Dai geni ai jeans: allo studio varietà di cotone resistenti alla siccità

Dalle morbide T-shirt ai comodi jeans fino alle accoglienti lenzuola. Il cotone è la principale fibra tessile rinnovabile del mondo e la spina dorsale di un’industria globale che vale miliardi. Con l’intensificarsi dei cambiamenti climatici, i coltivatori di cotone si trovano ad affrontare sfide crescenti dovute alla siccità e al caldo. Tuttavia, una nuova ricerca offre la speranza di sviluppare varietà più resistenti, in grado di mantenere rese elevate anche in condizioni di stress idrico.

Un team interdisciplinare di ricercatori ha esaminato il modo in cui le diverse piante di cotone rispondono alla siccità a livello genetico in uno studio recentemente pubblicato sul Plant Biotechnology Journal. Hanno coltivato 22 varietà di cotone di montagna (Gossypium hirsutum L.) nella regione del basso deserto dell’Arizona, sottoponendo metà delle piante a condizioni di scarsità idrica. Analizzando i geni e i tratti fisici delle piante, gli scienziati hanno scoperto alcune affascinanti intuizioni sui meccanismi di gestione della siccità del cotone.

Due geni regolatori chiave svolgono un ruolo cruciale nell’aiutare le piante di cotone a gestire lo stress idrico mantenendo la produzione di fibre. Questi geni agiscono come direttori d’orchestra, coordinando l’attività di centinaia di altri geni coinvolti nella risposta alla siccità e nello sviluppo della fibra.

“Sembra che nel corso del tempo le piante di cotone abbiano evoluto questo meccanismo di regolazione che le aiuta a far fronte alle condizioni di siccità, pur continuando a produrre le fibre che sono così importanti dal punto di vista economico”, spiega Andrew Nelson, professore assistente presso il Boyce Thompson Institute.

Poiché il cambiamento climatico porta a siccità più frequenti e gravi in molte regioni produttrici di cotone, è fondamentale sviluppare varietà che possano prosperare con meno acqua. Questa ricerca fornisce preziose indicazioni e obiettivi genetici per guidare gli sforzi di selezione. Inoltre, la gamma di risposte alla siccità osservate tra i 22 tipi esaminati sottolinea quanto sia cruciale la diversità genetica per adattare le colture a condizioni mutevoli.

“In un mondo che si trova ad affrontare sfide ambientali crescenti – dicono i ricercatori – capire come le nostre piante più importanti rispondono agli stress a livello molecolare è più che mai vitale. Questo studio fa progredire le nostre conoscenze scientifiche e apre la strada a un’agricoltura più resiliente e sostenibile di fronte ai cambiamenti climatici”.

Imprese in difficoltà: Urso convoca tavolo moda 6 agosto

La crisi sfila anche in passerella e investe il comparto moda, uno degli asset portanti del Made in Italy, chiamato come gli altri a rispondere alle nuove esigenze delle transizioni green e digitale.

Che esista una difficoltà di mercato per molte imprese lo conferma il ministro Adolfo Urso: “Ci hanno chiesto alcune misure, come la moratoria di un anno dei mutui, la sospensione di alcuni pagamenti, l’allungamento del rimborso dei finanziamenti garantiti da Sace e da Simest e poi altri interventi sul credito di imposta per l’innovazione“, fa sapere dal Fashion & Luxury Talk di Rcs Academy.

Il confronto con il Mef è in corso e allo studio c’è un pacchetto di aiuti per le imprese in “questa fase temporanea, nella certezza che la moda italiana ha un grande futuro davanti a sé“, scandisce. Le misure che, con il collega Giancarlo Giorgetti, Urso sarà in condizione di realizzare e le altre in programma per la seconda parte della legislatura saranno discusse nel tavolo della moda convocato per il 6 agosto.

Come il ministro ricorda sui social, l’industria della moda italiana si è fatta largo nel mondo, diventando “sinonimo di perfezione” nei dettagli, nella ricerca, nella raffinatezza, nell’eleganza e nello stile. Molti marchi stranieri vengono realizzati in Italia perché “tutti ci riconoscono questa capacità di creazione“, rivendica l’inquilino di palazzo Piacentini.

La contrazione del mercato è iniziata con la pandemia, ma le guerre alle porte dell’Europa l’hanno esacerbata. Nonostante questo, l’industria fashion italiana è la prima in Europa e rappresenta il 50% del fatturato europeo, spesso realizzato da piccole e micro imprese, impiegando circa 600mila lavoratori.

