Allarme smog: 25 città fuorilegge nel 2024. Frosinone e Milano le peggiori

Solo cinque anni ci separano dai nuovi limiti europei sulla qualità dell’aria, ma le città italiane sono drammaticamente impreparate: l’aria resta irrespirabile e i livelli di inquinamento attuali sono ancora troppo distanti dai parametri che entreranno in vigore nel 2030. È quanto emerge dal nuovo report di Legambiente ‘Mal’Aria di città 2025’. Il report Mal’Aria ha analizzato nei capoluoghi di provincia i dati relativi alle polveri sottili (PM10) e al biossido di azoto (NO2). Nel 2024, 25 città, su 98 di cui si disponeva del dato, hanno superato i limiti di legge per il PM10 (35 giorni all’anno con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi/metro cubo), con 50 stazioni di rilevamento – dislocate in diverse zone dello stesso centro urbano. In cima alla classifica troviamo Frosinone (Frosinone scalo) per il secondo anno di fila e Milano (centralina di via Marche), entrambe con 68 giorni oltre i limiti consentiti. Nel capoluogo lombardo, anche le centraline di Senato (53), Pascal Città Studi (47) e Verziere (44) hanno superato il tetto massimo. Al terzo posto assoluto si posiziona Verona, con Borgo Milano a quota 66 sforamenti (l’altra centralina, Giarol Grande, si è fermata a 53), seguita da Vicenza-San Felice a 64. Anche altre centraline vicentine hanno superato i limiti: Ferrovieri con 49 giorni e Quartiere Italia con 45. Segue Padova, dove la centralina Arcella ha registrato 61 sforamenti e Mandria 52, mentre a Venezia via Beccaria ha toccato quota 61. Nel capoluogo veneto altre quattro centraline hanno superato i limiti: via Tagliamento con 54 giorni, Parco Bissuola con 42, Rio Novo con 40 e Sacca Fisola con 36. Non si sono salvate neanche le città di Cremona, Napoli, Rovigo, Brescia, Torino, Monza, Modena, Mantova, Lodi, Pavia, Catania, Bergamo, Piacenza, Rimini, Terni, Ferrara, Asti e Ravenna.

Una situazione di picco, quella dello sforamento del limite giornaliero di PM10, che in molti casi ha riguardato molte centraline della stessa città. Un quadro che secondo Legambiente rivela come l’inquinamento atmosferico sia un problema diffuso e strutturale, ben più esteso di quanto amministratori locali e cittadini vogliano ammettere.

Se per le medie annuali di PM10 e NO2 nessuna città supera i limiti previsti dalla normativa vigente, lo scenario cambierà con l’entrata in vigore della nuova Direttiva europea sulla qualità dell’aria, a partire dal 1° gennaio 2030. Per il PM10, sarebbero infatti solo 28 su 98 le città a non superare la soglia di 20 µg/mc, che è il nuovo limite previsto. Al 2030, 70 città sarebbero dunque fuorilegge. Tra le città più indietro, che devono ridurre le concentrazioni attuali tra il 28% e il 39%, si segnalano Verona, Cremona, Padova e Catania, Milano, Vicenza, Rovigo e Palermo. Il quadro non migliora con il biossido di azoto (NO2): oggi, il 45% dei capoluoghi (44 città su 98) non rispetta i nuovi valori di 20 µg/m³. Le situazioni più critiche si registrano a Napoli, Palermo, Milano e Como, dove è necessaria una riduzione compresa tra il 40% e il 50%.

Con soli cinque anni davanti a noi per adeguarci ai nuovi limiti europei al 2030, dobbiamo accelerare drasticamente il passo – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente -. È una corsa contro il tempo che deve partire dalle città ma richiede il coinvolgimento di regioni e governo. Servono azioni strutturali non più rimandabili: dalla mobilità, con un trasporto pubblico locale efficiente e che punti drasticamente sull’elettrico e più spazio per pedoni e ciclisti, alla riqualificazione energetica degli edifici, fino alla riduzione delle emissioni del settore agricolo e zootecnico, particolarmente critico nel bacino padano. Le misure da adottare sono chiare e le tecnologie pronte: quello che manca è il coraggio di fare scelte incisive per la salute dei cittadini e la vivibilità delle nostre città”.

