Da ‘Mayamiko’ a ‘Madeby’: la moda sostenibile parla italiano

Tutto è partito dall’Africa. Qui Paola Masperi, una laurea in mediazione linguistica, un master in Marketing e uno in Relazioni internazionali, trascorre alcuni anni per lavorare a progetti di sviluppo internazionale. Tra il Malawi, l’Uganda, l’Etiopia e il Kenya l’imprenditrice tocca con mano l’impatto sociale più devastante del cambiamento climatico.

Il Continente riceve gli abiti usati da tutto il mondo, ma spesso, racconta Masperi a GEA, “la qualità è talmente bassa che non possono farne niente, tonnellate di vecchi abiti vengono bruciati in discarica“. Il problema è anche il soffocamento del mercato locale, una concorrenza “più sleale di così è inimmaginabile – spiega -. I sarti locali non possono competere. A livello macroeconomico e di industria la cosa è molto negativa e in Malawi si vede molto chiaramente“.

Proprio in Malawi Masperi lavora a un progetto di training in sartoria per donne: “A un certo punto abbiamo capito che il livello era talmente alto e da potersi posizionare a livello di export“. Nel 2014-2015 lancia il marchio ‘Mayamiko‘, per vendere le creazioni delle comunità locali. “E’ andato molto bene, siamo molto conosciuti in Inghilterra nel mondo della Moda etica“. Già prima del Covid il marchio ha conosciuto una “crescita esplosiva“. “Ci siamo chiesti come volevamo crescere, abbiamo iniziato le consulenze e mi sono accorta che per crescere dovevamo produrre di più e più velocemente, questo a me non piaceva, abbiamo così continuato con una crescita lenta e graduale“, afferma.

Dall’esigenza di far capire quanto cruciale sia la sostenibilità sociale e ambientale nella Moda, è nata l’idea di una soluzione tecnologica che può essere utilizzata da tutto il comparto, si chiama ‘Madeby‘, è una piattaforma di blockchain con base a Londra, che salva e verifica le informazioni di sostenibilità dei marchi. Prende le mosse dalle sue conoscenze del settore: “Mi sono accorta che molti dei marchi più conosciuti non applicano un livello di rigore giusto per evitare il greenwashing, fatto a volte anche inavvertitamente. Ci sono grosse maison che fanno una sola linea molto tracciabile, ma il 90% della produzione non lo è“, scandisce.

Madeby nasce grazie ai fondi ottenuti dall’ente britannico per la ricerca e lo sviluppo. Lo scopo è verificare che quanto i marchi dichiarano ai consumatori sia corretto e che le informazioni per il consumatore siano chiare. La tecnologia è stata è in fase di integrazione con Credible Esg, che aggiunge anche il calcolo dell’impatto ambientale. “Noi pubblichiamo solo le informazioni che sono state verificate. Se non riusciamo ad avere accesso ai dati che le aziende dichiarano, noi non li pubblichiamo“, assicura. Al momento i marchi in piattaforma sono circa cinquanta, di medie e piccole dimensioni: “E’ molto interessante per i piccoli marchi, perché spesso non possono pagarsi le certificazioni, ma ora che introduciamo l’aspetto dell’Esg dobbiamo rivolgerci anche a marchi più grossi, che pero’ non sempre – fa sapere – sono disponibili alle verifiche”.

Moda, asse Roma-Parigi: Futuro è green e digital

Sostenibile e innovativo: così è il futuro della Moda mondiale. Roma e Parigi si propongono come modelli e capofila del cambiamento e a Palazzo Farnese, sede dell’Ambasciata di Francia in Italia, si ritrovano tra player e istituzioni per discutere di strategie, buone pratiche, criticità e possibili soluzioni.

Il legame trai due Paesi nel settore della Moda è “storico e inscindibile e va coltivato in un rapporto di piena reciprocità“, scandisce il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. È una catena di valore, osserva, che “ci fa più forti nella competizione globale consegnandoci una leadership indiscussa“. Peculiarità e punti di forza si incontrano, si intrecciano, scendono in campo per tutelare il comparto con una “posizione assertiva” sul Regolamento europeo sull’Ecodesign, assicura il ministro italiano, soprattutto sui divieti di distruzione dell’invenduto, sul passaporto digitale dei prodotti, sulla riciclabilità e la durata della vita dei capi.

