Attivate oltre 100 ‘war room’ del Pnrr. Meloni: “Italia prima per obiettivi raggiunti”

Oltre cento cabine di coordinamento presso tutte le Prefetture d’Italia. La premier, Giorgia Meloni, presiede la riunione di insediamento della ‘war room‘ per il Piano nazionale di ripresa e resilienza, dando di fatto a quella che lei stessa definisce “la fase 2 del Pnrr“. A Palazzo Valentini arriva a metà mattinata, occhiali da sole d’ordinanza seduta al lato passeggero della macchina di scorta. Ad attenderla il Prefetto di Roma, Lamberto Giannini, il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, i ministri degli Affari europei, Raffaele Fitto, e dell’Interno, Matteo Piantedosi, poi il presidente di Anci Lazio, Riccardo Varone, e tutte le Prefetture in videocollegamento.

L’incontro dura circa un’ora e Meloni va dritta al punto nel suo intervento: “Quelli appena trascorsi sono stati mesi di straordinario lavoro di tutti i ministeri, le strutture e gli uffici, che ha permesso all’Italia di essere al primo posto in Europa per obiettivi raggiunti e avanzamento finanziario del Pnrr. Primato certificato dalla Valutazione a medio termine della Commissione europea“. Ragion per cui da questo momento, il “più importante, della concreta attuazione delle riforme e della messa a terra di tutti gli investimenti strategici“, diventa “fondamentale rendere più efficace il monitoraggio su base territoriale degli interventi del Piano, favorire le sinergie tra le diverse amministrazioni e i soggetti attuatori operanti nello stesso territorio e migliorare l’attività di supporto agli enti territoriali, anche promuovendo le migliori prassi“.

Poi, la presidente del Consiglio ricorda gli step raggiunti: “È entrato in vigore il nuovo Pnrr, comprensivo della settima missione RePowerEu, abbiamo ricevuto il pagamento sia della terza rata da 18,5 miliardi che della quarta rata da 16,5 miliardi di euro (l’Italia ha ad oggi ricevuto 102,5 miliardi di euro, rispetto ai 194,4 stanziati dall’Unione europea) e siamo in dirittura d’arrivo per il raggiungimento dei 52 obiettivi della quinta rata, pari a 10,6 miliardi di euro“. Il coordinamento servirà, dunque, a mantenere il trend. Anzi, “il confronto continuo con i territori, tra tutti i soggetti coinvolti, ci consentirà anche di accelerare i pagamenti e di standardizzare e diffondere le buone pratiche amministrative su tutto il territorio nazionale“, spiega Meloni.

Sullo sfondo resta, però, la polemica su alcuni tagli alla spesa corrente per i Comuni, prevista dalla spending review elaborata nell’ultima legge di Bilancio. Circostanza su cui torna anche Gualtieri, nel suo intervento alla cabina di coordinamento, parlando dei problemi che si potrebbero verificare sulla gestione dei servizi potenziati grazie al Pnrr: “L’attivazione, in alcuni casi, è una condizione della norma stessa, quella cioè di disporre la spesa corrente necessaria per l’attivazione dei servizi in periferie e nei luoghi di rigenerazione urbana” e “su questo devo sottolineare come il taglio della spesa corrente per i Comuni costituisca una criticità, a maggior ragione per chi è impegnato con il Pnrr“.

Fitto, però, risponde a distanza smentendo questa possibilità: “Surreale la polemica relativa allo schema di decreto sulla spending review. Ci sono state decine di dichiarazioni su presunti tagli, a partire dagli investimenti per gli asili. Sarebbe bastato leggere il comma 534 della manovra che esclude chiaramente la spesa relativa alla Missione 12 – Diritti sociali, politiche sociali e famiglia degli schemi di bilancio degli enti locali“. La replica del Pd arriva a stretto giro di posta: “Fitto dovrebbe scusarsi con gli italiani per le modalità con cui sta gestendo il Pnrr e falcidiando i comuni“. Anche il vicepremier, Matteo Salvini, poche ore prima aveva provato a rassicurare gli enti locali: “I sindaci è giusto che siano sempre preoccupati, ma non ci saranno tagli“.

