Guerre, povertà, cambiamento climatico: gli sfollati nel mondo sono 83 milioni

I conflitti come quelli in Sudan e Gaza e le catastrofi naturali hanno portato il numero degli sfollati interni a un nuovo record di 83,4 milioni alla fine del 2024, in crescita del 50% rispetto a sei anni fa. E’ quanto emerge da un rapporto dell’Osservatorio delle situazioni di sfollamento interno (Idmc) e del Consiglio norvegese per i rifugiati (Nnr) nel loro rapporto congiunto pubblicato a Ginevra.

Questo numero, cioè 83,4 milioni, equivalente alla popolazione della Germania, è da confrontare con i 75,9 milioni di sfollati interni che il mondo contava alla fine del 2023. “Lo sfollamento interno è il punto di incontro tra conflitti, povertà e crisi climatica, e colpisce con maggiore forza i più vulnerabili”, dice Alexandra Bilak, direttrice dell’Idmc.

A differenza dei rifugiati, che fuggono da un paese per stabilirsi altrove, gli sfollati sono persone che hanno dovuto lasciare la loro casa ma rimangono all’interno della loro nazione. Il numero di paesi che segnalano spostamenti dovuti sia a conflitti che a catastrofi è triplicato in 15 anni. Più di tre quarti degli sfollati interni a causa di conflitti vivono in zone molto vulnerabili ai cambiamenti climatici. Quasi il 90% di questi sfollamenti forzati sono dovuti a violenze e conflitti. Riguardano 73,5 milioni di persone, un numero in aumento dell’80% dal 2018.

Le catastrofi hanno costretto quasi 10 milioni di persone a fuggire e a stabilirsi altrove, un numero che è raddoppiato in cinque anni. Alla fine del 2024, 10 paesi contavano ciascuno più di tre milioni di sfollati interni a causa di conflitti e violenze. Con 11,6 milioni di sfollati, il Sudan conta il numero più alto di queste persone mai registrato in un solo paese, sottolinea il rapporto. Quasi tutta la popolazione della Striscia di Gaza era sfollata alla fine del 2024, prima ancora della ripresa dei bombardamenti israeliani il 18 marzo, dopo la fine di una tregua di due mesi.

A causa di diversi uragani di grande intensità come Helene e Milton, che hanno provocato evacuazioni di massa, gli Stati Uniti hanno registrato da soli 11 milioni di sfollamenti legati a catastrofi naturali, quasi un quarto del totale mondiale, secondo il rapporto. I fenomeni meteorologici, spesso aggravati dai cambiamenti climatici, hanno causato il 99,5% degli sfollamenti dovuti a catastrofi lo scorso anno. Spesso, le cause e gli effetti dello sfollamento “sono collegati, rendendo le crisi più complesse e prolungando l’angoscia degli sfollati”, spiega il rapporto.

Questi dati allarmanti arrivano in un momento in cui le organizzazioni umanitarie mondiali sono in grave difficoltà a causa del congelamento da parte di Donald Trump della maggior parte degli aiuti finanziari statunitensi. Numerosi tagli di bilancio colpiscono gli sfollati, che in genere ricevono meno attenzione dei rifugiati.

“I dati di quest’anno devono essere un segnale d’allarme per la solidarietà mondiale”,  commenta Jan Egeland, direttore dell’Nrc. “Ogni volta che vengono tagliati i finanziamenti, uno sfollato non ha più accesso al cibo, alle medicine, alla sicurezza e perde la speranza”, avverte. La mancanza di progressi nella lotta contro gli sfollamenti nel mondo è “sia un fallimento politico che una macchia morale per l’umanità”.

Cocco bello e impossibile: i prezzi volano alle stelle. E la colpa è (anche) del clima

Cocco bello e… impossibile. Dopo cacao e caffè, anche il prezzo del frutto tropicale più amato sulle spiagge italiane sta prendendo il volo. Il mercato globale del cocco sta attraversando una delle sue fasi più turbolente degli ultimi decenni. Il 2025 si è aperto con un’escalation dei prezzi che sta mettendo sotto pressione produttori, esportatori e aziende di trasformazione. Perché questo boom? Eventi climatici estremi, invecchiamento delle piantagioni, forte aumento domanda internazionale e nuove pressioni legate alle politiche energetiche nei paesi produttori.

