Dalla Corte dei conti nuovo stop al Ponte sullo Stretto. Salvini: “Nessuna sorpresa, resto fiducioso”

Nuovo stop dalla Corte dei conti alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. La magistratura contabile stavolta non ha concesso il visto di legittimità al terzo atto aggiuntivo della convenzione tra il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture e la Stretto di Messina Spa. In parole povere, la bocciatura preclude la possibilità di sottoscrivere l’accordo di programma tra Mit, Mef e la società Stretto di Messina per definire gli impegni amministrativi e finanziari necessari alla progettazione e alla realizzazione del Ponte.

Si tratta del secondo stop dopo quello che aveva negato il visto di legittimità sulla delibera Cipess a fine ottobre. La decisione della Sezione centrale di controllo di legittimità della Corte dei Conti, che verrà motivata entro un mese, è arrivata dopo la riunione odierna. Al momento sono attese ancora le motivazioni del primo stop. In particolare, la Corte dei Conti ha negato la legittimità del decreto n.190 del primo agosto adottato dal Mit, di concerto con il ministero dell’Economia e delle Finanze, “ai sensi dell’articolo 2, comma 8, del decreto-legge 31 marzo 2023, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 maggio 2023, n. 58, recante ‘Disposizioni urgenti per la realizzazione del collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria’ approvazione III Atto aggiuntivo alla convenzione del 30 dicembre 2003, n. 3077, fra il Mit e la società Stretto di Messina spa”.

La mancata registrazione del decreto interministeriale – precisa il Mit – arriva alla fine di un’ampia discussione svoltasi oggi davanti alla Corte dei Conti nel corso della quale è emerso, innanzitutto, il tema preliminare dell’effetto di preclusione che la mancata registrazione della delibera Cipess ha sulla decisione odierna. Il Mit rimane “fiducioso sulla prosecuzione dell’iter amministrativo in attesa delle motivazioni della Corte”. Anche il ministro Matteo Salvini si dice fiducioso: “Nessuna sorpresa: è l’inevitabile conseguenza del primo stop della Corte dei Conti. I nostri esperti sono già al lavoro per chiarire tutti i punti. Resto assolutamente determinato e fiducioso”. Pochi giorni fa, sempre il ministro, aveva detto di augurarsi l’inizio dei lavori “per inizio 2026, Corte dei conti permettendo”.

Non lo considero un atto nuovo – sostiene il presidente della Stretto di Messina, Giuseppe Recchi – in quanto gli argomenti trattati sono strettamente collegati. Abbiamo deciso di convocare un Consiglio di amministrazione per il 25 novembre per esaminare la situazione in attesa delle motivazioni della Corte dei conti previste nei prossimi giorni”. Per l’amministratore delegato della SdM, Pietro Ciucci, “il mancato visto con la conseguente registrazione della Corte dei conti era prevedibile perché l’atto convenzionale è funzionalmente collegato alla delibera di approvazione del progetto definitivo del Ponte del Cipess del 6 agosto, per la quale la Corte ha ricusato il visto in data 29 ottobre“.

Immediate le proteste dell’opposizione. Per Elly Schlein il nuovo stop blocca “un progetto ingiusto, sbagliato, dannoso, vecchio come quello del Ponte sullo Stretto di Messina“, dice la segretaria del Partito democratico. Secondo Angelo Bonelli, parlamentare Avs e co-portavoce di Europa Verde, il governo Meloni sta “impegnando fondi pubblici dentro un quadro ritenuto non legittimo, per un’opera da 14 miliardi di euro senza alcuna certezza tecnica, ambientale o giuridica”. Si tratta di risorse “sottratte a ferrovie, scuole, sanità e sicurezza del territorio”, aggiunge il leader ecologista, che si dice “pronto a denunciare il governo anche alla Procura europea se dovesse insistere. Ignorare il pronunciamento della Corte significherebbe assumersi responsabilità pesantissime, anche sul piano giuridico”. Le motivazioni saranno rilasciate successivamente “ma il messaggio è già inequivocabile: il Ponte sullo Stretto è un progetto portato avanti forzando procedure, fuori da un quadro di legalità e dentro una spirale propagandistica che sta già dissanguando le casse pubbliche”. Bonelli chiama ancora in causa Meloni e Salvini: “Non possono far finta di nulla. Se rispettano legalità e cittadini, fermino subito questa operazione opaca, costosissima e inutile”.

Secondo il senatore M5S, Pietro Lorefice, segretario di Presidenza del Senato, la decisione della Corte dei conti “segna l’ennesima prova dell’approssimazione con cui Salvini insiste su un progetto utile solo alla sua campagna elettorale permanente. Ancora una volta i fatti smentiscono i suoi slogan, in un mondo ideale si sarebbe già dimesso”. Una “spesa milionaria quando mancano infrastrutture di base sarebbe uno scempio. Fermate tutto e dirottate le risorse su opere utili“, aggiunge Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera. Mentre il deputato e capogruppo dem in commissione Trasporti, Anthony Barbagallo, parla di “una vera Caporetto per Salvini“.

Ponte Stretto, governo abbassa i toni ma avanti sull’opera. Salvini: “Mettiamo i fondi in sicurezza”

Sbollita la delusione per la mancata registrazione della delibera Cipess sul Ponte sullo Stretto, a Palazzo Chigi i toni sulla Corte dei conti si attenuano. Non cambia l’obiettivo: “Procedere con la realizzazione dell’opera”. È questa la sintesi del vertice di questa mattina tra la premier, Giorgia Meloni, i suoi due vice, Matteo Salvini, titolare del dossier, e Antonio Tajani, assieme ai sottosegretari alla Presidenza, Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, cui ha preso parte anche l’ad della Stretto di Messina Spa, Pietro Ciucci.