“I dati del 2024 confermano che la riduzione dell’inquinamento atmosferico procede a rilento – spiega Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente – con troppe città ancora lontane dagli obiettivi target. Le conseguenze non si limitano all’ambiente, ma coinvolgono anche la salute pubblica e l’economia. Alla luce degli standard dell’OMS, che suggeriscono valori limite molto più stringenti rispetto a quelli di legge attuali e che rappresentano il vero obiettivo per salvaguardare la salute delle persone, la situazione diventa è ancora più critica: il 97% delle città monitorate supera i limiti dell’OMS per il PM10 e il 95% quelli per l’NO2. L’inquinamento atmosferico, infatti, è la prima causa ambientale di morte prematura in Europa, con circa 50.000 morti premature solo in Italia“.

Per uscire dall’emergenza smog – evidenzia Legambiente – servono politiche strutturali che incidano tutti i settori corresponsabili dell’inquinamento. Le priorità sono: ripensare la mobilità urbana, mettendo le persone al centro: da un lato potenziare con forza il trasporto pubblico che deve essere convertito con soli mezzi elettrici entro il 2030, dall’altro avviare uno stop progressivo ma anche incisivo ai veicoli più inquinanti nei centri urbani, creando una rete diffusa di aree pedonali e percorsi ciclopedonali, perseguendo il modello della ‘città dei 15 minut’, creando Low Emission Zones e usando politiche come Città30, già attivata con successo a Bologna, Olbia e Treviso; accelerare la riconversione degli impianti di riscaldamento, mappando quelli esistenti e programmando l’abbandono progressivo delle caldaie a gasolio, carbone e metano in favore di sistemi come le pompe di calore a gas refrigeranti naturali; intervenire sul settore agrozootecnico, specialmente nel bacino padano dove le condizioni geografiche e meteorologiche favoriscono l’accumulo di inquinanti, riducendo gli allevamenti intensivi e le conseguenti emissioni di metano e ammoniaca attraverso l’implementazione di buone pratiche come la copertura delle vasche e il controllo degli spandimenti; integrare le politiche su clima, energia e qualità dell’aria, considerando anche il ruolo del metano nella formazione dell’ozono troposferico.

In Italia nel 2022 quasi 72mila morti per l’inquinamento dell’aria

Nel 2022 in Italia sono morte circa 71.870 persone a causa dell’inquinamento atmosferico, il 30% circa di tutti i decessi avvenuti in Europa e attribuibili a questa causa. E’ quanto emerge da un rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA). In particolare, 48.610 morti sono attribuibili all’esposizione all’inquinamento da polveri sottili (PM2,5) al di sopra della concentrazione raccomandata dall’OMS di 5 µg/m3, 13.640 all’esposizione all’inquinamento da ozono (O3) e 9.620 al biossido di azoto (NO2). Il nostro paese, insieme alla Polonia e alla Germania è quello in cui le vittime hanno raggiunto la percentuale più alta.

Secondo il rapporto dell’AEA, in Italia nel 2022, la concentrazione maggiore di biossido di azoto si trova a Torino, Bergamo, Milano, Genova, Firenze, Roma, Napoli, Palermo e Catania. In generale la Pianura Padana è il territorio in cui si concentra la maggior parte degli inquinanti.

L’inquinamento atmosferico causato dalle polveri sottili ha ucciso 239.000 persone nell’Unione Europea nel 2022, con un calo del 5% rispetto a un anno fa. “Almeno 239.000 decessi nell’Ue nel 2022 sono attribuibili all’esposizione all’inquinamento da polveri sottili (PM2,5) al di sopra della concentrazione raccomandata dall’OMS di 5 µg/m3”, spiega l’agenzia con sede a Copenhagen.

