Draghi

Energia, lavoro, Pnrr. Cosa accadrebbe con la caduta del Governo Draghi

Le eventuali dimissioni del Governo potrebbero condurre a uno scenario estremamente critico sull’iter dei principali provvedimenti già presentati alle Camere, in particolare per quelli sulle riforme abilitanti per raggiungere gli obiettivi del Pnrr entro dicembre 2022 e quelli di conversione dei decreti-legge pendenti in Parlamento. È quanto emerge da una ‘ricognizione’ del ministero per i Rapporti con il Parlamento sui provvedimenti che rimarrebbero in sospeso.

La crisi, con eventuale scioglimento delle Camere, inciderebbe anche sull’adozione dei decreti legislativi attuativi di riforme già approvate dal Parlamento come le riforme della Giustizia e del Codice degli appalti, che rappresentano specifici impegni Pnrr. La situazione impedirebbe, inoltre, l’adozione di provvedimenti molto attesi dai cittadini come le misure relative al salario minimo e al contrasto della povertà. Si creerebbe, peraltro, anche una situazione di incertezza sull’adozione di misure volte a mitigare gli effetti dell’incremento dei costi dell’energia e dei carburanti.

RIFORME

Attualmente sono all’esame del Parlamento quattro riforme immediatamente riconducibili agli impegni Pnrr. Nelle prossime settimane dovrebbero essere presentate ulteriori nuove riforme, in particolare quelle in materia di alloggi universitari e la riforma degli istituti professionali. Di seguito le riforme attualmente all’esame del Parlamento: Delega al Governo per il riordino della disciplina degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, approvato dalla Camera e assegnato in commissione Igiene e Sanità del Senato. Entro dicembre 2022 devono essere adottati i decreti attuativi; Giustizia e di processo tributari, assegnato alle commissioni riunite Giustizia e Finanze del Senato, da approvare entro dicembre 2022; Codice della proprietà industriale, assegnato alla commissione Industria di Palazzo Madama e da approvare entro il terzo trimestre del 2023; ddl Concorrenza, approvato dal Senato e assegnato in commissione Attività produttive della Camera, entro dicembre 2022 andranno adottati i decreti attuativi e gli accordi di maggioranza prevedevano l’approvazione definitiva del testo entro il mese di luglio.

RIFORMA FISCALE

Approvato dalla Camera e attualmente all’esame della commissione Finanze del Senato, anche se non è direttamente collegata al Pnrr.

DECRETI ATTUATIVI

Rispetto a diverse riforme recentemente approvate, sono necessari ancora diversi mesi per l’adozione dei decreti attuativi. In particolare per: Codice degli appalti, entro dicembre 2022; Processo civile, entro dicembre 2022; Processo penale, entro dicembre 2022; Ordinamento giudiziario, entro giugno 2023; delega Spettacolo, entro aprile 2023.

DECRETI IN CONVERSIONE

Attualmente in conversione nei diversi rami del Parlamento sono presenti tre decreti-legge. In caso di Governo dimissionario, qualora dovessero emergere posizioni contrapposte all’interno della maggioranza, ovvero ostruzionismo delle opposizioni, il governo non potrebbe ricorrere eventualmente alla questione di fiducia per garantire il rispetto dei termini costituzionali per la conversione. Tra i testi attualmente pendenti c’è il decreto Infrastrutture e mobilità, in scadenza il 15 agosto, in cui è stato presentato l’emendamento governativo di rifusione del decreto-legge materia di concessioni e infrastrutture autostradali e per l’accelerazione dei giudizi amministrativi. Tra l’altro, il provvedimento contiene norme volte ad agevolare il conseguimento degli obiettivi Pnrr, in particolare le disposizioni in materia di compiti della Commissione Via-Vas in ambito progetti Pnrr, quelle sul Giubileo di Roma del 2025, nonché le misure volte a semplificare l’attività del Consiglio superiore dei lavori pubblici per opere pubbliche legate a progetti PNRR. Il decreto-legge n. 85 che, invece, sarà rifusò nel DL infrastrutture e mobilità contiene una importante misura di semplificazione in materia di accelerazione dei giudizi amministrativi nell’ambito di progetti Pnrr. Infine, il decreto Semplificazioni fiscali, in scadenza il prossimo 20 agosto.

