Scoppia la guerra dello champagne: Trump minaccia dazi del 200% alla Francia

Un dazio del 200% su vini e champagne francesi. E’ l’annuncio fatto dal presidente Usa, Donald Trump, dopo il “no” del suo omologo francese, Emmanuel Macron, ad aderire al ‘Board of peace’ per Gaza. “Applicherò una tariffa del 200% sui suoi vini e champagne. E lui accetterà. Ma non è obbligato a farlo”, ha detto il capo della Casa Bianca parlando con i giornalisti in Florida. Nel 2024 la Francia ha esportato negli Usa vino per 2,4 miliardi di euro e 1,5 miliardi di alcolici, pari a circa un quarto delle suo export.

La tensione tra i due leader è sempre più forte. In mattinata, sul social network Truth, Trump ha postato lo screenshot di un messaggio – la cui autenticità è stata confermata dall’Eliseo – nel quale Macron, dopo aver spiegato di essere “totalmente in linea sulla Siria” e convinto che “insieme faremo grandi cose in Iran”, dice di non capire “cosa stai facendo in Groenlandia”. “Posso organizzare – scrive il presidente francese nella nota mostrata da Trump – una riunione del G7 dopo Davos a Parigi giovedì pomeriggio. Posso invitare ucraini, danesi, siriani e russi”. Infine, scrive Macron, “ceniamo insieme a Parigi giovedì prima che torni negli Stati Uniti”.

Nessun accenno ai dazi, ma la pubblicazione di una comunicazione riservata viene vista da Parigi come uno sgarbo istituzionale. Anche se non è la prima volta che Trump rende noti i messaggi ricevuti dai leader Ue o dai responsabili di organizzazioni internazionali.

E da Davos, in occasione del suo intervento al World Economic Forum, è arrivata la replica del presidente francese che, però, non ha mai citato per nome il suo omologo Usa. “Il mondo pende verso l’autocrazia, nel 2024 ci sono state oltre sessanta guerre anche se mi dicono che alcune sono state risolte”, ha ironizzato riferendosi, naturalmente, a Trump.

Ma la questione dazi ora si fa più stringente. Quella americana, ha detto Macron a Davos, è una concorrenza che si basa su accordi commerciali “che minano i nostri interessi di esportazione, esigono concessioni massime e mirano apertamente a indebolire e subordinare l’Europa, combinata con un accumulo infinito di nuove tariffe che sono fondamentalmente inaccettabili. Ancora di più quando vengono utilizzate come leva contro la sovranità territoriale”. L’attacco è frontale e a 360 gradi: in questo periodo storico stiamo assistendo a “un passaggio verso un mondo senza regole, dove il diritto internazionale viene calpestato e dove le uniche leggi che sembrano contare sono quelle del più forte e le ambizioni imperiali stanno riemergendo”.

E l’annuncio di tariffe record sui vini francesi va proprio in questa direzione. Per il ministro francese delegato all’Industria, Sébastien Martin, questo atteggiamento “incoraggia ulteriormente l’Europa a reagire”, mentre per la titolare dell’Agricoltura, Annie Genevard, si tratta di “uno strumento di ricatto”. “Abbiamo gli strumenti” commerciali “per resistergli; spetta agli europei assumersi la responsabilità”, ha spiegato.

E proprio la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, a Davos ha ribadito che “l’Ue e gli Stati Uniti hanno concordato un accordo commerciale lo scorso luglio. E in politica come negli affari, un accordo è un accordo. E quando gli amici si stringono la mano, deve pur significare qualcosa”. Ma per il presidente del Partito popolare europeo (Ppe), Manfred Weber, “è inaccettabile” per l’Europa sopportare ancora le “minacce Usa”. Ecco perché “il Parlamento europeo ha deciso, insieme ai tre grandi gruppi, di sospendere l’accordo commerciale”. In ogni caso, ha rimarcato a Strasburgo, “raccomanderei a tutti di rimanere calmi in questi negoziati commerciali, per evitare un’ulteriore escalation, per evitare lo stile trumpiano, facciamolo con lo stile europeo: questa è una settimana di dialoghi”.

auto elettriche

Intesa con Ford: Renault costruirà due auto elettriche in Francia

I costruttori Renault e Ford hanno stretto una partnership per lo sviluppo e la produzione, in uno stabilimento del gruppo francese nel nord della Francia, di due auto elettriche Ford destinate al mercato europeo. L’accordo include anche una lettera di intenti per cooperare nel settore dei veicoli commerciali leggeri in Europa, con l’obiettivo di “sviluppare e produrre insieme alcuni Lcv Renault e Ford”, secondo un comunicato pubblicato martedì.

