Maltempo

Clima, 2022 da record in Italia per fenomeni estremi: +27%

La crisi climatica accelera la sua corsa insieme agli eventi estremi, che stanno avendo impatti sempre maggiori sui Paesi di tutto il mondo, a partire dall’Italia. Nei primi dieci mesi del 2022, seppur con dati parziali, sono stati registrati nella Penisola 254 fenomeni meteorologici estremi, +27% di quelli dello scorso anno. Preoccupa anche il bilancio degli ultimi 13 anni: dal 2010 al 31 ottobre 2022 si sono verificati in Italia 1.503 eventi estremi con 780 comuni colpiti e 279 vittime. Tra le regioni più colpite: Sicilia (175 eventi estremi), Lombardia (166), Lazio (136), Puglia (112), Emilia-Romagna (111), Toscana (107) e Veneto (101). È quanto emerge in sintesi dalla fotografia scattata dal nuovo report ‘Il clima è già cambiato’ dell’Osservatorio CittàClima 2022 realizzato da Legambiente, con il contributo del Gruppo Unipol.

Entrando nello specifico, su 1.503 fenomeni estremi ben 529 sono stati casi di allagamenti da piogge intense come evento principale, e che diventano 768 se si considerano gli effetti collaterali di altri eventi estremi, quali grandinate ed esondazioni; 531 i casi di stop alle infrastrutture con 89 giorni di blocco di metropolitane e treni urbani, 387 eventi con danni causati da trombe d’aria. Ad andare in sofferenza sono soprattutto le grandi città con diverse conferme tra quelle che sono le aree urbane del Paese più colpite in questi 13 anni: da Roma – dove si sono verificati 66 eventi, 6 solo nell’ultimo anno, di cui ben oltre la metà, 39, hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense; passando per Bari con 42 eventi, principalmente allagamenti da piogge intense (20) e danni da trombe d’aria (17). Agrigento, con 32 casi di cui 15 allagamenti e poi Milano, con 30 eventi totali, dove sono state almeno 20 le esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro in questi anni.

Una fotografia nel complesso preoccupante quella scattata da Legambiente, in quello che avrebbe dovuto essere l’ultimo giorno della Cop27, per lanciare un doppio appello: se da una parte al livello internazionale è fondamentale che si arrivi ad un accordo ambizioso e giusto in grado di mantenere vivo l’obiettivo di 1.5°C ed aiutare i Paesi più poveri e vulnerabili a fronteggiare l’emergenza climatica, dall’altra parte è altrettanto imprescindibile che l’Italia faccia la sua parte. Al Governo Meloni e al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin l’associazione chiede, in primis, che “venga aggiornato e approvato entro la fine dell’anno il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), rimasto in bozza dal 2018, quando erano presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e ministro Gian Luca Galletti”.  Ad oggi sono saliti a 24 i Paesi europei che hanno adottato un piano nazionale o settoriale di adattamento al clima. Grande assente l’Italia che per altro in questi ultimi 9 anni – stando ai dati disponibili da maggio 2013 a maggio 2022 e rielaborati da Legambiente – ha speso 13,3 miliardi di euro in fondi assegnati per le emergenze meteoclimatiche (tra gli importi segnalati dalle regioni per lo stato di emergenza e la ricognizione dei fabbisogni determinata dal commissario delegato). “Si tratta di una media – sottolinea l’associazione – di 1,48 miliardi/anno per la gestione delle emergenze, in un rapporto di quasi 1 a 4 tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni”.

Nella lotta alla crisi climatica – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – da troppi anni l’Italia sta dimostrando di essere in ritardo. Continua a rincorrere le emergenze senza una strategia chiara di prevenzione, che permetterebbe di risparmiare il 75% delle risorse economiche spese per i danni provocati da eventi estremi, alluvioni, piogge e frane, e non approva il Piano nazionale di adattamento al clima, dal 2018 fermo in un cassetto del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. È fondamentale approvare entro fine anno il Piano, ma anche definire un programma strutturale di finanziamento per le aree urbane più a rischio, rafforzare il ruolo delle autorità di distretto e dei comuni contro il rischio idrogeologico e la siccità, approvare la legge sul consumo di suolo, e cambiare le regole edilizie per salvare le persone dagli impatti climatici e promuovere campagne di informazione di convivenza con il rischio per evitare comportamenti che mettono a repentaglio la vita delle persone”.

