Sentenza storica della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo: Svizzera condannata per inazione climatica

Sentenza storica da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu). Per la prima volta, infatti, ha condannato un Paese, per la precisione la Svizzera, per l’inazione sui cambiamenti climatici. Una decisione giuridicamente vincolante che dovrebbe costituire un precedente per i 46 Stati membri del Consiglio d’Europa. “La sentenza di oggi è storica e siamo molto soddisfatti di essere arrivati fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo“, ha dichiarato Anne Mahrer, una delle attiviste ambientali svizzere che ha intentato la causa contro Berna. “Ora saremo estremamente vigili per garantire che la Svizzera applichi la decisione“. Greta Thunberg, presente a Strasburgo, si è rallegrata per “l’inizio” delle cause sul clima. “In tutto il mondo, sempre più persone portano i loro governi in tribunale per chiedere conto delle loro azioni. In nessun caso dobbiamo tirarci indietro, dobbiamo lottare ancora più duramente perché questo è solo l’inizio“, ha dichiarato il giovane attivista svedese per il clima.

Con il mese di marzo che ha segnato un nuovo record mondiale di caldo, la decisione della Corte era molto attesa: la Cedu non si era mai pronunciata prima sulla responsabilità degli Stati in relazione ai cambiamenti climatici. Ma il presidente della Corte, l’irlandese Siofra O’Leary, ha emesso tre conclusioni diverse sulla stessa questione. Mentre la Svizzera è stata condannata, altre due richieste sono state respinte: quella di un ex sindaco ecologista di un comune costiero nel nord della Francia e soprattutto la richiesta di alto profilo di giovani cittadini portoghesi contro 32 Stati.

La prima causa è stata intentata dalle Anziane per la protezione del clima (2.500 donne svizzere di 73 anni in media). Esse hanno denunciato “l’incapacità delle autorità svizzere di mitigare gli effetti del cambiamento climatico“, che stanno avendo un impatto negativo sulle loro condizioni di vita e di salute. La Svizzera “ha l’obbligo legale di attuare questa sentenza“, ha dichiarato all’Afp l’avvocato di Berna Alain Chablais. “Ci vorrà un po’ di tempo per determinare quali misure saranno adottate dal governo svizzero”, ha continuato, ma ha aggiunto che “questa sentenza costituirà un precedente“. La Cedu, che applica la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ha stabilito che vi è stata una violazione dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) e dell’articolo 6 (accesso a un tribunale). La Corte ha quindi affermato che l’articolo 8 sancisce il diritto a una protezione effettiva da parte delle autorità di uno Stato contro i gravi effetti negativi del cambiamento climatico sulla vita, la salute, il benessere e la qualità della vita.

Un secondo dossier è stato avviato dall’eurodeputato francese (ex-EELV) Damien Carême. Questo ex sindaco di Grande-Synthe (Nord) ha attaccato le “carenze” dello Stato francese, sostenendo in particolare che esse mettono a rischio di inondazioni la città sulla costa del Mare del Nord. Ma la Corte non lo ha riconosciuto come vittima, in particolare perché non vive più in Francia. Infine, il terzo caso è stato sostenuto da un gruppo di sei portoghesi di età compresa tra i 12 e i 24 anni, che si sono radunati dopo i terribili incendi che hanno devastato il loro Paese nel 2017. Il loro ricorso era diretto non solo contro Lisbona, ma anche contro tutti gli Stati membri dell’Ue, oltre che contro Norvegia, Svizzera, Turchia, Regno Unito e Russia – 32 Paesi in tutto. Ma la Corte ha stabilito che non avevano esaurito i rimedi legali disponibili nei loro Paesi. Anche se la loro domanda è stata respinta, i portoghesi ritengono che questa battuta d’arresto sia stata più che compensata dalla decisione relativa alla Svizzera. “Speravo che avremmo vinto contro tutti questi Paesi, quindi sono ovviamente delusa“, ha dichiarato una delle ricorrenti, Sofia Oliveira, 19 anni. “Ma la cosa più importante è che, nel caso delle donne svizzere, la Corte ha ritenuto che i Paesi debbano ridurre ulteriormente le loro emissioni per difendere i diritti umani. Quindi la loro vittoria è una vittoria anche per noi, e una vittoria per tutti!”.

