Ponte Morandi 7 anni dopo, Mattarella: “Ha segnato un punto di non ritorno”

Dimenticare è impossibile, ricordare un dovere perché non accada più. Poche persone in Italia non ricordano dov’erano e cosa facevano alle 11.36 del 14 agosto 2018, minuto esatto in cui è crollato il pezzo di Ponte Morandi, sulla A10 di Genova, inghiottendo la vita di 43 persone. La corsa a recuperare informazioni, il compulsare frenetico dei social, poi il video più virale con quella frase, “Oh Dio”, ripetuta quattro volte da chi aveva il telefono in mano, con voce rotta da paura e pianto.

Sono passati sette anni, ma le immagini sono ancora un pugno nello stomaco e, come tutti gli anni, la città della Lanterna si è riunita per commemorare le vittime. Anche oggi è stato osservato il minuto di silenzio e in contemporanea sono suonate le sirene delle navi in porto e le campane di tutta la Diocesi di Genova. Perché non è finita e forse non finirà mai, finché non si saprà tutta la verità su quello che è accaduto, a parte l’epilogo, che è l’unica, drammatica certezza di tutta questa vicenda. “Il 14 agosto 2018 segna una pagina drammatica nella storia del nostro Paese”, una “ferita indelebile nel cuore di Genova, della Liguria, dell’Italia”, scrive il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato alla sindaca, Silvia Salis. Il capo dello Stato usa parole nette per ricordare la tragedia del Polcevera: “Ha segnato un severo richiamo alle responsabilità pubbliche e private in tema di sicurezza delle infrastrutture. Un punto di non ritorno a pratiche che hanno generato un disastro di quelle proporzioni”. Anche se “la rapida ricostruzione di un così importante tratto stradale, il Ponte Genova San Giorgio, riconnettendo la Città e l’Italia, è stata un atto di ripartenza”, sottolinea ancora Mattarella, “la tutela delle infrastrutture, per garantire piena sicurezza nella circolazione, non ammette alcuna forma di negligenza”.

Per la premier, Giorgia Meloni, “accertare le responsabilità per ciò che è accaduto, individuare le eventuali colpe ed omissioni, dare risposte definitive” sono “obblighi morali e civili che non possono essere disattesi”. Perché “è ancora vivissima la sete di verità e giustizia, invocata con tenacia dai famigliari delle vittime e sostenuta da tutto il popolo italiano” per “una catastrofe che rimarrà per sempre nella memoria del nostro popolo”.

Chi quel giorno era al posto di Meloni, allo stesso modo, non riesce, né vuole dimenticare. “Il dolore e lo strazio provato in quelle ore, fra le macerie, sono per me memoria incancellabile, se ripenso a quel 14 agosto”, scrive l’ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Che torna su una delle vicende più spinose dell’epoca: “Dove c’erano concessioni autostradali vergognose, firmate in passato a tutto vantaggio dei privati, abbiamo fatto il massimo di quel che si poteva fare di fronte a un accordo che legava mani e piedi lo Stato e le sue casse”, ricorda il leader M5S. Nel suo governo c’era anche Matteo Salvini, sebbene in veste diversa da quella di ministro delle Infrastrutture e dei trasporti come oggi. “Ci stringiamo alle famiglie delle vittime, ai loro cari, a tutti coloro che hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze di un dramma che non sarebbe mai dovuto accadere”, scrive sui social il vicepremier.

Dell’esecutivo gialloverde faceva parte pure Lorenzo Fontana, oggi presidente della Camera: “Ricordo con dolore il 14 agosto di sette anni fa, giorno del crollo del Ponte Morandi. Il mio pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutta Genova, che ha saputo reagire con coraggio e dignità”. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, invece, era all’opposizione, ma il ricordo non si è mai spento: “Resta tuttora forte, così come resta forte l’impegno a fare della memoria un fondamento di responsabilità”.

In sette anni molte cose sono cambiate a Genova: al posto del vuoto c’è Ponte San Giorgio, ricostruito a tempo di record, con tecniche tecnologicamente innovative e normative ad hoc che consentirono di accelerare i tempi di tutte le fasi. Se lo ricorda bene Marco Bucci, all’epoca sindaco di Genova e commissario alla ricostruzione, oggi presidente della Regione Liguria: “Quel giorno io c’ero, e la mia vita è cambiata totalmente”, dice alla cerimonia di commemorazione. “Vogliamo che non sia soltanto un ricordo di quello che accadde il 14 agosto, ma qualcosa che permea ogni giorno il nostro lavoro. Non possiamo permetterci di fare le cose male. Non possiamo permetterci tragedie come questa. È inaccettabile”. Ad ascoltarlo c’è Silvia Salis, che ha preso di recente il suo posto al Comune di Genova. Pur essendo eletta sotto la bandiera opposta a quella di Bucci, la sindaca non nega al predecessore gli onori per il lavoro fatto, assicurando che continuerà: “Questa è una ferita che non si rimarginerà mai. Una ferita per la città, per chi vi ha perso qualcuno di caro. Per questo – dice Salis – ci impegniamo non solo a portare avanti il Memoriale, ma a riempirlo di vita, di contenuti, a fare in modo che le scuole lo vivano come una tappa fissa del loro percorso educativo”. Per sempre il 14 agosto, affinché non ci sia mai più un altro 14 agosto.