Il clima la fa da padrone. Il fenomeno El Niño ha colpito duramente le principali aree di coltivazione, con siccità e temperature elevate che hanno ridotto drasticamente i raccolti nel Sud-est asiatico e nel Pacifico. Ma la crisi ha radici più profonde. In molti paesi produttori, come Filippine, Indonesia e Sri Lanka, le piantagioni sono composte in gran parte da alberi vecchi, a bassa resa, che non vengono sostituiti da decenni, come succede nel mercato del cacao in Africa. La mancanza di investimenti strutturali nel rinnovo degli impianti ha reso l’offerta globale estremamente fragile, incapace di rispondere agli shock produttivi e alla crescente richiesta del mercato.

Alla carenza strutturale si aggiunge l’aumento della domanda nei mercati chiave come Stati Uniti, Cina e Unione europea. I consumatori cercano sempre più prodotti naturali, sostenibili e versatili come l’olio e l’acqua di cocco, il latte vegetale e il cocco essiccato. Il risultato è un aumento vertiginoso dei prezzi. Solo negli Stati Uniti, ad aprile, il prezzo dell’olio di cocco è cresciuto del 127% rispetto alla media quinquennale. Nelle Filippine, uno dei grandi esportatori mondiale, i prezzi dell’olio hanno raggiunto i 2.658 dollari per tonnellata, il livello più alto degli ultimi tre anni. Anche in Vietnam, altro player globale del cocco, i prezzi sono esplosi: nelle province del delta del Mekong, una dozzina di cocchi costa tre volte tanto rispetto al 2023.

Nello Sri Lanka, altro produttore asiatico, oltre ai danni causati da eventi climatici, gli agricoltori devono fare i conti con infestazioni di mosche bianche e attacchi di scimmie e scoiattoli giganti, che distruggono ogni anno circa 200 milioni di noci. La situazione è ulteriormente complicata dalla scarsità e dal prezzo elevato dei fertilizzanti, che ha indebolito le palme rendendole più vulnerabili ai parassiti. Anche il cambio sfavorevole e l’aumento dei costi di trasporto stanno contribuendo a gonfiare i prezzi nei mercati d’importazione.

Nel frattempo, le politiche interne nei paesi produttori stanno creando ulteriori pressioni sull’offerta. Le Filippine, ad esempio, hanno recentemente aumentato al 3% la quota obbligatoria di olio di cocco nei carburanti biodiesel, con piani di arrivare al 5% entro il 2026. Questa misura richiederà circa 900 milioni di noci in più all’anno, una domanda aggiuntiva che il Paese, con la sua attuale capacità produttiva stagnante, difficilmente potrà soddisfare. Di conseguenza, la copra è diventata più costosa e scarsa, tanto che alcuni frantoi filippini stanno iniziando a importare semi essiccati per continuare la produzione.

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Clima, aprile 2025 da record: è il secondo più caldo di sempre

Le temperature globali sono rimaste a livelli storicamente elevati nel mese di aprile, proseguendo una serie di quasi due anni di caldo senza precedenti sul pianeta che sta sconvolgendo la comunità scientifica sulla velocità del riscaldamento globale. A livello globale, aprile 2025 è il secondo mese più caldo dopo aprile 2024, come riferisce l’osservatorio europeo Copernicus, che si basa su miliardi di misurazioni provenienti da satelliti, stazioni meteorologiche e altri strumenti.

Il mese scorso ha così prolungato una serie ininterrotta di record o quasi record di temperature che dura dal luglio 2023, ovvero da quasi due anni. Da allora, con una sola eccezione, tutti i mesi sono stati almeno 1,5 °C più caldi rispetto alla media dell’era preindustriale (1850-1900).

Tuttavia, molti scienziati si aspettavano che il periodo 2023-2024, i due anni più caldi mai registrati al mondo, sarebbe stato seguito da una tregua, quando le condizioni più calde del fenomeno El Niño si sarebbero attenuate. “Con il 2025, la situazione avrebbe dovuto stabilizzarsi, invece continuiamo a rimanere in questa fase di riscaldamento accelerato”, spiega Johan Rockström, direttore dell’Istituto di Potsdam per l’impatto climatico in Germania. “Sembra che siamo bloccati” e la causa “non è del tutto chiara, ma è un segnale molto preoccupante”, aggiunge.

