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Bce riduce consumi. Ma non può spegnere macchinette del caffè

Verde e sostenibile, anche più del dovuto. Tra risparmio energetico, riduzione degli sprechi idrici, impianti di riscaldamento e climatizzazione di nuova generazione, la Banca centrale europea porta l’agenda sostenibile dell’Ue in ufficio. L’Eurosistema non vuole certe dare il cattivo esempio quando si parla di transizione green, e gli edifici che ospitano i lavori del board, dei tecnici, degli analisti e dei funzionari si allineano alle nuove ambizioni dell’Ue. A cominciare dall’edificio Sonnemannstrasse 20, quello principale, nel quartiere Ostenda di Francoforte sul Meno, dove avviene la maggior parte dei lavori dell’istituzione comunitaria.

Inaugurato nel novembre 2014, supera del 29% i requisiti della direttiva federale tedesca sul risparmio energetico (“Energiesparverordnung”). Un immobile ancor più virtuoso del minimo richiesto grazie alla facciata del grattacielo che presenta un triplo strato ad alta efficienza energetica. Inoltre le facciate e il tetto della Grossmarkthalle sono isolati in modo efficiente dal punto di vista energetico così da non avere dispersioni né indurre ad aumentare la temperatura interna a seconda delle stagioni. All’interno a ventilazione naturale è assicurata da elementi di facciata azionabili, schermature solari elettriche e illuminazione a basso consumo energetico, fornendo condizioni di lavoro ottimali con la massima luce diurna. Ancora, è presente un sistema di raccolta del l’acqua piovana per l’alimentazione dei servizi sanitari così come l’irrigazione degli spazi verdi interni. Il calore in eccesso generato dal centro di calcolo non viene dissipato, bensì ri utilizzato per riscaldare gli uffici. La Bce ha inoltre provveduto a piantare alberi attorno all’edificio. Questo inverdimento dell’area intorno all’edificio principale si è aggiunto al la rete di parchi cittadini, contribuendo ad accrescere la superficie boschiva di Francoforte.

Prima di Grossmarkthalle tutto si svolgeva tra l’Eurotower e il Japan Center, nel centro della città, e che oggi forniscono quasi la metà dei posti di lavoro totali della Bce, ospitando il personale di supervisione bancaria. Nel 2020 l’Eurotower ha ottenuto la certificazione Gold nell’ambito dell’iniziativa Leadership in Energy and Environmental Design (Leed), grazie ai miglioramenti apportati alla sua infrastruttura tecnica tra il 2015 e il 2016. Tra questi si segnalano l’ installazione di sistemi di schermatura solare ad alta efficienza energetica, l’ isolamento del nucleo in calcestruzzo, l’installazione di nuove centrali termoelettriche combinate, il rinnovo degli impianti di condizionamento per ridurre consumi e migliorare l’efficienza energetica, oltre alla conversione degli impianti elettrici per gli uffici, oggi interamente a Led.

Tutti questi interventi rispondono all’obiettivo che la Bce si è data di ridurre del 20% i consumi energetici entro il 2030. Alla fine del 2021 il taglio registrato è del 16,1%, in linea con le politiche interne. Merito anche della politica per l’area parcheggi, dove si è deciso di mettere lampadine più tenui. Curiosità: tutte le macchinette del caffè presenti negli edifici della Bce non vengono spente mai. “Per ragioni di igiene non si può”, spiegano a Francoforte. Si è dunque provveduto a fare in modo che durante la notte e per tutto il week-end entrino in modalità ‘risparmio energetico’.

(Photo credits: Daniel ROLAND / AFP)

Claudio Descalzi

L’Eni che non ti aspetti: eolico, sostenibile, alternativo

Eni ha sbancato il mercato. Ha chiuso il primo semestre con un utile netto di 7,398 miliardi, in crescita dagli 1,103 miliardi dello stesso periodo del 2021. “In un contesto di incertezza e volatilità dei mercati, ci siamo attivati rapidamente per garantire nuovi flussi di approvvigionamento“, ha commentato l’amministratore delegato, Claudio Descalzi. E “in Italia, ci siamo proattivamente impegnati nella ricostituzione degli stoccaggi di gas in previsione” dell’inverno. Petrolio e gas ovviamente sono i capisaldi del successo del cane a sei zampe che, confermando previsioni e il buy-back, ha beneficiato di uno sprint di tutto rispetto in Borsa: +5,63% a 11,71 euro, fra il plauso degli analisti. C’è però un Eni che non ti aspetti: green, sostenibile e soprattutto redditizio.