Difesa, Meloni studia potenzialità di Safe con le partecipate: “Strategia su investimenti”

Dario Borriello Archiviato (per modo di dire) il discorso dei dazi Usa, è tempo di riprendere il filo del piano industriale sulla difesa. I segnali che arrivano dall’Europa non si sono mai veramente interrotti e l’Italia deve prepararsi adeguatamente al nuovo corso continentale. Ragion per cui Giorgia Meloni riunisce a Palazzo Chigi i vertici delle società partecipate che saranno tra i player di questa partita.

L’Italia è tra i Paesi che hanno chiesto a Bruxelles di attivare il Safe, acronimo di Security action for Europe, lo strumento finanziario del piano Rearm/Readiness 2030 Ue, che prevede di raccogliere sui mercati finanziari fino a 150 miliardi di euro da destinare a chi sosterrà investimenti nella difesa, nelle infrastrutture a duplice uso, nelle capacità informatiche e nelle catene di approvvigionamento strategiche. Stando a quanto filtra dal governo, Meloni ha chiesto ai manager di “avviare un confronto nell’ambito delle recenti novità tese a dare priorità alla Sicurezza e alla difesa a livello europeo, al fine di tradurre in termini di occupazione e crescita gli strumenti messi a disposizione dalla Commissione europea, quali Safe ed Escape clause (clausola di fuga), che consente ai governi nazionali di assumere impegni di spesa nel settore senza incidere sul Patto di stabilità e crescita”. Ad ascoltare le richieste della premier, che al suo fianco aveva anche il vicepremier, Antonio Tajani, e i ministri della Difesa, Guido Crosetto, e naturalmente dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, c’erano i ceo delle più importanti aziende su cui lo Stato può contare in questa nuova transizione. Dall’amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, all’ad e direttore generale di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, poi i ceo di Cassa depositi e prestiti, Dario Scannapieco, e Invitalia, Bernardo Mattarella, e l’amministratore delegato e direttore generale del Gruppo Fs, Stefano Donnarumma.

Ciò che emerge dalla riunione è la necessità di “delineare una strategia che identifichi i principali punti sui quali investire, attivare più possibile investimenti dual use”, cioè che consentano di avere un ritorno anche sul piano civile, e “definire una compatibilità dei nostri investimenti con quelli attivati dai partner europei”. Il focus deve essere condotto con profondità, ma in tempi non troppo dilatati.

Le iniziative adottate in Europa non dispiacciono a Roma, soprattutto il Safe i cui debiti, soltanto pochi giorni fa, Giorgetti valutava “interessanti, perché sono più convenienti dei Btp, è una fonte di finanziamento alternativa per finanziare delle spese per la spesa di investimento della Difesa che in larga parte sono già previste e che sono già in itinere”. Sullo strumento ci punta molto la Commissione, che prevede di attivare almeno 127 miliardi di euro di potenziali appalti per la difesa. Una cifra invitante, su cui si sono accesi i riflettori dell’Italia che vuole valorizzare l’opportunità del Safe, così come altri 18 Stati membri, ad esclusione della Germania, che al momento non ha presentato manifestazioni di interesse. Non è detto che la situazione non possa cambiare nei prossimi mesi, motivo in più, per il governo, di accelerare e non rischiare di arrivare impreparato al momento clou. Che non dovrebbe essere poi troppo lontano.

Per Meloni dazi al 15% “sostenibili”. Ma Schlein attacca: “Resa alle imposizioni di Trump”

Per Giorgia Meloni avere dazi sulle esportazioni in Usa al 15% è una “base sostenibile”. Sicuramente meglio di una guerra commerciale, che “avrebbe avuto conseguenze imprevedibili, potenzialmente devastanti”. La premier, da Addis Abeba, dice la sua sull’accordo stretto da Donald Trump e Ursula von der Leyen in Scozia, ma intravede ancora qualche spiraglio nelle pieghe del negoziato tra Bruxelles e Washington: “Bisogna valutare i dettagli e lavorarci, perché quello sottoscritto domenica non è vincolante, su alcune cose c’è ancora da battersi”.

Il pensiero, ovviamente, corre a settori come la farmaceutica o i vini, che pesano per un Paese come l’Italia. Si tratta di speranze più che di certezze, ma visti i tempi è pur sempre un punto di partenza migliore del 30% prospettato solo poche settimane fa dal tycoon. Meloni riconosce alla presidente della Commissione Ue di essere stata chiara nel dire che “bisogna andare nei dettagli, dunque essere certi che ci siano alcuni settori sensibili inseriti nell’accordo”, verificando se siano possibili esenzioni, “particolarmente su alcuni prodotti agricoli”.

La presidente del Consiglio non si sbilancia, invece, sugli approvvigionamenti di energia dagli Usa: “Non so a cosa si riferisca, al momento non so valutarlo”. Vuole prima vedere i testi nero su bianco, anche se nel frattempo vanno studiate strategie per aiutare i settori che ne usciranno più colpiti dai dazi. Sul punto Meloni si aspetta di più dall’Ue: “Semplificazioni, mercato unico, c’è tutto un lavoro su cui l’Europa non può più perdere tempo, anzi deve accelerare e compensare i possibili limiti”.