Secondo i termini dell’Accordo di Parigi del 2015, i governi si sono impegnati a limitare il riscaldamento globale a “ben al di sotto” dei 2 gradi Celsius rispetto all’epoca preindustriale (1850-1900), e a 1,5 gradi Celsius se possibile. Tuttavia, con un nuovo record di temperatura a marzo, gli ultimi 12 mesi sono stati i più caldi mai registrati a livello mondiale, 1,58 gradi in più rispetto al clima del pianeta nel XIX secolo, ha annunciato martedì l’osservatorio europeo Copernicus.

piogge al sud/imago

Ancora due giorni di temporali e poi arriva ‘l’estate’ di aprile. Torna la neve sulle Alpi

Dal caldo anomalo alla grandine (anche neve sulle Alpi), poi sarà di nuovo anticiclone africano con un mese di aprile travestito da giugno. Lorenzo Tedici, meteorologo del sito www.iLMeteo.it, conferma un periodo turbolento come spesso accade in primavera, ma elevato all’ennesima potenza: tutti i fenomeni in arrivo nei prossimi giorni saranno esagerati, un po’ come il caldo del weekend appena trascorso, ma anche come quello fuori stagione atteso nel prossimo weekend, ancora con valori tipici di fine giugno.

Una fase turbolenta, anche dal punto di vista del maltempo, soprattutto al Nord dove tornerà la neve sulle Alpi: i fiocchi bianchi sono attesi nelle prossime ore a quote alte, ma dalla sera cadranno fino a circa 800-900 metri di quota sui rilievi di confine. Mediamente cadranno 15-20 cm di neve fresca su tutta la catena alpina oltre i 1500 metri, da ovest verso est, entro la serata di mercoledì. Questo break instabile sarà associato a un ciclone inglese in rapidissimo transito sull’Italia e diretto verso l’Algeria. Il periodo turbolento durerà 48 ore.

Nel dettaglio, oggi avremo maltempo specie al Nord-Ovest, con i primi fenomeni su Valle d’Aosta, Piemonte e Liguria, poi in spostamento dal pomeriggio verso Lombardia e localmente Emilia e Toscana. Durante l’ingresso dell’aria ‘inglese’, molto più fresca ed instabile, potranno aver luogo temporali anche intensi ed associati a grandine: questa finestra perturbata rimarrà aperta da martedì pomeriggio a mercoledì sera, poi cambierà tutto di nuovo.

Infatti, mercoledì sarà ancora molto perturbato su tutto il Nord e, al mattino, anche sul versante tirrenico fino a Napoli ed in Sardegna: insieme ai temporali avremo anche un diffuso calo termico su tutto lo Stivale di almeno 7-10°C nei valori massimi. Rientreremo per qualche ora nelle medie apriline.

Ma da giovedì, come detto, arriverà un nuovo ribaltone con il ritorno dell’anticiclone: il mercurio all’interno dei termometri impazzirà, prima su, poi giù e di nuovo su nel prossimo weekend, anche oltre i 30-32°C al Centro-Nord.

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Marzo 2024 dei record: è il più caldo della storia. Temperature globali a +1,58°C rispetto a 1850-1900

Con un nuovo record a marzo, gli ultimi 12 mesi hanno fatto registrare un incremento di temperatura globale di +1,58°C rispetto ai livelli preindustriali, rendendoli i più caldi di sempre. Continuando una serie ininterrotta di dieci record mensili, marzo 2024 rappresenta un nuovo segnale dopo un anno in cui il riscaldamento globale antropogenico, accentuato dal fenomeno El Niño, ha moltiplicato il numero di disastri naturali, mentre l’umanità non ha ancora ridotto le proprie emissioni di gas serra.

Se luglio 2023 è diventato il mese più caldo mai misurato nel mondo, ogni mese da giugno in poi ha superato il proprio record. Marzo 2024 continua la serie, con una temperatura media di 1,68°C superiore a quella di un normale marzo nel clima dell’era preindustriale (1850-1900). Lo ha annunciato il Climate Change Service (C3S) dell’osservatorio europeo Copernicus.

Negli ultimi dodici mesi, la temperatura globale è stata di 1,58°C superiore a quella dell’era preindustriale, superando il limite di 1,5°C fissato dall’Accordo di Parigi. Tuttavia, questa anomalia dovrebbe essere mediata su “almeno 20 anni” per considerare che il clima, e non il tempo annuale, abbia raggiunto questa soglia, sottolinea l’osservatorio. Ma “siamo straordinariamente vicini a questo limite e abbiamo già i giorni contati”, dice Samantha Burgess, vicedirettrice del C3S.

