Francia frena sulla Tav. Salvini chiede chiarezza ma Parigi precisa: “Nulla di deciso”

Nuovo fronte tra Italia e Francia. Ancora non sono rientrate le incomprensioni sulla gestione dei migranti che si è aperta una nuova crepa nei rapporti tra Roma e Parigi. Oggetto del contendere, la realizzazione della Torino-Lione, la cui storia, tra progetti e contestazioni di massa, risale all’inizio degli anni ’90. Parigi starebbe infatti valutando una dilazione dei tempi di almeno 10 anni. O meglio, come rivelato dal quotidiano La Repubblica, il Conseil d’orientation des infrastructures (Coi) nei nei mesi scorsi ha messo nero su bianco nel suo cronoprogramma (consegnato il 16 marzo scorso alla premier Elizabeth Borne) che servirà tempo ulteriore per completare la tratta di collegamento al tunnel transfrontaliero. E tra i motivi principali ci sono i costi troppo alti e la necessità di finanziamenti massicci. Il tutto farebbe dunque slittare la scadenza di completamento dell’opera al 2043.

Troppo per il governo di Giorgia Meloni che, per voce del suo vicepremier, e ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Matteo Salvini, chiede immediati chiarimenti. Parigi precisa che in realtà il governo non ha preso alcuna decisione, per il momento. Tutto è rimandato a giugno, quando si terrà la Conferenza intergovernativa italofrancese a Lione a cui la Francia dovrà arrivare con una linea condivisa sui lavori della rete nazionale della Tav. Salvini accoglie con favore le rassicurazioni francesi, ma rimane cauto. “Aspettiamo Parigi alla prova dei fatti”, dicono dal Mit, ricordando che il ministro è determinato “a far viaggiare spedito il Cantiere Italia da Nord a Sud” e “presto farà un sopralluogo per verificare l’andamento dei lavori” della Torino-Lione.

L’allarme su possibili ritardi francesi era scattato un mese fa, con l’appello al presidente Emmanuel Macron da parte di 60 parlamentari francesi, preoccupati proprio dal rapporto del Coi, che raccomandava di rinviare “almeno al 2045” il completamento dell’opera. La proposta del Conseil è infatti quella di realizzare una delle tratte di accesso della Tav in Francia soltanto dopo l’entrata in funzione del tunnel del Moncenisio, tra la fine del 2032 e l’inizio del 2033. Si tratta di una galleria di confine che corre sotto le Alpi per 57,5 chilometri, ha un costo di 9 miliardi e ha bisogno di essere collegata a una rete ferroviaria adeguata su entrambi i versanti. In Italia arriverà in tempo, assicura il governo, mentre in Francia la rete adatta – quella che da Saint Jean de Maurienne incrocia la linea ad alta velocità Parigi-Marsiglia – arriverebbe solo nel 2043. Cioè più di dieci anni dopo la consegna di quello che molti hanno definito il ‘cantiere del secolo’, prevista per il 2030. Il motivo è semplice: in Francia il percorso su cui intervenire (circa 110 chilometri) è più lungo, e più costoso, di quello italiano ( 6,7 miliardi di euro contro i 2 miliardi di Roma). Nulla è deciso, ribadiscono da Parigi. Intanto domani, 12 maggio, ci sarà un confronto in Francia tra i capidelegazione Paolo Foietta, Josiane Beaud e i delegati di Bruxelles (l’opera è infatti cofinanziata al 50% dalla Ue).

Da Parigi ci aspettiamo chiarezza, serietà e rispetto degli accordi – ribadisce Salvini – l’Italia è stata ed è di parola, non possiamo accettare voltafaccia su un’opera importante non solo per i due Paesi ma per tutta Europa”. La preoccupazione del governo italiano è condivisa, poco dopo, anche dal governatore piemontese Alberto Cirio: “L’Italia sta andando avanti nel rispetto dei tempi e degli impegni presi con l’Europa e mi auguro che la Francia faccia altrettanto”, commenta. Marco Gay, presidente di Confindustria Piemonte, ricorda che “dopo più di 30 anni abbiamo finalmente una data di conclusione della Torino-Lione, ovvero il 2032”. Per questo, “auspichiamo che questa data sia certa e veda la conferma anche dei partner europei coinvolti. Non è una partita che si può non giocare”.

Gioiscono i No Tav: con il “rinvio dei lavori” che sta valutando la Francia l’opera “si schianta contro un muro”. “Senza la tratta nazionale francese va a cadere anche una delle ultime argomentazioni dei promotori dell’opera, cioè il guadagno di mezz’ora dei tempi di percorrenza tra Torino e Lione, a costo di sventrare due valli e spendere decine di miliardi. Ciò che sta accadendo – prosegue il movimento – è la dimostrazione plastica di quanto, da una parte all’altra del confine, ripetiamo da tempo: cioè che l’opera è antieconomica, inutile e rappresenta unicamente un grande regalo alle lobbies del cemento e del tondino”.