La macchina italiana, intanto, si attiva. Antonio Tajani riunisce alla Farnesina i rappresentanti del mondo produttivo, davanti ai quali ammette che i dazi al 15% sono alti ma “sostenibili”, confermando così la versione del governo. “Il rischio era avere una situazione peggiore”, ammette il ministro degli Esteri agli imprenditori, ai quali esprime una preoccupazione ancora maggiore: “La svalutazione del dollaro, una sorta di altro dazio”. La speranza è che la Bce abbassi ancora i tassi, ma di soluzioni ne prospetta almeno un paio a caldo: “Un quantitative easing o una procedura accelerata modificando per qualche mese il Sme Supporting Factor, che agevola il credito alle piccole e medie imprese, portandolo da 2,5 a 5 milioni”.

Se agli occhi del vicepremier “questa era la migliore trattativa possibile”, per il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, “forse era difficile fare di più”. Il responsabile del Mase ritiene che sia presto per valutare gli impatti dei dazi sull’economia italiana, ma una battuta geo-economica se la concede a ‘PiazzAsiago’: “Per noi sicuramente Kamala Harris sarebbe stata più conveniente”.

Almeno su questo non potrebbe che concordare Elly Schlein. “Non è un buon accordo come sostiene il governo Meloni – commenta la segretaria del Pd -. Ha i tratti di una resa alle imposizioni americane, dovuta al fatto che il governo italiano insieme ad altri governi nazionalisti totalmente subalterni a Trump, hanno spinto per una linea morbida e accondiscendente che ha minato l’unità europea e indebolito la posizione negoziale dell’Ue”, attacca. Senza risparmiare critiche all’esecutivo: “Anziché lottare per rinnovare i 750 mld di investimenti comuni europei del Next Generation Eu, Meloni e i suoi sodali ne regalano uno identico per portata agli Stati Uniti di Trump”. Schlein chiede risposte immediate sugli aiuti alle imprese e nel frattempo guida la ruspa verso Palazzo Chigi: “Altro che ponte con gli Usa, questa amicizia a senso unico di Meloni con Trump avrà un costo altissimo per le imprese e lavoratori italiani”.

I dem sono attivissimi e rispolverano parole di Giancarlo Giorgetti di un paio di settimane fa, sostenendo che il ministro dell’Economia ritenesse “insostenibile” ogni accordo diverso dal 10%. Fonti del Mef, però, rilanciano in tempo reale il video del 15 luglio scorso, in cui Giorgetti ammette che ricalcare i termini dell’accordo stretto con il Regno Unito “non è nella disponibilità” degli Usa, e pochi istanti dopo aggiunge che “non si può andare molto lontano da questo numero, altrimenti diventa insostenibile”. In effetti, un po’ di differenza la fa.

Ma è tutta l’opposizione a protestare per un accordo che ritiene una “resa incondizionata al sovranismo” del tycoon, per dirla con l’espressione del leader di Iv, Matteo Renzi. Duro anche Giuseppe Conte, che fa il raffronto tra la reazione di Meloni e quella di altri leader europei, ad esempio Francois Bayrou: “Si proclama sovranista, poi diventa portabandiera dello slogan ‘America First’. Crolla il castello di carte di Giorgia Meloni: una premier che, pur di compiacere la Casa Bianca, ha deciso di sacrificare il presente e il futuro di milioni di italiani. Nessun sussulto di dignità, nessun allarmismo per un Paese che corre verso il baratro”. Per Angelo Bonelli (Avs), poi, “spendere 750 miliardi di euro in gas americano significa dire addio alla transizione energetica e costringere famiglie e imprese italiane a bollette sempre più care”. Il coro, comunque, è unanimemente negativo, preannunciando una nuova estate calda della politica. Con il meteo che, ancora una volta, non c’entra.

Meloni boccia i dazi, ma teme di più calo dei consumi: “Presto per quantificare gli effetti”

Non vuole allarmismi, Giorgia Meloni, e chiede ai suoi ministri, ma alle istituzioni in generale, di “riportare l’intera discussione alla reale dimensione del problema”. Teme più i danni che può provocare il panico nei consumatori che il crollo delle Borse, la premier, confermando in Cdm il giudizio “negativo” sui dazi imposti da Donald Trump, ma allo stesso tempo invitando a tenere i nervi saldi, perché “è ancora presto per quantificarne l’effetto”, sebbene riconosca che “qualsiasi ostacolo agli scambi internazionali è penalizzante per una nazione come l’Italia”, che ha nell’export una delle armi più importanti per la crescita e il Pil. Un effetto domino con impatti anche indiretti, se si pensa ad esempio al mercato dell’auto tedesco, in buona parte prodotto grazie all’indotto tricolore.

Per questo motivo ha chiesto ai suoi vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, ai ministri dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, delle Imprese, Adolfo Urso, dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, e delle Politiche Ue, Tommaso Foti, di rivedersi nel pomeriggio di lunedì 7 aprile a Palazzo Chigi, portando ognuno per la propria parte degli studi “sull’impatto che questa situazione può avere per la nostra economia”. Vuole avere dati certi in mano, Meloni, che al momento si allinea allo speech tenuto qualche giorno fa da Christine Lagarde in audizione all’Europarlamento, dove il grande capo della Bce sosteneva che “un dazio statunitense del 25% sulle importazioni dall’Europa ridurrebbe la crescita dell’area dell’euro di circa 0,3 punti percentuali nel primo anno”. Un impatto “certamente significativo, ma di un ordine di grandezza affrontabile”, argomenta la premier davanti alla sua squadra di governo. Ben conscia che questa situazione potrebbe portare a una riduzione delle esportazioni italiane negli Usa. Perciò chiede ai suoi di attivarsi per studiare strategie da presentare ai rappresentanti delle categorie produttive, convocati a Palazzo Chigi per martedì prossimo, 8 aprile.