La doppia transizione richiede comunque investimenti importanti in innovazione e ammodernamento. Una delle sfide del settore è l’integrazione dell’Ia, per ridurre sprechi e ottimizzare i processi di produzione, oltre che un evidente adeguamento delle competenze. Per il comparto, il governo ha già predisposto un ‘Fondo speciale‘ previsto dal Ddl Made in Italy, con uno stanziamento di 5 milioni di euro per il 2023 e 10 milioni per il 2024. Il Piano Transizione 5.0 stanzia 13 miliardi a favore dei processi di digitalizzazione finalizzati alla sostenibilità green e di efficientamento energetico. Per formare nuove generazioni di lavoratori, è stato istituito il Liceo del Made in Italy e istituita la Fondazione imprese e competenze per ridurre il mismatch tra domanda e offerta.

Radici, ‘Chill-fit’ primo nylon tracciabile e con ‘poteri magici’

Il futuro della moda passa anche dal nylon sostenibile. Sembra incredibile, invece è la scommessa di Radici Group, che ogni anno regala al mondo novità avveniristiche. Quella di quest’anno si chiama Radilon Chill-fit: è un filato dalle caratteristiche “magiche”, giura Chiara Ferraris, chief communication officer del gruppo.

E’ un filato molto particolare, che punta l’occhio a una donna che vuole avere pochi capi nell’armadio, che possono essere utilizzati per molteplici occasioni e che quando li indossa devono farla stare bene tutto il giorno, garantirle un comfort e un benessere per molte ore“, spiega. La incontriamo tra i Fori dei mercati di Traiano a Roma, dove ogni anno si tengono gli stati generali della sostenibilità nella moda, il Phygital Sustainability Expo.

 

Perché parla di ‘poteri magici’?
Questo filato consente di avere una massima traspirabilità a contatto con la pelle, garantisce un estremo comfort perché facilita la traspirazione e assorbe, ha tutte le caratteristiche per dare benessere. E ha una funzione termoregolatrice, indossato, si ha immediatamente una sensazione di freschezza. Con il passare delle ore, continua ad abbassare un pochino la temperatura corporea. In una giornata può abbassarla anche di un grado.

Questo dà la possibilità di creare capi modulabili e componibili…
Esattamente. Ad esempio, una tutina da giorno può trasformarsi in un outfit completamente diverso per un cocktail o una serata particolare, estremamente versatile. Consigliamo ai nostri partner di utilizzarli per creare tessuti anche con caratteristiche diverse. Tra l’altro è anche leggermente più coprente, per cui può essere utilizzato anche con filature leggerissime per avere comunque però una buon consistenza e quindi, ancora una volta, migliorare il benessere. Ho, in pratica, un capo che è tecnico e quindi non si disfa, ma anche con un tessuto veramente leggero.

Come può un filato di nylon essere sostenibile, se è polimerico?
Qui stiamo parlando di polimeri ad altissime performance, sono fibre di valore, riciclabili e che possono provenire da riciclo. Noi in azienda facciamo entrambe le cose, produciamo la fibra vergine, se così possiamo chiamarla, da fonte fossile, dopodiché questa fibra la possiamo utilizzare durante tutta la sua vita come prodotto, come capo, e può essere riciclata a fine vita. Non ha neanche bisogno di un riciclo complicato, in azienda abbiamo i processi anche all’interno per poterla trasformare velocemente, è un riciclo termomeccanico, si alza leggermente la temperatura ma non ad alti gradi, e poi si estrude il prodotto. Con un bassissimo impatto ambientale si ricicla e da quel riciclo riusciamo a rigenerare un nuovo filo.

Altra caratteristica notevole è la tracciabilità. Come fate?
Presentiamo il primo caso di tracciabilità nel nylon, fisica e digitale insieme. Prendiamo un tracciante che inseriamo all’interno del nylon, come se fosse un ingrediente, per sempre connesso alla matrice polimerica, intrinsecamente è come se fosse un’anima che il filo si porta dietro. In questo modo, sappiamo che è stato prodotto in quello specifico stabilimento di Radici in Italia e questa informazione, man mano, potrà essere arricchita con le informazioni di tutti quelli che che lavoreranno il filo, del tessitore, del confezionista, del capo e il consumatore finale potrà sapere, in modo semplice e inquadrato in un QR code, qual è la tracciabilità di questo capo, quale percorso ha fatto. Ma in più, oltre a questa che potrebbe essere una tracciabilità digitale, in qualunque momento, anche dopo anni, noi dovessimo avere voglia di capire se un capo che non ha più l’etichetta, non ha più il QR code è arrivato davvero da Radici, con un semplicissimo scanner, appoggiandolo semplicemente sul capo, noi avremo l’informazione che è davvero dentro il nostro tracciante, proveniente da noi.

