Mit il ministro francese ha sottolineato che l’autostrada dovrebbe riaprire, se tutto va bene, già entro la fine della prossima settimana. Problemi più gravi per la linea ferroviaria, che non ripartirà prima di ottobre.

E se si parla della questione trasporti Italia-Francia, non si può non citare la Tav. Lo stesso ministro Salvini, parlando con l’omologo francese, ha ribadito l’importanza della linea Torino-Lione dopo avere portato il suo saluto al nuovo consiglio di amministrazione di Telt. Cda che proprio giovedì ha dato il via libera alla firma del contratto per la realizzazione del tunnel di base del Moncenisio in Italia. L’appalto del valore di 1 miliardo di euro è stato assegnato al raggruppamento composto da Itinera (mandataria), Spie Batignolles e Ghella. Si completa in questo modo l’assegnazione di tutti i lavori per lo scavo dei 57,5 km del tunnel ferroviario sotto le Alpi cofinanziato da Europa, Francia e Italia. La realizzazione della sezione internazionale della nuova ferrovia per merci e passeggeri tra Saint-Jean-de-Maurienne e Susa/Bussoleno, anello centrale del Corridoio Mediterraneo della rete TEN-T, è in pieno svolgimento con dieci cantieri che avanzano all’aperto e in sotterraneo sui due lati delle Alpi. Venerdì 7 luglio è stata consegnata nella fabbrica della Herrenknecht in Germania, la prima delle 7 TBM che completeranno lo scavo delle due gallerie del tunnel di base, di cui due lavoreranno sul tratto italiano. Nei prossimi anni i cantieri in Italia e Francia vedranno impegnati fino a 8.000 lavoratori tra diretti e indotto.

Mercurio, pesticidi e terre rare nei capelli dei senatori francesi

Cosa si trova nei capelli di senatori e senatrici francesi? Mercurio, pesticidi, plastificanti, ma anche ‘terre rare’, i metalli utilizzati negli smartphone e in altri oggetti high-tech. Lo rivela un’analisi condotta su 26 eletti socialisti. Nel luglio 2022 hanno affidato una ciocca di capelli al laboratorio privato e indipendente tocSeek, che ha individuato e analizzato 1.800 inquinanti organici e 49 metalli. I risultati sono stati pubblicati martedì. “È un allarme che lanciamo”, ha dichiarato Angèle Préville, senatrice della regione del Lot, che ha promosso lo studio. “Se è nei nostri capelli, significa che siamo contaminati”, ha aggiunto la senatrice, che è molto impegnata nelle questioni ambientali, in particolare nell’inquinamento da plastica.

Le analisi hanno rivelato la presenza di terre rare nel 93% dei senatori, superiore alla popolazione di controllo del laboratorio. Le terre rare sono metalli e composti metallici utilizzati nella produzione di oggetti high-tech che hanno invaso la nostra vita quotidiana: chip di smartphone, schermi di laptop, batterie di auto elettriche e ibride, Led, ecc. Secondo tocSeek, questa prevalenza più elevata rispetto alla popolazione generale si spiega probabilmente con l’uso esteso e regolare di strumenti di comunicazione da parte dei rappresentanti eletti.

Non sorprende che il mercurio, un metallo pesante presente nelle amalgame dentali e in alcuni pesci, sia stato trovato in tutti i senatori esaminati. Tutti erano inoltre “contaminati” da almeno un pesticida. Sono stati identificati quarantacinque prodotti diversi (erbicidi, fungicidi, insetticidi), tra cui il carbofuran, un pesticida vietato in Europa dal 2008. Infine, il plastificante di-n-ottile ftalato (Dnop) è stato rilevato nel 69% degli eletti. I plastificanti sono utilizzati per rendere la plastica più flessibile.

