L’esito del voto in Germania (forse) può dare la sveglia all’Europa

La narrazione comune è che l’esito delle elezioni in Germania, per certi versi abbastanza scontato (la crisi dei socialdemocratici e dell’ormai ex cancelliere Scholz, la vittoria di Friedrich Merz, l’ascesa di AfD), possa giovare all’Europa, alla sua coesione, alla sua capacità di reazione di fronte a eventi mondiali che la stanno rapidamente stritolando. Sempre la narrazione post-voto è che la potenziale stabilità della Germania porti a un riconsolidamento del legame con la Francia e determini un cambio di passo anche a livello economico. In fondo, Berlino che inciampa e rallenta, che è vittima della recessione, non fa bene a nessuno. Nemmeno all’Italia. Con il massimo rispetto, non di solo Macron si può vivere e nemmeno solo di Meloni come principale interlocutrice di Donal Trump, e nemmeno di Orban come ‘amico’ russo. Ci vuole Unione, perché l’unione fa la forza. La svolta tedesca aiutera?

Il punto adesso è il passaggio dalla narrazione alla concretezza fattuale, quella che – chi parla bene – chiama la messa a terra di (buone) intenzioni e di (altrettanto buone) progettualità. Il tema della Difesa, quello dello scudo economico e la rivisitazione del Green Deal (in Clean Industrial Deal) sono le sfide che attendono gli inquilini di Strasburgo e Bruxelles in un contesto geopolitico in cui non ci si possono più permettere litigi di condominio ed eccessi regolamentari. Il vecchio adagio per cui gli Stati Uniti innovano, la Cina copia e l’Europa regolamenta è quanto mai aderente alla realtà e determina una condizione inadeguata. In quest’ottica, una Germania di nuovo forte non può che essere un bene per la Ue, ammesso e non concesso che a Berlino riescano a trovare la chimica giusta per formare un esecutivo. E qui, sempre ad ascoltare la narrazione di cui sopra, da subito ci si arrovella per trovare la formula adeguata, magari una ‘Grosse Koalition’ che metta insieme Cdu, Csu e Spd sulla falsariga di quanto è accaduto per due volte con Angela Merkel. Il nodo, però, sta in quel ‘magari’.

In questa Europa “la Germania deve avere un ruolo guida. Dobbiamo assumerci la responsabilità e io sono pronto a farlo”, ha detto Merz gonfiando il petto. Che si tratti di una dichiarazione meditata o propagandista, si tratta di un compito non facile. Gli scogli sono quelli della contrapposizione a Trump e dell’argine all’esuberanza della Cina. La Difesa comune europea e i dazi sono temi caldissimi, quasi roventi, là dove non è possibile definire una scala gerarchica di priorità. Vanno affrontati subito e bene, senza esitazioni e con unione di intenti. A seguire, il nuovo equilibrio delle politiche verdi, che non possono più essere quelle in cui imperversava Frans Timmermans ma che nemmeno possono e devono scomparire all’improvviso. Gli Accordi di Parigi meritano rispetto nella lotta al cambiamento climatico e alla limitazione delle emissioni di Co2, così come nella salvaguardia del Pianeta che scotta sempre di più. Serve solo più buonsenso per evitare che delle best practice diventino una minaccia alla salute dell’economia.

In Germania la generazione Z volta le spalle alle politiche ambientali

L’umore è ottimo durante un incontro di giovani conservatori tedeschi, nel nord del paese, dove l’accusa di un oratore contro la politica climatica dei Verdi suscita l’applauso del pubblico di età inferiore ai 30 anni. Tra loro c’è Niels Kohlhaase, 25 anni, dirigente in un’impresa edile, la cui priorità è la ripresa dell’economia tedesca, in recessione da due anni. La vittoria promessa al candidato della destra Friedrich Merz, favorito alle elezioni legislative di domenica, gli dà speranza: ex avvocato d’affari che ha lavorato a lungo presso BlackRock, gigante americano della gestione patrimoniale, Merz “ha buoni contatti negli Stati Uniti”, che metterà a frutto una volta al potere, sostiene il giovane.

Quando il conduttore della serata, organizzata in un bar di Rotenburg dal movimento giovanile dei cristiano-democratici (Cdu), attacca gli ambientalisti, contrari alla ripresa del nucleare, il pubblico acconsente vivamente. I Verdi erano stati sostenuti dai giovani durante le ultime elezioni legislative in Germania, arrivando in testa tra i 18-24 anni durante le elezioni del 2021, un periodo in cui la campagna di lotta per il clima Fridays for Future attirava decine di migliaia di persone nelle strade. Alle elezioni europee del giugno 2024, i giovani tra i 16 e i 24 anni hanno votato per la prima volta per il partito conservatore (17%), in testa nella loro fascia d’età come nella popolazione in generale, davanti al partito di estrema destra AfD.

Il movimento per il clima implica rinunciare a molte cose e la generazione Z (nata tra il 1997 e il 2012) non ha mai imparato a farlo”, spiega Rüdiger Maas, presidente dell’istituto di ricerca sulle generazioni. Il loro rapporto con la Seconda guerra mondiale è anche “diverso da quello dei loro predecessori”, ossessionati dal senso di colpa per gli orrori commessi dai nazisti, spiega il ricercatore. La differenza principale tra i giovani sensibili ai valori di destra: “A est del paese votano AfD, a ovest scelgono i conservatori”, secondo Maas. Una divisione che ricalca l’antica linea di demarcazione tra l’ex Repubblica Federale Tedesca, terra di immigrazione da decenni, e l’ex Germania comunista, dove la società era “relativamente omogenea, senza molti stranieri” prima dell’ondata migratoria del 2015-16, costituita principalmente da esiliati siriani e afghani, e l’afflusso di rifugiati ucraini dopo l’invasione della Russia nel loro paese. In tre elezioni regionali nell’est del paese, nell’autunno del 2024, l’AfD ha registrato un netto aumento tra i giovani tra i 18 e i 24 anni a scapito dei Verdi, secondo l’istituto infratest dimap.