Ok dalla Camera alla mozione sul nucleare: l’Italia si impegna a valutarlo nel mix energetico

Via libera dall’Aula della Camera alla mozione di maggioranza sull’energia nucleare. Il testo approvato da Montecitorio impegna il Governo a “confermare l’obiettivo di zero emissioni al 2050, a partecipare attivamente, in sede europea e internazionale, a ogni opportuna iniziativa, sia di carattere scientifico che promossa da organismi di natura politica, volta ad incentivare lo sviluppo delle nuove tecnologie nucleari destinate alla produzione di energia per scopi civili”. Inoltre, “al fine di accelerare il processo di decarbonizzazione dell’Italia”, si impegna il Governo “a valutare l’opportunità di inserire nel mix energetico nazionale anche il nucleare quale fonte alternativa e pulita per la produzione di energia”. La mozione impegna poi il Governo a “adottare iniziative volte ad includere la produzione di energia atomica di nuova generazione all’interno della politica energetica europea, riaffermando in sede europea una posizione unitaria volta a mantenere nella tassonomia degli investimenti verdi la messa in esercizio di centrali nucleari realizzate con le migliori tecnologie disponibili” e “a valutare in quali territori al di fuori dell’Italia la produzione di energia Nucleare possa soddisfare il fabbisogno nazionale di energia decarbonizzata e a valutare l’opportunità di promuovere e favorire lo sviluppo di accordi e partnership internazionali tra le società nazionali e/o partecipate pubbliche e le società che gestiscono la produzione Nucleare al fine di poter soddisfare il suddetto fabbisogno nazionale“.

Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, nelle parole del ministro Pichetto e della sua vice Gava, ringrazia il Parlamento per “aver dato un preciso indirizzo al Governo” e spiega che ora “valuteremo, con la massima attenzione, come inserirlo nel mix energetico nazionale dei prossimi decenni con l’obiettivo di raggiungere, anche con il contributo dell’energia Nucleare, gli obiettivi di decarbonizzazione stabiliti dall’Unione Europea, sino a quello finale della neutralità climatica del 2050”. Festeggia anche il ministro delle Infrastrutture Salvini, visto che “in un momento che richiede buonsenso nella transizione ambientale verso fonti alternative di produzione energetica, l’Italia non può più permettersi di essere fermata dai no pregiudiziali. Fondamentale pensare a percorsi rapidi per dire di sì al nucleare di ultima generazione, pulito e sostenibile“. 

Di parere del tutto contrario l’Alleanza Verdi e Sinistra. Con Angelo Bonelli che parla di una “grande operazione di disinformazione, che vuole fermare gli investimenti per fermare la transizione ecologica, investimenti che possono generare lavoro e rilancio dell’economia”, precisando che il nucleare “è l’energia più costosa, considerando i costi necessari a realizzare gli impianti che sono tutti a carico della finanza pubblica. In Europa il prezzo è intorno ai 120 euro a MWh, e si manterrà a questi livelli anche nel 2050 mentre il solare si collocherà nei prossimi anni, secondo l’agenzia internazionale dell’energia, ad un costo intorno ai 15 euro Mwh e l’eolico offshore sui 25 Mwh”. Insieme a Fratoianni, poi, punta il dito contro Italia Viva e Azione, che hanno “votato insieme alla destra per il ritorno del Nucleare in Italia”. “Il piano Nucleare da 40 GW di Calenda costa 400 mld di € finanziato con i soldi pubblici , dove si prenderanno le risorse economiche? Come sempre dalle bollette di famiglie e imprese. Il terzo Polo oggi, votando con la destra, conferma le parole della Premier Meloni, che aveva già individuato in Calenda un suo possibile alleato, insieme per difendere le lobby energetiche, come accaduto con la vicenda degli extraprofitti”, concludono.

Pnrr, per Meloni priorità è non perdere soldi. Fitto prepara richiesta terza rata

Repetita iuvant. Per chi lo avesse dimenticato, Giorgia Meloni ha un’unica, grande “priorità” sul Pnrr:Non perdere soldi“. La presidente del Consiglio, al ‘Foglio’, ribadisce la sua linea sui fondi europei del Next Generation Eu, assicurando che riporterà “le cose alla loro dimensione di progettazione e fattibilità”. Pur senza rinunciare all’obiettivo politico che si è prefissata: ottenere alcune modifiche al piano. Perché è il ‘suo’ da soli sei mesi, da quando cioè è arrivata a Palazzo Chigi. Dunque, sebbene “il Pnrr è una sfida per tutti, alcune cose vanno dette: lo abbiamo ereditato dai precedenti governi e il tentativo di mettere sulle spalle del mio esecutivo il peso di scelte sbagliate e ritardi ha il fiato corto”. Poi ribadisce: “Stiamo lavorando con la Commissione europea e intendiamo avvalerci di tutti i mezzi a nostra disposizione per realizzare le opere e fare le riforme necessarie”. Ma il Piano nazionale di ripresa e resilienza “soffre degli stessi problemi di altri strumenti concepiti prima del cambio dello scenario geopolitico – aggiunge Meloni -. Siamo in un’economia di inflazione alta, rialzo dei tassi e guerra, non più di emergenza post pandemia”.