L’occasione è l’incontro ‘Sostenibilità e innovazione: nuove sfide e opportunità per il settore‘, su iniziativa di Sopra Steria. L’ambasciatore Christian Masset e Frédéric Kaplan, ministro consigliere per gli Affari economici dell’ambasciata, aprono le porte del palazzo anche a Mario Cospito, consigliere Diplomatico del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, e Lucia Borgonzoni, sottosegretaria al ministero della Cultura. Sopra Steria coinvolge, tra gli altri, Bulgari, Fendi, Gucci, Hermes Italia, Altagamma, Tod’s, Lvmh Italia, Bottega Veneta.

La Moda è uno dei settori in cui Francia e Italia collaborano maggiormente e da molto tempo“, ricorda Masset, rivendicando il primato mondiale nel settore dei due Paesi. Il tema della riduzione delle emissioni del comparto è cruciale: “Siamo entrambi impegnati a promuovere un nuovo percorso di sobrietà“, garantisce. A livello europeo, Roma e Parigi hanno aderito al Fit for 55, un nuovo obiettivo europeo per il clima. “Siamo profondamente convinti che le aziende del settore, grandi protagoniste di questa transizione, sapranno proporre iniziative innovative e stimolanti affinché le aziende francesi e italiane possano essere d’ispirazione anche in questo campo”, afferma.

La filiera produttiva ha delle complessità specifiche legate a un alto grado di frammentazione e a “diversi livelli di maturità” sulla sostenibilità ambientale, spiega Stefania Pompili, CEO di Sopra Steria Italia. A trainare l’efficientamento energetico, sostiene, sarà la transizione digitale, che permette, tra l’altro, di misurare i risultati raggiunti in materia di compensazione. In questo senso, un’alleanza tra Italia e Francia, mercati di riferimento per il settore, “può favorire l’integrazione digitale tra le filiere di produzione e dare vita a una piattaforma di misurazione europea che promuova una visione integrata. L’innovazione – afferma Pompili – si pone al servizio della sostenibilità per creare sinergie tra mercati diversi ma vicini“.

La sostenibilità di H&M non convince: tonfo nel quarto trimestre 2022

Non sono bastate le azioni e la campagne per ridurre l’impatto ambientale e attirare, così, una generazione di giovani attenti all’ambiente e al clima. H&M, colosso svedese della fast fashion e secondo al mondo dopo Zara, ha chiuso in rosso il quarto trimestre del 2022, alla fine di un anno complicato, appesantito dalla decisione di chiudere tutti i punti in vendita in Russia e da una combinazione di altri fattori sfavorevoli. Tra questi, l’aumento del prezzo delle materie prime e del dollaro alto che, insieme all’impennata dei prezzi dell’energia, si sono tradotti in costi di acquisto più elevati. Dopo l’annuncio dei conti in discesa, le azioni del gruppo hanno registrato un calo quasi del 7% alla Borsa di Stoccolma.

La nostra decisione di cessare l’attività in Russia, che era un mercato importante e redditizio, ha avuto un effetto negativo significativo sui nostri risultati”, ha sottolineato l’amministratrice delegata Helena Helmersson. “Piuttosto che scaricare l’intero costo aggiuntivo sui nostri clienti, abbiamo scelto di rafforzare ulteriormente la nostra posizione” nel tentativo di guadagnare quote di mercato. Insomma, i prezzi al pubblico di abbigliamento e accessori non sono aumentati, ma sono cresciuti i costi di produzione e dell’intera filiera.

L’ultimo trimestre del 2022 è stato caratterizzato da una perdita netta di 864 milioni di corone (77 milioni di euro). Un dato inaspettato per gli analisti, che scommettevano su profitti nettamente positivi superiori a 2 miliardi, secondo le stime di Bloomberg e Factset. Nell’intero anno finanziario, il fatturato del gruppo è aumentato del 12%, a 223,5 miliardi di corone, ma solo del 6% escludendo gli effetti valutari. Allo stesso tempo, l’utile netto annuo è sceso del 68% a poco meno di 3,6 miliardi di corone.