Riusciremo a dimezzare il punteggio dell’AfD solo con una politica migratoria ragionevole”, ritiene Josh Heitmann, 21 anni, figlio di agricoltori, favorevole all’inasprimento del diritto d’asilo sostenuto da Friedrich Merz. Consapevoli che la battaglia per l’elettorato dei giovani sotto i 30 anni si gioca sui social network, i conservatori hanno cercato di recuperare il ritardo. Al 32enne parlamentare Philipp Amthor è stato affidato il compito di dirigere una cellula speciale responsabile dei contenuti su TikTok o Instagram. Tra tutti i partiti politici tedeschi, l’AfD è quello più presente su TikTok, hanno analizzato i ricercatori. Il “Team Merz” non reagisce necessariamente alle fake news, soprattutto quelle dell’estrema destra e dei suoi “troll”, “per evitare che si diffondano”, sottolinea Nina Weise, 24 anni, esperta di social network del partito conservatore. “I partiti democratici sono svantaggiati su TikTok perché l’algoritmo favorisce i contenuti estremisti”, aggiunge. “Puntiamo soprattutto sui contenuti politici, anche se ridere è permesso senza però mettersi a ballare su TikTok”, insiste Amthor, che si è filmato con il busto completamente piastrellato per incoraggiare il voto per corrispondenza. Per Niels Kohlhaase, questi sforzi stanno dando i loro frutti: “È la prima volta che i post della Cdu mi parlano“, ammette. Altri invece non sono ancora convinti: la diciannovenne Cleo Heitmann, che accompagna suo fratello alla serata di Rotenburg, “oscilla tra la CDU e i socialdemocratici” e deciderà “solo nella cabina elettorale”.

In Germania la causa climatica inascoltata in vista delle elezioni

Demotivati” e “frustrati“, gli attivisti della causa ambientale in Germania, un tempo all’avanguardia nella difesa del clima, sono di pessimo umore. Questa questione è ampiamente assente dalla campagna elettorale, e cresce il disinteresse dell’opinione pubblica. Gli attivisti hanno organizzato venerdì delle ultime manifestazioni per cercare di mobilitare a poco più di una settimana dalle elezioni legislative. Su invito del collettivo Fridays for Future, venerdì i manifestanti si sono riuniti in 150 città del paese per chiedere alla futura amministrazione una politica climatica ambiziosa, tra cui diverse centinaia di persone a Berlino, davanti al leggendario Brandenburger Tor. “Credo che la gente non abbia più la passione per la questione climatica, e l’argomento è anche uscito dal campo politico”, osserva amaramente Marie Wenger, una studentessa di 26 anni. Onnipresente durante le precedenti elezioni del 2021, l’argomento è stato appena affrontato questa volta nella campagna, sostituito dalle questioni dell’immigrazione e dell’insicurezza e dalla crisi economica che sta attraversando la Germania.

Secondo un sondaggio dell’emittente pubblica ARD, solo il 12% degli elettori considera oggi la protezione del clima e dell’ambiente una priorità. Nel 2021 erano più del doppio. La tendenza è evidente in tutta Europa, dove il Green Deal della Commissione europea per incoraggiare la transizione climatica è sempre più contestato. In Germania, il clima non ha avuto voce in capitolo durante la prima discussione televisiva tra il cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz e il suo rivale conservatore Friedrich Merz, favorito alle elezioni. Per 90 minuti, i due contendenti alla cancelleria si sono scontrati sul diritto di asilo, sul sostegno all’industria o sulla guerra in Ucraina. “Nel duello tra il cancelliere Olaf Scholz e Friedrich Merz mancava qualcosa. È il futuro”, ha detto martedì il ministro dell’Economia e del Clima Robert Habeck, leader dei Verdi. Il clima è “solo una nota a piè di pagina per i partiti, questo ci preoccupa molto”, si lamenta Stefanie Langkamp, presidente dell’Alleanza per il clima, composta da 150 organizzazioni della società civile. “Fino a poco tempo fa, nemmeno i Verdi stessi hanno messo la questione al centro. Perché politicamente non c’è nulla da guadagnare con questo argomento in questo momento”, ha osservato questa settimana il settimanale Der Spiegel.

Nonostante la popolarità di Robert Habeck, i Verdi sono al quarto posto nei sondaggi, intorno al 14%, leggermente al di sotto del loro record nelle ultime elezioni legislative. Nel 2021, hanno cavalcato il successo delle mobilitazioni mondiali di Fridays for Future, di cui la Germania era una roccaforte. “All’epoca eravamo già in strada e la gente era più entusiasta”, ricorda Fabian Pensel, 41 anni, alla manifestazione di Berlino. “Oggi si avverte piuttosto una frustrazione, una delusione nei confronti del governo”, aggiunge questo impiegato in una palestra di arrampicata.