Tutte le attività per così dire non fossili sono sotto l’ombrello di Plenitude. “In Plenitude, il programma di espansione della capacità di generazione da fonti rinnovabili prosegue verso l’obiettivo di superare i 2 GW entro la fine dell’anno”, ha fatto sapere De Scalzi: “Date le condizioni di mercato, l’IPO è stata rimandata ma rimane nei nostri piani. Il business Eni della mobilità sostenibile incrementerà il valore delle nostre bioraffinerie, facendo leva sull’integrazione verticale con il nostro innovativo agri-business e il portafoglio di soluzioni decarbonizzate. Tecnologie breakthrough – ha concluso l’amministratore delegato – sono il motore del nostro sviluppo come testimonia la costruzione in corso dell’impianto dimostrativo di fusione magnetica che punta a produrre energia netta da fusione nel 2025“.

A proposito di redditività, nel secondo trimestre, Plenitude (che ricordiamo include il business retail, renewable & mobilità elettrica) ha conseguito un Ebit di 112 milioni di euro (+58% in riferimento al secondo trimestre 2021) per effetto delle maggiori produzioni di energia elettrica rinnovabile e dei maggiori prezzi di vendita all’ingrosso. E l’Ebitda atteso di Plenitude per il 2022 è confermato superiore a 0,6 miliardi.

Nel dettaglio, sul fronte rinnovabili, la produzione di energia elettrica è stata pari a 662 GWh nel secondo trimestre 2022, quasi quintuplicata rispetto allo stesso periodo del 2021. Al 30 giugno la capacità installata da fonti rinnovabili è pari a 1,5 GW: rispetto al 31 dicembre scorso la capacità è aumentata di 0,4 GW, principalmente grazie all’acquisizione dell’impianto Corazon negli Stati Uniti, all’installazione del primo lotto da 68 MW del campo fotovoltaico di Brazoria (USA), nonché all’acquisizione degli asset eolici di Fortore Energia in Italia.

L’accelerazione di Eni verso produzioni di energia rinnovabile è evidente elencando i principali accordi siglati nel secondo trimestre. Ad aprile, Plenitude ha annunciato un investimento in EnerOcean, una società spagnola che sviluppa W2Power, una tecnologia innovativa per impianti eolici galleggianti. Sempre ad aprile GreenIT, la joint venture tra Plenitude e CDP Equity, ha firmato ad aprile un accordo con il fondo Copenhagen Infrastructure Partners (CIP) per la costruzione e la gestione di due parchi eolici offshore galleggianti in Sicilia e Sardegna, con una capacità totale prevista di circa 750 MW. A maggio è stata siglata una intesa con Ansaldo Energia per valutare tecnologie per l’accumulo di energia elettrica alternative alle batterie elettrochimiche. A luglio, per concludere, Plenitude e HitecVision hanno sottoscritto un accordo per l’espansione dell’attività della joint venture norvegese Vårgrønn con l’obiettivo di consolidarne la presenza tra i più importanti player del settore eolico offshore.

Non è finita: a maggio Eni ha firmato con Sonatrach un memorandum of understanding per valutare la fattibilità di un progetto di idrogeno verde nella concessione Bir Rebaa North, per consentire la decarbonizzazione delle operazioni. La transizione energetica è avviata. Il cane a sei zampe è sempre più verde.

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Coltivare energia solare si può: lo fa la città sudafricana Orania

In questo remoto angolo del Sudafrica, un’enclave al 100% bianca fondata alla fine dell’apartheid, non potendo coltivare grano a causa del terreno paludoso si è convertita a coltivare energia solare per sfuggire alle incessanti interruzioni di corrente che affliggono il Paese. I 2.500 abitanti di Orania, nel mezzo del deserto del Karoo a più di 600 km a sud-ovest di Johannesburg, puntano all’autosufficienza a tutti i livelli per isolarsi da un Paese che ai loro occhi è diventato decadente.

Questi discendenti di ugonotti olandesi e francesi, arrivati sulla punta dell’Africa nel XVII secolo, hanno lanciato un ambizioso progetto solare che dovrebbe consentire loro di produrre più del necessario. I lavori di questo progetto, stimati in oltre 600.000 euro, sono iniziati nel giugno 2021. Oggi l’impianto produce 841 KW all’ora. Quasi sufficiente per rifornire la città e le fattorie circostanti. La città afrikaner punta alla completa autonomia entro tre anni, mentre il Paese è sprofondato in una grave crisi energetica da quasi quindici anni, a causa dell’invecchiamento delle centrali a carbone, degli scioperi e della corruzione all’interno di Eskom, l’azienda pubblica che produce il 90% dell’elettricità sudafricana.

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(Photo by MARCO LONGARI / AFP)

È stata la semplice idea dell’autosufficienza a spingerci a farlo“, ha dichiarato François Joubert, ideatore del progetto. “Qui non si può contare su nessuno per i servizi di base“, dice l’ingegnere 69enne. “Siamo lontani da Johannesburg e da Città del Capo, quindi dobbiamo prendere in mano la situazione. E a noi sta bene così”.