Angèle Préville, la più impegnata nella lotta all’inquinamento, è anche la più libera da inquinanti. “È chiaro che il nostro stile di vita ha un impatto sulla nostra salute”, afferma Patrick Kanner, presidente del gruppo socialista e uno dei senatori testati. “Quando sono a Parigi, mangio fuori mattina, mezzogiorno e sera, e non ho alcun controllo su ciò che consumo”, afferma il senatore della regione Nord, che deve fare i conti con terre rare, mercurio, pesticidi, ftalati – sostanze chimiche utilizzate come plastificanti – e parabeni – un conservante utilizzato soprattutto nei cosmetici.

Per Matthieu Davoli, cofondatore del gruppo tocSeek, ad eccezione delle terre rare, i risultati “sono molto coerenti” con “ciò che vediamo di solito” nella popolazione generale. Ciò indica un’esposizione “ripetuta e regolare” agli inquinanti presenti negli alimenti, nei cosmetici e nei prodotti per l’igiene. L’esperto sottolinea che “la contaminazione a lungo termine può causare alterazioni del sistema endocrino e portare a malattie croniche, autoimmuni, neurodegenerative e tumorali”.

Per quanto riguarda le terre rare, sette senatori presentano una “contaminazione significativa”, tra cui Yan Chantrel, che rappresenta i cittadini francesi che vivono fuori dalla Francia, in questo caso il Canada. Dopo aver modificato le sue abitudini, ha accettato di essere ritestato il prossimo autunno, insieme a due suoi colleghi che hanno riportato sintomi che potrebbero essere associati all’intolleranza ai campi magnetici (forte stanchezza, mal di testa, ecc.).

Spegnere il wifi di notte, non usare lo smartphone come sveglia… sono solo alcune delle piccole cose che si possono fare per agire individualmente. Ma la senatrice insiste sul fatto che le questioni di salute pubblica devono essere “pienamente integrate” nelle politiche ambientali. “Questo solleva domande sui modelli di produzione e consumo della nostra società, che alla fine creano nuove malattie”, avverte.

L’Assemblea nazionale non è da meno. Domani il deputato ecologista Nicolas Thierry presenterà alla stampa i risultati di un’analisi delle sostanze per- e polifluoroalchiliche (Pfas), meglio conosciute come “inquinanti eterni”, condotta nei capelli di 14 deputati.

In Francia apre la prima fabbrica di batterie per auto del Paese

La Francia avrà la sua prima fabbrica di batterie per auto elettriche. Apre martedì prossimo, nei pressi di Lens: un evento industriale di rilievo per Parigi, che vuole garantirsi l’indipendenza dal colosso cinese e diventare addirittura esportatrice entro la fine del decennio.

È uno dei cavalli di battaglia di Emmanuel Macron: la reindustrializzazione comporterà la produzione di batterie in Francia e in Europa, in un momento in cui la Cina ha preso un notevole vantaggio in questo campo.

ACC (Automotive Cell Company), una joint venture al 50% tra TotalEnergies, Stellantis (nata dalla fusione di PSA e Fiat-Chrysler) e Mercedes-Benz, è quindi la prima ad aprire la sua “gigafactory” in Francia.

Attualmente in Europa ne sono in funzione solo pochi, ma i progetti sono fiorenti nel Vecchio Continente, dove negli ultimi anni ne sono stati annunciati circa cinquanta.
Nel nord della Francia, un’area emblematica della deindustrializzazione del Paese, quattro impianti dovrebbero entrare in funzione entro la fine del decennio.

Il primo di questi è l’ACC di Billy-Berclau, vicino al sito storico di PSA a Douvrin, che dovrebbe essere seguito da un progetto del gruppo sino-giapponese AESC-Envision a Douai (Nord), che produrrà per Renault dall’inizio del 2025. La start-up Verkor di Grenoble – sostenuta da Renault, Schneider Electric e Arkema – prevede di avviare la produzione nel suo impianto di Dunkerque a partire dalla metà del 2025, sempre per il gruppo Renault. Infine, ProLogium, gruppo taiwanese specializzato in batterie “solide”, ha annunciato a metà maggio il suo insediamento a Dunkerque, con inizio della produzione previsto per la fine del 2026.

