Difesa, Crosetto: “In manovra nessuna riconversione aziende”. Ma è polemica

Non ci sarà nessuna riconversione di fabbriche e industrie per la produzione di armi. Guido Crosetto smentisce la notizia comparsa sui quotidiani questa mattina, dopo l’ok della commissione Bilancio del Senato all’emendamento sulla produzione e il commercio di armi riformulato dal Governo sull’ampliamento di basi e programmi strategici della Difesa.

Nel testo, si legge che “al fine di tutelare gli interessi essenziali della sicurezza dello Stato e di rafforzare le capacità industriali della difesa riferite alla produzione e al commercio di armi, di materiale bellico e sistemi d’arma, con uno o più decreti del ministro della Difesa di concerto con il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sono individuate, anche con funzioni ricognitive e comunque nell’ambito delle risorse previste a legislazione vigente, le attività, le aree e le relative opere, nonché i progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, ampiamento, conversione, gestione e sviluppo delle capacità industriali della difesa, qualificati come di interesse strategico per la difesa nazionale”.

“Per amore della verità, della quale mi pare ormai non interessi nulla a nessuno – chiarisce il ministro -, ritengo doveroso informare che l’emendamento in questione non mira né a ‘trasformare le fabbriche italiane in luoghi di produzione di armi’ né, tantomeno, a ‘trasformare l’economia italiana in un’economia di guerra’”. L’emendamento, di iniziativa parlamentare, si inserisce in quello che il titolare della Difesa definisce come un “quadro di coerenza” con gli indirizzi europei delineati dalla Commissione nell’ambito del pacchetto omnibus e contribuisce, in particolare, a una ricognizione delle aree in cui già insistono complessi industriali del settore Difesa, per consentire, su tali insediamenti, interventi di “semplificazione amministrativa e di riduzione degli oneri burocratici, senza alcuna intenzione né possibilità di estendere ad altre questa corsia burocratica accelerata”, spiega Crosetto.

Per il ministro, l’intervento normativo ha un obiettivo “circoscritto e definito”: rafforzare le capacità industriali e infrastrutturali del comparto , senza introdurre alcuna modifica strutturale o sistemica all’assetto economico generale del Paese. Si tratterebbe dunque di misure per “rendere più efficienti processi già esistenti, accelerando lo sviluppo di capacità industriali e infrastrutturali strategiche, senza estensioni indiscriminate né riconversioni del tessuto produttivo nazionale”. “È un governo di pasticcioni, diviso e incapace”, punta il dito il parlamentare di Avs Angelo Bonelli, parlando di una manovra che “gioca con la vita degli italiani e trasforma l’Italia in un’economia di guerra”.

Questa mattina, per gli auguri ai contingenti militari italiani impegnati nei teatri di operazioni internazionali, dal Covi Crosetto è tornato sull’urgenza di investire per farsi trovare pronti davanti alla “guerra ibrida”, che non soltanto sullo scacchiere ucraino, ma anche in Africa, nel Medio Oriente, nei Balcani: “Dobbiamo attrezzare la nostra difesa per vivere in questo scenario”, ha detto, ricordando che ormai ai militari viene chiesto di “cambiare ogni mese, ogni settimana, la mentalità, perché ogni mese, ogni settimana cambia il quadro del ferimento, cambia la nostra possibilità di interagire, di difendere la capacità offensiva dei nemici”. La fase di instabilità, al livello mondiale, è “senza precedenti” secondo il ministro, che ha elencato 59 conflitti attivi, 78 stati coinvolti in guerre al di fuori dei propri confini, 17 Paesi che hanno subito nel 2024 più di mille morti. “Il mondo non ha mai visto questa situazione da dopo la seconda guerra mondiale”, ha scandito, insistendo sulla necessità di avere uno strumento militare capace di “operare efficacemente” in un dominio che cambia ogni giorno: “La nostra sfida non è difendersi, ma prevenire le crisi”, ha detto.

Quanto all’impegno per l’Ucraina, per il deputato Pd Filippo Sensi le posizioni di Crosetto equivalgono a un “bollettino di Cadorna”: “Non si leggeva dall’epoca una simile ammissione di sconfitta. Sono sgomento. L’Ucraina lasciata dall’Italia con la mazzafionda. Provo una vergogna profonda”, ha denunciato Sensi. “Ti invito ad aspettare il decreto”, la risposta del ministro, che ha precisato: “Nessuna sconfitta, nessuna sconfessione, nessun abbandono. Non devi vergognarti di nulla se non ti sei vergognato in questi quasi quattro anni, perché noi continueremo ad aiutare chi non fa altro che cercare di sopravvivere”.

