Energia e Inflazione, Italia chiede altra flessibilità ma Ue alza muro: “Già concessa”

La bolla dell’energia rischia di esplodere con troppo fragore, meglio correre ai ripari. L’Italia ha già incassato il via libera Ue a sforare i conti per le spese legate al rinnovo del mix energetico per circa 14 miliardi, ma ora serve di più, perché la situazione potrebbe finire fuori controllo a stretto giro di posta nel mix mortifero con l’inflazione.

Per questo motivo la premier, Giorgia Meloni, ha preso carta e penna per scrivere a Ursula von der Leyen: “Stiamo ponendo in Europa un’altra questione importante, con una lettera che oggi ho inviato alla presidente della Commissione rispetto all’impatto sui conti pubblici dell’aumento dell’inflazione rispetto a quella programmata”. La premier sottolinea che non si tratta di una questione solo italiana, però il nostro Paese si trova a fronteggiare questioni come gli adeguamenti automatici per legge, pensioni e assegno unico, per esempio: “Non si può non tenere in considerazione questo cambio totale dei conti, che non dipende dalle scelte che fa l’esecutivo, ma dipende dalla situazione contingente. Chiediamo che anche questo venga considerato”.

Naturalmente, sulla stessa lunghezza è anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che definisce “ovvia” la nuova richiesta di flessibilità. “Il sentiero della spesa è nominale che stiamo rispettando e siamo tra i più bravi – spiega -. Il problema è che quel sentiero della spesa nominale contiene un tasso di inflazione programmato, all’epoca, da parte della Commissione, evidentemente molto inferiore: credo fosse l’1,8% rispetto a quello che si è verificato. Quindi, è chiaro che quel sentiero di spesa, visto che nel bilancio ci sono poste indicizzate all’inflazione, diventa difficile da mantenere. Ma non per noi, per tutti”. L’obiettivo ora è, dunque, far aggiungere il punto all’ordine del giorno della prossima riunione dell’Ecofin e nella prossima riunione del Consiglio europeo, tra due settimane.

Anche se da Bruxelles una prima risposta è già arrivata, addirittura prima che la missiva a von der Leyen arrivasse (è stata ricevuta nella serata di giovedì 1 ottobre, come confermato da un portavoce della Commissione Ue). Perché nel briefing con la stampa, a domanda dei cronisti, la portavoce della Commissione Ue, Paula Pinho, ha replicato senza esitazioni: “Abbiamo già concesso maggiore flessibilità agli Stati membri”. Peraltro, ricorda che proprio un paio di settimane fa Roma chiesto l’attivazione della clausola sui bilanci, relativa a difesa e, appunto, energia.

“Mentre entriamo nel quarto trimestre dell’anno, le speranze di una rapida risoluzione della crisi in Medio Oriente sono state deluse e i mercati energetici rimangono estremamente tesi – scrive Meloni a vdL -. Il prezzo del petrolio greggio in euro è superiore di quasi l’80 per cento rispetto all’inizio dell’anno; il gas naturale è più costoso del 156 per cento. Sebbene la maggior parte degli Stati membri sia intervenuta per frenare l’aumento dei prezzi dei carburanti e delle bollette, il reddito disponibile reale delle famiglie sta subendo un duro colpo, con l’inflazione complessiva che a settembre ha raggiunto un nuovo massimo. Inoltre, la competitività delle imprese europee è stata gravemente compromessa dall’aumento dei costi energetici. In questo contesto, i percorsi di spesa netta concordati nell’ambito del quadro di bilancio europeo lasciano un margine limitato per attenuare l’impatto sulle famiglie e sulle imprese senza ricorrere a misure di inasprimento in un momento caratterizzato da significativi rischi al ribasso per l’economia”.

La presidente del Consiglio, poi, continua: “Sebbene questa caratteristica delle regole di bilancio dell’Ue miri a garantire la solidità dei conti pubblici nel medio termine, dovremmo comunque cercare modi per utilizzare almeno una parte delle entrate aggiuntive al fine di attenuare l’aumento dei costi energetici in modo temporaneo e mirato”. Meloni annota ancora: “Tuttavia, vi è un altro problema legato alle regole di bilancio nel momento in cui aggiorniamo i nostri piani di bilancio per il 2027. Infatti, il tetto alla crescita della spesa netta è fissato in termini nominali e, in quanto tale, potrebbe non tenere pienamente conto dell’impatto di bilancio di un’inflazione che superi in modo significativo le proiezioni alla base del percorso di spesa netta concordato, ovvero del fatto che la spesa pubblica possa aumentare a causa di meccanismi e processi di mercato al di fuori del controllo del governo“.

Meloni porta, ovviamente, il caso Italia: “La dotazione di spesa direttamente influenzata da un’inflazione che supera in modo significativo le proiezioni alla base del piano di bilancio è pari al 20,4% del Pil. Altre componenti di spesa che subiranno l’impatto di un’inflazione più elevata già nel 2027 ammontano al 12,0% del Pil“. A Roma sono tutti “consapevoli del rischio di modificare le regole di bilancio di recente introduzione che perseguono un obiettivo che tutti condividiamo, ovvero la sostenibilità del debito. Siamo inoltre pienamente consapevoli degli impegni assunti dall’Italia nell’ambito della procedura per i disavanzi eccessivi in corso e della necessità di rispettare il percorso correttivo della spesa netta – aggiunge nella lettera -. Tuttavia, riteniamo che il quadro di bilancio lasci alla Commissione europea il margine necessario per tenere conto dei fattori rilevanti che ho appena evidenziato nel valutare ex ante la conformità alla regola di spesa in occasione dell’esame dei prossimi progetti di piano di bilancio”.