Da oltre un anno la temperatura degli oceani, i principali regolatori climatici che coprono il 70% della Terra, è più calda che mai. Il mese di marzo 2024 ha addirittura stabilito un nuovo record assoluto per tutti i mesi messi insieme, con una media di 21,07°C misurata alla loro superficie (escluse le aree vicine ai poli) da Copernicus. “È incredibilmente insolito”, sottolinea Burgess. Questo surriscaldamento minaccia la vita marina e porta a una maggiore umidità nell’atmosfera, sinonimo di condizioni meteorologiche più instabili, come venti violenti e piogge torrenziali. Inoltre, riduce l’assorbimento delle nostre emissioni di gas serra nei mari, che sono pozzi di carbonio che immagazzinano il 90% dell’energia in eccesso causata dall’attività umana. “Più calda diventa l’atmosfera globale, più numerosi, gravi e intensi saranno gli eventi estremi”, sottolinea la scienziata, citando la minaccia di “ondate di calore, siccità, inondazioni e incendi boschivi”.

Esempi recenti sono le gravi carenze idriche in Vietnam, Catalogna e Africa meridionale: dopo Malawi e Zambia, 2,7 milioni di persone rischiano la carestia in Zimbabwe, che ha dichiarato lo stato di calamità nazionale. Bogotà ha appena razionato l’acqua potabile e i timori di penuria incombono sulla campagna elettorale in Messico. Al contrario, Russia, Brasile e Francia hanno registrato notevoli inondazioni. Gli studi scientifici non hanno ancora stabilito l’influenza del cambiamento climatico su ciascun evento, ma è chiaro che il riscaldamento globale, accentuando l’evapotraspirazione e aumentando l’umidità potenziale dell’aria, sta incrementando l’intensità di alcuni episodi di precipitazione.

Da giugno, il clima mondiale è stato interessato dal fenomeno climatico naturale El Niño, sinonimo di temperature più elevate. Il fenomeno ha raggiunto il suo picco a dicembre, ma dovrebbe ancora portare a temperature continentali superiori alla norma fino a maggio, secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale. Secondo il WMO, c’è la possibilità che il fenomeno opposto – La Niña – si sviluppi “nel corso dell’anno” dopo condizioni neutre (né l’uno né l’altro) tra aprile e giugno.

Verranno quindi battuti altri record nei prossimi mesi? “Se continuiamo a vedere così tanto calore sulla superficie dell’oceano è molto probabile”, avverte Burgess. Questi record stanno superando le previsioni? La questione è dibattuta dai climatologi dopo un anno straordinario, il 2023, il più caldo mai misurato. Questo calore extra “si può spiegare in larga misura, ma non del tutto”, riassume Burgess. “Il 2023 rientra nell’intervallo previsto dai modelli climatici, ma è davvero al limite esterno”, lontano dalla media, aggiunge con preoccupazione.

Le concentrazioni nell’aria di anidride carbonica (CO2), metano e ossido di azoto – i tre principali gas serra prodotti dall’uomo – aumenteranno ancora nel 2023, secondo le stime pubblicate dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) statunitense. La concentrazione di CO2 è stata in media di 419,3 parti per milione (ppm) nel 2023, con un aumento di 2,8 ppm dal 2022.

Secondo il progetto Carbon Monitor, tuttavia, le emissioni globali di CO2 nel 2023 sono aumentate solo dello 0,1% rispetto al 2022, raggiungendo 35,8 gigatonnellate. Sebbene queste stime indichino un plateau nelle emissioni umane, esse rappresentano comunque “dal 10% al 66,7% del restante budget di carbonio necessario per limitare il riscaldamento a 1,5°C”, notano gli autori.