Dazio di 3 euro sui pacchi extra Ue da 1 luglio 2026. Italia anticipa a 1° gennaio

Tre euro per pacco, a partire dal 1° luglio 2026: gli Stati europei hanno raggiunto un accordo sulla tassazione dei piccoli pacchi importati nell’Unione europea, con l’obiettivo di contrastare l’afflusso di prodotti cinesi a basso prezzo sul mercato europeo. Nel 2024 sono entrati in Ue circa 4,6 miliardi di spedizioni di valore inferiore a 150 euro, ovvero più di 145 al secondo. Di queste, il 91% proveniva dalla Cina.

Un mese fa, i ministri delle Finanze dei 27 hanno approvato l’abolizione, a partire dal prossimo anno, dell’esenzione dai dazi doganali di cui beneficiano questi “piccoli pacchi”. La misura si applicherà ai pacchi provenienti da tutti i paesi extra Ue, ma mira soprattutto a combattere l’ondata di prodotti cinesi a basso prezzo e spesso non conformi alle norme europee, acquistati su piattaforme asiatiche come Shein, Temu o AliExpress. Questo afflusso di pacchi importati senza alcun dazio doganale è denunciato con sempre maggiore vigore come una forma di concorrenza sleale dai produttori e dai commercianti europei. Inoltre, la mole di prodotti che arrivano negli aeroporti e nei porti europei è tale che i doganieri sono spesso incapaci di controllarne la conformità. In queste condizioni è difficile intercettare i prodotti pericolosi o contraffatti prima che arrivino nelle mani dei consumatori.

“L’introduzione di un importo forfettario sui piccoli pacchi è una vittoria importante per l’Unione europea”, ha dichiarato il ministro dell’Economia francese Roland Lescure, che ha portato avanti questa battaglia a Bruxelles. “Questi pacchi, oggi, (rappresentano) una concorrenza sleale rispetto al commercio dei centri cittadini che paga le tasse, quindi è essenziale agire e agire in fretta, altrimenti sarà troppo tardi”, aveva spiegato all’AFP prima di questa decisione.

La misura era in realtà già prevista nell’ambito della riforma dell’Unione doganale (il sistema doganale europeo), ma dovrebbe essere applicata solo nel 2028. I ministri dell’Economia dell’Ue hanno quindi concordato a Bruxelles un dispositivo transitorio, che si applicherà a partire dal prossimo 1° luglio e fino all’entrata in vigore di una soluzione permanente che dovrebbe accompagnare o precedere la riforma doganale.

A tal fine, dovevano trovare una soluzione semplice da attuare, in attesa che la piattaforma di dati doganali prevista dalla riforma, che dovrebbe facilitare notevolmente la riscossione dei dazi doganali, diventasse operativa. Applicare a partire dal 2026 ai piccoli pacchi i dazi doganali abituali, le cui aliquote variano a seconda delle griglie di categorie o sottocategorie di prodotti e in funzione dei paesi di importazione, sarebbe stato un compito titanico, con il rischio di congestionare ancora di più i servizi doganali già sovraccarichi.

La Francia aveva proposto ai suoi partner di imporre una “tassa forfettaria”, ovvero di importo fisso, piuttosto che una tassa proporzionale come raccomandato dalla Commissione europea. Ed è stata approvata l’opzione sostenuta da Parigi, molto più dissuasiva. Tuttavia, la misura entrerà in vigore solo a luglio, mentre Parigi aveva chiesto che fosse applicata già dal primo trimestre.

La tassazione dei piccoli pacchi è solo un primo passo nell’offensiva dell’Ue contro la valanga di prodotti cinesi che entrano nel suo territorio: dovrebbe essere accompagnata dall’introduzione, a partire da novembre 2026, di spese di trattamento su questi stessi pacchi di valore inferiore a 150 euro. Bruxelles ha proposto a maggio di fissarle a due euro per pacco. Questa somma contribuirà a finanziare lo sviluppo dei controlli e, secondo l’Ue, insieme alla riscossione dei dazi doganali, aiuterà a riequilibrare le regole del gioco tra i prodotti europei e la concorrenza “made in China”. Inoltre, diversi paesi membri, hanno già annunciato l’introduzione di tali spese di gestione a livello nazionale. Tra questi c’è anche l’Italia: un emendamento del governo alla Legge di Bilancio, infatti, prevede di tassare tutti i piccoli pacchi in entrata e provenienti da paesi extraeuropei a partire dal 1° gennaio 2026, quindi prima dell’introduzione della tariffa prevista a livello europeo.

Governo vara legge di Bilancio da 18,7 miliardi. Meloni: “Otto alle imprese, 1,6 alle famiglie”

Una Manovra da 18,7 miliardi di euro, “molto seria ed equilibrata” e “più leggera” del passato, che “tiene conto anche nel quadro complessivo” e “va nel solco delle precedenti”. Giorgia Meloni presenta così la quarta Manovra della sua legislatura, in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo un rapido Cdm riunitosi a metà mattinata per approvare la legge di Bilancio 2026.