Per ora la situazione è tamponata dalle tariffe offerte sul mercato dalle varie aziende, come Enel, Eni, A2A, Hera che offrono possibilità di sconto sulle tariffe che vanno dal 30 al 50 percento del prezzo di mercato attuale. Ma il rischio è che questo possa non bastare: “Lo so, contro il caro energia bisogna fare di più, costruire soluzioni strutturali di lungo periodo”, dice con consapevolezza la stessa Meloni alla platea degli artigiani della Cna.

Quello delle bollette, ovviamente, non è l’unico fronte aperto su cui Palazzo Chigi deve tenere le antenne sempre dritte. Perché la questione carburanti non è affatto risolta (la benzina cala a 2,084 euro al litro e il gasolio a 2,285 euro sulla rete stradale; verde a 2,122 euro e diesel a 2,328 euro sulle autostrade), nonostante le iniziative di Eni, Ip e Q8 di applicare un price cap alla pompa, a cui oggi si aggiunge anche Tamoil, dopo le interlocuzioni dei giorni scorsi tra la Presidenza del Consiglio e il governo libico. “Abbiamo lanciato un appello alle società energetiche e sono fiera che Eni, Socar e Q8 abbiano già aderito – mette in luce sempre Meloni -. E voglio ringraziare anche Tamoil, che oggi si è aggiunta”.

Nel frattempo, il brent viaggia poco sopra i 100 dollari al barile e lo spread sui bund tedeschi a 10 anni sui 112 punti base, con un aumento oltre l’8%. Segnali di cui il governo tiene conto e che monitora attentamente, anche alla vigilia del Cdm che dovrà varare il nuovo Documento programmatico di finanza pubblica, al centro di un incontro a Palazzo Chigi tra la premier, Giorgia Meloni, i suoi vicepresidenti, Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Lo spazio si restringe per la situazione geopolitica e i conti vanno fatti al centesimo. Anzi, visto l’andamento dei carburanti, anche al millesimo, se è il caso.

Carburanti restano oltre i 2 euro, Eni fissa price cap. Urso e Pichetto convocano i raffinatori

I prezzi dei carburanti restano ben oltre la soglia di pericolo: 2,154 euro al litro per la benzina e 2,338 euro per il gasolio sulla rete stradale. Da domani, 26 settembre, poi, il taglio delle accise sul diesel scende del 50%, a 6,1 centesimi, per effetto dell’ultimo decreto approvato dal governo.

I campanelli d’allarme suonano forte da tempo dalle parti dell’esecutivo, ma i venti di guerra in Iran (e Ucraina, ovviamente) non accennano a placarsi. Una soluzione, dunque, non è a portata di mano. Le imprese da mesi puntano il dito contro le scelte dell’Europa che, di fatto, hanno messo fuorigioco gli impianti di raffinazione del petrolio, ma il tema torna di forte attualità in questa fase di crisi e rincari. Al punto che i ministri Adolfo Urso e Gilberto Pichetto Fratin hanno deciso di convocare per l’8 ottobre prossimo, alle ore 16.30, al Mimit, le società che operano nel settore della raffinazione e della produzione di beni e prodotti derivati.

A Palazzo Piacentini sono invitati Unem, l’algerina Sonatrach, Socar-IP, Iplom, KPI, Alma Petroli, Ludoil-Isab, Saras, Innovhub e Eni per valutare insieme come poter “aumentare la produzione dei principali prodotti per mitigare gli effetti dell’attuale scenario internazionale sull’approvvigionamento del Paese”, fanno sapere dal Mimit. Non è escluso che, una volta terminato il giro di consultazioni con gli operatori del settore, possa essere necessario un intervento normativo, in linea con le misure varate dal governo nell’ultimo mese per aumentare l’attività estrattiva sul territorio italiano.

Nel frattempo, il ‘tampone‘ all’emorragia di prezzi è nelle mani delle singole compagnie. In questo senso una nota più che positiva è rappresentata da Eni, che ha scelto di applicare per trenta giorni un tetto massimo al prezzo dei propri carburanti venduti nelle stazioni Enilive di 2,19 euro al litro per il gasolio e 1,99 euro per la benzina, a partire dal 28 settembre. Un “nuovo contributo di solidarietà al Paese, ai consumatori e alla propria clientela”, la definisce la società guidata da Claudio Descalzi, che potrebbe estendere il price cap sino alla fine dell’anno, anche se questo dipenderà dall’andamento del mercato e degli approvvigionamenti.

Eni riceve il ringraziamento del governo italiano per “un lodevole atto di attenzione all’Italia, che va nella auspicata direzione di calmierare il caro carburante che, a causa del difficile contesto internazionale, sta colpendo le famiglie italiane”. Cogliendo la palla al balzo, il ministro degli Esteri e leader di FI, Antonio Tajani, porta Eni ad esempio di Sistema Paese e affonda il colpo politico: “Questa è la strada, non interventi dirigisti o nuove tassazioni costruite attorno al concetto degli extraprofitti”.