La Cop27 entra nella fase finale. Nella bozza manca ‘loss & damage’. Guterres: “Momento cruciale”

La Cop27 è arrivata alle fase finali e, al momento, non sembra essere sulla strada giusta per raggiungere un accordo soddisfacente. Nella bozza della dichiarazione finale divulgata giovedì spicca il ‘vuoto’ del paragrafo relativo ai ‘Bisogni speciali e circostanze speciali dell’Africa’: il testo infatti non fa riferimento alla creazione di un fondo ‘loss and damage’ per il finanziamento dei Paesi devastati dagli impatti climatici, richiesto oltre che dai Paesi più vulnerabili e dai Paesi in via di sviluppo del G77, anche dalla Cina. Rientrano, invece, nel documento, la necessità di esercitare tutti gli sforzi per raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben sotto i 2°C. Investire in rinnovabili, velocizzare gli impegni di decarbonizzazione. Ma soprattutto c’è “urgenza di affrontare le perdite e di danni del riscaldamento globale“.

GUTERRES: “SIATE ALL’ALTEZZA DEL MOMENTO”. Un urgenza ribadita dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres che, di rientro dal G20 di Bali, in conferenza stampa si appella alle parti in causa chiedendo loro di essere “all’altezza di questo momento e della più grande sfida che l’umanità deve affrontare” perché “il mondo ci guarda e ha un messaggio semplice: siate pronti e datevi da fare”. Il momento, secondo Guterres, è cruciale: “ La Cop27 si concluderà tra 24 ore e le Parti rimangono divise su una serie di questioni importanti. È evidente che la fiducia tra Nord e Sud e tra economie sviluppate ed emergenti è venuta meno. Non è il momento di puntare il dito. Il gioco delle colpe è una ricetta per la distruzione reciproca assicurata”. Quindi, in sintesi, l’importante è lavorare alacremente e “trovare un accordo ambizioso e credibile sulle perdite e i danni e sul sostegno finanziario ai Paesi in via di sviluppo”. Fra le altre priorità, per il segretario generale dell’Onu, abbandonare i combustibili fossili, accelerare sulle rinnovabili (“rampa di uscita dall’autostrada dell’inferno climatico” e sbloccare i finanziamenti per il clima nei Paesi in via di sviluppo.

ACCORDI DI PARIGI – Nella bozza di documento finale, che ora verrà analizzata e discussa da sherpa e ministri delle nazioni presenti, si chiede di “esercitare tutti gli sforzi per raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben sotto i 2 gradi Celsius dai livelli pre-industriali e per perseguire gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi Celsius sopra i livelli pre-industriali“.

AIUTI AI PAESI IN VIA DI SVILUPPO – Il documento, “rileva con preoccupazione il crescente divario tra le esigenze dei Paesi in via di sviluppo, in particolare a causa dei crescenti impatti del cambiamento climatico e l’aumento dell’indebitamento, e il sostegno fornito da quelli sviluppati, evidenziando che le attuali stime di tali bisogni sono dell’ordine di 5,6 trilioni di dollari fino al 2030“. Invece, “nel periodo 2019-2020 il flusso di finanza climatica globale è stato di 803 miliardi di dollari, il 31-32 per cento di quanto è necessario per tenere il riscaldamento sotto il 2%, verso l’obiettivo di 1,5°C. Questo livello di finanziamenti per il clima – si legge nel testo – è anche inferiore a quanto ci si aspetterebbe alla luce delle opportunità di investimento individuate e il costo del mancato raggiungimento degli obiettivi di stabilizzazione del clima”. Per questo, si sottolinea “l’urgente necessità di accelerare e migliorare l’azione per il clima e la fornitura di sostegno” ai Paesi in via di sviluppo “per affrontare il cambiamento climatico nelle aree di mitigazione, adattamento, perdita e danno al fine di rendere possibile il raggiungimento dell’obiettivo dell’accordo di Parigi”. Inoltre, la bozza “esprime grave preoccupazione per il fatto che l’obiettivo delle parti dei paesi sviluppati di mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 non sia stato ancora raggiunto e sollecita i paesi sviluppati a raggiungerlo”. Ribadisce poi “l’appello ai paesi sviluppati ad almeno raddoppiare la finanza per l’adattamento al 2025 rispetto al livello del 2019

INVESTIRE IN RINNOVABILI– Nel documento si precisa che “circa 4.000 miliardi di dollari l’anno devono essere investiti in energie rinnovabili entro al 2030, compresi gli investimenti in tecnologia e infrastrutture, per consentirci di raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050″. “Gli investimenti in economia a basse emissioni richiedono da 4 a 6.000 miliardi di dollari all’anno“.