Con lei ci sono i leader di maggioranza, dai vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani a Maurizio Lupi. E ovviamente il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Agli istituti di credito alla fine verrà chiesto un prelievo modellato sugli accordi già adottati negli anni scorsi, su questo punto la Meloni dice di non temere contraccolpi: “Ho detto che non c’era alcun intento punitivo, abbiamo chiesto al sistema di darci una mano”.

L’attenzione generale della Manovra è rivolta a quattro priorità”, sottolinea la presidente del Consiglio: famiglia e natalità, riduzione delle tasse, sostegno ai salari e alle imprese, sanità. Super deduzione al 120% del costo del lavoro, che sale fino al 130% per alcune categorie di soggetti più fragili, per favorire le assunzioni. Circa 8 miliardi di investimenti previsti per le imprese, sterilizzata Plastic & Sugar Tax. E ancora: rifinanziato il credito d’imposta per la Zes, che viene portato a 2,3 miliardi. Proroga della sterilizzazione di plastiche sugar tax a tutto il 2026, rifinanziata la nuova Sabatini. La Manovra stanzia poi 1,9 miliardi sui salari e contro il lavoro povero, con l’obiettivo di tagliare dal 5 all’1% la tassazione sui premi di produttività elevando la soglia dei premi soggetti ad aliquota sostitutiva. Meno tasse per il ceto medio, sull’Irpef si taglia l’aliquota dal 35 al 33% fino a 50mila euro, con una misura da 2,8 miliardi.

Alle famiglie 1,6 miliardi in più, col bonus per le mamme lavoratrici che sale da 40 a 60 euro. Previsto poi un incremento di 20 euro mensili per le pensioni minime. Sul fisco è stata predisposta una rottamazione della durata di 9 anni, con rate bimestrali di pari importo. Quindi 2 miliardi per l’adeguamento salariale al costo della vita; proroga al 2026, alle stesse condizioni del 2025, delle detrazioni fiscali per spese edilizie, nuove risorse per la sanità e ulteriori fondi per il welfare. Quanto alle spese destinate alla Difesa, fa sapere la premier, l’incremento dello 0,15% sarà coperto con misure aggiuntive rispetto alla legge di bilancio. Il governo, poi, ha ritenuto di non attivare finora la clausola Safe perché “ha l’ambizione di uscire dalla procedura d’infrazione sul deficit un anno prima del previsto, quindi cioè già quest’anno”, spiega Giorgetti.

Sulla Manovra, assicura il responsabile del Mef, “non è stata fatta un’opera di aumento della pressione fiscale ma di redistribuzione della pressione fiscale”. Quanto alla tassazione sugli extraprofitti, precisa il ministro, si tratta di una misura “discrezionale”: “Alle banche diamo la possibilità di liberare riserve ad una aliquota più vantaggiosa”. Mentre sul piano Casa, aggiunge il titolare di via XX Settembre, “oltre ai 660 milioni stanziati nella scorsa legge di bilancio, c’è il Fondo sociale per il clima”. Esulta Tajani, che a nome di Forza Italia chiedeva di evitare tasse sugli extraprofitti delle banche: “Non ci saranno, questo vuol dire che c’è stato un lavoro condiviso”. Conferma Giorgetti: “Crediamo che l’impatto delle misure adottate nei confronti del sistema bancario e assicurativo, sia assolutamente sopportabile”. Mentre Salvini si dice soddisfatto per la rottamazione delle cartelle esattoriali: “Ossigeno per 16 milioni di italiani: 9 anni di rate tutte uguali, senza una maxi rata di ingresso e senza sanzioni. Sono 108 rate tutte uguali”.

Polemizza però l’opposizione. Secondo Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde e deputato Avs, la Manovra “è un atto di ingiustizia sociale, taglia servizi e rinuncia a tassare i grandi profitti. Il governo ha chiesto alle banche un contributo truffa, che non è una tassa ma un’anticipazione fiscale”. Manovra “brodino – attacca Enrico Borghi, vicepresidente Iv – che non impatta in alcun modo ed è fatto solo per galleggiare”. “È la Manovra più modesta e rinunciataria degli ultimi anni”, afferma il senatore Antonio Misiani, responsabile Economia nella segreteria del Pd.

In arrivo norma per tracciare sostenibilità nella moda

Il comparto moda è nel caos, travolto ogni mese da un nuovo scandalo ambientale o di sfruttamento del lavoro. Per tentare di porre un argine, Adolfo Urso annuncia una norma per certificare la sostenibilità e la legalità delle imprese del settore. “La moda è il volto dell’Italia nel mondo e, in quanto tale, va tutelata e valorizzata”, spiega il ministro al Tavolo nazionale per il settore, convocato al Mimit. Non permetterà, insiste, che “i comportamenti illeciti di pochi compromettano la reputazione dell’intero comparto, penalizzando tante aziende virtuose e, di conseguenza, il nostro Made in Italy, simbolo di eccellenza e qualità”.