Bicicletta

Un italiano su due pedala. Ma l’Italia non è (ancora) un Paese per bici

Se c’è un mezzo di trasporto che di fronte alla parola ‘emissioni’ può ritenersi al sicuro da ogni responsabilità, quello è la bicicletta. Amata e utilizzata regolarmente – ogni giorno o, almeno, una volta alla settimana – dal 50% degli italiani, può contare su 4700 chilometri di piste ciclabili (in crescita di oltre il 15% dal 2015). I dati, contenuti nel rapporto del Mims ‘Verso un nuovo modello di mobilità locale sostenibile’, raccontano che la densità è molto maggiore nelle città del nord (57,9 km per 100 km2, contro 15,7 del centro e 5,4 del Mezzogiorno). Tra i capoluoghi metropolitani, Torino e Milano presentano i valori più elevati (166,1 e 123,3 km per 100 km2), seguiti da Bologna e Firenze (poco meno di 100). E proprio il Piemonte punta a diventare la prima regione in Europa per chilometri ciclabili attrezzati. Per farlo sono stati messi in campo 40 milioni di euro di fondi europei per attuare il Piano regionale della mobilità ciclistica. Il Pnrr, poi, a livello nazionale, prevede investimenti per 600 milioni di euro per finanziare la realizzazione delle ciclovie turistiche (400 milioni) e delle ciclovie urbane (200 milioni), per un totale di 1.800 chilometri.

Recentemente il ministro dei Trasporti e della Mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, ha ricordato che nel 2022 le Regioni si sono “azzuffate” sulle risorse da destinare alle piste ciclabili, “proprio come hanno sempre fatto su strade e ferrovie“. “Segnale – ha detto – che la mentalità è cambiata“. Della stessa opinione anche Alessandro Tursi, presidente della Fiab (Federazione italiana ambiente e bicicletta), che ricorda come la bici sia “una soluzione climatica, energetica, sociale e urbanistica fondamentale, e come tale deve diventare una priorità”. E anche l’Europa, come spiega la commissaria per l’Energia, Kadri Simson, “fa riferimento alla sostenibilità della mobilità ciclabile per aumentare l’indipendenza a livello energetico“.

I capoluoghi italiani con servizi di bike sharing sono 53 (di cui solo 8 nel Mezzogiorno). L’offerta pro capite è più che triplicata nel corso degli ultimi anni, passando da 6 a 19 biciclette ogni 10.000 abitanti tra il 2015 e il 2019. Anche in questo caso l’offerta è più elevata nei comuni capoluogo di provincia del Centro (17) e del Nord (32), a fronte di valori modesti nel Mezzogiorno (2). Il fenomeno è concentrato prevalentemente nei comuni capoluogo delle città metropolitane come Firenze (109 biciclette ogni 10.000 abitanti), Milano (96), Bologna (68) e Torino (35).

Sul fronte economico i dati sono incoraggianti. La mancanza di prodotto, le difficoltà globali di approvvigionamento e i ritardi nelle consegne, che interessano la filiera del pedale negli ultimi anni, non frenano il desiderio di bici degli italiani. Secondo i dati di Confindustria Ancma, dopo i numeri record del 2020, con oltre 2 milioni di pezzi venduti – merito anche del bonus bici – il mercato 2021 sfiora infatti il dato dell’anno precedente, fermandosi a 1.975.000, pari a un -2%. Eppure, nonostante i dati positivi, “non siamo ancora davvero un Paese ciclabile”, dice Piero Nigrelli, responsabile comparto bici di Ancma. “I cittadini lo stanno dicendo: ‘È bello avere la bici, ma è ancora più bello poterla usare al meglio’. I due anni di pandemia lo hanno dimostrato”. Ecco allora che, ancora una volta, il Pnrr potrebbe venire in soccorso. “È tutto pronto”, afferma Nigrelli, per far partire i cantieri delle nuove ciclovie, “ma mancano i tecnici per seguirli. Ci auguriamo che i soldi vengano utilizzati e spesi beni. Per farlo ci va coraggio”.

Intanto dal 16 al 22 settembre si svolgerà la ‘Settimana europea per la mobilità’. Per l’edizione 2022 la Commissione Europea ha scelto di sottolineare l’importanza di una maggiore sinergia per aumentare la consapevolezza verso la mobilità sostenibile e per promuovere un cambiamento degli stili di vita in favore di una mobilità attiva.