Questa “partnership strategica storica” mira ad “ampliare l’offerta di veicoli elettrici Ford destinati ai clienti europei” e a rafforzare “in modo significativo la competitività delle due aziende in un panorama automobilistico europeo in piena trasformazione”, aggiungono.

I due veicoli Ford, il primo dei quali è atteso nelle concessionarie all’inizio del 2028, saranno “progettati da Ford e sviluppati con il Gruppo Renault”. Saranno “basati sulla piattaforma Ampère”, filiale elettrica di Renault, e prodotti dal costruttore nel nord della Francia, beneficiando così dei “punti di forza e della competitività del Gruppo Renault nel settore dei veicoli elettrici”. Si tratta della “prima tappa di una nuova ambiziosa offensiva di Ford in Europa”.

“Siamo molto orgogliosi che un costruttore così iconico ci abbia scelto. Questo ci conferma che la nostra visione di uno sviluppo su larga scala di veicoli elettrici competitivi in Europa è sulla strada giusta”, ha dichiarato François Provost, direttore generale del costruttore francese, durante una conferenza stampa.

Ford ha scelto Renault perché il gruppo francese “ha una lunga esperienza” in termini di competitività e costi nel segmento delle vetture di segmento B (le auto compatte), “un segmento specifico dell’Europa”, secondo Jim Farley, Ceo del gruppo americano. “A differenza dei nostri concorrenti, siamo impegnati in Europa e riteniamo che Renault abbia dimostrato le sue capacità in termini di scala e costi”, ha sottolineato. E “entrambi siamo fiduciosi nella nostra capacità di differenziare i nostri marchi”.

Questi due veicoli saranno “inevitabilmente Ford” e “lavoreremo con i team di Ampère per renderli compatibili con la piattaforma” su cui saranno prodotti, ha precisato Jim Baumbick, a capo di Ford Europa.

I dirigenti di Ford e Renault lo hanno ribadito: cooperare e condividere le risorse è l’unico modo per ridurre i costi di questo settore ad alta intensità di capitale e affrontare la concorrenza cinese. “La minaccia della concorrenza cinese in Europa è significativa”, ci “obbliga a investire in modo efficiente” e a conoscere “i livelli di costo da raggiungere per produrre veicoli accessibili”, ha sottolineato Jim Baumbick, di Ford Europa.

Jim Farley ha evocato le tensioni che attualmente attraversano il mercato automobilistico europeo, diviso tra le richieste di salvaguardare la produzione sul suolo europeo, le normative di Bruxelles in materia di decarbonizzazione e gli acquisti dei clienti. “Non abbiamo una configurazione che possa continuare così”, secondo lui.

A 10 anni dall’obiettivo fissato dall’Unione Europea per la fine delle vendite di auto nuove con motore termico, l’elettrificazione procede a un ritmo più lento del previsto, in un mercato europeo che non ha ancora recuperato i livelli pre-Covid e vede emergere la concorrenza cinese.

In ogni caso, questa partnership non è in alcun modo un prerequisito per una fusione, hanno precisato all’unisono i dirigenti delle due case automobilistiche. “Siamo un gruppo profondamente indipendente” e “non c’è alcuna discussione su questo argomento”, ha dichiarato il capo del gruppo americano fondato nel 1903 e con sede nella periferia di Detroit (Michigan). “Si possono fare molte cose senza necessariamente pensare a un futuro comune. E noi non abbiamo un progetto del genere”, ha aggiunto Provost.