Gli ultimi due anni “sono stati eccezionali”, riferisce all’AFP Samantha Burgess, del centro europeo che gestisce Copernicus. “Rimangono nella fascia prevista dai modelli climatici per oggi, ma siamo nella parte alta”. Una delle spiegazioni risiede nel fatto che il fenomeno La Nina, opposto a El Nino e sinonimo di influenza rinfrescante, è in realtà solo di “debole intensità” da dicembre, secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, e potrebbe già diminuire nei prossimi mesi.

Una cinquantina di climatologi di fama mondiale, guidati dal britannico Piers Forster, stimano che il clima si sia già riscaldato in media di 1,36 °C nel 2024. È la conclusione di una versione preliminare del loro studio che aggiorna ogni anno i dati chiave dell’Ipcc, il gruppo di esperti sul clima incaricato dall’Onu. Copernicus ha una stima attuale molto simile, pari a 1,39 °C. La soglia di 1,5 °C di riscaldamento, la più ambiziosa dell’accordo di Parigi, sta per essere raggiunta in modo stabile, calcolata su diversi decenni, secondo molti scienziati. Copernicus ritiene che potrebbe avvenire entro il 2029. “Mancano quattro anni. La realtà è che supereremo 1,5 °C”, afferma Samantha Burgess.

“Al ritmo attuale, l’obiettivo di 1,5 °C sarà superato prima del 2030”, stima anche Julien Cattiaux, climatologo del Cnrs, intervistato dall’Afp. “Si dice che ogni decimo di grado conta”, perché moltiplica siccità, ondate di calore e altre catastrofi meteorologiche, “ma attualmente si susseguono rapidamente”, avverte lo scienziato. Ma “ora quello che bisogna cercare di fare è mantenere il riscaldamento globale il più vicino possibile” all’obiettivo iniziale, perché “non è la stessa cosa puntare a un riscaldamento di 2°C alla fine del secolo o di 4°C”, ricorda.

Che la combustione di energie fossili – carbone, petrolio e gas – sia responsabile della maggior parte del riscaldamento non è oggetto di dibattito tra i climatologi. Ma si moltiplicano le discussioni e gli studi per quantificare l’influenza climatica dell’evoluzione delle nuvole, della diminuzione dell’inquinamento atmosferico o della capacità della Terra di immagazzinare il carbonio in pozzi naturali come le foreste e gli oceani. Le rilevazioni annuali delle temperature globali risalgono al 1850. Ma le carote di ghiaccio, i sedimenti sul fondo dell’oceano e altri “archivi climatici” consentono di stabilire che il clima attuale non ha precedenti da almeno 120.000 anni.

Aveline, l’arcivescovo di Marsiglia pontiere del Mediterraneo

Jean-Marc Aveline (Francia), 66 anni – Arcivescovo di Marsiglia, è una figura di impostazione progressista, nota per l’impegno nel dialogo interreligioso, nella giustizia sociale e nella salvaguardia dell’ambiente in piena continuità con Papa Francesco. E’ considerato voce profetica nella Chiesa, impegnata nella costruzione di ponti tra culture e religioni, nella difesa dei più vulnerabili e nella promozione di una spiritualità ecologica e inclusiva.

Nato nel 1958 a Sidi Bel Abbès, in Algeria, da una famiglia ‘pieds-noirs’, Aveline ha vissuto l’esilio dopo l’indipendenza algerina nel 1962, stabilendosi a Marsiglia. Ha studiato teologia all’Institut Catholique e filosofia alla Sorbona di Parigi. Nel 2019 è stato nominato arcivescovo di Marsiglia e creato cardinale da Papa Francesco nel 2022.

