Bus sempre più green

Il piano per stimolare lo sviluppo della mobilità sostenibile

Aumentare del 10% la quota di spostamenti effettuati con forme di mobilità sostenibile, come mezzi pubblici, sharing, micro-mobilità elettrica e mobilità attiva (in bicicletta o a piedi): è questo l’obiettivo principale con orizzonte 2030 fissato a maggio dal ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile. Un traguardo da raggiungere attraverso “un approccio organico e integrato, e aumentando la potenza d’urto degli interventi“, spiega il Mims nel report ‘Verso un nuovo modello di mobilità locale sostenibile’. Tra le azioni principali, stimolare l’uso del trasporto pubblico, ancora molto basso soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree suburbane e periurbane dove la qualità del servizio è insoddisfacente e c’è una maggiore propensione a ricorrere all’auto privata.

Il dossier fa luce sulle problematiche che oggi frenano lo sviluppo di un modello di mobilità più sostenibile. Partendo da una considerazione: negli ultimi due decenni non è aumentata la percentuale di italiani che si serve dei mezzi pubblici. Secondo i dati dell’Osservatorio Audimob, su 100 spostamenti medi giornalieri (feriali) il trasporto pubblico ha mantenuto la propria quota attorno al 10 per cento. L’auto regna ancora incontrastata, con il 62,5% degli spostamenti con la propria vettura nel 2019 a fronte del 20,8 a piedi, del 10,8 con mezzi pubblici e del 3,3 in bicicletta. Non solo: i dati mostrano anche la forte abitudine a usare mezzi privati non solo per tragitti di ampio raggio, ma anche per quelli in contesto urbano (tra 2 e 10 km), dove si arriva al 78%.

Quali sono i fattori che tarpano le ali a un maggior utilizzo del trasporto pubblico locale? Il documento nel Mims ne elenca diversi. Il primo riguarda l’offerta di trasporto pubblico, considerando che i posti-km complessivi nei comuni capoluogo di provincia nel 2019 erano il 4,5% in meno rispetto al 2010. Evidente anche il gap con il resto d’Europa per quanto riguarda le reti urbane su ferro (metro, tram e ferrovie urbane): secondo Legambiente, in Italia si arriva a 1.400 km contro i 1.900 della Francia, i 2.300 della Spagna e i 4.700 della Germania.

Altro fattore penalizzante è l’età del parco mezzi, che si traduce in una minore qualità del servizio e in un maggiore inquinamento dell’aria. Sui circa 44mila bus pubblici circolanti in Italia nel 2019, il 45% circa aveva oltre 15 anni. E, secondo i dati dell’Osservatorio sul trasporto pubblico locale, nel 2021 circa il 40% dei bus per i trasporto urbano e extraurbano era di una categoria inferiore a Euro 5, con appena l’1% elettrico. Nonostante i miglioramenti degli ultimi anni, poi, resta ancora modesta la digitalizzazione dei servizi del Tpl. Ad esempio, nel 2019 solo il 31% dei comuni capoluogo disponeva di servizi di informazione via sms e il 35,8% offriva la possibilità di acquistare i biglietti online. Altro dato interessante contenuto in un’indagine Istat del 2019: una famiglia su tre segnala, nella zona in cui abita, abbastanza o molta difficoltà di collegamento con i mezzi pubblici. Il combinato disposto di tutti questi elementi porta a un basso grado di soddisfazione verso i trasporti pubblici in Italia e, di conseguenza, a un utilizzo limitato. L’indagine Eurobarometro del 2019 mostra come il 54% degli italiani si dichiari per nulla o poco soddisfatto del Tpl, valore molto più elevato di quelli di Spagna e Francia (attorno al 20%) e soprattutto Germania (circa 15%).

Per cercare di superare queste (e altre) criticità, il Mims ha definito una strategia decennale basata su obiettivi di sostenibilità di tipo economico (miglioramento della mobilità locale ed efficientamento del servizio pubblico), sociale (miglioramento dell’accessibilità e della qualità del servizio) e ambientale (cambiamento modale e riduzione delle emissioni). Da un lato, il piano mira a aumentare la domanda di mobilità sostenibile attraverso incentivi (monetari e non) per favorire l’utilizzo del trasporto pubblico locale, disincentivi all’utilizzo dell’automobile e programmazione urbana e dei trasporti integrata. Dall’altro, si punta a migliorare l’offerta di mobilità pubblica, anche in termini infrastrutturali, di innovazione tecnologica e di impatto ambientale. Da questo punto di vista, è prevista la sostituzione dell’intero parco autobus del Tpl con classe ambientale inferiore a Euro 5 e transizione green verso l’elettrico e l’idrogeno, in vista della decarbonizzazione del settore al 2050. Tra le azioni già previste nel Pnrr c’è l’acquisto entro il 2026 di circa 3.400 bus a basse emissioni e la realizzazione di infrastrutture di ricarica dedicate. Mentre, a livello di infrastrutture, spicca la realizzazione di circa 570 km di piste ciclabili urbane e metropolitane e di circa 1.250 km di piste ciclabili turistiche.

Le risorse? L’allegato ‘Infrastrutture, mobilità e logistica’ al Def 2022 prevede circa 280 miliardi di euro (+8,1% rispetto a quanto stanziato l’anno scorso) per interventi selezionati e finanziati sulla base di piani strategici redatti tenendo conto della strategia economica del Governo, degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu e del Green Deal europeo. Tra gli obiettivi dichiarati c’è quello di rendere più sostenibile dal punto di vista ambientale il sistema della mobilità. Nel dettaglio, gli investimenti riguardano strade e autostrade (83,5 miliardi), ferrovie e nodi urbani (147,4 miliardi), porti (10,1 miliardi), aeroporti (3,2 miliardi), trasporto rapido di massa nelle città metropolitane (32,6 miliardi) e ciclovie (2,6 miliardi).

