Energia e agricoltura tra i pilastri della Manovra. Meloni: “Si può migliorare”

Energia, lotta ai rincari e agricoltura sono tre dei pilastri della prima Manovra del governo di Giorgia Meloni. Che si prepara a superare il primo scoglio alla Camera. Il percorso parlamentare finora è stato attraversato da diversi momenti di turbolenza, sfociati spesso in vere e proprie tensioni tra maggioranza e opposizione, dovuti al combinato disposto del poco tempo trascorso dall’insediamento dell’esecutivo, in carica dall’ottobre scorso, e la necessità di portare a termine la legge di Bilancio entro il 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio all’Italia, ma adesso la meta è sempre più vicina. Ne è consapevole anche la premier, che nel brindisi per gli auguri di Natale con i parlamentari di FdI ammette le “mille difficoltà, anche di rodaggio e con giorni complessi” in cui ha preso corpo il testo, ma non esclude che si possa intervenire. Anzi, “nonostante tutto” si “può e si dovrà migliorare”. Molto probabilmente nel corso del 2023, in fase di attuazione delle misure.

La Manovra 2023 nasce attorno a un Totem: i 21 miliardi stanziati per far fronte ai rincari di energia, materie prime e beni di prima necessità. Tra le novità degli ultimi giorni ci sono la riduzione al 10% dell’Iva sul pellet, la proroga al primo trimestre del prossimo anno dell’imposta sul valore aggiunto ridotta al 5 percento per le somministrazioni di energia termica prodotta con gas metano, l’estensione al teleriscaldamento della riduzione Iva al 5% per il primo trimestre del 2023. Non solo, perché arriva la sospensione fino al 31 gennaio 2023 dei procedimenti di interruzione della fornitura per i clienti finali direttamente allacciati alla rete di trasporto del gas naturale, con uno stanziamento di 50 milioni di euro per gli oneri derivanti dall’eventuale morosità dei clienti finali interessati.

Il governo mette poi sul piatto 500mila euro per ciascuno degli anni del triennio 2023-2025, affidando al Mef e al Mase “il compito di individuare uno o più intermediari finanziari abilitati perché, con apposita convenzione, nel rispetto della disciplina pertinente in tema di mercati finanziari, siano adottate pratiche tese a facilitare la liquidità e assicurare la fluidità dei mercati finanziari sui quali si determina il valore di riferimento del prezzo del gas”. Senza contare la conferma dei crediti di imposta sull’energia, in continuità con gli interventi del governo Draghi.

Per l’agricoltura, poi, arrivano 20 milioni di euro, per il 2023, dedicati alle misure in favore dello sviluppo dell’imprenditorialità a prevalente o totale partecipazione giovanile o femminile e del ricambio generazionale; l’aumento di 9,5 milioni di euro del Fondo mutualistico nazionale per la copertura dei danni catastrofali meteoclimatici; l’istituzione, presso il Masef, di un Fondo dotato di 500mila euro per realizzare interventi di tutela della biodiversità di interesse agricolo e alimentare e al supporto all’Osservatorio nazionale sul paesaggio rurale. Sempre restando sul tema, arrivano anche i “piani di controllo numerico mediante abbattimento o cattura” per il “controllo e contenimento delle specie di fauna selvatica”, anche se viene specificato che queste misure “non costituiscono attività venatoria”.

Si tratta di un primo approccio alle criticità del Paese, in attesa ovviamente che il Pnrr dispieghi gli effetti delle proprie misure. Per il governo, invece, si tratta del primo, vero banco di prova sulla concretezza delle proprie politiche economiche. Anche se, come ripetuto spesso dalla premier e dai suoi ministri, la base di partenza resta sempre quella di uno scenario reso sempre più difficile dalle tensioni geopolitiche dovute alla guerra scatenata dalla Russia in Ucraina e dalle crisi, energetica e alimentare, oltre che di reperimento delle materie prime, che hanno inevitabilmente condizionato ogni iniziativa.