Nel frattempo Meloni ripete (all’Ue) che con gli Usa si tratta e non bisogna rispondere ‘a brigante con brigante e mezzo‘. Nel senso che reagire con controdazi non farebbe altro che attivare una guerra commerciale sanguinosa per il continente, per l’Occidente e, in particolare, per l’Italia. Meglio incidere dove si può, in casa propria: “Sappiamo che il settore auto è colpito dai dazi in maniera importante, dovremmo ragionare sul sospendere le norme del Green Deal”. Non solo, insiste sulla necessità di rivedere il Patto di stabilità e sull’accelerare la riforma del mercato elettrico: sull’energia chiede a Bruxelles di essere “un po’ più decisi e coraggiosi”. Del resto, anche Bankitalia avverte che “l’inflazione si collocherebbe all’1,6%” nel 2025, 1,5 nel 2026 e al 2 nel 2027” con l’entrata in vigore del nuovo sistema di scambio di quote di emissione di inquinanti e di gas a effetto serra nell’Unione europea, gli Ets, che provocherebbero un transitorio aumento dei prezzi dell’energia.

La cronaca quotidiana, intanto, dice che i mercati vanno in picchiata, al punto che la Borsa italiana raggiunge i livelli shock del post 11 Settembre. Anche se Tajani si veste da pompiere: “Le borse crollano perché c’è un allarmismo eccessivo di stampa, politici, ma non sta crollando il mondo”. Il responsabile della Farnesina è convinto che qualora dovesse esserci una reazione da parte dell’Ue “sarà piuttosto un segnale politico agli Usa per dire ‘basta’, quindi assolutamente inferiore alla loro azione”. Semmai, l’obiettivo è quello di avere, alla fine della trattativa, “un grande mercato transatlantico, Europa e Stati Uniti, cioè il mercato dell’Occidente, senza dazi“. ‘Sogno’ condiviso anche dal collega Urso. In questo il governo italiano con “Meloni in primis, io in secundis” può “convincere l’Ue ad avere un’azione positiva, attraverso un’azione facilitatrice di un accordo tra Unione europea e America”, spiega Tajani a ‘Cinque minuti’ (Rai1).

Se la traiettoria dovesse deviare, però, l’Italia – assicura il vicepremier – ha già un piano d’azione pronto per esplorare altri mercati. Con un ‘partner’ d’eccezione, Poste Italiane, che “può distribuire sui mercati i prodotti anche delle piccole imprese, ne abbiamo già parlato con l’ad, Matteo Del Fante”.

Tutta la carne messa a cuocere a Roma, comunque, continua a non convincere le opposizioni. Il Pd ritiene che l’esecutivo sia arrivato impreparato alla sfida dei dazi, mentre Matteo Renzi (Iv) rintuzza gli appelli contro l’allarmismo di Meloni: “Abbiamo un governo di influencer incapaci, serve una reazione subito”. Da Avs, poi, Angelo Bonelli chiede alla premier di “farsi da parte”, infine i Cinquestelle, impegnati nella manifestazione del 5 aprile a Roma contro il Rearm Eu, picchiano duro: “Tutti gli altri Paesi si muovono e noi restiamo fermi, il governo è in uno stato comatoso”.

Dazi, Italia predica cautela e spera in retromarcia Trump. Tajani: “Usa non autolesionisti”

Il rischio è fare il passo sbagliato, ma le pressioni aumentano giorno dopo giorno. Dal 2 aprile i dazi imposti da Donald Trump dovrebbero essere effettivi e l’Italia potrebbe pagare un prezzo molto alto alle politiche del presidente degli Stati Uniti. Ma la parola d’ordine nel governo è prudenza, ben sapendo che l’onere della trattativa con Washington spetta all’Ue. Anche se l’uscita di Ursula von der Leyen sull’Europa pronta alla “vendetta”, poi corretta in “risposta”, non lascia tanto tranquilla Roma.

Per il vicepremier, Antonio Tajani, “una guerra commerciale non credo possa produrre effetti positivi anche per l’economia americana, sia per quel che riguarda il mercato delle auto, sia per quanto riguarda l’inflazione, perché se arriva, poi, la Fed come reagisce? Aumentando il costo del denaro”. Il ministro degli Esteri crede ancora nella forza del dialogo e del confronto, perché “non penso che gli americani vogliano essere autolesionisti”.

Non prende bene le parole della presidente della Commissione Ue nemmeno l’altro vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, anche se le concede il beneficio d’inventario stavolta. “Vendicarsi dei dazi di Trump? Se von der leyen ha detto così è stata una scelta infelice: vendicarsi e aprire guerre commerciali non fa l’interesse di nessuno, spero sia stata fraintesa e mal tradotta – dice il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti -. Fare la guerra agli Stati Uniti non è una cosa intelligente, le guerre su campo vanno risolte sul tavolo non con le vendette o controdazi”.