Il sito di 8.000 ettari sul fiume Orange dove Orania è stata fondata nel 1991, dopo l’abolizione delle leggi razziali, è stato acquistato dal genero di Hendrik Verwoerd, l’ex primo ministro considerato l’architetto dell’apartheid, e da alcune famiglie afrikaner. “L’operazione solare rappresenta per noi una svolta epocale. Porta stabilità energetica alla città“, afferma il sindaco Gawie Snyman. “Il nostro sogno sarebbe addirittura quello di esportare energia elettrica”.

Lunedì il Presidente Cyril Ramaphosa ha annunciato un pacchetto di misure urgenti, invitando il settore privato, privati e imprese, a investire nell’energia solare “su ogni tetto per alimentare la rete nazionale. Il prossimo passo nella produzione solare di Orania sarà l’installazione di batterie di accumulo tra qualche anno. Ciò consentirà alla città di affrancarsi finalmente dalla rete elettrica nazionale.

(Photo credits: STEPHANE DE SAKUTIN / AFP)

Rinnovabili, il Cdm approva 11 impianti: sbloccati 452 megawatt

Nuovo ‘ossigeno’ nella strategia nazionale di approvvigionamento energetico, con lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Il via libera del Cdm di questo pomeriggio, infatti, sblocca l’iter di ben 11 progetti di impianti di energia eolica. Operazione resa possibile dalle semplificazioni dei procedimenti autorizzativi previsti dal primo decreto Aiuti del governo presieduto da Mario Draghi, approvato nello scorso mese di maggio.

Grazie alle nuove norme, infatti, il Consiglio dei ministri ha potuto deliberare “l’approvazione del giudizio positivo di compatibilità ambientale” relativo a otto progetti da realizzare nel territorio della Puglia e tre in Basilicata, che contano complessivamente una potenza pari a circa 452 megawatt. L’articolo 7 del precedente dl Aiuti, dunque, rendono le deliberazioni del Cdm sostitutive ad ogni effetto del provvedimento di Valutazione d’impatto ambientale, il cosiddetto Via. La decisione di oggi, viene fatto notare in ambienti di governo, è perfettamente in linea con la strategia dell’esecutivo di sostegno al piano di diversificazione delle fonti energetiche.

Anche il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, esprime soddisfazione per il via libera: “Una decisione – spiega – che evidenzia quanto sia prioritario per questo governo l’impegno nello sviluppo di energia da fonti rinnovabili su tutto il territorio nazionale”. Per il responsabile del Mite “si tratta di un’ulteriore accelerazione verso l’indipendenza energetica, la decarbonizzazione e gli obiettivi di sviluppo sostenibile”.

Nel dettaglio, gli otto progetti da realizzare nel territorio della Puglia riguardano Mondonuovo (Comune di Mesagne, Brindisi), per una potenza pari a 54 megawatt, Valleverde (Comune di Bovino, Foggia, in località “Monte Livagni”) e opere di connessione (da ubicare anche nei comuni di Castelluccio dei Sauri e Deliceto, Foggia) per 31,35 megawatt. E ancora il rifacimento parziale e potenziamento (‘repowering’) del parco eolico (Comuni di Motta Montecorvino e Volturara Appula, Foggia), per complessivi 42 megawatt; poi San Pancrazio Torrevecchia (Comune di San Pancrazio Salentino, Brindisi) e relative opere di connessione alla Rete di Trasmissione Nazionale (comuni di Avetrana, Taranto, ed Erchie, Brindisi) per totali 34,5 megawatt, San Severo La Penna (Foggia) e relative opere di connessione, per 47,6 megawatt; San Potito (Ascoli Satriano, Foggia, località Torretta) e relative opere di connessione (Comune di Deliceto, Foggia), per 34,5 mw.

Inoltre, il Cdm dà il via libera al progetto da realizzare nel comune di San Paolo Civitate (Foggia), nelle località Pozzilli, Chiagnemamma, Cerro Comunale, Marana della Difensola–Quarantotto, Masseria Difensola e infrastrutture connesse, che si trovano nel territorio del comune di Torremaggiore (Foggia), nelle località Fari e Rascitore, per una potenza di 42 megawatt; Il Parco Eolico San Severo” (Comune di san Severo, Foggia), con potenza 54 megawatt.