La premier ripete che il Pnrr “ha problemi di costi delle opere, aumentati a causa del rialzo dei prezzi dei materiali da costruzione, non solo dell’energia” e “un approccio ideologico di cui risente una certa transizione green calata dall’alto che ha bisogno di una correzione di rotta: difetta di pragmatismo e per calarlo nella realtà italiana (come in quella di altri Stati) servono determinazione e calma, velocità e ponderazione. Una cosa è scriverlo (in qualche parte, male) a tavolino, un’altra è realizzare i progetti“. Ogni parola, però, alimenta il dibattito politico, nel bene e nel male. I Cinquestelle, ad esempio, continuano a tendere la mano alla maggioranza per aprire un tavolo di concertazione con le opposizioni, ma non rinunciano a punzecchiare il centrodestra: “La presidente del Consiglio smentisce seccamente la Lega, quando dice che l’obiettivo è non perdere soldi“, attacca il deputato pentastellato e questore della Camera, Filippo Scerra.

L’esecutivo, però, va avanti. Dopo aver incontrato le parti sociali, e in attesa dell’informativa di mercoledì prossimo alle Camere, il ministro per gli Affari europei, il Sud, le Politiche di coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto, incontra alcuni dei colleghi di governo per fare il punto sullo stato dell’arte dei progetti e preparare la richiesta della terza rata di fondi europei. Con il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Matteo Salvini, illustra i contenuti delle linee guida necessarie a completare il raggiungimento della milestone relativa alle concessioni portuali, obiettivo necessario al completamento delle verifiche degli adempimenti connessi all’erogazione della terza rata. Dal Mit arriva la rassicurazione che il tema è stato chiuso “positivamente”. Con il responsabile del Mef, Giancarlo Giorgetti, poi, Fitto discute a livello complessivo su tutti gli adempimenti necessari ad assicurare la positiva valutazione da parte della Commissione degli obiettivi al 31 dicembre 2022, oltre a fare una prima valutazione sui prossimi passi per gli obiettivi in scadenza a giugno e l’avvio della fase di riprogrammazione del Pnrr contestuale all’inserimento del capitolo RePowerEu. Nella mattinata di incontri, inoltre, vede anche i ministri Matteo Piantedosi (Interno), Giuseppe Valditara (Istruzione e Merito). Tutti concordano sulla necessità di “rafforzare il monitoraggio” di tutti gli obiettivi.

Sul tema arriva anche un suggerimento dal Rapporto ‘Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, la Legge di Bilancio 2023 e lo sviluppo sostenibile’, realizzato dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. Secondo lo studio, “in primo luogo, serve un più accurato, tempestivo e trasparente monitoraggio su modi e sui tempi con cui si realizzano gli investimenti e le riforme, accompagnato da una valutazione della coerenza sistemica delle varie azioni intraprese in relazione ai 17 Obiettivi dell’Agenda 2030, specialmente quando gli investimenti del Piano verranno integrati con quelli finanziati dai Fondi di coesione europei e nazionali 2021-2027″. E, avverte ancora l’Asvis, “l’attuazione del Pnrr, nonostante i molteplici segnali di avanzamento, e la definizione del RePowerEu, richiedono decisioni urgenti per accelerare la transizione verso un modello di sviluppo sostenibile“.

Il Governo riferirà in Parlamento sul Pnrr. Salvini smorza le polemiche, ma la Lega insiste sui fondi

Il governo riferirà in Parlamento sullo stato di attuazione del Pnrr. Dopo giorni di polemiche e richiesta di “più trasparenza“, le opposizioni segnano un punto ottenendo il confronto nelle sedi istituzionali per fare il punto su uno dei dossier più importanti dell’agenda politica. Anche se per Raffaele Fittonon c’è nessuna difficoltà a farlo“, ma soprattutto “la consideriamo un’opportunità“. Il ministro, che ha proprio la delega al Piano nazionale di ripresa e resilienza, sottolinea che sarà “un’ottima occasione di confronto per approfondire e chiarire il merito delle questioni“. Sullo sfondo, però, echeggiano ancora le parole del capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari, secondo il quale andrebbe fatta una valutazione sulla rinuncia a una parte delle risorse europee, nell’ambito di una rimodulazione del Piano, da portare avanti ovviamente con l’Europa.