H&M, che vede buone prospettive per il 2023, spiega che l’accumulo di fattori sfavorevoli ha avuto un effetto negativo di 5 miliardi in totale sui suoi profitti. Dalla chiusura dell’esercizio, a fine novembre, “le vendite sono partite bene. I fattori esterni sono ancora difficili ma stanno andando nella direzione giusta“, secondo lad. Il numero dei negozi del gruppo si è ridotto a 4.465 a fine novembre, ovvero 336 in meno rispetto al 2021, con quasi la metà dell’impatto legato a il ritiro da Russia e Bielorussia (175 negozi chiusi).

Da anni H&M lotta per dare vita a un nuovo modello, più attento alla sostenibilità e all’ambiente, ma i profitti sono diminuiti costantemente negli ultimi 10 anni, a parte un rimbalzo nel 2021 al termine delle restrizioni legate alla pandemia. Ieri il gruppo ha annunciato di aver firmato un nuovo accordo con i sindacati con l’obiettivo di proteggere ulteriormente la salute e la sicurezza dei lavoratori dell’abbigliamento in Pakistan, dove viene prodotta buona parte dei prodotti venduti in Occidente.

Balconi - Francia

‘Diritto al sole’ diventa obbligatorio: case solo con balconi a Rennes

Saranno stati la pandemia, l’isolamento sanitario, l’aumento dello smart working e il bisogno di una vita domestica più sostenibile, ma sta di fatto che l’area metropolitana di Rennes ha preso una decisione decisamente controcorrente. D’ora in avanti tutte le case di nuova costruzione dovranno avere un balcone o un terrazzo di almeno 4 metri quadri. Questo vincolo non si limita agli edifici privati: anche le residenze per studenti, anziani o ostelli per giovani lavoratori devono offrire uno spazio esterno, in questo caso fissato fissato a 3 metri quadri. Il cambiamento degli stili di vita dopo la pandemia, come spiega Laurence Besserve, vicepresidente di Rennes Metropole, è stato determinante nella scelta.

Ma c’è un altro motivo per cui i rappresentanti eletti della metropoli bretone (460.000 abitanti e 43 comuni) hanno deciso di fare il grande passo: le previsioni demografiche. “La popolazione invecchia: resteremo a casa il più a lungo possibile, quindi ci sarà bisogno di spazi interni ed esterni. Conosciamo tutti i benefici dello stare all’aperto“, spiega Besserve, che è anche sindaco di Betton, una cittadina in rapida espansione alle porte di Rennes. Tutta l’area, così come quella di molte altre città occidentali, devono rispondere a una forte impennata demografica, con una previsione di 533.000 abitanti entro il 2035 e la necessità di creare 65.000 nuovi alloggi.

Con la legge Clima e resilienza del 2021 in Francia e la prospettiva di net zero entro il 2050, “sempre più persone vivranno in forme urbane collettive e questo bisogno di spazio all’aperto sta diventando vitale“, sostiene Besserve. La decisione piace molto al mercato immobiliare. “L’esigenza di avere spazi esterni è stata espressa molto dai clienti negli ultimi tempi“, spiega Guillaume Loyer, del gruppo Giboire. Ovviamente questo nuovo standard porterà “necessariamente” un aumento dei prezzi e questo potrebbe rappresentare un problema.

Il sociologo Jean Viard, che da tempo sostiene il “diritto al sole“, accoglie con favore questa iniziativa in una zona “che è sempre stata all’avanguardia in termini di politiche di pianificazione regionale con il concetto di città arcipelago“. “Tutti vogliono poter mangiare al sole, avere una pianta e possibilmente un animale“, ha osservato l’autore di ‘La sacralità del tempo libero’, sottolineando che “molti anziani non escono mai di casa” e purtroppo non hanno più alcun legame con l’aria esterna.

tessuti

Nasce a Biella l’hub per la sostenibilità del tessile: 4,9 milioni dal Pnrr

Elaborare soluzioni innovative per il settore tessile in ottica di economia circolare. E’ l’obiettivo di MagnoLab, nuova rete di imprese tessili del biellese – tutte con ruoli diversi e complementari nella filiera – la cui mission primaria è quella di collaborare in modo strutturato per sviluppare innovazione, ricerca e progetti legati alla sostenibilità e all’economia circolare. Il progetto è stato presentato nella sede dell’Unione industriale biellese. MagnoLab ha raggiunto il primo posto nella graduatoria definitiva delle proposte ammesse al finanziamento previsto dal bando del Pnrr per il riciclo tessile. Il bando, dedicato ai progetti faro di economia circolare, finanzia quelli giudicati altamente innovativi per il trattamento e il riciclo dei rifiuti provenienti dalle filiere strategiche individuate nel Piano d’azione per l’Economia circolare varato dall’Ue. Nel complesso sono 600 milioni di euro i contributi stanziati con risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza e 192 progetti relativi agli investimenti faro di economia circolare a cui il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha dato il via libera.

