Meloni: “Sostenibilità, ma senza smantellare l’economia”. In arrivo il Piano Transizione 5.0

Transizione ecologica sì, ma “con criterio“. All’assemblea generale di Assolombarda, la premier Giorgia Meloni tranquillizza gli industriali e ribadisce che la strategia del governo è quella di puntare a una sostenibilità ambientale che cammini di pari passo con quella sociale ed economica: “Vogliamo difendere la natura, ma con l’uomo dentro – spiega -. Non si può ritenere che per avviare la transizione ecologica si possano smantellare la nostra economica e le nostre imprese”.

Il governo a Bruxelles è impegnato sul nuovo fronte della governance, la riforma del Patto di stabilità e crescita: “La sfida è sugli investimenti. Se l’Europa fa delle scelte strategiche, come transizione verde, digitale ma anche difesa, poi non si possono punire le nazioni che investono su questi temi con regole che non riconoscano il valore aggiunto di quegli investimenti“, afferma la premier. In altre parole, si tratta di scomputare le spese per gli investimenti dal calcolo del rapporto deficit/Pil.

Quanto ai soldi del Pnrr, “li metteremo a terra, costi quel che costi. Faremo tutto ciò che va fatto e metteremo tutti ai remi”, garantisce.

Mi è piaciuto sentire dalle parole del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: una narrazione diversa nei confronti dell’industria“, plaude il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Approva una visione di investimenti “con l’uomo al centro, che è quindi l’industria 5.0“.

Tra le prime misure che verranno finanziate con i fondi europei, per almeno 4 miliardi di euro, c’è proprio il Piano Transizione 5.0, per “avere un credito fiscale significativo, come quello che si aveva fino al 31 dicembre dello scorso anno per investimenti in green e digitale delle imprese. Fondamentale per incentivare le imprese a investire“, fa sapere il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.

E’ reduce da un trilaterale importante a Berlino con i ministri di Francia e Germania, Bruno Le Maire e Robert Habeck, sulle materie prime critiche: “Stiamo agendo in sede europea per la politica industriale“, afferma. Lo definisce l’inizio di un nuovo format, in cui Roma, Parigi e Berlino, “le tre grandi economie europee“, decideranno insieme sulle grandi sfide della politica economica e industriale del Continente e sui dossier all’esame delle istituzioni europee, sia per il settore dell’Automotive sia sugli altri dossier che hanno un impatto sul sistema industriale.
Il ministro delle Imprese porterà in Consiglio dei ministri prima della pausa estiva, nei primi giorni di agosto, anche il ddl sulla microelettronica, che “definirà il Piano Nazionale italiano in similitudine al chips act europeo per fare dell’Italia il paese ideale in cui investire sull’economia digitale e la tecnologia green“.

La politica sui semiconduttori “si inserisce in un piano più ampio che volto a rendere l’Italia competitiva in settori ad alto contenuto tecnologico“, conferma Meloni, che fa sapere di voler dare all’Hi-tech “particolare attenzione“, per attrarre nuove imprese dall’estero ed evitare fughe di quelle che operano in Italia.

L’inizio di agosto sarà anche il momento in cui Urso darà l’avvio ad altri due dossier fondamentali per la politica industriale italiana: il piano nazionale siderurgico per le principali acciaierie italiane (Terni, Piombino, Taranto in testa) e l’accordo con Stellantis sulla transizione per l’automotive. “Penso che nelle prossime settimane sia doveroso e possibile invertire la tendenza. Nello scorso anno in Italia si sono prodotte solo 473mila autovetture, quando 10 o 20 anni fa c’erano ben altri numeri – ricorda il ministro -. Il delta sul mercato interno è di un terzo di produzione nazionale e due terzi realizzate e importate dall’estero. In Francia siamo ai 2/3 di produzione interna, la Germania produce internamente il 119% delle auto. Questo delta italiano va assolutamente ridotto“. E nell’accordo con l’unica casa produttrice di auto in Italia, è convinto, lo spazio per “invertire la tendenza c’è“.