In tutta Europa, il dato è in calo rispetto al 2021, quando le polveri sottili, che penetrano in profondità nei polmoni, hanno causato la morte prematura di 253.000 persone. Questa tendenza è confermata su scala più ampia. Tra il 2005 e il 2022, il numero di decessi è diminuito del 45%, ha osservato con soddisfazione l’agenzia, il che potrebbe consentire di raggiungere l’obiettivo di una riduzione del 55% dei decessi fissato nel piano d’azione dell’UE “Inquinamento zero” per il 2030.

Allo stesso tempo, 70.000 decessi sono attribuibili all’esposizione all’inquinamento da ozono (O3), dovuto principalmente al traffico stradale e alle attività industriali. Per quanto riguarda il biossido di azoto (NO2), un gas prodotto principalmente dai veicoli e dalle centrali termiche, si ritiene che sia responsabile di 48.000 morti premature.

Nessuna città italiana ha una ‘buona’ qualità dell’aria: solo 5 sono ‘discrete’

L’Agenzia europea dell’Ambiente (Aea) ha pubblicato il visualizzatore della qualità dell’aria nelle città europee, classificando 372 città – con oltre 50mila abitanti – dalla più pulita alla più inquinata in base ai livelli medi di particolato fine (Pm2.5), “l’inquinante atmosferico con i maggiori impatti negativi sulla salute”. I dati, che sono stati raccolti da oltre 500 stazioni di monitoraggio in località urbane nei Paesi membri dell’Aea negli ultimi due anni solari, 2022 e 2023, dimostrano che “solo 13 città europee avevano concentrazioni medie di particolato fine inferiori al livello guida basato sulla salute dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) di 5 microgrammi per metro cubo di aria (5 μg/m3)”. Tra queste 13 città, che ottengono la valutazione di ‘buona’ per la qualità della loro aria, undici sono nordeuropee – di Svezia, Islanda, Finlandia, Estonia, Norvegia – e due portoghesi. Inoltre, figurano ben 4 capitali del nord: Reykjavik (Islanda), Tallinn (Estonia), Stoccolma (Svezia) ed Helsinki (Finlandia). Se si guarda alle primissime posizioni, si vede che il podio è a due colori, dato che oro e argento vanno alle svedesi Uppsala e Umea e il bronzo alla portoghese Faro.

Il secondo gruppo è composto da 169 città che hanno concentrazioni medie di particolato fine comprese tra 5 μg/m3 e 10 μg/m3, per una qualità dell’aria ‘discreta’. Una qualità ‘moderata’ (tra 10 μg/m3 – 15 μg/m3) è stata registrata in 118 città – terzo gruppo – e ‘scarsa’ in 71 (15 μg/m3 – 25 μg/m3). Solo una città registra una qualità ‘molto scarsa’, con quantità superiori ai 25 μg/m3.

Tra le capitali (dopo le 4 già menzionate) la prima a comparire è Dublino (39°), seguita da Oslo (42°) e Lussemburgo (53°), mentre tra quelle dei Paesi più grandi Parigi è alla posizione 199 con 10,5 μg/m3; Berlino al numero 217 con 11 μg/m3; Madrid è 169esima con 8,9 μg/m3; Roma 269esima con 12,8 μg/m3; Varsavia è la numero 300 con 15 μg/m3. La capitale dell’Ue, Bruxelles, è 172esima in classifica con 9,8 μg/m3.