EMISSIONI – La bozza  “nota con grande preoccupazione” che, con gli attuali impegni di decarbonizzazione degli stati, “le emissioni al 2030 sono stimate dello 0,3% in meno rispetto al 2019“, mentre “dovrebbero essere ridotte del 43% al 2030 rispetto al 2019, se si vuole raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette“.

ambiente

Suore in campo per le Cop: Consenso su non proliferazione fossili

La salute del Pianeta è in bilico, intervenire è urgente, ma ancora più importante è che si intervenga uniti. L‘Unione internazionale delle Superiori generali guarda alla Cop 27 di Sharm el-Sheikh (6-18 novembre), alla Cop 15 di Montreal (7-19 dicembre) e lancia una dichiarazione per la cura della casa comune.

All’interno della dichiarazione l’appello delle religiose ad “agire velocemente per arrestare il crollo della biodiversità, assicurando che, entro il 2030, almeno metà della Terra e degli oceani diventino aree protette, ricostituire gli ecosistemi devastati e ridurre la dipendenza globale dai combustibili fossili”. Ma anche l’invito a “raggiungere il consenso globale sul Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili e a sottoscrivere l’accordo di un nuovo quadro globale per la biodiversità”.

Noi suore siamo convinte della necessità di un approccio integrale, integrante e inclusivo per la realizzazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e gli Obiettivi della Laudato Si’”, scandisce suor Patricia Murray, segretaria esecutiva della Uisg. “Le suore e i loro alleati – garantisce – sono in prima linea nel movimento che intavola conversazioni globali sui bisogni delle comunità più vulnerabili”.

Chiama così all’impegno le oltre 600mila religiose che l’Unione rappresenta nel mondo e che operano nell’ambito della salute, della lotta alla fame e dell’assistenza all’infanzia. Chiede di “integrare le voci delle comunità marginalizzate nel dibattito globale riguardante le questioni ambientali”. ‘Sisters for the Environment: Integrating Voices from the Margins’ (Sorelle per l’ambiente: integrare le voci dai margini) è il titolo della dichiarazione, lanciata oggi dall’headquarter UISG di Roma, con il sostegno del Global Solidarity Fund (GSF).

È necessario ascoltare con attenzione le voci di quanti sono stati colpiti dai disastri ambientali – insistono le religiose nel testo – sia per il riconoscimento della loro dignità di esseri umani sia, con un approccio pragmatico, per imparare dalla loro resilienza“. Si tratta dunque di fare dei più vulnerabili attori protagonisti sullo scacchiere internazionale, assicurando che le loro voci siano centrali nel dialogo globale per il cambiamento e che non siano relegate a una advocacy periferica e isolata.

In particolare, si legge nel documento, “bisogna accogliere i suggerimenti delle comunità indigene per fermare o modificare i progetti che interessano le loro terre, e garantire che l’opinione esperta delle comunità sia parte degli sforzi per la mitigazione dei cambiamenti climatici e il crollo della biodiversità”. Altri due punti fondamentali del dossier riguardano la necessità di integrare le risposte al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità, riconoscendo la natura interconnessa delle sfide ecologiche, e di unire la cura per l’ambiente a quella per le persone più deboli, rifiutando la visione antropocentrica “alla base delle abitudini di consumo più distruttive”.