La sintesi dell’ora di faccia a faccia la fa il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti: “Abbiamo calendarizzato i prossimi passi, al prossimo Consiglio dei ministri, a giorni, informerò i colleghi su come intendiamo andare avanti e mettere in sicurezza i fondi destinati all’opera”. Per bypassare il diniego dei magistrati contabili il governo potrebbe tornare in Consiglio dei ministri e approvare una norma che definisce opera strategia il Ponte: a quel punto non ci sarebbe più delibera che tenga a fermare le ruspe. Sicuramente la soluzione è nella lista si Salvini, che dopo le parole di fuoco della prima ora decide di cambiare registro: “Attendiamo con estrema tranquillità i rilievi della Corte dei conti, a cui siamo convinti di poter rispondere punto su punto, perché abbiamo rispettato tutte le normative”. Poi, “se dovremo tornare in Consiglio dei ministri ai primi di dicembre, rimandando in Corte dei conti le nostre motivazioni per proseguire con l’opera lo faremo. A quel punto vorrà dire che arriverà un passaggio definitivo delle sezioni riunite a inizio gennaio, dunque invece di partire con i lavori a inizio novembre, partiremo a febbraio”.

Per le motivazioni dei magistrati contabili ci vorranno 30 giorni, ma il vicepremier non ne fa un dramma: “E’ un secolo che se ne parla, per me il tempo è denaro, ma voglio rispettare tutte le prescrizioni e le riflessioni. Senza nessuno scontro fra poteri dello Stato, daremo tutte le informazioni che ci vengono richieste”. A caldo Meloni aveva usato ben altri toni, parlando di “ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento”. Lo stesso Salvini soltanto mercoledì sera aveva bollato la delibera come “scelta politica più che un sereno giudizio tecnico”. Prese di posizioni che hanno convinto la Corte dei conti a chiedere pubblicamente, con una nota, di tenere le critiche, da cui non si sottrae, “in un contesto di rispetto per l’operato dei magistrati”, sottolineando che la Sezione di controllo di legittimità “si è espressa su profili strettamente giuridici della delibera Cipess”, senza “alcun tipo di valutazione sull’opportunità e sul merito dell’opera”. Invito che sembra essere stato accolto dai vertici dell’esecutivo, che rigettano anche l’ipotesi di una specie di ‘vendetta’ contro la riforma della giustizia approvata proprio oggi, in via definitiva, in Senato. “Non voglio pensare che qualcuno si vendichi contro siciliani e calabresi per una riforma approvata dal Parlamento”, risponde Salvini a chi gli pone la domanda.

Però il responsabile del Mit andrà avanti, forte anche del mandato ricevuto da Meloni e Tajani. Senza ulteriore strappi: “Contiamo di non dover fare nessuna forzatura e di approvare tutto quello che la norma ci consente di approvare”. Sulla stessa linea è Ciucci: “Riteniamo di aver risposto a tutti i rilievi, vediamo quali risposte non hanno convinto la Corte e in base a questo potremo valutare il passo successivo”, dice il manager di SdM, assicurando che la scelta sarà compiuta “nel rispetto delle procedure previste, senza norme o interventi straordinari”. Anche perché se l’ostacolo fosse la direttiva Ue per cui tra il progetto originario e quello attuale i costi non devono lievitare oltre il 50%, l’azienda non avrebbe problemi: “Riguarda nuovi lavori, non aumenti di prezzi dovuti all’inflazione. Noi varianti di lavori non ne abbiamo”, spiega l’ad.

Salvini rivela di aver ricevuto “messaggi di incoraggiamento ad andare avanti da ordini professionali, ingegneri, architetti, imprese, agricoltori, commercianti, enti locali, Regioni”. In effetti la batteria dei commenti gli da ragione. “Lo stop della Corte dei conti, che arriva dopo i tre mesi di blocco che hanno già ritardato l’attuazione del meccanismo dell’Energy Release, è inaccettabile”, dice il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi. Di “grande opportunità per rafforzare il patrimonio infrastrutturale del nostro Paese” parla anche il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti. Per Confapiporterebbe non solo a un netto miglioramento della mobilità e degli scambi commerciali e turistici, ma rappresenterebbe anche un importante volano per lo sviluppo economico del Paese”. Mentre Conftrasporto invita a “non bloccare l’avvio dei lavori di un’opera fondamentale”.

Totalmente differenti, invece, le reazioni delle opposizioni. Il Pd difende la Corte dagli “attacchi scomposti” del governo, il M5S sostiene che il Ponte sia il “fiasco di Salvini” per cui dovrebbe dimettersi, come chiede Angelo Bonelli di Avs, che ribadisce il suo pensiero: “Nessun organismo tecnico dello Stato ha approvato quel progetto, il Cipess è un comitato politico, presieduto da Meloni”.

Ponte Morandi 7 anni dopo, Mattarella: “Ha segnato un punto di non ritorno”

Dimenticare è impossibile, ricordare un dovere perché non accada più. Poche persone in Italia non ricordano dov’erano e cosa facevano alle 11.36 del 14 agosto 2018, minuto esatto in cui è crollato il pezzo di Ponte Morandi, sulla A10 di Genova, inghiottendo la vita di 43 persone. La corsa a recuperare informazioni, il compulsare frenetico dei social, poi il video più virale con quella frase, “Oh Dio”, ripetuta quattro volte da chi aveva il telefono in mano, con voce rotta da paura e pianto.

Sono passati sette anni, ma le immagini sono ancora un pugno nello stomaco e, come tutti gli anni, la città della Lanterna si è riunita per commemorare le vittime. Anche oggi è stato osservato il minuto di silenzio e in contemporanea sono suonate le sirene delle navi in porto e le campane di tutta la Diocesi di Genova. Perché non è finita e forse non finirà mai, finché non si saprà tutta la verità su quello che è accaduto, a parte l’epilogo, che è l’unica, drammatica certezza di tutta questa vicenda. “Il 14 agosto 2018 segna una pagina drammatica nella storia del nostro Paese”, una “ferita indelebile nel cuore di Genova, della Liguria, dell’Italia”, scrive il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato alla sindaca, Silvia Salis. Il capo dello Stato usa parole nette per ricordare la tragedia del Polcevera: “Ha segnato un severo richiamo alle responsabilità pubbliche e private in tema di sicurezza delle infrastrutture. Un punto di non ritorno a pratiche che hanno generato un disastro di quelle proporzioni”. Anche se “la rapida ricostruzione di un così importante tratto stradale, il Ponte Genova San Giorgio, riconnettendo la Città e l’Italia, è stata un atto di ripartenza”, sottolinea ancora Mattarella, “la tutela delle infrastrutture, per garantire piena sicurezza nella circolazione, non ammette alcuna forma di negligenza”.