Guardando più nel dettaglio all’Italia, sulle 61 che si trovano nella classifica la città con la qualità dell’aria migliore per quanto riguarda il Pm2,5 è Sassari (21°) e l’ultima è Cremona (370°). Cinque sono quelle che ottengono una valutazione ‘discreta’: oltre a Sassari (6,2 μg/m3), Livorno (7,8 μg/m3), Savona (9,2 μg/m3), Battipaglia (9,6 μg/m3), Siracusa (9,7 μg/m3). Ventinove città hanno una qualità ‘moderata’: Grosseto (10,1 μg/m3), Genova (10,1 μg/m3), L’Aquila (10,3 μg/m3), Latina (10,7 μg/m3), Caserta (10,9 μg/m3), Salerno (11 μg/m3), Messina (11,2 μg/m3), La Spezia (11,3 μg/m3), Campobasso (11,4 μg/m3), Barletta (11,4 μg/m3), Foggia (11,5 μg/m3), Trieste (11,5 μg/m3), Perugia (11,5 μg/m3), Brindisi (11,7 μg/m3), Firenze (11,9 μg/m3), Palermo (12,1 μg/m3), Bagheria (12,1 μg/m3), Ragusa (12,2 μg/m3), Catania (12,6 μg/m3), Pisa (12,6 μg/m3), Roma (12,8 μg/m3), Gela (13,1 μg/m3), Arezzo (13,2 μg/m3), Udine (13,6 μg/m3), Forlì (13,7 μg/m3), Napoli (13,7 μg/m3), Bologna (14,2 μg/m3), Pescara (14,3 μg/m3), Trento (14,9 μg/m3). Ventisette sono le città italiane con una qualità ‘scarsa’ dell’aria dal punto di vista della presenza di Pm2,5: Lecco (15,2 μg/m3), Terni (15,2 μg/m3), Ancona (15,3 μg/m3), Parma (15,8 μg/m3), Prato (15,8 μg/m3), Ravenna (16,1 μg/m3), Rimini (16,3 μg/m3), Ferrara (16,3 μg/m3), Novara (16,8 μg/m3), Sassuolo (17 μg/m3), Verona (17,8 μg/m3), Reggio nell’Emilia (18,1 μg/m3), Pesaro (18,2 μg/m3), Modena (18,5 μg/m3), Asti (18,7 μg/m3), Pavia (19 μg/m3), Alessandria (19,3 μg/m3), Milano (19,7 μg/m3), Treviso (20,7 μg/m3), Brescia (20,7 μg/m3), Bergamo (20,9 μg/m3), Torino (21 μg/m3), Piacenza (22,2 μg/m3), Venezia (22,6 μg/m3), Padova (22,7 μg/m3), Vicenza (23 μg/m3), Cremona (23,3 μg/m3).

Infine, l’Aea ha ricordato che il piano d’azione per l’inquinamento zero del Green deal europeo stabilisce un obiettivo per il 2030 di riduzione delle morti premature causate dal particolato fine di almeno il 55%, rispetto ai livelli del 2005, e un obiettivo a lungo termine di nessun impatto significativo sulla salute entro il 2050.

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INFOGRAFICA INTERATTIVA Smog, Eurostat: A fine 2023 emissioni gas serra Ue -4% annuale

Secondo Eurostat nel IV trimestre del 2023, le emissioni di gas serra dell’economia dell’Ue sono state stimate a 897 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti (CO2 -eq), una diminuzione del 4% rispetto allo stesso trimestre del 2022 (935 milioni di tonnellate di CO2 -eq). Il prodotto interno lordo (PIL) dell’UE è rimasto stabile, registrando solo un lieve aumento (0,2% nel IV trimestre del 2023, rispetto allo stesso trimestre del 2022). Nell’infografica INTERATTIVA di GEA è possibile confrontare la crescita economica e la variazione delle emissioni emesse a fine 2023 Paese per Paese.