Ue, Bonetti: “Investimenti comuni con fiscalità agevolata. Sul Mes errore grave”

Si candida all’Europarlamento con un progetto che metta al centro politica estera, difesa comune e un approccio al Green Deal non ideologico. Elena Bonetti, vicepresidente di Azione, co-fondatrice di Per-Popolari europeisti riformatori, in passato ministra delle Pari opportunità e la Famiglia nel governo Conte 2 e nell’esecutivo a guida Mario Draghi, racconta al #GeaTalk (clicca qui per rivedere l’intervista integrale) gli obiettivi per la nuova legislatura Ue. “Solo un’Europa solida, forte e coesa può rispondere alle esigenze dei cittadini e dei Paesi membri da un lato, e svolgere un ruolo di grande potenza sul piano internazionale dall’altro“. Ai suoi occhi il pericolo è evidente: “L’asse Russia-Cina da una parte, e Stati Uniti (ci auguriamo di no, ma magari a guida Trump potrebbe accadere) dall’altra, renderebbero l’Europa totalmente schiacciata e anche succube di decisione altrui“.

Si parte da una base ben definita: per agganciare il trend internazionale “uno sviluppo tecnologico industriale che affianca il piano di transizione climatica può essere la leva giusta“. In altri termini, “va portato avanti un Green Deal che sia sostenibile da un punto di vista economico, quello che si chiama l’effective cost, cioè ottenere un risultato bilanciato rispetto al costo, con l’obiettivo determinato di fare politiche pro ambiente“. L’esempio è la Direttiva sulle Case Green: “L’Ue ha votato – noi siamo stati l’unico partito di opposizione a esprimerci contro – un provvedimento rispetto al quale l’Italia è impegnata a ridurre del 16% il consumo energetico degli edifici. Questo significa, conti alla mano, che dobbiamo diminuire da qua al 2030 di 75 terawattora il consumo energetico degli edifici” e “il Superbonus, al 2022, aveva fatto una riduzione di 9 Terawattora. Facciamo pure che siamo molto più bravi, ma dobbiamo immaginare un potenziale costo di quattro volte superiore a quello del Superbonus“. Ma questi soldi, sia a livello pubblico che a livello privato, “non ci sono“, ergo “l’esito di questa Direttiva è che non si farà nulla, non cambieremo lo stato di consumo energetico degli edifici“.

Ragion per cui “ci immaginiamo un Green Deal che abbia la capacità di fissare obiettivi ambiziosi, ma raggiungibili a cui si affianchi il foglio del come raggiungerli. Se da un punto di vista energetico vogliamo ridurre le emissioni si investe sul nucleare – entra nel dettaglio -. Se si deve fare una riduzione dei costi energetici, deve esserci, per esempio, un investimento europeo che metta in campo una fiscalità agevolata per degli obiettivi di sostenibilità raggiungibile“. Altro tema emblematico: “Se continuiamo a investire solo sulle auto elettriche, ma non aggiorniamo l’industria dell’automotive europea in modo adeguato, rimanendo totalmente dipendenti dalla Cina per i componenti, non sono per le batterie, significa che l’Europa viene impoverita nella sua parte produttiva, scaricando i costi della transizione sulle imprese o sulle fasce sociali più deboli, aumentando le disuguaglianze sociali“, avvisa Bonetti.

Sull’energia, poi, la posizione è netta, ma da tempo ormai: “Il nucleare di nuova generazione ha dei livelli certificati di sicurezza molto più alti, tra l’altro, dei possibili incidenti che ci sono stati con altre forme di energia“.

Inoltre, Bonetti vede la necessità di avere una difesa comune europea e anche un esercito. “Il punto chiave è questo – dice -. Il passaggio che deve fare l’Europa al prossimo giro, dopo le elezioni di giugno, è decidere, almeno con i Paesi che ci stanno, di diventare un soggetto politico decidente. Per avere, ad esempio, l’ambizione di sedersi al tavolo delle Nazioni Unite e nel Consiglio di sicurezza anche come Unione europea“. In questo modo, dividendo anche le spese, “saremmo molto più efficaci muovendoci con la massa critica, con l’effetto scala europeo e non come singoli Paesi isolati, e avremmo minor costo e più beneficio“.