Bonomi: “Servono investimenti per la transizione 5.0, altrimenti economia rallenterà ancora”

“Per le imprese italiane la strada è ben chiara: noi abbiamo di fronte le transizioni che tutti conosciamo, cioè la sostenibilità, il green e il digitale. Dobbiamo mettere in campo un grande piano di investimenti Transizione 5.0, perché se vogliamo rimanere competitivi rispetto ai grandi poli che ci hanno lanciato una sfida mondiale – cioè Cina e Stati Uniti – noi come Europa, perché non è possibile pensarlo solo come Italia, dobbiamo mettere in campo dei fondi importanti, per stimolare gli investimenti delle imprese in questa direzione”. Lo ha detto il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ad Agorà, su Rai3. “L’industria è un asset strategico per il Paese – ha aggiunto – e se non riusciamo a comprenderlo rischiamo di farci veramente male”.

RALLENTA L’ECONOMIA. Questi mesi, ha ricordato, “hanno confermato quello che stavamo affermando dall’anno scorso e cioè che l’industria cerca di fare il possibile per reggere il Paese, ma se non c’è attenzione e stimoli agli investimenti, l’economia tenderà a rallentare e purtroppo i dati ci stanno confermando questa traiettoria”. Aprile è il quarto mese di fila in cui la produzione sta rallentando (-1,9% sul mese precedente e -7,2% si base annua) “e questo dimostra” che “se non vengono fatti gli investimenti in un momento in cui il commercio internazionale sta rallentando – e noi sappiamo che l’economia italiano si basa sull’export – inevitabilmente questi sono i numeri”.

TAGLIO STRUTTURALE DEL CUNEO FISCALE. “Confindustria – ha detto Bonomi – sta facendo una battaglia per il taglio del cuneo fiscale contributivo perché questo è un Paese in cui abbiamo più tasse sul lavoro e meno tasse sulle rendite finanziarie ed è inconcepibile. Dobbiamo mettere più soldi nelle tasche degli italiani, soprattutto quelli con redditi più bassi. E’ la battaglia di Confindustria che facciamo da anni. Mi sembra incredibile che nessuno ci sostenga su questa posizione”.

Il tema della produttività, ha ricordato il numero uno di Confindustria, “è evidente nei numeri. Se guardiamo negli ultimi 20 anni prima della pandemia, i salari in Italia sono aumentati di più che negli altri Paesi europei, in Italia del 19%, in Francia e Germania del 18%, in Spagna del 12%. Ma la produttività è aumentata del 17% – cioè meno di quella salariale – e negli Paesi è cresciuta di oltre il 43%. Questi numeri danno la dimensione della differenza con cui ci troviamo a dover competere”.

Da quando sono presidente io, Confidustria – ha ricordato Bonomiha chiesto il taglio contributivo sotto i redditi dei 35mila euro, 2/3 a favore del lavoratore, 1/3 a favore delle imprese. Ricordo che oggi il cuneo fiscale è pagato all’inverso, cioè 2/3 dalle imprese e 1/3 dal lavoratore. Ma ora è corretto dare più soldi a questa fascia di italiani, che è quella che soffre di più anche a causa dell’inflazione. Non si può, però, andare avanti con interventi una tantum: serve un taglio strutturale e consistente, che noi abbiamo stimato in 16 miliardi, che significa mettere in tasca a questa fascia di italiani 1200 euro in più, una mensilità in più per tutta la loro vita lavorativa”.

PNRR? SERVE OPERAZIONE VERITA’. Il presidente di Confindustria è tornato anche a parlare di Pnrr. “Oggi – ha detto – sento tutti dire che il Pnrr non va bene e che doveva essere modificato. Quando con il governo Conte si parlò di fare il Piano nazionale di ripresa e resilienza, Confindustria fu l’unica a dire che quel piano non convinceva, perché non erano chiari gli obiettivi. Noi ci stiamo indebitando in nome e per conto delle future generazioni senza pensare agli obiettivi finali, cioè le riforme – di cui non si parla – e creare Pil potenziale di crescita del Paese”.