Ucraina, Macron a Xi: “Lavoriamo insieme”. Pechino: “Non abbiamo responsabilità nella guerra”

Lavorare insieme per porre fine alla guerra in Ucraina e correggere gli squilibri commerciali. E’ la richiesta avanzata dal presidente francese, Emmanuel Macron, al suo omologo cinese, Xi Jinping, in occasione della sua visita in Cina. Ma la risposta non è stata quella attesa. “La Cina sostiene tutti gli sforzi per la pace” e “continuerà a svolgere un ruolo costruttivo per una soluzione alla crisi” ucraina, ha assicurato Xi, ma “allo stesso tempo, si oppone fermamente a qualsiasi tentativo irresponsabile di attribuire la colpa o diffamare chiunque”.

Durante una conferenza stampa congiunta, Macron ha affermato di aver “discusso a lungo” con il suo omologo del conflitto in Ucraina, “una minaccia vitale per la sicurezza europea”. “Spero che la Cina possa unirsi al nostro appello e ai nostri sforzi per raggiungere al più presto almeno un cessate il fuoco”, ha affermato. Poco prima ha definito la cooperazione con Pechino “determinante” per l’Ucraina.

Il presidente cinese, accompagnato dalla moglie Peng Liyuan, ha ricevuto Macron e sua moglie Brigitte nella cornice monumentale del Palazzo del Popolo, sede dei congressi del Partito Comunista Cinese. Il capo di Stato francese, arrivato mercoledì sera, accompagnato anche da 35 dirigenti di grandi gruppi (Airbus, Edf, Danone…) e di aziende familiari, dal settore del lusso a quello agroalimentare, ha assistito alla firma di una serie di accordi. Si tratta della sua quarta visita di Stato in Cina da quando è stato eletto presidente nel 2017. Tuttavia, le divergenze con la Francia e, più in generale, con l’Europa sono profonde.

Il Vecchio Continente vorrebbe che la Cina usasse la sua influenza per porre fine alla guerra in Ucraina, ma Pechino non ha mai condannato l’invasione di Kiev da parte della Russia nel febbraio 2022. Partner economico e politico fondamentale, la Cina, infatti, è il primo acquirente mondiale di combustibili fossili russi, compresi i prodotti petroliferi, alimentando così la macchina da guerra. E gli europei la accusano di fornire componenti militari a Mosca, anche se Pechino ha sempre negato. Il presidente cinese, inoltre, ha riservato un trattamento privilegiato al suo omologo russo Vladimir Putin a settembre, invitandolo, insieme al leader nordcoreano Kim Jong Un, a una gigantesca parata militare per celebrare gli 80 anni dalla fine della seconda guerra mondiale.

Gli squilibri commerciali costituiscono un’altra grave controversia, con le pratiche commerciali cinesi giudicate sleali, dalle auto elettriche all’acciaio. Il rapporto tra la Cina e l’Ue è caratterizzato da un massiccio deficit commerciale (357 miliardi di dollari) a sfavore dei 27. “Vogliamo accogliere un maggior numero di progetti cinesi nel campo delle batterie, della mobilità decarbonizzata, della robotica industriale, del fotovoltaico e dell’eolico”, ha affermato Macron. È stata firmata una lettera di intenti in questa direzione. “Le due parti si sono impegnate a promuovere lo sviluppo equilibrato delle relazioni economiche e commerciali bilaterali, ad aumentare gli investimenti reciproci e ad offrire un ambiente commerciale equo”, ha affermato Xi, il cui Paese nel 2025 ha intrapreso un’intensa guerra commerciale con gli Stati Uniti con ripercussioni a livello mondiale. “L’interdipendenza non è un rischio e la convergenza di interessi non è una minaccia”, ha affermato.

Difesa, Crosetto: “Proposta su ritorno leva in Parlamento”. Opposizioni sulle barricate

L’Italia non è pronta ad affrontare le crescenti minacce mondiali, tantomeno da sola e con il numero attuale di uomini nelle forze armate. Ne è convinto Guido Crosetto, che vola a Parigi per incontrare la ministra delle Forze Armate, Catherine Vautrin.