In Italia in 17 anni 378 morti per eventi climatici: 321 per frane e valanghe

In Italia, dal 2003 al 2020 gli eventi climatici estremi hanno causato complessivamente 378 decessi, di cui 321 per frane e valanghe, 28 per tempeste e 29 per inondazioni. Le regioni con il maggior numero di decessi e di comuni coinvolti sono risultate Trentino-Alto Adige (73 decessi e 44 comuni), Lombardia (55 decessi e 44 comuni), Sicilia (35 decessi e 10 comuni), Piemonte (34 decessi e 28 comuni), Veneto (29 decessi e 23 comuni) e Abruzzo (24 decessi e 12 comuni), con un alto numero di comuni a rischio riscontrato anche in Emilia-Romagna (12), Calabria (10) e Liguria (10). Tra le regioni ad alto rischio c’è anche la Val d’Aosta con 8 decessi, un numero elevato se si tiene conto degli abitanti complessivi. E’ quanto emerge da uno studio ENEA, pubblicato sulla rivista Safety in Extreme Environment, che ha permesso di identificare le aree del nostro Paese più a rischio di mortalità per eventi climatici estremi.

La mortalità è l’unico indicatore sanitario immediatamente disponibile per tutti i comuni italiani e la Banca Dati Epidemiologica dell’ENEA consente di effettuare studi sull’intero territorio nazionale utilizzando la mortalità per causa come indicatore di impatto”, spiega Raffaella Uccelli, ricercatrice del Laboratorio ENEA Salute e Ambiente e coautrice dello studio insieme alla collega Claudia Dalmastri.

Dallo studio emerge inoltre che circa il 50% dei 247 comuni italiani con almeno un decesso è costituito da centri montani o poco abitati, dove il rischio di mortalità associata a eventi meteo-idrogeologici estremi potrebbe essere connesso alla loro fragilità intrinseca e alle difficoltà degli interventi di soccorso.

A livello demografico le vittime sono state 297 uomini e 81 donne. La ragione di questa disparità fra i sessi potrebbe essere collegata, almeno in parte, a diversi stili di vita, alle attività svolte, agli spostamenti casa-lavoro e ai tempi diversi trascorsi all’aperto”, sottolinea Claudia Dalmastri.

Nel nostro paese, oltre il 90% dei comuni e oltre 8 milioni di abitanti sono a rischio a causa di eventi climatici estremi, in particolare frane (1,3 milioni di abitanti) e inondazioni (6,9 milioni di abitanti). Da gennaio a maggio 2023, si sono verificati 122 eventi meteorologici estremi rispetto ai 52 registrati nello stesso periodo del 2022 (+135%) e le regioni più colpite sono state Emilia-Romagna, Sicilia, Piemonte, Lazio, Lombardia, Toscana. Tutte queste aree, eccetto il Lazio, sono state identificate come a rischio anche nello studio ENEA.

Gli eventi meteo estremi stanno aumentando di frequenza e intensità a causa dei cambiamenti climatici, con conseguenze drammatiche su territori e popolazioni, in particolare sugli over 65, la cui percentuale in Italia è aumentata del 24% in 20 anni. Conoscere le aree a più alto rischio anche per la mortalità associata diventa quindi fondamentale per definire le azioni prioritarie di intervento, allocare risorse economiche, stabilire misure di allerta e intraprendere azioni di prevenzione e di mitigazione a tutela del territorio e dei suoi abitanti”, conclude Raffella Uccelli.

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Conto salato per assicuratori: catastrofi naturali costeranno 108 mld dollari nel 2023

Le catastrofi naturali hanno causato danni per 280 miliardi di dollari in tutto il mondo nel 2023, di cui 108 miliardi coperti dalle compagnie assicurative. Lo rivela il riassicuratore Swiss Re, che avverte che il conto potrebbe raddoppiare nei prossimi 10 anni. L’ammontare dei danni e la percentuale coperta dagli assicuratori sono diminuiti rispetto all’anno precedente, mentre il conto si è gonfiato a causa dell’uragano Ian nel 2022. Tuttavia, il conto per gli assicuratori supererà ancora la soglia dei 100 miliardi di dollari per il quarto anno consecutivo, secondo quanto riportato dal riassicuratore svizzero nel suo studio annuale Sigma, che traccia il costo delle catastrofi naturali e dei disastri.

Nel 2022, i danni causati dalle catastrofi naturali sono stati pari a 286 miliardi di dollari, mentre il conto per gli assicuratori ha raggiunto i 133 miliardi di dollari. “Anche in assenza di una tempesta storica come l’uragano Ian, che ha colpito la Florida l’anno precedente, le perdite generate dalle catastrofi naturali nel 2023 sono state gravi“, ha dichiarato Jérôme Jean Haegeli, capo economista di Swiss Re.