L’obiettivo dichiarato del leader leghista, semmai, è stringere ancora di più i bulloni dell’alleanza con gli States. Personalmente ci ha provato nei giorni scorsi, in un colloquio telefonico con il vice di Trump, JD Vance, col quale ha parlato di una missione con le aziende italiane Oltreoceano. Opportunità di cui potrebbero parlare di persone dal 18 al 20 aprile prossimi, perché proprio Vance ha in programma una visita a Roma – come segnala Bloomberg -, sebbene trapeli solo di una richiesta, quella di incontrare la premier, Giorgia Meloni. Ma se questa volta non sarà possibile il faccia a faccia, Salvini non ne farà un dramma: “Non posso inseguire le agende mediatiche. Io l’ho invitato a vedere le Olimpiadi, se venisse anche prima sarebbe un’opportunità incontrarlo”. Chi vivrà vedrà.

Nel frattempo c’è da risolvere la grana dei dazi. Che la strada da seguire sia il dialogo ne è convinto anche Adolfo Urso: “Dobbiamo scongiurare l’escalation che accrescerebbe il danno. Bene fa la Commissione europea a riflettere prima di reagire”. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy predica “cautela”, perché è meglio “aspettare le decisioni del presidente Trump, che spesso ha annunciato delle cose e poi ne ha fatte altre o comunque le ha commisurate”.

Posizioni, quelle degli esponenti di governo, che agli occhi delle opposizioni sembrano andare in senso opposto l’una dall’altra. Infatti, il fuoco di fila va dal Pd ai Cinquestelle, ad Avs e Italia viva. La partita sembra comunque ancora aperta e tutta da giocare, a patto che l’Europa assuma un ruolo da protagonista in un negoziato con gli Usa che si presenta tutt’altro che facile.

Si sblocca l’impasse: via libera a Fitto e Ribera vice presidenti esecutivi della Commissione Ue

Via libera ai due vice presidenti esecutivi designati, Teresa Ribera e Raffaele Fitto, dalle commissioni competenti del Parlamento europeo. Dopo una giornata intensa di litigi e rinvii del voto, alla fine la commissione per lo Sviluppo regionale ha dato disco verde all’ormai ex ministro italiano come vice presidente esecutivo della Commissione europea a Coesione e Riforme, mentre e le commissioni Ambiente, Industria ed Energia e Affari economici hanno approvato la nomina dell’esponente spagnola a vice presidente esecutiva alla Transizione pulita, giusta e competitiva.

Raffaele Fitto è stato confermato nel ruolo di vicepresidente esecutivo della Commissione europea. Quest’importante incarico attribuito al Commissario designato dall’Italia è una vittoria di tutti gli italiani, non del Governo o di una forza politica“, commenta quasi in tempo reale la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. “Abbiamo ottenuto un portafoglio di peso e il coordinamento di deleghe strategiche per la nostra Nazione e per l’Europa intera, come l’agricoltura, la pesca, l’economia del mare, i trasporti e il turismo – sottolinea -. Questa indicazione è la conferma di una ritrovata centralità dell’Italia in ambito europeo, all’altezza del nostro ruolo come Stato fondatore della Ue, seconda manifattura d’Europa e terza economia del Continente“.

L’accordo tra le tre forze politiche della maggioranza a sostegno della Commissione europea Ursula von der Leyen (Partito popolare europeo, Socialisti e democratici, liberali di Renew Europe) che ha sbloccato lo stallo è arrivato nel pomeriggio di mercoledì 20 novembre. Il perimetro tiene dentro tutti i candidati, in particolare Fitto, Ribera e l’ungherese Oliver Varhelyi, che si è visto però togliere dal portfolio le deleghe sulla Agenzia per la preparazione e reazione alle emergenze (Hera), inclusa la gestione e la preparazione alle crisi, e la competenza sui diritti sessuali e riproduttivi, tutti file che vengono trasferiti alla commissaria di Renew Europe, Hadja Lahbib. In questo modo vengono ribaditi i punti politici espressi nelle linee guida di von der Leyen che hanno consentirono la sua conferma a luglio. Nessun riferimento all’allargamento o meno della maggioranza ai conservatori e riformisti europei, ma secondo il presidente del gruppo Ppe al Parlamento europeo, Manfred Weber, l’Ecr e Fratelli d’Italia hanno dimostrato un impegno costruttivo non solo nelle ultime settimane ma fin dallo scorso aprile, in occasione del voto sul nuovo Patto per la migrazione e l’asilo.
Stiamo lavorando insieme a coloro che vogliono davvero realizzare le cose. Un esempio concreto è che abbiamo avuto ad aprile di quest’anno un voto cruciale per la gestione della migrazione a livello europeo dopo anni di discussioni senza fine sulla gestione della migrazione a livello europeo. Alla fine Fratelli d’Italia ha contribuito ad avere la maggioranza nel Parlamento europeo“, afferma Weber dopo la Conferenza dei presidenti, composta dalla presidente Roberta Metsola e dai capi dei gruppi politici, che sancisce il raggiungimento dell’accordo. “I Verdi hanno rifiutato di sostenere tutto il Patto per le migrazioni – aggiunge -. Quindi questo è per me uno degli argomenti che mi ha dato la chiarezza sul fatto che il governo italiano, anche sotto la guida di Giorgia Meloni, vuole contribuire a risolvere i problemi legalmente sulla base dei nostri valori a livello europeo. E questo è un buon segnale. E nelle ultime settimane di audizioni dei candidati qui al Parlamento europeo, abbiamo visto pieno impegno da parte dell’Ecr a sostenere tutti i candidati. Quindi l’Ecr – è una mia osservazione – è pronto a lavorare costruttivamente a far prendere le funzioni alla prossima Commissione ed è una buona notizia“, sottolinea ancora il presidente degli eurodeputati Ppe.