Il plauso arriva anche dai consumatori, da Unc a Condacons e Assoutenti, che invitano tutti i marchi a seguire l’esempio del Cane a sei zampe. “Certo è possibile che questa mossa voglia ridurre le possibilità di una tassazione sugli extraprofitti avanzata da molti in questi mesi, ma ha poca importanza”, ammette lo stesso presidente dell’Unione italiana consumatori, Massimiliano Dona.

Anche a livello locale le Regioni iniziano a muoversi. Il Friuli Venezia Giulia, ad esempio, dal 1 ottobre aumenterà di altri 5 centesimi al litro lo sconto regionale sui carburanti, che in Area 0 raggiungerà i 39 centesimi al litro per la benzina e 30 per il gasolio. La Sicilia, invece, stanzia 15 milioni di euro per gli autotrasportatori: una prima quota, fino a 50 mila euro, potrà essere riconosciuta in regime di ‘super de minimis’, mentre per la parte ulteriore, fino alla copertura complessiva del 70% dei rincari, la Regione chiederà alla Commissione Ue l’autorizzazione alla deroga.

Ossigeno puro per famiglie e imprese, soprattutto quelle dell’autotrasporto, che al momento scelgono di non mettere sul tavolo l’ipotesi dello sciopero ma, avverte la presidente di Assotir, Anna Vita Manigrasso, “se il governo rimarrà inerte i trasportatori non si fermeranno per protesta, ma perché senza gasolio i camion non si accendono”.

Meloni: “Crescono Pil e redditi”. Ma per le opposizioni è “solo un suo grande Truman show”

Giorgia Meloni promuove il suo governo. Fin qui, nulla di strano. La premier sulle colonne di ‘Milano Finanza‘ traccia un bilancio dei traguardi economici raggiunti in questi quattro anni e parte da un dato: “L’economia italiana sta tenendo bene. E i dati dei primi trimestri 2026 sono incoraggianti, con una crescita dell’1% rispetto ad aprile-giugno 2025 e una progressione acquisita per il 2026 dell’0,8%”. Il quadro internazionale è a dir poco turbolento, ecco perché Meloni attribuisce alla stabilità della sua squadra gran parte dei meriti. Che per la presidente del Consiglio comprende anche quelli per un “incremento del Pil pro-capite che rispecchia l’effettiva ricchezza dei cittadini”, crescendo “di quasi 4.500 euro rispetto al 2022”, anno in cui si è insediata a Palazzo Chigi.

Questo è il ‘passato’, ora davanti a sé l’esecutivo ha la sfida della nuova legge di Bilancio, l’ultima della legislatura, da pianificare con attenzione sfruttando al meglio la flessibilità Ue, sia sulle spese per la difesa sia, soprattutto, sull’energia. “Cercheremo di utilizzare al meglio le risorse aggiuntive ora disponibili: parliamo di 14 miliardi di euro in più nel prossimo biennio per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi sulle famiglie vulnerabili e sulle imprese, ma più in generale di tutti gli italiani”.

Questo in attesa di buone notizie da Bruxelles, dove l’Italia non ha affatto mollato la presa sulla revisione dell’Ets, la tassa sulle emissioni inquinanti dell’industria. “La proposta della Commissione europea non ci soddisfa affatto – dice la leader di FdI -. Contiene alcuni elementi positivi, ma non è sufficiente”. Tra l’altro, proprio sull’energia, Meloni conferma l’obiettivo di tornare a sfruttare la leva del nucleare, “con grande velocità e concretezza” se possibile. La summa del discorso della premier arriva ai conti pubblici: “Quando questo governo si è insediato il rapporto deficit-Pil era all’8,1%, oggi è sceso al 3,1%”. Ragion per cui “uscire dalla procedura d’infrazione è un obiettivo alla nostra portata”.

C’è, però, un rovescio della medaglia che Banca d’Italia porta sotto i riflettori. Perché lo scorso mese di giugno il debito pubblico del nostro Paese ha rotto la barriera dei 3.200 miliardi. Sono 3.207,2 per la precisione: 26,2 miliardi in più rispetto a maggio. Un incremento che “riflette il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche (13,3 miliardi), la crescita delle disponibilità liquide del Tesoro (9,8 miliardi, a 61,7), nonché l’effetto degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (3,1 miliardi)”, spiega Bankitalia.

Politicamente, si tratta di una freccia all’arco degli oppositori della premier, che comunque bollano come un “grande Truman Show” il racconto dell’Italia fatto dalla premier, secondo il senatore e responsabile Economia del Pd, Antonio Misiani: “Esiste solo nella sua immaginazione”. Giudizio negativo anche da Avs: “Racconta di un paese che non c’è. Sull’energia siamo il paese europeo che sta subendo maggiormente la crisi di Hormuz per colpa del negazionismo climatico della destra”, commenta il capogruppo al Senato, Peppe De Cristofaro. Stesso copione anche per il M5S: “Meloni sostiene che l’Italia sia ‘più forte di prima’. Ma più forte per chi? – si domanda il vicepresidente pentastellato, Mario Turco -. Sicuramente per le banche, per i grandi gruppi energetici e per l’industria delle armi. Certamente non è più forte l’Italia delle famiglie”.

A proposito delle famiglie, non si ferma la risalita dei carburanti: sulla rete stradale nazionale la benzina aumenta di 2 centesimi e arriva a 1,989 euro al litro, mentre il gasolio addirittura di 5 centesimi toccando i 2,087 euro. Non va meglio sulle autostrade, con la benzina a 2,067 euro al litro, 3 centesimi in più rispetto alle 24 ore precedenti, e il gasolio a 2,164 euro, addirittura 6 centesimi in più del 13 agosto. Non una buona notizia alla vigilia di Ferragosto.