Il porporato francese considera le crisi ecologiche e climatiche come sfide spirituali e teologiche. Nel 2021 propone a Papa Francesco l’idea di un Sinodo sul Mediterraneo, ispirato al Sinodo sull’Amazzonia, sulla scorta delle prime visite di Bergoglio a Lampedusa, a Lesbo, dell’incontro religioso a Bari per la pace in Medio Oriente, la tappa a Napoli per parlare di teologia del Mediterraneo: “Siamo davanti a un ‘pellegrinaggio mediterraneo’ di papa Francesco che rivela come il Mediterraneo possa parlare a tutta la Chiesa e abbia singolari specificità che richiedano un approfondimento teologico, pastorale e missionario”, spiega. Durante gli incontri dei vescovi del Mediterraneo, Aveline sottolinea come le crisi umanitarie ed ecologiche incidano sulle fondamenta della vita spirituale, evidenziando la necessità di una teologia mediterranea che affronti queste sfide. “E’ ascoltando il grido dei poveri che si apre al grido della terra, non per moda ecologista, ma per la sollecitudine cattolica per l’intero creato”, scandisce. Aveline promuove una “teologia della missione” che integra dialogo, rivelazione e cattolicità, sottolineando l’importanza di una Chiesa aperta al dialogo interreligioso e attenta alle sfide contemporanee.

La sua esperienza personale di esilio e il contesto multiculturale di Marsiglia lo rendono particolarmente sensibile alle questioni relative ai migranti e alle periferie, con una visione poco eurocentrica. Entrato subito nella lista dei papabili, era stato inizialmente criticato per non conoscere a sufficienza l’italiano per salire al soglio di Pietro. Così nei giorni scorsi ha “risposto” sia ai cardinali in congregazione, intervenendo in italiano, sia in una messa celebrata domenica nella parrocchia di cui è titolare, Santa Maria ai Monti, in un italiano senza esitazioni.

Zuppi, l’uomo della ‘diplomazia parallela’ di Sant’Egidio a capo della Cei

Matteo Maria Zuppi (Italia), 69 anni – Arcivescovo di Bologna, presidente della Conferenza Episcopale Italiana ed esponente di spicco della Comunità di Sant’Egidio.

Il suo impegno per il clima e l’ambiente si fonda su una visione integrale che unisce ecologia, solidarietà e responsabilità collettiva. Nato a Roma l’11 ottobre 1955, è quinto dei sei figli di Enrico Zuppi, per oltre trent’anni direttore dell’Osservatore della Domenica, e di Carla Fumagalli, nipote del cardinale Carlo Confalonieri. Parroco prima di Palestrina, poi di Santa Maria in Trastevere, quindi a Torre Angela, ‘don Matteo’, come lo chiamano i romani, collabora con la comunità di Andrea Riccardi quasi dalla sua fondazione.

E’ stato creato cardinale da Papa Francesco il 5 ottobre 2019. Nel 1990, ha svolto il ruolo di mediatore nelle trattative tra il governo del Mozambico e il partito di Resistenza Nazionale Mozambicana che hanno portato, nel 1992, alla firma degli accordi di pace di Roma, che sancirono la fine delle ostilità. Da allora, continua a operare con la “diplomazia parallela” della Comunità di Sant’Egidio. Il 20 maggio 2023 papa Francesco lo ha incaricato di guidare la missione diplomatica della Santa Sede per allentare le tensioni nel conflitto in Ucraina. La missione si è tradotta in cinque viaggi diplomatici a Kiev (5-6 giugno), Mosca (28-29 giugno), Washington (18 luglio), Pechino (13-15 settembre) e ancora Mosca (14-16 ottobre 2024).

Sul clima, Zuppi sottolinea con forza l’urgenza di una “conversione ecologica” che non può più essere considerata un’opzione facoltativa:Non è un optional, ma frutto della passione per l’uomo e per questa casa nella quale l’uomo può o non può vivere”, scandisce. In occasione del RemTech Expo, mette in guardia contro un’economia “predatoria” che antepone il consumo illimitato al buon senso e alla sostenibilità, evidenziando come tale approccio comprometta il futuro stesso dell’umanità. Al Festival francescano di Bologna, Zuppi mette in luce l’importanza di coinvolgere le nuove generazioni nella costruzione di un futuro sostenibile: “Coinvolgere i giovani nella scelta del futuro, del loro futuro, e aiutarli con le nostre scelte, che sia un futuro sostenibile, credo che sia il primo modo per amarli”, osserva, sottolineando anche il ruolo delle religioni nel promuovere la fraternità universale e la responsabilità condivisa nella cura del Creato. In occasione dell’Earth Day 2024 ad Ascoli, Zuppi lancia un monito sulla gravità della crisi ambientale: “Se il nostro Pianeta non è sostenibile, vuol dire che è insostenibile. Non vorrei che ci svegliamo soltanto quando andiamo a sbattere”, tuona, criticando l’inerzia delle istituzioni e la tendenza a rimandare le azioni necessarie, perché, avverte “ogni ritardo ha conseguenze drammatiche per l’intera umanità”.