Di parere totalmente opposto i Verdi. Il co-presidente del gruppo, Bas Eickhout ha parlato di “un giorno non buono per il Parlamento europeo” e di “un processo farsa di valutazione” dei commissari e vice presidenti designati. “Abbiamo detto fin dall’inizio che l’unico modo per ottenere una maggioranza stabile è lavorare insieme come europeisti. È evidente che stanno rompendo il patto di collaborazione. E non credo che d’ora in poi il Ppe non lavorerà più insieme all’Ecr. Lo vedremo anche stasera, sembra che tutti i diversi commissari saranno votati, compreso Fitto, senza alcun cambiamento nel portafoglio – spiega -. Sono abbastanza sicuro che l’Ecr sia molto felice. Ma onestamente non vedo la possibilità di un lavoro stabile con Ecr” da parte di Ppe, S&D e Renew Europe. L’Ecr “sarà ovviamente molto vittorioso perché Fitto passerà, ma io sto pensando al lungo termine e a questo tentativo dei tre di avere una dichiarazione che finge di avere una maggioranza stabile: non sarà così“.

Maltempo, Musumeci: “Serve il coraggio di una legge contro l’eccessivo consumo di suolo”

Il maltempo mette nuovamente in ginocchio un pezzo importante del territorio italiano. Le istituzioni sono in allerta ma si riaccende il dibattito su uno dei temi sempre in primo piano nell’agenda politica. Per il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, bisogna partire “dal principio che tutto quello che è stato fatto finora dal punto di vista dell’ingegneria idraulica non basta più, non serve più”. Anzi, “molte volte il cambiamento climatico rischia di diventare una sorta di alibi per la mancanza di prevenzione”, avverte. Ad essere precisi, il monito di Musumeci è che proprio “manca la priorità della prevenzione, in tutti gli enti locali ma anche a livello nazionale”.

Dunque, in concreto, il ministro individua “l’eccessivo consumo di suolo” tra le maggiori cause, ragion per cui “bisogna avere il coraggio di una legge che ponga un freno a questa prassi assolutamente deplorevole, perché dove arriva il cemento diventa il migliore complice dell’acqua”.

Un concetto che per una volta diventa trait d’unione tra maggioranza e opposizione. L’Italia “è un territorio fragile e serve un salto di qualità sulla prevenzione del dissesto idrogeologico. C’è bisogno di una legge per contrastare il consumo di suolo, perché si è cementificato troppo”, dice infatti la segretaria del Pd, Elly Schlein. Mentre il portavoce nazionale di Europa verde e deputato Avs, Angelo Bonelli, ‘invita’ la premier, Giorgia Meloni, a portare una norma su questo argomento in Cdm “invece di sfidare la magistratura”. I Cinquestelle, invece, si prendono qualche ‘rivincita’ su Musumeci: “Siamo contenti che dalle sue parti sia suonata una sveglia, ma è in ritardo. È da due anni che diciamo che il contrasto al dissesto idrogeologico deve essere messo in cima all’agenda politica”.

Sullo sfondo di questo nuovo capitolo del dibattito politico restano le parole del capo dello Stato al Festival delle Regioni, che si svolge a Bari. Domenica scorsa, infatti, Sergio Mattarella ha ribadito che “contrastare il cambiamento climatico e proseguire con decisione sulla via della decarbonizzazione sono obiettivi non rinunziabili”. Semmai, “le politiche ambientali vanno integrate nelle politiche per la crescita, non considerate un freno allo sviluppo. Lo sviluppo deve essere sostenibile, diversamente è vano e illusorio”.

Sono tanti i punti toccati dal presidente della Repubblica, a partire dalla necessità di “fare leva su una governance sovranazionale” per raggiungere i target delle transizione ecologica e digitale. Tenendo presente che non esiste una sola ricetta, anzi questi processi “vanno affrontati tenendo conto delle specificità culturali, economiche e sociali delle diverse aree del Pianeta”. Mattarella suggerisce di utilizzare lo sguardo dei più giovani sui temi ambientali: “A loro è chiaro come la natura non possa più essere considerata come una risorsa da utilizzare e da sfruttare”. Anche per evitare uno dei fenomeni più odiosi causati dai cambiamenti climatici: “Sovente sono all’origine delle disuguaglianze e, in ogni caso, le accrescono – ha messo in luce il capo dello Stato -. Basti pensare alla carenza di acqua potabile che interessa interi Stati o al fenomeno della desertificazione, entrambi causa di conflitti e di grandi migrazioni di massa”. Ecco perché, ha ripetuto ancora una volta Mattarella, “le politiche ambientali devono salvaguardare, quindi, le condizioni personali e sociali più deboli”.

Sperando che almeno su alcuni temi centrali per il futuro del Paese (e dell’Europa) ci possa essere, se non unità di intenti, quantomeno un fronte comune della politica.

Ue, in Germania sicuri: Fitto verso la vicepresidenza della Commissione

Il rumors arriva da dove meno se lo aspettava l’Italia. In quella che sembrava una tranquilla notte d’inizio settembre, il quotidiano tedesco ‘Die Welt‘ fa deflagrare la notizia che tutti aspettavano dalle parti di Palazzo Chigi: il nostro Paese sembra averla spuntata nella partita a scacchi con Ursula von der Leyen per la vicepresidenza al futuro commissario Ue, Raffaele Fitto.