Mattarella compie 85 anni, riconoscimento bipartisan: “E’ un punto di riferimento per l’Italia”

Sergio Mattarella compie 85 anni. Il presidente della Repubblica taglia un traguardo importante, nel decimo anno di permanenza alla guida del Quirinale.

Sono diversi gli attestati di stima e affetto che arrivano all’indirizzo del capo dello Stato, riconosciuto da tutti, unanimemente, come “punto di riferimento” per l’Italia. Tra le telefonate ricevute da Mattarella c’è ovviamente quella della premier, Giorgia Meloni, che ha fatto gli auguri al presidente a titolo personale e di tutto il governo, ribadendogli la “profonda considerazione e riconoscenza per il costante impegno al servizio della Nazione”.

Gratitudine per la “costante attenzione” con cui viene accompagnata la “vita ecclesiale e sociale” dell’Italia e l’affidamento ai suoi santi patroni, Francesco d’Assisi e Caterina da Siena: così Papa Leone XIV si rivolge al presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, in un telegramma inviato oggi. Un augurio che, recita ancora il testo, si accompagna alla benedizione apostolica impartita ai familiari, ai collaboratori e alla stessa “cara Italia”.

Dalla comunità del Pd è Elly Schlein a portare “i più sinceri auguri” a Mattarella di buon compleanno. La segretaria dem sottolinea come “non saremo mai sufficientemente grati per il suo servizio alla Repubblica e alla sua dignità internazionale” perché “le sue parole e i suoi atti sono e rimangono un riferimento per tutti. E l’affetto del popolo italiano nei suoi confronti ne è la testimonianza più chiara ed evidente”.

Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, poi, mette in luce come “nel suo alto magistero di garante di tutti gli italiani e guida autorevole delle istituzioni, il presidente Mattarella rappresenta un punto di riferimento saldo e imprescindibile per la nazione”. Per questo va “a lui la gratitudine mia personale e del Senato”. Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, poi, lo definisce “autorevole custode dei valori della Repubblica”.

Non mancano nemmeno gli auguri dei sindaci e dei presidenti di Regione, figure che Mattarella in questi anni ha sempre tenuto in grande considerazione per il lavoro svolto quotidianamente, sui territori, come primo presidio delle esigenze dei cittadini.

Sul presidente della Repubblica si ferma anche la contesa politica, con riconoscimenti e attestati di stima che arrivano da sinistra, centro e destra: da Alleanza verdi e sinistra a Fratelli d’Italia, dal Movimento 5 Stelle alla Lega, e Forza Italia, Verdi, Italia Viva, Noi Moderati. Una voce quasi unica dalla politica come non accade spesso, anzi quasi mai.

Per Mattarella, però, l’85esimo compleanno è anche l’amarezza per la morte del capo reparto dei vigili del fuoco Alessandro Marchì, durante le operazioni di spegnimento di un vasto incendio della vegetazione scoppiato in provincia di Caltanissetta, nella sua Sicilia. Il capo dello Stato ha espresso il suo cordoglio in un messaggio al capo del dipartimento, il prefetto Attilio Visconti, nel quale si dice “profondamente rattristato” esprimendo al corpo nazionale “la mia solidale vicinanza” e ai familiari di Marchì “le espressioni di commossa partecipazione al loro cordoglio”.

Meloni: “Né antiamericana oggi né inginocchiata ieri, con Trump sono stata franca”

Giorgia Meloni prova a superare l’impasse del rapporto personale con Donald Trump rilanciando l’amicizia con gli Usa. Ospite di ’10 minuti’, la trasmissione di approfondimento di Rete4, la premier torna sullo scontro con il presidente Usa, rispondendo indirettamente alle critiche dei suoi oppositori: “Non sono antiamericana oggi, non ero inginocchiata ieri: credo che l’Occidente sia più forte unito e credo che l’Italia sia più forte in un Occidente unito”.

La responsabile di Palazzo Chigi batte più volte sulla franchezza dei rapporti in politica, soprattutto in quella estera, nei suoi ragionamenti. Rispetto a Trump sottolinea di essere “una persona che non si fa certamente mancare di rispetto da nessuno, come non manca di rispetto a nessuno”. Ma il tema ricorre anche quando le viene chiesto del presidente della Repubblica francese: “Non ho mai litigato con Macron. Delle volte siamo d’accordo, altre no”. Dimostrazione ne è il vertice Italia-Francia di Evian di pochi giorni fa, che Meloni definisce “un buon vertice”.

Nel quadro internazionale non manca la domanda su Mark Rutte, che ha parlato di 500 voli Usa partiti dalle basi in Italia alla volta dell’Iran. Un’uscita che ha sollevato un grande tumulto, inutile girarci attorno. Così come ha scatenato retroscena e dietrologie sulla necessità di certe affermazioni del numero uno del segretario generale della Nato. “Il segretario Rutte è stato approssimativo, francamente. Dopodiché, quel numero, che comprendo a molti colpisca, è un po’ più basso dell’analogo numero dello stesso periodo di tutti gli anni precedenti”, prova a girare la chiave di lettura Meloni. Aggiungendo che “in realtà quei voli rientrano nelle normali attività delle basi americane in Italia e noi, come abbiamo detto in Parlamento che avremmo fatto, abbiamo autorizzato ciò che era previsto dagli accordi e etico, cioè che non porta azioni offensive”. Dunque, solo “attività di natura tecnica e logistica”.