Dopo le elezioni del 2021, il partito dei Verdi è tornato al potere e ha ottenuto due portafogli chiave (Economia e Affari Esteri), all’interno di una coalizione con i socialdemocratici di Olaf Scholz e i liberali. Tra una legislazione mal congegnata e molto impopolare sulla modernizzazione delle caldaie e lo sviluppo dell’energia eolica, i Verdi hanno perso molto terreno nell’opinione pubblica. Le loro misure sono denunciate come troppo costose da molte famiglie e dall’opposizione di destra. Il governo ha anche affrontato una crisi energetica senza precedenti causata dalla guerra in Ucraina. La Germania si è impegnata a ridurre le emissioni di gas serra del 65% entro il 2030, per raggiungere la neutralità carbonica nel 2045. Secondo un recente rapporto di esperti climatici, dopo un rallentamento della riduzione delle emissioni lo scorso anno, il paese non raggiungerà i suoi obiettivi nel 2030 se non cambierà rotta.

Senza mettere in discussione l’obiettivo della neutralità climatica, i conservatori vogliono frenare l’installazione di sistemi di riscaldamento rinnovabili e rinviare il divieto europeo di nuovi motori termici, previsto per il 2035. Secondo nei sondaggi, il partito di estrema destra AfD nega il riscaldamento globale e vuole sradicare le turbine eoliche, “i mulini a vento della vergogna”.

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Calo delle emissioni di gas serra in Germania: -3% nel 2024

Le emissioni di gas serra in Germania, il principale Paese industriale europeo, hanno continuato a diminuire nel 2024, ma a un ritmo più lento a causa della mancanza di investimenti sufficienti da parte dell’industria e delle famiglie in tecnologie più rispettose del clima. Dopo un calo molto forte di circa il 10% nel 2023, la curva di riduzione delle emissioni della Germania si è “attenuata bruscamente” lo scorso anno, con un calo di appena il 3%, secondo i calcoli del gruppo di esperti Agora Energiewende, un organismo di riferimento tedesco. Anche nella vicina Francia il calo dovrebbe essere meno marcato nel 2024, con un leggero aumento delle emissioni nel terzo trimestre. A livello di Ue, il calo previsto è di circa il 3,8%, dopo l’8% del 2023.
Con 18 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti in meno, la Germania sta facendo meglio del suo obiettivo per il 2024, sancito dalla legge sulla protezione del clima del Paese, spiega lo studio. Ma i risultati dei settori dei trasporti e degli edifici, gli anelli deboli della transizione energetica, rimangono insufficienti. Un altro dato deludente è che l’industria ha registrato un leggero aumento delle emissioni (del 2%) lo scorso anno, nonostante il clima economico sfavorevole.

Il forte calo nel 2023 è dovuto in particolare a una diminuzione del 12% delle emissioni del potente settore industriale tedesco, che è in crisi. Gli esperti di Agora Energiewende avevano avvertito all’epoca che questo calo non era legato a reali cambiamenti strutturali nei metodi di produzione. I nuovi risultati lo dimostrano: nel 2024 la Germania dovrebbe subire una recessione leggermente meno grave rispetto al 2023, e questo è bastato a peggiorare l’impronta di carbonio del settore industriale. Nel caso di una vera ripresa economica, in particolare nei settori a maggiore intensità energetica come quello chimico, siderurgico e cartario, è probabile che le emissioni di CO2 tornino a salire.

Non ci sono stati progressi strutturali nell’industria, negli edifici o nei trasporti. Al contrario, gli investimenti in tecnologie neutrali per il clima (…) sono addirittura diminuiti rispetto all’anno precedente”, si legge nello studio. L’incertezza economica e politica in Germania sta creando un “senso di insicurezza tra le famiglie e le imprese”, che sono riluttanti a investire. Le vendite di pompe di calore sono diminuite del 44% lo scorso anno e le nuove immatricolazioni di auto elettriche del 26%.

Nel settore abitativo, il leggero calo delle emissioni può essere attribuito solo alle condizioni climatiche miti, che hanno ridotto la necessità di riscaldamento. Tuttavia, molti indicatori sono in verde: le emissioni sono state inferiori del 48% rispetto all’anno di riferimento 1990, avvicinandosi all’obiettivo fissato dall’Unione Europea di una riduzione del 55% entro il 2030. I produttori di energia sono i migliori interpreti del 2024: da soli sono responsabili dell’80% della riduzione totale delle emissioni di gas serra, grazie alla chiusura delle centrali a carbone e alla produzione record di energie rinnovabili. Eolico, solare, biomassa, idroelettrico: le fonti rinnovabili sono passate in un anno dal 56% al 59% della produzione totale di elettricità, secondo i dati dell’ente tedesco di regolamentazione dell’energia. La quota del carbone è scesa dal 26% a meno del 23% nel 2024, il primo anno in cui il nucleare è scomparso dal mix di produzione della prima economia europea.

Simon Müller, direttore di Agora Energiewende Deutschland, ritiene che questo sia un buon esempio da seguire: nella produzione di energia elettrica, “le misure di protezione del clima adottate negli ultimi anni stanno mostrando sempre più il loro effetto”. In vista delle elezioni parlamentari del 23 febbraio, chiede ai candidati alla Cancelleria di “trasferire la dinamica di trasformazione dal settore elettrico a quei settori” in cui la decarbonizzazione è in ritardo. Tuttavia, il livello di spesa pubblica per sostenere la transizione climatica divide profondamente i socialdemocratici e i conservatori. Mentre il Cancelliere Olaf Scholz, in campagna elettorale per la rielezione, vuole una “offensiva di investimenti” pubblici, il suo rivale di destra e favorito dai sondaggi Friedrich Merz si oppone a miliardi di spesa aggiuntiva.