Impossibile non parlare del giudizio sul governo italiano e sulla premier Giorgia Meloni. “Sulla politica estera, almeno nella prima fase, è stata totalmente in continuità con la politica di Draghi. Pensiamo al sostegno all’Ucraina“. Poi, però, c’è il tema della “non credibilità dei suoi alleati interni, come Salvini“. Inoltre, secondo Bonetti, la presidente del Consiglio “ha fatto degli errori, penso gravi, come quello di non aver ratificato il Mes, oltre a non aver preso quello sanitario“. Perché l’Italia “col diritto di veto, ha impedito di ratificare uno strumento di tenuta finanziaria a livello europeo. Ed è chiaro che questo poi lo abbiamo pagato nella trattativa sul Patto di stabilità, dove evidentemente siamo arrivati più deboli“.

Green Deal, Bonetti: “Investimento Ue con fiscalità agevolata per obiettivi raggiungibili”

Ci immaginiamo un Green Deal che abbia la capacità di fissare obiettivi ambiziosi, ma raggiungibili a cui affianchi il foglio del come raggiungerli“. Lo dice la vicepresidente di Azione, Elena Bonetti, candidata alle prossime elezioni europee, ai microfoni del #GeaTalk. “Se da un punto di vista energetico vogliamo ridurre le emissioni si investe sul nucleare – aggiunge -. Se si deve fare una riduzione dei costi energetici, deve esserci, per esempio, un investimento europeo che metta in campo una fiscalità agevolata per degli obiettivi di sostenibilità raggiungibile“. Inoltre, “il nucleare di nuova generazione ha dei livelli certificati di sicurezza molto più alti, tra l’altro, dei possibili incidenti che ci sono stati con altre forme di energia“.

Ue, De Meo (FI): “Draghi? Nome autorevole, ma prima capire risultato elezioni europee”

Il Partito popolare europeo non ha escluso riserve e critiche a Ursula von der Leyen che, in questa legislatura, anche in ragione di una maggioranza che in alcuni momenti si è sbilanciata troppo a sinistra, ha assunto delle posizioni che erano troppo appiattite su un vicepresidente, Timmermans, che ha fatto dell’ambientalismo una vera e propria religione”. Lo dice l’Eurodeputato di FI, Salvatore De Meo, al #GeaTalk. “Questi sono i rimproveri propositivi e costruttivi che abbiamo lanciato anche all’interno del Congresso di Bucarest, dove abbiamo definito un documento programmatico, di cui vorremmo che la nostra candidata, Ursula von der Leyen, tenga conto e metta sul tavolo per la composizione di una maggioranza che non può più commettere l’errore fatto in questa legislatura – aggiunge -. Su alcuni temi, vedi l’ambiente, non ci si può dividere e dobbiamo essere uniti”. Alla domanda, dunque, se Mario Draghi sia meglio alla Presidenza del Consiglio Ue, De Meo risponde: “Non possiamo fare nessun tipo di previsione, dobbiamo aspettare l’esito delle elezioni. Io non immagino nomi, se non quelli che stanno nel perimetro fisiologico delle regole attuali e che hanno visto i singoli gruppi politici, tra cui il Ppe, fare una procedura di individuazione del proprio candidato. Draghi è un nome autorevole, ma non credo che in questo momento si debba ricorrere al nome autorevole, ancor prima di aver capito quelle che sono le nostre risultanze elettorali”.

Energia, De Meo (FI): “Sì a nucleare nuova generazione senza dimenticare rinnovabili”

Io sono per il sì al nucleare“. Lo dice l’eurodeputato di FI, Salvatore De Meo, al #GeaTalk. “Non possiamo escludere che il nucleare di nuova generazione possa essere uno strumento per arrivare alla neutralità climatica – aggiunge -. Questa nostra predisposizione non intende assolutamente rinunciare all’obiettivo primario di raggiungere l’autonomia con le rinnovabili, ma sempre per il pragmatismo che ci caratterizza, nel rispetto della sicurezza e con l’impatto ambientale più contenuto e non paragonabile al vecchio nucleare di cui tutti abbiamo memoria all’indomani del referendum del 1987, oggi abbiamo il dovere di aprire gli orizzonti“. Inoltre, “le conclusioni del G7 Ambiente sono coerenti con il quadro della tassonomia energetica europea, che lascia i singoli Stati liberi di poter definire un piano energetico che faccia riferimento ad un mix di fonti che non possono essere evidentemente solo quello rinnovabili“.