“E cosa abbiamo fatto? Abbiamo aperto i cassetti dei ministeri – ha detto ad Agorà – abbiamo tirato fuori qualsiasi progetto che giaceva e lo abbiamo inserito nel Pnrr. Ma non è questo l’obiettivo. Poi c’è stato un grande cambiamento nell’economia: shock energetici, aumento del costo delle materie prime, che hanno reso impossibile la realizzazione di alcuni progetti”. Ecco allora che sul Pnrr “dobbiamo fare una grande operazione verità con il Paese: dire cosa possiamo realmente realizzare, cosa ci aspettiamo da questi progetti come contributo alla crescita del Paese. E quello che non siamo in grado a realizzare dobbiamo dire che onesta intellettuale che non ci interessa”. Perché se devo indebitare mio figlio per fare un progetto che non contribuisce alla crescita del Paese, non ha senso”.

Gay (Confindustria Piemonte): “Sì a decarbonizzazione, ma serve politica industriale che renda tempi raggiungibili”

Se sul raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione “siamo d’accordissimo”, è impossibile pensare di arrivarci “in maniera arbitraria, senza una politica industriale”. La visione di Marco Gay, presidente di Confindustria Piemonte, è molto chiara: pianificazione e strategia per riuscire a perseguire i target ESG senza mettere in difficoltà le eccellenze del territorio, tenendo conto delle ragioni economiche e sociali.

Sostenibilità ambientale, economica e sociale. Come possono sposarsi questi tre ambiti per non penalizzare le imprese italiane?

“Ambiente, impatto sociale e governance sono centrali per avere un effetto positivo nelle nostre aziende. Questo però deve sposarsi e crescere con le ragioni economiche e sociali. Quindi scelte arbitrarie come quelle fatte nella prima ora sull’endotermico non tengono conto degli impatti non solo industriali ed economici ma anche sociali che possono seguire. Oggi piccole modifiche sono state fatte. Noi siamo un territorio che sull’attenzione alla sostenibilità, sul riciclo, sulla capacità di essere sostenibili a 360 gradi abbiamo fatto, stiamo facendo e faremo tanto. E’ un trend italiano su cui le industrie si distinguono. E’ sicuro che bisogna tenere chiaro l’obiettivo che condividiamo tutti, ma trovare un metodo che sia sostenibile anche dal punto di vista economico. Non stiamo guardando da lontano una cosa che non siamo in grado di cogliere. Stiamo guardando da vicino una cosa che stiamo già cogliendo, ma questo non può non tenere conto di una tradizione industriale e di una leadership culturale di competenze, di capacità di competere sul mercato”.

Dopo gli anni della pandemia e degli shock energetici causati dalla guerra in Ucraina le imprese sono più restie a proseguire sugli obiettivi di decarbonizzazione?

“Sul raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione noi siamo non d’accordo, d’accordissimo. Ma questa non può essere compiuta in maniera arbitraria e senza una politica industriale a discapito di quelle che sono le competenze e la capacità produttiva industriale di un territorio. Dovrebbe andare ad arricchire e trasformare e fare un percorso positivo, non a togliere con scelte arbitrarie. Perché poi i danni economici e sociali hanno un impatto che non è sostenibile”.

E quindi, cosa bisognerebbe fare? Rallentare sulle tempistiche?

“Sicuramente bisogna ragionare sui tempi, è importante. Ma è ancora più importante ragionare su una politica industriale che renda i tempi raggiungibili e che sia di consolidamento e coesione, non di separazione”.

Come presidente esecutivo di Digital Magics ha a che fare quotidianamente con startup. In questo ambito, soprattutto fra i più giovani, c’è un cambio di passo in tema di sostenibilità?

“I nuovi imprenditori ce l’hanno nel Dna. A volte devi fargli notare che stanno avendo un impatto positivo, perché per loro è l’unica maniera di fare impresa”.