Meno biglietti di carta più ticket contactless, la svolta digitale Atm

Negli ultimi anni Atm, l’azienda di trasporti di Milano, ha intrapreso un piano di ‘digital transformation’, che prevede l’integrazione di sistemi informatici e l’adozione di tecnologie all’avanguardia. “L’obiettivo – spiega a GEA l’ufficio comunicazione di Atm – è quello di migliorare sempre di più la travel experience dei passeggeri, incentivando l’utilizzo dei mezzi pubblici e offrendo un servizio sempre più facile e veloce: la tecnologia infatti per Atm rappresenta la congiunzione tra domanda e offerta, che mette a disposizione gli strumenti necessari a compiere uno spostamento nel modo più semplice possibile“.

La svolta maggiore riguarda l’uso dei biglietti, sempre meno fisici (quindi con una minore produzione di carta) e più dematerializzati. Ad oggi Atm ha già raggiunto il 60% dei ricavi tramite supporti digitali. L’obiettivo è raggiungere l’80% entro il 2023. Nel dettaglio sono più di 7,5 milioni i biglietti venduti tramite contactless in metropolitana dall’inizio del 2022 a oggi.

Atm è stata la prima azienda di trasporto pubblico in Italia ad implementare, nel 2018, questo servizio in tutte le 113 stazioni della metropolitana – spiegano dall’azienda -. Il contactless permette di pagare il biglietto direttamente agli appositi tornelli arancioni appoggiando la propria carta bancaria. La tecnologia 5G calcola la tariffa di viaggio migliore: ad esempio, dopo il quarto viaggio viene automaticamente applicato il giornaliero da 7 euro“.

Ma il sistema contactless c’è anche sui mezzi di superficie (bus). In questo caso sono più di 45 mila i biglietti venduti con questo servizio in superficie dall’inizio del 2022 a oggi. La sperimentazione è partita a dicembre 2020 su tre linee (56, 70, 73) dove sono stati installati i dispositivi elettronici per il pagamento del titolo di viaggio con carte contactless. Questi ultimi verranno installati su tutti i mezzi di superficie ed entreranno progressivamente in funzione a partire dal 2023. Come in metropolitana, anche il contactless in superficie è dotato di tecnologia 5G oltre che di localizzazione GPS, ed è in grado di scegliere la tariffa più conveniente da applicare al passeggero, anche in caso di interscambio con la metro.

Per evitare poi lunghe code agli Atm Point, per fare la tessera di abbonamento o per il suo rinnovo, Atm ora punta su ‘Tessy’, colonnine per fare abbonamenti in autonomia. “Da inizio anno ad oggi sono più di 15 mila le tessere emesse da Tessy – spiega Atm -. Si tratta di 14 postazioni self-service posizionate nelle stazioni di interscambio e in alcuni capilinea (Loreto M1, Cadorna M1, Centrale M2-M3, Molino Dorino M1, Bisceglie M1, Sesto F.S. M1, Famagosta M2, Cologno Nord M2, Gessate M2 e San Donato M3) che permettono di stampare e ritirare in pochi secondi la tessera Atm direttamente nelle stazioni della metropolitana, acquistata precedentemente online. L’emissione della tessera diventa così immediata, senza più la necessità di andare agli Atm Point o attendere 15 giorni per la spedizione a casa dell’abbonamento“.

Non va poi dimenticata l’app di Atm, introdotta ormai quasi dieci anni fa. In questo caso sono più di 2 milioni i biglietti acquistati tramite App dall’inizio del 2022 a oggi. “Introdotta nel 2014, permette oggi di acquistare tutti i tipi di abbonamenti ordinari e biglietti ordinari, giornalieri e carnet – dice Atm -. Gli abbonati hanno la possibilità di salvare la propria tessera elettronica, ricevere le notifiche sulle scadenze e rinnovare l’abbonamento in pochi passaggi. Oltre a questo permette di localizzare su una mappa virtuale le fermate dei mezzi Atm, stazioni ferroviarie, parcheggi, Atm Point, parcometri, BikeMi e piste ciclabili, calcolare il proprio percorso e visualizzare lo stato delle linee metropolitane“.

Infine il digitale ‘si impossessa’ anche delle pensiline alle fermate, che diventano smart e sostenibili. Atm infatti sta sviluppando una serie di altri progetti altamente tecnologici per offrire ai passeggeri un servizio sempre più all’avanguardia e sostenibile. “La digital revolution è arrivata anche alle fermate con le nuove 20 pensiline LiveTouch che vedono installato un maxi-tablet da 43”, a disposizione di cittadini e turisti per un’informazione in tempo reale sul servizio di metro, bus, tram e filobus. “Grazie a un tool sviluppato e progettato da IGPDecaux – conclude Atm – è possibile, ad esempio, scorrere il canale Twitter @atm_informa ed essere aggiornati sulle modifiche al servizio del trasporto pubblico, consultare la mappa delle linee metropolitane e verificarne lo stato. Le nuove pensiline sono inoltre dotate di prese Usb per la ricarica degli smartphone, e si aggiungono alle 60 con tetti fotovoltaici già in funzione dal 2020, alimentate completamente ad energia solare ed autonome dal punto di vista energetico“.