Smog, ogni anno il 7,6% delle morti globali è causato dalle polveri sottili

L’esposizione a breve e lungo termine all’inquinamento atmosferico da particolato fine (PM2,5) è legata a un aumento del rischio di ricovero in ospedale per gravi malattie cardiache e polmonari: è quanto emerge da due ampi studi statunitensi, pubblicati da The BMJ. Insieme, i risultati suggeriscono che non esiste una soglia di sicurezza per la salute di cuore e polmoni.

Secondo lo studio Global Burden of Disease, l’esposizione al PM2,5 è responsabile di circa il 7,6% della mortalità totale a livello globale e del 4,2% degli anni di vita aggiustati per la disabilità (una misura degli anni vissuti in buona salute). Alla luce di queste numerose evidenze, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha aggiornato le linee guida sulla qualità dell’aria nel 2021, raccomandando che i livelli medi annuali di PM2,5 non superino i 5 μg/m3 e quelli nelle 24 ore non superino i 15 μg/m3 per più di 3-4 giorni all’anno.

Nel primo studio, i ricercatori hanno collegato i livelli medi giornalieri di PM2,5 ai codici di avviamento postale delle abitazioni di quasi 60 milioni di adulti statunitensi (84% bianchi, 55% donne) di età pari o superiore a 65 anni dal 2000 al 2016. Hanno poi utilizzato i dati dell’assicurazione Medicare per monitorare i ricoveri ospedalieri per una media di otto anni. Dopo aver tenuto conto di una serie di fattori economici, sanitari e sociali, l’esposizione media al PM2,5 nell’arco di tre anni è stata associata a un aumento del rischio di primi ricoveri ospedalieri per sette tipi principali di malattie cardiovascolari: cardiopatia ischemica, malattie cerebrovascolari, insufficienza cardiaca, cardiomiopatia, aritmia, cardiopatia valvolare e aneurismi dell’aorta toracica e addominale.

Rispetto a esposizioni pari o inferiori a 5 μg/m3 (la linea guida dell’OMS sulla qualità dell’aria per il PM2,5 annuale), le esposizioni tra 9 e 10 μg/m3, che comprendevano la media nazionale statunitense di 9,7 μg/m3 durante il periodo di studio, erano associate a un aumento del 29% del rischio di ricovero ospedaliero per malattie cardiovascolari. Su scala assoluta, il rischio di ricovero in ospedale per malattie cardiovascolari è aumentato dal 2,59% con esposizioni pari o inferiori a 5 μg/m3 al 3,35% con esposizioni comprese tra 9 e 10 μg/m3. “Questo significa che se riuscissimo a ridurre il PM2,5 annuale al di sotto di 5 µg/m3, potremmo evitare il 23% di ricoveri ospedalieri per malattie cardiovascolari”, dicono i ricercatori.

Questi effetti cardiovascolari persistono per almeno tre anni dopo l’esposizione al PM2,5 e la suscettibilità varia in base all’età, all’istruzione, all’accesso ai servizi sanitari e al livello di deprivazione dell’area. I ricercatori affermano che i risultati suggeriscono che non esiste una soglia di sicurezza per l’effetto cronico del PM2,5 sulla salute cardiovascolare complessiva e che si potrebbero ottenere benefici sostanziali aderendo alle linee guida dell’OMS sulla qualità dell’aria.

Nel secondo studio, i ricercatori hanno utilizzato le concentrazioni giornaliere di PM2,5 a livello di contea e i dati delle dichiarazioni mediche per monitorare i ricoveri ospedalieri e le visite al pronto soccorso per cause naturali, malattie cardiovascolari e respiratorie per 50 milioni di adulti statunitensi di età superiore ai 18 anni dal 2010 al 2016. Durante il periodo di studio, sono stati registrati più di 10 milioni di ricoveri ospedalieri e 24 milioni di visite al pronto soccorso.

