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Anche i tribunali lottano contro il cambiamento climatico

Secondo uno studio che mostra un aumento delle cause contro governi e aziende, un quarto di tutte le cause legali legate al cambiamento climatico dagli anni ’80 sono state intentate negli ultimi due anni. Il rapporto, che evidenzia la crescente importanza dei tribunali nella lotta al riscaldamento globale, è stato pubblicato giovedì, lo stesso giorno in cui la Corte Suprema conservatrice degli Stati Uniti ha limitato la capacità del governo federale di combattere i gas serra.

Dalle cause per costringere i governi a ridurre maggiormente le emissioni di gas serra, come l'”Affaire du siècle” francese, alle denunce contro le aziende per greenwashing, il numero, la portata e l’ambizione delle controversie legali legate al clima sono in aumento, in base ai riscontri forniti dagli esperti del Grantham Research Institute della London School of Economics.

Secondo il rapporto, dei circa 2.000 procedimenti giudiziari avviati dal 1986, 475 sono stati avviati dall’inizio del 2020. “Si tratta di un processo costante. Ed è probabile che continui a crescere“, ha dichiarato Catherine Higham, analista politico presso il Grantham Research Institute. Sempre più spesso, i querelanti sperano di ottenere cambiamenti di vasta portata nelle politiche o nei comportamenti.

La maggior parte delle cause viene intentata contro i governi. La decisione più eclatante è stata quella della Corte Suprema olandese che nel 2019 ha ordinato allo Stato di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 25% entro la fine del 2020. Secondo Catherine Higham, questi casi giudiziari non riguardano tanto se i governi debbano o meno agire, quanto piuttosto come farlo. “Al momento è molto raro che un governo metta in discussione la scienza del clima“, afferma l’autrice.

Un numero sempre maggiore di cause legali prende di mira la produzione e il consumo di petrolio, carbone e gas, e le cause legali stanno svolgendo un “ruolo importante” nel movimento di allontanamento dai combustibili fossili, si legge nel rapporto. Il numero di cause legali è in aumento anche nei Paesi in via di sviluppo, che contestano i progetti di sviluppo dei combustibili fossili che li renderebbero dipendenti da queste energie inquinanti per decenni.

Anche le cause contro le aziende di tutti i tipi sono in aumento, con oltre la metà nel 2021 che attacca attività nei settori alimentare, agricolo, dei trasporti, delle materie plastiche e finanziario. Alcuni mirano a costringere le aziende a ridurre le loro emissioni, altri attaccano le dichiarazioni di azioni climatiche fuorvianti. Si teme che i governi siano costretti a pagare miliardi di dollari di risarcimento alle compagnie petrolifere. È il caso, ad esempio, del Trattato sulla Carta dell’Energia (TCE), che l’Unione Europea vuole riformare. Permette alle aziende di chiedere un risarcimento a un tribunale arbitrale privato da parte di uno Stato le cui decisioni incidono sulla redditività dei loro investimenti… anche quando le politiche sono a favore del clima.

Questo potrebbe avere un “impatto devastante“, avverte Catherine Higham. “Che si tratti della Corte Suprema negli Stati Uniti o di uno di questi tribunali arbitrali, i tribunali hanno un’enorme influenza potenziale sulla direzione della politica climatica e possono andare da una parte o dall’altra“, afferma l’esperta.

(Photo credits: Ed JONES / AFP)

La Nato si allinea al Green Deal Ue, verso la neutralità climatica al 2050

Ridurre le emissioni di gas serra civili e militari di almeno il 45% entro il 2030, per arrivare alla neutralità climatica entro la metà del secolo. La Nato si allinea agli obiettivi ‘verdi’ del Green Deal europeo e ha annunciato martedì (28 giugno) i primi target di riduzione delle emissioni di gas serra dell’Alleanza Atlantica che oggi conta 30 Paesi membri.