Il provvedimento avrà l’obiettivo di certificare l’intera filiera che fa capo al titolare del brand, sulla base di verifiche preventive, in modo da escludere che quest’ultimo debba rispondere per comportamenti illeciti o opachi riconducibili ai fornitori o ai sub-fornitori lungo la catena.

Lo strumento dei protocolli contro il caporalato è sicuramente importante e necessario, ma non sufficiente”, ammette il ministro, precisando che la nuova norma offrirà una “soluzione strutturale che tuteli tutti”.

Il ministero ha già messo a punto il Piano Italia Moda, per consolidare la filiera delle Pmi e degli artigiani: “E’ il frutto di un percorso di ascolto con tutte le rappresentanze del comparto, nella convinzione che occorra sostenere la crescita e l’aggregazione per rafforzarne competitività, coesione e continuità”, sostiene Urso. Nella prossima Legge di Bilancio, verrà proposta una nuova misura a sostegno del design e della realizzazione dei nuovi campionari: un’edizione aggiornata del Credito d’Imposta, con una dotazione prevista di 250 milioni di euro. Tutto per tutelare un comparto che risentirà inevitabilmente del peso dei dazi annunciati da Donald Trump a partire dal primo agosto. Il governo promette di non abbandonare le trattative fino alla fine: “Occorre negoziare a oltranza, fino a trovare una soluzione davvero equa e sostenibile”, garantisce Urso, evidenziando come una mancata intesa “avrebbe gravi ripercussioni anche sul settore, simbolo di un Made in Italy a cui i consumatori americani non vogliono assolutamente rinunciare”. Sono ore decisive: “Noi non ci arrendiamo a chi già evoca misure di ritorsione – promette -. Occorre scongiurare la guerra commerciale”.

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Confronto di un’ora al Colle fra Meloni e Mattarella: Ue, Manovra e post Fitto nel ‘menù’

Un incontro programmato da tempo, come ce ne sono tanti nel corso di una legislatura. Stavolta, però, il timing del pranzo di lavoro di mercoledì al Quirinale tra il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la premier, Giorgia Meloni, crea particolare attenzione. Non foss’altro per il timing, visto che solo poche ore prima, in commissione Bilancio al Senato, il governo era andato sotto sull’emendamento della Lega sulla riduzione del Canone Rai, bocciato con i voti di Forza Italia che si sono sommati a quelli delle opposizioni.

La notizia trapela il giorno dopo del faccia a faccia, che fonti del Colle confermano specificando che si è svolto “in un clima cordiale e collaborativo”. Nulla che possa far scattare campanelli di allarme, dunque: questo è il senso. Tesi corroborata anche da fonti di Palazzo Chigi, che smentiscono l’ipotesi che sia collegato alle tensioni parlamentari nella maggioranza.

I temi che Mattarella e Meloni trattano, comunque, sono di grande importanza. Messo in calendario la scorsa settimana, l’incontro avviene dopo l’intervento della presidente del Consiglio ai Med Dialogues. Innanzitutto è l’occasione per confrontarsi sulle ultime missioni internazionali in cui sono stati impegnati: il capo dello Stato in Cina, tra Pechino, Hangzhou e Canton; la premier al G20 in Brasile e a seguire in visita in Argentina. Altre volte era capitato, ma senza il clamore delle cronache, fanno notare dalle parti del governo.

Il capo del governo e il presidente della Repubblica discutono anche di altre questioni di primo piano. Come la legge di Bilancio, che sta compiendo i primi passi nell’iter parlamentare che dovrà portare all’approvazione del testo necessariamente entro il prossimo 31 dicembre. Al momento la fase è quella della scrematura degli emendamenti presentati dalle forze politiche, i cosiddetti segnalati e ‘super segnalati’, per provare ad asciugare più possibile i tesi e consentire un percorso con meno ostacoli, dunque tempi più rapidi.

Mattarella e Meloni, ovviamente, affrontano anche questioni di politica estera, a partire dalle vicende legate all’Unione europea, con il via libera alla nuova Commissione guidata da Ursula von der Leyen, di cui fa parte anche Raffaele Fitto, come vicepresidente esecutivo con deleghe di peso come agricoltura, pesca, economia del mare, trasporti e turismo: materie strategiche per l’Italia. Il nuovo incarico dell’esponente di FdI porta inevitabilmente ad aprire il capitolo del governo, nel quale Fitto finora ha avuto la responsabilità di guidare le politiche del Pnrr, della coesione, del Sud e degli affari Ue, e che ora dovrà rimettere nelle mani della presidente del Consiglio per trasferirsi a Bruxelles. Il ragionamento sul nome del sostituto sono in corso, così come a Palazzo Chigi si riflette sulla redistribuzione delle deleghe. I tempi non sono ‘emergenziali’, ma la decisione va presa in tempi abbastanza rapidi.