Crisi idrica, Cingolani: 2 miliardi per tappare la rete colabrodo

Due miliardi del Pnrr serviranno a “tappare il colabrodo”. Copyright di Roberto Cingolani, che proprio non usa mezzi termini per definire la rete infrastrutturale idrica del nostro Paese. Intervenendo alla tappa di Aosta di ‘Italiadomani, dialoghi sul Piano nazionale di ripresa e resilienza’, il ministro della Transizione ecologica tocca diversi temi e quello della siccità resta di strettissima attualità. “Abbiamo previsto 40 nuovi invasi, perché si calcolava che un quarto della precipitazione media annuali garantirebbe tutto il fabbisogno dell’Agricoltura: si tratta solo di raccoglierla questa pioggia. Perché anche se piove di meno, comunque piove“. Il riferimento resta il lavoro svolto sul Pnrr, che Cingolani rivendica con orgoglio: “Dopo un anno sono profondamente soddisfatto, perché abbiamo pensato bene”.

Per rendere l’idea racconta che nel Piano ci sono 4,38 miliardi per fronteggiare la crisi idrica: “Queste cose sono state pensate pensate a febbraio e marzo del 2021, quando non c’era, per mettere in sicurezza un paese che ha diversi problemi”. Ma c’è anche l’energia nelle sue riflessioni: sarebbe impossibile non parlarne. Sebbene il concetto non sia proprio inedito, Cingolani usa comunque un linguaggio chiaro, per usare un eufemismo. Perché ciò che è accaduto con la guerra in Ucraina “ci ha sbattuto in faccia vent’anni di errori nella gestione energetica in questo Paese. Poi ammette: “Sono molto duro su questo: ideologismi di tutti i tipi” il suo ‘j’accuse’. Perché “abbiamo smesso di produrre il nostro gas dicendo che era ecologicamente più sostenibile, ma poi abbiamo comprato dai russi. Ci siamo bastonati da soli”.

Il governo ha avviato con solerzia l’opera di diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Per il ministro della Transizione ecologica è una cosa buona e giusta, a prescindere dalla necessità di affrancarsi da Mosca. Anche se “importiamo ogni anno 30 miliardi di gas da un solo fornitore, quando ne consumiamo 76 miliardi ogni anno, è un po’ un suicidio”. Ad ogni modo “ne abbiamo sostituiti 25 miliardi in 8 settimane” grazie ad accordi stretti “con 6 fornitori diversi, più piccoli” e “permettendoci il lusso” di rinunciare scientemente a 5 miliardi di metri cubi perché “sappiamo già che li sostituiamo con le rinnovabili che, grazie al Pnrr, abbiamo accelerato con le semplificazioni”. Per inciso “ad oggi, nei primi sei mesi di quest’anno, le richieste di nuovi allacciamenti sono oltre miliardi di watt, 9 gigawatt”.

Cingolani veicola un altro messaggio: a parte che “non ho mai fatto politica e non voglio farla”, ma “andrebbe fatto uno sforzo, ogni anno, destinando il 2% del Pil, che è in mano ai ministeri, per indirizzarlo su programmi di lungo termine. Al di là del colore politico”. Lo ha detto anche al premier, Mario Draghi, ieri, durante una riunione del Comitato interministeriale sulla Transizione ecologica. L’esempio è il Pnrr. Chissà se (e da chi) sarà ascoltato il suo suggerimento.

irrigazione

Siccità, da Consiglio dei ministri ok a stato di emergenza per 5 regioni

Un Consiglio dei ministri lampo, durato circa dieci minuti, per dare l’ok allo stato di emergenza, in relazione alla situazione di deficit idrico in atto nei territori delle Regioni e delle Province Autonome ricadenti nei bacini distrettuali del Po e delle Alpi orientali, per cinque regioni: Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte e Veneto. Lo stato di emergenza è volto a fronteggiare con mezzi e poteri straordinari la situazione in atto, con interventi di soccorso e assistenza alla popolazione interessata, e al ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture di reti strategiche. Per far fronte ai primi interventi sono stati stanziati 36,5 milioni di euro a carico del Fondo per le emergenze nazionali. La ripartizione vede andare 10,9 milioni di euro alla Regione Emilia Romagna, 4,2 milioni al Friuli Venezia Giulia, 9 milioni alla Lombardia, 7,6 milioni al Piemonte e 4,8 milioni al Veneto.