È emerso che l’esposizione a breve termine al PM2,5, anche a concentrazioni inferiori al nuovo limite guida dell’OMS per la qualità dell’aria, era associata in modo statisticamente significativo a tassi più elevati di ricoveri ospedalieri per cause naturali, malattie cardiovascolari e respiratorie, nonché a visite al pronto soccorso per malattie respiratorie. Ad esempio, nei giorni in cui i livelli giornalieri di PM2,5 erano al di sotto del nuovo limite di riferimento dell’OMS per la qualità dell’aria di 15 μg/m3, un aumento di 10 μg/m3 di PM2,5 è stato associato a 1,87 ricoveri ospedalieri in più al giorno per milione di adulti di età superiore ai 18 anni.

Entrambi i team di ricerca riconoscono diversi limiti, come la possibile errata classificazione dell’esposizione, e sottolineano che altri fattori non misurati possono aver influenzato i risultati. Inoltre, i riscontri potrebbero non essere applicabili agli individui senza assicurazione medica, ai bambini e agli adolescenti e a coloro che vivono fuori dagli Stati Uniti. Tuttavia, nel complesso, questi nuovi risultati forniscono un valido riferimento per i futuri standard nazionali sull’inquinamento atmosferico.

inquinamento

INFOGRAFICA INTERATTIVA Smog, i livelli di PM2.5 e PM10 a Milano negli ultimi 10 giorni

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA, su dati di Arpa Lombardia, sono indicati i livelli di particolato (PM2.5 e PM10) presenti nell’aria di Milano dal 9 febbraio al 18 febbraio. Per quanto riguarda il PM10 il livello è andato a crescere costantemente fino al record di 136 microgrammi per metro cubo quando il limite da non superare nella giornata sarebbe di 50.

Lo smog altera il profumo dei fiori: cala l’attività degli impollinatori notturni

Un team guidato da ricercatori dell’Università di Washington ha scoperto una delle cause principali del calo dell’attività notturna degli impollinatori, e la colpa è in gran parte dell’uomo. Gli scienziati hanno scoperto che i radicali nitrati (NO3) presenti nell’aria degradano le sostanze chimiche odorose rilasciate da un comune fiore selvatico, riducendo drasticamente le indicazioni su cui si basano gli impollinatori notturni per individuare il fiore. Nell’atmosfera, questa sostanza è rilasciata, ad esempio, dalla combustione di gas e carbone, quindi da automobili, centrali elettriche e altre fonti. I risultati, pubblicati sulla rivista Science, sono i primi a mostrare come l’inquinamento notturno crei una catena di reazioni chimiche che degradano le indicazioni olfattive, rendendo i fiori non rilevabili all’olfatto. I ricercatori hanno anche stabilito che l’inquinamento ha probabilmente un impatto mondiale sull’impollinazione.

Il team – guidato da Jeff Riffell, professore di biologia dell’UW, e Joel Thornton, professore di scienze atmosferiche dell’UW – ha studiato l’enotera pallida (Oenothera pallida). Hanno scelto questa specie perché i suoi fiori bianchi emettono un profumo che attrae un gruppo eterogeneo di impollinatori, tra cui le falene notturne, che sono uno dei più importanti. Hanno raccolto campioni di profumo dai fiori dell’enotera e hanno scoperto che la reazione con l’NO3 ha quasi eliminato alcune sostanze chimiche del profumo. Gli esperimenti in ambiente naturale hanno confermato questi risultati: il team ha dimostrato che le ‘visite’ delle falene – che hanno un olfatto migliaia di volte più sviluppato di quello umano – ai fiori si riducevano del 70%.

Il nostro approccio potrebbe servire ad altri per studiare l’impatto delle sostanze inquinanti sulle interazioni tra piante e impollinatori, e per arrivare davvero ai meccanismi sottostanti“, spiega Thornton.

Ambiente, Preinvel: il filtro che con l’aria abbatte micropolveri industriali

Quando sarà superata l’urgenza sociale di mantenere viva la produzione dell’Ex Ilva, si riaprirà quella ambientale di abbassare drasticamente le emissioni. Una soluzione la propone la startup pugliese Preinvel, che ha brevettato un filtro in grado di eliminare le micro e nano polveri da combustioni e lavorazioni industriali.