Manovra, completata la lista degli emendamenti ‘segnalati’. Al Parlamento 120 milioni

Adesso il quadro è completo. La seconda tranche dei ‘segnalati’ compone il mosaico degli emendamenti alla legge di Bilancio 2025, su cui ora si procederà con l’iter dei voti in commissione Bilancio alla Camera, per portare il testo in aula per l’approvazione, cui dovrà seguire il secondo passaggio in Senato per il via libera definitivo, a meno che non ci siano modifiche a Palazzo Madama. La deadline insuperabile resta comunque il 31 dicembre.

La scrematura è notevole rispetto agli oltre 4.500 presentati in prima istanza. La maggioranza riduce le proposte di modifica, ma le forze politiche che sostengono il governo non rinunciano ad alcuni capisaldi. In alcuni casi c’è addirittura convergenza su alcune misure: ad esempio sulla sulla necessità di modificare la norma che prevede revisioni del Mef nelle società che direttamente o indirettamente percepiscono contributi pubblici non inferiori a 100mila euro. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, infatti, confermano l’interesse alle rispettive proposte emendative (speculari) che chiedono di innalzare la soglia almeno a 1 milione di euro. FI, comunque, non rinuncia al proprio emendamento che cancella in toto quella parte di Manovra.

Gli azzurri sono molto attivi con 56 ‘segnalazioni’ totali, tra i quali emergono quelli sul rinnovo fino al 2027 dell’alleggerimento degli oneri per mutui e prestiti sottoscritti dagli enti locali, in modo da fornire risorse utili a far fronte alle maggiori spese energetiche. O ancora di stanziare 9 milioni, dal 2025 al 2027, per progetti di rilancio industriale delle aree di Brindisi e Civitavecchia dopo la chiusura delle centrali a carbone. Ma FI tiene anche al rinvio al 2026 della Sugar tax e alla detrazione al 50% della quota Irpef per chi compra un’abitazione di classe energetica A e B entro il 31 dicembre 2027.

Confermato l’interesse pure sugli emendamenti firmati da Noi Moderati, Forza Italia e Azione che, pur da posizioni politiche differenti, chiedono di istituire presso il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica un fondo da 20 milioni per “potenziare le attività di ricerca e sviluppo di tecnologie innovative nel campo dell’energia nucleare da fissione.

La Lega, invece, non rinuncia alle proposte di modifica per aumentare a circa 14,7 miliardi i fondi per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina o al bonus elettrodomestici da 200 euro per l’acquisto di apparecchi con classe energetica non inferiore alla nuova classe B.

Tra le opposizioni il M5S accende i riflettori su 90 emendamenti presentati alla Manovra. Tra questi ci sono anche il ripristino del fondo Automotive e nuovi aiuti per far fronte ai rincari della bolletta energetica. Temi che ora dovranno passare il vaglio della commissione Bilancio, guidata da Giuseppe Mangiavalori, che oggi ha incontrato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, e i rappresentanti delle opposizioni. Lo spazio di manovra lasciato al Parlamento conferma che è di 500 milioni nell’arco temporale di tre anni, ma “per il 2025 sono 120 milioni“.

Manovra, Cgil-Uil confermano sciopero. Meloni: Nessuna rivolta quando si aiutavano banche

In una mano ‘L’uomo in rivolta‘ di Albert Camus, nell’altra una calcolatrice nuova di zecca. A Palazzo Chigi, Giorgia Meloni riceve dai segretari di Cgil e Uil, Maurizio Landini e PierPaolo Bombardieri, due regali. “E te niente?” scherza con il leader della Cisl, Luigi Sbarra. Nessun gadget, risponde lui, “solo proposte”.

Al tavolo sulla legge di Bilancio ci sono 12 sigle sindacali e nove esponenti del governo. Oltre alla premier, il vice Antonio Tajani, i ministri dell’Economia Giancarlo Giorgetti, delle Imprese Adolfo Urso, del Lavoro Marina Calderone, dell’Istruzione Giuseppe Valditara, della Salute Orazio Schillaci, per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Il “passo avanti” sperato però non si fa, i margini sono troppo ristretti, gli emendamenti in scadenza (al termine delle 16 maggioranza e opposizione ne presentano in commissione 4.500) e alla fine di un confronto fiume durato sei ore Cgil e Uil confermano lo sciopero del 29 novembre. Non aderirà la Cisl, che ritiene l’incontro “importante” e apprezza la manovra. “Accoglie molte delle richieste avanzate dal nostro sindacato”, ammette Sbarra. Non mancano aspetti da migliorare nell’iter parlamentare, sottolinea, tuttavia “in particolare sul fronte del sostegno ai redditi, al lavoro, ai pensionati, alle famiglie, si danno risposte convincenti, in linea con le rivendicazioni della Cisl”. Misure che, fa presente, “orientano oltre i due terzi della cubatura finanziaria del provvedimento”.