Ad annunciarli dal palco di Madrid, dove fino al 30 giugno è in corso il Vertice Nato, è il segretario generale Jens Stoltenberg, avvertendo del fatto che “non sarà facile, ma si può fare“. Spiega di aver “condotto analisi approfondite su come farlo” e una grande parte di questo percorso sarà la transizione verso l’indipendenza dai combustibili fossili, di cui oggi sono dipendenti la gran parte dei Paesi che ne fanno parte. “Tutti i nostri Paesi alleati si già sono impegnati a ridurre le proprie emissioni per essere in linea con gli obiettivi del Patto di Parigi”. L’adattamento delle loro forze armate “contribuirà a questo” obiettivo, inclusa una tecnologia più verde, come le energie rinnovabili, “i combustibili sintetici rispettosi del clima e soluzioni più efficienti dal punto di vista energetico“, ha menzionato.

Alla tre giorni di vertice di Madrid, l’Alleanza Atlantica aggiornerà il suo ‘Strategic Concept’, il programma di azione aggiornato l’ultima volta dieci anni fa, che guarderà al prossimo decennio della Nato fondandosi sul concetto di ‘Resilienza’, che questa volta riguarderà anche la resilienza ai cambiamenti climatici, considerandoli “un moltiplicatore di crisi“. Stoltenberg ha spiegato che il documento definirà il cambiamento climatico come “una sfida decisiva nel tempo, che per gli alleati significherà tre cose: “aumentare la nostra comprensione, adattare le nostre alleanze e ridurre le nostre emissioni“.

Sulla riduzione delle emissioni, il segretario Nato presenterà ai Paesi alleati in questi giorni la prima metodologia per calcolare le emissioni di gas serra, sia civili che militari, provenienti dalla Nato. Comprensiva di un indicatore su “cosa contare e come contarlo”, e “lo renderò disponibile a tutti gli alleati per fare in modo che possano calcolare il loro impatto ambientale delle emissioni che vengono prodotte”. Partendo dal presupposto che tutto ciò che può essere quantificato”, come le emissioni di gas a effetto serra “può essere anche ridotto.

Stoltenberg ha parlato della necessità di riduzione dell’uso dei combustibili fossili anche in chiave strategica. La guerra in Ucraina “mostra i rischi di essere troppo dipendenti da materie prime che sono importati da regimi autoritari” e il modo con cui Mosca usa il gas come arma ci rende chiaro che dobbiamo “bisogna abbandonare presto il petrolio e il gas russi“, ha detto mettendo in guardia sul fatto che “non dobbiamo però finire per dipendere da un altro regime autoritario“. Il riferimento esplicito è proprio alla Cina da cui arrivano “molte materie prime che sono necessarie alle tecnologie verdi“. Imperativo per l’Unione europea come anche per la NATO “diversificare fonti e fornitori” di energia.

(Photo credits: JAVIER SORIANO / AFP)

G7, tre pilastri per Club del clima internazionale entro fine 2022

Un circolo per nulla esclusivo, ma aperto a tutti i Paesi del mondo. Entro la fine dell’anno” sarà istituito un “Club del clima” internazionale, “aperto e cooperativo, per spingere il percorso verso la neutralità climatica entro il 2050. È questa la volontà messa nero su bianco in un allegato specifico alle conclusioni del vertice del G7 a Schloss Elmau, in Baviera. Un Club che sostenga “l’effettiva attuazione” dell’Accordo di Parigi, considerato che al momento “né l’ambizione climatica globale né l’attuazione sono sufficienti” per raggiungerne gli obiettivi, notano “con preoccupazione” i leader del Gruppo dei Sette (Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti).

Il Club del clima internazionale si baserà su tre pilastri. Il primo riguarda la promozione delle politiche di mitigazione “per ridurre l’intensità delle emissioni delle economie partecipanti nel percorso verso la neutralità climatica“: le politiche e i risultati saranno resi “coerenti con le nostre ambizioni“, saranno rafforzati “i meccanismi di misurazione e rendicontazione delle emissioni” e contrastata la “rilocalizzazione delle emissioni di carbonio a livello internazionale“. In parallelo, il secondo pilastro pone l’obiettivo di “trasformare congiuntamente le industrie per accelerare la decarbonizzazione“, anche a partire dai target dell’Agenda per la decarbonizzazione industriale, del Patto d’azione per l’idrogeno e dell’espansione dei mercati per i prodotti industriali verdi.