Arriva il cemento green: niente acqua e cinque volte meno CO2 di quello tradizionale

A 70 chilometri a sud di Nantes sorge un’alta torre circolare rossa e bianca in mezzo al verde del paesaggio: è quella del cementificio della start-up francese Hoffmann Green, che ha l’ambizione di diventare il faro di un’industria del cemento carbon free, dopo due secoli di massicce emissioni di CO2. Inaugurato venerdì, il nuovissimo stabilimento è l’espressione concreta della strategia di reindustrializzazione verde auspicata dal governo. Promette di emettere da tre a cinque volte meno gas serra rispetto ai grandi produttori tradizionali di cemento ed è stato sostenuto finanziariamente dai piani di risanamento e da Francia 2030.

Nei piani, ogni anno dovrebbe produrre 250.000 tonnellate di cemento a basse emissioni di carbonio. Una pagliuzza rispetto al fabbisogno del Paese che ne consuma 18 milioni di tonnellate all’anno. Ma una rivoluzione in un settore che, dall’invenzione del cemento 200 anni fa, non ha quasi cambiato i suoi metodi di produzione altamente inquinanti. Il processo tradizionale – la cottura della farina di materie prime per 18 ore consecutive a oltre 1.400°C per ottenere l’elemento essenziale del cemento, il clinker – richiede enormi volumi di gas naturale ed emette quasi una tonnellata di CO2 per ogni tonnellata di cemento prodotti. In pratica, inquina di più del settore aereo.

Il cemento della Vandea di Hoffmann Green “non ha clinker”, emette “in media 200 kg di CO2” per tonnellata, è prodotto “senza cottura”, “senza gas”, “senza acqua” e “a temperatura ambiente”, “mescolando polvere di rifiuti industriali”, spiega Julien Blanchard, presidente del consiglio di amministrazione e co-fondatore della start-up nata nel 2015. I tre ingredienti principali sono gli scarti di lavorazione dell’acciaio, “i fanghi argillosi” recuperati dalle cave e il “gesso” contenuto nei pannelli di cartongesso provenienti dalla demolizione degli edifici. Gli additivi interni innescano quindi una reazione a freddo che consente al cemento di amalgamarsi. La ricetta è stata sviluppata da David Hoffmann, ingegnere chimico minerario ed ex co-fondatore della start-up Séché Environnement.

In questa fabbrica verticale dal concept unico, la torre alta 70 metri mescola gli ingredienti di 19 silos alti diverse decine di metri. Altro elemento essenziale della decarbonizzazione del processo, è che l’energia pesa appena per il 2% dei costi complessivi dell’azienda “rispetto al 20% del settore tradizionale”, secondo Blanchard. Una serie di pannelli fotovoltaici su palafitte, come grandi alberi di metallo che seguono l’orientamento del sole durante tutta la giornata, generano il 50% del consumo elettrico del sito.

“Tutti questi elementi fanno sì che nel complesso il nostro cemento generi cinque volte meno emissioni di CO2 rispetto al cemento tradizionale”, riassume Blanchard. Naturalmente anche il prezzo è “il doppio”, ammette. “Ma più produciamo, più i prezzi scenderanno”, dice, scommettendo su un “incrocio delle curve dei costi” tra il suo cemento e quello tradizionale “nel 2026-2027”. L’industria del settore “ci vede come i cattivi che vogliono chiudere i cementifici tradizionali”, osserva Stéphane Pierronnet, direttore operativo dell’impianto. Eppure gli ultimi cinque anni sono stati una strada lunga e onerosa. Soprattutto per ottenere le certificazioni che consentono a questo prodotto di entrare nella corte dei cementi standardizzati e referenziati. Sono stati necessari “tra i 5 ei 10 milioni di euro” per finanziare gli accertamenti che hanno permesso di ottenere la garanzia che “i nostri cementi sono altrettanto solidi”, “con una durata così lunga, la stessa resistenza al fuoco, ai sali marini..” dei cementi tradizionali, spiega Blanchard. L’azienda, che impiega 55 persone, di cui il 20% in ricerca e sviluppo, sta progettando un secondo stabilimento a Dunkerque. Ha anche progetti in Svizzera, Belgio e Regno Unito.