Sostanzialmente non c’è da parte del Governo una disponibilità a ragionare” su alcuni punti, osserva Bombardieri uscendo da palazzo Chigi, primo fra tutti la riforma fiscale. “Banalmente il governo ha riconfermato che quella che ha presentato in Parlamento è la manovra, che i margini sono quelli, che gli spazi possibili di modifica sono limitati se si condivide quell’impianto e se si sta dentro a quella logica. Quindi in quella condizione lì noi confermiamo il nostro giudizio di una pessima legge di bilancio e che non affronta e non dà un futuro al nostro Paese”, fa eco Landini. In ingresso, il leader di Cgil torna sul concetto di rivolta sociale e spiega il motivo per cui ha deciso di regalare alla premier il volume di Camus: “Se hanno paura delle parole, è bene che colgano un tema, cioè di fronte a un livello di ingiustizie e di diseguaglianze come quello che si sta determinando, io credo che ci sia bisogno proprio che le persone non accettino più, che non si girino da un’altra parte”. D’altra parte, insiste Bombardieri, “non era mai successo che un governo presentasse in Parlamento una manovra già decisa, già fatta, senza alcun confronto con le organizzazioni sindacali“.

La premier però non arretra di un passo, rivendica le scelte fatte, annuncia che l’intenzione è di intervenire nuovamente sull’Irpef (“ma dipenderà dalle risorse che avremo a disposizione e che arriveranno anche alla chiusura del concordato preventivo”) e tira la stoccata a Landini: “La solidità, la credibilità e il coraggio di questo Governo hanno consentito di poter far partecipare banche e assicurazioni alla copertura della legge di bilancio. Un grande cambiamento rispetto al passato, quando invece con la legge di bilancio si trovavano le risorse per sostenere banche e assicurazioni, e nessuno invocava la rivolta sociale“. La presidente del Consiglio ringrazia anche il segretario Uil per la calcolatrice: “Così anche lui potrà fare un rapido calcolo” sulla sanità. Questa manovra, spiega, è “in continuità con le scelte che il Governo ha fatto con le due precedenti leggi finanziarie”. Le risorse sono state concentrate su alcune “priorità fondamentali”, con una “visione di medio e lungo periodo, tenendo i conti in ordine e concentrandoci su una prospettiva di crescita del Sistema Italia, pur nel contesto internazionale tutt’altro che facile nel quale operiamo”. In manovra i focus sono stati, elenca Meloni, a sostegno ai redditi medio-bassi, al lavoro, alle famiglie con figli, alla riduzione della pressione fiscale, all’aumento delle risorse nella sanità e al rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici. Un approccio che è “un cambio di passo” rispetto al passato, afferma, quando “si è preferito adottare misure più utili a raccogliere consenso nell’immediato che a gettare le basi per una crescita duratura, scaricando il costo di quelle misure su chi sarebbe venuto dopo“.

L.Bilancio, Meloni influenzata: l’incontro con i sindacati slitta all’11 novembre

L’incontro sulla manovra tra Giorgia Meloni e i sindacati slitta due volte nello stesso giorno. Inizialmente previsto per questo pomeriggio alle 17 (con un ritardo a detta di Cgil e Uil non giustificabile perché “a giochi fatti”), il confronto viene posticipato. Prima si parla del 12 novembre alle 8.30, a causa di uno stato influenzale della premier, comunicato tre quarti d’ora prima della convocazione, poi di nuovo anticipato all’11 novembre alle 9, a causa dell'”indisponibilità di uno dei sindacati seduti al tavolo“, fanno sapere fonti di Palazzo Chigi.

L’11 novembre però è anche il termine per la presentazione degli emendamenti dei partiti in Parlamento, dove nelle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato proseguono senza sosta le audizioni. Un incontro il giorno dopo sarebbe stato probabilmente tardivo.

Prima dell’incontro previsto con i sindacati, Meloni riceve il segretario della Nato Mark Rutte, tenendo un punto stampa dopo il bilaterale. Domattina in agenda è prevista la partecipazione della premier all’evento inaugurale del Gruppo Mondiale per l’Energia da Fusione, alla Farnesina, non ancora annullata ma “a rischio“.

Dal confronto della prossima settimana con i sindacati, però, non ci si aspetta grandi novità. Cgil e Uil hanno proclamato uno sciopero generale di 8 ore per il 29 novembre, giudicando la manovra “del tutto inadeguata” ma dicendosi pronti a rivederlo, a eventuali istanze accolte. Dallo studio di Bruno Vespa, però, Meloni non sembra voler tornare sui suoi passi, ribadendo di aver già accolto tutte le richieste possibili: “C’è un piccolissimo pregiudizio da parte di Cgil e Uil, tra l’altro con uno sciopero generale convocato qualche giorno prima di incontrare il governo – aveva detto -. Volevano la diminuzione del precariato e il precariato è diminuito, l’aumento dell’occupazione e l’occupazione è aumentata, più soldi sulla sanità e abbiamo messo più soldi sulla sanità. Se nonostante questo confermano lo sciopero non siamo più nel merito“. Cgil e Uil restano fermi. Questa legge, confermano in audizione, “rischia di peggiorare ulteriormente le cose”. Qualche apertura c’è invece da parte di Cisl, che non aderisce allo sciopero del 29 novembre e che vede nella misura “risposte alle esigenze dei lavoratori” anche se “ci sono aspetti migliorabili”.