Su un investimento di circa 11 milioni, ammonta a 4,9 milioni il contributo massimo erogabile per il progetto di MagnoLab, che è stata ammesso al finanziamento sulla base del massimo punteggio attribuito dall’apposita Commissione su 23 progetti ammessi a livello nazionale. “E’ particolarmente importante – ha detto il ministro Gilberto Pichetto in un messaggio di saluto inviato all’Unione Industriale Biellese – che sia proprio il tessile, il comparto che è l’anima storica e prestigiosa del tessuto produttivo biellese, a guardare avanti, ad affidarsi all’innovazione tecnologica per costruire, sul recupero e riciclo dei tessuti, nuovi spazi di mercato”.

L’iniziativa di MagnoLab prevede che entro quest’anno sia completata la realizzazione della rete fisica di impianti pilota, installati in un’unica sede a Cerrione, in frazione Magnonevolo, dove sarà possibile sviluppare in modo collaborativo prodotti e processi innovativi con cicli di sperimentazione rapidi e snelli. L’obiettivo del progetto, dunque, è realizzare un luogo, non solo fisico, dedicato all’innovazione nel settore tessile, condividendo obiettivi, intraprendenza e lungimiranza. Partendo da questi presupposti, la rete di MagnoLab è aperta a nuove realtà che vogliano partecipare. Attualmente sono otto le aziende partner del progetto: De Martini Bayart e Textifibra, De Martini, Marchi & Fildi, Filidea, Di.Vé, Pinter Caipo, Maglificio Maggia, Tintoria Finissaggio 200.

Sostenibilità, come e dove spendono gli altri Paesi per la transizione green

Sviluppo delle rinnovabili, edilizia sostenibile e mobilità pulita. Ventisette Stati membri dell’Ue, tre voci di investimento uguali per tutti, dove ciascuno interviene con modalità diverse. La definizione dei piani nazionali per la ripresa non è stata la stessa per tutti, non nello sforzo finanziario. C’è sicuramente una questione di differenti cifre, vale a dire quanto, in termini di risorse Ue, il meccanismo per la ripresa anti-pandemico ha destinato ai singoli Paesi. E poi c’è l’agenda politica, rispondente alle aspirazioni dei governi. Quelli di Cipro, Polonia e Repubblica ceca si distinguono per le politiche a sostegno dell’energia pulita. Sono questi i tre Paesi che intendono destinare oltre il 50% delle dotazioni per interventi in questi tipo. Per Cipro si tratta di 0,36 miliardi di euro, ossia l’80% dell’intero tesoretto a dodici stelle. Per la Polonia invece si tratta di impegni in Zloti per il corrispettivo di 13,4 miliardi (64,9%), per la Repubblica ceca invece interventi in Corone per l’equivalente di 2,25 miliardi di euro (68,3% del totale).

Ungheria, Germania, Lussemburgo ed Estonia i tre Paesi che invece si distinguono per investire almeno la metà di tutte le risorse per la transizione verde per la mobilità a basse emissioni di carbonio o addirittura emissioni zero. In Ungheria colonnine di ricarica, potenziamento e incentivo di auto elettrica e ammodernamento  della flotta per i servizi di trasporto pubblico vedono lo stanziamento del corrispettivo di 1,81 miliardi di euro, pari al 56,3% di tutta la torta ‘green’. In Germania questa porzione è del 50,3%, per spese da 5,93 miliardi di euro, mentre in Estonia il 50%, per azioni da 0,2 miliardi di euro. Anche il Lussemburgo riserva la metà delle risorse per la transizione verde alla mobilità sostenibile, per un totale di 0,3 miliardi di euro (50% del totale).