Parole che hanno fatto scattare l’allarme nelle forze di minoranza: dal Pd al Movimento 5 Stelle, al Terzo polo. “Pensiamo che il Pnrr sia seriamente a rischio e dobbiamo iniziare a pensare che le parole di Molinari di ieri, pur smentite da Meloni, siano la verità nascosta“, dice il presidente dei senatori dem, Francesco Boccia, non nascondendo di essere “molto preoccupati“. Ad aumentare i timori, nonostante dal governo abbiano già smentito l’ipotesi che possano essere perse risorse del Piano, è una nuova voce leghista fuori dal coro (della maggioranza), quella di Claudio Borghi. “Da economista, non solo da senatore, dico che la parte a debito del Pnrr va valutata bene rispetto ad altre forme di finanziamento“, dice ad ‘Affaritaliani.it’ il capogruppo in commissione Bilancio del Senato. Perché, a suo modo di vedere, “il rischio è quello di opere fatte di corsa e male, il tutto con l’indebitamento che rimane“. Non la pensa così il leader della Lega e vicepremier, Matteo Salvini: “Il mio obiettivo è spendere tutti i fondi, e bene, fino all’ultimo euro in cassa“, poi “se c’è qualcosa da rimodulare o ricalibrare lo faremo“. Sulle parole di Molinari, il responsabile del Mit dà un’altra chiave di lettura: “Ascoltando le preoccupazioni di alcuni sindaci, dice bisogna assumere persone”, altrimenti “questa mole di decine di miliardi difficilmente verrà spesa“.

Sul tema interviene anche il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto. Sottolineando che del Pnrr “l’importate è non perdere neanche un euro di risorse” così come “è importante anche fare le cose“. A proposito di progetti, poi, il responsabile del Mase, a chi gli chiede cosa si possa cambiare, replica senza esitazioni: “Molto poco“. Nemmeno sul rimboschimento, che “sta andando avanti abbastanza bene, abbiamo superato il target e non ci sono problemi“. Né sull’idrogeno: “Il piano è confermato“.

Con l’Europa, semmai, il confronto è più incentrato sulla richiesta di flessibilità. Tema al centro dei due incontri avuti a Roma dal commissario Ue al Bilancio e amministrazione, Johannes Hahn, che ha visto sia Fitto, sia il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Per il responsabile del Mef “i profondi cambiamenti” come “la guerra in Ucraina, l’inflazione e i costi energetici richiedono una riflessione su una maggiore flessibilità nell’attuazione dei progetti“.

Nel frattempo che il dialogo prosegue, però, vanno risolti i problemi individuati da Bruxelles, che si è presa un mese in più per approfondire sugli obiettivi al 31 dicembre 2022 e sui progetti che riguardano lo stadio ‘Artemio Franchi’ di Firenze e il ‘Bosco dello Sport’ di Venezia. Proprio per questo il ministro degli Affari europei, ha avuto un incontro con il sottosegretario agli Interni, Emanuele Prisco, il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, e i sindaci di Firenze e Venezia, Dario Nardella e Luigi Brugnaro, nel quale sono stati toccati tutti gli aspetti tecnici. “Sono emersi elementi utili che il governo italiano, in sintonia con i sindaci interessati, trasmetterà alla Commissione europea al fine di superare tutte le criticità riscontrate“, fa sapere il governo. Che proseguirà il canale di dialogo e di lavoro con l’Ue “con spirito costruttivo“.

Siccità, cabina di regia e commissario fino al 31 dicembre. Meloni: “Situazione complessa”

Una cabina di regia per accelerare e coordinare la pianificazione degli interventi infrastrutturali di medio e lungo periodo e, nel breve periodo, un commissario nazionale fino al 31 dicembre 2023, con un incarico rinnovabile e con un perimetro “molto circostanziato di competenze“. Così il governo si prepara ad affrontare l’emergenza siccità che ha colpito l’Italia.

Abbiamo ereditato una situazione complessa“, spiega Giorgia Meloni davanti all’Aula del Senato. Il decreto andrà in consiglio dei ministri entro la fine di marzo, verosimilmente la prossima settimana.

Al tavolo convocato a Palazzo Chigi e presieduto dal vicepremier Matteo Salvini c’erano anche i ministri Francesco Lollobrigida (Agricoltura), Nello Musumeci (Protezione civile), Roberto Calderoli (Autonomie), la viceministra all’Ambiente Vannia Gava e i sottosegretari Alfredo Mantovano e Alessandro Morelli.

Il commissario potrà agire sulle aree territoriali a rischio elevato e potrà sbloccare interventi di breve periodo, come sfangamento e sghiaiamento degli invasi di raccolta delle acque, aumento della capacità degli invasi, gestione e utilizzo delle acque reflue, mediazione in caso di conflitti tra regioni ed enti locali in materia idrica, ricognizione del fabbisogno idrico nazionale.