 

Paolo Gentiloni

Manovra, ok dalla Commissione europea: “Bene gli investimenti per la transizione verde”

Il governo Meloni incassa l’ok alla legge di Bilancio. Il giudizio della Commissione europea “è complessivamente positivo”, come ha modo di sintetizzare il commissario per l’Economia, Paolo Gentiloni, che sottolinea “la positività degli investimenti a sostegno della transizione verde e tecnologica”. Per quanto riguarda le ambizioni che rispondono al Green Deal e all’agenda innovativa a dodici stelle, il documento recapitato a Bruxelles “prevede di finanziare gli investimenti pubblici per la transizione verde e digitale e per la sicurezza energetica”. Inoltre, sul fronte dei conti pubblici, “l’Italia limita la crescita della spesa primaria corrente finanziata a livello nazionale”. Per cui la Manovra del governo italiano “nel complesso è in linea” con le raccomandazioni del Consiglio.

Il risultato politico della coalizione Fratelli d’Italia-Lega-Forza Italia è dunque il via libera a una legge di Bilancio planata sul tavolo del collegio di commissari in ritardo rispetto alle scadenze previste per le elezioni anticipate e i tempi necessari per formazione di Camere ed esecutivo. Nonostante sia stata fatta “molto rapidamente”, il governo incassa il risultato con i riconoscimenti del caso. “Bisogna dare atto – sottolinea Gentiloni – al lavoro svolto per tempi, impegni e strategia. La Commissione europea, che fa della sostenibilità di deficit e debito uno dei fattori di massima attenzione, rileva anche il contributo che deriva dalle scelte sul sostegno ai rincari dell’energia”.
La legge di Bilancio del governo Meloni contribuisce a ridurre il livello di deficit in relazione al Pil, che si prevede in discesa al 3% nel 2025. “Il disavanzo pubblico – si legge nel testo delle valutazioni – dovrebbe scendere al 3,7% del Pil nel 2024, il che si spiega principalmente con la scadenza delle misure energetiche temporanee, e al 3,0% nel 2025″. Dunque si prende atto delle misure emergenziali, temporanee e mirate nella natura, e l’attenzione per quando queste saranno rimosse.

Ma se l’ambizione verde e sostenibile della Manovra passa a pieni voti il vaglio Ue, non altrettanto si può dire per quelle che sono le misure fin qui chiave del nuovo governo. La riforma delle pensioni e i pagamenti elettronici sono oggetto di critiche. Nello specifico, la Commissione contesta la disposizione che aumenta il massimale per le operazioni in contanti dagli attuali 2.000 euro a 5.000 euro nel 2023.
Altra misura che viene considerata “non linea” con quanto chiede l’Europa, quella “equiparata al condono fiscale” che consente la cancellazione di debiti tributari pregressi relativi al periodo 2000-2015 e non superiori a mille euro. Inoltre, finisce nel mirino la possibilità di rifiutare pagamenti elettronici inferiori a 60 euro senza sanzioni. Ancora “non sono coerenti” con le raccomandazioni Ue “in particolare nel settore delle pensioni”. Il governo tira dritto, e guarda a ciò che contava di più, politicamente: l’approvazione della legge di Bilancio. “La commissione ha promosso la nostra manovra giudicandola ‘in linea’ – esulta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti -. L’Italia è inserita nella metà dei Paesi europei che sono dalla parte giusta”, e questo è motivo di “grande soddisfazione”.

Pnrr, Giorgetti: Avanti anche con rincari, centreremo obiettivi. Gentiloni: Bene governo