In questa direzione va la moda?
Questa è proprio la moda del futuro, sembra di stare nel futuro, ma oggi è attuale, questo oggi si può già iniziare a fare. Con la tracciabilità noi possiamo essere certi di dove un capo viene prodotto, per quello diventa una scelta super responsabile e consapevole. Noi a Radici Group, quest’anno, pubblichiamo il nostro ventesimo bilancio di sostenibilità, sono venti anni che dichiariamo tutti i nostri numeri, anche quando non se ne parlava, in giro non si sapeva cosa fosse, negli ultimi anni abbiamo visto una crescita di attenzione. Quando si fa il ventesimo bilancio di sostenibilità, si ha un’idea certa del proprio percorso, si può capire dove si è migliorato, dove c’è da migliorare, che cosa fare.

Tra i partner del G7 un progetto di moda sostenibile

Giacche in pelle d’uva, ricavate dagli scarti della produzione del vino, denim in cotone e gomma naturale, abiti tinti con polveri naturali da piante e arbusti del territorio, in collaborazione con laboratori artigianali specializzati.
Tra gli stand del Media Center del G7, nella fiera del Levante a Bari, spicca la pala di fico d’india di HavanaEco, capsule collection del Gruppo Toma, partner del vertice.

La collezione celebra la sostenibilità e l’artigianalità in un’edizione limitata di pezzi unici spiccatamente contemporanei e dettagliatissimi.
Siamo onorati di essere stati selezionati tra i partner di un evento così rilevante che mette la Puglia sotto i riflettori del mondo”, spiega il co-founder Sergio Toma.

Il progetto nasce nel 2022 come ricerca e valorizzazione del Made in Italy, del Made in Puglia e della sua tradizione manifatturiera. Il gruppo però è più che adulto e ha già compiuto 30 anni: “Un trentesimo compleanno ricco di soddisfazioni“, confessa Salvatore Toma altro co-founder e presidente di Confindustria Taranto.

Il lavoro è sulla sostenibilità “applicata e reale“, assicura, che “non può non tenere conto dell’imprescindibile apporto valoriale delle maestranze presenti sul nostro territorio. Dalla loro valorizzazione e da quella degli antichi processi artigiani siamo partiti per questo meraviglioso viaggio“.

Oltre a essere sostenibile e artigianale, la capsule è anche genderless, specchio di un mondo in piena trasformazione. I capi sono disegnati secondo le logiche dell’ecodesign, scegliendo materie prime certificate e innovative che vengono prodotte a partire da fibre derivanti dagli scarti di altre industrie.

A supporto della trasparenza e del consumo consapevole, “i capi HavanaECO sono corredati di passaporto digitale“, spiega Verdiana Toma, quarta generazione in azienda e sustainability manager. “Teniamo molto alla trasparenza anche nella comunicazione e attraverso il passaporto digitale divulghiamo i processi e le materie prime sottostanti al singolo articolo“, scandisce. Il DPP si arricchisce così di un “racconto emozionale dei prodotti e di una sezione ricca di consigli sul buon utilizzo degli stessi per educare il consumatore ad un consumo consapevole e sostenibile“.

Il guardaroba di Vivienne Westwood va all’asta per il clima e i diritti umani

Il guardaroba personale della stilista britannica Vivienne Westwood sta per essere messo all’asta a Londra, a favore di cause vicine al cuore della ‘regina del punk’. La vendita da Christie’s comprende più di 250 capi e accessori, la maggior parte dei quali sono stati indossati in passerella prima di tornare negli armadi della stilista.

La collezione comprende alcuni dei pezzi più iconici, con corsetti, tartan, abiti di taffetà fluttuanti, tacchi a spillo e T-shirt con messaggi a sfondo politico. La vendita online apre il 14 giugno e durerà fino al 28 giugno, mentre la vendita interna è prevista per il 25 giugno.

Tra gli oggetti messi all’asta ci sono carte da gioco progettate per attirare l’attenzione su questioni come il riscaldamento globale, la disuguaglianza sociale e i diritti umani. Dieci sono state firmate dalla designer, morto nel 2022 all’età di 81 anni, per raccogliere fondi per Greenpeace.