Per la premier, Giorgia Meloni, “accertare le responsabilità per ciò che è accaduto, individuare le eventuali colpe ed omissioni, dare risposte definitive” sono “obblighi morali e civili che non possono essere disattesi”. Perché “è ancora vivissima la sete di verità e giustizia, invocata con tenacia dai famigliari delle vittime e sostenuta da tutto il popolo italiano” per “una catastrofe che rimarrà per sempre nella memoria del nostro popolo”.

Chi quel giorno era al posto di Meloni, allo stesso modo, non riesce, né vuole dimenticare. “Il dolore e lo strazio provato in quelle ore, fra le macerie, sono per me memoria incancellabile, se ripenso a quel 14 agosto”, scrive l’ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Che torna su una delle vicende più spinose dell’epoca: “Dove c’erano concessioni autostradali vergognose, firmate in passato a tutto vantaggio dei privati, abbiamo fatto il massimo di quel che si poteva fare di fronte a un accordo che legava mani e piedi lo Stato e le sue casse”, ricorda il leader M5S. Nel suo governo c’era anche Matteo Salvini, sebbene in veste diversa da quella di ministro delle Infrastrutture e dei trasporti come oggi. “Ci stringiamo alle famiglie delle vittime, ai loro cari, a tutti coloro che hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze di un dramma che non sarebbe mai dovuto accadere”, scrive sui social il vicepremier.

Dell’esecutivo gialloverde faceva parte pure Lorenzo Fontana, oggi presidente della Camera: “Ricordo con dolore il 14 agosto di sette anni fa, giorno del crollo del Ponte Morandi. Il mio pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutta Genova, che ha saputo reagire con coraggio e dignità”. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, invece, era all’opposizione, ma il ricordo non si è mai spento: “Resta tuttora forte, così come resta forte l’impegno a fare della memoria un fondamento di responsabilità”.

In sette anni molte cose sono cambiate a Genova: al posto del vuoto c’è Ponte San Giorgio, ricostruito a tempo di record, con tecniche tecnologicamente innovative e normative ad hoc che consentirono di accelerare i tempi di tutte le fasi. Se lo ricorda bene Marco Bucci, all’epoca sindaco di Genova e commissario alla ricostruzione, oggi presidente della Regione Liguria: “Quel giorno io c’ero, e la mia vita è cambiata totalmente”, dice alla cerimonia di commemorazione. “Vogliamo che non sia soltanto un ricordo di quello che accadde il 14 agosto, ma qualcosa che permea ogni giorno il nostro lavoro. Non possiamo permetterci di fare le cose male. Non possiamo permetterci tragedie come questa. È inaccettabile”. Ad ascoltarlo c’è Silvia Salis, che ha preso di recente il suo posto al Comune di Genova. Pur essendo eletta sotto la bandiera opposta a quella di Bucci, la sindaca non nega al predecessore gli onori per il lavoro fatto, assicurando che continuerà: “Questa è una ferita che non si rimarginerà mai. Una ferita per la città, per chi vi ha perso qualcuno di caro. Per questo – dice Salis – ci impegniamo non solo a portare avanti il Memoriale, ma a riempirlo di vita, di contenuti, a fare in modo che le scuole lo vivano come una tappa fissa del loro percorso educativo”. Per sempre il 14 agosto, affinché non ci sia mai più un altro 14 agosto.

Dazi, Italia predica cautela e spera in retromarcia Trump. Tajani: “Usa non autolesionisti”

Il rischio è fare il passo sbagliato, ma le pressioni aumentano giorno dopo giorno. Dal 2 aprile i dazi imposti da Donald Trump dovrebbero essere effettivi e l’Italia potrebbe pagare un prezzo molto alto alle politiche del presidente degli Stati Uniti. Ma la parola d’ordine nel governo è prudenza, ben sapendo che l’onere della trattativa con Washington spetta all’Ue. Anche se l’uscita di Ursula von der Leyen sull’Europa pronta alla “vendetta”, poi corretta in “risposta”, non lascia tanto tranquilla Roma.

Per il vicepremier, Antonio Tajani, “una guerra commerciale non credo possa produrre effetti positivi anche per l’economia americana, sia per quel che riguarda il mercato delle auto, sia per quanto riguarda l’inflazione, perché se arriva, poi, la Fed come reagisce? Aumentando il costo del denaro”. Il ministro degli Esteri crede ancora nella forza del dialogo e del confronto, perché “non penso che gli americani vogliano essere autolesionisti”.

Non prende bene le parole della presidente della Commissione Ue nemmeno l’altro vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, anche se le concede il beneficio d’inventario stavolta. “Vendicarsi dei dazi di Trump? Se von der leyen ha detto così è stata una scelta infelice: vendicarsi e aprire guerre commerciali non fa l’interesse di nessuno, spero sia stata fraintesa e mal tradotta – dice il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti -. Fare la guerra agli Stati Uniti non è una cosa intelligente, le guerre su campo vanno risolte sul tavolo non con le vendette o controdazi”.