Anche Confindustria però è pronta a esprimere perplessità alla premier, che incontrerà, con le altre associazioni d’impresa, il 13 novembre alle 16. In audizione gli industriali lamentano uno “stallo” dell’economia: “Il nostro auspicio era, e rimane, di una manovra incisiva, con una visione di politica industriale e un impulso deciso sugli investimenti”, confessa il direttore generale, Maurizio Tarquini, rimarcando che “al momento il testo non offre risposte adeguate ai problemi e ai rischi”.

L.Bilancio, Giorgetti resta su sentiero ‘prudenza’: Così calo realistico del debito

L’iter parlamentare della Manovra sta per entrare nella fase calda. Da lunedì a giovedì prossimi ci sarà un intenso ciclo di audizioni che termineranno con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. L’uomo più ‘desiderato’ e ‘temuto’ in questa fase dell’anno. Il responsabile del Mef, però, rivendica ancora una volta il sentiero della “prudenza” intrapreso dal governo. “In questi due anni, la nostra azione è stata guidata, e continuerà a essere guidata, dall’obiettivo di ridurre le incertezze e trarre il massimo da ogni opportunità”, dice alla 100esima Giornata del risparmio.

Giorgetti spiega che “con questo spirito abbiamo recentemente approvato il Piano strutturale di bilancio, che in una logica di prudenza guiderà la politica fiscale dei prossimi anni” e “la legge di Bilancio realizza in pieno, per il prossimo triennio, gli obiettivi del Psb”. Un messaggio per le orecchie più fini, sia dell’opposizione che della maggioranza. Rinforzato dallo scenario che propone alla platea degli ospiti di Acri, tra i quali il capo dello Stato, Sergio Mattarella, il presidente dell’Abi, Antonio Pautelli, e il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta. “Un contesto politico stabile e una politica fiscale prudente stanno dando i loro frutti”, sottolinea il ministro dell’Economia. “Le ultime aste evidenziano che in nostri titoli di Stato godono di salute robusta, lo spread si è ridotto in modo significativo e i mercati e le agenzie di rating promuovono l’operato del governo”.

L’occasione è la Giornata mondiale del risparmio, quindi Giorgetti non si lascia sfuggire l’occasione per ribadire quanto sia necessario “completare l’unione bancaria”, perché “un’unione dei mercati dei capitali non potrà mai essere davvero compiuta se i principali operatori di mercato, le banche appunto, non potranno operare liberamente nel mercato Ue con dimensioni adeguate”.

L’Europa può attendere, però. Prima c’è da portare a casa la Manovra per il 2025. In questi giorni una delle polemiche più roventi ha riguardato il taglio di quasi l’80% al Fondo per l’automotive, che ha fatto balzare l’intero settore dalla sedia, come dimostra la presa di posizione dell’Anfia. All’associazione, però, risponde indirettamente il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, assicurando che “tutte le risorse possibili saranno destinate al sostegno della componentistica, affinché superino questa fase di transizione particolarmente difficile”. Per questo “valuteremo insieme al ministro dell’Economia, in questo percorso della legge di Bilancio, se sia possibile incrementare il fondo”. ‘Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio’ è, però, il motto delle opposizioni. Così Alleanza verdi e sinistra gioca d’anticipo e annuncia che presenterà un emendamento alla Manovra per il ripristino dei 4,6 miliardi al Fondo Automotive.

Restando in tema transizione green, Giorgetti apre anche il dossier Pniec, stimando in “oltre 174 miliardi di investimenti aggiuntivi accumulati tra il 2024 e il 2030” le azioni contenute nel Pniec. Un impegno che “richiederà un ruolo di primo piano per il risparmio privato”, spiega. Sebbene anche l’Ue dovrà fare la sua parte: “Per favorire la transizione siamo impegnati in Europa per un sistema normativo coerente e non gravoso, che accompagni durante il percorso di transizione, portando così a investimenti”, mette in chiaro il ministro.

Un passo alla volta, però. Da lunedì 4 novembre le commissioni Bilancio di Camera e Senato ascolteranno critiche e proposte dei vari player italiani. Nel primo giorno spazio, tra gli altri, a sindacati, Confindustria, ai costruttori di Ance e Confedilizia, artigiani, commercianti, associazioni del comparto agricolo, Asvis. Martedì 5 Inps, Anci, Upi, Regioni, Cnel, Istat, Corte dei conti, Bankitalia e Upb. Il 6 novembre Mediocredito e il 7 si tireranno le somme proprio con Giorgetti. Per una tranquilla settimana di… passione.