Secondo le informazioni raccolte dal giornale, che cita diplomatici europei e fonti informate di Bruxelles, il rappresentante italiano avrà anche la delega all’economia e il monitoraggio dei vari piani di ripresa e resilienza europei, nati dai fondi del Next Generation Eu a cui si aggiungono quelli del RePowerEu. Se a novembre le voci partite dalla Germania dovessero trovare riscontro nei fatti, per il governo di Giorgia Meloni sarebbe una grande notizia, sul piano politico. La ‘famiglia‘ europea di cui fa parte, i conservatori dell’Ecr, infatti, hanno votato contro la conferma di Vdl a capo della Commissione, aprendo scenari finora molto incerti sulla redistribuzione degli incarichi.

La premier, però, ha sempre chiesto di separare il piano politico da quello istituzionale, dove il peso specifico del nostro Paese – a sua detta – deve essere misurato in base all’apporto dato all’Unione in termini economici. Un discorso che, stando alle informazioni carpite dal quotidiano tedesco, sembra aver fatto breccia nei ragionamenti di von der Leyen. Meloni, del resto, subito dopo il rientro a Roma dalla pausa estiva ha incontrato il capo del Ppe, Manfred Weber, per trovare sponde utili nel Vecchio continente. Un’operazione che, stando a quanto trapela da Berlino, sembrerebbe portare i frutti sperati.

Die Welt‘, però, fa anche altri nomi. Perché tra gli altri contendenti alla carica di vicepresidente sembrano avere ottime chance il francese Thierry Breton, il lettone Valdis Dombrovskis e la spagnola Teresa Ribera Rodriguez.

Per avere tutte le conferme del caso, comunque, basterà aspettare poche settimane, poco più di un mese al massimo. Nel frattempo Fitto resta al lavoro in Italia e già prende confidenza con i dossier di cui dovrà occuparsi a Bruxelles, sebbene ancora dall’altra parte della barricata. Ad esempio con la relazione della Corte dei conti Ue sul Pnrr. “Il Rapporto fornisce un quadro di insieme sullo stato di attuazione del Piano a livello europeo. Una sua lettura più attenta e non strumentale consente di capire che le osservazioni sui ritardi del Pnrr sono di carattere generale, riferite a tutti gli stati membri dell’Unione“, specifica in una nota la struttura di missione italiana. Sottolineando che “dai dati pubblicati ieri, in relazione all’attuazione del Pnrr italiano, si evince che la revisione portata a compimento dal governo, in accordo con la Commissione, è risultata fondamentale per evitare possibili ritardi“.

Cdm e vertice governo, inizia ‘l’autunno’ della politica. Riflettori sulla legge di Bilancio

Giornata piena a Palazzo Chigi, quella di oggi 30 agosto. Con il vertice di governo tra la premier, Giorgia Meloni, e i suoi vice, Matteo Salvini e Antonio Tajani, e il successivo primo Consiglio di ministri post-ferie, inizia ufficialmente ‘l’autunno’ della politica. No, le stagioni non sono cambiate – nonostante il clima continui a dare segnali di profonda sofferenza -, ma questo, storicamente, è il momento di ‘mettere a terra’, come si usa dire oggi, i progetti di lavoro da qui alla fine dell’anno.

In agenda sono tanti i temi da discutere, tra gli alleati di governo e maggioranza. La partita europea è chiusa, non nel senso che gli accordi siano stati già definiti con Ursula von der Leyen, anzi. Ma la quadra su Raffaele Fitto è stata trovata da tempo e domani in Sala del Consiglio, dopo lo scampanellio della premier, si tratterà solo di mettere il suo nome nero su bianco sul foglio da spedire a Bruxelles con oggetto: candidato italiano alla nuova Commissione Ue. Poi tutto passerà nelle mani della presidente Udl, alla quale staranno fischiando parecchio le orecchie da direzione sud-Europa, dopo il tour de force del leader Ppe, Manfred Weber, a Roma. La partita andrà avanti fino a novembre, mese nel quale la squadra sarà completata con giocatori e ruoli assegnati.

Nel frattempo l’Italia deve imbastire tutti i passaggi che dovranno portare alla prossima legge di Bilancio 2025. In primis, il Piano strutturale di bilancio da consegnare a Parlamento e Unione europea: il Mef garantisce che arriverà in Cdm nei tempi previsti, ovvero metà settembre. Il documento non è di poco conto, perché prende il posto della Nadef e da quello si capirà se i rumors sui tagli all’assegno unico per i figli, il lavoro femminile e le pensioni sono reali, o fake news come sostiene il ministero dell’Economia. Dalle opposizioni chiedono chiarezza anche sulle reali intenzioni del governo rispetto alla transizione ecologica e la conseguente conversione industriale, perché, a detta degli avversari di centrosinistra (se riusciranno a trovare la quadra sulla potenziale coalizione), la lotta ai cambiamenti climatici non sembra proprio essere in cima ai pensieri della maggioranza.