Infine, la terza gamba del Club del clima internazionale è il rafforzamento dell’ambizione internazionale a “sbloccare i benefici socio-economici della cooperazione per il clima e promuovere una giusta transizione energetica“. Partnenariati e cooperazione internazionale serviranno a mobilitare il sostegno e l’assistenza ai Paesi in via di sviluppo, non solo per la decarbonizzazione dell’energia e dei settori industriali, ma anche per la trasparenza, la capacità tecnica, lo sviluppo e la diffusione del trasferimento tecnologico, “a seconda del loro livello di ambizione climatica“, si legge nell’allegato firmato dai leader del G7.

Il Club del Clima, “in quanto forum intergovernativo ad alta ambizione“, avrà una natura “inclusiva e aperta a tutti i Paesi del mondo che si impegnano ad attuare ‘pienamente’ l’Accordo di Parigi e le relative decisioni, in particolare il Patto per il Clima di Glasgow. “Invitiamo i partner, compresi i principali emettitori, i membri del G20 e altre economie emergenti e in via di sviluppo, a intensificare le discussioni e le consultazioni con noi su questo tema“, è l’invito finale dei sette ‘Grandi’ della Terra, che designeranno ciascuno il proprio ministro competente “per sviluppare termini di riferimento completi, raggiungendo partner interessati e ambiziosi“, negli ultimi sei mesi del 2022.

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Continua la morsa di Caronte: oltre 40 gradi in Sicilia e Sardegna

L’anticiclone africano Caronte non dà tregua all’Italia. Anche in questa settimana i termometri si manterranno su temperature ben al di sopra delle medie stagionali, con picchi che potranno facilmente superare i 40°C in molte città.

Lo scenario meteorologico è bloccato da diverse settimane, con l’alta pressione africana che prende di mira tutta l’Italia, concedendo pochi spazi alle più fresche e instabili correnti oceaniche.

Oggi un alito bollente raggiungerà gran parte del Centro-Sud, insistendo in misura maggiore sulle due Isole maggiori. Nelle aree più interne di Sardegna e Sicilia le colonnine di mercurio potranno toccare punte record superando la soglia dei 40°C, spiega Antonio Sanò, direttore e fondatore del sito ilmeteo.it. Non sono da escludere picchi massimi oltre i 43-44°C nelle zone interne della Sardegna e della Sicilia, che potrebbero segnare dei record per la fine di giugno.

Tanto sole e caldo in aumento anche sul resto d’Italia dove però le colonnine di mercurio non riusciranno ancora a salire così tanto, complici un fronte temporalesco che, nella giornata di martedì 28 giugno, interesserà le regioni settentrionali dispensando piogge e temporali che, dalle Alpi raggiungeranno le zone pianeggianti del Nordovest. In questo frangente assisteremo a un generale calo dei valori massimi, al Nord come su parte del Centro.

Nella seconda parte della settimana Caronte tornerà però più forte, estendendo la sua rovente influenza ovunque; non avremo solo condizioni votate a una totale stabilità atmosferica, ma le temperature saranno destinate a salire nuovamente su tutto il territorio nazionale con valori che torneranno a toccare i 40°C sulla Sardegna e su parte del Sud, con picchi prossimi ai 37/38°C sul resto del Paese.

Nel dettaglio, lunedì 27 si avrà al Nord cielo sereno o al più poco nuvoloso, con temporali pomeridiani sui settori alpini. Al Centro: alternanza tra nubi e schiarite in un contesto sempre asciutto. Al Sud: bel tempo prevalente, clima molto caldo con punte di 38-39 gradi. Martedì 28 al Nord: pressione in calo, temporali fino in pianura al Nordovest, verso nordest entro sera. Al Centro: un po’ instabile sul Nord della Toscana, sole prevalente altrove. Al Sud: condizioni di tempo stabile e soleggiato dappertutto. Mercoledì 29 al Nord: ultime note instabili sulle Alpi e Prealpi orientali, sole prevalente altrove e clima più caldo. Al Centro: bel tempo prevalente, tutto sole e clima un po’ meno caldo. Al Sud: tanto sole ovunque, fino a 40 gradi a Bari.