Ue, De Meo (FI): “Per la prossima legislatura europea il Ppe propone il Good Deal”

Forza Italia e Partito popolare europeo hanno già immaginato che la prossima legislatura debba concentrarsi su un ‘Good Deal‘, un buon accordo”. Lo dice l’eurodeputato di FI, Salvatore De Meo, al #GeaTalk. “Il Green Deal, che nasce nel 2019, non ha tenuto conto in questa legislatura di quegli eventi epocali che nessuno immaginava, come la pandemia, i due scenari di guerra e soprattutto la resistenza ideologica di alcuni gruppi politici riconducibili a Timmermans, che non hanno voluto nemmeno aprire quel dibattito che poi si è dovuto inevitabilmente aprire nella parte finale di questa legislatura, per rendere praticabili questi obiettivi ambiziosi, legittimi e condivisibili”. Dunque, “la prossima legislatura non deve fare marcia indietro – sostiene De Meo -. Il Partito popolare ritiene che l’Europa ha tracciato una linea che va perseguita, ma in maniera realistica, pragmatica sempre e comunque sottolineando che la sostenibilità ambientale deve essere coniugata con la sostenibilità sociale, economica e produttiva”. Il futuro “è quello di far sì che quest’Europa si renda conto che la vita reale è un po’ diversa da quella descritta da alcuni tecnocrati, che hanno preso il sopravvento rispetto ad un’assenza di politica che riesca a definire una visione”.

Mattarella in visita all’Onu per ribadire l’impegno dell’Italia per il multilateralismo

Ribadire l’importanza del multilateralismo e fare il punto sul monitoraggio dell’obiettivo 16 dell’Agenda 2030 dell’Onu. Sono questi gli scopi principali della visita ufficiale del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’Onu da domenica 5 maggio a martedì 7.

Fitta l’agenda del capo dello Stato, che avrà anche incontri bilaterali per confrontarsi sui temi più stringenti dell’attualità geopolitica. L’arrivo a New York è fissato per domenica 5 maggio e prevede una visita al Metropolitan Museum, accompagnayto dal direttore, Max Hollein, per alcune opere permanenti e la mostra ‘The Harlem Renaissance and transatlantic modernism‘.

Da lunedì 6 maggio si entra subito nel vivo, con l’indirizzo di saluto di Mattarella alla Conferenza sullo stato di attuazione dell’obiettivo di sviluppo 16 ‘Pace, giustizia e istituzioni per lo sviluppo sostenibile’, organizzata dalla Rappresentanza permanente d’Italia presso le Nazioni Unite, dal segretario dell’Onu e dall’Idlo, che per la prima volta si svolge al Palazzo di Vetro, in ambito Ecosoc (Consiglio economico e sociale), uno tra i primi tre organismi più importanti dell’Onu, che opera sulle questioni di carattere economico, sociale ed ambientale. Sarà un appuntamento molto importante per l’Italia: il numero 16 è di sicuro il goal più complesso dell’Agenda 2030, perché si prefigge di raggiungere un equilibrio a livello mondiale su temi come la pace, la democrazia, la governance e la giustizia. Proprio la delicatezza degli argomenti ha spinto, anni fa, il nostro Paese ad attivare una sorta di monitoraggio lo stato di attuazione di questo obiettivo, i cui risultati sono stati presentati ogni anno, a Roma, in una conferenza che stavolta si terrà negli Usa in concomitanza con la visita del presidente della Repubblica.

Mattarella in tarda mattinata vedrà anche i funzionari italiani delle Nazioni Unite e a seguire, al Metropolitan Club, una rappresentanza qualificata della comunità italiana che vive negli States.

Nel pomeriggio, invece, si svolgerà il bilaterale con il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. Saranno due ore intense per discutere di tutte le questioni più importanti che sono attualmente sullo scacchiere internazionale. Sicuramente Mattarella e Guterres discuteranno delle due grandi crisi, quella in Ucraina con l’invasione russa, e in Medio Oriente, dove il conflitto tra Israele e Palestina continua a destabilizzare l’area espando, però, gli effetti negativi anche oltre i confini regionali. Ci sarà spazio anche per discutere dell’Africa e delle altre criticità che esistono in diverse zone della terra. Si parlerà, poi, di cambiamenti climatici, dell’Agenda 2030, ma soprattutto degli obiettivi che si è posta l’Onu con il Summit del futuro‘, in programma il 22 e 23 settembre prossimi. Un vertice che dovrà riaccendere una riflessione collettiva sulle possibili riforme per le Nazioni Unite, ma che dovrà essere anche l’occasione per attivare decisioni concrete che aiutino a superare non solo i problemi strutturali, ma anche le difficoltà politiche ad affrontare e risolvere divisioni e contrapposizioni, che finora non hanno consentito di fare sintesi.