 

Torino Wireless diventa Piemonte Innova: al servizio di imprese e Pa per la transizione

Accompagnare imprese e pubbliche amministrazioni nella gestione dell’impatto economico e sociale delle grandi transizioni (digitale, ambientale ed energetica) che caratterizzeranno i prossimi anni a partire da tre grandi temi: Sostenibilità, Intelligenza Artificiale e Cybersecurity. Il riconoscimento nazionale e non solo più regionale della Fondazione, inoltre, offre ulteriori opportunità di miglioramento competitivo. Sono gli obiettivi di Piemonte Innova, brand rinnovato di Torino Wireless, che dalla fondazione mette a fattor comune in ambito digitale soggetti pubblici, enti di ricerca e imprese. Uno staff di 35 persone impegnate su oltre 40 progetti di cui 8 europei, un cluster nazionale, un polo regionale e un ecosistema dedicato all’innovazione. Piemonte Innova mette a disposizione competenze nella gestione dei bandi sui temi dell’innovazione europei e italiani, sostiene e affianca Pmi e piccoli comuni nella transizione digitale, risponde alle richieste di partecipazione ai progetti promossi dagli enti territoriali, individuando fabbisogni e collaborazioni per progetti di ricerca collaborativa pubblico-privata. A queste funzioni storiche dei 20 anni di Torino Wireless, Fondazione Piemonte Innova aggiunge, grazie all’ingresso dei nuovi soci e al rinnovato patto tra i fondatori, nuove competenze e il mandato di agire, in collaborazione con gli altri Stakeholder, come soggetto facilitatore dei processi di innovazione e di sviluppo della digitalizzazione dei cosiddetti soggetti digitalmente fragili: piccoli comuni e micro e piccole imprese dei settori meno tecnologici.

Piemonte Innova mantiene la gestione del Polo di Innovazione ICT, una rete che traina dal 2009 l’innovazione del Piemonte attraverso eventi di networking, supporto a bandi regionali e nazionali, finanziamenti europei. Il polo è strutturato su cinque filiere che interpretano le sfide del futuro: Blockchain, Digital4Social, Green&Circular, Intelligenza Artificiale e Smart Mobility. Ne fanno parte quasi 300 aderenti tra cui 252 Imprese, 17 università e organismi di ricerca e 21 enti e associazioni in qualità di partner o end user. In questi 15 anni il Polo ICT ha portato a finanziamento 316 progetti di ricerca, per un investimento sul territorio pari a 150 milioni di euro.

Ha una dimensione nazionale sin dalla sua fondazione, un’altra eccellenza che Piemonte Innova eredita nella gestione: il Cluster SmartCommunitiesTech, la rete nazionale che dal 2012 promuove progetti di innovazione e soluzioni tecnologiche applicative per la gestione di aree urbane e metropolitane. Tredici soci territoriali, 119 organizzazioni aderenti e 46 città, animano questa comunità che integra e sviluppa competenze, fabbisogni e interessi per lo sviluppo tecnologico e sociale delle città.

Piemonte Innova è, inoltre, uno dei partner dell’Ecosistema Nodes (Nord Ovest Digitale e Sostenibile) finanziato a giugno 2022 dal ministero dell’Università e della Ricerca su una proposta presentata dal Politecnico e dall’Università di Torino insieme a una rete di 24 partner pubblici e privati. È uno degli 11 Ecosistemi dell’Innovazione che il ministero ha individuato al fine di supportare la crescita sostenibile e inclusiva dei territori di riferimento in quella che viene identificata come la doppia transizione (digitale ed ecologica), che tramite il Pnrr porterà 110 milioni di euro tra Piemonte, Valle d’Aosta e le province più occidentali della Lombardia, Como, Varese e Pavia. Nodes punta a creare in tre anni, filiere di ricerca e industriali in sette settori legati alle vocazioni del territorio. Delle risorse già individuate 54 milioni di euro saranno impiegati in ‘bandi a cascata’ per accrescere le competenze, valorizzare la ricerca e trasferimento tecnologico.