Le Regioni finora hanno fatto un ottimo lavoro e il confronto in Conferenza va avanti, ma questa crisi idrica impone un intervento nazionale”, ha commentato subito dopo il Consiglio dei ministri la titolare del dicastero per gli Affari regionali e le Autonomie Mariastella Gelmini. “Abbiamo il dovere di affrontare la mancanza di acqua con grande realismo, evitando di alimentare nuove divisioni tra territori o tra interessi diversi. Servono soluzioni immediate, a partire dalla priorità di garantire acqua potabile a tutti i cittadini, senza dimenticare però il comparto agricolo. Abbiamo il dovere di salvaguardare i raccolti, le aziende, i sacrifici di una vita di tanti agricoltori e produttori italiani“, ha aggiunto, spiegando che “la carenza idrica di queste ultime settimane, inoltre, non ha fatto altro che esacerbare una situazione già piuttosto critica nel nostro Paese: da decenni non vengono realizzati nuovi invasi e dighe, facciamo i conti con infrastrutture obsolete o acquedotti colabrodo“. Ecco che, quindi, vanno colte le opportunità del Pnrranche per affrontare il tema della gestione dell’acqua in modo strutturale“, visto che “nel Piano sono previsti 2 miliardi e 800 milioni euro per interventi al sistema di distribuzione delle acque, per la riparazione e l’ammodernamento delle reti idriche, ma anche investimenti sui sistemi irrigui per garantire all’agroalimentare una maggiore e più costante disponibilità di acqua. Sarà fondamentale dotarsi di un sistema avanzato di monitoraggio e previsione, utile per mitigare e gestire meglio il rischio idrogeologico. Tutto questo ci permetterà di salvaguardare la risorsa idrica di cui disponiamo e di rendere il Paese più resiliente ai cambiamenti climatici, proteggendo la natura e le biodiversità”.

catalyst

Edilizia sostenibile, un mattone rivoluzionario: l’idea di Catalyst

Utilizzare i materiali provenienti dalla demolizione degli edifici per dare vita a mattoni nuovi e resistenti: la proposta dell’azienda toscana potrebbe cambiare il mondo dell’edilizia. Un’idea rivoluzionaria può nascere anche da una semplice osservazione. È il caso di Catalyst, realtà fiorentina che intende promuovere il riciclo dei materiali che derivano dalle demolizioni con una proposta decisamente innovativa: riempire dei mattoni multipli utilizzando ciò che viene prodotto dall’abbattimento di un edificio esistente. Un approccio sostenibile che è orientato al ‘volume zero’: conservare il suolo tramite costruzioni da erigere sui terreni che in precedenza ospitavano già degli edifici, la cui demolizione si è resa necessaria a causa dell’usura del tempo.

La storia di Catalyst prende il via grazie a un’osservazione che aveva il sapore della battuta. Lo racconta a GEA Franco Paolieri, uno dei fondatori dell’azienda: “Una persona a noi vicina un giorno si chiese cosa ne avremmo fatto di tutta quella polvere di marmo che da secoli inquina la provincia di Carrara. Qualcuno suggerì di metterla nel mattone del babbo, che aveva brevettato una specie di mattone multiplo che poteva accogliere materiale di questo genere. Successivamente abbiamo pensato di riempire questo manufatto con componenti diversi, altre forme di lapidei, come il ricavato della demolizione dell’edilizia in genere”, spiega. Un’idea semplice, ma di grande impatto, che consentirebbe di demolire edifici vetusti e di ricostruirli a tempo di record, senza consumo di suolo e di nuovi materiali.