Volevamo fare qualcosa di concreto, era giusto dare un nostro contributo perché nessuno potesse più essere vittima dell’inquinamento industriale, le cui prime vittime sono, purtroppo, le fasce più deboli della popolazione”, spiegano gli sviluppatori. Un’intuizione che punta a una transizione industriale pulita e scardina il mito dell’incompatibilità tra diritto alla salute e quello al lavoro. Il sistema di filtraggio fluidodinamico risolve in “maniera efficiente, efficace e totalmente ecocompatibile“, assicura Preinvel, il problema delle emissioni industriali inquinanti.

L’osservazione della natura e delle sue leggi ha permesso alla tecnologia di sfruttare il più efficiente, economico ed eco-compatibile dei sistemi filtranti: l’aria. Utilizzando il principio di Bernoulli, il filtro crea gradienti di pressione e definisce aree di alta depressione capaci di catturare in maniera definitiva tutte le micropolveri inferiori a 0.5 micron prodotte nelle lavorazioni industriali. In questo modo si annullano le emissioni nocive garantendo efficienze filtranti altissime, costanti nel tempo e assicurando costi di manutenzione vicini allo zero, data l’assenza di componenti che necessiterebbero di periodiche manutenzioni o sostituzioni per usura o saturazione.

L’invenzione ha recentemente vinto il premio miglior startup innovativa del PNICube e il grant di Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi ‘Encubator‘. Ma ha anche vinto il primo premio dell’Apulian Sustainable Innovation Award 2021 ed è stata selezionata da Zero, l’Acceleratore di startup Cleantech della Rete Nazionale Acceleratori di Cdp, che promuove la crescita del Paese ha come Partner Eni, la holding LVenture Group e la cooperativa sociale Elis e come Sponsor la multiutility Acea, Vodafone, la multinazionale dei computer Microsoft e Maire Tecnimont, leader del comparto di impiantistica

Allarme smog a Roma: fragili a casa. L’assessora: “Valori nella norma nei prossimi giorni”

È allarme smog a Roma. Dopo la notte di Capodanno, i livelli di polveri sottili sforano la soglia in diverse zone della Capitale e il dipartimento Risanamento dagli Inquinamenti adotta un ‘provvedimento di prevenzione dell’inquinamento atmosferico’ con cui raccomanda ai soggetti a rischio di “evitare di esporsi prolungatamente alle alte concentrazioni di emissioni“.
Il primo gennaio, i limiti di PM10 erano stati superati in tre stazioni: Preneste, Corso Francia e Tiburtina. Ma l’assessora all’Ambiente, Sabrina Alfonsi, smorza le polemiche: “Le previsioni nei prossimi giorni sono nella norma, non c’è bisogno di un’ordinanza del sindaco. Chiudiamo l’anno senza che nessuna centralina di Roma abbia superato gli sforamenti consentiti. Lo scorso anno, per esempio, li avevamo avuti a Roma Est, al Tiburtino”, spiega contattata da GEA.

I livelli altissimi di inquinamento sono dovuti ai festeggiamenti della notte di San Silvestro, assicura l’assessora, nonostante fosse in vigore una ordinanza del sindaco Roberto Gualtieri per vietarli.
C’è stato un picco enorme di PM10 nella giornata dell’1 gennaio. E’ abbastanza chiaro che sia dipeso dai fuochi d’artificio, tanto che a Prenestina passiamo da 76 ug/m3 il primo a 31 ug/m3 il 2 di gennaio. Stessa cosa accade a Corso Francia, passiamo da 69 ug/m3 a 32 ug/m3. Il picco è molto alto e l’abbassamento immediato, immotivato se non sapessimo che ci sono stati in mezzo i botti e i fuochi di Capodanno“, ribadisce.