E per le ‘vecchie’ generazioni di imprenditori? Anche per loro la sostenibilità e la necessità di decarbonizzare sono ormai interiorizzate o sono più una strategia di comunicazione?

“Sicuramente la partenza è stata portata dalla necessità, se no diremmo una cosa non vera. Poi credo che tutti quelli che sono partiti in questo percorso, e io come azienda ho fatto lo stesso, hanno scoperto che in realtà avevano già ottimi punti di forza. E quindi da lì è diventata una parte della crescita industriale che stiamo sostenendo. Probabilmente la partenza è stata molto stimolata, ma oggi credo sia molto consapevole. Ormai lo riteniamo una parte del nostro fare impresa. E’ stato interiorizzato anche in virtù di una evoluzione culturale dei manager, degli imprenditori, di cambi generazionali all’interno dei vertici delle aziende. La contaminazione positiva sta dando i suoi effetti. E’ un processo culturale che è iniziato, è stato interiorizzato ed è diventato parte del fare”.

A dare una spinta a decarbonizzazione e sostenibilità c’è anche il Pnrr. La situazione, però, è complessa al momento…

“Credo che oggi sia fondamentale parlare di come reindirizzare le risorse verso quegli investimenti e quelle attività che sono più velocemente realizzabili e con un impatto e un ritorno sull’investimento maggiore. Questo è quello che c’è da fare. Credo che il Governo stia lavorando molto intensamente in questa direzione. Il richiamo all’urgenza è un richiamo positivo, perché questo percorso si deve portare dietro le riforme che aspettiamo da 20-30 anni e che non si facevano perché non c’erano le risorse. Oggi le risorse ci sono e si devono fare le riforme che sono parte integrante del Pnrr italiano”.

Guardiamo in prospettiva. Oggi ci sono le risorse del Pnrr, e quando saranno finite?

“Si chiama NextGenerationEU: il nome ha sostanza. Se quello che facciamo, anche il reindirizzamento e la riorganizzazione, ha una strategia, allora saranno investimenti e non ci sarà il tema di cosa faremo quando finirà il Pnrr perché le aziende ne avranno beneficio, la società ne avrà beneficio e il Paese ne avrà un beneficio. Non parlo di tempi, perché allungarli lo trovo secondario se non c’è una strategia. Come ogni buon investimento, darà i suoi ritorni nel tempo e sarà un volano per la creazione del futuro”.

Cala mercato bici nel 2022 ma Italia ancora ‘in sella’: -10% le vendite ma boom e-bike

L’Italia a due ruote rallenta. L’onda lunga degli incentivi, le difficoltà globali di approvvigionamento, l’impennata inflattiva e l’incertezza economica hanno fisiologicamente frenato il mercato, ma l’Italia sale ancora in sella. L’andamento del mercato bici 2022, segna un -10% sull’anno precedente. Le stime delle vendite, presentate a Milano da Confindustria Ancma (Associazione Ciclo Motociclo Accessori), descrivono tuttavia un’Italia che sale ancora in sella dopo due anni di boom. Sono infatti oltre 1,7 milioni le biciclette vendute nel 2022, con le eBike che, grazie a 337.000 pezzi, volano a +14% (+72% dal 2019) e le bici muscolari che registrano 1.435.000 acquisti, fermandosi a -15%. A crescere è invece il volume d’affari generato dai negozi specializzati, dove si concludono oltre il 68% degli acquisti, dalla grande distribuzione e dalle vendite online, che insieme raggiungono il valore di 3,2 milioni di euro, pari a un + 18% sul 2021 (+52% rispetto al 2019). L’analisi della tipologia di bici conferma il successo di alcune delle ultime tendenze. Nel perimetro della pedalata assistita il 52% di biciclette sono infatti e-city, il 43% e-mtb, il 4% e-corsa/gravel, mentre le e-cargo salgono all’1%. Le eBike rappresentano ormai il 19% del totale un mercato bici complessivo, dove il 29% è composto da mountain bike, il 26% sono invece city-trekking, il 15% quelle da ragazzo, l’8% corsa-gravel e il 2% quelle pieghevoli.