Il ricavato della vendita andrà anche ad associazioni come Amnesty International, Medici senza frontiere e alla fondazione della stilista, che collabora con le Ong per “creare una società migliore e fermare il cambiamento climatico”.

La responsabile del catalogo e coordinatrice della collezione Clementine Swallow spiega che le carte da gioco di Vivienne sono il catalizzatore di un’asta più ampia. Sebbene Vivienne Westwood “sapesse che non sarebbe stata in grado di vedere il progetto”, “voleva che il suo guardaroba personale fosse venduto per sostenere altri enti di beneficenza che erano importanti per lei”, aggiunge.

Il vedovo della stilista, Andreas Kronthaler, 58 anni, è stato molto coinvolto. “Ha assemblato personalmente tutti i lotti in abiti che lei avrebbe indossato”, dice Swallow. “Questi erano gli oggetti che lei aveva scelto, tra le migliaia di cose che aveva disegnato in 40 anni”, spiega, “e li considerava la quintessenza dei suoi disegni”.

La collezione comprende una serie di pezzi chiave che illustrano l’impatto culturale di Vivienne Westwood e l’ampia gamma di influenze che ha avuto nei quattro decenni della sua carriera. Il primo pezzo è un set di gonna e giacca della collezione autunno-inverno 1983, intitolata ‘Witches’, quando la stilista lavorava ancora con il suo primo marito e manager dei Sex Pistols, Malcolm McLaren.

Secondo Swallow, Westwood è stata influenzata dalla storia britannica ma ha dato ai modelli classici un tocco provocatorio, evocando un abito da ballo in taffetà con “fasce nere in stile bondage”. Molti capi presentano motivi politici e slogan che riflettono la sua attenzione per la giustizia sociale.

“Una parte importante dell’identità di Vivienne è l’attivismo”, “è davvero una di quelle stiliste che ha preso i suoi abiti e li ha usati come megafono per esprimere le sue idee e opinioni politiche”, secondo la direttrice del catalogo.

Tra gli altri pezzi scelti, il modello in tartan rosa di Vivienne Westwood e una giacca blu simile a quella indossata da Naomi Campbell quando, nel 1993, cadde in passerella mentre indossava tacchi alti 30 centimetri. Ci sono anche i primi esempi di corsetti elasticizzati della stilista, che sottolineano la sua abitudine di unire comfort e bellezza.

Anche la sostenibilità e la moda etica sono temi chiave. Forse il pezzo più costoso è un abito cucito a mano con intricate perline e pannelli d’oro, creato con artigiani del Kenya.
Tutti i materiali utilizzati per esporre gli articoli sono riciclati o riciclabili, compresi i cartelli di cartone e gli stand di compensato.

“È stata una grande lezione per noi”, dice Clementine Swallow, e dimostra che “è possibile realizzare collezioni che possono essere riciclate”.

Gli oggetti sono valutati tra le 200 e le 7.000 sterline, ma ci si aspetta che vengano venduti a un prezzo molto più alto.

Allarme plastica nei vestiti e l’esempio virtuoso di Gsk

Nonostante le indicazioni della Commissione europea, l’industria della moda non sembra aver recepito il principio dell’importanza del riciclo da fibra a fibra ed è ancora allarme plastica nei vestiti. Il 100% dei campioni in poliestere riciclato presentati a Milano Unica, la principale fiera di tessuti per abbigliamento in Italia, proviene dal riciclo di bottiglie in Pet e solo l’1% del materiale utilizzato per produrre abbigliamento viene riciclato per produrre nuovi abiti.

Un dato rimasto invariato dal 2017, quando la percentuale è stata isolata nel report della Ellen McArthur Foundation – A New Textiles Economy. Da qui la necessità di un intervento rapido per dar vita ad un reale modello di economia circolare nel settore moda. In occasione dell’Earth Day 2024, Gaia Segattini Knotwear – società benefit che produce capi realizzati con filati di alta qualità provenienti da giacenze produttive o rigenerati – ha svolto un lavoro di studio e raccolta dati che scatta una fotografia sullo stato di salute del comparto fashion. Dopo anni di crescita, la quota combinata di tutte le fibre riciclate è leggermente diminuita passando da circa l’8,5% del 2021 al 7,9% nel 2022. Ciò è dovuto principalmente a una leggera flessione della quota di mercato del poliestere riciclato – prodotto per il 99% da bottiglie di plastica.