All’incontro tra Mattarella e Guterres seguirà un pranzo di lavoro, al quale sono attesi anche la vice segretaria generale, Amina J. Mohammed, e la segretaria generale aggiunta per gli Affari politici e il Pacebuilding, Rosemary DeCarlo.

Il momento clou della visita del capo dello Stato a New York sarà il giorno dopo, 7 maggio. Mattarella, infatti, interverrà all’Assemblea generale dell’Onu con un’allocuzione dal titolo ‘Italia, Nazioni Unite e multilateralismo per affrontare le sfide comuni. L’intervento sarà di ampia portata e servirà a ribadire l’impegno dell’Italia in questi 75 anni, anche in altri ambiti come il G7 e l’Unione europea, ritenendo il sistema multilaterale l’unico strumento per portare avanti i principi della Carta delle Nazioni Unite, che ha come obiettivo quello di trovare soluzioni alle controversie con mezzi pacifici. Il presidente della Repubblica, poi, prima di rientrare a Roma, sarà all’Italian Academy della Columbia University per incontrare il Comitato dei garanti, e al Consolato generale italiano, per un saluto con il console, Fabrizio Di Michele, e il personale della struttura.

Sanità, Mastandrea: “Tra Unione della salute e spinte autonomiste locali solo apparente contraddizione”

Il contrasto tra l’unione della salute e le spinte autonomiste dei sistemi sanitari locali sono solo in apparente contraddizione, perché effettivamente riferiscono due dimensioni completamente diverse“. Lo dice il Regional Vice President & General Manager di Incyte Italia, Onofrio Mastandrea, a margine del convegno #SALUTE24-Sanità pubblica: l’autonomia differenziata delle Regioni nell’Unione della salute, organizzato da Withub insieme a Eunews, GEA, Fondazione art.49, in collaborazione con il Parlamento europeo, con il patrocinio della Commissione europea e della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome. “La prima, quella europea, ha a che fare chiaramente con le sfide transfrontaliere di sistema – aggiunge -, i secondi invece hanno a che fare con le prestazioni di salute ai singoli cittadini, ai singoli pazienti, quindi una tematica di flessibilità sicuramente potrebbe diventare un elemento di grande valore. Sappiamo che la competenza sanitaria, proprio nei Trattati fondativi dell’Unione europea, è in capo alle nazioni, quindi l’Ue ha più una responsabilità di coordinamento, messa a sistema e supporto. Diventa una competenza concorrente in casi di emergenza sanitaria e questo lo abbiamo visto chiaramente durante il Covid”.

Perché la pandemia “ci ha insegnato tantissimo”, spiega Mastandrea. “Da un punto di vista esperienziale ci ha fatto capire effettivamente che la grande capacità reattiva sia dell’Europa sia dei vari Paesi e ci ha fatto capire chiaramente che possiamo contare su sistemi sanitari eccellenti, in particolare come quello che abbiamo visto messo appunto dalla nostra nazione“. Non solo: “Abbiamo anche compreso, a livello europeo, che bisogna lavorare moltissimo sulla prevenzione delle emergenze, quindi sullo studio delle malattie. Motivo per cui è stato istituito proprio uno spazio dei dati sanitari, virtuale, nel quale convergono tutti i flussi di informazione dei cittadini europei e dei pazienti, che è molto interessante perché rappresenta chiaramente un utile strumento per poter fare più ricercata. E per un’azienda come Incyte che investe tantissimo in ricerca, facendone l’asset fondamentale, non possiamo che accogliere molto bene questa novità”. D’altra parte, sottolinea il manager di Incyte, “i sistemi nazionali devono far fronte alla vicinanza dei pazienti e per essere più vicini al paziente devono essere flessibili per le condizioni. Bene quando si tratta chiaramente di individuare le direttrici principali, strategiche e le sfide di sistema alle quali siamo chiamati. In Italia abbiamo una popolazione che invecchia, siamo la seconda nazione più vecchia al mondo dopo il Giappone e quindi chiaramente il tema delle cronicità rappresenta sicuramente una priorità su cui andarsi a concentrare e dove poter anche a disciplinare nuovi modi di fare le cose, per essere più vicini al paziente. Ecco, il vantaggio probabilmente delle autonomie differenziate potrebbe essere quello anche di collezionare delle best practices che poi possano essere in grado di essere spostate a livello nazionale”.