Bicicletta

Italia ‘green’ nell’Ue dove cresce la voglia di bicicletta

Agli europei la bicicletta piace sempre di più. Che si tratti di quella tradizionale o di quella elettrica, non fa differenza. La domanda interna cresce, trainando l’industria del settore e le importazioni, soprattutto da Cambogia, Taiwan e Cina. I dati Eurostat mostrano un’Europa sempre più votata alla mobilità sostenibile, che conferma l’attenzione dei cittadini alle questioni climatico-ambientali. Nel 2021 l’Ue ha comprato dai Paesi terzi più modelli della due ruote ecologica di quanti ne abbia venduti. Ne sono state esportate 1.487.700 di quelle tradizionali, a fronte di 5.743.700 importate. Un flusso commerciale che si traduce in 433 milioni di euro di export , e poco più di un miliardo di euro di import (1,046 miliardi) . Un ‘deficit’ di oltre 500 milioni. Rispetto al 2020, un aumento delle importazioni pari al 17%, a fronte di esportazioni cresciute del 16%.

Analoghe le dinamiche per le biciclette con pedalata assistita, i modelli elettrici di nuova generazione. Lo scorso anno la domanda estera per i prodotti ‘made in Eu’ (315.800 unità) è risultata praticamente un terzo della domanda europea per i vari ‘made in’ extra-europei (1.148.600 modelli). Anche qui saldo commerciale penalizzante per l’Unione europea: 488 milioni di euro di ricavi a fronte di 849 milioni di euro di acquisti. In nome della sostenibilità, dunque, l’Ue è fin qui disposta a peggiorare la propria bilancia. Uno sforzo economico-commerciale ripagato dalle ricadute positive in termini di sostenibilità. “La bicicletta promuove la salute e il benessere personale”, sottolinea l’istituto di statistica europeo nel presentare i numeri. L’utilizzo della bici, che sia quella classica o quella moderna, “è economico e, nella misura in cui può sostituire l’uso dell’auto privata, aiuta a ridurre l’inquinamento atmosferico”.

Gli europei, dati alla mano, sembrano prenderne coscienza sempre di più. Questa voglia di nuovi stili di vita permette all’Italia di svolgere un ruolo da protagonista nel comparto. Nel 2021 la produzione dell’Unione europea ha registrato un incremento del’11% rispetto ai modelli usciti da fabbriche e stabilimenti nel 2020. Sono state immesse sul mercato 13,5 milioni di nuovi veicoli ecologici. Un mini ‘boom’ trainato anche dalle imprese tricolore. L’Italia risulta il terzo produttore europeo delle due ruote ecologiche , con 1,9 milioni di esemplari tutti nuovi. Meglio solo Portogallo (2,9 milioni) e Romania (2,5 milioni) . Dallo Stivale un contributo significativo alla trasformazione green dell’Ue.

Treno idrogeno

La prima linea ferroviaria a idrogeno arriva in Germania. Ma non è così green

Via libera in Germania alla prima linea ferroviaria al mondo interamente a idrogeno, un importante passo avanti per la decarbonizzazione delle ferrovie, nonostante le sfide di approvvigionamento poste da questa tecnologia innovativa. Una flotta di quattordici treni, forniti dalla francese Alstom alla regione della Bassa Sassonia (nord), sostituirà le attuali locomotive diesel sui cento chilometri della linea che collega le città di Cuxhaven, Bremerhaven, Bremervörde e Buxtehud, non lontano da Amburgo. “Qualunque sia l’ora del giorno, i passeggeri viaggeranno su questa rotta grazie all’idrogeno“, spiega Stefan Schrank, project manager di Alstom.

I treni a idrogeno sono un mezzo importante per ridurre le emissioni di CO2 e sostituire il diesel, che fornisce ancora il 20% dei viaggi in Germania. Mescolano l’idrogeno a bordo con l’ossigeno presente nell’ambiente, grazie a una cella a combustibile installata nel tetto che produce l’elettricità necessaria per trainare il treno.

Progettati in Francia, a Tarbes e assemblati a Salzgitter in Germania, i treni Alstom – battezzati Coradia iLint – sono pionieri nel campo. Nel 2018 sono iniziate le prove commerciali sulla linea con la circolazione regolare di due treni a idrogeno. L’intera flotta sta ora adottando questa tecnologia.

Il gruppo francese ha firmato quattro contratti per diverse decine di treni, in Germania, Francia e Italia, e la domanda è in crescita. Nella sola Germania “tra 2.500 e 3.000 treni diesel potrebbero essere sostituiti dall’idrogeno“, stima Schrank. “Entro il 2035, circa il 15-20% del mercato regionale europeo potrebbe funzionare a idrogeno“, conferma Alexandre Charpentier, esperto ferroviario di Roland Berger. I treni a idrogeno sono particolarmente rilevanti per le piccole linee regionali, dove il costo del passaggio all’elettrico è troppo elevato rispetto alla redditività del collegamento. Attualmente, circa un treno regionale su due in Europa viaggia a diesel.

Anche i concorrenti di Alstom sono entrati in gara. La tedesca Siemens ha presentato lo scorso maggio un prototipo di treno con Deutsche Bahn, in vista della messa in servizio a partire dal 2024. Ma, nonostante queste prospettive allettanti, “ci sono delle barriere concrete” allo sviluppo, afferma l’esperto.

Perché i treni non sono gli unici ad avere sete di idrogeno. L’intero settore dei trasporti, stradale o aereo, ma anche l’industria pesante, in particolare siderurgica e chimica, si affidano a questa tecnologia per ridurre le proprie emissioni di CO2.