La Francia si distingue per fare dell’edilizia sostenibile la priorità numero uno della propria agenda. Ristrutturazioni di case, palazzi, scuole e uffici in senso di minori dispersione di calore e meno consumi, valgono oltre un terzo dell’agenda per una transizione sostenibile. Il 36,4% delle risorse del piano nazionale per la ripresa finisce in quest’area, dove sono previsti interventi per 7,32 miliardi. Solo Grecia e Lettonia, in termini percentuali, investono di più: la prima il 43% del proprio Pnrr (valore complessivo: 2,82 miliardi), la seconda il 37,1% (totale: 0,2 miliardi).

Considerando che a livello Ue la spesa destinata a interventi in edilizia è quella più ridotta rispetto ai tre macro-obiettivi, Francia, Grecia e Lettonia si mettono in mostra per essere in controtendenza e destinare quote considerevolmente più elevate al miglioramento del proprio parco immobiliare.
C’è anche un’altra voce che riguarda la transizione verde, quella di “altre spese verdi”. Queste includono interventi di diversa natura, quali la tutela della biodiversità, opere di rimboschimento, migliore gestione dei rifiuti, o anche migliore gestione delle risorse idriche. Chi investe di più qui è la Svezia. Quasi due terzi (65%) del piano di ripresa nazionale svedese è destinata è contraddistinta da “investimenti per clima”. Anche la Croazia ha deciso di investire su quest’altra voce: il governo di Zagabria mette 1,54 miliardi di euro (47,6% del totale) per gestione dei rifiuti e dell’acqua, e per il turismo sostenibile. Per la Slovenia, che dedica il 41% del totale del proprio piano per la ripresa ad “altre spese verdi”, una quota significativa va alla gestione dell’acqua e alla prevenzione delle inondazioni.

Energia, Pichetto: “Dipendenza è freno”. Confindustria: Più infrastrutture, 182 miliardi al 2030

Sicurezza e costi contenuti. E’ questa la strategia energetica del governo e non solo per superare la crisi, ma anche per gli anni a venire. Perché se c’è una cosa che le vicende geopolitiche recenti hanno insegnato è che la dipendenza energetica è il vero “freno a mano sulla crescita della nostra economia”, sottolinea Gilberto Pichetto Fratin. È cambiato il quadro di riferimento internazionale e questo esecutivo politico, assicura il ministro dell’Ambiente, “ha intenzione di affrontare seriamente la questione della sicurezza energetica“: “Non possiamo perdere un minuto“, insiste. Via i paraocchi ideologici e rispetto degli impegni internazionali assunti in materia di decarbonizzazione. La direzione presa è questa, anche se passa dai rigassificatori, dalle estrazioni di gas dai giacimenti già noti lungo le coste. Tutto per avere respiro che porti gradualmente ad abbandonare i fossili a vantaggio delle fonti rinnovabili. L’accelerazione sulla semplificazione per installare gli impianti lo dimostra.

In questo scenario, le infrastrutture hanno un ruolo centrale, “devono accompagnare la transizione ecologia, assecondarla, renderla possibile attraverso un sistema di distribuzione dell’energia che sia in linea con le mutate condizioni di generazione dell’energia stessa“, sostiene Pichetto. Parla della “sfida della generazione diffusa“, dove non c’è più un centro erogatore e una ramificazione verso la periferia ma molteplici fonti di energia che vanno messe in rete e “devono fare i conti con la discontinuità dell’accumulo di fonti come il solare o l’eolico“. Servirà creare infrastrutture in grado di sostenere l’affiancamento della mobilità elettrica a quella dei motori termici e sistemi di interscambio locale fra l’energia autoprodotta e quella diffusa in rete: “Sono tutti passaggi chiave per costruire un futuro di sostenibilità, indipendenza e sicurezza energetica“, ripete il ministro.