Uno scenario, questo, che richiama ancora una volta alla sfida europea. Perché a Bruxelles il centrodestra continua a chiedere di avere un’Ue “meno ideologica“, ergo razionalizzando i dettami del Green deal. Principio sul quale, invece, la rive gauche italiana (e non solo) non vuole cedere e insiste con i vertici delle istituzioni continentali per andare avanti. Forti anche del fatto che i voti a von der Leyen per la riconferma, loro, non li hanno fatti mancare. Come il Ppe, che vuole realismo per non sovraccaricare le imprese. Sarà un bel nodo da sciogliere, per la riconfermata presidente.

Altro punto: i trasporti. L’estate nera per l’intensa opera di infrastrutturazione delle linee ferroviarie starebbe volgendo al termine, ma da sciogliere restano comunque diversi nodi, soprattutto sull’alta velocità. Per inciso, il ministro Salvini esulta per il via libera della commissione Mase agli interventi sulla AV Salerno-Reggio Calabria.

C’è il tema lavoro, poi. Il rilancio del piano industriale italiano ed europeo, fortemente voluto da Adolfo Urso. Il ministro delle Imprese e il Made in Italy dovrà mettere mano a diversi dossier, primo tra tutti Stellantis, per la Gigafactory di Termoli (il tavolo è fissato per il 17 settembre) e non solo. C’è da capire se arriverà, come sperano a Palazzo Piacentini, un secondo produttore automobilistico (ma anche un terzo e un quarto). Inoltre, vanno risolti i tavoli di crisi aperti, incrociando le dita che i dati sul fatturato dell’industria (in calo su base annua, a luglio) non ne portino altri in dote. Allo stesso tempo, c’è da aiutare le imprese a mantenere uno standard elevato di export (che va a gonfie vele), potenziando l’internazionalizzazione delle nostre aziende nel mondo.

Agricoltura. Capitolo complicato, legato a doppio nodo sia al Green deal, per il contrasto ai cambiamenti climatici, sia al braccio di ferro sulle regole europee, che i nostri agricoltori contestano perché miopi e troppo restrittive nella competizione con mercati che, invece, hanno pochi ostacoli da superare.

Tutto questo scenario, infine, si incrocia con la partita politica delle prossime elezioni regionali. Si voterà in Liguria, Emilia-Romagna e Umbria: tre partite che potrebbero riaprire i giochi per il centrosinistra oppure chiuderli (per il momento) a favore del centrodestra e del governo. Anche di questo parleranno Meloni, Salvini e Tajani. Cosa che faranno pure nel campo opposto (vedremo se largo o meno). Per l’appunto, l’autunno della politica è già iniziato.

Nel 2024 cresce il reddito delle famiglie italiane. Meloni: “Aumento più forte tra Paesi G7”

Nella calura agostana arriva una notizia ‘rinfrescante’ per l’Italia. L’Ocse, infatti, certifica che nel primo trimestre del 2024 il reddito reale pro capite delle famiglie è aumentato dello 0,9% rispetto allo 0,3% del trimestre precedente, mentre il Prodotto interno lordo reale pro capite è cresciuto dello 0,3. “Tutte le economie del G7 hanno registrato un aumento del reddito reale pro capite delle famiglie nel primo trimestre del 2024. L’Italia ha registrato l’aumento più forte (3,4%), guidato da un aumento dei redditi da lavoro dipendente e dai trasferimenti sociali in natura, invertendo il calo del trimestre precedente”, ha sottolineato l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

I numeri fanno esultare la premier, Giorgia Meloni, dal buen retiro pugliese. “Finalmente i redditi stanno crescendo più dell’inflazione, dopo anni di perdita di potere d’acquisto delle famiglie”, scrive sui suoi canali social. Rimarcando che si tratta dell’aumento “più forte tra tutte le economie del G7”. Un risultato, sottolinea ancora Meloni, “ben superiore alla media Ocse dello 0,9%”, frutto anche “delle politiche del governo che hanno concentrato gran parte delle risorse disponibili al rinnovo dei contratti, ad aumentare le pensioni, a sostenere i salari attraverso il taglio del cuneo contributivo e la riduzione dell’Irpef, e per rafforzare i trasferimenti sociali in natura”. La presidente del Consiglio, però, non abbassa la guardia. “C’è ancora moltissimo da fare, ma questi segnali ci dicono che siamo sulla strada giusta. Continuiamo a lavorare con determinazione per un’Italia sempre più giusta e prospera”.

La politica, anche se in pausa estiva, comunque non perde l’occasione per commentare. Entusiastici, ovviamente, i toni della maggioranza. In particolare da Fratelli d’Italia: “I dati Ocse confermano il successo delle politiche del governo Meloni in favore delle famiglie. Un aumento del reddito reale di oltre il 3 per cento a fronte di una media Ocse dello 0,9 percento. È il frutto di un approccio che ha chiuso con i bonus, gli sprechi e i sussidi concessi senza alcun controllo”, dichiara il presidente dei senatori FdI, Lucio Malan.

Toni diametralmente opposti, invece, nelle opposizioni. È il Pd, con Arturo Scotto, a intervenire sul tema. “Consiglierei alla presidente Meloni meno trionfalismi sui dati Ocse. L’incremento del primo trimestre 2024 del reddito reale delle famiglie non risolve il tema sollevato dalla stessa Ocse appena due settimana fa: l’Italia è l’unico paese dell’area Ocse che non ha visto crescere i salari reali rispetto all’inflazione dal prepandemia. Sette punti ancora sotto”. Anche ad agosto la politica non va mai (veramente) in vacanza.