Anche se la Germania ha annunciato nel 2020 un piano ambizioso da 7 miliardi di euro per diventare leader nelle tecnologie dell’idrogeno in un decennio, nel Paese mancano ancora le infrastrutture – come in tutta Europa – sia per la produzione sia per i trasporti, ed entrambi richiedono investimenti colossali. “Per questo motivo, non vediamo una sostituzione del 100% dei treni diesel con l’idrogeno“, spiega Charpentier. Inoltre, l’idrogeno non è necessariamente carbon free: solo quello ‘verde’, prodotto utilizzando energia rinnovabile, è considerato sostenibile dagli esperti. Esistono altri metodi di produzione, molto più comuni, ma emettono gas serra perché sono ricavati da combustibili fossili. Prova che la risorsa è carente: la linea della Bassa Sassonia dovrebbe, inizialmente, utilizzare l’idrogeno sottoprodotto di alcune industrie, come quella chimica. Secondo l’istituto di ricerca francese IFP, specializzato in questioni energetiche, l’idrogeno è attualmente “derivato per il 95% dalla trasformazione dei combustibili fossili, di cui quasi la metà dal gas naturale“.

Tuttavia, l’Europa sta già vivendo tensioni a causa della riduzione della fornitura di gas naturale russo, sullo sfondo della guerra in Ucraina. “Le decisioni politiche dovranno stabilire in quale settore andrà o meno la produzione di idrogeno“, afferma Charpentier. Anche la Germania dovrà aumentare le importazioni per soddisfare le sue esigenze. Recentemente sono state firmate partnership con India e Marocco e un accordo per importare idrogeno dal Canada è in programma in questi giorni.

zimbabwe

Tricicli a energia solare di Mobility for Africa per la svolta rurale dello Zimbabwe

Per anni, il modesto allevamento di pollame di Danai Bvochora in Zimbabwe è stato un fallimento. Quasi tutto il denaro guadagnato dalla vendita delle uova serviva a pagare il taxi collettivo per il mercato. Fino a quando un triciclo elettrico color ruggine, simile a un ciclomotore alloggiato in un rimorchio aperto, alimentato a energia solare, ha cambiato tutto questo. “Abbiamo un grande peso sulla testa. Il triciclo alleggerisce il peso“, sorride il 47enne agricoltore di Domboshava, vicino alla capitale Harare, prima di un percorso accidentato di otto chilometri sul mezzo.

Lo usiamo persino per andare a messa“, spiega entusiasta Danai, ricordando che un viaggio per andare a prendere il grano per i suoi polli costava l’equivalente di 12 dollari. Ora caricare il suo triciclo ogni quindici giorni costa l’equivalente di 2,5 dollari. “Adesso le mie galline mi fanno guadagnare“, dice la madre, che fa parte di un gruppo di donne di questa zona, nota per le sue colline panoramiche e le sue rocce giganti, che l’anno scorso ha ricevuto un triciclo finanziato dall’Unione Europea per aiutare i piccoli agricoltori.

Assemblati ad Harare dall’impresa sociale Mobility for Africa, i tre ruote esistono in Zimbabwe da tre anni, dice la fondatrice Shantha Bloemen. “All’inizio eravamo molto soli“, racconta, “e il team ha dovuto convincere gli investitori che il progetto era fattibile. All’epoca nessuno parlava di mobilità elettrica in Africa e ancor meno di aiutare le donne nelle campagne“, spiega.
Oggi punta a triplicare rapidamente la flotta di 88 veicoli e le tre stazioni a energia solare. Qui i conducenti possono sostituire la batteria al litio con una completamente carica e far riparare gratuitamente i tricicli in caso di rottura.

Alcuni dei veicoli, soprannominati Hamba o “andare avanti” nella lingua locale Ndebele, sono stati acquistati dall’Ue e poi dati alla popolazione, mentre altri vengono noleggiati per cinque dollari al giorno. Phyllis Chifamba, 37 anni, usa il suo ‘vas-y’ noleggiato come taxi. Accompagna i malati alla clinica, le donne incinte agli appuntamenti di controllo e i contadini a fare la spesa. “In questo modo posso sfamare la mia famiglia e pagare la scuola ai miei quattro figli”.

Mobility for Africa sogna di trasferirsi in altre zone del Paese. “Se riuscissimo a risolvere il problema dei trasporti, le economie rurali funzionerebbero. I piccoli agricoltori potrebbero andare sul mercato con più prodotti“, dice Shantha Boemen. L’economia dello Zimbabwe, gravemente depressa negli ultimi due decenni, soprattutto nelle aree rurali, è trainata principalmente dal settore informale, come queste contadine di Domboshava.

(Photo credits: Jekesai NJIKIZANA / AFP)

auto

Tutto quello che devi sapere sulla ricarica delle auto elettriche

Lo stop alle auto a benzina e diesel dal 2035 deciso dall’Unione Europea segna un passo fondamentale verso la decarbonizzazione dei trasporti, ma apre uno scenario critico per i consumatori. Inevitabilmente costretti a passare a mezzi alimentati da fonti alternative, in molti nei prossimi anni opteranno per veicoli ibridi, senza necessità di ricarica. Ma la strada verso il 100% elettrico, in attesa che anche l’auto solare diventi una realtà di massa, è ormai segnata. Con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Primo fra tutti ‘l’ansia da autonomia’. Quando si sale su un’auto BEV, alimentata da motore elettrico a batteria senza uso di combustibili fossili, la prima domanda che si fa è: quanto durerà la ricarica? E poi: quanto ci metterò a ricaricarla?