Per quel che concerne, poi, i tre progetti che riguardano la regione Basilicata, si tratta della proroga di cinque anni del termine di validità del provvedimento di valutazione di impatto ambientale per la realizzazione dell’impianto eolico Serra Gagliardi, da realizzare in agro del Comune di Genzano di Lucania (Potenza), per 36 megawatt. Proroga di cinque anni anche del provvedimento di valutazione di impatto ambientale relativo all’impianto eolico Castellani da realizzarsi nel territorio del Maschito e Venosa (Potenza) per 38,995 megawatt. Infine, a Rosamarina (Comune di Lavello, Potenza) disco verde alle opere di connessione nei comuni di Venosa e Melfi, per una potenza complessiva di 37,1 megawatt.

isola di Ventotene

L’isola di Ventotene e la sua comunità energetica ispirazione per l’Europa

Ventotene sta tracciando la strada per l’Europa. L’isola pontina è infatti la prima nel Vecchio Continente ad aver accettato l’idea di ospitare una comunità energetica: si tratta di un nucleo composto da servizi, cittadini e strutture ricettive che producono, consumano e condividono energia proveniente da fonti rinnovabili, che siano impianti solari o mini eolici. Il progetto ha preso il via nell’ottobre del 2021 e intende mettere la comunità al centro del percorso di transizione ecologica: la comunità di Ventotene è partita con un hotel, un supermercato, un caffè e cinque residenti.

Ma perché è stata scelta proprio l’isola pontina? Ne abbiamo parlato con il professor Andrea Micangeli, docente dell’Università La Sapienza e punto di riferimento a livello internazionale quando si parla di ‘mini-grid’, reti di distribuzione elettrica basate su una produzione di energia su piccola scala. “Noi come Università La Sapienza, dipartimento di Meccanica, da decenni lavoriamo su sistemi energetici basati su comunità che per tanti anni sono stati situati in Paesi extra europei. Le mini-grid di energie rinnovabili sono state necessarie in Africa, Asia e America Latina. Già da anni ci chiedevano di trovare il modo di esportare questo sistema anche in Italia. Dicemmo chiaramente che stava arrivando una legge europea, la Red 2, che ci avrebbe permesso di farcela: è arrivata, è stata recepita dal governo italiano e anche nelle nostre regioni, in particolare presso la Regione Lazio, che ci ha dato lo slancio per avviare la prima comunità energetica laddove fosse chiaro che si trattasse, come in questo caso, di una comunità isolata, con una propria generazione in mini-grid. Questo perché Enel lì ha i suoi generatori diesel, che andavano affiancati a una comunità facilmente identificabile che fosse un esempio molto chiaro del fatto che su un’isola si può generare energia rinnovabile e utilizzarla tra i vari cittadini”.

Una volta individuata Ventotene come soluzione ideale a livello ‘geografico’, il progetto ha visto alcuni passaggi obbligati: “Abbiamo dovuto innanzitutto capire quali fossero i fondatori e i primi interessati a costituire la comunità energetica, poi si sono evidenziati gli spazi e gli impianti pubblici che saranno messi in funzione nei prossimi mesi e che potrebbero già essere un nucleo di generazione fotovoltaica importante e aggregante per gli altri associati. Quindi si è dovuta costituire l’associazione comunità energetica e adesso si stanno man mano realizzando altri impianti, di altri soci, per riuscire ad andare a regime con la comunità energetica entro la fine del 2022”.

Per una realtà come Ventotene, arrivare a essere un’isola totalmente autosufficiente in termini di energia rinnovabile non è detto che rappresenti la soluzione ideale da percorrere, come ci spiega il professor Micangeli: “Bisogna innanzitutto ricordare che Ventotene è già un’isola autosufficiente dal punto di vista energetico. L’autosufficienza da energie rinnovabili è difficile, bisogna rispettare l’ambiente anche da un punto di vista paesaggistico e da un punto di vista storico, quindi oltre al fotovoltaico devono essere messe in campo altre tecnologie: penso all’eolico e all’energia ricavata dalle onde del mare. A quel punto si potrà arrivare a una totale autosufficienza in chiave rinnovabile. Puntare subito al 100% non ha neanche pienamente senso e non è detto che abbia un impatto ambientale minimo: noi stiamo svolgendo questo studio e continueremo a supportarlo volentieri. Rimane un traguardo, ma certamente non immediato”.

A livello nazionale, il percorso deve obbligatoriamente accelerare il passo, anche sull’onda dello sforzo europeo in merito: “L’Italia deve attuare una politica e uno sviluppo che oggi non si può neanche più chiamare coraggioso: il costo dell’energia e il valore prodotto dalle rinnovabili non è solo economico e ambientale, ma anche geopolitico. Si sta vedendo ora quanto sia importante. L’ostacolo sta nella produzione di grandi quantità di energie non programmabile e nella capacità di dotarsi di varie forme di accumulo: non soltanto batterie, penso anche all’idrogeno e ad accumuli meccanici e idrici. La vera risposta sono le comunità energetiche, non immettere tutta questa energia su grandi reti nazionali, ma utilizzarla quanto più possibile localmente”.