Caro energia e rincari sulle materie prime pesano non poco sui tempi del Pnrr. Nelle ultime settimane è emersa l’ipotesi che si possa sforare il traguardo del 2026 per la realizzazione delle opere, dati i ritardi nella spesa in molte amministrazioni locali, che hanno anche bisogno di essere rafforzate anche nelle competenze tecniche. La Commissione europea, in questi giorni a Roma con una task force di esperti e tecnici per valutare l’implementazione del Pnrr, si dice pronta a valutare alcuni adeguamenti dei costi su progetti specifici. Ma il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, è certo di riuscire a centrare gli obiettivi previsti entro l’anno. E se da un lato Confindustria bacchetta, lamentando uno “smarrimento” dello spirito iniziale e le riforme “ferme”, dall’altro il commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni, loda lo “sforzo straordinario” del governo. Il Pnrr doveva imprimere “una spinta aggiuntiva a nuovi investimenti. Noi invece l’abbiamo soprattutto volto a finanziare opere già previste, perché ci difetta capacità di progettare e realizzare progetti nuovi in pochi anni“, striglia il presidente degli industriali Carlo Bonomi. Manca il partenariato fra pubblico e privato, osserva, “si dovevano risolvere i colli di bottiglia amministrativi e ordinamentali che il Paese soffre da decenni. Ma le riforme non si stanno facendo, questa è la realtà“. Più ottimista il commissario Gentiloni, che dà atto al governo Draghi di aver lavorato bene, ma non risparmia i complimenti per Giorgia Meloni: “Il governo attuale sta lavorando altrettanto bene. Il livello d’impegno delle nostre amministrazioni è straordinario”, afferma, invitando a interpretare il Piano come una “missione nazionale”. “Correggendo quello che c’è da correggere, possiamo fare un passo in avanti storico per l’Italia”, è convinto.

A chi sostiene che non sia conveniente realizzare le opere in questo momento, perché costerebbero molto di più del periodo pre-guerra, Giorgetti risponde di andare avanti: “Ribadisco l’importanza di accelerare l’attuazione del Pnrr pur in presenza di ostacoli quali il rialzo dei prezzi dei materiali con le sue inevitabili conseguenze sui costi finali delle opere pubbliche”, insiste. Oggi stesso, diventa operativo il decreto del Mef che assegna oltre 8 miliardi di euro del Fondo per le opere indifferibili consentendo, attraverso stanziamenti aggiunti per fronteggiare l’aumento dei prezzi legati ai materiali e al caro energia, di avviare entro il 31 dicembre le procedure di affidamento degli interventi previsti dal Pnrr e dal Pnc. “E’ un segnale concreto che va nella direzione di sbloccare la realizzazione di interventi infrastrutturali strategici, assegnando risorse aggiuntive per contrastare gli extracosti energetici e dei materiali causati dall’impennata dell’inflazione”, spiega il titolare del dicastero. Ricordando poi che “un ulteriore finanziamento per coprire gli aumenti dei prezzi delle opere pubbliche è già previsto nel disegno di legge di bilancio per il 2023”. I traguardi per quest’anno, garantisce Giorgetti, saranno rispettati: “Ad oggi abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi previsti (51 del 2021 e 45 relativi al primo semestre del 2022), attraverso l’impegno di tutte le amministrazioni coinvolte e il sostegno dei servizi della Commissione europea che ci affianca nel processo di attuazione del piano e valuta l’efficace conseguimento degli obiettivi entro le scadenze previste. Grazie a questi risultati, abbiamo presentato la prima e la seconda richiesta di pagamento alla Ce nei tempi previsti. Questo ci ha permesso di ricevere un totale di 42 miliardi di euro (a cui vanno aggiunti i 24,9 miliardi di euro ricevuti quale prefinanziamento iniziale)”.

Di una necessità di dare una “brusca accelerata” parla anche il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che però invita a non sottovalutare il problema dell’inflazione. “Alcuni cambiamenti li dobbiamo certamente fare. Sono cambiate le finalità, alcuni punti possono essere migliorati”, sostiene. Solo per il Mase, l’inflazione all’8-10% pesa circa 5 miliardi in più: “Il nostro ministero ha a disposizione 34 miliardi per gli obiettivi del Pnrr. La sfida è metterli a regime, cioè creare le condizioni perché tutti possano essere messi nelle condizioni di spenderli e portare gli obiettivi a termine. Quando sono state previste le opere del Pnrr, non avevamo l’8-10% di inflazione. E su quelle che sono le opere del nostro ministero, che sono materiali, l’effetto del maggior costo delle materie prime è dirompente. Ho chiesto una stima: dai 34,7 miliardi a oggi per realizzare le stesse opere si può ragionare sui 39 miliardi”.