Per l’arcivescovo di Bologna, la giustizia ambientale si lega a stretto giro a quella sociale. Denuncia più volte l’illusione che si debba scegliere tra lavoro e salute, sottolineando che entrambe sono essenziali: “Se l’ambiente viene distrutto non possiamo vivere, viviamo molto peggio e vivranno molto peggio quelli dopo di noi. Dobbiamo capire che non è facoltativo, ma è materia d’esame e d’impegno per tutti”.

Nel maggio 2024, Zuppi presenta un Vademecum per promuovere le Comunità Energetiche Rinnovabili:Tanto più le Cer saranno innanzitutto ‘comunità’, raccogliendo le energie migliori all’interno delle nostre Chiese e della società più in generale, tanto più sapranno includere i soggetti più fragili e svantaggiati creando percorsi virtuosi“, scandisce.

Il porporato definisce l’esortazione apostolica Laudate Deum una “campana di allarme” che richiama tutti alla responsabilità nella cura del Creato: “Non solo sottolinea le lentezze del sistema economico mondiale nell’affrontare la crisi ecologica, ma vuole diventare anche una ‘sveglia’, perché tutti insieme, nessuno escluso, ci assumiamo le nostre responsabilità per la cura del creato, dono del Padre Creatore”, afferma.

Prevost, il missionario agostiniano che mette d’accordo le due Americhe

Robert Francis Prevost (Stati Uniti), 69 anni – Prefetto del Dicastero per i Vescovi nel pontificato di Papa Francesco e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina.

La sua formazione agostiniana e la lunga esperienza pastorale in Sud America hanno influenzato profondamente la sua visione ecclesiale e sociale, rendendolo un profilo apprezzato sia dagli Stati Uniti che dal Global South.  Il cardinale incarna una visione che unisce spiritualità, giustizia sociale e responsabilità ambientale, promuovendo un impegno concreto e condiviso per la cura della casa comune.

Nato a Chicago il 14 settembre 1955, è un agostiniano missionario laureato in Matematica e Filosofia, inviato in missione in Perù per diversi anni, prima di diventare provinciale della provincia agostiniana di Chicago nel 1999. Richiamato a Roma da Papa Francesco per ricoprire il ruolo delicatissimo di prefetto dei vescovi, è stato creato cardinale da Bergoglio il 30 settembre 2023.

Il porporato è un convinto sostenitore dell’ecologia integrale. Nel 2024, durante il seminario ‘Affrontare i problemi della crisi ambientale alla luce della Laudato si’ e della Laudate Deum‘, sottolinea la necessità di passare “dalle parole ai fatti”, basando la risposta alla crisi ambientale sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

Per Prevost, il “dominio sulla natura”, affidato da Dio all’umanità, non deve trasformarsi in “tirannia”, ma deve essere vissuto come una “relazione di reciprocità” con l’ambiente.

Il prefetto mette anche in guardia dalle conseguenze dello sviluppo tecnologico incontrollato. Evidenzia l’importanza di un’economia umana che rispetti l’ambiente e promuova modelli circolari di produzione e consumo, opponendosi alla “cultura dello scarto”, ribadendo che l’economia dovrebbe migliorare, e non distruggere, il nostro mondo.

Prevost ricorda l’impegno concreto alla Santa Sede nella tutela dell’ambiente, dall’installazione del maxi-impianto fotovoltaico sul tetto dell’Aula Paolo VI alla transizione in atto verso veicoli totalmente elettrici in Vaticano. Azioni che, scandisce, “testimoniano la volontà della Chiesa di essere un modello di sostenibilità”.