L’obiettivo dichiarato del leader leghista, semmai, è stringere ancora di più i bulloni dell’alleanza con gli States. Personalmente ci ha provato nei giorni scorsi, in un colloquio telefonico con il vice di Trump, JD Vance, col quale ha parlato di una missione con le aziende italiane Oltreoceano. Opportunità di cui potrebbero parlare di persone dal 18 al 20 aprile prossimi, perché proprio Vance ha in programma una visita a Roma – come segnala Bloomberg -, sebbene trapeli solo di una richiesta, quella di incontrare la premier, Giorgia Meloni. Ma se questa volta non sarà possibile il faccia a faccia, Salvini non ne farà un dramma: “Non posso inseguire le agende mediatiche. Io l’ho invitato a vedere le Olimpiadi, se venisse anche prima sarebbe un’opportunità incontrarlo”. Chi vivrà vedrà.

Nel frattempo c’è da risolvere la grana dei dazi. Che la strada da seguire sia il dialogo ne è convinto anche Adolfo Urso: “Dobbiamo scongiurare l’escalation che accrescerebbe il danno. Bene fa la Commissione europea a riflettere prima di reagire”. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy predica “cautela”, perché è meglio “aspettare le decisioni del presidente Trump, che spesso ha annunciato delle cose e poi ne ha fatte altre o comunque le ha commisurate”.

Posizioni, quelle degli esponenti di governo, che agli occhi delle opposizioni sembrano andare in senso opposto l’una dall’altra. Infatti, il fuoco di fila va dal Pd ai Cinquestelle, ad Avs e Italia viva. La partita sembra comunque ancora aperta e tutta da giocare, a patto che l’Europa assuma un ruolo da protagonista in un negoziato con gli Usa che si presenta tutt’altro che facile.

Ponte sullo Stretto, il governo tira dritto. M5S attacca: “Si arrampicano sugli specchi”

Sul Ponte non sventola bandiera bianca. Il governo va avanti sull’opera che dovrà collegare la Sicilia alla Calabria, dunque, al continente, dal 2032. L’ammissibilità stabilita dal Tar del Lazio sul ricorso del Comune di Villa San Giovanni e della Città metropolitana di Reggio Calabria in merito al parere della Commissione Via Vas non sembra aver intaccato le convinzioni dell’esecutivo.

Né quelle della Stretto di Messina Spa, tant’è che l’amministratore delegato, Pietro Ciucci, ritiene “infondata la notizia”.
Il ragionamento del manager è che “la ricostruzione dei fatti non è assolutamente coerente con lo svolgimento dell’udienza”, perché “l’avvocato incaricato dalle due amministrazioni ha rinunciato alla fase cautelare da lui stesso richiesta, con conseguente cancellazione dal ruolo della causa disposta dal Presidente della sezione”. Per questo, spiega Ciucci, “è falso che il Tar abbia ‘dichiarato ammissibile l’impugnazione del parere della commissione Via Vas’ e non abbia accolto l’istanza del Mit e di Stretto di Messina”.

Tutto andrà avanti, dunque. Come dimostra la risposta fornita dal sottosegretario all’Ambiente e sicurezza energetica, Claudio Barbaro, alla Camera, a un’interpellanza urgente presentata dal Movimento 5 Stelle. “Sotto il profilo del giudizio d’incidenza ambientale l’istruttoria è stata compiuta, guardando a molteplici profili e giungendo a una accurata differenziazione per fattispecie di Zps e Zsc – dice l’esponente del Mase -. Ciò a ulteriore dimostrazione del grado di approfondimento svolto nella fase procedimentale prevista”.

Una risposta che, ovviamente, non soddisfa le opposizioni. Il Cinquestelle, Agostino Santillo, che ha firmato l’interpellanza, replica a muso duro: “Il governo si è arrampicato sugli specchi”. La principale lamentela riguarda lo stanziamento di 13,5 miliardi, che “con tutti i guai che vive ogni giorno la nostra rete ferroviaria, è inaccettabile”, accusa il parlamentare M5S.

Il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, intanto, incassa nuovamente l’appoggio dell’alleato Forza Italia. Il vicepremier e responsabile della Farnesina, Antonio Tajani, infatti, ritiene che Matteo Salvinistia facendo bene e crediamo debba andare avanti nel processo del Ponte sullo Stretto, tema caro a Silvio Berlusconi”, dice ai microfoni di Sky.

Prima della posa della prima pietra, però, restano ancora dei passaggi da completare, il più importante dei quali è il via libera definitivo al progetto che dovrà dare il Cipess. Tutte le parti in campo sono al lavoro, ma l’impressione è che il braccio di ferro politico andrà avanti ancora a lungo.

Cdm e vertice governo, inizia ‘l’autunno’ della politica. Riflettori sulla legge di Bilancio

Giornata piena a Palazzo Chigi, quella di oggi 30 agosto. Con il vertice di governo tra la premier, Giorgia Meloni, e i suoi vice, Matteo Salvini e Antonio Tajani, e il successivo primo Consiglio di ministri post-ferie, inizia ufficialmente ‘l’autunno’ della politica. No, le stagioni non sono cambiate – nonostante il clima continui a dare segnali di profonda sofferenza -, ma questo, storicamente, è il momento di ‘mettere a terra’, come si usa dire oggi, i progetti di lavoro da qui alla fine dell’anno.

In agenda sono tanti i temi da discutere, tra gli alleati di governo e maggioranza. La partita europea è chiusa, non nel senso che gli accordi siano stati già definiti con Ursula von der Leyen, anzi. Ma la quadra su Raffaele Fitto è stata trovata da tempo e domani in Sala del Consiglio, dopo lo scampanellio della premier, si tratterà solo di mettere il suo nome nero su bianco sul foglio da spedire a Bruxelles con oggetto: candidato italiano alla nuova Commissione Ue. Poi tutto passerà nelle mani della presidente Udl, alla quale staranno fischiando parecchio le orecchie da direzione sud-Europa, dopo il tour de force del leader Ppe, Manfred Weber, a Roma. La partita andrà avanti fino a novembre, mese nel quale la squadra sarà completata con giocatori e ruoli assegnati.