Al centro c’è il tema dell’Ucraina e del piano di pace che l’Europa sta cercando di migliorare per renderlo “il più giusto possibile” e discuterlo poi con la Russia, perché, ricorda il ministro della Difesa, “chi si è sempre opposto a un piano di pace o a una tregua è stata la Russia”. E poi, insiste, la sicurezza dell’Ucraina è “parte della sicurezza europea e l’Europa esiste se le grandi nazioni europee cooperano tra di loro per costruirla, soprattutto quando si parla di difesa e deterrenza”.

Guardando oltre però, per il governo l’Italia e deve avere più uomini e mezzi da mettere in campo. Come hanno già fatto Germania e Francia, “anche noi dovremmo fare una riflessione” sul ripristino della leva militare, scandisce. Una riflessione che, spiega, “in qualche modo archivi le scelte fatte di riduzione dello strumento militare, ci sono motivi di sicurezza che rendono importante farlo”. L’idea è quella di portare il discorso in Parlamento con un disegno di legge. “Le regole in questo settore devono essere il più condivise possibili”, osserva Crosetto, che pensa a una ‘traccia’ che il Ministero della Difesa porterà in Consiglio dei Ministri e poi in Parlamento perché venga “discussa, aumentata, integrata e costruisca uno strumento di difesa per il futuro che ha bisogno non soltanto di più uomini, ma anche di regole diverse”.

Negli anni scorsi, riflette il ministro, sono stati costruiti modelli in Italia, in Germania, in Francia, che riducevano il numero dei militari, ma, insiste, “in questa nuova situazione tutte le nazioni europee mettono in discussione quei modelli che avevamo costruito 10-15 anni fa e tutti stanno pensando di aumentare il numero delle forze armate. Ognuno ha un suo approccio diverso, alcuni hanno addirittura ripristinato la leva”. Il ministro parla per l’Italia di uno schema su base volontaria.

Che però, fa notare Angelo Bonelli, esiste già. Il leader di Avs accusa il governo di stare trasformando l’Italia in una “vera e propria economia di guerra”, prima con la scelta di destinare il 5% del Pil alla spesa militare e “sottrarre, nei prossimi anni, centinaia di miliardi di euro alle vere priorità del Paese”. Ora, denuncia Bonelli, la proposta di reintrodurre la leva – abolita nel 2005 – rappresenta un “salto all’indietro” che va nella stessa direzione: “quella di trasformare i nostri giovani in soldati invece che in medici, insegnanti, ingegneri, educatori”. In Italia, ricorda, esiste già un esercito operativo e l’arruolamento avviene su base volontaria. Allora, domanda, “cosa significa voler riesumare la leva? Perché imporre la divisa a una generazione che chiede futuro, lavoro dignitoso, diritti e non militarizzazione?“. L’Italia secondo il Global Firepower Index, è la decima potenza militare mondiale e dispone di una delle maggiori capacità militari. “Noi diciamo con forza che questa strada non è percorribile – tuona il deputato ecologista –, non in nostro nome e non con il nostro voto”.

“Qui si continua a parlare solo di piani di guerra, leva, riarmo, enormi aumenti delle spese militari. Ma non è bastato il fallimento di questi 3 anni e mezzo?“, scrive Giuseppe Conte su Facebook. Il presidente del M5S parla di anni in cui l’Italia con l’Europa ha “scommesso sulla vittoria militare dell’Ucraina a suon di riarmo e invii militari, anziché puntare sui negoziati sin da subito. Avremmo evitato tanti morti, ottenuto condizioni più favorevoli per l’Ucraina ed evitato danni economici enormi per l’economia europea e italiana. Piuttosto che aprire un canale diplomatico siete ormai solo concentrati a preparare la guerra. Fermatevi”, implora.

“Reintrodurre la leva è complicato”, sottolinea il presidente della Commissione Difesa della Camera, in quota Lega, Nino Minardo. Ma ammette: “C’è un tema degli organici delle Forze armate, oggi sotto-dimensionati rispetto alle necessità operative, anche ordinarie”. Per il nostro Paese, “il modello della Riserva volontaria appare oggi il più vicino alle reali esigenze italiane, ed è su questo che la Commissione Difesa si è concentrata”, scandisce, ritenendo utile parallelamente valutare anche la reintroduzione dei carabinieri ausiliari.