 

(Photocredit: AFP)

Francia frena sulla Tav. Salvini chiede chiarezza ma Parigi precisa: “Nulla di deciso”

Nuovo fronte tra Italia e Francia. Ancora non sono rientrate le incomprensioni sulla gestione dei migranti che si è aperta una nuova crepa nei rapporti tra Roma e Parigi. Oggetto del contendere, la realizzazione della Torino-Lione, la cui storia, tra progetti e contestazioni di massa, risale all’inizio degli anni ’90. Parigi starebbe infatti valutando una dilazione dei tempi di almeno 10 anni. O meglio, come rivelato dal quotidiano La Repubblica, il Conseil d’orientation des infrastructures (Coi) nei nei mesi scorsi ha messo nero su bianco nel suo cronoprogramma (consegnato il 16 marzo scorso alla premier Elizabeth Borne) che servirà tempo ulteriore per completare la tratta di collegamento al tunnel transfrontaliero. E tra i motivi principali ci sono i costi troppo alti e la necessità di finanziamenti massicci. Il tutto farebbe dunque slittare la scadenza di completamento dell’opera al 2043.

Troppo per il governo di Giorgia Meloni che, per voce del suo vicepremier, e ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Matteo Salvini, chiede immediati chiarimenti. Parigi precisa che in realtà il governo non ha preso alcuna decisione, per il momento. Tutto è rimandato a giugno, quando si terrà la Conferenza intergovernativa italofrancese a Lione a cui la Francia dovrà arrivare con una linea condivisa sui lavori della rete nazionale della Tav. Salvini accoglie con favore le rassicurazioni francesi, ma rimane cauto. “Aspettiamo Parigi alla prova dei fatti”, dicono dal Mit, ricordando che il ministro è determinato “a far viaggiare spedito il Cantiere Italia da Nord a Sud” e “presto farà un sopralluogo per verificare l’andamento dei lavori” della Torino-Lione.

L’allarme su possibili ritardi francesi era scattato un mese fa, con l’appello al presidente Emmanuel Macron da parte di 60 parlamentari francesi, preoccupati proprio dal rapporto del Coi, che raccomandava di rinviare “almeno al 2045” il completamento dell’opera. La proposta del Conseil è infatti quella di realizzare una delle tratte di accesso della Tav in Francia soltanto dopo l’entrata in funzione del tunnel del Moncenisio, tra la fine del 2032 e l’inizio del 2033. Si tratta di una galleria di confine che corre sotto le Alpi per 57,5 chilometri, ha un costo di 9 miliardi e ha bisogno di essere collegata a una rete ferroviaria adeguata su entrambi i versanti. In Italia arriverà in tempo, assicura il governo, mentre in Francia la rete adatta – quella che da Saint Jean de Maurienne incrocia la linea ad alta velocità Parigi-Marsiglia – arriverebbe solo nel 2043. Cioè più di dieci anni dopo la consegna di quello che molti hanno definito il ‘cantiere del secolo’, prevista per il 2030. Il motivo è semplice: in Francia il percorso su cui intervenire (circa 110 chilometri) è più lungo, e più costoso, di quello italiano ( 6,7 miliardi di euro contro i 2 miliardi di Roma). Nulla è deciso, ribadiscono da Parigi. Intanto domani, 12 maggio, ci sarà un confronto in Francia tra i capidelegazione Paolo Foietta, Josiane Beaud e i delegati di Bruxelles (l’opera è infatti cofinanziata al 50% dalla Ue).