Si rafforza asse Italia-Germania. Urso: “Dazi Usa? Serve una politica industriale europea”

(Foto: Mimit)

Un anno fa la firma del Piano d’azione italo-tedesco, oggi il primo forum interministeriale inquadra il campo di azione e i target da raggiungere. La missione a Berlino del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, rafforza la cooperazione con Roma, come testimonia la dichiarazione congiunta al termine dei lavori con il vicecancelliere e ministro dell’Economia e dell’Azione Climatica della Germania, Robert Habeck. La parola d’ordine è competitività, che l’Europa deve assolutamente ritrovare, colmando anche un forte ritardo. E’ necessario, soprattutto adesso che la situazione geopolitica continua a essere instabile, con le guerre in Ucraina e Medio Oriente, e gli Usa che si apprestano cambiare non solo Amministrazione, col passaggio da Joe Biden a Donald Trump, ma soprattutto approccio alla politica industriale. I dazi verso l’Europa annunciati dal tycoon in campagna elettorale sono un tema più che mai stringente.

Non sarà certo la prima volta, ricorda proprio Urso, citando la prima presidenza Trump, poi la successiva Biden: “E’ chiaro a tutti che dobbiamo fare una politica positiva nei confronti degli Stati Uniti, che è il nostro principale alleato anche dal punto di vista economico, per fare in Europa una saggia, significativa, responsabile comune politica industriale che si fondi sull’autonomia strategica, a cominciare dall’energia, per poi giungere anche, come necessario, alla tutela nelle regole del Wto da chi fa concorrenza sleale”. La parola d’ordine è agire insieme.

In questo senso l’Ue ha una carta da giocarsi: l’avvio della nuova Commissione a guida di Ursula von der Leyen. “Bisogna puntare con ambizione sullo sviluppo tecnologico, come l’Intelligenza artificiale, a partire dall’energia, anche con un mercato comune energetico, con tutto quello che può garantire l’autonomia del Continente e del sistema industriale”, dice Urso. Habeck ascolta e condivide, in particolare quando il responsabile del Mimit parla del report di Mario Draghi, “che noi tutti condividiamo appieno”, augurandosi, “anche a fronte del dinamismo di altri attori globali come Cina e Usa”, una “azione comune tra le due grandi politiche industriali d’Europa per indirizzare la nuova Commissione sulla strada della competitività”. Sul fronte degli investimenti, che l’ex premier calcola in circa 800 miliardi in più all’anno per i prossimi 10 anni solo per recuperare il gap, alla necessità di favorire l’ingresso di capitali privati nei progetti. In questo senso diventa, dunque, fondamentale un’opera di “semplificazione e sburocratizzazione” in Europa.

“Serve mettere in campo una politica industriale, capace di riportare il nostro sistema al centro delle grandi catene produttive globali, così come indicato nei report Draghi e Letta, investire sulle nuove tecnologie, restituire competitività alle imprese, tutelare il lavoro europeo”, ripete Urso anche nella nota congiunta con il collega tedesco. Per questo la cooperazione in campo industriale tra Italia e Germania è “assolutamente strategica”. Ad esempio con il non-paper sull’automotive che sarà presentato al Consiglio Competitività dell’Ue giovedì prossimo, 28 novembre, cui ha aderito anche la Polonia. “È necessario rivedere con realismo le regole del Cbam e realizzare un piano automotive europeo che metta in campo anche risorse comuni per sostenere gli investimenti delle imprese con una visione di piena neutralità tecnologica al fine di raggiungere davvero la autonomia strategica del Continente nella twin transition”, aggiunge il ministro italiano.

Allo stesso tempo occorre una nuova visione sul comparto siderurgico e chimico, come sostenuto anche al Trilateral Business Forum di giovedì e venerdì scorsi, a Parigi, tra le confindustrie di Italia, Germania e Francia.

In questo senso, il Piano d’azione tra Roma e Berlino è ad ampio raggio e prevede una cooperazione rafforzata in diversi settori della politica industriale, dello spazio, delle tecnologie digitali e green. I gruppi di lavoro già composti sono un’ottima base di partenza per le proposte. Ad esempio, su politica industriale ed energia “è stata definita un’agenda comune per la prossima Commissione Ue, affrontando temi come il sostegno alle pmi e la semplificazione normativa, attraverso “reality checks”, e la rimozione delle barriere ai servizi transfrontalieri”, mettono in chiaro i due ministri. Ancora, il fulcro della collaborazione su ‘digitalizzazione e Industria 4.0’ è “lo sviluppo di ecosistemi decentralizzati per la produzione intelligente e il rafforzamento della posizione italiana nell’iniziativa Manufacturing-X” con la partecipazione italiana alla Fiera di Hannover 2025 “tra le priorità”. Infine, sullo spazio i due Paesi hanno lavorato “per garantire che la legislazione europea rifletta gli interessi degli Stati membri, promuovendo la competitività del settore e la sovranità strategica” e “la cooperazione sul programma Iris2 è stata parte integrante delle attività”. La partita è, dunque, aperta. Ma perché abbia successo serve l’Europa. Unita anche negli obiettivi, possibilmente.