Per il cardinale, una cooperazione globale deve essere alla base della lotta alla crisi climatica, con un ordine giuridico, politico ed economico che possa rafforzare il lavoro congiunto mondiale per “lo sviluppo di tutti i popoli in solidarietà”.

Parolin, il Segretario di Stato che porta l’ecologia sul tavolo della diplomazia vaticana

Pietro Parolin (Italia), 70 anni – Segretario di Stato della Santa Sede dal 15 ottobre 2013, interpreta la visione di papa Francesco e porta l’ecologia integrale al centro dell’agenda diplomatica vaticana, unendo realismo politico e volontà di costruire ponti tra paesi, fedi e popoli.

Nato il 17 gennaio 1955 a Schiavon, in provincia di Vicenza, Parolin è stato ordinato sacerdote il 27 aprile 1980 e ha alle spalle decenni di diplomazia vaticana, con incarichi in Nigeria, Messico e nella Terza Loggia. Dal 2009 al 2013 è stato nunzio apostolico in Venezuela, poi creato cardinale da Papa Francesco il 22 febbraio 2014.

In occasione delle conferenze Onu sul clima, Parolin trasmette con forza l’urgenza di un cambiamento sistemico a tutela della Casa comune. Intervenendo al Climate Summit 2014 dell’Onu, evidenzia la necessità di una trasformazione nei modelli di sviluppo e negli stili di vita: “Si tratta, adesso, di consolidare una profonda e lungimirante reimpostazione dei modelli di sviluppo e degli stili di vita, per correggerne le numerose disfunzioni e distorsioni”. Sottolinea l’importanza di affrontare le sfide ambientali con un approccio etico e solidale: “Abbiamo bisogno di una risposta collettiva, responsabile e senza precedenti, volta a lavorare insieme per costruire la nostra casa comune”, sostiene in un videomessaggio in apertura del Climate Adaptation Summit 2021.

Durante le conferenze ambientali internazionali, il porporato prende spesso la parola, chiedendo giustizia climatica, transizione energetica equa e tutela dei popoli indigeni e dei giovani come protagonisti del cambiamento. “Non possiamo lasciare che i Paesi più vulnerabili paghino il prezzo più alto dell’inazione dei più ricchi“, denuncia durante la Cop26 di Glasgow, in Scozia, nel 2021. La diplomazia vaticana lavora anche dietro le quinte, favorendo il dialogo tra Stati e incoraggiando impegni più ambiziosi. Anche in questo caso, Parolin ha spesso incontrato leader politici e religiosi per favorire una convergenza sul clima: “Il cambiamento climatico è un’urgenza planetaria che deve unire, non dividere. Serve un’azione congiunta, solidale e responsabile“, afferma intervenendo alla Cop28 di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, nel 2023.

Il segretario di Stato promuove anche la collaborazione interreligiosa sul clima, come dimostra l’incontro del 2021 tra leader religiosi e scienziati in Vaticano, in vista della COP26. L’obiettivo era unire etica e scienza per promuovere azioni concrete. “Tutte le religioni possono contribuire a formare le coscienze in vista di una responsabilità comune verso la Terra”, si legge nella dichiarazione congiunta. Grande importanza viene attribuita all’educazione ambientale, soprattutto tra i giovani: “Solo tramite il riconoscimento del dono che ci è stato fatto ci verrà spontaneo prendercene cura e quindi passare dalla cultura dello scarto a una cultura della cura”, dice il cardinale durante la rassegna Cinema per il Creato il 23 marzo 2024.

Parolin promuove anche un’economia che valorizzi la dignità umana e il lavoro, opponendosi alla cultura dello scarto: “L’ecologia integrale esige una concezione economica più ‘umana’, basata sui precetti di ‘custodire e coltivare’, nella quale il sistema economico possa migliorare – non distruggere – il nostro mondo”, ricorda.

Hollerich progressista europeo: “La crisi climatica uccide quanto una guerra”

Jean-Claude Hollerich (Lussemburgo), 66 anni – Presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (Comece) e relatore generale del Sinodo sulla sinodalità, il cardinale gesuita è uno dei principali promotori della “conversione ecologica” nella Chiesa cattolica.