 

(Photo credits: Sajjad HUSSAIN / AFP)

Grande muraglia verde

In Africa la Grande Muraglia Verde contro la desertificazione

Un muro contro la desertificazione, gli effetti dei cambiamenti climatici e l’insicurezza alimentare. Oltre 8 mila chilometri che collegano il Senegal a Gibuti, passando per altri 18 Paesi delle regioni del Sahara, del Sahel e del Corno d’Africa, a costituire la Grande Muraglia Verde, l’iniziativa per affrontare le più urgenti minacce che incombono sul continente africano e – di conseguenza – su tutta la comunità globale: siccità, carestie, conflitti, migrazioni. Non è un caso se l’Unione Europea è tra i maggiori sostenitori e, attraverso la sua strategia globale per lo sviluppo di infrastrutture e interconnesioni sostenibili, è pronta a porre “un altro mattone nel muro verde“, con finanziamenti e sostegno economico.

Il progetto approvato dalla Conferenza dei capi di Stato e di governo della Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara nel giugno del 2005 in Burkina Faso – e nato ufficialmente due anni più tardi – si pone l’obiettivo di attraversare per il verso della larghezza l’intero continente africano, da ovest a est, ripristinando 100 milioni di ettari di terreno degradato, sequestrando 250 milioni di tonnellate di carbonio dai terreni e creando 10 milioni di posti di lavoro verdi nelle aree rurali entro la fine del decennio. Una volta completata, la Grande Muraglia Verde sarà “la più grande struttura vivente del pianeta, tre volte più estesa della Grande Barriera Corallina“, come si legge nella presentazione del progetto guidato dall’Unione Africana.

Nel suo sforzo di combattere cambiamenti climatici e desertificazione, la Grande Muraglia Verde contribuirà direttamente anche agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) 2030 delle Nazioni Unite. A 15 anni dal via libera, è stato completato circa il 15 per cento del progetto, con risultati tangibili in almeno 11 Paesi che hanno aderito, dalla Mauritania all’Etiopia, dal Mali al Sudan, passando dalla Nigeria, il Chad, il Niger e l’Eritrea. La barriera verde svolgerà anche un ruolo cruciale nel garantire al continente africano la sicurezza alimentare che oggi è stata messa ancora più a rischio dal blocco russo delle esportazioni di cereali dall’Ucraina. E su questo punto l’Unione Europea è toccata direttamente.

Oltre a mobilitare 600 milioni di euro per rafforzare la produzione locale nei Paesi vulnerabili, in aggiunta al pacchetto già annunciato di 3 miliardi di euro per la sicurezza alimentare globale, la Commissione Ue è pronta a mobilitare la sua strategia per le infrastrutture sostenibili Global Gateway per alzare il “baluardo contro l’insicurezza alimentare e il cambiamento climatico“. Lo ha messo in chiaro la presidente dell’esecutivo comunitario, Ursula von der Leyen, nel suo intervento di apertura delle Giornate europee dello sviluppo 2022, spiegando che Bruxelles “aiuterà a completare il progetto di milioni di ettari per un’alimentazione sostenibile nel continente“, perché “la soluzione sul medio e lungo termine è la produzione e la resilienza in loco“.

Clima, Ocse lancia nuovo Forum. Franco: Accelerare rinnovabili

Energia, crisi alimentare e tutela dell’ambiente: sono i temi, oltre al Fisco e alla crescita, al centro della riunione del Consiglio ministeriale dell’Ocse che si è conclusa ieri. La Presidenza di turno tocca all’Italia, infatti è il ministro dell’Economia, Daniele Franco, a presentarsi alla conferenza finale assieme al segretario generale, Mathias Cormann. Entrambi sottolineano l’unità di intenti e vedute dei Paesi membri nella condanna all’aggressione russa ai danni dell’Ucraina, esprimendo massima solidarietà alla popolazione e l’impegno per la ricostruzione una volta che le armi avranno taciuto. Nell’attesa bisogna continuare, anzi migliorare gli sforzi per contrastare il cambiamento climatico, che rischia di avere ricadute rovinose sulla crescita.