Quando c’è un innalzamento delle polveri sottili, ci sono due livelli di allerta, il primo è l’informativa alla cittadinanza, con la raccomandazione ai fragili di restare a casa. “Nel caso in cui avessimo avuto un picco prolungato, ci sarebbe stato un secondo livello, l’ordinanza del sindaco per il blocco delle auto, che però in questo caso non serve”, scandisce Alfonsi.

Il superamento dello sforamento consentito non c’è stato, ma non c’è nulla da festeggiare per i medici per l’ambiente. “Tutti entrano in panico quanto più ci si avvicina ai valori di soglia, ma noi viviamo costantemente con una qualità dell’aria che non è buona, perché i livelli di particolato sottile e di biossido di azoto sono comunque sempre troppo elevati“, avverte Laura Reali, pediatra di famiglia e presidente di Isde Roma. L’Oms, ricorda, “da anni discute e richiede all’Ue limiti più bassi, i danni ci sono anche per i valori che stiamo rispettando“.

La “pessima abitudine” dei botti di Capodanno non aiuta. Ma il problema di fondo, per la dottoressa, è che è “il particolato sottile e il biossido di azoto si formano per tante cause, in parte per il traffico veicolare, buona parte per il riscaldamento delle case. E Se su questi valori elevati di base si aggiunge il Capodanno, si raggiungono livelli rischiosi“. Sui limiti, invita a “intendersi“: “Il particolato e il biossido d’azoto non ci dovrebbero essere per nulla nell’aria“.

L’1 gennaio a Roma si sono toccati i 76 ug/m3, senza superamento dello sforamento consentito dall’Unione Europea, ma per l’Oms i limiti dovrebbero essere molto inferiori, non dovrebbero superare i 20 ug/m3 e, aggiunge Reali, “sarebbe più sicuro stare sotto i 10“.

Particolato e biossido di azoto in eccesso, sopra i 40 ug/m3, possono dare effetti nell’immediato che vanno da bruciore, secrezioni, starnuti, tosse, fino all’aumento di episodi di respiro corto nei bambini e di asma e accentuazione degli attacchi di bpco (broncopneumopatia cronica ostruttiva) negli adulti. In questi episodi acuti, i due inquinanti giocano in maniera sinergica: uno accentua gli effetti dell’altro. “Per lunghe esposizioni, superiori alle 9 ore, si possono avere anche effetti cardiovascolari in chi ne soffre“, ricorda Reali, che giudica quindi “molto giustificata” la raccomandazione di non fare uscire i soggetti a rischio: donne in gravidanza, bambini soprattutto sotto i 2 anni, tutte le persone affette da patologie respiratorie o cardiovascolari e gli anziani.

Gli episodi come quello di Capodanno, esorta la presidente dell’Isde Roma, “vanno interpretati come un segnale per ricordarci che non respiriamo aria pulita e dovremmo fare qualcosa in più, non solo con il monitoraggio, ma in termini di riduzione delle sostanze tossiche“. Il suggerimento è, a livello personale, di adottare comportamenti virtuosi (evitare botti, utilizzare meno macchina, abbassare il riscaldamento delle case). A livello amministrativo, locale, nazionale e sovranazionale, di regolare meglio le emissioni. “Forse non sforeremo, ma non stiamo vivendo bene“, chiosa. I piani ci sono, si tratta di seguirli.

INFOGRAFICA INTERATTIVA Morti per smog, Italia seconda nella Ue

Nell’infografica interattiva di Gea si possono vedere le stime dell’European Environment Agency sulle morti attribuibili al Pm 2.5 nell’Unione europea. In Italia si ritiene che 46.2800 decessi (dato del 2021) siano attribuibili alle polveri sottili con particelle minori o uguali a 2,5 micron. Solo la Polonia, con 47.300 decessi, ha un dato peggiore dell’Italia.

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