La capacità di attrarre investimenti, imprese e idee è diventata nevralgica per rendere più competitivi i territori che si contendono i circa 300 miliardi disponibili per l’Italia tra Programmazione europea 2021-2027 e PNRR. L’innovazione digitale è il processo abilitante grazie a cui queste risorse si trasformeranno in un beneficio concreto per cittadini e imprese, generando sviluppo e competenze diffuse”, spiega Massimiliano Cipolletta, presidente di Piemonte Innova. “Noi siamo al servizio di queste strategie, pienamente supportati dai nostri fondatori pubblici che hanno voluto sancire questo rinnovamento con un nuovo accordo di programma: Regione Piemonte, Città Metropolitana e Comune di Torino, Politecnico e Università di Torino, Camera di commercio di Torino.  A loro si affiancano i nostri fondatori privati: Fondazione Links e Unione Industriali di Torino con cui abbiamo rinnovato accordi di collaborazione mirati e a cui si sono aggiunti nel 2022 tre nuovi enti che hanno aderito e con cui sono già partite collaborazioni strategiche: Camera di commercio di Cuneo, CSI Piemonte e Unioncamere Piemonte”.

Siamo di fronte a un nuovo paradigma che ha imposto un cambiamento di dimensione e funzioni che ci ha convinto anche a cambiare nome assumendo una dimensione più ampia. Piemonte Innova però mantiene inalterata la sua natura di partenariato pubblico-privato. Vent’anni di storia certificano una competenza radicata che poggia su una conoscenza reale di oltre 3.000 imprese, di cui almeno due al giorno, per un totale di circa 400 all’anno, si rivolgono a noi e utilizzano almeno una delle nostre funzioni”, conclude Laura Morgagni, direttore di Piemonte Innova.

Papa

Papa a industriali: “La terra non reggerà impatto del capitalismo”

Cambiare il paradigma economico e fare di più, molto di più, per l’ambiente o “la terra non reggerà l’impatto del capitalismo. È la richiesta di Papa Francesco agli industriali italiani ricevuti in udienza, in Aula Paolo VI.

A una platea di circa 5mila industriali in giacca e cravatta, il papa ecologista domanda “creatività e innovazione“, salvaguardia del Creato come “obiettivo diretto e immediato“, per non lasciare alle prossime generazioni un Pianeta “troppo ferito, forse invivibile“.

Il momento non è semplice, ammette: “Anche il mondo dell’impresa sta soffrendo molto“, scandisce Francesco. Le imprese sono state piegate dalla pandemia prima e dalla guerra in Ucraina poi, “con la crisi energetica che ne sta derivando“: “In questa crisi soffre anche il buon imprenditore, che ha la responsabilità della sua azienda, dei posti di lavoro, che sente su di sé le incertezze e i rischi“.

Un allarme che il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, conferma e rilancia: “Oggi, a procurarci grande preoccupazione non sono solo gli effetti della spaventosa guerra in corso in Ucraina, i costi dell’energia e la perdurante bassa occupazione nel nostro Paese, ma l’onda di smarrimento, sfiducia e sofferenza sociale che esprime una parte troppo vasta della società italiana“.

Il presidente degli industriali parla di un Paese “smarrito, diviso, ingiusto con troppi dei suoi figli e con lo sguardo schiacciato sui bisogni del presente“.

Ma il Pontefice assicura che un nuovo modello economico è in costruzione e che l’attenzione è tutta all’uomo, alla dignità, al tentativo di “dare una risposta, insieme a tutti gli altri attori della società, convinti che la direzione verso cui andare è quella di garantire il lavoro, che è certamente la questione chiave“.

jovanotti

Dopo il Jova Beach Party al via Ri-Party-Amo per ripulire l’Italia

Dopo la conclusione del Jova Beach Party, con l’ultima data di sabato 10 settembre a Bresso, è il momento della partenza di Ri-Party-Amo: il progetto nazionale ambientale nato dalla collaborazione tra Wwf Italia, Intesa Sanpaolo e, appunto, il Jova Beach Party e declinato in tre macroaree di intervento (Pulizie- Rinaturazione- Formazione) tutte con l’obiettivo di rendere i giovani, scuole, famiglie, aziende e intere comunità, protagonisti della salvaguardia e del restauro della natura d’Italia.

I primi otto appuntamenti nazionali si terranno domenica 18 settembre: una giornata all’insegna del volontariato impegnato nel rendere l’Italia più bella e pulita. Dal nord al sud del Paese stessa domenica i volontari si daranno appuntamento in località diverse per avviare il progetto. Le attività, dedicate al filone ‘Puliamo l’Italia’, coinvolgeranno centinaia di volontari nella pulizia di spiagge e di fondali, e saranno coordinate dal Wwf Italia, che diffonderà dati e informazioni scientifiche sul tema dell’inquinamento da plastica nei nostri mari, rendendo così le persone più consapevoli e attente sulle quantità, la composizione e le fonti dei rifiuti marini.