Rinnovabili

Il mondo delle rinnovabili contro la Manovra: “Così andiamo in crisi”

La legge di bilancio non piace al mondo dell’energia, specie quello delle rinnovabili, che chiede subito una revisione del tetto al prezzo dell’energia fissato a 180 euro/Mwh e soprattutto una modifica del contributo di solidarietà sui cosiddetti extra-profitti. Secondo Anev, l’Associazione nazionale energie del vento, il governo colpisce doppiamente le rinnovabili sia con il ‘cap’ a livello di prezzi di vendita a 180 euro (che sembrerebbe peraltro sommarsi al già vigente cap a 65 euro/MWh) sia con l’extra-tassazione degli utili al 50%, sovrapponendo così due misure che sono concettualmente distinte e in contrasto tra loro. Infatti, con il cap ai ricavi vengono meno i presupposti per extra-profitti, perciò tale misura era stata pensata solo per il settore oil e gas che infatti non è soggetto al revenue cap. La misura relativa al prelievo fiscale straordinario come contributo solidaristico, calcolato sugli utili di impresa, all’art.14 del Regolamento del Consiglio dell’Unione Europea n.2022/1854, è riservata alle imprese operanti nei soli settori petrolifero, del gas naturale, del carbone e della raffinazione e non al settore rinnovabili – sottolinea Anev – come invece ha voluto l’esecutivo italiano, unico tra gli Stati membri ad applicare tale prelievo alle rinnovabili.

Questo affastellamento di norme non fa che creare confusione e incertezze regolatorie che scoraggiano gli investimenti nel settore. Poi non comprendiamo per quale motivo solo il settore dell’energia e in particolare quello delle rinnovabili debba pagare tale balzello visto che era già stato pesantemente bastonato dal precedente governo”, attacca Simone Togni, presidente di Anev. “Ci aspetteremmo un trattamento più equo anche nel mondo elettrico tra tutti gli operatori e non solo quelli da Fer (Fonti energia rinnovabile. ndr), se gli utili li fanno altri e le tasse vanno sempre a colpire solo noi c’è qualcosa che non funziona. I piani del Governo in tema di Fer annunciati ad Ecomondo a Rimini nei giorni scorsi, di voler facilitare la realizzazione di ben 70GW da rinnovabili, ebbene questi non sono realizzabili in questo contesto poiché gli investitori scapperanno da un Paese che penalizza oltremisura gli investimenti nel settore delle rinnovabili. È necessario che il Parlamento modifichi la legge di bilancio – conclude il rappresentante del mondo eolico – introducendo i dovuti correttivi a valle di una interlocuzione approfondita con le associazioni del settore”.

Anche Assopetroli-Assoenergia e Assocostieri, attraverso un comunicato, bocciano il contributo di solidarietà straordinario, mettendo in luce le criticità per gli operatori della logistica e della distribuzione dei prodotti petroliferi, tra i quali vi sono anche numerose Pmi. “La norma – ricordano le associazioni – trae origine dall’art.15 del Regolamento Ue 2022/1854 che, però, individuava un diverso perimetro di applicazione del contributo, includendo esclusivamente le imprese che operano nel settore dell’estrazione, della raffinazione del petrolio e della fabbricazione di prodotti di cokeria. Non è una casualità che il Regolamento europeo, a differenza della norma presente in Legge di Bilancio, abbia escluso il settore della distribuzione dei carburanti. Gli operatori della logistica e della distribuzione, infatti, sono collocati nella parte intermedia della catena e sono pertanto dei meri ‘price taker’, che subiscono le decisioni di prezzo scelte a monte della filiera industriale. Queste imprese, per tale ragione, sono strutturalmente e tecnicamente impossibilitate a generare extraprofitti“.