Restando in tema europeo, Mastandrea parla anche della riforma della legislazione europea. “Mercoledì il presidente di Farmindustria si è esposto in maniera molto forte, molto dura, rappresentando il disappunto del comparto rispetto all’approvazione, da parte del Parlamento europeo, della nuova legislazione. Una giornata definita drammatica, nera per l’accesso all’innovazione da parte dei pazienti”. Secondo il Vice President & General Manager di Incyte Italia “effettivamente la normativa europea è stata sicuramente una necessità: dopo 20 anni era fondamentale rivedere il quadro normativo, perché i sistemi normativi-legali sono sempre più lenti della velocità che acquisisce l’innovazione, quindi c’era la necessità di rivedere le cose. Però era una questione anche di come: la riforma europea pone chiaramente i limiti sulla data exclusivity, sulle orphan drug e quindi penalizza fortemente l’innovazione. Questo, chiaramente, quando si tratta poi di accesso alle cure innovative, è un tema ad alta sensibilità”.

Sappiamo che l’Europa perde competitività rispetto agli altri top player mondiali: di 10 brevetti 5 sono Usa, tre Cina e due soli Europa. Quindi – conclude Mastandrea – se il tema della Eupharm legislation è principalmente politico, che ruolo vuole giocare l’Europa nei prossimi anni e quanto vuole essere attrattivo per gli investimenti? Sicuramente è un’opportunità da non perdere e ci auspichiamo che il Consiglio e la Commissione europea possano aprire un tavolo negoziale che possa portare a outcome completamente diverso rispetto a quello che abbiamo visto finora“.

Gli estremismi del green deal e la mancanza di coraggio degli industriali europei

Ho più volte sostenuto su queste pagine che per riportare l’industria al centro delle politiche europee occorre un profondo cambiamento culturale che deve coinvolgere tutti.

Se non si comprende che il declino europeo è figlio di una visione sbagliata, di vere e proprie distorsioni cognitive, che ci hanno fatto presuntuosamente credere che il nostro primato nei diritti, nella democrazia, nel welfare possa essere eterno a prescindere dall’economia e dalla ricchezza creata, non si riuscirà a uscire dalla spirale involutiva in cui ci troviamo.

Come sempre quando le cose vanno male le responsabilità sono collettive. Le classi dirigenti europee al gran completo non sono state all’altezza della sfida. La politica non è stata capace di visione e di guida e, opportunisticamente, ha pensato di seguire e/o cavalcare l’onda di un ambientalismo populista e estremista che vede nelle imprese il problema invece che la soluzione.

Non riconoscere che dietro quest’onda verde si nascondevano, in molti casi, gli sconfitti della storia e gli epigoni di un pensiero anticapitalista e antioccidentale è stato un grave errore.

Questo atteggiamento non è stato solo delle forze politiche di sinistra ma, in molti casi, anche i moderati (vedi Von der Leyen sul green deal) e i conservatori non sono stati capaci di contrastare con argomenti razionali e scientifici l’estremismo ambientalista e la demagogia della “decrescita felice”.

Ma poiché le responsabilità sono collettive, in questo appannamento della ragione ci sono anche grandi responsabilità di vasti settori degli industriali europei e delle loro organizzazioni, che sono stati miopi o, troppe volte, deboli e senza voce in omaggio alla consuetudine del politically correct che impone di non alzare mai i toni con la Commissione Europea. In questo modo si sono accodati al pensiero dominante e, senza alcun coraggio, non hanno reagito né lottato per difendere la sopravvivenza dell’industria europea.

Molti sono gli esempi che, purtroppo, testimoniano di questa debolezza.

Era del tutto evidente, ad esempio, che non sostenere il principio della “neutralità tecnologica” come strada maestra per la decarbonizzazione dell’economia e dell’industria, ma puntare tutto sull’elettrico, sarebbe stato un grave errore concettuale e metodologico destinato ad avere gravissime conseguenze.

Gli industriali europei dell’automotive, soprattutto i tedeschi leader di questo settore, in preda ad una sorte di “sindrome di Stoccolma” e con la coscienza sporca per il dieselgate hanno rinunciato ad ogni battaglia per la difesa dei motori endotermici sui quali l’Europa aveva ed ha un primato tecnologico e industriale mondiale, optando per l’elettrico e accettando che dal 2035 non si vendano più auto alimentate con idrocarburi.