E qui il tema ambientale diventa rilevante, perché il poliestere già riciclato è estremamente difficile da riciclare ancora, perché la fibra si accorcia e si sfilaccia molto più facilmente, rilasciando microfibre. Secondo uno studio della University of California Santa Barbara, una singola giacca in pile sintetico rilascia una media di 1,7 grammi di microfibre ad ogni lavaggio. Misurando meno di 5 millimetri di lunghezza, la maggior parte delle microfibre scivola oltre i filtri degli impianti di depurazione ed entra in laghi, fiumi e oceani, dove viene ingerito dagli animali marini, fino a entrare nell’alimentazione e nei polmoni umani.

La gran parte dei brand che si proclama sostenibile e dichiara di utilizzare filati riciclati ricorre proprio al poliestere riciclato: un pratica che secondo la Commissione Europea potrebbe indurre in errore i consumatori, che nella Strategia dell’UE per prodotti tessili sostenibili e circolari mette in guardia rispetto ai rischi derivanti dal downcycling delle bottiglie in Pet.

Un esempio virtuoso in Italia è rappresentato proprio dalla società marchigiana Gaia Segattini Knotwear, che produce capi di abbigliamento con l’avanzo di filati pregiati, rigenerati ed ecologici. Tra gli obiettivi che l’azienda si era prefissata per il 2022 c’era quello di aumentare la percentuale di filati di giacenza e rigenerati sul totale della produzione, riducendo di conseguenza l’utilizzo di filati vergine. Un traguardo ampiamente raggiunto: circa 36% della produzione è composta da filati riciclati (cresciuta del 28,51% nel 2022 rispetto al 2021). Inoltre, i filati provenienti da giacenze di magazzino e stock di GSK rappresentano oltre il 61% della produzione. “Molti brand continuano a mascherare la loro dipendenza dalle fibre sintetiche con il pretesto di impegnarsi ad aumentare la percentuale di materiali sostenibili – commenta Gaia Segattini, imprenditrice e divulgatrice. “Tra questi troviamo i sintetici riciclati, soprattutto poliestere e nylon. Ma va detto che le dichiarazioni ecologiche sul poliestere ricavato da bottiglie di polietilene tereftalato (PET) riciclate come principale strategia di sostenibilità, sono state oggetto di un crescente controllo nell’ultimo anno da parte delle autorità di regolamentazione e dei consumatori, preoccupati per le dichiarazioni ambientali ingannevoli. L’abbigliamento può essere di qualità senza inquinare, dobbiamo perseguire un modello virtuoso di economia circolare. Abbiamo questa grande responsabilità. È la nostra sfida di oggi e di domani”.

Moda più sostenibile con la pelle vegana senza plastica. E il merito è dei batteri

(Photo credit: Tom Ellis/Marcus Walker/Imperial College London)

Le alternative alla pelle animale, nell’ottica di una moda più sostenibile, finora non hanno dato grandi risultati, sia in termini di qualità sia di estetica. Spesso quella che viene definita ‘pelle vegana’ altro non è che plastica, lavorata in modo tale da assomigliare il più possibile alla pelle naturale, ma pur sempre inquinante. Ora i ricercatori dell’Imperial College di Londra hanno messo a punto un sistema in grado di ‘far crescere’ una pelle senza animali e senza plastica, capace di tingersi da sola. Merito di batteri ingegnerizzati.

Negli ultimi anni, scienziati e aziende hanno iniziato a utilizzare i microbi per la coltivazione di tessuti sostenibili o per la produzione di coloranti per l’industria, ma questa è la prima volta che sono stati ingegnerizzati per produrre contemporaneamente un materiale e il suo stesso pigmento. La tintura chimica sintetica è uno dei processi più tossici per l’ambiente nel settore della moda e i coloranti neri, soprattutto quelli usati per la pelle, sono particolarmente dannosi. I ricercatori dell’Imperial hanno deciso di utilizzare la biologia per risolvere il problema. Questo nuovo prodotto è già stato utilizzato per creare prototipi di scarpe e portafogli e secondo i ricercatori “rappresenta un passo avanti nella ricerca di una moda più sostenibile”.

Il nuovo processo, pubblicato sulla rivista Nature Biotechnology, potrebbe anche essere adattato teoricamente per produrre vari colori e motivi vivaci e per creare alternative più sostenibili ad altri tessuti come il cotone e il cashmere. Come spiega l’autore principale, Tom Ellis, del Dipartimento di Bioingegneria dell’Imperial College di Londra, la cellulosa batterica “è intrinsecamente vegana e la sua crescita richiede una minima parte delle emissioni di carbonio, dell’acqua, dell’uso del suolo e del tempo necessari per allevare mucche per la produzione di pelle”. A differenza delle alternative in pelle a base di plastica, può essere prodotta senza sostanze petrolchimiche e si biodegrada in modo sicuro e non tossico nell’ambiente.