Nel frattempo l’Italia deve imbastire tutti i passaggi che dovranno portare alla prossima legge di Bilancio 2025. In primis, il Piano strutturale di bilancio da consegnare a Parlamento e Unione europea: il Mef garantisce che arriverà in Cdm nei tempi previsti, ovvero metà settembre. Il documento non è di poco conto, perché prende il posto della Nadef e da quello si capirà se i rumors sui tagli all’assegno unico per i figli, il lavoro femminile e le pensioni sono reali, o fake news come sostiene il ministero dell’Economia. Dalle opposizioni chiedono chiarezza anche sulle reali intenzioni del governo rispetto alla transizione ecologica e la conseguente conversione industriale, perché, a detta degli avversari di centrosinistra (se riusciranno a trovare la quadra sulla potenziale coalizione), la lotta ai cambiamenti climatici non sembra proprio essere in cima ai pensieri della maggioranza.

Uno scenario, questo, che richiama ancora una volta alla sfida europea. Perché a Bruxelles il centrodestra continua a chiedere di avere un’Ue “meno ideologica“, ergo razionalizzando i dettami del Green deal. Principio sul quale, invece, la rive gauche italiana (e non solo) non vuole cedere e insiste con i vertici delle istituzioni continentali per andare avanti. Forti anche del fatto che i voti a von der Leyen per la riconferma, loro, non li hanno fatti mancare. Come il Ppe, che vuole realismo per non sovraccaricare le imprese. Sarà un bel nodo da sciogliere, per la riconfermata presidente.

Altro punto: i trasporti. L’estate nera per l’intensa opera di infrastrutturazione delle linee ferroviarie starebbe volgendo al termine, ma da sciogliere restano comunque diversi nodi, soprattutto sull’alta velocità. Per inciso, il ministro Salvini esulta per il via libera della commissione Mase agli interventi sulla AV Salerno-Reggio Calabria.

C’è il tema lavoro, poi. Il rilancio del piano industriale italiano ed europeo, fortemente voluto da Adolfo Urso. Il ministro delle Imprese e il Made in Italy dovrà mettere mano a diversi dossier, primo tra tutti Stellantis, per la Gigafactory di Termoli (il tavolo è fissato per il 17 settembre) e non solo. C’è da capire se arriverà, come sperano a Palazzo Piacentini, un secondo produttore automobilistico (ma anche un terzo e un quarto). Inoltre, vanno risolti i tavoli di crisi aperti, incrociando le dita che i dati sul fatturato dell’industria (in calo su base annua, a luglio) non ne portino altri in dote. Allo stesso tempo, c’è da aiutare le imprese a mantenere uno standard elevato di export (che va a gonfie vele), potenziando l’internazionalizzazione delle nostre aziende nel mondo.

Agricoltura. Capitolo complicato, legato a doppio nodo sia al Green deal, per il contrasto ai cambiamenti climatici, sia al braccio di ferro sulle regole europee, che i nostri agricoltori contestano perché miopi e troppo restrittive nella competizione con mercati che, invece, hanno pochi ostacoli da superare.

Tutto questo scenario, infine, si incrocia con la partita politica delle prossime elezioni regionali. Si voterà in Liguria, Emilia-Romagna e Umbria: tre partite che potrebbero riaprire i giochi per il centrosinistra oppure chiuderli (per il momento) a favore del centrodestra e del governo. Anche di questo parleranno Meloni, Salvini e Tajani. Cosa che faranno pure nel campo opposto (vedremo se largo o meno). Per l’appunto, l’autunno della politica è già iniziato.

Ponte Morandi, 6 anni dopo l’Italia non dimentica. Mattarella: “Accertare responsabilità”

Il 14 agosto 2018 non sarà mai una data qualsiasi per l’Italia. Quella mattina il Paese, in pausa per godersi qualche ora di riposo per il Ferragosto, si rialzò di colpo, sconvolto dal crollo del viadotto del Polcevera, a Genova, più comunemente conosciuto come Ponte Morandi, uno dei tanti costruiti nella penisola dal grande ingegnere italiano. Morirono 43 persone, innocenti che hanno avuto la sola colpa di attraversare quel pezzo di strada nel momento sbagliato: quando si staccarono alcune lastre di pavimentazione stradale, cadendo nel canale sottostante e inghiottendo le macchine che lo stavano attraversando, la storia dell’Italia cambiò inevitabilmente.

Sono passati 6 anni da quella tragedia, il ponte è stato ricostruito grazie all’impegno di tutti, istituzioni comprese, che hanno prodotto uno sforzo normativo fuori sincrono con la prassi italiana. Oggi il Ponte San Giorgio è bello, sicuro, ma chiunque guardi in quella direzione non può dimenticare il perché sia lì.

Non lo dimentica il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che in un messaggio inviato al sindaco di Genova, Marco Bucci. Sono poche righe ma cariche di contenuti e significato. “Le immagini di quel drammatico evento appartengono alla memoria collettiva della Repubblica e richiamano alla responsabilità condivisa di assicurare libertà di circolazione e assenza di rischi a tutti gli utenti, tutelando il patrimonio infrastrutturale del Paese“. Il capo dello Stato non dimentica nessuno degli aspetti che ancora caratterizzano questo anniversario. “Le responsabilità devono essere definitivamente accertate – aggiunge – e auspico che il lavoro delle autorità preposte si svolga con l’efficacia e la prontezza necessarie a ogni sentimento di giustizia“. Perché “il tempestivo processo di ricostruzione del collegamento tramite il Ponte Genova San Giorgio non costituisce attenuante per quanto accaduto“. Il presidente della Repubblica, poi, conclude: “In questa giornata di cordoglio e di memoria la Repubblica esprime vicinanza ai familiari delle 43 vittime, unitamente a un profondo sentimento di solidarietà alla Città“.