La soluzione ideale per un mondo, come quello dell’edilizia sostenibile, che deve necessariamente guardare alla resistenza dei fabbricati riuscendo però a limitare l’impatto delle emissioni: “Due mattoni fatti con il peggior materiale possibile preso da demolizioni, incollati con la colla, sono più resistenti di due mattoni nuovi, vergini, incollati con la malta – prosegue Paolieri – e questo è stato dimostrato. Bisognerebbe espandere questo principio”. Uno dei riferimenti principali di Catalyst è dato dal terremoto del Centro Italia, un’area che ospita ancora moltissimo materiale da demolire e che sarebbe di difficile smaltimento. Collocarlo in nuove costruzioni “sarebbe l’idea vincente”, aggiunge Paolieri: non solo si risparmierebbe suolo e smaltimento dei materiali, ma si andrebbe anche ad abbattere i costi, in termini economici e di emissioni, provocati dal trasporto degli stessi materiali.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – è la convinzione di Paolieri – può essere l’occasione per far diventare questi luoghi la più grande fabbrica italiana. Pensare che si possa, in pochi giorni, demolire tutto ciò che è danneggiato e ricostruire in tempi rapidissimi è follia. E si è fuori strada se si crede che sia possibile portare via quel materiale e consegnarlo alle discariche limitrofe”. L’approccio di bioarchitettura sostenibile trasmesso da Catalyst potrebbe dunque rivoluzionare il mondo dell’edilizia per come lo conosciamo.

pnrr

Da Pnrr e Pnc 11,5 mld: Risorse cruciali per la rigenerazione urbana

Uno dei fattori che sarà decisivo per vincere la sfida della rigenerazione urbana è sicuramente quello di sfruttare appieno tutte le potenzialità delle risorse del Pnrr. Perché “la dimensione urbana ricopre una posizione cruciale per il successo delle azioni messe in campo” dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e “per il superamento dei divari territoriali e di genere che il piano persegue”. A sottolinearlo è lo studio ‘Le politiche di rigenerazione urbana-prospettive e possibili impatti‘ redatto dal Servizio studi della Camera dei deputati in collaborazione con l’istituto di ricerca Cresme, su richiesta della commissione Ambiente di Montecitorio.

La conferma di questa visione arriva dalla stima degli investimenti per le costruzioni, che è di circa 70,7 miliardi di euro. Di questi, 9,02 miliardi della Missione 5, Componente 2, sono dedicati proprio agli interventi di rigenerazione urbana. Nel dettaglio: 3,3 miliardi di prestiti assegnati ai comuni ammessi al finanziamento previsto per il periodo 2021-2026 per i progetti volti a ridurre situazioni di emarginazione e degrado sociale; 2,9 miliardi di prestiti prevosti per i Piani urbani integrati, che comprendono l’intervento per il superamento degli insediamenti abusivi per combattere lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura (200 milioni), e il Fondo tematico dedicato al settore della rigenerazione urbana, da costituire nell’ambito del Fondo di fondi gestito dalla Bei (270 milioni); e 2,8 miliardi di euro di prestiti per il periodo 2021-2026 nel Programma innovativo della qualità dell’abitare.

A queste risorse vanno, poi, aggiunti altri 2,5 miliardi di euro del Piano nazionale complementare. Di cui 2 miliardi per il periodo 2021-2026 per il programma ‘Sicuro, verde e sociale’ per la riqualificazione dell’edilizia residenziale pubblica; 210 milioni di euro per gli anni dal 2021 al 2024 a favore del programma Piani urbani integrati; e un investimento finalizzato al risanamento urbano per complessivi 285 milioni di euro per il periodo 2021-2024, in favore dei comuni con popolazione tra 50mila e 250mila abitanti e dei capoluoghi di provincia con meno di 50mila abitanti.

In totale, dunque, le risorse stanziate dal Pnrr e dal Pnc per interventi di rigenerazione urbana ammontano a circa 11,5 miliardi di euro. Oltre agli investimenti in interventi direttamente rivolti ad azioni di rigenerazione urbana, le città – sottolinea l’analisi Camera-Cresme – sono destinatarie di ulteriori interventi del Pnrr all’interno delle azioni settoriali, che “potrebbero avere maggiore impatto qualora definite e sviluppate in modo integrato tra loro”. In sostanza, però, “tutte e sei le missioni del Piano hanno a che fare in quota parte con le città”.