Il team di ricerca ha già cominciato a lavorare con alcuni designer per far “crescere” la tomaia di una scarpa su uno stampo ad hoc. Dopo 14 giorni il prodotto ottenuto è stato ‘centrifugato’ a 30 gradi per 48 ore per attivare la produzione di pigmento nero da parte dei batteri. “Non vediamo l’ora di collaborare con l’industria della moda per rendere più ecologici gli abiti che indossiamo lungo tutta la linea di produzione”, dice Ellis. Gli autori hanno lavorato a stretto contatto con Modern Synthesis, un’azienda londinese di biodesign e materiali, specializzata in prodotti innovativi a base di cellulosa microbica.

Francia verso una legge per sanzionare il Fast Fashion

In piena Fashion Week, il governo francese annuncia che sosterrà una proposta di legge per sanzionare il ‘fast fashion’ e vietare la pubblicità dei suoi rivenditori. Ad annunciarlo è il ministro per la Transizione ecologica, Christophe Béchu.

Il testo, presentato da Anne-Cécile Violland, sarà difeso dai deputati del gruppo Horizons il 14 marzo. Si rivolge ai rivenditori di fast-fashion e ai siti di e-commerce, che offrono innumerevoli capi di abbigliamento a basso prezzo e di bassa qualità, per lo più importati dall’Asia. Prevede una modulazione dell”ecocontributo’ versato dalle aziende in base al loro impatto ambientale, per di ridurre il divario di prezzo tra i prodotti del fast-fashion e quelli provenienti da fonti più virtuose. L’obiettivo è quello di “ridurre l’impatto ambientale dell’industria tessile” attraverso una migliore informazione dei consumatori e il divieto di pubblicità per le aziende e i prodotti coinvolti. “Vendendo questi prodotti a questi prezzi, le aziende fanno profitto, ma sulle spalle del pianeta”, denuncia il ministro.

Ma Bechu va oltre: “Manca ancora qualcosa nel disegno di legge”, afferma, riferendosi in particolare ai “costi di disinquinamento” e alla “raccolta” degli abiti usati. Il Ministro per la Transizione Ecologica annuncia che una consultazione pubblica sull’etichettatura ambientale dei prodotti tessili sarà lanciata “a metà marzo”. L’obiettivo dichiarato è che “entro la fine di aprile avremo qualcosa che potrà essere oggetto di un decreto”. “Se gli operatori del settore approveranno tutto questo”, verrà poi definito un metodo per definire i criteri di etichettatura, spiega all’AFP.

Il governo condurrà poi una campagna pubblicitaria mirata contro il fast fashion, simile alla campagna ‘devendeurs’ dell’Ademe, che aveva suscitato scalpore, perché era rivolta ai negozi fisici. Alla fine dell’anno scorso, questa serie di spot televisivi umoristici dell’agenzia francese per la transizione ecologica, che promuoveva l’idea di ridurre i consumi, aveva suscitato le ire dei commercianti

Poliestere o cotone riciclato: occhio alle etichette

Nei negozi fioriscono le etichette “materiale riciclato“, ma la costosa tecnologia che permette di riciclare i filati in fili è ancora agli albori in tutto il mondo.

Il 93% dei materiali riciclati nei nostri abiti proviene da bottiglie di plastica e non da vecchi vestiti. Lo spiega Urska Trunk, direttore della campagna dell’ONG Changing Markets, a Bruxelles. “Meno dell’1% dei tessuti che compongono i nostri abiti viene riciclato per farne di nuovi”, precisa la Commissione europea all’Afp. Secondo la Commissione, in Europa il totale dei rifiuti tessili ammonta a 12,6 milioni di tonnellate all’anno (di cui 5,2 milioni di tonnellate di abbigliamento e calzature, mentre il resto è costituito da materassi, tappeti e altri arredi tessili).

La maggior parte dei rifiuti tessili usati viene gettata via o incenerita, mentre solo il 22% viene raccolto per essere riutilizzato o riciclato – principalmente in stracci, imbottiture o isolanti. Riciclare gli abiti è “molto più complesso che riciclare il vetro o la carta“, spiega all’AFP il produttore austriaco di fibre tessili a base di legno Lenzing.

