Iran, Trump: “Colpiremo ancora per due o tre settimane, torneranno all’età della pietra”

Venti minuti di monologo – 19 per la precisione – la solita narrazione autocelebrativa, qualche stoccata ai Paesi occidentali e pochi tentativi di rassicurazione al popolo americano. Il discorso alla nazione del presidente Usa, Donald Trump, non ha sorpreso più di tanto, pur mettendo in fila, punto per punto, ciò che il repubblicano ripete da settimane e cioè che l’operazione Epic Fury in Iran, iniziata 33 giorni fa, è servita a “correggere errori di altri” (“ho fatto ciò che nessun altro presidente era disposto a fare”, dice) e che gli obiettivi sono stati quasi raggiunti. Ancora “due o tre settimane” di attacchi e poi “li riporteremo all’età della pietra, cioè quella a cui appartengono”.

Davanti lui nello Studio Ovale, tra gli altri c’erano anche il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, quello alla Difesa – anzi alla Guerra – Pete Hegseth, la procuratrice generale Pam Bondi e la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.

Secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti, dall’inizio delle operazioni sono stati colpiti oltre 12.300 siti in Iran, sono stati effettuati oltre 13.000 voli di combattimento e oltre 155 navi militari iraniane sono state danneggiate o distrutte. Marina e aviazione di Teheran, dice Trump nello Studio Ovale “sono state spazzate via”. Il più, insomma, è fatto, assicura, grazie a “vittorie rapide, decisive e schiaccianti sul campo di battaglia”. “Siamo sulla buona strada per raggiungere a breve tutti gli obiettivi militari americani”.

E se sul fronte militare “mai nella storia della guerra un nemico ha subito perdite così evidenti e devastanti su larga scala nel giro di poche settimane”, su quello economico anche Trump non può ignorare la realtà e cioè che negli Usa la benzina ha raggiunto i 4 dollari al gallone, registrando un incremento del 30%, il più alto dal 2022. “Molti americani – ammette – sono preoccupati per il recente aumento dei prezzi della benzina nel nostro Paese”, ma la ‘colpa’ è degli “attacchi terroristici folli sferrati dal regime iraniano contro petroliere commerciali e paesi vicini che non hanno nulla a che vedere con il conflitto”. La chiusura dello Stretto di Hormuz, assicura, non ha alcun peso. “Gli Stati Uniti non importano quasi petrolio” attraverso quella via “e non ne importeranno nemmeno in futuro. Non ne abbiamo bisogno”.

Ecco, allora, la stoccata agli alleati della Nato (la “tigre di carta“, come l’ha definità mercoledì): “A quei paesi che non riescono a procurarsi petrolio — molti dei quali si sono rifiutati di partecipare alla decapitazione dell’Iran, costringendoci a farlo da soli — ho un suggerimento. Numero uno: comprate petrolio dagli Stati Uniti d’America; ne abbiamo in abbondanza. Ne abbiamo tantissimo. E numero due: tirate fuori un po’ di coraggio e andate nello Stretto e prendetevelo. Proteggetelo. Usatelo per voi stessi”.

Non c’è da preoccuparsi nemmeno per il gas, minimizza il presidente degli Stati Uniti, perché “quando questo conflitto sarà finito, lo Stretto” di Hormuz “si aprirà naturalmente. Riprenderà a fluire e i prezzi del gas torneranno rapidamente a scendere”.

Il futuro, insomma, potrebbe non essere così male per Trump. “Le discussioni” con l’Iran “sono in corso. Il cambio di regime non era il nostro obiettivo, ma si è verificato a causa della morte di tutti i loro leader originali. Sono tutti morti”. I nuovi leader iraniani sono “meno radicali e molto più ragionevoli”.

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Ursula von der Leyen

Von der Leyen annuncia a Davos il ‘NetZero Industry Act’: Piano per l’industria a zero emissioni

Per realizzare la transizione “senza creare nuove nuove dipendenze, abbiamo un piano industriale per il Green Deal, un piano per rendere l’Europa la patria della tecnologia pulita e l’innovazione industriale sulla strada del net-zero che coprirà quattro punti chiave: il contesto normativo, il finanziamento, le competenze e il commercio”. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, sceglie il palco della 53esima edizione del World Economic Forum di Davos per annunciare il Piano industriale green dell’Ue, precisando che per creare un ambiente normativo adeguato per i settori cruciali per raggiungere le zero netto (come eolico, pompe di calore, solare, idrogeno pulito) Bruxelles presenterà un nuovo ‘NetZero Industry Act’ (una Legge per l’industria a zero emissioni) che – a detta di von der Leyen – identificherà obiettivi chiari per la tecnologia pulita europea entro il 2030. L’obiettivo sarà “concentrare gli investimenti su aspetti strategici e progetti lungo tutta la filiera”, in particolare “come semplificare e accelerare le autorizzazioni per nuovi siti di produzione clean tech“.