Mattarella: “Indispensabile creare ‘campioni’ europei. Ue completi sistema finanziario”

Photo credit: Quirinale

La prima visita di Stato di Sergio Mattarella in Germania conferma e rafforza la partnership con l’Italia. Il capo dello Stato tocca diversi temi negli incontri previsti dalla sua agenda a Berlino, che inizia dal colloquio con il presidente della Repubblica federale di Germania, Frank-Walter Steinmeier, a Palazzo Bellevue. “È assolutamente indispensabile creare ‘campioni’ europei” che possano reggere il confronto a livello internazionale, in uno spirito “collaborativo e non competitivo con ‘campioni’ di altre parti del mondo”.

Lo spunto viene da una domanda dei cronisti sulla stretta attualità, con la trattativa Unicredit-Commerzbank e il rapporto sulla competitività elaborato dall’ex governatore della Bce, Mario Draghi. “I settori più avanzati sono decisivi per il futuro, ma sono anche quelli in cui i soggetti europei sono in grandissima minoranza”, per cui è indispensabile avviare un percorso “suggerito anche dal rapporto Draghi”. In questo senso la storica collaborazione tra Italia e Germania può essere di grande aiuto: “Le nostre economie sono strettamente connesse, come dimostrano sia i dati sull’interscambio commerciale che gli investimenti diretti” e “la collaborazione si sviluppa in tanti settori, soprattutto quelli altamente tecnologici, che sono più proiettati verso il futuro e dove ci sono interessi condivisi”, dice Mattarella. Ricordando che Berlino “non è solo alleato della Nato e co-fondatore dell’Unione europea, ma un partner imprescindibile”, dice ancora Mattarella. Anche nella sfida della transizione energetica e green, che “non può essere vinta dai singoli Paesi, ma va affrontata con collaborazione e solidarietà”.

Sulla lotta ai cambiamenti climatici, il capo dello Stato si sofferma anche al brindisi in occasione del pranzo di Stato offerto a Berlino per la sua visita dal presidente Steinmeier, definendola “indispensabile e indifferibile”. Il tema sarà anche al centro della sessione conclusiva del seminario ‘La cooperazione tra Italia e Germania: un importante strumento per il contrasto al cambiamento climatico e la transizione energetica globale’, organizzato per sabato al Campus delle Nazioni Unite di Bonn.

Mattarella, a Berlino, vede anche il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, col quale affronta argomenti come l’Ucraina, la guerra in Medio Oriente e la crisi di Gaza, la questione del Libano e l’Unione europea. Ribadendo, come fatto in mattinata nel bilaterale con Steinmeier, quanto sia necessario “il completamento del sistema finanziario comune, perché una grande moneta unica deve averne uno definito e non parziale”, così come procedere con “la Difesa comune” e “procedure decisionali più snelle e veloci, per dare risposte alle sfide. Perché – avverte il presidente della Repubblica – se l’Ue non è in grado di fornirle velocemente, lo faranno altri per noi e con verrebbe meno il senso della convivenza pacifica dell’Unione”.

Temi su cui il presidente della Repubblica federale tedesca concorda in pieno. Confermando la “profonda amicizia italo-tedesca” che “vogliamo approfondire e mantenere”. Steinmeier mette l’accento anche sul ruolo centrale del nostro Paese nel Mediterraneo. “Sappiamo che gli approvvigionamenti energetici vanno ampliati e diversificati, Italia e Germania sono uniti nella transizione energetica e nella lotta ai cambiamenti climatici”, spiega. Aggiungendo che il suo Paese si sta attivando “per accelerare lo sviluppo delle energie rinnovabili e delle infrastrutture transfrontaliere”, guardando con molta attenzione alla produzione di idrogeno su cui sta concentrando buona parte delle attenzioni l’industria italiana. In questo modo, per il presidente tedesco, “possiamo fare un passo avanti importante per la decarbonizzazione delle nostre industrie”.

Ma tutto parte da un principio base, che lo stesso Steinmeier esprime, ma su cui Mattarella è pienamente d’accordo: “Bisogna profondere ogni sforzo perché l’Ue resti forte e unita”, perché è quella “la base su cui costruire il futuro comune”.

 

Germania e Francia spengono la ripresa dell’eurozona, mentre i prezzi risalgono

A giugno, le proiezioni della Bce prevedevano una crescita del Pil nell’eurozona pari allo 0,4% trimestre su trimestre nel periodo aprile-giugno e sostanzialmente si aspettavano che rimanesse a quel livello fino alla fine del 2026. È stato con queste previsioni che la banca centrale ha anticipato per la prima volta il profilo trimestrale della ripresa dell’eurozona, una mossa che, con il senno di poi e tenendo conto degli ultimi sviluppi, sembra sempre più prematura. Probabilmente la Bce avrebbe dovuto ritardare la ripresa economica, come è accaduto negli ultimi due anni, sovrastimando strutturalmente la forza e la tempistica della ripresa. Infatti, i dati previsionali dell’indagine Pmi di luglio hanno registrato una quasi-stagnazione del settore privato dell’eurozona, che ha indicato un progressivo affievolimento della ripresa economica del blocco valutario. I nuovi ordini sono diminuiti per il secondo mese consecutivo e la fiducia è scesa ai minimi in sei mesi, ponendo fine alla sequenza mensile ininterrotta di assunzioni avutasi dall’inizio del 2024. Allo stesso tempo, il tasso di inflazione dei costi è accelerato, ma la debolezza della domanda ha spinto le aziende ad un minore aumento dei prezzi di vendita, il cui tasso di inflazione è infatti stato il più lento dallo scorso ottobre.