Durante il Sinodo per l’Amazzonia del 2019, lancia l’allarme sulla crisi ambientale: “Se il nostro pianeta viene distrutto, possiamo gridare quanto vogliamo su preti sposati o donne prete, ma non ci sarà più bisogno di preti. È il problema più importante e urgente”, denuncia, mentre sul tavolo dei vescovi tiene banco il tema dei viri probati. Hollerich evidenzia la necessità di un cambiamento personale tra i leader ecclesiastici: “Noi vescovi dobbiamo cambiare il nostro stile di vita. Se non riesco a cambiare il mio stile di vita – domanda -, come posso chiedere ai giovani di farlo?”.

Nato il 9 agosto 1958 a Differdange, in Lussemburgo, Hollerich vive per oltre 20 anni in Giappone, dove diventa professore e vice-rettore all’Università Sophia di Tokyo. Dal 2011 è arcivescovo di Lussemburgo e nel 2019 viene creato cardinale da Papa Francesco.

Nel 2018, come presidente della Comece, in vista della Cop28 Hollerich firma un appello congiunto dei presidenti delle Conferenze Episcopali continentali, esortando i leader politici a implementare con urgenza l’Accordo di Parigi: “Promuovendo i messaggi dell’enciclica Laudato Si’, i leader della Chiesa di tutto il mondo chiedono azioni ambiziose e immediate per affrontare e superare gli effetti devastanti della crisi climatica”, scandisce. L’appello include richieste specifiche, come mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C, un cambio di stili di vita perché diventino più sostenibili, il rispetto delle comunità indigene, la fine dell’era dei combustibili fossili e il passaggio alle energie rinnovabili, una riforma del settore agricolo per garantire cibo sano e accessibile. “Ci sono ideali oggi condivisi da gran parte della popolazione, come l’ecologia. È semplicemente una necessità per salvare l’umanità”, sostiene in un’intervista del 2024. E avverte che il cambiamento climatico, se non affrontato, “ucciderà tante persone quanto una guerra”.

Hollerich è considerato un ‘progressista’, un fervente sostenitore del processo sinodale. Ha più volte espresso la necessità di una Chiesa più accogliente verso tutti, inclusi i giovani e le persone Lgbtqi+.

Turkson ecologista integrale: Grido della Terra è grido dei poveri

Peter Turkson (Ghana), 76 anni – Cancelliere della Pontificia accademia delle Scienze e della Pontificia accademia delle Scienze sociali, il cardinale ghanese originario di Wassaw Nsuta è stato prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. E’ una delle voci più autorevoli del mondo cattolico nell’ambito della giustizia ambientale, con una visione che intreccia rispetto del creato, diritti umani e sviluppo economico sostenibile. Ha elogiato più volte gli attivisti climatici e definito Greta Thunberg “una grande testimone dell’insegnamento della Chiesa sull’ambiente”.

Figlio di madre metodista e padre cattolico, Turkson è entrato in seminario in Ghana, ha proseguito la formazione sacerdotale negli Stati Uniti, al St. Anthony-on-Hudson Seminary, e a Roma nel Pontificio Istituto Biblico. Viene ordinato sacerdote nel 1975. Dopo anni di servizio pastorale, nel 1992 Giovanni Paolo II lo nomina arcivescovo di Cape Coast e lo crea cardinale nel 2003. Dal 2009 al 2017 guida il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Dal 2017 al 2021 è il primo Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, organismo che si occupa di diritti umani, giustizia sociale, ambiente e salute. Il cardinale Turkson è considerato uno dei principali promotori della Laudato si’, l’enciclica ecologica scritta da Papa Francesco nel 2015. Ha lavorato alla sua redazione, proponendo una visione integrale dell’ecologia che collega la crisi ambientale con la povertà e l’ingiustizia sociale. “La crisi ecologica è l’altra faccia della crisi sociale: un grido della terra e un grido dei poveri”, dichiara nel 2015 intervistato da Vatican News.

L’ex prefetto ha sempre sostenuto che la protezione dell’ambiente non può essere separata dalla tutela della dignità umana: “Non possiamo parlare di cambiamento climatico senza parlare di giustizia. I più poveri pagano il prezzo più alto”, spiega sempre nel 2015 in un dialogo a Parigi. Ripetutamente il cardinale ghanese ha richiamato la responsabilità collettiva di fronte al degrado ambientale. Alla Conferenza ‘Our Ocean’, nel 2017, ricorda che “la Terra ci precede e ci è stata data. Non è un bene di consumo da sfruttare, ma un dono da custodire”.