AUTONOMIA AUTO ELETTRICHE

Impossibile dare un valore assoluto, perché ovviamente (come succede con le auto a benzina e diesel) l’autonomia dipende dalla capacità della batteria e dal modello del veicolo. Inoltre, sui consumi influiscono lo stile di guida, la velocità, la tipologia di percorso e le condizioni climatiche. Le case automobilistiche in ogni caso comunicano il dato di autonomia medio. In media, a oggi, con un’auto BEV si possono percorrere tra i 200 e i 500 km. Ma si arriva fino ai 900 km con un ‘pieno’ per alcuni modelli di Tesla, pioniera della mobilità elettrica. La percorrenza media di un veicolo elettrico è di 6-8 km/kWh, la capacità media è di 30-80 kWh. Questi sono i due dati da valutare nell’acquisto del veicolo: più sono alti i due valori, più a lungo durerà la batteria.

VELOCITÀ DI RICARICA

Anche in questo caso, la velocità di ricarica di un’auto elettrica dipende da diversi fattori. Dalla potenza con cui si carica (potenza in kW della presa disponibile nelle stazioni di ricarica), dalla potenza massima accettata dal caricabatteria interno al veicolo, dal tipo di cavo utilizzato oltre ovviamente che dalla capacità del sistema di accumulo di bordo e dallo stato di carica. Secondo i dati di Enel X, un’auto media con una batteria da 25 kWh richiede 8 ore per ricaricare completamente a casa (con una potenza media di 3 kW), 2 ore per ricaricare completamente in stazioni di ricarica più veloci (con potenza compresa tra 7,4 e 22 kW), 30 minuti per ricaricare completamente presso le stazioni di ricarica più veloci (con potenza compresa tra 43 kW e 50 kW).

LA POTENZA DEI PUNTI DI RICARICA

A oggi, rileva Motus-E, il 92% dei punti di ricarica è in corrente alternata (AC), mentre l’8% in corrente continua (DC). Di queste il 14% è a ricarica lenta (con potenza installata pari o inferiore a 7 kW), il 78% a ricarica accelerata in AC (tra più di 7 kW e 43 kW), un 4% fast DC (fino a 50 kW) e il restante 4% ad alta potenza (di cui quasi il 2% oltre i 150 kW). Si assiste ad installazioni a potenze sempre più elevate, infatti nell’ultimo trimestre sono soprattutto i punti di ricarica in DC ad aumentare con un +46% per i punti di ricarica tra 50 e 150 kW e un +38% per i punti di ricarica con potenza superiore ai 150 kW. Per quanto riguarda la distribuzione geografica, è confermato anche questo trimestre che il 57% circa dei punti di ricarica sono distribuiti nel Nord Italia, il 23% circa nel Centro mentre solo il 20% nel Sud e nelle Isole. Del totale dei punti di ricarica. Inoltre, il 32% è disponibile nei capoluoghi di provincia ed il restante negli altri comuni del territorio. Ancora fortemente limitata la presenza di infrastrutture di ricarica in ambito autostradale, tuttavia si registrano dei segnali positivi. Infatti, anche per quanto riguarda i punti di ricarica in autostrada si evidenzia l’incremento trimestrale più alto mai registrato nelle nostre rilevazioni (+85 punti di ricarica ad uso pubblico) che portano ad un totale di 235 punti di ricarica disponibili sui corridoi autostradali. Di questi 151 con ricarica veloce o ultraveloce. Considerando la rete italiana autostradale complessiva di circa 7.318 km, risultano 2,1 punti di ricarica veloce ed ultraveloce ogni 100 km.

QUANTO COSTA UN PIENO?

Proprio come per le auto a diesel o benzina, dipende dalla capacità della batteria, ma anche dalla velocità di ricarica. I prezzi medi per una ricarica domestica variano fra 0,15-0,30 euro per kWh. Se invece si fa rifornimento presso colonnine, i prezzi si aggirano dagli 0,40 euro al kWh per le ricariche più lente agli 0,80 euro al kWh per quelle più veloci.

RICARICA MOBILE

Oltre alle Infrastrutture di ricarica fisse, in Italia si sta sviluppando una rete di ricarica mobile, che si differenzia rispetto alla rete di ricarica tradizionale in quanto non è posizionata in un luogo specifico ma raggiunge l’utente. Attualmente il servizio è presente a Roma, Milano, Bologna e Torino con un totale di 36 dispositivi mobili con una potenza di ricarica fino a 70kW. Lo sviluppo potrebbe rappresentare una soluzione complementare per l’accelerazione verso un sistema di ricarica nazionale in grado di rispondere adeguatamente all’incremento previsto dei fabbisogni delle auto elettriche.

Ricarica colonnina

Con la startup Reefilla arriva la ricarica delivery

Secondo un sondaggio realizzato da Deloitte a inizio anno, quasi sette italiani su dieci, oggi, accarezzano l’idea di acquistare un’auto elettrica, spinti da una crescente coscienza ecologica e dalla curiosità verso le nuove tecnologie green. Molti, tuttavia, finiscono ancora per desistere non solo a causa del costo dei mezzi, ma anche della difficoltà nel reperire colonnine di ricarica nel momento del bisogno. Un problema, questo, a cui si propone di dare soluzione la startup torinese Reefilla, con il suo inedito servizio di ricarica mobile predittiva in arrivo nei prossimi mesi. “Il nostro scopo primario è dare tranquillità all’utente, offrendogli una soluzione tempestiva e a domicilio”, sostiene Marco Bevilacqua, fondatore della realtà insieme a Pietro Balda e Gabriele Bergoglio. Il progetto rappresenta un’alternativa al tempo stesso flessibile e complementare alle colonnine di ricarica tradizionali e rientra nel settore della cosiddetta charge delivery, un ambito in cui nell’ultimo anno si sono affacciate già alcune prime realtà, come ad esempio E-Gap, presente nelle principali città italiane ed europee.