Meloni non si sottrae dalle domande di politica interna, prima confermando la convinzione che il salario giusto sia la risposta molto più del salario minimo chiesto da una parte delle opposizioni. Così come fa capire di averci puntato davvero tante delle sue fiches politiche sul Piano casa.

C’è, però, un altro tema di cui prima Meloni non aveva mai parlato così esplicitamente. Se vogliamo, si tratta di una ‘prima‘ quasi assoluta per l’attuale premier, che stavolta dice di puntare al Quirinale. Non per se stessa (almeno non apertamente), ma per la coalizione di centrodestra: “Tante cose sono cambiate in questi anni, non è detto che non possa essere superato anche quest’altro grande tabù di un presidente della Repubblica non di centrosinistra”. Meloni ci crede, si intuisce. Anche se non rinuncia a mettere un po’ di carne (politica) sul fuoco per alimentare il suo elettorato quando, a domanda se esiste un establishment che soffrirebbe questa possibilità, non solo conferma ma addirittura ‘raddoppia’: “È vero che questa eventualità è terribile per un certo establishment”. Quale sia, però, non lo chiarisce. Nel frattempo la partita per il Colle è evidentemente cominciata.

Pnrr, Meloni: “Siamo stati all’altezza”. Foti: “Decima rata grazie a battaglia su revisione”

Nove rate del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza su dieci sono state realizzate, con tutti gli obiettivi, resta da ricevere l’ultima da 28,4 miliardi, che prevede 159 obiettivi. “Poco meno di quattro anni fa abbiamo ereditato una grande responsabilità: portare avanti il Pnrr più consistente d’Europa, sia dal punto di vista finanziario che degli obiettivi da raggiungere”, ricorda la premier, Giorgia Meloni, parlando di una sfida che “alcuni consideravano molto complessa, altri addirittura proibitiva, qualcuno perfino impossibile da vincere”.

Eppure, rivendica la presidente del Consiglio, “non ci siamo scoraggiati, ci siamo messi subito al lavoro. Pancia a terra, fin dal primo istante”. La prima ministra interviene a un confronto a Milano sul modello Pnrr, per fare sistema e orientare il futuro.

Roma in questi quattro anni è riuscita a fare approvare da Bruxelles la revisione del Piano, per adattarlo alle nuove priorità. Sono stati rivisti gli obiettivi, corrette le criticità, integrato il Piano con il RePowerEU, gli investimenti sulla sicurezza energetica. “Non è stato ovviamente un cammino semplice, però abbiamo rispettato la tabella di marcia e oggi possiamo rivendicare con un pizzico di orgoglio che siamo stati all’altezza del compito”, scandisce la presidente del Consiglio. L’Italia ha “raggiunto e mantenuto nel tempo il primato europeo” nell’attuazione del Piano, afferma.

Finora, sono stati ricevuti 166 miliardi di euro, raggiunti 416 traguardi, finanziati 660 mila progetti, di cui 550 mila conclusi e circa 100 mila in fase avanzata di realizzazione. “Ora ci rimane da fare l’ultimo miglio, probabilmente il più impegnativo. Ma, come accade anche nello sport, questo è il momento decisivo, nel quale bisogna dare il massimo e spingere il più possibile sull’acceleratore. Perché il traguardo è in vista e manca davvero pochissimo per tagliarlo”, sollecita Meloni.

“Siamo nelle condizioni di dover fare tre volte gli sforzi medi in un terzo dei tempi a disposizione”, ammette Tommaso Foti, Ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione.

Anche Foti rivendica la battaglia della revisione del Piano: “Siamo stati gli unici a dire che secondo l’articolo 21 di quel regolamento si poteva fare, tra i fischi di tutta l’opposizione. I fatti hanno dimostrato che se non fossimo intervenuti come siamo intervenuti, probabilmente oggi non avremmo da poter dire che il nostro obiettivo futuro è la decima rata, perché non avremmo preso le rate precedenti“.

Ora si inizia a guardare al dopo. Le progettualità avviate “non si esauriscono con la scadenza del Piano e devono essere accompagnate fino al completamento“, osserva da Roma l’Ad del Gruppo FS Stefano Donnarumma, che definisce “strategico, ma direttamente industriale” l’obiettivo di portare fino in fondo i grandi progetti infrastrutturali che hanno conosciuto una forte accelerazione, ricordando che FS è soggetto attuatore del Pnrr per circa 25 miliardi.

Donnarumma propone di porsi fin d’ora il problema di “come garantire continuità agli interventi già avviati, assicurando capacità di finanziamento e pianificazione per opere che richiederanno ancora anni di lavoro“. Tra le opere citate figurano la Napoli-Bari, che consentirà in pochi anni di collegare Roma e Bari in tre ore, la chiusura della Tav sul collegamento Torino-Venezia, il Terzo Valico, strategico per ampliare l’accesso ai valichi transalpini a partire dal porto di Genova, e la Salerno-Reggio Calabria, destinata a ridurre di oltre un’ora i tempi di percorrenza. Si tratta, ha sottolineato, di interventi che “valgono miliardi di investimenti“, tra risorse già impiegate e risorse ancora da mobilitare, e che richiedono capacità di finanziamento e pianificazione non solo aziendale, ma condivisa con tutti gli enti coinvolti e con la finanza pubblica.