Ci sarà da risolvere il problema degli acquedotti, ma anche, a monte, quello della raccolta di acqua. Quasi nove litri di pioggia su dieci che cadono lungo la Penisola non vengono raccolti. Per le carenze infrastrutturali, si trattiene solo l’11% dell’acqua piovana e nella distribuzione di quella raccolta, le perdite idriche totali sono pari al 42%, secondo l’Istat. A questo, si aggiunge il problema delle temperature in costante aumento e dell’aumento dell’intensità delle piogge, effetti dei cambiamenti climatici che “richiedono interventi strutturali“, sottolinea Coldiretti.

Il Piano Idrico Nazionale è sempre più urgente, nel rispetto delle priorità indicate dalla “sempre più disattesa legge 152“: dopo quello potabile, per l’acqua viene l’uso agricolo, cioè la produzione di cibo e poi via via tutti gli altri utilizzi, ricorda Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (Anbi). I dati disastrosi della rete idrica colabrodo sono all’attenzione delle Corti dei Conti regionali, dove il Codacons ha denunciato “tutte le omissioni da parte degli enti locali che hanno fatto poco o nulla per risolvere tale criticità“.

Il problema non si risolve “con l’ennesima cabina di regia“, denuncia il co-portavoce di Europa Verde, Angelo Bonelli. Quello che serve, afferma, è “un cambio di politiche energetiche e ambientali che sono le stesse da decenni responsabili del disastro climatico“. La siccità è già un problema contingente nella penisola italiana, ricorda, dove fiumi sono diventati “corridoi di sabbia” e le riserve di acqua in Lombardia sono circa il 45% in meno rispetto alla media tra il 2006 e il 2020. “Di fronte a questo disastro, questo governo non capisce che deve cambiare politiche, e non puntare a diventare l’hub del gas europeo, ma delle rinnovabili. Invece – insiste – il governo Meloni fa la guerra al clima, alla casa green, all’auto elettrica e poi per dare una risposta alla siccità istituisce l’ennesima cabina di regia. La risposta di questo governo alla crisi idrica è l’inazione e la guerra alle politiche europee sul clima“.

siccità

Oggi il tavolo siccità a Palazzo Chigi. Salvini: “Decreto entro marzo, siamo in ritardo”

“Non c’è ancora una data certa” per l’arrivo del Decreto Acqua in Consiglio dei ministri, “ma di sicuro vedrà la luce entro marzo”. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, dal palco di un evento dell’Anbi a Vercelli – dedicato ai 100 anni dalla moderna bonifica – annuncia un’accelerazione delle misure messe in piedi dal governo per fare in modo di “evitare un’estate disastrosa come quella dello scorso anno” a causa della siccità.

Oggi, a Palazzo Chigi si svolgerà “una riunione della cabina di regia che si deve far carico della progettazione e dell’esecuzione dei lavori. Se ci sono opere bloccate o in ritardo serve un commissariamento ad hoc per sbloccarle e serve qualcuno che si prenda la responsabilità” di decidere “se aprire o chiudere l’acqua” quando ci sono attriti tra “Trento, operatori del Garda e agricoltori veronesi”. “Serve – ha detto Salvini – una scelta equilibrata per evitare che accada quello che è successo lo scorso anno, quando ‘mediavo’ tra Regioni e Province. La vita reale non attende i decreti, serve equilibro per mettere d’accordo gli enti locali”. “Siamo in ritardo”, ha ribadito il vicepremier e per questo “domani dobbiamo chiudere”.

Sul tavolo, ha assicurato, c’è già “il primo miliardo di euro”, con cui “riusciremo a mettere a terra per gli investimenti nei prossimi mesi”, anche se “le domande che arrivano al mio ministero sul Pnrr”, ha aggiunto, “ammontano almeno” a 2 miliardi di euro, “quindi conto con Anbi, Regioni, Comuni, associazioni di agricoltori e anche con le associazioni che si occupano di ambiente, di pianificare questi investimenti”.

Il tema della burocrazia è uno dei più dirimenti, come ha ricordato dal palco di Vercelli anche il presidente di Anbi, Francesco Vincenzi. “E’ necessario sbloccare cantieri fermi da troppo tempo e salvare quello che ormai è oro, è ossigeno, cioè l’acqua piovana”, ha concordato Salvini, ricordando che “riusciamo a trattenerne soltanto il 10%” e l’obiettivo è aumentare questa percentuale.

Anche il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin – presente a Vercelli – ha ribadito la necessità di “rifare una valutazione pratica sui grandi e piccoli invasi perché il cambiamento climatico lo stiamo vivendo”. Nessun decreto o cabina di regia, ha ricordato, “può far piovere. Dobbiamo essere organizzati. Ai consorzi dico di sforzarsi nella collaborazione, ci va un raccordo tra i soggetti del servizio idrico e quelli che gestiscono l’irrigazione sul fronte agricolo. Non ci possono essere egoismi: ad esempio, se dal Lago di Garda ci sono resistenze” nel rilasciare l’acqua “allora è molto più complicato”.