A causare la debolezza dell’eurozona è ancora una volta il settore manifatturiero. La produzione di luglio è crollata nettamente e al tasso maggiore dell’anno in corso. In tale contesto, l’aumento dell’attività del terziario ha evitato all’intero settore privato di finire in contrazione, tuttavia l’espansione dei servizi è stata solo modesta e la più debole da marzo. Le due economie principali della regione hanno continuato a frenare la ripresa dell’area euro. Per la prima volta in quattro mesi, la produzione della Germania è scesa, mentre la Francia ha segnato il terzo mese consecutivo di contrazione dell’attività economica. Valori che contrastano con la continua crescita registrata nel resto dell’eurozona, anche se l’ultimo incremento della produzione è stato il meno forte da gennaio.

Nel dettaglio l’indice destagionalizzato Flash Pmi Composito della Produzione dell’eurozona, calcolato sulla base dell’85% circa delle risposte finali solitamente raccolte a fine indagine e redatto da S&P Global, a luglio si è posizionato su 50.1 scendendo da 50.9 di giugno, mostrandosi quindi solo marginalmente superiore alla soglia di non cambiamento e registrando quindi quasi una stagnazione dell’attività del settore privato. In ciascuno dei cinque mesi passati, la produzione ha indicato una crescita, ma questa di luglio è stata la più contenuta della sequenza mostrando quindi un debole inizio per il terzo trimestre dell’anno. Il livello di crescita registrato a luglio è largamente collegato all’attività terziaria, in aumento per il sesto mese consecutivo, ma la cui espansione è stata modesta e la più lenta in quattro mesi. Allo stesso tempo, la produzione manifatturiera ha continuato a diminuire ad inizio del terzo trimestre, prolungando l’attuale sequenza di contrazione a 16 mesi. Il tasso di contrazione è stato oltretutto elevato, segnando il più rapido sinora registrato nel 2024.

Siamo di fronte ad una pausa estiva?”, si chiede Cyrus de la Rubia, capo economista di Hamburg Commercial Bank: “Sembra che l’economia a luglio si stia muovendo a malapena, ma oltre al fatto che stiamo analizzando valori destagionalizzati, osservando i due settori monitorati la situazione è peggiorata drasticamente nel settore manifatturiero in contrasto con la moderata crescita nel settore dei servizi. Le nostre previsioni sul Pil a brevissimo termine, tuttavia, lasciano intendere che una crescita durante il terzo trimestre è ancora possibile”. Il tema è che, “se da un lato la Germania sta apparentemente avendo difficoltà a crescere, l’economia francese è alimentata dalle Olimpiadi. Secondo i dati raccolti a luglio, le aziende dei servizi francesi hanno aumentato la loro attività in preparazione dei giochi olimpici. Al contrario, la domanda del settore manifatturiero tedesco pare abbia trascinato in basso la produzione generale del settore privato“, continua de la Rubia. “Qualora tenessimo in considerazione soltanto una crescita, ci sarebbero forti presupposti per un dibattito sul taglio dei tassi di interessi di settembre da parte della Bce. Tuttavia, i dati relativi ai prezzi non hanno fornito alcuna speranza di sollievo. I prezzi di acquisto del settore dei servizi sono aumentati ad un tasso più veloce e le tariffe ai clienti sono risultate in espansione ad un tasso simile a quello della precedente indagine. A peggiorare il tutto – conclude il capo economista di Hamburg Commercial Bank -. I prezzi di acquisto del settore manifatturiero, in contrazione per oltre un anno da marzo 2023 a maggio 2024, ora risultano maggiori per il secondo mese consecutivo. I prezzi di vendita sono diminuiti solo leggermente, rendendo più difficile per l’inflazione complessiva di avvicinarsi all’obiettivo di crescita del 2%“.

Firmato accordo di solidarietà Italia-Germania sul gas

Photo credit: profilo X @GPichetto

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha firmato a Berlino con il ministro tedesco per l’Economia e l’Azione climatica, Robert Habeck, l’accordo bilaterale di solidarietà in materia di gas. “Le due più grandi manifatture d’Europa in impegno comune per l’aiuto reciproco“, scrive il Mase sul sul profilo X postando le foto della firma. La firma è stata apposta presso il ministero degli Esteri tedesco a margine del ‘Dialogo di Berlino sulla transizione energetica’ (Betd). In base all’ accordo l’Italia, attraverso il Mase, e la Germania, attraverso il Ministero Federale per gli affari economici e il clima, si impegnano ad attivare, in caso di emergenza, tutte le misure necessarie, di mercato e non, al fine di provvedere all’approvvigionamento di gas naturale dei clienti protetti della Parte richiedente, nel rispetto delle norme di sicurezza tecnica del sistema gas di ciascuna parte. Sempre sul gas è stato firmato anche un Addendum trilaterale tra Italia, Svizzera e Germania.

Siamo molto soddisfatti di firmare oggi questo accordo che è uno degli obiettivi concreti indicati dal Piano di Azione Italo-Tedesco sottoscritto ad ottobre dai nostri due Capi di Governo”, ha dichiarato il ministro Pichetto Fratin. “Al tempo stesso – ha aggiunto – è un tassello del quadro europeo di sicurezza energetica e di risposta alla crisi derivata dall’aggressione russa all’Ucraina”. “Questo accordo – specifica Pichetto Fratin – prevede misure di extrema ratio, con meccanismi di compensazione e di rispetto dei limiti dei sistemi di trasporto del gas, da attuare una volta esaurite le misure disponibili a livello nazionale, nel caso uno dei Paesi sia colpito da una grave crisi”. “Ma credo che l’impegno maggiore che Italia, Germania e gli altri paesi europei devono mettere in campo è quello per prevenire che si creino le condizioni per l’attivazione di questi accordi. È quanto abbiamo fatto a Bruxelles quando l’Italia ha promosso il price cap”, ha chiarito il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica.