Ecco perché l’Ocse ha dato il via libera al nuovo Forum inclusivo sulle politiche per la mitigazione degli effetti dell’uso del carbone. “Nel corso di questa ministeriale è stato fatto un grande passo avanti negli sforzi per garantire azioni più ambiziose sul climate change“, annuncia Cormann. Sottolineando che la discussione è stata animata dalla “necessità di condividere le migliori pratiche per raggiungere le emissioni zero, sperando che siano prese decisioni migliori a livello mondiale“. Del resto “il mondo ha bisogno di azioni più efficaci” per “ridurre le emissioni globali e non fare semplicemente un passaggio delle attività da una parte all’altra del mondo“. In poche parole una delocalizzazione delle produzioni più inquinanti da un emisfero all’altro: tanto il prodotto finale non cambierebbe.

Un monito ribadito anche da Franco: “E’ importante che la liberalizzazione del commercio vada di pari passo con la tutela dell’ambiente“. Sottolineando l’importanza della cooperazione internazionale “per coinvolgere il maggior numero di Paesi possibile, anche al di là dei membri dell’Ocse, che sono numerosi e importanti“, visto che “la maggior parte delle emissioni inquinanti avvengono in altre nazioni“. Dunque, resta centrale la transizione ecologica: “C’è stato uno scambio molto proficuo sulle possibili modalità per nuove prospettive – ammette il ministro italiano -. La guerra in Ucraina ha imposto di utilizzare ancora di più il carbone nel breve termine, invece bisogna accelerare lo sviluppo di fonti rinnovabili, perché dobbiamo compensare le missioni extra che siamo producendo“.

Il responsabile del Mef ha battuto molto anche sul tasto dolente delle tonnellate di grano ferme nei porti ucraini a causa della guerra scatenata da Mosca: “Dobbiamo poterle sbloccare“, perché “le conseguenze provocate dalla guerra hanno ulteriormente esacerbato le difficoltà che già esistevano a causa dell’inflazione” e “questo ha contribuito a produrre un rallentamento della crescita, oltre alle interruzioni nella catena dei rifornimenti“. Ragion per cui nella ministeriale Ocse “si è deciso di offrire un ampio sostegno, soprattutto verso quei cittadini più vulnerabili delle nostre società e i Paesi più vulnerabili: si tratta di un elemento molto importante, visto che riguardava appunto il rifornimento di cibo e di materie prime, che mette a repentaglio la vita delle persone“.

Tra i continenti più a rischio in questo scenario c’è sicuramente l’Africa. Ma non solo con la chiave di lettura della crisi alimentare: “E’ importante sostenere le soluzioni per le priorità africane” come quella di “avere accesso ai servizi dell’energia e infrastrutture energetiche” oltre a “garantire una fornitura energetica affidabile” alle popolazioni. Se non ci sarà un cambio di rotta potrebbero sorgere altre “difficoltà” e “nuove guerre civili“.

All’Ocse c’è spazio anche per parlare di inflazione, con l’auspicio del ministro dell’Economia che si “eviti di introdurre in questo contesto delle tensioni non necessarie“, affidando un messaggio alle banche centrali: “Devono cercare di scegliere una traiettoria che tenga in considerazione i fattori alla base dell’aumento del tasso di inflazione“. Considerando anche il contestuale rialzo dei tassi di interessi della Bce, anche se “pienamente è atteso, un po’ un ritorno alla normalità“, a patto che “la proiezione di questo aumento, e la tempistica, avvenga senza tensioni, senza shock“. Perché “quando l’inflazione dipende molto dagli shock, per quanto concerne l’offerta, l’aumento dei tassi di interesse sono meno importanti“. La guardia, comunque, vista l’incertezza della fase storica deve rimanere alta.

emissioni

Parlamento Ue al voto su otto dossier del ‘Fit for 55’

Tredici proposte legislative, di cui otto revisioni di leggi esistenti e cinque nuove proposte. Il ‘Fit for 55’ è stato presentato dalla Commissione Europea il 14 luglio dello scorso anno come il più grande pacchetto sul clima finora varato in Unione Europea, pensato con l’obiettivo di portare il Continente a tagliare le emissioni di gas serra del 55% (rispetto ai livelli registrati nel 1990) entro il 2030, come tappa intermedia per l’azzeramento delle emissioni entro il 2050 (la neutralità climatica).