Non a caso lo studio cita il documento Ifel-Anci sui programmi di investimento del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che allo scorso 5 gennaio ha stimato in “53,82 miliardi di euro l’ammontare degli investimenti che vedono gli enti locali come soggetti attuatori, 35,25 dei quali sono investimenti attivi (per cui è già stato pubblicato un decreto attuativo e/o bando); 9,62 sono investimenti in corso di attivazione (per cui è disponibile una bozza di decreto o è stato approvato un decreto in attesa di registrazione); e 8,47 sono investimenti non attivi (per cui non sono state attivate procedure attuative note)”. Ma anche secondo Cdp stima che Pnrr “prevede il coinvolgimento diretto dei Comuni nella messa a terra di progetti per almeno 30 miliardi di euro entro il 2026, che potrebbero arrivare fino a 50 miliardi di euro circa a seconda del volume di progetti di titolarità delle amministrazioni centrali che coinvolgeranno gli enti territoriali nella fase di attuazione”. Secondo lo studio di Cassa depositi e prestiti “Questo flusso di risorse potrebbe colmare, almeno in parte, il fabbisogno di investimenti comunali rimasto in parte insoddisfatto negli ultimi anni, tenendo conto che la spesa in conto capitale dei Comuni si è ridotta in media del 3% all’anno negli ultimi 15 anni”.

Osservando il dossier dall’angolatura dei privati, anche un operatore leader nel campo degli investimenti in riqualificazione e sviluppo urbano e nella gestione di patrimoni immobiliari come il gruppo Coima ha analizzato l’impatto del Pnrr sulla rigenerazione urbana, arrivando alla conclusione che “gli interventi con impatto diretto si possono stimare in 54 miliardi di euro, mentre considerando anche gli investimenti nelle infrastrutture di trasporto, il valore degli investimenti in grado di interessare le città italiane si può valutare in 85 miliardi di euro”. Infine, il report Camera-Cresme cita l’ufficio studi dell’Associazione nazionale costruttori, per quel che concerne le attività che interessano la lunga filiera costituita da industrie produttrici di materiali, sistemi e componenti, distributori, progettisti, imprese di costruzioni e imprese specializzate: che stima investimenti del Pnrr destinati al settore delle costruzioni in 108 miliardi di euro.

infografica

comunità energetiche

Comunità energetiche: diritti, normative e possibilità

In tema di comunità energetica, il Pnrr potrebbe rappresentare ciò che i bonus per la riqualificazione (soprattutto Superbonus 110%) rappresentano per l’edilizia. In pratica un boost per un intero settore, quello delle rinnovabili. A beneficiarne sarebbero però tutti gli stakeholders della comunità locale. La stessa Enea stabilisce che “l’autoconsumo collettivo è fatto da una pluralità di consumatori ubicati all’interno di un edificio in cui è presente uno o più impianti alimentati esclusivamente da fonti rinnovabili. Gli impianti possono essere di proprietà di soggetti terzi e usufruire di specifici benefici, come le detrazioni fiscali”. Si tratta di una delle disposizioni contenute nel decreto Milleproroghe 2019, convertito in legge nel febbraio 2020, nei relativi decreti attuativi, e del decreto legislativo del 2021 che dà attuazione alla direttiva europea RED II sulla “promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili”. Il Gse (Gestore servizi energetici), ricorda che una comunità di energia rinnovabile” è “un soggetto giuridico autonomo, che si basa sulla partecipazione aperta e volontaria (a condizione che, per le imprese private, la partecipazione alla comunità di energia rinnovabile non costituisca l’attività commerciale principale). Gli azionisti o i membri “che esercitano potere di controllo” sono persone fisiche, piccole e medie imprese (Pmi) ma anche enti territoriali o autorità locali incluse le amministrazioni comunali, gli enti di ricerca e formazione, gli enti religiosi, del terzo settore e di protezione ambientale. Tali soggetti devono essere situati “nelle vicinanze degli impianti di produzione” detenuti dalla comunità energetica. L’obiettivo principale delle comunità energetiche è quindi “fornire benefici ambientali, economici o sociali a livello di comunità ai propri azionisti o membri o alle aree locali in cui opera, piuttosto che profitti finanziari”. La normativa stabilisce inoltre che azionisti e associati mantengono i loro diritti di “cliente finale”, compreso quello di scegliere il proprio fornitore di energia elettrica e “possono uscire dalla comunità quando lo desiderano”.