L’evento centrale è alle 10 a Fiumicino presso l’Oasi Wwf di Macchiagrande. Poi ci si trasferirà sulla spiaggia di Coccia di Morto dove si svolgeranno le attività di pulizia. Per partecipare alla grande mobilitazione all’insegna della tutela dell’ambiente, è possibile iscriversi agli eventi di pulizia ‘Puliamo l’Italia’ all’indirizzo: wwf.it/ripartyamo

Oltre all’appuntamento di Fiumicino, domenica 18 settembre ne sono previsti altri nel tratto di mare tra Capocotta e Torvaianica, a Molfetta, nel tatto di mare tra Grotte di Ripalta e Pantano di Bisceglie, a Policoro, a Bacoli, a Marina di Vecchiano e a Rosignano Solvay.

(Photo credits: Facebook @jovabeachparty)

Carlo III Re ambientalista: Charities non saranno abbandonate

La mia vita cambierà, non sarà per me più possibile dedicare molto tempo alle charities, ma so che il lavoro proseguirà nelle mani salde degli altri filantropi“, il re Carlo III d’Inghilterra, nel suo primo discorso al popolo, non dimentica di citare le sue attività di volontariato.

La Gran Bretagna e il mondo stavano gestendo le privazioni della Seconda Guerra mondiale – osserva, parlando dell’insediamento della madre scomparsa ieri, Elisabetta II – In 70 anni abbiamo visto la nostra società cambiare, attraverso tutti questi cambiamenti la nostra nazione e il regno hanno prosperato. I nostri valori sono rimasti e devono rimanere costanti“. Ricordando la “devozione incredibile” della Regina alla Corona, assicura: “Solennemente prometto di fare lo stesso per tutto il resto del tempo che Dio mi vorrà concedere e ovunque viviate e indipendentemente dal vostro background e dalla vostra fede tenterò di servirvi con amore, rispetto e lealtà“.

Nella lunga attesa per la corona, Carlo d’Inghilterra non è mai rimasto con le mani in mano. Ha sfruttato gli anni dedicandosi alle sue passioni, la lotta per l’ambiente, la medicina alternativa, la pianificazione urbana sostenibile, il giardinaggio.

E’ dal 2007 che rende pubblica, ogni anno, la sua “impronta ecologica” (3.133 tonnellate di CO2 nel 2020, contro le 5.070 del 2019) ed è presidente o benefattore di oltre 420 enti di beneficenza, di cui il principale, il Prince’s Trust, ha aiutato più di un milione di giovani in difficoltà, dal 1976. In Italia ha partecipato più volte agli eventi di Terra Madre, unito da antica amicizia al fondatore di Slow Food Carlo Petrini.

Re Carlo III sale al trono pochi giorni dopo l‘insediamento al governo dell’ultraconservatrice Liz Truss, che promette di portare l’Inghilterra “fuori dalla tempesta“, ma a discapito dell’ambiente. Il suo maxi-piano da 180 miliardi di euro blocca le bollette per due anni, ma prevede anche la revoca della moratoria al fracking sulle “nostre enormi riserve di scisto che potrebbero far circolare il gas in appena sei mesi“, oltre a nuove licenze per trivellazioni di petrolio e gas già la prossima settimana, che dovrebbe portare a oltre 100 nuove concessioni. Downing Street intende anche aumentare la quota di energia nucleare, riaprendo però due centrali a carbone. Truss ha infatti confermato di di voler “riesaminare” l’obiettivo di neutralità del carbonio del 2050 “entro la fine dell’anno per assicurarsi che non appesantisca troppo le imprese e i consumatori“.

 

credit foto: AFP

regina elisabetta

Quando la Regina Elisabetta disse alla Cop26: “Finito tempo delle parole, agire”

Basta parlare, è tempo di agire contro la crisi climatica. Fu questo, nel novembre 2021, il senso del videomessaggio inviato dalla Regina Elisabetta alla COP26 di Glasgow. Costretta al riposo dai medici, dovette rinunciare all’appuntamento in presenza. Ma non a inviare il suo monito ai leader. E, anche in quell’occasione, il look non fu scelto a caso: abito verde, spilla a forma di farfalla (donatale dal defunto marito Filippo, poi ricordato nel discorso) e una foto alle sue spalle che ritraeva proprio il marito contornato da farfalle monarca.