Il Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo da lunedì 6 a giovedì 9 giugno dovrà finalizzare la sua posizione su otto proposte legislative del pacchetto: una revisione del sistema di scambio di quote di emissione dell’Ue la revisione dell’ETS per quanto riguarda l’aviazione e il CORSIA, il sistema di compensazione del carbonio per ridurre le emissioni di CO₂ per i voli internazionali), l’introduzione di una nuova tassa sul carbonio sulle importazioni (il CBAM, acronimo di carbon border adjustment mechanism), nuovi standard di emissione di per automobili e furgoni, nuovi obiettivi per l’uso del suolo e le foreste per assorbire più carbonio, modifiche agli obiettivi nazionali degli Stati membri per la riduzione delle emissioni e, infine, la creazione di un Fondo sociale per il clima per ammortizzare i costi della transizione.

Una discussione sugli otto fascicoli del pacchetto è prevista nella giornata di martedì 7 giugno, con risultati del voto mercoledì. Dopo il via libera dell’Eurocamera, potrà iniziare il negoziato dell’Eurocamera con i governi che la Commissione europea, spera di concludere prima della prossima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP27) in programma a Sharm el-Sheikh, in Egitto, a novembre (7-18 novembre 2022). Da quando il pacchetto è stato presentato, quasi un anno fa, l’aumento dei prezzi dell’energia e la guerra di aggressione della Russia ai danni dell’Ucraina iniziata lo scorso 24 febbraio, hanno portato la Commissione a presentare il piano ‘REPowerEU’ per l’indipendenza energetica dell’UE dai combustibili fossili russi al più tardi entro il 2027, che avrà come conseguenza, tra le altre, anche una modifica di alcune proposte avanzate neanche un anno fa. Tra queste, andranno incontro a una modifica i target sull’efficienza e le energie rinnovabili che sono stati rivisti al rialzo ma anche l’anticipo di alcune quote della riserva di stabilità di mercato del sistema Ets, per mobilitare 20 miliardi di euro per finanziare il piano.

auto e furgoni

Le nuove regole per auto e furgoni al vaglio dell’Aula

La neutralità climatica passa per la trasformazione del settore trasporti, soprattutto quello su gomma. Il 15% delle emissioni totali di gas serra dell’Ue proviene da qui. La Commissione europea propone nuovi standard per autovetture e veicoli commerciali leggeri, condivisi dalla commissione Ambiente del Parlamento Ue che a maggio ha approvato il testo senza una maggioranza chiara (46 favorevoli, 40 contrari, 2 astenuti). Il voto d’Aula in programma mercoledì risulta dunque più incerto che mai. Il testo in plenaria prevede una mobilità stradale a emissioni zero entro il 2035, da raggiungere attraverso una riduzione graduale dell’impatto inquinante e climatico. L’attuale limite di 7 grammi di anidride carbonica prodotti per chilometro percorso deve rimanere valido fino al 2024, per poi scendere a 5 grammi dal 2025, a 4 grammi dal 2027 e 2 grammi fino alla fine del 2034. La commissione Ambiente ha detto poi “no” agli eco-incentivi. Per le industrie, dal momento dell’entrata in vigore del regolamento, spariscono i meccanismi per spingere la produzione di veicoli a zero e basse emissioni, poiché ritenute “non più utili allo scopo originario”.

Si chiede inoltre di rivedere le metodologie di calcolo dell’inquinamento di auto passeggeri e veicoli commerciali leggeri. La soglia di emissione di CO2 va ridotta gradualmente, ma il criterio dei grammi di anidride carbonica dovrebbe essere sostituito da un’analisi più completa e “comune” a livello di Unione europea per valutare “l’intero ciclo di vita delle emissioni di CO2” delle quattro-ruote immesse nel mercato unico, che tenga conto anche dei carburanti utilizzati e l’energia consumata da questi veicoli. Si dà tempo alla Commissione europea fino al 2023 per definire questo nuovo modo di calcolo di sostenibilità.