Il decreto legislativo del 2021 inoltre ha specificato nuovi criteri di età, allacciamento e soprattutto dimensionamento degli impianti di produzione da energia rinnovabile. La norma prevede che debbano avere “una potenza complessiva non superiore a 1 MW” sotto la medesima cabina elettrica di bassa tensione (che in Italia corrisponde a circa 3-4 piccoli Comuni o 2-3 quartieri di una grande città). Per condividere l’energia prodotta, gli utenti possono utilizzare le reti di distribuzione già esistenti e utilizzare forme di autoconsumo virtuale. Ad una comunità energetica possono oltre aderire anche impianti a fonti rinnovabili già esistenti (alla data di entrata in vigore del D.Lgs. 199/2021), purché entro la quota del 30% della potenza complessiva che fa capo alla comunità. Lo Stato ha previsto anche un sistema di incentivi “per promuovere l’utilizzo di sistemi di accumulo e la coincidenza fra produzione e consumo” e “remunerare l’energia autoconsumata istantaneamente”. I requisiti prevedono che l’impianto sia di nuova realizzazione, cioè costruito dopo l’1 marzo 2020. La tariffa d’incentivo (cumulabile con le detrazioni fiscali) può essere di 100 euro per MWh nel caso di “energia condivisa nell’ambito dell’autoconsumo collettivo (stesso edificio o condominio)” e di 110 euro/MWh nel caso di “energia condivisa nell’ambito delle comunità energetiche rinnovabili (stessa cabina elettrica di media/bassa tensione)”.

A ciò si affianca la possibilità di restituzione in bolletta “a fronte dell’evitata trasmissione dell’energia in rete che questi impianti permettono”, con conseguente sgravio che Arera quantifica in 10 euro/MWh per l’autoconsumo collettivo e in 8 euro/MWh per l’energia condivisa. Secondo Enea, la somma di tutti i benefici ammonterebbe a circa 150-160 euro/MWh. Tra le varie misure introdotte dal governo in tema di incentivi per la riqualificazione energetica, quello che più riguarda le comunità energetiche è l’Ecobonus, che introduce una detrazione pari al 110% delle spese relative a specifici interventi di efficientamento. Al momento la legge non fa riferimento alla tecnologia di fonte rinnovabile da adottare, ma a conti fatti quella che si presta meglio agli attuali provvedimenti è il fotovoltaico, per cui sono previste detrazioni fiscali del 50% in 10 anni o del 110% in 5 anni (ma solo per i primi 20 kWp di potenza e in questo caso con il nuovo incentivo calcolato solo sulla quota di produzione a partire da 20,01 kWp dell’impianto).

Di maio

Di Maio: “Con caro energia e materie prime la guerra incide su Pnrr”

La guerra in Ucraina incide negativamente anche sul Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il costo dell’energia e quello dei materiali, purtroppo, hanno effetti negativi sulla realizzazione di parte dei progetti del Piano. Così, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a margine del convegno dal titolo ‘Il Pnrr e i principali driver per un modello di sviluppo sostenibile’, affronta il legame guerra-Pnrr.

Le conseguenze del conflitto non si fermano a Mosca e Kiev, ma interessano il mondo intero. Per fare un esempio, spiega il ministro, “rischiamo che scoppino nuove guerre a migliaia di chilometri di distanza dall’Ucraina a causa del fatto che la Russia con le navi militari sta bloccando l’export di grano dai porti ucraini. L’Italia lavora a un’iniziativa che coinvolge tutti i Paesi del Mediterraneo e i nostri partner, e questa settimana terremo un importante evento di dialogo tra tutti gli Stati per trovare una soluzione che, per esempio, eviti una crisi alimentare che provochi maggiori flussi migratori verso il BelPaese“.

Intanto, sono stati mossi i primi passi per resistere alle inevitabili conseguenze della guerra. “Le nuove partnership con Qatar, il Congo, l’Algeria, l’Angola, l’Azerbaijan e il Mozambico ci permetteranno di diversificare sempre più le fonti di approvvigionamento, al momento importiamo il 40% del gas dalla Russia”, dichiara il responsabile della Farnesina. Alla dipendenza da Mosca, dunque, si arriverà, ma non senza oltrepassare alcuni ostacoli. Oggi, infatti, “siamo in grado di negoziare e quantità di gas con i Paesi esteri ma non siamo in grado di stipularne il prezzo perché come in Europa il prezzo del gas si determina al Ttf di Amsterdam, una sorta di borsa dove si decide il prezzo per tutto il Vecchio continente”.