La cosa risulta assolutamente insensata se si considera che le tecnologie di decarbonizzazione messe a punto per i motori endotermici (Euro 6) o l’uso di combustibili sintetici o biologici consente di raggiungere livelli di inquinamento atmosferico e di emissioni di CO2 prossimi a quelli dei motori elettrici.

E così si è preferito fare giganteschi investimenti solo sui modelli elettrici senza valutare: da un lato i drammatici effetti industriali e occupazionali di questa scelta sulla filiera dell’automotive (un motore elettrico ha da 10 a 12 volte meno componenti di un motore endotermico); dall’altro gli enormi problemi ambientali e di dipendenza strategica connessi alla scelta dell’elettrico, come produzione del litio per le batterie, monopolio cinese o quasi nella produzione di tutte le tecnologie rinnovabili e dominio cinese nella produzione di auto elettriche .

Anche in questo caso ci è mancato tanto Sergio Marchionne, che sull’elettrico è sempre stato prudente, per non dire scettico, e che oggi sorriderebbe con un po’ di ironia vedendo tante case automobilistiche, a partire dalla giapponese Toyota, rallentare considerevolmente i loro programmi sull’elettrico.

O ancora, c’è stata una debolezza estrema degli industriali europei e delle loro organizzazioni sulla così detta “tassonomia” delle tecnologie eleggibili, cioè finanziabili con fondi pubblici, per la transizione. Da una parte vi è stata un’accettazione acritica della tecnologia dell’idrogeno per ora assai complicata e economicamente squilibrata perché basata su due risorse scarse e preziose (energie rinnovabili e acqua) e costosissima. Dall’altro si è deciso, per ragioni puramente ideologiche, di rifiutare l’inserimento nella tassonomia delle tecnologie di “carbon capture” applicate alla generazione elettrica da turbogas.

Quali sono le ragioni per le quali la generazione elettrica con il gas naturale deve essere contrasta anche se carbon neutral? Perché contrastare il gas naturale che sarà l’unica vera fonte energetica della transizione a basso costo e a basso inquinamento per quella parte di domanda che non potrà essere coperta dalle rinnovabili?

Non sono venute risposte a questi interrogativi.

Così come non vi sono state proteste significative (al riguardo gli agricoltori e gli allevatori sono stati molto più bravi degli industriali e dei lavoratori dell’industria) per tutte le misure adottate senza considerare gli effetti sui settori industriali di base (acciaio, chimica, carta, vetro, ceramica ecc.) che dal 2030-2032 non avranno più quote gratuite di CO2 e che per questo saranno costretti a chiudere o a delocalizzare creando gravi problemi alle filiere industriali sottostanti e nuove dipendenze strategiche.

Solo in un caso, quello delle norme sul packaging, si è vista una battaglia vincente degli industriali che si opponevano a norme assurde. Guarda caso la battaglia è stata condotta con successo dagli italiani che hanno raccolto intorno alla loro impostazione molti Paesi dell’Unione dimostrando che è possibile contrastare decisioni sbagliate della Commissione Europea.

In generale al di là di questo caso di successo, gli industriali europei e le loro organizzazioni devono recitare il mea culpa per la loro incapacità di difendere l’industria europea dagli eccessi del green deal e dalla caduta di competitività che ne discende.

Solo oggi, molto lentamente, si fa strada la consapevolezza che così non si può andare avanti e che gli eccessi dell’estremismo ambientalista e del mercatismo globalista rischiano di ammazzare l’industria europea. Ma la strada è ancora lunga e in salita.

Ripenso con tristezza e rabbia ai tanti interventi che ho svolto negli ultimi anni in Consiglio Generale di Confindustria su questi temi, interventi spesso accolti da alcuni autorevoli colleghi con fastidio come divisivi o addirittura antieuropei. Purtroppo non ha voluto davvero bene all’Europa proprio chi non ha saputo vedere cosa stava accadendo, e per conformismo ha preferito assecondare il mainstream, e per mancanza di coraggio non ha saputo o voluto contrastare un’ideologia che, nei fatti, vuole cancellare l’industria europea.

Forse qualcosa oggi sta cambiando ma tutto è diventato maledettamente più difficile.