Sceglie tre parole-chiave specifiche la premier, Giorgia Meloni: “Memoria, rinascita, giustizia“. Parlando di “catastrofe che il 14 agosto 2018 ha sconvolto Genova, la Liguria e la nazione intera“, la presidente del Consiglio onora le vittime ed esalta come Genova sia “rinata più forte e più caparbia di prima” con il Ponte San Giorgio, “la cui costruzione ha segnato un modello di efficienza, innovazione e capacità ingegneristica“, ma “quel Ponte ricorda alla nazione le tante, troppe, domande rimaste ancora senza risposta“. Per cui “fare giustizia e individuare le responsabilità per ciò che è accaduto, accertando una volta per tutte colpe e omissioni, è un dovere morale, oltre che giudiziario“, sottolinea Meloni. Che rinnova l’auspicio affinché “l’iter giudiziario possa concludersi nel più breve tempo possibile perché Genova, la Liguria e l’Italia aspettano di conoscere la verità processuale su ciò che è accaduto“.

Se lo ricorda bene quel giorno anche il vicepremier, Matteo Salvini. All’epoca vice presidente del Consiglio del governo gialloverde presieduto da Giuseppe Conte e costruito con Lega e Movimento 5 Stelle a guida di Luigi Di Maio. Sei anni dopo Salvini è il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti dell’esecutivo Meloni, ma assicura che l’impegno non cambia. “Una tragedia che contò 43 vittime (ai quali va il nostro pensiero), centinaia di sfollati e tanta rabbia per una situazione che poteva essere evitata“, scrive su Instagram. “Grazie anche alla commovente capacità di reazione del popolo genovese, quel dramma riuscì però ad unire una città, una regione e un intero Paese che, superando ostacoli, burocrazia e lentezze, portò alla costruzione in tempi record di un nuovo Ponte, diventato un modello ingegneristico nel mondo – aggiunge -. Questa straordinaria opera infrastrutturale dimostra ancora oggi che, se tutti sono disposti a fare la loro parte, l’Italia ha tutti i mezzi necessari per rinascere nel nome dello sviluppo, del lavoro e dei ‘Sì’: è l’impegno che stiamo portando avanti“.

Nel giorno della commemorazione non mancano i pensieri delle alte cariche istituzionali. “Le ferite di quel disastro sono ancora aperte, così come saranno per sempre scolpite nella nostra memoria le immagini di una città, Genova, spezzata in due e quel senso di incredulità e rabbia che tutti abbiamo provato in quei drammatici momenti“, scrive sui social il presidente del Senato, Ignazio La Russa. Ricordando che il ricordo di quell’evento drammatico è anche “una importante occasione per riflettere sull’eccezionale esempio di resilienza e impegno che ha portato alla rapida ricostruzione del nuovo Ponte San Giorgio. Un significativo segnale di riscatto per l’intera comunità nazionale“. Anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ricorda le vittime “con profonda commozione“, dedicando “una preghiera per loro e la più sentita vicinanza alle loro famiglie“.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto, poi, sottolinea come “a sei anni dal crollo ricordiamo le 43 vittime e la grande dignità delle popolazioni colpite, capaci di rialzarsi dopo quel dramma. Una forte azione comune, che ha coinvolto tutti i livelli dello Stato, ha consentito la ricostruzione – dichiara -, segno di ripartenza e riaffermazione del più autentico senso di comunità“. Il cordoglio è comunque unanime, da destra a sinistra. Per una tragedia che continua a scuotere le coscienze di un intero Paese.

Ponte sullo Stretto, via libera alla relazione sul progetto finale. Salvini: “In funzione nel 2032”

Il Ponte sullo Stretto prende corpo. Con il via libera del Consiglio di amministrazione della Stretto di Messina spa alla Relazione del progettista di aggiornamento al progetto definitivo del 2011, può completarsi l’iter ministeriale, con l’invio al Mit (che dovrà indire la Conferenza dei servizi) e al ministero dell’Ambiente della documentazione completa, per poi arrivare alla tappa finale del Cipess, che avrà il compito di approvare il progetto finale e il piano economico-finanziario, che si stima possa arrivare già alla metà del 2024.

Il Cda, inoltre, ha approvato l’aggiornamento della documentazione ambientale, in particolare lo Studio di impatto ambientale (Sia), lo Studio di incidenza ambientale (Sinca) e la Relazione di ottemperanza e della relazione paesaggistica; l’analisi costi-benefici, che ha evidenziato come il progetto sia in grado di generare un Valore attuale netto economico (Vane) ampiamente positivo con un Saggio di rendimento interno del 4,5% superiore al livello minimo previsto dalla normativa vigente (3%); l’aggiornamento del Piano degli espropri e il programma di opere anticipate.

È un grande risultato ottenuto in pochi mesi grazie all’impegno del governo, in particolare del ministro Salvini, e al lavoro del Contraente generale Eurolink, della società Stretto di Messina e dei nostri altri contraenti ed esperti nelle diverse discipline ingegneristiche legate al Ponte“, commenta l’amministratore delegato della Sdm, Pietro Ciucci. “Si conferma un progetto straordinario, tecnicamente all’avanguardia e di riferimento a livello internazionale. Dopo i molti ponti ‘Messina Style’ costruiti nel mondo, è il momento di realizzarlo nello Stretto di Messina“.

Intanto, il ministero di Porta Pia è già al lavoro. Il vicepremier, Matteo Salvini, ha subito convocato l’incontro istituzionale per presentare la relazione del progettista, al quale hanno preso parte, oltre a Ciucci e al presidente della Stretto di Messina spa, Giuseppe Recchi, anche i presidenti della Regione Siciliana, Renato Schifani, della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, e i sindaci di Villa San Giovanni, Giuseppina Caminiti, e Messina, Federico Basile. Poche parole in apertura di confronto: “Per me è una grande soddisfazione, vi ringrazio“, viene riferito da fonti del Mit. Sulle tempistiche è ancora Salvini, ma al question time del Senato, a confermare le date: “L’intenzione è aprire i cantieri entro quest’anno e aprire al traffico stradale e ferroviario entro il 2032“.