Il presidente di Ancma Paolo Magri, commentando i dati, ha sottolineato “l’importanza del ruolo che le due ruote hanno conquistato nella mobilità e nello sport. Un valore che porta con sé una grandissima tradizione industriale, che è trainante, e le esigenze di tanti utenti della strada, che meritano sempre più sicurezza e infrastrutture ciclabili, come anche tante prospettive di business legate all’attrattività cicloturistica dell’Italia. È giunto il tempo di passare dagli incentivi all’acquisto a quelli all’utilizzo; come associazione chiediamo, sulla scorta dalla strategia industriale dell’UE, di abbassare l’aliquota IVA sulle bici e sui prodotti della filiera: un intervento che, insieme alla promozione della cultura della bici, può attivare processi virtuosi ben più strutturali ed efficaci degli incentivi all’acquisto”.

Anche gli indicatori industriali del comparto seguono l’andamento del mercato: segno più per la produzione di eBike, che sale del 10% rispetto all’anno precedente a seguito dell’aumento della domanda interna mentre, con 2.385.000 pezzi, scende del 18% la produzione nazionale di biciclette muscolari. Numeri che confermano tuttavia il primato dell’industria italiana del ciclo nel panorama europeo. È, infine, sulla lettura della bilancia commerciale del settore, ovvero il conto che registra le esportazioni e le importazioni, che pesano maggiormente gli effetti di fattori quali la difficoltà nella catena di approvvigionamento e l’aumento del costo delle materie prime. Sebbene si registri una naturale diminuzione del 20% di export di bici muscolari e del 14% di import, il 2022 è infatti contraddistinto da un aumento generale dei valori di queste voci, soprattutto per quanto riguarda le importazioni di parti bici che salgono del 50% circa. Tema, quest’ultimo, che ha spinto Ancma nelle ultime interlocuzioni con il Governo a considerare, anche in relazione all’indicazione del Parlamento europeo, di sostenere processi di reshoring, ovvero riportare la produzione in Italia e in Europa di componenti, proprio per l’importanza economica e strategica del settore ciclo e la sua potenziale crescita.

Energia, Pichetto: “Dipendenza è freno”. Confindustria: Più infrastrutture, 182 miliardi al 2030

Sicurezza e costi contenuti. E’ questa la strategia energetica del governo e non solo per superare la crisi, ma anche per gli anni a venire. Perché se c’è una cosa che le vicende geopolitiche recenti hanno insegnato è che la dipendenza energetica è il vero “freno a mano sulla crescita della nostra economia”, sottolinea Gilberto Pichetto Fratin. È cambiato il quadro di riferimento internazionale e questo esecutivo politico, assicura il ministro dell’Ambiente, “ha intenzione di affrontare seriamente la questione della sicurezza energetica“: “Non possiamo perdere un minuto“, insiste. Via i paraocchi ideologici e rispetto degli impegni internazionali assunti in materia di decarbonizzazione. La direzione presa è questa, anche se passa dai rigassificatori, dalle estrazioni di gas dai giacimenti già noti lungo le coste. Tutto per avere respiro che porti gradualmente ad abbandonare i fossili a vantaggio delle fonti rinnovabili. L’accelerazione sulla semplificazione per installare gli impianti lo dimostra.

In questo scenario, le infrastrutture hanno un ruolo centrale, “devono accompagnare la transizione ecologia, assecondarla, renderla possibile attraverso un sistema di distribuzione dell’energia che sia in linea con le mutate condizioni di generazione dell’energia stessa“, sostiene Pichetto. Parla della “sfida della generazione diffusa“, dove non c’è più un centro erogatore e una ramificazione verso la periferia ma molteplici fonti di energia che vanno messe in rete e “devono fare i conti con la discontinuità dell’accumulo di fonti come il solare o l’eolico“. Servirà creare infrastrutture in grado di sostenere l’affiancamento della mobilità elettrica a quella dei motori termici e sistemi di interscambio locale fra l’energia autoprodotta e quella diffusa in rete: “Sono tutti passaggi chiave per costruire un futuro di sostenibilità, indipendenza e sicurezza energetica“, ripete il ministro.