Gli abiti usati devono essere suddivisi per materiale e colore, quindi privati dei loro “punti duri” (cerniere, bottoni, ecc.). Infine, tutto ciò che non può essere riciclato, come alcune fibre o tessuti composti da più di due materiali, deve essere scartato. Tuttavia, questo tipo di operazione non ha ancora raggiunto la fase industriale. Questa tecnologia è “agli inizi“, ribadisce Trunk. Il modo migliore per dare un’impronta “buona per il pianeta” ai propri vestiti è riciclare le bottiglie in PET (polietilene tereftalato) in fibre di poliestere. Questa tecnologia è l’unica realmente utilizzata su larga scala.

Nel 2023, il 79% del poliestere utilizzato nelle collezioni proveniva da materiali riciclati. Il gruppo H&M punta al 100% entro il 2025. Cosa fanno i marchi? Raccolgono le “scaglie” di plastica prodotte dal riciclo meccanico delle bottiglie dai produttori e poi producono la fibra nei propri stabilimenti, ha spiegato all’AFP Lauriane Veillard, responsabile delle politiche di riciclo chimico presso Zero Waste Europe (ZWE) a Bruxelles. “Siamo chiari, non si tratta di circolarità“: avvertono l’industria dell’imbottigliamento e le associazioni ambientaliste. Questo perché se queste bottiglie non fossero state utilizzate per produrre poliestere, sarebbero state di fatto utilizzate per produrre altre bottiglie di plastica. Mentre una bottiglia di PET può essere riciclata cinque o sei volte in un’altra bottiglia, una maglietta o una gonna fatta di poliestere riciclato “non può mai essere riciclata di nuovo”, sottolinea Trunk, che partecipa alle discussioni sulla Direttiva quadro sui rifiuti dell’UE. Il poliestere riciclato viene infatti spesso rigenerato utilizzando componenti chimici ed elastan, apprezzato per la sua elasticità, ma che ne impedisce il riciclo. Per non parlare dell'”energia e dei materiali” necessari per trasportare, selezionare, lavare, macinare, fondere, ecc. fino al filamento, come sottolinea Loom.

Dalla produzione al riciclo, si tratta di inquinamento dell’acqua, dell’aria, del suolo: in breve, anche il poliestere riciclato non è una soluzione miracolosa”, ammette Jean-Baptiste Sultan, consulente di Carbone 4. Le ONG chiedono che l’industria tessile smetta di utilizzare questo materiale, che nel 2021 rappresentava il 54% della produzione di fibre, secondo Textile Exchange. Anche il riciclo del cotone non è l’opzione migliore: la fibra lavorata è di qualità inferiore e, per durare nel tempo, spesso deve essere intrecciata con altri materiali, anch’essi difficili da riciclare. Nel 2019, il 46% dei rifiuti tessili provenienti dall’UE è finito in Africa sui mercati dell’usato o più spesso “in discariche a cielo aperto”, segnala l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA). La pratica è ampiamente condannata dalle organizzazioni ambientaliste, come in Ghana.

Un “regolamento sulle spedizioni di rifiuti” adottato a novembre mira ora a “garantire, tra le altre cose, che le esportazioni di rifiuti dall’UE siano destinate al riciclaggio e non allo smaltimento”, ha dichiarato la Commissione europea all’AFP. Sempre nel 2019, il 41% dei rifiuti tessili europei è andato in Asia in “zone economiche dedicate dove vengono selezionati e trattati”, la maggior parte dei quali in Pakistan. Qui e in Bangladesh si stanno sviluppando veri e propri “hub” di smistamento e riciclaggio dei prodotti tessili, spesso all’interno di “Export Processing Zones”. I rifiuti sembrano essere “riciclati localmente, principalmente trasformati in stracci industriali o imbottiture, o riesportati, sia per il riciclaggio in altri Paesi asiatici che per il riutilizzo in Africa”, conclude uno studio dell’AEA del febbraio 2023. Ma l’Agenzia riconosce “la mancanza di dati coerenti sulle quantità e sul destino dei tessili usati” in Europa. Secondo Paul Roeland dell’ONG Clean Clothes Campaign, le EPZ sono soprattutto “note come enclavi ‘senza legge’, dove non vengono rispettati nemmeno i bassi standard lavorativi di Pakistan e India”.