Il tema ‘Ponte’ resta comunque caldo nel dibattito pubblico. Tra le prime reazioni c’è quella del Wwf, contraria all’opera, che definisce l’approvazione del progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di Messina “una fuga in avanti che ricade sulle spalle del Paese, visto che ad oggi il Governo ha immobilizzato sino al 2032 ingenti risorse senza avere stime credibili sull’entità dei costi finali dell’opera, sulla sua redditività dal punto di vista economico-finanziario, sulle pesantissime ricadute sull’ambiente e il territorio“. Nei giorni scorsi, invece, i leader di Pd, Europa verde e Sinistra italiana, Elly Schlein, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, avevano annunciato di aver presentato un esposto in Procura per la poca trasparenza sull’infrastruttura. In particolare per il mancato accesso alla documentazione, negata – denunciano – anche ai parlamentari. “Attendiamo ora di esaminare i documenti per una valutazione approfondita, inclusa un’analisi costi-benefici che evidenzi l’impatto positivo del progetto“, commenta Bonelli. Accusa, però, che fonti della società Stretto di Messina hanno più volte respinto al mittente, spiegando che non c’è stato alcun diniego ma solo un rinvio per aspettare che l’iter interno fosse completato, come prescrive la legge. Ma che una volta approvato tutto sarebbe stato pubblico. Cosa che, dopo il via libera del Cda, dovrebbe avvenire a stretto giro di posta.

 

Photo credit: ministero delle Infrastrutture e dei trasporti

Confagricoltura: “Serve un Piano straordinario per il settore, investire in innovazione”

Per alimentare il trend positivo del comparto agricolo e agroalimentare bisogna puntare in alto investendo. E’ quanto emerge dall’assemblea invernale 2023 di Confagricoltura. “L’agricoltura sta vivendo una stagione straordinaria“, spiega il presidente, Massimiliano Giansanti: “Da una parte abbiamo una ripresa sull’importanza della strategicità, sui temi della sovranità alimentare, dall’altra le sfide mondiali, se pensiamo alla nuova geopolitica del cibo, perché ci sono i progressi fatti dal Brasile, dagli Usa, dalla Cina, le nuove coltivazioni di olivicoltura in Arabia Saudita“. Tutto questo, sottolinea ancora il numero uno della confederazione, “deve farci pensare che il settore deve continuare a investire, a investire sull’innovazione e per fare questo serve un Piano straordinario per l’agricoltura“.

Del resto, la filiera agroalimentare, dalle imprese alla ristorazione, “è arrivata a incidere per il 16% sulla formazione del Pil“, ma “tenendo anche conto dei mezzi tecnici per la produzione agricola, si sale oltre il 20 percento“, elenca ancora Giansanti, ricordando che “sono 1, 4 milioni i posti di lavoro assicurati” e “le potenzialità di crescita rilevanti“. Numeri importanti, che necessitano di un programma a lungo termine, che vada oltre gli interventi previsti dal Pnrr che, arrivati a questo punto, hanno un orizzonte temporale (il 2026) limitato, per le ambizioni del comparto. Fortissimo anche nell’export: “Il Made in Italy agroalimentare ha toccato il massimo storico di 60 miliardi di euro e continua a salire, nonostante le difficoltà innescate dall’inflazione e dal rallentamento dell’economia in Europa e nel mondo“, ricorda il numero uno di Confagricoltura. Che prosegue con altri dati: “Dal 2013 al 2022 la quota italiana sulle esportazioni totali della Ue verso i Paesi terzi è passata dal 9,5 all’11,3%, La Francia è scesa dal 19,2 al 17,2 percento“.

Un aspetto sottolineato anche dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo intervento: “L’Ue è il primo esportatore globale di prodotti agroalimentari e, in essa, Italia e Francia si contendono il primo posto. E’ parte del soft power europeo“. Non solo, per il capo dello Stato l’Italia “può giocare d’iniziativa a tutto campo; in una stagione che vede, insieme, alimentazione, tutela dell’eco-sistema, governo del territorio, valorizzazione dei beni ambientali“. Ma per questo “è necessario rendere tutti consapevoli di quanto centrale sia oggi l’agricoltura“.

Anche a livello europeo è importante adeguare le normative alle sfide del nostro tempo. Ne è convinta la premier, Giorgia Meloni, che nel suo intervento video sottolinea come “il comparto agroalimentare italiano è tante cose messe insieme: identità, territorio, qualità, sostenibilità, innovazione, sviluppo“. Ecco perché il governo “fin dall’insediamento ha lavorato per valorizzare le nostre filiere, stimolare la produzione nazionale, difendere il nostro modello agroalimentare, la nostra biodiversità, i cibi di qualità dall’omologazione e dall’impoverimento“. Infatti, il capo del governo rivendica il successo sullo stop al cibo sintetico: “Siamo la prima nazione al mondo ad averlo fatto e siamo orgogliosi di poter essere un modello da seguire anche su questo“.

Sulla stessa lunghezza d’onda si sintonizza anche il vicepremier, Matteo Salvini, che chiede all’Ue norme più corrispondenti alla realtà e rilancia il tema del nucleare come elemento per il futuro. A patto, però, che ci siano le centrali in Italia, perché “svilupparlo senza averle, sarebbe… azzardato“. Sul tema si pronuncia anche l’altro vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, che promuove la bozza di conclusioni della Cop28 nel passaggio favorevole proprio al nucleare: “E’ l’unica soluzione che abbiamo di fronte, nel breve, medio e lungo periodo per ridurre le emissioni di Co2, gradatamente, e avere anche una politica sociale non soltanto una politica di lotta al cambiamento climatico, permettendo l’autosufficienza energetica“. A proposito di energia, “se oggi il settore agricolo concorre per quasi il 10% sulla produzione elettrica totale da fonti rinnovabili, è in gran parte merito dei nostri imprenditori, è giusto riconoscerlo“, sottolinea Giansanti.