clima

La nuova roadmap italiana per affrontare crisi climatica ed energetica

Una nuova roadmap per portare l’Italia fuori dalla crisi energetica e climatica, permettendole di fare quel necessario salto di qualità capace di garantire al nostro Paese un futuro e una sostenibilità economica. Un percorso in più tappe, lungimirante a sufficienza da arrivare al 2050, tentando di superare “30 anni di ritardi” e di “scarso impegno nella riduzione delle emissioni“, che hanno determinato “incendi, siccità, eventi meteorologici estremi“. La proposta è arrivata dalla Conferenza nazionale sul clima 2022, dal titolo ‘Crisi energetica e climatica: la nuova roadmap per l’Italia’, l’appuntamento più importante a livello nazionale dedicato al clima. Iniziativa promossa da Italy For Climate, è stata aperta da Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. “La lotta al cambiamento climatico e l’obiettivo della neutralità climatica al 2050 – ha detto dal palco – sono una priorità, da cui dipendono il futuro e l’economia del nostro Paese”, che può essere capofila nel percorso da intraprendere verso “la neutralità climatica“, perché altrimenti il rischio è quello di “pagare costi sociali ed economici elevati“. Che è proprio ciò che sta già accadendo. La crisi climatica, ha ricordato Ronchi, deve essere una priorità e “servono misure di adattamento per renderci meno vulnerabili“. Fondamentale è dotarci di “una legge per clima, che già esiste “in Germania, in Francia e nel Regno Unito“, mentre nel nostro Paese “manca un quadro normativo aggiornato, meglio se pluriennale, oltre il 2030-2040 che aggiorni i target, gli strumenti, acceleri la transizione energetica e introduca anche misure di adattamento“.

INTENSIFICARE LE FONTI RINNOVABILI

Tre le proposte presentate alla Conferenza, che si aggiungono alle 40 lanciate a dicembre 2021 da Italy for Climate per ridurre del 60% rispetto al 1990 le emissioni di gas serra, per azzerare l’uso energetico del carbone e tagliare del 45% l’uso del gas. Ciò che serve, è l’appello arrivato dagli esperti, è “arrivare, entro il 2030, all’85% della produzione elettrica nazionale attraverso fonti rinnovabili (oggi è circa al 40%)“. L’elettrificazione dei consumi è un driver fondamentale della transizione energetica, ma solo se associata alla progressiva decarbonizzazione del kWh, grazie alle fonti rinnovabili. È la strategia del programma presentato nelle scorse settimane da Elettricità Futura e condivisa con il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che porterà l’Italia ad avere circa l’84% della generazione elettrica nazionale da fonti rinnovabili.

RIPENSARE AL SUPERBONUS

La seconda proposta mira a “ripensare il Superbonus dell’edilizia, per elettrificare 3 milioni di abitazioni in tre anni, con un risparmio di risorse pubbliche e un innalzamento dei benefici ambientali connessi“. Superbonus che, secondo quanto emerso durante la Conferenza “non ha prodotto risultati sufficienti nell’ottica della riduzione dei consumi energetici e della decarbonizzazione“. A maggio del 2022 sono stati realizzati 170 mila interventi con 30 miliardi di euro di finanziamenti che avrebbero interessato circa 500 mila abitazioni (meno del 2% del totale nazionale; stima di Italy for Climate) e prodotto un risparmio non superiore a 400 mila tep: meno dell’1% del consumo energetico degli edifici in Italia e dello 0,4% di tutti i consumi energetici finali nazionali. Ecco allora che puntare sull’elettrificazione degli edifici sarebbe “ambientalmente ed economicamente molto più efficiente e con tempi di realizzazione relativamente rapidi“.

CIASCUNO DEVE FARE LA SUA PARTE

E, infine, è necessario “mobilitare i cittadini, attraverso ‘Faccio la mia parte’, una campagna per incidere molto e velocemente sui consumi di energia attraverso i comportamenti individuali“. Secondo le stime questa campagna potrebbe portare in media a un risparmio annuo per le famiglie di 450 euro insieme alla riduzione di 3 miliardi di mc di gas e di 2 milioni di tonnellate di petrolio, per un taglio delle emissioni pari a circa 12 milioni di tonnellate di CO2.

Le tre proposte dovranno tenere conto, naturalmente, del contesto attuale e potrebbero consentire all’Italia “di ridurre notevolmente la dipendenza energetica dall’estero“, ma “senza un coinvolgimento attivo degli enti locali e dei territori non si potrà realizzare alcuna transizione“.

Papa

Il Papa invoca una ‘conversione ecologica’: “Urgente ridurre emissioni”

Papa Francesco invoca una “conversione ecologica” e lancia un nuovo appello per ridurre le emissioni di Co2. Lo fa in un messaggio inviato alla Conferenza ‘Resilience of People and Ecosystems under Climate Stress’, organizzata in Vaticano dalla Pontificia Accademia delle Scienze.

Il fenomeno del cambiamento climatico, sottolinea, è diventato un’emergenza che “non resta più ai margini della società“. Ha, al contrario, assunto un ruolo “centrale“, rimodellando non solo i sistemi industriali e agricoli ma anche “influenzando negativamente la famiglia umana globale, specialmente i poveri e coloro che vivono nelle periferie economiche del nostro mondo“.