Lo scenario “sostenibilità integrata” elaborato da Confindustria Energia, per le scelte strategiche che il Paese dovrà compiere in questo settore, valuta in 182 miliardi di euro gli investimenti previsti nel periodo 2022-2030, che si traducono in un valore aggiunto totale di 320 miliardi di euro, nell’impiego di 380 mila ULA (unità di lavoro annue) ed in una riduzione di emissioni pari a -127 Mton CO2/anno nel 2030. “Un piano integrato di investimenti che presenta benefici sul sistema Paese in termini di crescita economica, di ricadute ambientali e occupazionali con investimenti valutati secondo criteri di neutralità tecnologica, finalizzati al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione, di sicurezza energetica e di sostenibilità sociale, attraverso infrastrutture energetiche flessibili e resilienti”, osserva il presidente, Giuseppe Ricci. È la proposta di Confindustria Energia in vista dell’elaborazione del nuovo PNIEC e dell’adeguamento del PNRR al REPowerEU. Dal piano integrato, spiega il vicepresidente e coordinatore dello studio, Roberto Potì, emergono diverse “leve complementari tra di loro” che mirano ad una transizione sostenibile, a partire da una “posizione geografica ottimale per l’ulteriore crescita di fonti rinnovabili e per la diversificazione delle rotte di importazione del gas“. L’Italia, è convinto, “può contare su riserve di gas naturale non utilizzate, su capacità di stoccaggio incrementabili e su reti di trasporto e trasmissione diffuse nel territorio. La sua leadership in Europa nella produzione di biocarburanti e le importanti eccellenze nei processi di economia circolare, completano il quadro delle opportunità disponibili“.

emissioni gas serra

Gas e carbone spingono ai massimi il costo delle emissioni

Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, ha chiesto ai microfoni del Tg5 la sospensione dei certificati ETS (quelli che dovrebbero permettere la riduzione delle emissioni di CO2), in quanto rappresentano un costo in questo momento insostenibile per le imprese italiane.

Nato nel 2005, il sistema europeo delle quote di emissione (Emissions Trading System o ETS) opera secondo una logica cap & trade, in cui si stabilisce un tetto (cap) al numero di quote che vengono messe a disposizione ogni anno per gli operatori appartenenti ai settori assoggettati. Considerato il vincolo, ogni operatore deve restituire annualmente un numero di quote pari alle emissioni prodotte per evitare pesanti multe. Chi invece si trova in deficit, può acquistare le quote mancanti in asta (da uno degli Stati membri della Ue) o sul mercato da operatori in surplus o da soggetti terzi abilitati.

Da quando Bruxelles ha varato il Fit for 55, ovvero la corsa a ridurre velocemente le emissioni, i prezzi delle quote di carbonio hanno iniziato a prendere il volo fino a raggiungere il massimo storico di oltre 99 euro/tCO2e il 19 agosto, a seguito di un taglio all’offerta all’asta ad agosto combinato con una domanda rialzista. Quel giorno i contratti futures EU Allowance per la consegna di dicembre 2022 sono saliti a 99,14 euro/tonCO2e, il valore infragiornaliero più alto mai registrato per il contratto futures di dicembre alla borsa ICE Endex. Alle 15 il prezzo è sceso a 90 euro, ma visto il future con consegna dicembre 2024 (98,55 euro) la tendenza intimorisce gli imprenditori.

Il picco del 19 agosto, che tanto preoccupa Bonomi, deriva dal fatto che le condizioni di siccità in Europa quest’estate hanno ridotto la produzione di elettricità da fonti a basse emissioni di carbonio come l’idroelettrico e il nucleare, incrementando la necessità di generazione a gas, che a sua volta aumenta le emissioni di CO2 e la domanda di quote.