L’agricoltura è “pilastro della nostra economia, facendo dell’Italia la terza economia agricola europea e seconda, dopo la Francia, per valore aggiunto“, dice poi il ministro delle Imprese e il Made in Italy, Adolfo Urso, nel suo videomessaggio. Dimostrando un’attenzione, da parte del governo, confermata dal responsabile del Masaf, Francesco Lollobrigida: “Stiamo lavorando, in Italia e nei consessi europei, per aumentare i fondi al settore“, garantisce il ministro dell’Agricoltura, sovranità alimentare e delle foreste. Che ricorda: “Abbiamo chiesto sostegno maggiori alla Pac e una previsione chiara di quelle che dovranno essere i nuovi ingressi in Europa, perché se da una parte siamo convintissimi della necessità di aggregare intorno all’Ue altri Stati, a cominciare dall’Ucraina, sappiamo bene quale possano essere i rischi per i nostri agricoltori se non vi è una pianificazione in grado di sostenere il nostro modello produttivo e i nostri agricoltori con nazioni che hanno costi di produzione più bassi ed estensioni territoriali più ampie“. Un discorso che si sposa perfettamente con la visione di Confagricoltura, che infatti indica quelle che dovrebbero essere le priorità del prossimo Parlamento Ue e della nuova Commissione europea dal 2024: “Bilancio pluriennale dopo il 2027 e una nuova riforma della Politica agricola comune”. La nuova Ue dovrà ripartire da lì.

Logistica, Confetra: Serve piano per decarbonizzare movimentazione urbana merci

La parola d’ordine è “decarbonizzazione della movimentazione urbana delle merci“. L’assemblea pubblica 2023 di Confetra, la Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, dedicata alla sostenibilità, indica la rotta per un settore che ha bisogno di una “transizione verde che parta da un progetto nazionale“. I numeri indicano il sentiero, perché “ci sono forti motivazioni per concentrare l’attenzione sulla decarbonizzazione del trasporto urbano e, in particolare, di merci, per la forte concentrazione di emissioni“. A livello nazionale, rispetto al complessivo trasporto stradale, “secondo i dati del Cluster Trasporti, quello urbano presenta una quota del 23,1% di veicoli/km e del 30,7% di emissioni di gas serra. Se si guarda al solo trasporto urbano, quello riguardante le merci ha una quota di veicoli/km del 17,3% e di emissioni del 32,5%“.

Inoltre, va considerato che “ci sono anche favorevoli condizioni di contesto“, per cui “lanciare un progetto nazionale di sperimentazione nei centri urbani e metropolitani di decarbonizzazione della distribuzione delle merci sarebbe certamente utile e propedeutica alla complessiva politica di transizione energetica“, spiega Confetra. “A patto che tutto non si risolva solo con l’allargamento delle Ztl o l’aumento delle tariffe di accesso – spiega il presidente, Carlo De Ruvoserve anche una trasformazione tecnologica e un quadro coerente e compatibile con i flussi di merci a monte e la distribuzione a valle. Bisogna stabilire dei principi fondamentali sui quali poi costruire una politica dedicata e ridurre la disomogeneità di regolamentazione (criteri tecnici, tariffazione, orari di accesso per il carico e lo scarico) della mobilità delle merci nei centri urbani“. Ma il messaggio principale che esce dall’assemblea 2023 è che occorre “fare molta chiarezza“, come dice il direttore generale, Giuseppe Mele. Perché “Molte aziende non sanno ancora esattamente come orientarsi sulla sostenibilità, mentre c’è l’esigenza di capire quali tecnologie utilizzare e quali costi dover sostenere. E le istituzioni dovrebbero cercare di rendere più chiaro il quadro, approfondire, su settori molto complessi come il trasporto e la logistica, gli elementi di base per poter procedere ad una effettiva decarbonizzazione delle loro attività”.

In questo contesto, uno dei punti su cui il governo ripone le maggiori aspettative è il piano Industria 5.0: “Nella legge di Bilancio ci sono le risorse“, sottolinea il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. “Intendiamo incrementarle con la riprogrammazione dei fondi del Pnrr, così da giungere a una dotazione, nel 2024 e 2025, di 6 miliardi l’anno, tra risorse nazionali e quelle del Pnrr provenienti dal RePowerEu“. Fondi che “riteniamo possano essere decisivi per supportare e incentivare le imprese nell’ammodernamento tecnologico e nella formazione del proprio personale, quello che abbiamo definito Transizione 5.0“.

Poi c’è la sfida della tecnologia, di cui parla il vicepremier, Matteo Salvini. “Io sto finanziando l’installazione delle colonnine per la ricarica delle auto, l’anno prossimo in Lombardia ci sarà il primo treno a idrogeno, ma se mi domandano ‘possiamo trasformare tutta la logistica in elettrico o idrogeno?’ rispondo che è una fesseria: l’elettrico può essere una delle componenti“, avverte il responsabile del Mit. Secondo valutazioni della Confetra su scenari possibili di immatricolazione di nuovi veicoli elettrici di trasporto merci (Motus E), nel periodo 2024-2030 potrebbero entrare in esercizio poco meno di mezzo milione di veicoli leggeri e poco meno di centomila veicoli pesanti, con un investimento complessivo, in termini di Tco (Total Cost of Ownership per tipologia di veicolo), stimato in oltre 45 miliardi di euro, la cui sostenibilità richiederebbe, ipotizzando un’incidenza media del 20-25% degli incentivi diretti e indiretti, sui costi di acquisto ed esercizio dei veicoli, per circa 9-11 miliardi di euro. “Cifre significative, anche se da verificare, sulle quali occorre riflettere attentamente sui relativi impatti sul bilancio pubblico e soprattutto su quelli aziendali“, mette in chiaro la Confederazione.

C’è poi un altro nodo da sciogliere, che riguarda i valichi alpini. “Un tema per noi importantissimo – avvisa De Ruvo -. Ogni limitazione al transito delle merci risulta davvero critico. Oggi, con la crisi climatica e l’aumento delle frane, stanno aumentando in modo esponenziale le chiusure, anche parziali o temporanee, e questo sta ulteriormente aggravando la situazione. Almeno per il contenzioso con l’Austria sul Brennero andrebbe risolto da un’iniziativa dell’Ue che deve poter garantire il libero accesso delle merci nel mercato unico europeo“.