siccità

Scipione, aiutaci a scacciare gli Inattivisti

Ci prepariamo a un’altra forte ondata di caldo e di siccità, lo potete leggere anche nei nostri articoli e lanci di agenzia. È l’occasione per ricordarci di stare all’erta nei confronti del cosiddetto ‘inattivismo’, il veleno più tossico a cui dobbiamo far fronte mentre siamo alle prese con il cambiamento climatico. Ne parlava una ricerca pubblicata due anni fa (l’1 luglio 2020) dalla Cambridge University Press: Discourses of climate delay (William F. Lamb et altri), ovvero ‘Discorsi sul ritardo climatico’). Ne ha parlato anche il climatologo Michael Mann nel suo libro ‘La guerra del clima’.

Lamb e i suoi colleghi scrivevano che “I ‘discorsi sul ritardo climatico’ pervadono gli attuali dibattiti sull’azione per il clima. Questi discorsi accettano l’esistenza del cambiamento climatico, ma giustificano l’inazione o gli sforzi inadeguati. Nelle discussioni contemporanee su quali azioni dovrebbero essere intraprese, da chi e con quale velocità, i sostenitori del ritardo climatico sostengono la necessità di un’azione minima o di un’azione intrapresa da altri. Concentrano l’attenzione sugli effetti sociali negativi delle politiche climatiche e sollevano il dubbio che la mitigazione sia possibile”. In pratica, non abbiamo ancora capito nulla. Gli stessi che fino a pochissimo tempo fa negavano l’esistenza stessa del cambiamento climatico, oggi non possono più farlo di fronte all’evidenza assoluta ma trovano un altro modo per ostacolare ogni possibile azione. Lo fanno, spiegano i ricercatori, sostenendo che qualcun altro deve iniziare ad agire prima di me/noi, che non è possibile mitigare il cambiamento climatico, che un cambiamento radicale non è necessario, che il cambiamento sarà devastante, enfatizzante ogni possibile effetto negativo del cambiamento e ‘dimenticando’ tutti gli effetti positivi (anche economici e geopolitici) compreso il fatto che la direzione in cui stiamo andando senza cambiamenti renderebbe la vita umana sempre più complessa.

Oggi siamo già in attesa di Scipione. Parliamo di un anticiclone, ovvero una zona di alta pressione in cui la condizione meteorologica è stabilmente serena. Si prospettano temperature fino a 40 gradi e soprattutto l’acuirsi della siccità, già grave date le scarse precipitazioni invernali e le ormai quasi esaurite riserve di neve in alta montagna (anch’essa scarsissima nel corso dello scorso inverno).

L’emergenza è seria e tra gli altri ce lo ricordano le associazioni degli agricoltori che hanno già lanciato l’allarme perché sono a rischio coltivazioni di cereali e frutta. Ma ce lo hanno ricordato nei giorni scorsi i gestori dei rifugi alpini, che potrebbero non avere acqua (o energia) già a fine giugno anticipando gli effetti di quanto potrebbe accadere più a valle. E ce lo hanno ricordato gli scienziati che hanno rilevato la mancano di due metri di neve su uno dei ghiacciai del Gran Paradiso, in Valle d’Aosta.

Ma l’inattivismo è in agguato, sempre. E assume risvolti grotteschi. Mentre ascolto e leggo questa serie di appelli mi torna alla mente un episodio: l’intervista ascoltata – incredulo – in tv a Pasqua, quando il presidente di una delle società che gestiscono impianti sciistici sulle Alpi (inutile fare il nome, interessa il concetto non la gogna sulla persona) tracciava gongolante un bilancio della stagione: “È andata benissimo, per noi l’assenza di precipitazioni è stata un bene perché c’era sempre il sole e quindi eravamo regolarmente pieni di sciatori. La neve potevamo spararla con i cannoni, tanto l’acqua da queste parti per il momento non manca”. Va bene la soddisfazione per il risultato economico positivo, ma vantare anche un disastro ambientale come fattore positivo mi è parso davvero incredibile. Speriamo che Scipione ci aiuti almeno a cancellare un po’ di Inattivismo.