Le sfide sono due: “Ridurre i rischi climatici riducendo le emissioni e aiutare e consentire alle persone di adattarsi ai cambiamenti del clima che si stanno progressivamente aggravando. Poi fa riferimento a due ulteriori preoccupazioni: “la perdita di biodiversità e le numerose guerre in corso in varie regioni del mondo che, insieme, comportano conseguenze dannose per la sopravvivenza e il benessere dell’uomo, tra cui i problemi di sicurezza alimentare e l’inquinamento crescente“. Sono crisi che, ricorda, dimostrano che “tutto è collegato” e che la promozione del bene comune a lungo termine del nostro pianeta è “essenziale per un’autentica conversione ecologica.

Nella prima settimana di luglio, Jorge Mario Bergoglio, in nome e per conto dello Stato della Città del Vaticano, ha approvato una legge che prevede l’obbligo di aderire alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici e all’Accordo di Parigi, con, spiega, “la speranza che all’alba del ventunesimo secolo l’umanità sarà ricordata per essersi generosamente assunta le sue gravi responsabilità“.

(Photo credits: Vincenzo PINTO / AFP)

Praga alla presidenza Ue. Von der Leyen punta su attuazione ‘RePower’

Se c’è una sfida su cui Bruxelles si aspetta tanto dal semestre di presidenza della Repubblica ceca alla guida del Consiglio Ue – che ha preso il via ieri (primo luglio) e andrà avanti per i prossimi sei mesi – è proprio quella dell’energia e della sicurezza dell’Ue di fronte ai tagli alle forniture di gas da parte della Russia.

La crisi “non è alle nostre spalle” e Bruxelles dovrà lavorare a stretto contatto con la presidenza di Praga per presentare “verso metà luglio un piano d’emergenza per l’energia”. La conferma arriva dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in conferenza stampa a Litomyšl, in Repubblica ceca, al fianco del primo ministro, Petr Fiala, per l’avvio della presidenza di turno alla guida dell’Ue. E’ consuetudine per il collegio dei commissari europei, quando prende il via una nuova presidenza di turno dell’Ue, recarsi nel Paese che per i successivi sei mesi detterà l’agenda politica del Consiglio.

Il piano di riduzione della domanda di energia in questione era stato annunciato dalla stessa leader dell’Esecutivo comunitario al termine dell’ultimo Consiglio europeo del 23-24 giugno. Ieri è arrivata la conferma che arriverà a metà luglio e che sarà fondato sulla doppia priorità di tagliare la domanda e quindi i consumi “in maniera intelligente e di dimostrare solidarietà” tra gli Stati membri quando si parla di forniture di energia, principalmente attraverso accordi bilaterali con chi non dispone di strutture sotterranee per stoccare le riserve di gas in vista dell’inverno. Un piano che si rende urgente e necessario visti i tagli repentini alle forniture di gas da parte della Russia nei confronti di oltre dieci Stati membri dell’Ue, tra chi è andato incontro allo stop totale alle forniture russe e chi solo parziale.

Von der Leyen ricorda che gli Stati membri sono già ben collegati “attraverso gasdotti, abbiamo tutti questi interconnettori e possiamo sempre avere i flussi inversi” di gas. Ma di fronte ai tagli alle forniture “ci serve un buon piano comune che permetta all’energia e al gas di fluire dove è più necessario”, per non andare incontro a un inverno senza riscaldamento. Il colosso energetico russo Gazprom ha già annunciato una sospensione parziale delle forniture all’Europa per “lavori di manutenzione” che andranno avanti dall’11 al 21 luglio, che porteranno a un’ulteriore contrazione dei flussi all’Europa.

L’agenda di Praga alla guida dell’Ue sarà legata, senza dubbio, alla stretta attualità, tanto da non essere casuale la scelta del motto ‘Rethink, Rebuild, Repower’ (Ripensare, rinnovare e “ripotenziare” l’Ue) dal momento che il Paese dovrà concentrarsi sull’attuazione del pacchetto energetico ‘RePowerEu’, presentato lo scorso 18 maggio dalla Commissione Europea come una tabella di marcia per affrancare l’Unione dalla dipendenza dai combustibili fossili russi al più tardi entro il 2027. “Contiamo su Praga per raggiungere un rapido accordo tra Consiglio e Parlamento – i due co-legislatori – sull’adozione del regolamento che ha istituito il piano”. L’adozione del regolamento porterà gli Stati membri a iniziare a disporre delle risorse previste dal piano, che la Commissione Ue stima in 300 miliardi di euro. Il piano – ha ricordato la presidente – si basa su tre pilastri: la diversificazione dei fornitori di energia “in particolare per quanto riguarda il gas e il petrolio”, la riduzione della domanda di energia e soprattutto “massicci investimenti in energie rinnovabili, che hanno il vantaggio di essere prodotte a casa nostra e creare posti di lavoro”.