E se nelle scelte ‘visive’ il messaggio era già chiaro, lo fu ancor di più nelle sue parole. “Spero che questa conferenza sia una di quelle rare occasioni in cui tutti avranno la possibilità di elevarsi al di sopra della politica del momento e di raggiungere una vera abilità da statisti. È la speranza di molti che l’eredità di questo vertice – scritta nei libri di storia ancora da stampare – vi descriva come i leader che non si sono lasciati sfuggire l’opportunità e che hanno risposto alla chiamata delle generazioni future. Auspico che lascerete questa conferenza come comunità di nazioni con una determinazione, un desiderio e un piano per affrontare l’impatto del cambiamento climatico e riconoscere che il tempo delle parole è ora diventato il tempo dell’azione”.

Le parole di Elisabetta non si riferivano solo al presente, ma anche, e soprattutto, al futuro: “Naturalmente, di benefici di tali azioni non potremo goderne tutti noi che siamo qui oggi: non vivremo per sempre. Lo stiamo facendo non per noi stessi, ma per i nostri figli e i figli dei nostri figli e per coloro che seguiranno le loro orme”. Un testamento ambientale, oggi più che mai da tenere a mente.

(Phoro credits: JUSTIN TALLIS / AFP)

Orsa morta in Trentino, l’esperto Ispra: “Convivenza uomo-animale è possibile”

Fa discutere la morte dell’orsa F43, deceduta la scorsa notte in val di Ledro in Trentino durante la fase di cattura svolta dalla Provincia autonoma di Trento. L’animale, nato nel 2018 e già controllato da un radio collare, ha perso la vita durante la sostituzione dell’attrezzatura che serviva per monitorare i suoi spostamenti. Dai primi accertamenti dell’equipe veterinaria è emerso che l’animale è deceduto a seguito della posizione assunta nella trappola a forma di tubo nel momento in cui l’anestetico ha fatto effetto.

L’Organizzazione internazionale protezione animali (Oipa) ha già annunciato un’immediata richiesta di accesso agli atti per conoscere nel dettaglio quanto effettuato e accaduto. “Ci chiediamo ancora una volta – dichiara la delegata dell’Oipa di Trento, Ornella Dorigatti -, come sia possibile gestire così la presenza degli orsi, come sia possibile continuare a far morire animali selvatici in operazioni che richiedono competenza e accuratezza. La Provincia autonoma di Trento è ancora ben lontana dall’attuare una seria azione di prevenzione e una seria progettazione di azioni volte a una serena convivenza con la fauna selvatica. La procedura di cattura degli orsi mette a repentaglio la loro vita e ci chiediamo perché ci si ostini nel perseguitare questi meravigliosi animali“. “La necessità di monitorare in modo intensivo soggetti problematici e di cercare di modificarne il comportamentohanno invece riferito dalla Provincia di Trento – può comportare incidenti come quello occorso, dati i rischi intrinseci in operazioni delicate, condotte spesso in contesti e condizioni ambientali non facili“.

Ma la convivenza, nello stesso habitat, di uomini e animali, è possibile? Ne è convinto Piero Genovesi, responsabile del servizio coordinamento fauna dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) raggiunto da GEA. “Quello verificatosi in Trentino – spiega – è un tipo di criticità legato all’abituazione di questi animali. Cioè gli orsi stanno imparando sempre di più a stare vicino agli uomini, perché qui trovano fonti di cibo accessibili. Questo cambiamento delle abitudini degli animali rappresenta delle criticità per l’uomo, perché ad esempio gli orsi entrano sempre di più nei centri abitati, ma anche per gli animali stessi. Occorre quindi prevenire in loro comportamenti di confidenza e agire per modificarli“.