Lo scenario “sostenibilità integrata” elaborato da Confindustria Energia, per le scelte strategiche che il Paese dovrà compiere in questo settore, valuta in 182 miliardi di euro gli investimenti previsti nel periodo 2022-2030, che si traducono in un valore aggiunto totale di 320 miliardi di euro, nell’impiego di 380 mila ULA (unità di lavoro annue) ed in una riduzione di emissioni pari a -127 Mton CO2/anno nel 2030. “Un piano integrato di investimenti che presenta benefici sul sistema Paese in termini di crescita economica, di ricadute ambientali e occupazionali con investimenti valutati secondo criteri di neutralità tecnologica, finalizzati al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione, di sicurezza energetica e di sostenibilità sociale, attraverso infrastrutture energetiche flessibili e resilienti”, osserva il presidente, Giuseppe Ricci. È la proposta di Confindustria Energia in vista dell’elaborazione del nuovo PNIEC e dell’adeguamento del PNRR al REPowerEU. Dal piano integrato, spiega il vicepresidente e coordinatore dello studio, Roberto Potì, emergono diverse “leve complementari tra di loro” che mirano ad una transizione sostenibile, a partire da una “posizione geografica ottimale per l’ulteriore crescita di fonti rinnovabili e per la diversificazione delle rotte di importazione del gas“. L’Italia, è convinto, “può contare su riserve di gas naturale non utilizzate, su capacità di stoccaggio incrementabili e su reti di trasporto e trasmissione diffuse nel territorio. La sua leadership in Europa nella produzione di biocarburanti e le importanti eccellenze nei processi di economia circolare, completano il quadro delle opportunità disponibili“.

Paul&Shark, dalle vele giacche che sanno di mare e vento

Vecchie vele riqualificate da esperti artigiani danno vita a pezzi unici per una collezione circolare e limitatissima. E’ Re-Sail, il progetto che Paul&Shark porta alla Milano per la Fashion Week Autunno/Inverno 2023-24. 

Un’installazione immersiva e dinamica, con riproduzioni multisensoriali di effetti di luce, suoni naturali e immagini dell’oceano, il brand guida i visitatori in un viaggio emotivo in mezzo al mare, spinti dal vento tra le onde, proprio come accade alle vele.

Giacche upcycled contemporanee e che si portano dietro una eredità esclusiva. Le vele in disuso vengono ripristinate per poi essere reinterpretate in modo creativo sotto una nuova forma.

Ognuna racchiude la storia delle vele con cui è stata realizzata, un racconto di artigianalità e libertà, che rievoca i colori del mare e i suoni del vento. Grandi etichette interne, numeri, loghi e  elementi di derivazione velisitica, celebrano l’universo da cui il capo proviene non perdendo la natura urban-casual della giacca.

Il progetto Re-Sail si colloca all’interno del percorso che Paul&Shark persegue da tempo a favore della sostenibilità, che in questo contesto prende la forma dell’upcycling. L’attività di recupero di materiale in disuso e la sua rivalutazione in chiave creativa “rappresenta un inno ai valori fondamentali del brand“, spiega l’azienda.

 

 

Photo credit: Paul&Shark

La Befana vien di notte… guida a una ‘calza’ sostenibile

Nella calza della Befana può far capolino…la sostenibilità. Sono sempre più numerose le famiglie che dimostrano infatti attenzione nei confronti di questa tematica. Attraverso semplici gesti, è possibile davvero fare la differenza in termini di impatto ambientale. Come? Ecco qualche piccolo consiglio per la ricorrenza che “tutte le feste si porta via”.

W il riciclo! In commercio si trovano calze della Befana già confezionate e che spesso riproducono personaggi evergreen delle fiabe o dei fumetti, ma anche il beniamino del cartone animato in voga al momento. E che, pertanto, rischiano di passare di moda molto velocemente. Meglio optare per una calza di materiale sostenibile, magari realizzata con le proprie mani; si potrà riporre insieme alla scatola degli addobbi, pronta all’uso per le festività del prossimo anno. In questo modo, sarà possibile riempirla con oggetti che saranno veramente di gradimento al destinatario, che non sempre apprezza in toto il contenuto delle calze industriali in commercio. Inoltre, in questo modo ci sarà la possibilità di confezionare dolciumi artigianali e casalinghi, decisamente meno zuccherini di quelli che si trovano in commercio.

Regali ‘green’. Babbo Natale è stato particolarmente generoso, tanto da decidere di non mettere tutti i doni sotto l’albero? Bene, è il momento di inserirli nella calza della Befana! Meglio ancora se i giochi sono realizzati con materiale ecosostenibile come il legno o la plastica riciclata. Viceversa, si possono regalare anche libri, ingressi a Parchi naturali e fattorie didattiche, esperienze a contatto con la natura in generale magari equipaggiati con una borraccia nuova nuova. Passerà il messaggio, tra i piccoli scalpitanti e curiosi di conoscere il contenuto della calza, che anche la vecchina con le scarpe tutte rotte è attenta all’ambiente.