Da Parigi ci aspettiamo chiarezza, serietà e rispetto degli accordi – ribadisce Salvini – l’Italia è stata ed è di parola, non possiamo accettare voltafaccia su un’opera importante non solo per i due Paesi ma per tutta Europa”. La preoccupazione del governo italiano è condivisa, poco dopo, anche dal governatore piemontese Alberto Cirio: “L’Italia sta andando avanti nel rispetto dei tempi e degli impegni presi con l’Europa e mi auguro che la Francia faccia altrettanto”, commenta. Marco Gay, presidente di Confindustria Piemonte, ricorda che “dopo più di 30 anni abbiamo finalmente una data di conclusione della Torino-Lione, ovvero il 2032”. Per questo, “auspichiamo che questa data sia certa e veda la conferma anche dei partner europei coinvolti. Non è una partita che si può non giocare”.

Gioiscono i No Tav: con il “rinvio dei lavori” che sta valutando la Francia l’opera “si schianta contro un muro”. “Senza la tratta nazionale francese va a cadere anche una delle ultime argomentazioni dei promotori dell’opera, cioè il guadagno di mezz’ora dei tempi di percorrenza tra Torino e Lione, a costo di sventrare due valli e spendere decine di miliardi. Ciò che sta accadendo – prosegue il movimento – è la dimostrazione plastica di quanto, da una parte all’altra del confine, ripetiamo da tempo: cioè che l’opera è antieconomica, inutile e rappresenta unicamente un grande regalo alle lobbies del cemento e del tondino”.

Il governo francese ai lavoratori: non superate i 110 km/h in autostrada, così si riducono le emissioni di Co2

Il governo francese vuole incoraggiare i dipendenti a rallentare per recarsi al lavoro o nei viaggi d’affari, non superando i 110 km/h in autostrada, per ridurre le emissioni di CO2 e il consumo energetico complessivo. Oggi il ministro Agnès Pannier-Runacher ha chiesto ai responsabili delle grandi aziende, tra cui quelle del Cac40 e del Sbf120 che fanno parte dell’Associazione francese delle aziende private, di inserire la richiesta di riduzione della velocità nelle discussioni del dialogo sociale per “ancorare la sobrietà al tempo”.

In occasione di un incontro con i rappresentanti di una sessantina di queste aziende per fare una prima valutazione delle misure di sobrietà attuate dall’autunno, ha ricordato che l’obiettivo finale è quello di raggiungere una “riduzione del 40% del consumo energetico” nel Paese entro il 2050. Chiedere ai dipendenti di guidare a 110 km/h in autostrada rappresenta “tre minuti su un viaggio di 50 chilometri, ma il 20% in meno di emissioni di CO2 e di consumo di carburante”, ha detto. Questa misura è già stata adottata dalle amministrazioni per i dipendenti statali.
Mentre le aziende hanno reagito bene al piano di sobrietà e hanno ridotto drasticamente i loro consumi di gas ed elettricità lo scorso inverno, “il consumo di carburante” è l’unico a non essere diminuito nel 2022 rispetto al 2021, ha osservato l’esperta. Il governo chiede quindi alle aziende di “fissare obiettivi quantificati di riduzione dei consumi energetici” (carburanti, elettricità, gas), di “far convalidare questi obiettivi da organi interni di alto livello come il consiglio di amministrazione o il comex” e, infine, di “pubblicarli su internet o su piattaforme dedicate come quella sostenuta dallo Stato chiamata ‘Le aziende si impegnano'”. Inoltre, il governo vorrebbe che le direzioni aziendali affrontassero un’altra questione nel contesto del dialogo sociale: come organizzare il telelavoro in modo che porti a un effettivo risparmio energetico.