Per Genovesi è dunque importante “evitare che gli animali abbiano accesso a fonti di cibo umano realizzando ad esempio cassonetti a prova di orso o regolamentando il compost. Inoltre bisogna evitare assolutamente di dare loro da mangiare e intervenire per mettere in sicurezza gli apiari con recinzioni elettriche, dal momento che gli orsi sono ghiotti di miele. Nonostante gli sforzi fatti finora, gli animali nel tempo hanno manifestato sempre più vicinanza all’uomo, quindi bisogna proseguire con l’impegno a modificare i loro comportamenti“. È per questo infatti che nei territori in cui vivono, gli orsi più ‘affezionati’ all’uomo vengono catturati e dotati di radio collare. In questo modo si registrano i loro movimenti e si può intervenire tempestivamente per prendere provvedimenti.

Nel caso di F43, prosegue Genovesi, si tratta di “una femmina nata nel 2018, parente di altri orsi che avevano un comportamento di confidenza con l’uomo. Per questo nel 2021 le è stato applicato un radio collare. La corretta gestione di questi animali infatti richiede un radio marcaggio e un’anestesia. Come ogni anestesia, si pensi ad esempio all’uomo, questa rappresenta sempre un margine di rischio in animali selvatici. I protocolli sono sempre più consolidati, ma la morte in anestesia è un evento che si può verificare. È comunque anomalo e per questo andrà indagato“.

Infine un piccolo vademecum nel caso in cui ci si dovesse imbattere in un orso durante una passeggiata in montagna. “Mi è capitato un paio di settimane fa in Abruzzo – conclude Genovesi -, è un evento fortunato e bellissimo; l’importante è non farsi prendere dal panico e non cercare di avvicinare l’animale. Bisogna tenersi a debita distanza e se l’orso è vicino, allontanarsi con calma non dandogli mai le spalle, parlando a voce alta per fargli avvertire la nostra presenza. Ma in generale sono animali pacifici e inoffensivi che possono benissimo condividere gli stessi spazi vissuti dall’uomo“.

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Record incendi Amazzonia: 3mila in un giorno, numero più alto in 15 anni

Lunedì 22 agosto l’Amazzonia brasiliana ha vissuto il più alto numero di incendi degli ultimi 15 anni, un ennesimo segnale della distruzione in atto della più grande foresta tropicale del mondo.

Le immagini satellitari hanno rilevato 3.358 incendi, record giornaliero dal settembre 2007. La cifra è tre volte superiore a quella del 10 agosto 2019, il cosiddetto “giorno di fuoco“, quando i contadini brasiliani lanciarono una massiccia operazione di inneschi nel nord-est del Paese che si estese a San Paolo, a circa 2.500 chilometri di distanza, scatenando la condanna internazionale.

Alberto Setzer, responsabile del programma di monitoraggio degli incendi dell’INPE, dichiara che non ci sono prove che gli incendi di lunedì siano stati coordinati. Piuttosto, sostiene, fanno parte di un modello generale di aumento della deforestazione. Gli esperti attribuiscono gli incendi in Amazzonia all’azione di agricoltori, allevatori e speculatori, che bonificano illegalmente i terreni bruciando gli alberi. “Le aree in cui si verificano più incendi si stanno spostando sempre più a nord“, seguendo un “arco crescente di deforestazione“, ha dichiarato Setzer all’AFP.

La stagione degli incendi in Amazzonia inizia solitamente ad agosto, con l’arrivo della siccità. Quest’anno, a luglio, l’INPE ha rilevato 5.373 incendi, l’8% in più rispetto allo stesso mese del 2021. Dall’inizio del mese in corso sono stati registrati 24.124 incendi, il peggior mese di agosto dall’inizio della presidenza di Jair Bolsonaro, anche se è ancora lontano dall’agosto 2005 (63.764 incendi rilevati, un record dal 1998).

Jair Bolsonaro è stato criticato per il suo sostegno alla distruzione dell’Amazzonia, a vantaggio dell’agricoltura. Da quando è salito al potere nel gennaio 2019, la deforestazione media annua dell’Amazzonia brasiliana è aumentata del 75% rispetto al decennio precedente. “Se volevano che una bella foresta appartenesse a loro, avrebbero dovuto preservare quelle nel loro paese“, ha twittato ieri il presidente di estrema destra, rivolgendosi a chi critica le sue politiche: “L’Amazzonia appartiene e apparterrà sempre ai brasiliani“.

(Photo credits: NELSON ALMEIDA / AFP)