Che la sicurezza energetica sarà al centro del semestre di presidenza ceca lo ha confermato lo stesso primo ministro, Petr Fiala, al fianco di von der Leyen in conferenza stampa. Indipendenza dell’Unione Europea e abbassare i prezzi insostenibili dell’energia, che stanno “soffocando la nostra economia e creando problemi ai nostri cittadini”, saranno le sfide di Praga e più in generale dell’Ue di domani. La sicurezza energetica è una delle cinque priorità messe nero su bianco nell’agenda della presidenza e come nei piani di Bruxelles, il focus sarà sulla diversificazione dei fornitori di energia e l’accelerazione della transizione alle energie rinnovabili e a basse emissioni. “La Presidenza ceca è pronta a lavorare sull’attuazione della regolamentazione delle riserve di gas”, si legge sul sito della presidenza, in riferimento all’obbligo disposto dall’Esecutivo comunitario di riempire gli stoccaggi di gas prima dell’inverno.

Ma per Praga la sicurezza energetica dell’Ue passa anche per l’energia nucleare che sarà centrale nella sua agenda “anche per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Ue”. Il nucleare è un’importante fonte di energia nella Repubblica Ceca, rappresentando circa il 40 per cento del suo mix energetico, e Praga ha già chiarito l’intenzione di rilanciarne l’uso. La presidenza della Francia che si è appena conclusa, lascia nelle mani di Praga anche l’avvio dei negoziati interistituzionali con il Parlamento europeo sui principali dossier del pacchetto sul clima ‘Fit for 55’, dalla riforma del sistema Ets alla tassa sul carbonio alle frontiere su cui entrambi i co-legislatori ormai hanno definito la loro posizione. “Ora la presidenza è nella posizione ideale per guidare i triloghi (i negoziati a tre) sul ‘Fit for 550 tra Consiglio e Parlamento”, ha ricordato von der Leyen, che spera in un accordo prima della prossima Conferenza sul clima delle Nazioni Unite che si terrà a novembre in Egitto. Ma su questo Praga già mette le mani e fa sapere che si concentrerà soprattutto sui dossier dell’efficienza energetica e dell’uso delle energie rinnovabili, su cui Bruxelles ha proposto di alzare i target alla luce della guerra in Ucraina.

Cingolani: “Transizione ecologica rapida, ma senza lasciare indietro nessuno”

Il percorso verso la transizione energetica, in Italia, procede nonostante la crisi legata alle forniture di gas e petrolio e la riattivazione delle miniere di carbone. Il Consiglio europeo su energia e ambiente si è concluso con risultati che lasciano ben sperare. Al rientro dalla sua missione in Lussemburgo, il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani ripercorre le tappe più salienti toccate nel corso dell’incontro. Lo fa, innanzi tutto, con una breve ma trasparente introduzione: “Questi due giorni di lavori hanno dimostrato ancora una volta che stiamo mettendo in atto molte iniziative e stiamo facendo qualcosa di unico al mondo. Le scelte che sono state prese vanno nell’auspicata direzione di una transizione ecologica rapida ma che non lascia nessuno indietro”.

Per quanto riguarda il pacchetto ‘Fit for 55‘ è stato concordato l’orientamento generale sul testo di due direttive cruciali: ‘Fonti Rinnovabili’ ed ‘Efficienza Energetica’. I ministri hanno raggiunto un accordo che impegnerà i Paesi dell’Unione a produrre almeno il 40% di energia da fonti rinnovabili entro il 2030 e di realizzare interventi di efficientamento, che permettano di ridurre il consumo di energia del 9% rispetto ai livelli previsti nel 2030.

Ridurre le emissioni è anche il motivo per cui c’è stata la conferma del phase-out per i motori a benzina e diesel entro il 2035. Una misura che, nonostante risulti appropriata per l’obiettivo di riduzione delle emissioni, preoccupa, non poco, il Paese a livello di posti di lavoro. Tuttavia, Cingolani assicura: “Per il settore automotive sono stati raggiunti importanti risultati per assicurare una transizione verso una mobilità a zero emissioni sostenibile sia dal punto di vista tecnico che socio-economico”. Infatti, in tale ambito l’Italia ha ottenuto un percorso di transizione senza strappi per garantire l’eccellenza italiana delle piccole produzioni di automobili e furgoni. “È stata inoltre raggiunta un’apertura importante per l’utilizzo di carburanti sintetici a impatto ambientale zero (o comunque molto basso) che consentono la riduzione sostanziale della Co2 anche utilizzando motori tradizionali”, la sottolineatura.