Incontro Cirielli-Paramonov diventa un caso. Tajani: “Non abbiamo rotto le relazioni con Mosca”

Maria Elena Ribezzo

 

L’incontro tra Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri in quota Fratelli d’Italia, e l’ambasciatore russo Aleksej Vladimirovichc Paramonov, imbarazza il governo e diventa un caso.

Se le le opposizioni parlano di gioco delle parti e gridano alle dimissioni del vice di Antonio Tajani, il ministro degli Esteri davanti alle telecamere tenta di stemperare le polemiche e ricorda: “Non abbiamo rotto relazioni diplomatiche con la Federazione Russa”, precisando che in Russia operano anche 340 imprese italiane. Il colloquio, avvenuto diverse settimane fa, a detta del vicepremier è servito a ribadire la posizione italiana e “non si è svolto in segreto” ma al ministero degli Esteri e alla presenza di funzionari della Farnesina.

Intervistato dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti, il mese scorso, l’ambasciatore di Mosca aveva accusato Meloni di “adottare la condotta dello struzzo“, fingendo cioè che “l’assenza di cooperazione e di dialogo con la Russia non stia avendo alcun tipo d’impatto sull’Italia“. Il senatore di Azione Marco Lombardo ricorda però che Cirielli aveva già incontrato in passato esponenti del governo georgiano filo-russo, nonostante “tutte le critiche che avevamo presentato dalle opposizioni per un regime che opprime il popolo georgiano per le sue posizioni pro-Ue“. In quell’occasione la Farnesina e il Governo “erano informati“, scrive su X il senatore, accusando l’esecutivo di creare deliberatamente un cortocircuito rispetto al tema delle relazioni con la Russia: “A parole sono tutti dalla parte dell’Ucraina e delle sanzioni alla Russia, ma nei fatti sono il ventre molle della Russia in Europa”. Il partito di Carlo Calenda, inoltre, chiede in un’interrogazione al ministro degli Esteri “quale fosse il fine dell’incontro, quali temi siano stati affrontati, quale previa autorizzazione o intesa vi fosse tra il Viceministro Cirielli e il Ministro degli esteri e il Presidente del Consiglio; se il ministro non ritenga che, ove l’iniziativa non sia stata preventivamente autorizzata, il viceministro Cirielli debba rassegnare le dimissioni e, ove sia stata invece autorizzata, se il ministro non ritenga che il Governo debba immediatamente riferire al Parlamento le ragioni di questa scelta così equivoca e compromettente, ben diversa dalla normale routine diplomatica con un Paese sottoposto a sanzioni per una guerra di aggressione“.

La vicenda lascia “sconcertati” per il responsabile Esteri di Italia Viva, Ivan Scalfarotto, che domanda al governo di spiegare per quale motivo un esponente di spicco del partito della premier voglia “riavvicinarsi a Mosca“: “Non so quale delle due ipotesi che circolano sia la peggiore, se Cirielli ha agito di sua iniziativa o se, come egli stesso sostiene, l’incontro era noto alla Farnesina. In ogni caso di ‘prassi’ non c’è proprio nulla e Cirielli farebbe bene a lasciare l’incarico“, sottolinea Scalfarotto, ricordando che la Russia è “un paese invasore, che rifiuta la pace, e che ha più volte tenuto posizioni aggressive nei confronti del nostro paese“.

Sulla vicenda, il Partito democratico presenta un’interpellanza urgente a Meloni e Tajani. L’iniziativa, promossa dai deputati democratici della commissione Esteri della Camera impegna il Governo a chiarire tre questioni: se possa fornire una ricostruzione puntuale dell’incontro tra Cirielli e Paramonov, indicando con precisione la data, il luogo, le modalità di svolgimento e i principali temi trattati nel corso del colloquio; se e con quali modalità premier e vicepremier siano stati informati dell’incontro e dei suoi contenuti; se l’esecutivo ritenga che l’incontro, pur rientrando nelle normali prassi diplomatiche, sia “coerente con la linea politica ufficiale dell’Italia nei confronti della Russia” e con gli impegni internazionali assunti nell’ambito dell’Unione europea, e se intenda assumere iniziative volte a garantire una piena trasparenza parlamentare in merito a tali interlocuzioni future.

Iran, Meloni sente Starmer, Macron e Merz: “Diplomazia e stretto coordinamento militare”

Photo credit: governo.it

 

Per gestire in maniera coordinata la crisi in Medio Oriente, Giorgia Meloni sente il premier britannico Keir Starmer, con il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

“Nelle prossime ore e nei prossimi giorni saranno fondamentali un’intensa attività diplomatica e uno stretto coordinamento militare“, fa sapere in una nota il numero 10 di Downing Street. I leader condannano gli attacchi dell’Iran, accolgono con favore la “competenza di primo piano nel campo dell’intercettazione dei droni che il presidente Zelensky ha offerto ai partner nella regione” e sottolineano “l’importanza di garantire che il sostegno all’Ucraina continui su larga scala“.

“Continuiamo a seguire con la massima attenzione gli sviluppi della crisi in Medio Oriente“, conferma sui social la premier italiana, assicurando che il Governo è al lavoro “senza sosta”, in contatto con gli alleati e con i partner della regione, per monitorare la situazione e tutelare la sicurezza dei concittadini.