I terremoti in Turchia e Siria sono stati i disastri naturali più costosi del 2023. Le perdite assicurate sono state pari a 6,2 miliardi di dollari e questo terremoto ha illustrato in modo “drammatico” le lacune di copertura nel mondo, sottolinea il rapporto. Le perdite economiche sono state pari a 58 miliardi di dollari, ma il terremoto ha colpito aree con scarsa copertura assicurativa, con circa il 90% delle perdite non coperte, quantifica il rapporto. I forti temporali, dal canto loro, hanno causato 64 miliardi di dollari di perdite assicurate, un nuovo record, afferma lo studio, sottolineando che questa è ora la seconda fonte di perdite per gli assicuratori dopo i cicloni tropicali. Le grandinate che accompagnano queste tempeste sono la causa principale dei danni. Gli Stati Uniti sono responsabili dell’85% delle perdite assicurate per tempeste, ma il conto è in aumento in Europa, superando i 5 miliardi di dollari all’anno negli ultimi tre anni. Il rischio di grandine, in particolare, è in aumento in Germania, Italia e Francia.

Con le temperature in aumento e gli eventi meteorologici estremi che diventano “più frequenti e intensi“, il conto delle catastrofi naturali per gli assicuratori potrebbe “raddoppiare nei prossimi dieci anni“, avverte Swiss Re.

Clima, l’aumento di CO2 e di metano minaccia il Mediterraneo

L’area del Mediterraneo è sempre più a rischio a causa del continuo aumento delle emissioni di anidride carbonica (CO2) e di metano (CH4). È quanto emerge dal Report dell’Osservatorio Climatico ENEA ‘Madonie – Piano Battaglia’ che dal 2005 effettua misure settimanali della concentrazione dei due gas e di altri parametri climatici. I dati, che dimostrano la minaccia per il Mediterraneo, sono sovrapponibili a quelli rilevati dall’Osservatorio ENEA di Lampedusa e, su scala globale, da differenti istituzioni internazionali e sono stati presentati alla vigilia della Giornata Meteorologica Mondiale che ricorre domani, 23 marzo 2024, quest’anno dedicata al tema ‘In prima linea nell’azione per il clima’.

“La concentrazione atmosferica di CO2 a Madonie-Piano Battaglia è aumentata dal 2005 con un tasso di crescita di 2.16 ppm/anno a causa delle emissioni antropiche”, evidenzia Francesco Monteleone del Laboratorio ENEA di Osservazioni e misure per l’ambiente e il clima. “Inoltre – aggiunge – si osserva una forte crescita anche per la concentrazione atmosferica di metano, e lo stesso trend si sta registrando, con una crescita accelerata negli ultimi 15 anni, anche su scala globale”.

L’alta quota, la posizione geografica, l’assenza di contaminazioni locali e l’accuratezza delle misure fanno dell’Osservatorio Climatico ENEA un sito di eccellenza per il monitoraggio e lo studio dei meccanismi legati al cambiamento climatico su scala regionale e globale. Per queste caratteristiche l’Osservatorio ha ottenuto il riconoscimento di stazione regionale, rappresentativo per tutta l’area del Mediterraneo centrale, nell’ambito del Global Atmosphere Watch (GAW), che è la rete mondiale per lo studio del clima globale dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO).

L’Osservatorio Climatico di Piano Battaglia dispone di vari strumenti di misura tra cui una stazione meteorologica e un sistema di campionamento dell’aria per determinare la concentrazione di CO2, metano e monossido di carbonio, i cui campioni vengono spediti e analizzati all’Osservatorio Climatico ENEA di Lampedusa. I dati messi a disposizione della rete mondiale del WMO sono utili alle amministrazioni locali per pianificare le azioni volte a una gestione sostenibile del territorio e a sensibilizzare la popolazione.

L’inflazione dei beni alimentari a rischio impennata con il riscaldamento globale

Il riscaldamento globale potrebbe portare a un aumento dell’inflazione dei beni alimentari fino a 3,2 punti percentuali all’anno e di quella complessiva fino a 1,2 punti percentuali annui, in base agli aumenti di temperatura previsti per il 2035. A rivelarlo è un articolo pubblicato su Communications Earth & Environment, secondo il quale sebbene sia i Paesi ad alto sia a basso reddito sperimenteranno un’inflazione determinata dal clima, quelli del sud del mondo saranno maggiormente colpiti.