Mi fa piacere – ha concluso – che si sia riusciti a trovare una intesa per includere in questo schema gli amici svizzeri, con uno strumento teso ad aumentare il livello di sicurezza energetica dei nostri Paesi”. “In questo modo – ha sottolineato il ministro Pichetto Fratin – consolidiamo il nostro ruolo di hub energetico europeo”.

Nella Ruhr tedesca l’industria pesante si affida all’idrogeno per la decarbonizzazione

Nel cuore di un complesso chimico nella regione tedesca della Ruhr, due dozzine di moduli elettrolitici scintillanti sono pronti a entrare in funzione. Il loro scopo: produrre idrogeno verde per l’industria pesante, che sta cercando di disintossicarsi dal carbone e di ridurre la sua dipendenza dal gas fossile. Le sottili membrane impilate che compongono ogni modulo formeranno il più grande elettrolizzatore d’Europa, che entrerà in funzione a Oberhausen tra pochi giorni per decarbonizzare gli impianti circostanti. In questa apparecchiatura, acqua ed elettricità si incontreranno: sotto l’effetto della corrente, gli atomi dell’acqua – idrogeno e ossigeno – si separeranno, consentendo la produzione di quantità industriali di idrogeno cosiddetto ‘verde’. A condizione che l’elettricità utilizzata sia a sua volta derivata da fonti energetiche non fossili, non verrà emessa praticamente nessuna CO2, il che è esattamente il contrario delle attuali tecniche di produzione dell’idrogeno, dette ‘grigie’ perché basate sul metano.

Nella regione del carbone e dell’acciaio della Ruhr, nella Germania occidentale, la vecchia industria renana sta cercando di decarbonizzarsi per sopravvivere, avendo contribuito in modo determinante al riscaldamento globale fin dall’inizio dell’era industriale. L’idrogeno verde è uno degli strumenti utilizzati dall’industria siderurgica per ridurre la propria impronta di carbonio. L’acciaieria tedesca Thyssenkrupp, seconda in Europa dopo ArcelorMittal, intende trasformare i suoi quattro storici altiforni a Duisburg. L’idrogeno sarà utilizzato per disossidare il minerale di ferro necessario per produrre acciaio, sostituendo il carbone che ha svolto questo ruolo per un secolo e mezzo. Questo primo sito di produzione di acciaio verde a ‘riduzione diretta’ lungo il Reno dovrebbe entrare in funzione alla fine del 2026. La decisione finale di investimento è stata presa “a settembre”, spiega Marie Jaroni, direttore della decarbonizzazione del produttore di acciaio. Thyssenkrupp, che ammette di essere responsabile da sola del “2,5% delle emissioni di CO2 della Germania“, ha ottenuto una sovvenzione europea di 2 miliardi di euro sui 3 miliardi di euro di investimento per questa prima unità. La potenza e il numero di elettrolizzatori di cui avrà bisogno non sono ancora stati resi noti. “Si tratta di un cambiamento totale nel modo di produrre l’acciaio”, sottolinea la signora Jaroni.

Tutti questi cambiamenti di processo equivalgono a una “rivoluzione industriale“, concorda il ministro dell’Industria francese Roland Lescure. La settimana scorsa era a Berlino per tenere a battesimo una società franco-tedesca di elettrolisi costituita da Siemens Energy e Air Liquide. La nuova gigafactory di Siemens Energy produrrà moduli di elettrolisi che Air Liquide utilizzerà per costruire elettrolizzatori. Il prossimo cliente sarà la raffineria TotalEnergies in Normandia. Per il cancelliere tedesco Olaf Scholz, che ha partecipato all’inaugurazione della fabbrica, questo sviluppo è una “favola industriale”. In effetti, 12 elettrolizzatori hanno lo stesso beneficio climatico di 25 milioni di alberi, ha calcolato.

Abbiamo un’industria basata sull’energia e sulle risorse, ma molto basata sul carbone“, ammette Samir Khayat, direttore generale dell’agenzia responsabile dell’organizzazione della decarbonizzazione nello Stato della Renania Settentrionale-Vestfalia, dove si trova la Ruhr. Basato anch’esso sul gas, il 30% dell’industria chimica tedesca, uno dei principali consumatori, ha sede in questo Stato industriale, responsabile del 6% delle emissioni di gas serra del Paese. Ma la transizione è “una corsa contro il tempo“, ammette. “Non abbiamo molto tempo. Se non lo facciamo, siamo perduti“, aggiunge il funzionario. Ciò che resta da fare è trovare gli ingenti finanziamenti necessari per acquistare gli elettrolizzatori e aumentare la produzione di elettricità a zero emissioni di carbonio necessaria per farli funzionare. La situazione è resa ancora più delicata dal fatto che, con l’impennata dei prezzi dell’energia in Europa dall’inizio della guerra in Ucraina, alcuni produttori, come l’azienda chimica tedesca BASF, hanno abbandonato gli investimenti in Germania a favore della produzione negli Stati Uniti o in Cina, dove l’energia costa meno. “La disponibilità di elettricità diventerà un fattore chiave“, sottolinea Khayat. ThyssenKrupp afferma di aver già firmato contratti di fornitura di elettricità per il suo primo impianto di elettrolizzatori. “Ma ce ne sono altri tre in cantiere“, si preoccupa la signora Jaroni. In totale, l’acciaieria avrà bisogno di 140.000 tonnellate di idrogeno all’anno per ogni impianto di riduzione diretta del ferro installato, vale a dire più di 500.000 tonnellate alla fine. Proporzioni sproporzionate. A titolo di confronto, l’elettrolizzatore di Oberhausen, attualmente il più grande d’Europa, sarà in grado di produrre solo tra le 3.000 e le 6.000 tonnellate all’anno. “L’importante è testare la tecnologia, rifornire rapidamente i clienti e raccogliere dati operativi in modo da poter aumentare rapidamente la capacità“, afferma Gille Le Van, vicepresidente per le industrie pesanti e la transizione energetica di Air Liquide in Europa centrale. Per Anne-Laure de Chammard, una francese che dirige il ramo idrogeno di Siemens Energy, “i prossimi tre anni saranno decisivi” per determinare il decollo del mercato dell’idrogeno.