A fronte di questo, sottolinea il responsabile della Farnesina, si è già discusso, ma si discuterà ancora, dell’adozione di un tetto massimo al prezzo del gas, un regolamento europeo che permetta a livello europeo di non andare oltre una certa soglia. Il fatto è che “in Italia il prezzo del gas è collegato a quello dell’energia elettrica, anche se non prodotto da gas. E’ un meccanismo di legame che esisteva tanti anni fa e che si basava sul principio di quando il gas aveva un prezzo abbastanza moderato, ma adesso le dinamiche non sono più così, quindi anche la produzione di energia elettrica da rinnovabili risente del prezzo del gas”, conclude Di Maio. La necessità del tetto massimo è impellente ed è una battaglia che deve vedere tutti uniti, al di là dei colori politici e dei livelli istituzionali, per arrivare a centrare l’obiettivo.

Maria Elisabetta Alberti Casellati

Casellati: “Transizione, rinnovabili e sostenibilità come sfida epocale”

L’ambizioso traguardo delle zero emissioni fissato dall’Europa per l’anno 2050 impone all’Italia un grande “salto di qualità”, attraverso “transizione ecologica, fonti rinnovabili, efficienza e autosufficienza energetica e mobilità sostenibile”. In merito a questo le “risorse del Recovery Fund, insieme al Pnrr, possono dare una spinta eccezionale” ma solo se “pianificando con intelligenza e lungimiranza strategie e investimenti”, ha dichiarato la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati nel suo messaggio per la prima edizione di ‘Duezerocinquezero’, forum nazionale su energia e sostenibilità, promosso dal Comune di Padova in collaborazione con AssoEsco.

La “sinergia tra pubblico e privato“, ha sottolineato Casellati, è “indispensabile sostenere il coraggio, l’intraprendenza e la creatività di tanti settori delle nostre economie che hanno messo innovazione, sostenibilità, integrazione con l’ambiente ed efficienza energetica al centro dei loro programmi di sviluppo“. Anche il coinvolgimento dei cittadini è essenziale in quanto “ogni transizione implica per definizione un’evoluzione della società, ovvero una crescita culturale prima ancora che tecnologica e infrastrutturale”. Inoltre, è importante “diffondere la consapevolezza che investire nella sostenibilità non è più soltanto una scelta meritevole, solida e durevole nel tempo, ma una via obbligata tanto sul piano ambientale, quanto su quello economico e sociale“, ha aggiunto la presidente del Senato.

ROBERTO CINGOLANI

Pnrr, 450 milioni per l’idrogeno verde: Cingolani firma il decreto

Il ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, ha firmato il Decreto che dà attuazione all’Investimento 5.2 (M2C2) del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La misura mette a disposizione 450 milioni di euro per finanziare progetti finalizzati allo sviluppo della filiera dell’idrogeno verde, elemento fondamentale nel processo di decarbonizzazione dell’industria, dei trasporti e del terziario. Il Decreto ripartisce le risorse del Pnrr tra le diverse linee progettuali individuate per la realizzazione di impianti per la produzione di elettrolizzatori, i macchinari che consentono di scomporre le molecole di acqua in ossigeno e idrogeno, utilizzando energia pulita da fonti rinnovabili.

L’obiettivo dell’Investimento 5.2 è di realizzare entro giugno 2026 una filiera tutta italiana con stabilimenti che producano elettrolizzatori e componenti associati, per una potenza complessiva annua di almeno 1 gigawatt, che consentirà di soddisfare la domanda di idrogeno verde. Dei 450 milioni complessivi previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il Decreto assegna 250 milioni a progetti Ipcei (Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo) per la realizzazione di impianti per la produzione di elettrolizzatori e 200 milioni ad ulteriori progetti che saranno selezionati attraverso avvisi pubblici di prossima pubblicazione, finalizzati alla realizzazione sia di ulteriori impianti per la produzione di elettrolizzatori, sia di impianti per la produzione di componenti a servizi degli elettrolizzatori stessi.

Attraverso questo investimento l’Italia punta a espandere il mercato dell’idrogeno e a diventare leader in un settore altamente innovativo, creando nuove competenze e posti di lavoro.