Trovare una stazione a cui collegare il mezzo, spostarlo una volta terminata la sessione e programmare gli spostamenti in modo da non esaurire la batteria sono tutti fattori di stress per l’automobilista”, spiega Bevilacqua. La soluzione trovata da Reefilla è l’accumulatore Fillee, in grado di garantire un’autonomia media di 120 chilometri in appena 30 minuti di ricarica. Per usufruirne direttamente sotto casa è sufficiente registrarsi alla piattaforma digitale dell’azienda, che è connessa con l’auto e ne rileva la posizione, prevedendone il fabbisogno energetico. Una volta loggato, l’utente non solo è in grado di richiedere una ricarica ‘on demand’, ma viene anche avvisato in anticipo sull’eventuale opportunità di ricevere una ricarica senza dover fare null’altro. “Abbiamo sviluppato un’organizzazione logistica su misura, che ci consente di raggiungere qualsiasi punto della città, anche nelle situazioni di parcheggio più complesse”, aggiunge Bevilacqua.

Reefilla, inoltre, si propone come una valida soluzione per chi ha difficoltà di tipo pratico in fase di ricarica. Le tradizionali colonnine prevedono, infatti, l’utilizzo di cavi voluminosi e una familiarità al digitale che non tutti possiedono. La startup, al contrario, adotta una filosofia molto simile a quella del mercato delivery, in cui all’utente viene riservata solo la fruizione del prodotto finale (in questo caso del mezzo) già pronto all’uso. “Si tratta di un’ottima possibilità anche per chi ha problemi di mobilità ridotta – prosegue Bevilacqua – in questo senso Reefilla ha anche una valenza sociale”.

Dal punto di vista tecnico, la ricarica mobile Reefilla sfrutta connettività e tecnologie già presenti a bordo di qualsiasi veicolo elettrico e non necessita di dispositivi aggiuntivi. Un fattore che non è sfuggito alle numerose società che si occupano del noleggio a breve e medio termine, che vedono già nei servizi proposti dalla startup un ulteriore optional da offrire ai propri clienti. “Il mondo business ha mostrato interesse per il progetto. Gran parte dei veicoli elettrici sul territorio italiano è a noleggio e la possibilità di effettuare la ricarica mobile può diventare un ulteriore fattore attrattivo per gli utenti, che insieme al canone per utilizzare l’auto pagheranno anche per delle cariche periodiche”.

L’azienda è pronta a lanciare il proprio servizio pilot a Milano il prossimo autunno. “Stiamo ottimizzando l’app in modo da renderla più user friendly possibile”, spiega Bevilacqua. “È proprio la dimensione urbana il nostro ambito di riferimento per il servizio di ricarica mobile. Anche per una questione logistica, funzioniamo meglio nelle città, proprio come avviene per i monopattini elettrici”. Città sì, ma non solo italiane. Dopo Milano, Reefilla è pronta a proporre il sevizio di ricarica mobile anche a Roma e Torino – dove vengono realizzati tutti i componenti utilizzati dall’azienda -, per poi guardare a metropoli europee come Berlino e Parigi.

(Photo credits: Instagram @reefilla)

Francesco Bettoni

Ricarica a induzione dinamica pronta a diventare realtà in Brebemi

Trasformare le problematiche in opportunità: una filosofia da sempre vincente nel mondo della transizione ecologica, che spesso dà anche lo slancio per produrre soluzioni rivoluzionarie. Ne è un ottimo esempio la tecnologia Dwpt (Dynamic Wireless Power Transfer) testata con successo sulla A35 Brebemi. Se i veicoli elettrici potranno presto usufruire di una ricarica ad induzione dinamica finché viaggiano in autostrada, mediante l’azione di apposite spire posizionate sotto l’asfalto, il merito è anche delle prescrizioni imposte dalle autorità alla concessionaria. “Quando abbiamo vinto la gara europea per ottenere la concessione – spiega Francesco Bettoni, presidente di A35 il Cipe ha avanzato una serie di prescrizioni da rispettare per ridurre le emissioni di CO2”. Attraversando trasversalmente il cuore del corridoio padano, infatti, l’autostrada Brebemi si trova in una delle aree più a rischio inquinamento del Paese. “Per risolvere il problema abbiamo pensato subito al pantografo, storicamente utilizzato dai mezzi di trazione ferroviaria o tranviaria – prosegue Bettoni – salvo poi individuare insieme al Politecnico di Milano e la Concedente altre due soluzioni: doppio binario e Dwpt, appunto”. Solo dopo mesi di studio quest’ultima possibilità è emersa come la più performante. “A quel punto si trattava di fare una sperimentazione e in quelle che inizialmente dovevano essere due aree di servizio lungo l’autostrada abbiamo realizzato l’Arena del Futuro”, ricorda Bettoni.

Si tratta di un rivoluzionario circuito di 1050 metri, alimentato con una potenza elettrica di 1Mw. Brebemi si è quindi circondata di una serie di player leader nei rispettivi settori: Electreon, ABB, Fiamm Energy Technology, Iveco, Mapei, Pizzarotti, Prysmian, Stellantis, Tim, Università Roma Tre, Università di Parma, Vigili del Fuoco e Polizia Stradale. “I test ci hanno permesso di passare dalla corrente alternata a quella continua”, spiega il presidente Bettoni. “Dal 3 dicembre ci siamo dedicati alla fase di sperimentazione e lo step successivo è stata la presentazione al mondo, lo scorso 10 giugno. Abbiamo verificato che il sistema funziona perfettamente sia per i veicoli leggeri che per quelli pesanti, tramite l’impiego di una 500 elettrica e di un bus Iveco. Ora si punta a comparare gli effetti della ricarica sui vari tipi di motore e i relativi costi, ma già a ottobre contiamo di avere i primi risultati della sperimentazione”.