L.Bilancio, Cgil-Uil: “Del tutto inadeguata, sciopero il 29/11”. Meloni: “C’è pregiudizio”

La manovra del governo è “del tutto inadeguata“. Per questo, Cgil e Uil proclamano 8 ore di sciopero generale, con manifestazioni territoriali, per venerdì 29 novembre. L’annuncio, dei segretari generali Maurizio Landini e PierPaolo Bombardieri avviene in conferenza stampa, nella sede della Uil, a pochi giorni dalla convocazione dei sindacati a Palazzo Chigi, martedì 5 novembre.

C’è un piccolissimo pregiudizio da parte di Cgil e Uil“, risponde la premier, Giorgia Meloni, lamentando di aver già ascoltato le loro richieste. “Volevano la diminuzione del precariato ed è diminuito, l’aumento dell’occupazione, più soldi sulla sanità e abbiamo messo più soldi sulla sanità. Se nonostante questo confermano lo sciopero non siamo più nel merito“, tuona nello studio di Bruno Vespa.

Anche la Lega reagisce: “Due sindacati italiani di estrema sinistra scioperano contro l’aumento dello stipendio per 14 milioni di lavoratori dipendenti fino a 40.000 euro di reddito? Ridicoli“, sferza il partito di Matteo Salvini, che ringrazia “quei rappresentanti dei lavoratori che, seppur a volte critici nell’interesse dei loro iscritti, fanno delle proposte e non solo proteste”.

Al tavolo della conferenza di Cgil e Uil manca il leader della Cisl, Luigi Sbarra. “Perché non è al tavolo di questa conferenza? Mi pare abbia detto che la manovra va bene, ci sono differenti valutazioni evidentemente“, la stoccata di Landini. Che il segretario di Cisl non incassa: “A Maurizio Landini consigliamo vivamente di rivestire i panni del sindacalista e di smetterla di fare da traino a un’opposizione politica che non ha davvero bisogno di collateralismi”, risponde da Firenze a margine del Consiglio Generale della Cisl Toscana.

La mobilitazione è stata indetta per chiedere di cambiare “profondamente” la manovra, rivendicare l’aumento del potere d’acquisto di salari e pensioni e il finanziamento di sanità, istruzione, servizi pubblici e politiche industriali. “Abbiamo aspettato“, spiega Bombardieri, “abbiamo studiato il testo consegnato alle Camere, le valutazioni che facciamo ci portano a proclamare lo sciopero“. Il sindacalista lamenta una convocazione tardiva a Palazzo Chigi, martedì 5 novembre, quando ci saranno ormai con pochi margini di cambiamento. Ma assicura: “Se il Governo dovesse accettare le nostre proposte, siamo pronti a rivedere lo sciopero“. Più tranchant Landini: “Il governo ci ha convocati a cose fatte, ma noi chiediamo che siano operati dei cambiamenti profondi e radicali, a partire da una profonda riforma fiscale“. Perché, osserva, far quadrare i conti “si può agire anche sulle entrare“. Cioè, appunto, con una riforma fiscale che è “il contrario di quella che sta portando avanti il governo e che non è stata discussa con nessuno“. Il segretario della Cgil ricorda che la legge di Bilancio è legata alla scelta politica che il governo ha fatto di presentare all’Europa un Piano Strutturale che “vincola il Paese a sette anni di tagli alla spesa pubblica“.

Anche il taglio del cuneo fiscale reso strutturale viene ridimensionato dai sindacalisti. “E’ la Fontana di trevi venduta da Totò: sono tre anni che lo rinnovano“, ironizza il leader della Uil. “E’ vero, è stato strutturato. Ma dobbiamo dire che il fatto che diventi strutturale non comporta l’aumento nemmeno di un euro dei salari in busta paga”, aggiunge.

Alle richieste fatte dalle parti sociali, invece, non c’è stata risposta, denunciano i segretari, né sulla detassazione degli aumenti contrattuali, né sugli aumenti per sanità, scuola, spesa sociale. E poi, ricorda Landini: “Il taglio del cuneo ce lo stiamo pagando noi con gli interessi, perché il cuneo costa 12 miliardi”.

Molto grave, tra le misure in manovra, è giudicato il taglio da 4,6 miliardi del fondo auto: “E’ una cosa che grida vendetta“, secondo Landini. Questo taglio, precisa, non è uno sgarbo a Stellantis, ma “un pugno in faccia a un settore strategico del nostro Paese“. Su questo punto i sindacati si dicono pronti a scrivere assieme alla categoria: “Serve che la presidenza del Consiglio convochi i sindacati con il gruppo e le aziende della componentistica, perché è necessario a partire da questo settore, che ci siano politiche industriali degne di questo nome“.