Sul tavolo dell’incontro di domani a Palazzo Chigi c’è la definizione di un piano idrico straordinario nazionale, d’intesa con le Regioni e gli Enti territoriali per individuare le priorità di intervento e la loro adeguata programmazione, anche utilizzando nuove tecnologie. Per questo, dovrebbe essere individuato un Commissario straordinario con poteri esecutivi. E proprio sul piano spinge da tempo l’Anbi. “Dobbiamo stabilire le priorità del nostro Paese, non brancolare nel buio. Il piano idrico nazionale deve essere messo in campo se vogliamo essere un Paese moderno“, ha detto Vincenzi. Il piano, ha aggiunto, “ci permette di ragionare in modo trasparente tra tutti i soggetti coinvolti. Serve un passo in avanti, serve ripensare alle opere necessarie per dare risposte ai cambiamenti climatici, alla sostenibilità e alla sovranità alimentare”.

Salvini: “Transizione ecologica non diventi strage economica. Necessario più tempo”

Bene la transizione ecologica, ma non sia imposta dall’Ue. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, è tornato ad ‘attaccare” la linea europea verso le norme e delle direttive che puntano, in particolare, alle case e auto green. Parlando a Radio24, il vicepremier ha detto che “non c’è il partito di quelli che amano l’ambiente e il partito di quelli che amano l’inquinamento. Io vivo in una delle zone più inquinate del mondo che è la Pianura Padana e vorrei che i miei figli crescessero con i polmoni sani, però vorrei che gli italiani continuassero a lavorare”. “Ci sono tecnologie – ha aggiunto – che emettono ormai quasi zero, dire solo elettrico o niente è un’impuntatura ideologica dietro la quale non vorrei ci fossero anche spinte o finanziamenti cinesi, perché altrimenti una scelta così sciocca non si spiega”.

Ieri Salvini ha incontrato a Strasburgo i suoi omologhi di una dozzina di Paesi per fare il punto sull’Euro7 e sullo stop alle auto con motori a combustione dal 2035.E’ stata una giornata positiva. Con i ministri tedesco, polacco, portoghese, slovacco, rumeno e tanti altri – circa una dozzina – contiamo di essere in maggioranza per dire che la transizione ecologica è fondamentale” così come lo è “portare il parco bus e auto a emettere di meno, ma non può essere fatto con imposizioni, obblighi e divieti”. Anche perché, ha ricordato Salvini, “l’elettrico in questo momento costa di più e nel suo ciclo di vita completo forse inquina anche di più”. Insomma, “costringere tutto il continente a passare nel giro di poco tempo solo all’elettrico – senza altre soluzioni ugualmente meno inquinanti – significa consegnarsi mani e piedi alla Cina”. “Stiamo lavorando come matti per cercare il gas nel mondo ed essere indipendenti dalle forniture russe”, ha spiegato Salvini, quindi “non possiamo passare dal gas russo all’elettrico cinese tout court”.

E’ necessario, ha ribadito, che la transizione ecologica non diventi “una strage economica”. E il rischio, ha ricordato, c’è. Ad, esempio, sulle case green. “Ci sono 8 milioni di abitazioni in classe F e G – ha detto – e se uno ce l’ha così è evidente che non ha i quattrini per metterla a norma. Quindi imporre” la direttiva sulle case green “con così poco tempo, rischia di imballare il settore dell’edilizia e mettere in difficoltà milioni di famiglie”. “Chiediamo più tempo – ha aggiunto – più buon senso, incentivi, non multe. Il problema sia sull’auto sia sulla casa ci sono imposizioni, divieti, multe o tasse: la transizione ecologica va accompagnata, spiegata e cofinanziata”.

Più volte il ministro ha ribadito che si sta “correndo come matti”. “Quanti italiani hanno preso un’auto elettrica e l’hanno ridata indietro perché mancano le stazioni di ricarica? Al ministero ho in mano questo dossier. Stiamo cercando di mettere colonnine di ricarica ovunque – ha detto – ma pensate alle grandi città o ai Paesi” di montagna…”è complicato e non lo puoi fare per imposizione di Bruxelles, in poco tempo e spendendo miliardi che non ci sono”.

autostrade

Vertice Paesi Ue contrari a stop alle auto a diesel e benzina. Salvini: “Ribadito il nostro no”

La proposta della Commissione europea sui nuovi standard Euro 7 per le emissioni di auto e furgoni non piace agli otto ministri dei trasporti Ue – di Italia, Germania, Polonia, Repubblica ceca e (da remoto) Slovacchia, Ungheria, Romania e Portogallo – che oggi si sono incontrati a Strasburgo in una riunione a margine dei lavori della sessione plenaria per fare un punto sul futuro dei dossier europei che riguardano l’industria automotive dell’Ue. Oltre agli standard Euro7, la riunione è stata anche l’occasione per fare un punto sui negoziati in stallo al Consiglio sullo stop ai motori a combustione interna dal 2035 e sulle nuove norme di riduzione delle emissioni per i veicoli pesanti.