A dispetto di uno sviluppo arrivato attraverso lunghe ricerche ad hoc, la tecnologia Dwpt ha nella semplicità un altro punto a suo favore. Per ricaricarsi con questa tecnologia, infatti, i veicoli necessiteranno di un apposito ricevitore perfezionato durante le sperimentazioni all’interno dell’Arena del Futuro. “Fortunatamente non sarà un problema – precisa Bettoni – perché sia i veicoli full electric che quelli plug-in sono già costruiti in modo da rendere facile l’aggancio dei receiver. Da gennaio, inoltre, Stellantis uscirà con veicoli già attrezzati”.

E se il progetto di Brebemi ha avuto origine dalla necessità di limitare le emissioni di CO2, ora la concessionaria è decisa a perseguire questo obiettivo anche tramite l’utilizzo di energia al 100% rinnovabile. “Sfrutteremo il primis il fotovoltaico, attraverso una serie di parchi realizzati lungo l’autostrada, ma non solo”, spiega Bettoni. “Il tema delle rinnovabili è di fondamentale importanza per noi, insieme alla tecnologia Dwpt”. L’idea di Brebemi, a questo punto, è quella di proporre la ricarica dinamica come servizio supplementare agli utenti. “Le modalità di fruizione e pagamento sono in fase di valutazione – precisa il presidente di A35 – ma tramite l’impiego di un contatore e di trasferimenti elettronici l’utilizzo risulterà semplicissimo”. La possibilità di ricaricare il proprio veicolo in modalità dinamica, infine, non è l’unica rivoluzione a cui è pronta a dare il via la sperimentazione all’Arena del Futuro. La partnership con Tim e l’applicazione dell’internet of things al contesto autostradale sarà presto in grado di generare un’interconnessione tra mezzi e rete. “L’obiettivo, in questo senso, è migliorare la sicurezza futura, applicando il 5G”, spiega Bettoni. Un ulteriore passo verso una guida più connessa e intelligente, insomma, che presto potrà anche trasformarsi in autonoma.

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Stellantis a lavoro per infrastruttura ricarica ‘fast’: focus sul Sud Europa

La strada ormai è tracciata: stop alle auto a combustione nel 2035. Una scadenza che appare lontana, ma che in verità è vicinissima. E che si scontra ancora con le difficoltà di diffusione dei veicoli elettrici. Un tema complicato, ma strettamente connesso con la situazione dell’infrastruttura di ricarica, al momento in Italia ancora piuttosto indietro. Ma se il percorso è questo, sono le stesse case automobilistiche che devono iniziare a pensare e progettare un sistema maggiormente diffuso per invogliare i clienti ad un cambio radicale del paradigma della mobilità. Capofila in questo tipo di ideazione è Stellantis che, soprattutto sull’Italia, fra i Paesi più indietro a livello di infrastruttura di ricarica, ha già progetti e lavori in atto.

PROGETTO ATLANTE

Stellantis, in collaborazione con i partner NHOA e Free2Move eSolutions, intende creare la più grande rete europea di ricarica ‘fast’ per veicoli elettrici, completamente integrata con la rete, alimentata con energia da fonti rinnovabili e sistemi di accumulo. Il progetto, annunciato durante l’EV Day del luglio 2021, e con applicazioni in Italia, Francia, Spagna e Portogallo, aveva un timing molto preciso e quei target rimangono validi. Più di 35mila punti ricarica tutti fast entro il 2030, con una soglia intermedia di 5mila punti entro il 2025. Un obiettivo ambizioso, con una accelerazione impressionante negli ultimi cinque anni. Il motivo lo spiega a GEA Gabriele Catacchio, Head of Global e- Mobility Communication di Stellantis: “La presenza di stazioni di ricarica prevede un investimento non da poco. Dove ci sono auto che possono generare revenue ricaricandosi alle colonnine tutto diventa più semplice, e questo succederà in prospettiva proprio dal 2025 in avanti. Inoltre, è anche un modo di seguire l’andamento delle istituzioni. Sappiamo che con il nuovo piano Fit for 55 sono stati dichiarati investimenti per installare colonnine fast ogni 60 km in autostrada. Laddove le istituzioni aiutano le aziende che investono in infrastrutture di ricarica, questo permette di accelerare il piano. E prevediamo che avverrà proprio in quegli anni”. Intanto, però, il progetto va avanti con 700 punti di ricarica già individuati che saranno operativi fra fine anno e inizio prossimo, per la maggior parte in Italia.

PUNTI DI RICARICA NELLE STAZIONI

Specificamente per l’Italia, Stellantis, insieme a TheF Charging, ha stretto un accordo con il Gruppo FS Italiane tramite Metropark, la società controllata che gestisce i parcheggi nelle principali stazioni ferroviarie italiane. L’accordo è finalizzato a favorire la diffusione di una mobilità più sostenibile, beneficiando anche dell’intermodalità fra rotaia e gomma. L’intesa prevede l’installazione di 600 punti di ricarica per veicoli elettrici in 50 parcheggi Metropark presso le stazioni diffuse sul territorio italiano. Il network di ricarica sarà disponibile per tutti i veicoli elettrici con vantaggi esclusivi per i possessori di veicoli Stellantis e sarà alimentato da energia 100% rinnovabile. Anche qui, la timeline è rispettata. “Entro fine anno ci saranno sicuramente le prime colonnine attive. Cercheremo ovviamente di coprire una buona percentuale di quelle 50 stazioni già nel 2022, partendo da quelle di maggiore interesse”, spiega Catacchio. La scelta delle stazioni non è casuale, vista la loro posizione strategica. “L’idea è che si arrivi in stazione con l’auto elettrica e la si metta in carica, poi si prenda il treno. In alcune stazioni di arrivo è poi possibile noleggiare un’auto elettrica tramite i nostri Leasys Mobility Store. E poi, al rientro dal viaggio, riprendo il mio mezzo completamente carico. Così diventa un viaggio 100% elettrico”. Il progetto riguarda solo l’Italia, ma da Stellantis non escludono accordi simili anche all’estero. Magari non solo nelle stazioni, ma in altri luoghi strategici: ospedali, aeroporti, grandi magazzini.