L’economia globale è sensibile ai cambiamenti climatici e alle condizioni meteorologiche estreme a causa dell’impatto sulla produzione alimentare, sul lavoro, sulla domanda di energia e sulla salute umana. E’ necessario, quindi, come suggeriscono gli autori, capire come il clima possa influire sull’inflazione anche per comprendere il ruolo dei futuri cambiamenti sull’economia globale.

Maximilian Kotz del Potsdam Institute for Climate Impact Research e colleghi hanno analizzato gli indici dei prezzi al consumo nazionali mensili e i dati meteorologici di 121 Paesi tra il 1991 e il 2020, combinando i risultati con le proiezioni di un modello climatico per stimare l’impatto sull’inflazione in caso di riscaldamento futuro tra il 2030 e il 2060. Le loro ricerche suggeriscono che, in base agli aumenti di temperatura previsti per il 2035, il riscaldamento globale porterà a un aumento dell’inflazione alimentare compreso tra 0,9 e 3,2 punti percentuali all’anno, con un aumento dell’inflazione generale compreso tra 0,3 e 1,2 punti. Gli autori prevedono che questo fenomeno interesserà sia i Paesi ad alto che a basso reddito, ma in generale avrà un impatto maggiore sul Sud del mondo, in particolare Africa e e in Sud America.
Le proiezioni indicano che l’aumento delle temperature spinge l’inflazione durante tutto l’anno nelle regioni a bassa latitudine, mentre questo effetto si verifica solo in estate alle latitudini più elevate. Inoltre, gli autori stimano che gli estremi di calore estivi del 2022 hanno aumentato l’inflazione alimentare in Europa di 0,67 punti percentuali, e questo aumento potrebbe essere amplificato tra il 30 e il 50% negli scenari di riscaldamento del 2035.

Gli autori suggeriscono che il cambiamento climatico probabilmente aumenterà il prezzo dei prodotti alimentari in futuro, ma la mitigazione delle emissioni di gas serra e gli adattamenti basati sulla tecnologia potrebbero limitare sostanzialmente questo rischio per l’economia globale.

Il cambiamento climatico aumenterà la diffusione di malattie infettive

Che il cambiamento climatico sia legato all’aumento della diffusione delle malattie infettive è cosa nota, ma l’incremento esponenziale di contagi di patologie trasmesse da vettori come zanzare, pulci e zecche, sta allarmando la comunità scientifica. In un articolo pubblicato su JAMA, un gruppo di infettivologi ha lanciato l’allarme sull’emergere e la diffusione di agenti patogeni dannosi e ha invitato il mondo medico ad avere “una maggiore consapevolezza e preparazione” per affrontare “l’impatto del cambiamento climatico sulla diffusione delle malattie”.

Le patologie infettive possono essere causate da virus, batteri, funghi o parassiti e molte si trasmettono da animale a uomo o da uomo a uomo. Quelle trasmesse da vettori, come la dengue, la malaria e la Zika, sono causate da agenti patogeni trasportati da zanzare, pulci e zecche. Il cambiamento del clima e delle precipitazioni sta ampliando il raggio d’azione dei vettori e i loro periodi di attività. Ad esempio, le malattie causate dalle zecche (come la babesiosi e la malattia di Lyme) si manifestano ora anche in inverno e, inoltre, vengono riscontrate in regioni più a ovest e a nord rispetto al passato.

Un’altra grande preoccupazione è la malaria. Le zanzare che trasmettono la malattia si stanno espandendo verso nord, a causa del clima, che ha portato all’aumento del numero di questi insetti e a un più alto tasso di trasmissione della malattia. “Come medico di malattie infettive, una delle cose più spaventose della scorsa estate sono stati i casi di malaria acquisiti localmente. Abbiamo visto casi in Texas e in Florida e poi fino a nord nel Maryland, il che è stato davvero sorprendente. Si sono verificati in persone che non avevano viaggiato fuori dagli Stati Uniti”, spiega il primo autore dello studio Matthew Phillips.