Una riunione convocata su iniziativa del ministro di Praga, Martin Kupka, per discutere principalmente degli Euro7 ma che per l’Italia, rappresentata a Strasburgo dal ministro Matteo Salvini, è soprattutto un’occasione per ribadire il no secco del Paese allo stop della vendita dei veicoli a combustione interna, benzina e diesel, a partire dal 2035. Uno dei fascicoli più importanti del pacchetto sul clima ‘Fit for 55’ contro cui l’Italia ha annunciato che avrebbe votato contro in sede di Consiglio Ue. Fonti del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti assicurano che è stata confermata “piena sintonia” tra Roma, Berlino e Varsavia sulla questione. Alla riunione erano fisicamente presenti il ministro tedesco Volker Wissing e il polacco Andrzej Adamczyc, con il quale Salvini ha avuto un bilaterale al termine della riunione.

Il voto in Consiglio Ue sulle auto a combustione è tenuto in ostaggio da una settimana da Berlino, che chiede alla Commissione europea un impegno più vincolante di quello attuale a presentare una proposta che apra la strada ai veicoli alimentati con carburanti sintetici (e-fuel) anche dopo il 2035. L’Italia e la Polonia hanno confermato l’intenzione di votare contro il dossier, mentre la Bulgaria ha deciso di astenersi. Ma con i soli voti contrari di Roma e Varsavia e l’astensione di Sofia l’accordo avrebbe ottenuto comunque il via libera con voto a maggioranza qualificata, che si raggiunge quando il 55% degli Stati membri vota a favore (in pratica, 15 Paesi su 27) e quando gli Stati membri che appoggiano la proposta rappresentano almeno il 65% della popolazione totale dell’Ue. Con l’astensione o l’opposizione della Germania (che rappresenta circa il 18% della popolazione europea) si andrebbe a creare una minoranza di blocco in seno al Consiglio Ue.
Al termine dell’incontro, Salvini ha riferito che la riunione con gli omologhi è stata positiva “per dire no alla messa al bando delle auto a benzina e diesel”, dal momento “che il solo elettrico significa fare un regalo alla Cina, licenziare in Italia, licenziare in Europa, non aiutare l’ambiente e mettersi in mano alla potenza cinese“. Ha poi aggiunto che la transizione ecologica “è fondamentale ma non va avanti a colpi di multe, divieti, obblighi, penalizzazioni e di tasse. Questo sia sulla casa che sulle auto. Evviva la transizione ecologica e ambientale ma accompagnata, non imposta per legge da Bruxelles sulla testa e il portafoglio degli italiani”.

Stando alle parole del ministro ceco per i trasporti Kupka, però, i ministri hanno toccato l’argomento più marginalmente, il focus dell’incontro erano gli Euro7. “Si è discusso anche della possibilità di introdurre nel regolamento un’esenzione giuridicamente vincolante per i carburanti sintetici (e-fuels) alle norme Ue” che prevedono lo stop ai motori a combustione interna dal 2035, ha sintetizzato il ministro in conferenza stampa. Più urgente, secondo Praga, è trovare una convergenza per portare la Commissione europea a rivedere le norme sugli standard Euro7, con cui Bruxelles propone di rendere i test sulle emissioni dei veicoli più coerenti con le condizioni di guida reali e di fissare limiti alle emissioni di particolato causate dall’usura di freni e pneumatici (che, secondo Bruxelles, stanno per diventare le principali fonti di emissioni di particolato dai veicoli), con l’obiettivo di ridurre entro il 2035 le emissioni di ossido di azoto (NOx) di auto e veicoli commerciali leggeri del 35% rispetto al precedente standard Euro 6.

La proposta sugli standard Euro7 non piace agli Stati membri, né all’industria. Secondo Praga, la proposta è controproducente ed è necessario modificarla nei prossimi mesi dal momento che richiede agli Stati azioni difficilmente praticabili. Nelle prossime settimane l’idea è quella di inviare alla Commissione europea “un resoconto di questo breve incontro, diviso per argomenti sui tre dossier che sono stati affrontati dai ministri”, ha spiegato ancora il ministro. Fonti diplomatiche spiegano che tra gli Stati membri non c’è urgenza di accelerare i lavori sul dossier per l’approvazione dentro al Consiglio Ue. A quanto si apprende, nonostante l’attuale presidenza svedese di turno al Consiglio Ue stia cercando di accelerare i lavori sul fascicolo, l’Italia tra altri Paesi sta spingendo per rallentarne l’approvazione in seno al Consiglio dove la discussione ancora non è stata avviata e la riunione di oggi ne è una testimonianza. E’ probabile che il dossier finisca direttamente sul tavolo della futura presidenza della Spagna, che guiderà il Consiglio Ue dal primo luglio al 31 dicembre.