IL FUTURO E LE PROSPETTIVE

Il focus di Stellantis, al momento, è il Sud Europa, con l’Italia in cima ai pensieri. Non solo perché è un mercato importante per il Gruppo, ma perché a livello di infrastruttura di ricarica è un po’ indietro. “In Olanda – snocciola i dati Catacchio – ci sono circa 120mila punti di ricarica per 400mila auto elettriche, in Italia per 300mila auto ci sono 30mila punti di ricarica. Non c’è storia. Installare colonnine nel Sud Europa è importante perché è dove al momento manca l’infrastruttura”. Soprattutto in ottica di ricarica fast, che in Italia è solo al 10%, “ma i clienti la preferiscono, soprattutto nel pubblico”. Le prospettive di Stellantis, quindi, sono chiare. Entro il 2030 solo veicoli BEV in Europa. Quindi, “a livello infrastruttura ci aspettiamo che ci sia un trend analogo e lavoriamo con i nostri partner per permettere che in questa transizione vengano offerte soluzioni di ricarica completamente customizzabili per i clienti”. E così, chi vorrà potrà ricaricare l’auto a casa, chi vorrà potrà farlo all’infrastruttura su suolo pubblico, o ancora entrambe le cose. “Cerchiamo di toglierti tutti i problemi”, chiude Catacchio.

Punti di rifornimento: il Pnrr mette sul piatto 741 milioni di euro

Missione 2, Componente 2, Investimento 4.3: è qui che, all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, si trovano le risorse destinate costruire una rete di punti di ricarica adeguata sia a livello numerico che di distribuzione geografica al prevedibile boom dei mezzi elettrici nei prossimi anni. Gli investimenti previsti ammontano a 741,3 milioni di euro e puntano a rendere operative, entro il 2026, almeno 7.500 stazioni di ricarica super-veloci sulle strade strade extraurbane (autostrade escluse) e almeno 13.755 stazioni di ricarica veloci nei centri urbani. A tutto questo dovrebbero aggiungersi anche 100 punti di ricarica sperimentali volti allo stoccaggio dell’energia. I target sono ambiziosi ma non rinviabili, visto che gli obiettivi europei definiscono un parco circolante di circa 6 milioni di veicoli elettrici in Italia nel 2030, con la necessità di avere sul territorio almeno 31.500 punti di ricarica rapida.

Più nel dettaglio, il Pnrr fissa alcuni traguardi intermedi. Entro giugno 2023 dovranno essere definiti i contratti per almeno 2.500 infrastrutture di ricarica da almeno 175 kW (ma espandibili fino ad erogare potenze di almeno 350 kW) sulle strade extraurbane e 4.000 da almeno 100 kW nelle zone urbane. Queste strutture dovranno entrare in servizio entro giugno 2024. Entro dicembre dello stesso anno andranno definiti i contratti per le rimanenti 5.000 stazioni extraurbane e 9.755 urbane, da ultimare poi entro dicembre 2025. La spesa prevista è così suddivisa: 400 milioni per il 2023, 150 per il 2024, 141,3 per il 2025 e infine 50 per il 2026. Mentre riguardo alla tipologia di impianti da installare, circa 360 milioni andranno a quelli sulle strade extraurbane e circa 353 milioni a quelli situati in città.

Secondo quanto fissato dal ministero della Transizione Ecologica, i fondi saranno erogati attraverso tre gare, con un bando per ogni anno nel periodo 2022-24: il primo è previsto a dicembre di quest’anno e resterà aperto per 90 giorni. Gli incentivi prevedono contributi a fondo perduto fino al 40% dei costi di realizzazione, con un tetto massimo di investimento ammissibile di 81mila euro per gli impianti sulle strade extraurbane e di 50mila euro per quelli cittadini. In ogni caso, le stazioni di ricarica dovranno entrare in esercizio entro 12 mesi dall’ammissione all’incentivo.

Il primo passo ufficiale è stato compiuto a cavallo tra maggio e giugno con la consultazione pubblica riservata a soggetti interessati e stakeholders che hanno potuto inviare al Mite osservazioni in vista della stesura finale del decreto attuativo chiamato a regolare i bandi di gara. Tra i punti che hanno suscitato maggiori perplessità c’è l’intenzione del Mite di istituire una “corsia preferenziale” per la nascita di impianti all’interno di stazioni di carburanti già esistenti. Tra gli obiettivi esplicitati c’è infatti quello di “massimizzare il ricorso a stazioni di rifornimento di carburanti tradizionali, al fine di evitare ulteriore sottrazione di suolo e ottimizzare l’utilizzo delle connessioni alla rete elettrica già presenti”. “Limitare la premialità ai soli distributori di carburante, escludendo supermercati, stazioni o altri nodi già operativi, non rappresenta affatto un vantaggio né per gli utenti e né per il sistema elettrico”, ha spiegato Francesco Naso, segretario generale di Motus-E, associazione che rappresenta gli stakeholder della mobilità elettrica. “Si rischia di non raggiungere gli obiettivi sul numero di infrastrutture da installare, di non spendere tutte le risorse stanziate e, soprattutto, di dare vita ad un servizio poco efficiente per gli utenti finali”, ha avvertito.