Più duro l’intervento di Assoebios, Associazione operatori elettrici da bioliquidi sostenibili, che accusa: “Il governo vuole dare il colpo di grazia alle fonti rinnovabili. Mentre i consumi di energia e gas aumentano vorticosamente a causa dell’abbassarsi delle temperature, il governo pensa di mettere un tetto al prezzo dell’energia, non solo per il fotovoltaico e l’eolico, ma anche per le biomasse e i bioliquidi sostenibili fortemente penalizzati dal vertiginoso aumento dei costi delle materie prime”. Per Luca Miris, presidente dell’associazione “l’energia prodotta con il carbone, oggi, viene pagata dai cittadini 500 euro al megawattora, mentre all’ipotetica energia pulita prodotta con i bioliquidi sostenibili viene imposto un prezzo massimo inferiore alle quotazioni dei mercati elettrici, rendendo di fatto, insostenibile la produzione, costringendo quindi gli impianti a fermarsi“.

Infine Assoidroelettrica, davanti al presidente di Arera, ha fatto presente che “il combinato tra siccità ed ingiusti prelievi sta mettendo in grande difficoltà i bilanci delle società che producono energia da fonte idrica – si legge in un comunicato –, è indispensabile rivedere la misura del prelievo così da garantire l’esatto contrario di quanto sta accadendo oggi, ovvero, lo sviluppo del comparto e non certo la consegna, per molti, dei libri in tribunale“.

montecitorio

Bozza Manovra: caro energia neutralizzato fino a marzo, poi servono altri soldi

Oltre 5,5 miliardi per il credito d’imposta – che va dal 35 al 45 per cento – per l’acquisto di energia da parte delle aziende, circa 4,5 miliardi di credito d’imposta per accaparrarsi il gas, un miliardo per abbattere gli oneri di sistema in bolletta, sempre per la bolletta quasi 900 milioni per ridurre l’Iva al 5%. E ancora 2,5 miliardi di bonus sociale per far fronte alle tariffe energetiche delle famiglie con Isee basso, 400 milioni in più a Comuni e Province per non lasciare al freddo scuole o altri edifici pubblici. L’elenco contenuto nella nuova bozza della manovra, che oggi inizia il suo iter parlamentare alla Camera in vista dell’approvazione entro fine anno, è una lista di provvedimenti tampone, quasi obbligati, contro il caro-energia.

Anche altre voci, come ad esempio l’incremento dei fondi per i cantieri (una decina di miliardi entro il 2027) e per le opere legate al Pnrr alla fine è una risposta al boom dei prezzi delle materie prime. I bonus si sprecano: legati ai carburanti per agricoltori, pescatori e trasportatori. Ce né poi uno da mezzo miliardo per aiutare i meno abbienti a fare la spesa. E pure la rivalutazione delle pensioni, al 100 per cento per chi ha un trattamento fino a 4 volte il minimo, è una risposta quasi automatica – per legge – all’incremento dell’inflazione.

La manovra dunque sfrutta al massimo il deficit, grazie anche al buon andamento del Pil degli ultimi mesi e allo scostamento di bilancio votato poche settimane fa, per cercare di garantire la tenuta del sistema economico-sociale di fronte a rincari energetici mai visti. Anche la famosa tassa sugli extra-profitti delle società energetiche, che nei piani del governo Draghi inizialmente avrebbe dovuto portare 10 miliardi nelle casse dello Stato, si ridimensiona. L’incasso previsto, forse più realistico visto il flop del precedente provvedimento, è di appena 2,5 miliardi. Diventa infatti per il 2023 un “contributo di solidarietà” che toccherà 7000 aziende, in linea con le regole Ue. Il prelievo sarà del 50% sul reddito 2022 che eccede per almeno il 10% la media dei redditi 2018-21, con il limite del 25% del patrimonio netto al primo gennaio 2022.

Gran parte dei provvedimenti tuttavia, specie quelli che riducono l’impatto sulla bolletta per famiglie e imprese, sono coperti fino al primo trimestre 2023. Dal 31 marzo bisognerà trovare altre risorse e il Pil non sarà più quello del 2022 che garantirà margini di manovra in bilancio. Il vero banco di prova del governo sarà in primavera.