La sua visione di ecologica integrale promuove un approccio che unisce cura della natura, economia sostenibile e solidarietà tra i popoli. “Un’ecologia autentica non si limita a proteggere la natura: è un appello alla conversione dei cuori, dei comportamenti, dei sistemi economici”, ricorda nel 2019 in un’intervista al quotidiano La Croix. Turkson invita a non considerare l’ambiente come a “un tema per pochi specialisti”, ma come una questione urgente che coinvolge ogni essere umano. E si dice convinto che i giovani abbiano un ruolo cruciale nella “conversione ecologica globale”. “La terra ha bisogno delle vostre mani, delle vostre menti e dei vostri cuori. Non aspettate che siano gli altri a cambiare il mondo”, dice aprendo l’edizione virtuale di Economy of Francesco, con duemila giovani economisti e imprenditori under 35 convocati da Papa Francesco ad Assisi.

Czerny il prefetto gesuita che difende i rifugiati climatici

Michael Czerny (Repubblica Ceca), 78 anni – Prefetto del dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale, Czerny sottolinea l’urgenza di azioni locali e politiche pubbliche efficaci per affrontare la crisi climatica, evidenziando le conseguenze dello sfruttamento della Terra.

Il cardinale incarna una visione profonda e concreta dell’ecologia integrale, per la quale il rispetto per l’ambiente è inscindibile dal rispetto per ogni persona, specialmente per i più vulnerabili.

Nato nel 1946 in Cecoslovacchia da una famiglia cattolica, Michael Czerny emigra in Canada con la madre e il fratello nel 1948, fuggendo dalle persecuzioni comuniste. Entra nella Compagnia di Gesù a 20 anni. Studia filosofia e teologia in Canada e negli Stati Uniti, fondando il Jesuit Centre for Social Faith and Justice a Toronto, impegnato su questioni sociali come la giustizia ambientale e i diritti umani. A Milano lavora a stretto contatto con il Cardinale Carlo Maria Martini e nel 2010 Papa Benedetto XVI lo chiama a Roma come sottosegretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Dal 2016, è uno dei sottosegretari della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, diretto personalmente da Papa Francesco. E’ Bergoglio a crearlo cardinale, il 5 ottobre 2019.

Czerny vede nella cura del Creato una dimensione essenziale della fede cristiana, strettamente collegata ai temi della giustizia sociale e della dignità dei migranti e dei poveri. “La crisi climatica è una crisi umanitaria. È la terra stessa che geme, ed è l’umanità più vulnerabile che soffre”, denuncia durante una conferenza a Roma nel 2019.

Il prefetto è tra i promotori dell’applicazione concreta della Laudato si’, l’enciclica di Papa Francesco, soprattutto nell’ambito della migrazione climatica. “Quando parliamo di rifugiati climatici, non stiamo parlando del futuro: stiamo parlando di una realtà già presente”, osserva un’intervista ad America Magazine nel 2020. Czerny richiama spesso alla necessità di una conversione ecologica personale e comunitaria, invitando tutti a un cambiamento concreto di stile di vita. “Non basta aggiustare il sistema. Dobbiamo cambiare mentalità, abbandonare l’idea che la natura sia una merce”, esorta durante una tavola rotonda nel 2021.

Czerny integra l’ecologia nella visione della giustizia integrale. Nella presentazione del Documento sul Sinodo per l’Amazzonia, nel 2019, ricorda che l’Amazzonia non è solo una regione geografica: “è un banco di prova per la sopravvivenza del nostro pianeta”. Durante il Sinodo insiste sull’ingiustizia subita per la devastazione dell’ambiente dai popoli indigeni, “i primi custodi del creato”. Il cardinale ceco è molto impegnato nella promozione del Piano d’Azione Laudato si’, che invita parrocchie, scuole, aziende e famiglie a cambiare radicalmente i propri modelli di consumo e produzione. “Non si tratta solo di salvare la natura. Si tratta di salvare la nostra umanità”, scandisce nel 2022 durante una conferenza.