Anche le malattie zoonotiche, come la peste e l’hantavirus (trasportato dai roditori), mostrano cambiamenti nell’incidenza e nella localizzazione. A causa della perdita di habitat, gli animali selvatici si stanno avvicinando all’uomo e questo comporta un rischio maggiore di trasmissione delle malattie di sviluppo di nuovi agenti patogeni.
Lo studio ha anche evidenziato la comparsa di nuove infezioni fungine, come la Candida auris (C. auris), e cambiamenti nella localizzazione di alcuni patogeni fungini. Ad esempio, l’infezione Coccidioides (nota anche come febbre della valle) era endemica delle aree calde e secche della California e dell’Arizona, ma è stata recentemente diagnosticata a nord, nello Stato di Washington.

Anche i cambiamenti nei modelli di pioggia e nella temperatura delle acque costiere possono influenzare la diffusione di malattie trasmesse dall’acqua, come l’E. coli e il Vibrio.

Meteo, la Primavera inizia col sole ma è in arrivo il colpo di coda dell’inverno

Il 21 marzo segna l’Equinozio di Primavera: il Sole sorge a Est e tramonta a Ovest, rendendo la durata del giorno uguale a quella della notte. Lorenzo Tedici, meteorologo del sito www.iLMeteo.it, conferma dunque che da domani il giorno durerà più della notte e questo contribuirà a far gradualmente aumentare le temperature, al netto dei fenomeni meteo. Più luce, dunque, alle giornate. La Primavera segna la rinascita dopo il freddo inverno, anche se quest’anno è stato eccezionalmente caldo. Sono stati registrati valori miti record in particolare a febbraio, poi abbiamo avuto nevicate tardive a marzo con tonnellate di neve su Alpi e Appennini: queste nevicate sono state comunque registrate a quote medio-alte confermando una fase non particolarmente rigida.

Adesso con l’inizio della Primavera c’è la rimonta dell’Anticiclone Africano sull’Italia: per almeno 2-3 giorni ci sarà sole, con climi molto miti e massime fino a 25 gradi. Il tempo sarà bello fino al 22 marzo al Centro-Nord, mentre al Sud pioverà venerdì pomeriggio per aria più instabile in ingresso dai Balcani. La sensazione di Primavera, però, sarà breve: nel weekend delle Palme è previsto l’arrivo in Italia di una massa d’aria che arriverà direttamente dal Circolo Polare norvegese. Sabato, quindi, sono previsti nubifragi al Nord e nevicate sulle Alpi (specie centro-orientali) fino a 800-1.000 metri di quota; al Centro-Sud le schiarite saranno ancora prevalenti.

Per la domenica delle Palme si prevede una tempesta di vento, con raffiche fino a 50-60 chilometri orari da Nord a Sud con rinforzi superiori in Sicilia, Sardegna, Alpi e Appennini. Oltre al vento si vivrà in Italia una domenica dal sapore nuovamente invernale al Centro (specie tra Lazio e Abruzzo) con neve oltre i 1.100-1.300 metri e piogge abbondanti a quote inferiori. Maltempo anche al Nord-Est, specie tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, e il sussulto primaverile diventerà subito un ricordo. In tendenza, comunque, questa perturbazione norvegese lascerà velocemente il nostro Paese scivolando verso i Balcani e la Settimana Santa potrebbe essere in balìa di un altro ciclone, questa volta di provenienza atlantica: i modelli prevedono, infatti, l’approfondimento di un’area di bassa pressione verso la Spagna da inizio nuova settimana.

Come avviene spesso, con situazioni meteo legate ad una perturbazione sulla Spagna, potremo vivere uno di questi due potenziali scenari da martedì 26 marzo in poi: la perturbazione si sposterà verso Est e porterà maltempo sull’Italia per gran parte del periodo pasquale, oppure resterà stazionaria sulla Spagna favorendo la risalita di correnti calde dal nord africa con una Pasqua calda e soleggiata specie al Centro-Sud. Sono due scenari diametralmente opposti quindi, prima di fare una previsione attendibile per la Santa Pasqua, toccherà aspettare ancora qualche giorno.

Entrando nel dettaglio, oggi al nord bel tempo, salvo nubi basse mattutine in Val Padana. Al centro cielo sereno o poco nuvoloso. Al sud poco nuvoloso. Domani, 21 marzo, al nord soleggiato ma con più nubi sul Triveneto, al centro cielo sereno o poco nuvoloso e al sud ampio soleggiamento. Venerdì 22 marzo, invece, al nord bel tempo salvo locali nebbie in Val Padana, al centro poco o parzialmente nuvoloso e al Sud rovesci sparsi. La tendenza è quella di un weekend con alcuni temporali, specie al Nord-Est.