Dopo il salvataggio di Uniper, Germania pronta a spendere 16 mld per Siemens Energy

Sale del 9% Siemens Energy alla Borsa di Francoforte, dopo il tonfo di -35% di giovedì e dopo il -70% rispetto a soli sei mesi fa. A far tornare gli acquisti sulla società che opera nelle turbine eoliche la volontà del governo federale tedesco di sborsare 16 miliardi di euro pubblici a garanzia della continuità aziendale della società nata nel 2020 da uno scorporo deciso dalla casa madre Siemens, che aveva precedentemente rilevato l’azienda spagnola specializzata in parchi eolici onshore, Gamesa. Il ministero dell’Economia tedesco è pronto a sostenere Siemens Energy perché considera l’azienda come un asset strategico che svolgerà un ruolo importante nella protezione delle forniture energetiche. “Il governo vuole evitare di ripetere gli errori che di fatto hanno ucciso la sua industria solare più di dieci anni fa. Questa visione sta spingendo le trattative per 16 miliardi di euro in garanzie sui prestiti”, scrive Bloomberg.

Siemens Energy è entrata in crisi per i crescenti problemi con le turbine eoliche onshore difettose: un guasto a migliaia di apparecchi ha lasciato l’azienda con un costo di riparazione di almeno 1,6 miliardi di euro insieme a una perdita netta prevista di 4,5 miliardi di euro per l’anno. Le banche sono attualmente riluttanti ad assumersi ulteriori rischi in un contesto già complicato per l’eolico: Siemens Energy e i concorrenti come Vestas, General Electric e Nordex si sono impegnati negli ultimi anni in una concorrenza “rovinosa” – scrive Spiegel – e hanno immesso sul mercato in rapida successione turbine eoliche sempre più grandi. A ciò si aggiunge la crescente concorrenza dei fornitori cinesi che entrano nel mercato globale con prezzi notevolmente più bassi.

Secondo il ministero dell’Economia, guidato dal verde Robert Habeck, il sostegno statale sarebbe a basso rischio, poiché la società ha ancora un portafoglio ordini di 110 miliardi di euro. La decisione sulla concessione di garanzie pubbliche a Siemens Energy deve avere comunque l’approvazione dei liberali, che controllano il ministero delle Finanze e hanno adottato una linea dura sulla spesa e sull’ingerenza statale nell’economia. I due ministeri stanno negoziando congiuntamente in queste ore con Siemens Energy, aggiunge Bloomberg.

Sembra un film già visto in Germania. Lo scorso anno l’importatore di gas tedesco Uniper, finito in crisi di liquidità per l’impennata dei prezzi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, fu salvato dal crac grazie a un intervento di 18 miliardi di euro deciso da Berlino. A luglio però la società ha dichiarato di aspettarsi profitti per miliardi di euro nel 2023 per il forte calo delle quotazioni del metano. E ora il direttore generale Michael Lewis ha dichiarato al ‘Rheinische Post’ che restituirà alla banca statale Kfw “l’ultima tranche di ciò che abbiamo utilizzato, per un valore di 2 miliardi di euro”. Lewis ha poi sottolineato che l’azienda ha anche bisogno di meno capitale di quello previsto dallo Stato del previsto: finora ha ricevuto 13,5 miliardi di euro di capitale proprio, altri 20 miliardi erano previsti entro il 2024, ma non sarebbero necessari.

Questo precedente sostiene il pensiero del ministro dell’Economia. “In termini di politica industriale, siamo a un punto di svolta e sarebbe sbagliato pensare che se non si affronta la concorrenza, l’economia ne trarrà vantaggio”, ha detto Habeck in un evento ad Ankara, come riporta Bloomberg. “Queste tecnologie verranno prodotte comunque e la domanda è se l’Europa dovrà importarle”. I tedeschi erano stati in prima linea a livello globale nella produzione di pannelli fotovoltaici nei primi anni 2000 grazie a finanziamenti governativi strategici, con oltre 150.000 dipendenti nel 2011. Poi il taglio ai sussidi, che portò al crollo di installazioni solari e alla perdita di circa 100.000 posti di lavoro. Al contrario la Cina da anni sovvenziona da anni la sua industria solare. Risultato: gli operatori cinesi sono diventati leader mondiali nel solare e annoverano pure 9 dei 15 maggiori produttori di turbine al mondo che costano tra il 20 e il 50 per cento in meno delle turbine europee.