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Siccità, Decreto Acqua in cdm prossima settimana. Rischi razionamenti

Il Decreto Acqua arriva in Consiglio dei Ministri giovedì prossimo. “Aiuterà l’Italia, gli agricoltori e gli imprenditori ad affrontare un periodo di siccità che si intravede“, annuncia il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini. Il Mit coordinerà una cabina di regia per dare impulso a dighe, invasi, laghi, laghetti, bonifiche per combattere la dispersione idrica.

Quale decreto acqua? Cosa significa?“, tuona il co-portavoce di Europa Verde e deputato di Avs Angelo Bonelli, interpellato da GEA. Propone di fare “una grande opera infrastrutturale per evitare la dispersione di acqua, che in Italia è al 42%: noi disperdiamo una quantità di acqua ogni anno che potrebbe dare da bere a 40 milioni di persone. Investiamo soldi in acquedotti, non in opere inutili alla Salvini“.

Intanto, si inaugura la prima opera legata al Pnrr, il rifacimento del canale Leb, il più importante canale irriguo del Veneto: “Questo non è che l’inizio, visto che il tavolo dell’idrico già nelle prossime settimane porterà un decreto legge e una programmazione pluriennale che possa risolvere un problema ormai diventato centrale tra le priorità del paese”, spiega il sottosegretario Alessandro Morelli. L’opera è indispensabile, visto che il rischio di chiudere i rubinetti “è concreto“, avverte il governatore Luca Zaia. “Questa situazione non ci impone ancora razionamenti, perché l’attività agricola non è nel suo pieno fiorire. Ma se l’acqua non arrivasse avremmo la necessità di razionare perché le attività umane esistono e si vanno ad aggiungere a quelle dell’agricoltura“, afferma. La necessità, ribadisce il presidente della Regione Veneto, è “che si dia vita a quello che ho definito il ‘piano Marshall’ della Siccità, per l’acqua. Abbiamo la necessità di vedere puliti gli invasi alpini e fare in moto che la rete delle cave in pianura diventi una rete di laghi e di serbatoi, e infine investire nella rete irrigua, che ha dispersioni anche del 70-80% di acqua“.

Per affrontare l’emergenza, il governo propone una cabina di regia interministeriale, un Piano Idrico Nazionale d’intesa con i territori, un decreto per le semplificazioni e le deroghe, una campagna di sensibilizzazione e un commissario. Per individuare le priorità di intervento e la loro programmazione, anche utilizzando nuove tecnologie, il governo sarà in contatto continuo con Regioni ed enti locali. Il Piano servirà proprio a efficientare gli acquedotti, ma si tornerà a parlare più concretamente di invasi e bacini, semplificando le norme per realizzarli.

Salvini: “Il Ponte sullo Stretto si farà, il via ai lavori entro 2 anni”

“Il ministro dei Trasporti deve lavorare per far viaggiare gli italiani velocemente e in sicurezza e oggi alle 17 ci sarà una riunione, spero risolutiva, su qualcosa di cui si parla da 60 anni, per dare il diritto al lavoro e allo spostamento a milioni di siciliani che sono scollegati dal resto di Italia. Il Ponte sullo Stretto si farà“. L’annuncio lo ha dato lo stesso ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Matteo Salvini, a Rtl102.5. Stando ai nuovi aggiornamenti dei lavori, ha aggiunto, il ponte “l’opera più green, più sostenibile e più ecocompatibile al mondo”, consentendo un risparmio di “140 mila tonnellate di emissioni di Co2 all’anno, senza contare l’inquinamento a mare”. L’obiettivo, ha spiegato Salvini, “è di partire con i lavori entro due anni” di concluderli “in 5-6 anni”, cioè “entro la fine prossima legislatura si potrà viaggiare”.

Quello del Ponte sullo Stretto è una battaglia non solo del ministro ma della Lega e, per estensione politica, di questo Governo. Proprio Salvini ha annunciato che porterà il progetto all’attenzione del Consiglio dei ministri. “Il Mit sta lavorando ad un ‘Decreto Ponte’ che sarà presentato nelle prossime settimane e certamente entro il 31 marzo. La legge di bilancio 2023, infatti, ha fissato al 31 marzo il termine in cui è revocato lo stato di liquidazione della Società “Stretto di Messina”, concessionaria per la realizzazione e gestione del collegamento stabile tra la Sicilia e il Continente. È necessario, quindi, che entro tale data siano definite le nuove regole di funzionamento della Società, nonché tutti i procedimenti per il riavvio delle attività di progettazione e realizzazione dell’opera.”, si legge sul portale del ministero.