Questa soluzione ripristina il principio della neutralità tecnologica del pacchetto normativo garantendo che tutte le tecnologie possano contribuire al processo di decarbonizzazione a tutela dei paesi e le fasce più deboli che potrebbero non essere in grado di completare la transizione alla mobilità elettrica entro la data prevista, garantendo comunque la decarbonizzazione.

Spazi ampi e sostenibili: Google punta sugli uffici ‘green’

I giganti tecnologici assumono sempre meno e gli ingegneri hanno adottato in larga misura il telelavoro, ma Google ha appena inaugurato nuovi uffici futuristici nella Silicon Valley, progettati per soddisfare tutte le esigenze attuali e anche future dei suoi dipendenti. A Mountain View, a un chilometro e mezzo in linea d’aria dalla sua sede, il gruppo californiano ha costruito due enormi edifici che sembrano tende di vetro e metallo, ricoperte di pannelli solari a forma di squame di drago. Alphabet, la società madre di Google, non ha reso noto il costo del Campus di Bay View, progettato per ospitare fino a 4.500 dipendenti.

Non credo che nessuno dei nostri edifici sarà vuoto. Non siamo preoccupati“, scherza Michelle Kaufmann, direttore della ricerca e dello sviluppo per gli uffici dell’azienda, durante un tour per la stampa. “Siamo più preoccupati di avere spazio a sufficienza. Perché l’azienda è ancora in crescita“, aggiunge. Alla fine di marzo, Alphabet contava circa 164.000 dipendenti in tutto il mondo (+17% in un anno). Solo nella Bay Area di San Francisco, 45.000 persone lavorano per il gigante tecnologico. La vicina Meta (Facebook, Instagram) e altre grandi aziende digitali (Microsoft, Amazon, Nvidia, Snap, Uber…) hanno recentemente annunciato un rallentamento delle assunzioni a causa del contesto economico sfavorevole, dopo aver assunto in massa durante la pandemia.

CONNESSIONI E DISCONNESSIONI

Diverse aziende, come Twitter a San Francisco, hanno lasciato la porta aperta al telelavoro perché molti ingegneri lo preferiscono. Alcuni hanno difficoltà a convincere le squadre a tornare a lavoro di persona, in parte a causa della paura per il Covid. “Credo che il 10% del personale (di Google, ndr) abbia scelto e ottenuto l’opzione di lavorare da casa come prima cosa”, osserva Michelle Kaufmann. Che spera che i nuovi uffici, progettati molto prima della pandemia, soddisfino le aspettative degli altri dipendenti, che dividono la loro settimana tra lavoro di persona e telelavoro. Il piano terra è costituito da ristoranti, caffè, palestre e sale riunioni, distribuiti intorno a diverse “piazze pubbliche” – dal ‘Dinosaur District’ al ‘Neon Nature’ – fiancheggiate da divani. Al piano superiore ci sono uffici modulari, separati da vari mobili, ma senza pareti, in modo che i team abbiano “la privacy di cui hanno bisogno” pur rimanendo “collegati al resto della comunità“, dice l’architetto. Google spera di incoraggiare la creatività e il lavoro di squadra, mentre i compiti più solitari possono essere svolti da casa. Ma attenzione alla dipendenza dalla tecnologia: nelle toilette, un avviso dà consigli su come non farsi ‘catturare’ dal telefono e mette in guardia dalla “apnea da e-mail” (quando si trattiene il respiro mentre si controlla la posta elettronica).

ACQUA RICICLATA, ARIA NATURALE

La costruzione degli edifici è durata cinque anni, con ambiziose specifiche ambientali. Alphabet ha promesso di essere completamente neutrale dal punto di vista delle emissioni di carbonio entro il 2030. Il campus è a zero emissioni di carbonio “per il 90% del tempo” grazie ai pannelli solari e alle batterie geotermiche. Tutte le esigenze di acqua non potabile sono soddisfatte dall’acqua riciclata prodotta in loco. E i sistemi di ventilazione utilizzano il 100% di aria esterna, “invece del 20% medio” degli uffici, dice Michelle Kaufmann. Si tratta di un’iniziativa tempestiva nell’era della pandemia. “Per fortuna, molte delle cose che abbiamo progettato funzionano perfettamente con il Covid“, dice l’architetto. “Pensavamo di avere altri dieci anni per alcuni elementi, ma il virus ha accelerato il processo“. Assicura poi che gli spazi di lavoro sono stati progettati con la flessibilità necessaria per far fronte a esigenze che nessuno ha ancora immaginato. Per ora, l’acustica “da opera” non è disturbata da molti dipendenti, dato che il nuovo campus è stato appena inaugurato. E i dipendenti di altre sedi di Google, se sono in visita per qualche giorno, possono alloggiare in uno dei 240 appartamenti costruiti dall’altra parte della strada.

(Photo credits: NOAH BERGER/AFP)