Secondo uno studio condotto dall’Agenzia per l’ambiente e la gestione dell’energia (Ademe) e dall’Istituto per le prestazioni degli edifici, il telelavoro ha un impatto molto ridotto sul consumo energetico quando solo alcuni dei dipendenti sono assenti, ma consente un risparmio energetico complessivo del 20-30% quando un sito è chiuso per tutto il giorno. Il ministro ha inoltre ricordato le linee guida per l’estate, ovvero l’assenza di aria condizionata al di sotto dei 26 gradi, e ha chiesto alle aziende di “prestare attenzione ai costi energetici legati alla ventilazione degli edifici”.

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In Costa Azzurra arriva Canua Island: spiaggia galleggiante che allarma gli ambientalisti

Non è segnata su alcuna carta geografica, ma a maggio, a largo di Mandelieu-la-Napoule comparirà un’isola, Canua Island, che ha già creato il caos nel mondo degli ambientalisti. Ma di cosa si tratta? Sarà una sorta di spiaggia privata – che promette di essere una delle più esclusive della Costa Azzurra – con un lounge bar, ristoranti, una piscina di acqua dolce e persino una suite di 45 mq per pernottare. Una “aberrazione ecologica” l’hanno definita i detrattori. Nessuno sa ancora esattamente come sarà questo esclusivo parco galleggiante, la cui costruzione sta per essere ultimata nel porto di La Spezia. Dopo l’ispezione di una commissione di sicurezza, la ‘nave’, immatricolata in Francia, raggiungerà la baia di Mandelieu “ad aprile, per un avvio delle operazioni auspicato a maggio“, spiega una fonte vicina ai promotori del progetto. Dopo alcune campagne mediatiche, “i fondatori desiderano ora concentrarsi sulla finalizzazione dell’iniziativa e non alimentare ulteriormente le polemiche“, fa sapere l’agenzia che cura la loro comunicazione.

Canua Island è stata immaginata da Marc Audineau, ex numero uno al mondo di vela ed ex atleta olimpico, poi fino al 2014 direttore della comunicazione di Foncia, insieme Tony Philp, ex campione del mondo di windsurf. Membro di una famiglia a capo di un grande gruppo industriale nel settore dei trasporti marittimi e dei porti turistici, Philp in passato aveva creato una piattaforma simile, Cloud 9, un bar flottante definito ‘il paradiso galleggiante delle Fiji’.

Il Comune di Cannes ha emesso “parere sfavorevole all’accoglienza della piattaforma, per “proteggere l’ambiente e la sicurezza della navigazione marittima“. E, tra l’altro, l’amministrazione comunale ha parlato di “concorrenza sleale” con gli stabilimenti balneari ‘tradizionali’ che pagano un canone. Per Renaud Muselier, presidente del Consiglio regionale di Provenza-Alpi-Costa Azzurra, bisogna “rifiutare questa aberrazione ecologica nella regione più bella del mondo, dove il criterio clima-biodiversità è una regola d’oro“.

Ma per i suoi promotori l’isola di Canua creerà 100 posti di lavoro ed è stata costruita “nel rispetto del mare e della natura”. Il riferimento è a una “nave eco-progettata, a basse emissioni di carbonio, che genera tre volte meno emissioni di carbonio durante la costruzione rispetto a una barca a vela“. I rifiuti saranno “smistati a bordo” poi trasportati a terra e la nave si ancorerà “su fondali sabbiosi“, senza minacciare la posidonia.

Il progetto, per il quale sono stati investiti 15 milioni di euro, è sostenuto dalla Banca Pubblica Investimenti (BPI), nell’ambito di un partenariato con la Regione. Quanto a Mandelieu, il Comune continua a difendere un progetto “molto innovativo ed ecologico” ma dice di “attendere la fine dell’istruttoria” delle richieste di autorizzazioni amministrative per decidere “sul principio di un possibile ormeggio nel golfo“.

Photo credit: pagina Facebook Canua Island