In parallelo, l’Ue penserà a “come velocizzare l’elaborazione di importanti progetti di comune interesse europeo nel settore delle tecnologie pulite, più facile da finanziare e di più facile accesso per le piccole imprese e per tutti gli Stati membri”. A quanto riferito da von der Leyen, il futuro ‘Net-ZeroIndustry Act’ andrà di pari passo con il ‘Critical Raw Materials Act’, la legge dell’Ue sulle materie prime critiche la Commissione dovrebbe presentare quest’anno. “Per le terre rare che sono vitali per le tecnologie chiave per la produzione – come la produzione di energia eolica, lo stoccaggio dell’idrogeno o le batterie – l’Europa oggi è dipendente per il 98% da un paese: la Cina”, ricorda von der Leyen. Quindi, “dobbiamo migliorare la raffinazione, lavorazione e riciclaggio delle materie prime qui in Europa”.

Per la presidente della Commissione Europea, Davos è anche l’occasione per sottolineare le preoccupazioni di Bruxelles per il piano contro l’inflazione Usa, l’Inflation Reduction Act (Ira), che prevede sussidi verdi per 369 miliardi di dollari varato dall’amministrazione Biden in agosto. Perché “la tecnologia pulita è ora il settore di investimento in più rapida crescita in Europa”, ed è un bene che “altre grandi economie lo stiano intensificando”. Però, c’è un però. Perché da parte Ue restano “alcuni elementi del progetto dell’Ira che hanno sollevato un certo numero di preoccupazioni e per questo abbiamo lavorato con gli Stati Uniti per trovare soluzioni, ad esempio in modo che anche le aziende dell’Ue e le auto elettriche prodotte nell’Ue possano beneficiare” degli incentivi dell’Ira. Il nostro obiettivo – aggiunge von der Leyen – dovrebbe essere quello di “evitare interruzioni nel commercio e negli investimenti transatlantici”. Concorrenza e commercio sono “la chiave per accelerare la tecnologia pulita e la neutralità climatica”.

La Germania ci sta: la risposta ‘all’Ira’ Usa dovrà essere comune

E insomma, ce l’eravamo detto e l’avevamo scritto. La Germania, alla fine, ci sta. Fa sempre fatica il pachiderma tedesco (possente, intelligente, ma relativamente lento nel movimenti, scarsamente pronto alle innovazioni) a capire di dover tenere in considerazione anche le posizioni di altri, perché per quanto possente sia da solo non ha la forza di concorrere contro il resto del Mondo.

E’ stato così quasi sempre negli ultimi anni, dalla lotta alla pandemia al contenimento del prezzo del gas. Ed ora, di fronte alle mosse di un gigante, ben più gigante di lei, la Germania ha reagito, per rispondere al robusto piano Usa sui sussidi (nazionali) per la tecnologia verde.

Ha aspettato un po’ Berlino, ma quando ha avuto chiaro che l’amministrazione Biden sta giocando duro, parlando direttamente alle aziende internazionali ed invitandole ad investire sotto la bandiera a stette e strisce, quando ha visto che il grande processo innovatore messo in moto in Europa ben prima che negli Usa rischiava di incepparsi, ha deciso di intervenire.

Al momento siano solo al livello di autorevoli indiscrezioni giornalistiche (non smentite però dalla fonti ufficiali), ma sembra oramai chiaro il percorso: Berlino chiederà all’Unione europea di lanciare nuovi strumenti di finanziamento comuni per rispondere al piano di Biden. Le indiscrezioni dell’agenzia Bloomberg spiegano che Scholz sosterrà l’annunciata e attesa riforma delle attuali regole sugli aiuti di stato che la Commissione europea dovrebbe proporre già a gennaio ma mettendo a disposizione altri fondi in modo che gli Stati membri con spazi di bilancio più limitati, come ad esempio l’Italia, strozzata dal debito pubblico, possano anche loro partecipare alla partita.

Ora si dovrà vedere nel dettaglio cosa ci sarà sul tavolo e cosa la Germania davvero accetterà, ma la strada sembra segnata: si dovrà andare verso un nuovo fondo europeo, una forma di debito condiviso e garantito dall’Unione stessa. Non si può rispondere ad un plurimiliardario piano Usa (quasi 370 miliardi) con mosse “di nicchia” o che non favoriscano una crescita complessiva della forza d’urto dell’Unione. Per farlo da una parte si dovrà dare fiducia ai partner, e dall’altro si dovrà mostrare di meritarla.

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