Francia, entra in carica il Lecornu 2: corsa contro tempo per presentare bilancio

Il secondo governo di Sébastien Lecornu, composto da ministri politici e tecnici, entra in carica oggi con l’obiettivo di presentare un progetto di bilancio nei tempi previsti e di trovare la “strada” che gli eviti la censura promessa dall’opposizione. Dopo un passaggio di consegne che Matignon ha voluto “sobrio”, senza stampa, senza ospiti e al chiuso, il capo del governo riunirà i suoi nuovi ministri a Matignon alle 14:30. La loro priorità sarà quella di “dare un bilancio alla Francia entro la fine dell’anno” e cercare di far uscire la Francia da una crisi politica senza precedenti. Dimessosi all’inizio della scorsa settimana, riconfermato venerdì al termine di una missione lampo presso le forze politiche, Sébastien Lecornu è in bilico.

Tutte le opposizioni minacciano di farlo cadere e le sue speranze di sopravvivenza dipendono solo dal Partito socialista, con il quale sta cercando di trovare un accordo, in particolare sulle pensioni. Un primo Consiglio dei ministri si terrà domani alle 10, al ritorno del presidente Emmanuel Macron da un viaggio in Egitto per sostenere l’accordo tra Israele e Hamas. Il governo spera di presentare un progetto di bilancio che possa essere trasmesso nel corso della giornata al Parlamento e poi discusso nei tempi previsti. La Costituzione prevede che il Parlamento abbia 70 giorni di tempo per esaminarlo e approvarlo prima del 31 dicembre. Nei giorni successivi, il primo ministro dovrebbe pronunciare la sua tradizionale e attesissima dichiarazione di politica generale (DPG), in cui illustrerà la sua tabella di marcia, pur rimanendo, come i suoi predecessori, privo di maggioranza.

Domenica sera Lecornu ha presentato una squadra composta da volti nuovi, di cui otto provenienti dalla società civile e 26 dalle forze politiche, tra cui 11 dal partito presidenziale Renaissance. Ma i sei ministri di destra sono stati immediatamente esclusi dal partito Les Républicains (LR) di Bruno Retailleau, che aveva dato istruzioni – contestate dai deputati – di non entrare nella squadra Lecornu 2. Il prefetto della polizia di Parigi, Laurent Nuñez, succede a Bruno Retailleau al ministero dell’Interno, l’amministratore delegato uscente della SNCF Jean-Pierre Farandou è stato nominato al Lavoro e l’ex direttore generale dell’Istruzione scolastica Edouard Geffray all’Istruzione, succedendo a Elisabeth Borne che lascia il governo. Altre nomine di personalità meno note, questa volta politiche: il capo dei deputati indipendenti Liot Laurent Panifous viene incaricato delle Relazioni con il Parlamento, mentre il suo gruppo sarà fondamentale anche nel voto a favore o contro la censura. La deputata macronista Maud Bregeon diventa portavoce del governo, come già lo era nella squadra di Michel Barnier.

Diversi ministri, già presenti nei governi Bayrou o Barnier, rimangono al loro posto. Meno atteso, dato che Sébastien Lecornu non voleva circondarsi di personalità con ambizioni presidenziali, Gérald Darmanin è stato riconfermato ministro della Giustizia. Ha annunciato che si sarebbe preso una “pausa dalle attività di partito”. Dopo le successive prese di distanza di LR e della maggior parte dei suoi alleati centristi durante il fine settimana, Sébastien Lecornu ha ringraziato coloro che “si impegnano in questo governo in piena libertà, al di là degli interessi personali e di parte”. Questo nuovo esecutivo di 34 ministri, molto meno ristretto di quanto annunciato, ha tuttavia una durata che potrebbe essere limitata. “Non disimballate troppo in fretta i vostri scatoloni, la censura sta arrivando”, ha scritto su X la leader del gruppo insoumis all’Assemblea, Mathilde Panot. Marine Le Pen (RN) ha annunciato la presentazione di una mozione di censura già lunedì. Se Sébastien Lecornu dovesse dimettersi nuovamente, la prospettiva di un nuovo scioglimento dell’Assemblea nazionale, richiesto in particolare dall’estrema destra, potrebbe avvicinarsi ulteriormente. Il gruppo socialista (69 deputati), l’unico in grado di salvare il nuovo governo, ha posto l’asticella piuttosto in alto. Senza la conferma “dell’abbandono del 49-3, delle misure per proteggere e rafforzare il potere d’acquisto dei francesi e di una sospensione immediata e completa della riforma delle pensioni, lo censureremo”, ha avvertito. “Non ci sono segnali molto positivi”, ha deplorato domenica su BFMTV il segretario generale del PS, Pierre Jouvet. Ma ha precisato, come il leader del partito Olivier Faure, che i socialisti aspetteranno la dichiarazione di politica generale per pronunciarsi.