G7

Chiuso il vertice G7: impegni misurabili su energia, clima e transizione verde

Lotta al cambiamento climatico, tutela della biodiversità e sicurezza energetica. Non cambiano gli obiettivi di breve e lungo termine del G7, ma dal vertice dei ministri del Clima, dell’energia e dell’ambiente del 25-27 maggio sono emersi obiettivi e strategie che possono essere misurabili, oltre le dichiarazioni d’intenti.

L’energia è la questione urgente, considerate le conseguenze della guerra russa in Ucraina sui mercati internazionali e sull’amento dei prezzi di petrolio, gas, carbone e minerali. “Entro la fine dell’anno” serviranno “progressi significativi” sull’efficienza energetica e sull’introduzione di tecnologie pulite, sicure e sostenibili, ma anche sulla diversificazione dell’approvvigionamento dell’Europa, si legge nella dichiarazione congiunta. Si potranno sfruttare forniture di gas naturale liquefatto (GNL) e considerare “misure efficaci” per fermare l’aumento dei prezzi, senza compromettere la politica climatica.

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Ecco perché le economie del G7 dovranno anche impegnare “almeno 1300 miliardi di dollari in fonti rinnovabili, triplicando gli investimenti in energia pulita e reti elettriche tra il 2021 e il 2030” ed eliminando i rallentamenti alle procedure di autorizzazione. In questo modo si favorirà la sicurezza delle forniture e la riduzione dei rischi climatici legati alla dipendenza dalle fonti fossili, oltre alla crescita economica e la “creazione di 2,6 milioni di posti di lavoro nel prossimo decennio”. Da rilevare l’impegno “entro il 2030” sulla parità di retribuzione e di genere nel settore dell’energia pulita.

Sempre sul piano delle rinnovabili, sarà necessario “un settore elettrico prevalentemente decarbonizzato entro il 2035”, con la priorità di eliminare la produzione di energia dal carbone non abbattuto e i sussidi ai combustibili fossili “entro il 2025”. Allo stesso modo, si dovrà garantire che il settore stradale sia “altamente decarbonizzato entro il 2030”. Per quanto l’idrogeno a basse o zero emissioni avrà un “ruolo centrale” nel futuro – e per questo il G7 ha lanciato l’Hydrogen Action Pact sulla cooperazione nel suo sviluppo, regolamentazione e promozione – ci si aspetta che “nel prossimo decennio” più Paesi adottino il nucleare nel proprio mix energetico, attraverso tecnologie avanzate come i reattori modulari di piccole dimensioni.

Cruciale è la questione dell’azzeramento netto delle emissioni di gas serra entro il 2050, a cui tutti i Paesi si devono allineare “con urgenza”. Contro i cambiamenti climatici sono due gli impegni da sottolineare: una “mobilitazione congiunta di 100 miliardi di dollari il prima possibile e fino al 2025” per azioni di mitigazione “significative”, e lo stop ai nuovi sostegni pubblici diretti al settore dei combustibili fossili non abbattuti “entro la fine del 2022”, fatte salve “circostanze limitate e chiaramente definite”. Sarà necessario anche “raddoppiare entro il 2025” l’erogazione di finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo per l’adattamento agli obiettivi climatici e, per rafforzare il valore di queste iniziative sulla decarbonizzazione, si promuoverà l’istituzione di un Club del Clima internazionaleaperto e cooperativo”.

Il capitolo sulla protezione della natura sottolinea infine l’urgenza della “mobilitazione di risorse finanziarie private e pubbliche, nazionali e internazionali entro il 2025” e l’eliminazione delle sovvenzioni dannose per la biodiversità “al più tardi entro il 2030”. Dopo il successo della Roadmap di Bologna sull’economia circolare, il G7 ha adottato la Roadmap di Berlino per implementare gli strumenti sul raggiungimento degli obiettivi climatici. Inoltre, è stata fissata la data del 2030 per la conservazione e la protezione di terre, acque terrestri e oceani. Nello specifico, per la tutela degli oceani contro l’inquinamento da plastica è stato chiesto uno “strumento internazionale giuridicamente vincolante” sulla diversità marina nelle acque internazionali.

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