“Stiamo vigilando su tutti i fronti, dalla sicurezza agli effetti economici della crisi, valutando ogni possibile azione di mitigazione in questi ambiti“, scrive Meloni, ribadendo che l’Italia “continuerà a fare la sua parte con responsabilità e determinazione“. L’11 marzo, la presidente del Consiglio sarà in Parlamento per le comunicazioni sulla situazione internazionale.

Per il momento, insiste la premier, la priorità è “proteggere i nostri connazionali e lavorare, insieme ai nostri principali partner e alleati, per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un ritorno alla diplomazia e al dialogo tra le parti“.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani riunisce in videoconferenza le ambasciate italiane, incontra alla Farnesina l’ambasciatrice in Iran Paola Amadei, rientrata da Baku per fare il punto con il ministro sulla situazione, e riceve gli ambasciatori in Italia dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Lega Araba, Azerbaijan e Turchia.

Dagli Emirati oggi, venerdì 6 marzo, partiranno 2.500 italiani complessivamente. Il ministero lavora anche al rientro di altri cittadini da Israele, che partiranno dall’Egitto. Per quanto riguarda le Maldive, è partito un primo volo NEOS, ma nelle isole sono rimasti bloccati circa 3.300 turisti: “Ci vorrà qualche giorno, perché stiamo dando priorità alle aree di guerra”, spiega Tajani.

Nella serata del 5 marzo sono usciti dall’Iran, e sono arrivati in Azerbaijan, tutti i cittadini italiani che volevano lasciare il paese e con loro anche gli ultimi diplomatici e tutto il personale dell’ambasciata italiana.

L’ambasciata resta temporaneamente chiusa a Teheran, ma aperta a Baku, chiarisce il vicepremier: “Continuiamo a avere un’ambasciata presso l’Iran che opererà però dalla capitale dell’Azerbaigian, quindi non c’è assolutamente un’interruzione delle relazioni diplomatiche, perché in questo momento noi crediamo che si debba continuare a parlare, il dialogo deve rimanere sempre aperto, il nostro obiettivo è quello di raggiungere nel tempo più rapido possibile la fine delle ostilità”.

Piano Mattei, Meloni: “Mobilitati miliardi, ora ha respiro internazionale”

Photo credit: video Presidenza del Consiglio dei ministri

 

Giorgia Meloni vola da Bruxelles ad Addis Abeba per tastare il polso del Piano Mattei e continuare il lavoro per fare da pontiera con l’Europa. “Stiamo rivoluzionando il modo di approcciare all’Africa”, rivendica la premier aprendo i lavori del secondo vertice Italia-Africa, accanto ad Abiy Ahmed Ali, presidente dell’Etiopia, che ospita anche la sede dell’Unione Africana.

Domani, sabato 14 febbraio, Meloni parteciperà anche, come ospite d’onore, alla riunione annuale dell’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’UA. Un invito letto come un segnale politico di fiducia e di apprezzamento dell’Organizzazione per il percorso di cooperazione consolidato negli ultimi tempi.

In questi due anni, scandisce la premier durante il vertice, “abbiamo avviato e concluso progetti concreti di grande impatto sociale, mobilitando miliardi di euro tra risorse pubbliche e risorse private”. Il metodo coinvolge diverse energie della Penisola: imprese, università, mondo della cooperazione e della ricerca, un “patrimonio di eccellenze che ha lavorato in modo coordinato per perseguire un obiettivo comune”, spiega Meloni.

Oggi il Piano è cresciuto e non è più un’iniziativa solo italiana, ma una “strategia di respiro internazionale“, grazie alle sinergie strutturate costruite insieme alle principali agenzie delle Nazioni Unite, all’Unione Europea, all’Unione Africana, al G7, ai “tantissimi partner che condividono la nostra visione, dall’Europa fino al Golfo, passando per l’Africa orientale“, ricorda la prima ministra.

“L’Italia ha articolato una visione lungimirante per fungere da ponte tra l’Europa e l’Africa”, conferma il presidente Ali, parlando di una strategia unificata che “si basa su partenariati e benefici reciproci”.

Il Piano non vuole attuare un pacchetto di progetti, ma ha l’ambizione di dare forma a un “patto tra nazioni libere” che scelgono di lavorare insieme perché “si fidano l’una dell’altra e sanno trovare insieme le aree di collaborazione nelle quali poter fare la differenza in un’ottica di benefici condivisi“.

Energia (con le interconnessioni tra le diverse sponde del Mediterraneo, lo sviluppo delle rinnovabili e dei biocarburanti) sicurezza alimentare (con il sostegno delle filiere locali), infrastrutture fisiche e digitali, sanità, industria, lavoro, giovani sono i pilastri. Tutti legati dal “filo rosso” della formazione perché “il nostro obiettivo non è quello di creare nuove dipendenze, ma quello di sostenere il protagonismo dei popoli africani e costruire vere opportunità di riscatto e questo è possibile solo se si mette al centro la valorizzazione del capitale umano, fin dai primi anni di scuola“, scandisce la presidente del Consiglio.

Insieme, le fa eco il presidente etiope, “possiamo forgiare un nuovo rapporto tra l’Italia e l’Africa che non si basi sulla dipendenza, ma sulla dignità; non sullo sfruttamento, ma sulla prosperità condivisa. Non sul passato, ma sul futuro”.