“Inviare gli abiti in Paesi con bassi costi di manodopera per la selezione manuale è orribile in termini di impronta di carbonio”, sottolinea Marc Minassian, direttore commerciale per la Francia di Pellenc ST, che è all’avanguardia nella selezione ottica per il riciclaggio. Allo stato attuale, il riciclaggio dei tessuti è “un mito”, afferma Lisa Panhuber di Greenpeace.

Fibre di banana, bucce di agrumi, foglie di cactus, bucce di mela…tutto può essere riciclato per produrre tessuti. Hugo Boss, ad esempio, utilizza il Pinatex, ricavato dalle foglie di ananas, per alcune delle sue scarpe da ginnastica. “Un sottoprodotto dell’agricoltura odierna, le foglie d’ananas sono utilizzate per creare questo tessuto unico, che non richiede risorse aggiuntive per crescere”, vanta il marchio tedesco sul suo sito web. Tuttavia, esperti come Thomas Ebélé del marchio SloWeAre si interrogano sul modo in cui vengono prodotte queste fibre agglomerate e non tessute, con l’aggiunta di un legante, “nella maggior parte dei casi poliuretano” o PLA (acido polilattico), spiega. Questa composizione non standardizzata rende l’indumento “talvolta biodegradabile” alla fine del suo ciclo di vita, ma non riciclabile. Insiste: “Biodegradabile non significa compostabile! Significa che queste fibre possono degradarsi in condizioni industriali, cioè con una pressione superiore a tre atmosfere, un’igrometria superiore al 90%, una temperatura compresa tra 50 e 70 gradi e con agitazione meccanica”. Al di là di tutti questi processi, “è soprattutto il volume degli indumenti prodotti a essere problematico”, afferma Céleste Grillet dell’unità energia di Carbone 4. Per Lisa Panhuber, la soluzione è sicuramente “ridurre i consumi, riparare e riutilizzare”.

Ad Amsterdam una ‘biblioteca dell’abbigliamento’

C’è una nuova “biblioteca” di Amsterdam in cui non si prendono in prestito libri, ma abiti, camicette e giacche: un’iniziativa per limitare l’impatto ambientale dell’industria della moda.
Si chiama ‘Lena, la biblioteca dell’abbigliamento’ ed è un luogo in cui i clienti hanno la possibilità di cambiare continuamente armadio, noleggiando nuovi capi. Il negozio ne offre a centinaia, regolarmente rinnovati e disponibili anche per l’acquisto. Su ogni capo, un’etichetta indica il prezzo, spesso caro, e il costo del noleggio al giorno, che va da 50 centesimi a pochi euro.
L’industria della moda è una delle più inquinanti al mondo“, ricorda Elisa Jansen, che ha co-fondato l’iniziativa nel 2014 con le sue due sorelle e un’amica.

Secondo le Nazioni Unite, nell’era del fast-fashion una persona media acquista il 60% di vestiti in più rispetto a quindici anni fa, mentre ogni capo viene conservato per la metà del tempo. Per la Fondazione Ellen MacArthur, ogni secondo l’equivalente di un carico di vestiti in un camion viene bruciato o sepolto in discarica.

Abiti sempre nuovi. Fa del bene al pianeta. Sperimenta il tuo stile. Prova prima di comprare‘, recita un manifesto. La “biblioteca” offre la sua collezione anche online e ha punti di consegna e raccolta in altre grandi città olandesi. Jansen ha “sempre lavorato nel riutilizzo dei vestiti”, racconta, in particolare nei negozi vintage. “È allora che è nata l’idea di condividere i vestiti in un grande guardaroba comune“, spiega.

Ogni cliente paga dieci euro per diventare membro. Più di 6.000 persone hanno una tessera, ma la regolarità del prestito varia. La qualità degli abiti è “la cosa più importante” nella scelta della collezione, aggiunge la co-fondatrice, e vengono privilegiati anche i marchi sostenibili.

Qui non troverete fast-fashion“, precisa. Nove anni fa, “siamo stati davvero tra i primi“, rivendica Jansen. Esistevano altre iniziative simili in Scandinavia, ma molte poi sono scomparse.
Trovare un modello redditizio ha richiesto tempo, spiega, ma l’iniziativa in questo quartiere alla moda di Amsterdam sta convincendo, soprattutto “le donne di età compresa tra i 25 e i 45 anni, che vogliono fare scelte consapevoli ma che ritengono importante anche avere un bell’aspetto – fa sapere -. Credo sinceramente che questo sia il futuro, non possiamo continuare a consumare e produrre in questo modo“.