Appendere la calza all’albero…spento. È vero, se pensiamo ai film della tradizione natalizia, focalizziamo subito l’immagine della calza della Befana appesa al camino. Non tutti però lo possiedono, per cui meglio optare per l’albero di Natale. Il fatto di mantenerlo spento di notte può sembrare un consiglio banale e scontato, ma non lo è affatto. Meglio tenere a mente questo prezioso accorgimento, sia per una questione di risparmio energetico sia per una questione di sicurezza legata a eventuali corti circuiti delle luminarie.

Infine, perché non accompagnare bambini e bambine alla scoperta di iniziative sostenibili proprio dedicate alla Befana? Diverse biblioteche e spazi ricreativi, per esempio, organizzano laboratori per creare la bambola con stoffe e materiali di riciclo. Giocando, i piccoli di casa apprenderanno quanto sia importante il rispetto e l’attenzione nei confronti dell’ambiente, da praticare nel quotidiano.

 

 

Il 2023 è l’anno di Tallinn, capitale verde europea attenta al digitale e alla sostenibilità

Una capitale verde circondata dal blu del Mar Baltico. Con l’inizio del 2023 si apre anche l’anno di Tallinn come Capitale verde europea. Una città che ha fatto della digitalizzazione e della neutralità climatica una scommessa prima dell’acuirsi della crisi energetica e che sta guidando il continente con l’esempio di politiche ambiziose a favore dei propri cittadini. Non è un caso se il Premio Capitale verde europea è stato concepito proprio nella capitale dell’Estonia nel maggio del 2006 su iniziativa di un suo ex-sindaco, Jüri Ratas.

Situata sulla costa del Golfo di Finlandia, Tallinn ha una popolazione di 447.032 abitanti e la sua posizione centrale nel Baltico ha reso la capitale estone uno dei più importanti porti fin dal X secolo e una delle principali città commerciali della regione. La lunga storia mercantile di Tallinn e dell’Estonia non hanno frenato le ambizioni di rinnovamento nel nuovo millennio, al punto che oggi il Paese è considerato la Silicon Valley del Mar Baltico e il punto di riferimento in Europa sul piano delle tecnologie informatiche: a Tallinn è nata Skype e hanno sede l’Agenzia Ue per i sistemi informatici su larga scala (eu-Lisa) e il Centro di eccellenza per la difesa informatica della Nato.

Ma non è solo il settore informatico a rendere la capitale estone un punto di riferimento nell’Ue. Sul piano ambientale Tallinn è caratterizzata dalla diversità dei suoi paesaggi, habitat per specie rare: l’esempio più evidente è il Baltic klint, una scarpata calcarea che ha il suo punto più alto di 48 metri dentro i confini della città stessa. È per tutelare questa ricchezza che le autorità estoni hanno recentemente adottato la strategia di sviluppo ‘Tallinn 2035’, un piano climatico ambizioso che affronta i temi della neutralità del carbonio, dell’adattamento al clima, dell’innovazione, della salute, della mobilità, della biodiversità, dell’economia circolare, dell’energia sostenibile e della produzione alimentare. A questo si somma l’impegno di lunga durata nell’adattamento al clima, con sistemi di gestione delle acque piovane e la rimodellazione delle strade.

Ed è proprio la questione delle infrastrutture e della mobilità urbana uno degli aspetti più pionieristici di Tallinn a tutela del clima. L’obiettivo fissato è quello della ‘città di 15 minuti’, in cui i cittadini possono raggiungere tutte le infrastrutture necessarie entro 15 minuti attraverso modalità di trasporto ‘morbide’ (a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici). È dal 2013 che l’accesso ai mezzi pubblici è gratuito, grazie all’esito di un referendum cittadino in cui oltre il 75% dei residenti ha votato a favore. La capitale estone è diventata così la prima in Europa a offrire il trasporto pubblico gratuito, un esempio di promozione della sostenibilità per tutte le città europee. È per tutte queste ragioni che la Giuria della Capitale Verde Europea ha riconosciuto in Tallinn un approccio sistemico nella transizione verso la sostenibilità, con obiettivi strategici interconnessi per il 2035 e legati agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.