 

Ponte Stretto, governo abbassa i toni ma avanti sull’opera. Salvini: “Mettiamo i fondi in sicurezza”

Sbollita la delusione per la mancata registrazione della delibera Cipess sul Ponte sullo Stretto, a Palazzo Chigi i toni sulla Corte dei conti si attenuano. Non cambia l’obiettivo: “Procedere con la realizzazione dell’opera”. È questa la sintesi del vertice di questa mattina tra la premier, Giorgia Meloni, i suoi due vice, Matteo Salvini, titolare del dossier, e Antonio Tajani, assieme ai sottosegretari alla Presidenza, Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, cui ha preso parte anche l’ad della Stretto di Messina Spa, Pietro Ciucci.

La sintesi dell’ora di faccia a faccia la fa il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti: “Abbiamo calendarizzato i prossimi passi, al prossimo Consiglio dei ministri, a giorni, informerò i colleghi su come intendiamo andare avanti e mettere in sicurezza i fondi destinati all’opera”. Per bypassare il diniego dei magistrati contabili il governo potrebbe tornare in Consiglio dei ministri e approvare una norma che definisce opera strategia il Ponte: a quel punto non ci sarebbe più delibera che tenga a fermare le ruspe. Sicuramente la soluzione è nella lista si Salvini, che dopo le parole di fuoco della prima ora decide di cambiare registro: “Attendiamo con estrema tranquillità i rilievi della Corte dei conti, a cui siamo convinti di poter rispondere punto su punto, perché abbiamo rispettato tutte le normative”. Poi, “se dovremo tornare in Consiglio dei ministri ai primi di dicembre, rimandando in Corte dei conti le nostre motivazioni per proseguire con l’opera lo faremo. A quel punto vorrà dire che arriverà un passaggio definitivo delle sezioni riunite a inizio gennaio, dunque invece di partire con i lavori a inizio novembre, partiremo a febbraio”.

Per le motivazioni dei magistrati contabili ci vorranno 30 giorni, ma il vicepremier non ne fa un dramma: “E’ un secolo che se ne parla, per me il tempo è denaro, ma voglio rispettare tutte le prescrizioni e le riflessioni. Senza nessuno scontro fra poteri dello Stato, daremo tutte le informazioni che ci vengono richieste”. A caldo Meloni aveva usato ben altri toni, parlando di “ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento”. Lo stesso Salvini soltanto mercoledì sera aveva bollato la delibera come “scelta politica più che un sereno giudizio tecnico”. Prese di posizioni che hanno convinto la Corte dei conti a chiedere pubblicamente, con una nota, di tenere le critiche, da cui non si sottrae, “in un contesto di rispetto per l’operato dei magistrati”, sottolineando che la Sezione di controllo di legittimità “si è espressa su profili strettamente giuridici della delibera Cipess”, senza “alcun tipo di valutazione sull’opportunità e sul merito dell’opera”. Invito che sembra essere stato accolto dai vertici dell’esecutivo, che rigettano anche l’ipotesi di una specie di ‘vendetta’ contro la riforma della giustizia approvata proprio oggi, in via definitiva, in Senato. “Non voglio pensare che qualcuno si vendichi contro siciliani e calabresi per una riforma approvata dal Parlamento”, risponde Salvini a chi gli pone la domanda.

Però il responsabile del Mit andrà avanti, forte anche del mandato ricevuto da Meloni e Tajani. Senza ulteriore strappi: “Contiamo di non dover fare nessuna forzatura e di approvare tutto quello che la norma ci consente di approvare”. Sulla stessa linea è Ciucci: “Riteniamo di aver risposto a tutti i rilievi, vediamo quali risposte non hanno convinto la Corte e in base a questo potremo valutare il passo successivo”, dice il manager di SdM, assicurando che la scelta sarà compiuta “nel rispetto delle procedure previste, senza norme o interventi straordinari”. Anche perché se l’ostacolo fosse la direttiva Ue per cui tra il progetto originario e quello attuale i costi non devono lievitare oltre il 50%, l’azienda non avrebbe problemi: “Riguarda nuovi lavori, non aumenti di prezzi dovuti all’inflazione. Noi varianti di lavori non ne abbiamo”, spiega l’ad.

Salvini rivela di aver ricevuto “messaggi di incoraggiamento ad andare avanti da ordini professionali, ingegneri, architetti, imprese, agricoltori, commercianti, enti locali, Regioni”. In effetti la batteria dei commenti gli da ragione. “Lo stop della Corte dei conti, che arriva dopo i tre mesi di blocco che hanno già ritardato l’attuazione del meccanismo dell’Energy Release, è inaccettabile”, dice il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi. Di “grande opportunità per rafforzare il patrimonio infrastrutturale del nostro Paese” parla anche il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti. Per Confapi “porterebbe non solo a un netto miglioramento della mobilità e degli scambi commerciali e turistici, ma rappresenterebbe anche un importante volano per lo sviluppo economico del Paese”. Mentre Conftrasporto invita a “non bloccare l’avvio dei lavori di un’opera fondamentale”.

Totalmente differenti, invece, le reazioni delle opposizioni. Il Pd difende la Corte dagli “attacchi scomposti” del governo, il M5S sostiene che il Ponte sia il “fiasco di Salvini” per cui dovrebbe dimettersi, come chiede Angelo Bonelli di Avs, che ribadisce il suo pensiero: “Nessun organismo tecnico dello Stato ha approvato quel progetto, il Cipess è un comitato politico, presieduto da Meloni”.