L’Onu avverte: “Dopo un decennio di caldo record la Terra è sull’orlo dell’abisso”

Temperature oceaniche da record, innalzamento del livello del mare, ritiro dei ghiacciai. Il 2023 ha concluso il decennio più caldo mai registrato, spingendo il pianeta “sull’orlo dell’abisso“, ha avvertito martedì l’Onu. Un nuovo rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), agenzia delle Nazioni Unite, mostra che sono stati superati, e in alcuni casi “frantumati“, i record in termini di livelli di gas serra, temperature superficiali, contenuto di calore e acidificazione degli oceani, innalzamento del livello del mare, estensione della banchisa antartica e ritiro dei ghiacciai. Il pianeta è “sull’orlo del collasso” mentre “l’inquinamento da combustibili fossili sta causando un caos climatico senza precedenti“, ha avvertito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. “C’è ancora tempo per lanciare un’ancora di salvezza alle persone e al pianeta“, ha dichiarato, ma bisogna agire “ora“.

Il rapporto conferma che il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato, con una temperatura media della superficie globale di 1,45°C al di sopra del periodo preindustriale. “Ogni frazione di grado di riscaldamento globale ha un impatto sul futuro della vita sulla Terra“, ha avvertito il capo delle Nazioni Unite. “La crisi climatica è la sfida principale che l’umanità deve affrontare ed è inestricabilmente legata alla crisi delle disuguaglianze, come dimostrano la crescente insicurezza alimentare, lo spostamento della popolazione e la perdita di biodiversità“, ha aggiunto la segretaria generale dell’Omm Celeste Saulo.

Ondate di calore, inondazioni, siccità, incendi e la rapida intensificazione dei cicloni tropicali stanno seminando “miseria e caos“, sconvolgendo la vita quotidiana di milioni di persone e infliggendo perdite economiche per diversi miliardi di dollari, avverte l’Omm. Questo è anche il decennio più caldo (2014-2023) mai registrato, superando di 1,20°C la media del 1850-1900. L’aumento a lungo termine della temperatura globale è dovuto all’incremento della concentrazione di gas serra nell’atmosfera, che ha raggiunto livelli record nel 2022.

Secondo l’Omm, anche l’arrivo del fenomeno El Niño a metà del 2023 ha contribuito al rapido aumento delle temperature. Per Saulo, “non siamo mai stati così vicini – anche se per il momento temporaneamente – al limite inferiore di 1,5°C fissato dall’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici“. “La comunità meteorologica mondiale sta avvertendo il mondo e lanciando l’allerta: siamo in allarme rosso“, ha dichiarato. “Quello a cui abbiamo assistito nel 2023, in particolare il riscaldamento senza precedenti degli oceani, il ritiro dei ghiacciai e la perdita di ghiaccio marino antartico, è motivo di grande preoccupazione“, ha osservato Saulo.

L’anno scorso, quasi un terzo degli oceani del mondo era in preda a un’ondata di calore marino. Secondo l’Omm, entro la fine del 2023, oltre il 90% degli oceani del mondo sarà stato colpito da ondate di calore in qualche momento dell’anno. L’aumento della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore marine sta avendo un profondo impatto negativo sugli ecosistemi marini e sulle barriere coralline. Inoltre, il livello medio globale del mare ha raggiunto un livello record nel 2023, a causa del continuo riscaldamento degli oceani (espansione termica) e dello scioglimento dei ghiacciai e delle calotte glaciali. Preoccupante è il fatto che il tasso di aumento del livello medio nell’ultimo decennio (2014-2023) è più del doppio di quello del primo decennio dell’era satellitare (1993-2002).

Secondo i dati preliminari, i ghiacciai di riferimento in tutto il pianeta hanno subito il più grande ritiro mai registrato dal 1950, a seguito dell’estremo scioglimento nel Nord America occidentale e in Europa. Secondo l’Omm, tuttavia, c’è “un barlume di speranza“: la capacità di produzione di energia rinnovabile nel 2023 è aumentata di quasi il 50% su base annua, il tasso più alto registrato negli ultimi due decenni.

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