Via libera al Def, Pil all’1% nel 2024. Giorgetti: “Impatto Superbonus devastante”

La crescita è rivista in ribasso, ma a pesare sono soprattutto i conti del Superbonus. Il Consiglio dei ministri approva il Documento di economia e finanza, ma per i numeri del programma strutturale “il termine deciso in sede europea è il 20 settembre“, come spiega Giancarlo Giorgetti, che spera comunque di arrivare a dama prima della scadenza. Il ministro dell’Economia spiega che il Def “tiene conto di quelle che sono le decisioni, o meglio la rivoluzione delle regole di bilancio e fiscali Ue, tali per cui mancano le disposizioni attuative, le istruzioni per la costruzione del percorso“.

Il quadro tendenziale prevede, per il 2024, un Prodotto interno lordo all’1%, Deficit al 4,3 e il debito al 137,8 percento. Il prossimo anno, invece, il Pil è stimato all’1,2%, il deficit al 3,7 e il debito al 138,9%. Nel 2026 la previsione è Pil all’1,1%, deficit al 3 e debito al 139,8 percento, infine nel 2027 le stime vedono il Pil allo 0,9%, il deficit al 2,2 e il debito al 139,6. “Le nostre previsioni sono, per quanto riguarda la crescita economica, riviste al ribasso rispetto alla Nadef, ma le previsioni sono assai complicate da fare in un quadro internazionale geopolitico complicato“, spiega Giorgetti. Che sui bonus dice, senza troppi giri di parole: “L’impatto del Superbonus e simili è, ahimè, devastante“. Entrando poi nel dettaglio: “L’andamento del debito è pesantemente condizionato dai riflessi per cassa del pagamento dei crediti fiscali del Superbonus per i prossimi anni, come è stato ampiamente detto: quando questa enorme massa dei 219 miliardi di crediti edilizi scenderà in forma di compensazione, quindi di minori versamenti nei prossimi anni, diventerà a tutti gli effetti debito pubblico, anche ai fini contabili, oltre a esserlo già oggi, di fatto, in termini di impegni assunti dai cittadini italiani“.

L’obiettivo del governo resta comunque quello di “confermare la decontribuzione, che scade nel 2024 e che intendiamo assolutamente replicare nel 2025“, dice ancora Giorgetti. Anzi, l’obiettivo è procedere spediti verso la prossima legge di Bilancio, tant’è che fonti di Palazzo Chigi faranno sapere che “nella fase attuale in cui mancano ancora le indicazioni operative su come dovrà essere impostato il Piano, è stata concordata a livello europeo la possibilità di sospendere le vecchie procedure per evitare di svuotare l’atto politico di contenuto. Un processo lineare che si concluderà in tempo per la messa a punto della Legge di Bilancio per il 2025, senza nessun rischio di generare incertezze sui mercati“.

Dalle opposizioni, però, arriva un coro di critiche. Dal Pd è la presidente dei deputati, Chiara Braga, a parlare di “presa in giro: il governo presenta un Def ‘transitorio’, cioè non dice come coprirà le spese almeno fino alle europee. Poi la ricetta sarà la solita: tagli a sanità, scuola, lavoro. Irresponsabili e incoscienti, a spese dei cittadini“. Il M5S definisce il testo dell’esecutivo “fantasma“, mentre il capogruppo di Iv in commissione Bilancio della Camera, Luigi Marattin, attacca duro: “In politica ne avevamo viste tante, ma un governo che dice che 15 miliardi di tagli di tasse verranno mantenuti l’anno prossimo quando contemporaneamente presenta un Def che non lo fa, non ci era davvero mai capitato“.

A difendere l’operato del Mef è, invece, Matteo Salvini: “Giorgetti ha fatto un ottimo lavoro, alle opposizioni non va mai bene niente, ma io sono contento di quello che abbiamo fatto“, commenta il vicepremier e leader della Lega. Anche FdI si schiera con il ministro dell’Economia: “Non poteva fare altrimenti il governo se non presentare un Documento di economia e finanza che contenesse soltanto un quadro macroeconomico tendenziale – afferma il presidente della commissione Bilancio del Senato, Nicola Calandrini -. Gli elementi utili per la nuova manovra saranno invece compresi nel Piano fiscale strutturale di medio termine, previsto dalle nuove regole di governance Ue, da presentare entro l’estate“.