Le alte temperature hanno anche aumentato la domanda di condizionatori, aumentando la necessità di elettricità nelle case e negli edifici commerciali e sostenendo i prezzi del gas naturale e del carbone in Europa, hanno fatto sapere da Platts Analytics in un rapporto proprio del 19 agosto. “Il carbone si sta reintegrando nel mix energetico europeo mentre vediamo questi prezzi del gas a lungo termine salire”, ha affermato un analista di un hedge fund energetico al sito magitech.it. “Quindi i generatori a carbone stanno iniziando ad acquistare quote di anidride carbonica per coprire la domanda aggiuntiva che ora si aspettano da uno a tre anni”.

Tuttavia settembre potrebbe vedere i prezzi del carbonio subire pressioni al ribasso mentre l’offerta all’asta dovrebbe tornare a livelli normali. La pressione ribassista – hanno sottolineato a Platts Analytics – si basa su un indebolimento delle prospettive macroeconomiche. L’aumento del costo dell’energia potrebbe anche comportare la chiusura temporanea o il ridimensionamento delle attività di fabbriche e impianti industriali, riducendo di conseguenza la domanda di crediti di carbonio dell’UE. Recessione uguale calo dei consumi, quindi meno richiesta di certificati anti-carbonio.

Sandro Bonomi

Bonomi (Avr-Anima): “Pronti a transizione ecologica, ma servono regole precise”

Il comparto è pronto per la transizione ecologica“, ma “manca una normativa definitiva, anche a livello internazionale” per permettere alle aziende di cambiare concretamente la produzione e “migliorare gli impianti per ridurre le emissioni di Co2“. Lo dice a GEA Sandro Bonomi, presidente di Avr, federata ad Anima Confindustria, che rappresenta le aziende italiane del settore valvole e rubinetteria. Bonomi si trova a Bergamo per partecipare all’Industrial Valve Summit, una delle più importanti fiere del settore. Le industrie di questo comparto lavorano per l’edilizia civile (rubinetteria sanitaria, valvole per impianti di riscaldamento e valvole antincendio, componenti e accessori, raccorderie) e per l’industria in generale e speciale (chimica, petrolchimica, energia, siderurgia, cantieristica navale e alimentare).

La sfida di oggi – dice Bonomi – è proprio quella di rendere più efficienti i processi produttivi lungo la strada della transizione ecologica“. “Per fondere i metalli” necessari a realizzare le valvole, spiega, “si crea inquinamento. Per questo cerchiamo di utilizzare energia pulita nei nostri impianti e il grosso sforzo è destinato a creare prodotti ecosostenibili“.

Le valvole, ad esempio, finora sono state realizzate per essere utilizzate con il gas. “Ora parliamo di aggiungere idrogeno – dice il presidente di Avr – e le valvole devono passare, quindi, test diversi. I decisori politici stanno definendo le regole per decidere, ad esempio, quanto idrogeno deve essere aggiunto al gas. Dobbiamo saperlo anche perché dobbiamo testare le valvole sulla base della normativa” che regolamenterà questi aspetti. “Il Pnrr – ricorda – non contiene nulla di specifico su questo“.

Complessivamente il comparto è, però, sulla buona strada. Le valvole in ottone, ad esempio, hanno un percentuale altissima di riciclo. “Siamo i primi al mondo – ricorda Bonomi – nel riutilizzo dei rottami di ottone“. Ogni pezzo scartato durante le fasi di lavorazione viene nuovamente fuso e recuperato. “Anche per l’acciaio – spiega – il ciclo produttivo è sempre stato virtuoso“.

Ciò che serve ora, ribadisce il presidente di Avr, è “una spinta per trovare nuove risorse” da destinare alla transizione ecologica – e quindi anche energetica – con un “coordinamento” forte da parte di tutti i decisori.