Francia, Macron nomina premier il ministro della Difesa Sébastien Lecornu

Emanuel Macron ha nominato premier il ministro delle Forze armate Sébastien Lecornu, suo uomo di fiducia proveniente dalla destra, incaricandolo in un primo momento di “consultare” i partiti al fine di “costruire gli accordi indispensabili per le decisioni dei prossimi mesi”, ha annunciato l’Eliseo.

Gli ha affidato il compito di consultare le forze politiche rappresentate in Parlamento al fine di adottare un bilancio per la Nazione e costruire gli accordi indispensabili per le decisioni dei prossimi mesi”, ha indicato la presidenza.

A seguito di queste discussioni, spetterà al nuovo Primo Ministro proporre un governo al Presidente della Repubblica”, ha aggiunto.

Lecornu diventa il settimo primo ministro di Emmanuel Macron e il quinto dall’inizio del suo secondo mandato quinquennale nel 2022. Una situazione senza precedenti nella Quinta Repubblica, a lungo nota per la sua stabilità, ma entrata in una crisi senza precedenti dallo scioglimento dell’Assemblea nazionale nel giugno 2024.

A 39 anni, l’ex senatore normanno, inamovibile dal governo dal 2017, ha scalato i gradini fino a diventare ministro delle Forze armate, un incarico estremamente delicato in tempo di guerra in Ucraina, e si è affermato come fedele e intimo collaboratore del capo dello Stato. Già lo scorso dicembre, Emmanuel Macron avrebbe voluto nominarlo a Matignon, ma il suo storico alleato François Bayrou aveva finito per imporsi su di lui. Questa volta, il presidente non ha esitato e questa nomina espressa, in contrasto con la sua naturale tendenza alla procrastinazione, sembra indicare che fosse stata accuratamente preparata in anticipo. Dopo aver riconosciuto la sconfitta del suo schieramento alle elezioni legislative anticipate post-scioglimento, aver tentato una semi-coabitazione con l’oppositore dei Repubblicani Michel Barnier e poi con il centrista Bayrou, si affida quindi a un macronista puro e duro.

Il presidente gioca l’ultima carta del macronismo, trincerato con la sua piccola cerchia di fedeli”, ha subito ironizzato Marine Le Pen su X. Il rompicapo che il presidente deve affrontare è però lo stesso che non è riuscito a risolvere da più di un anno: trovare un profilo in grado di sopravvivere di fronte a un’Assemblea più frammentata che mai. All’Eliseo si ritiene che la fragile coalizione costruita un anno fa tra la macronia e la destra sia un dato acquisito. Il presidente ha esortato i suoi capi a “lavorare con i socialisti” per “ampliare” la sua base. Ma ha rifiutato di nominare Olivier Faure primo ministro, nonostante le sue offerte di servizi per la formazione di un “governo di sinistra” che avrebbe cercato dei “compromessi”. Prima della nomina di Sébastien Lecornu, il primo segretario del Partito socialista ha rifiutato di dire se il suo partito avrebbe negoziato con una personalità proveniente dal campo presidenziale, continuando fino alla fine a “rivendicare il potere”.

Per reggere, il futuro governo dovrà comunque ottenere, come minimo, una non censura da parte del PS, indispensabile per dotare la Francia di un bilancio per il 2026, la cui preparazione ha appena fatto cadere il governo uscente che aveva presentato uno sforzo di 44 miliardi di euro. Il calendario di bilancio rischia già di deragliare a causa di questo ennesimo sussulto della crisi politica, dopo l’inedito ritardo dello scorso anno. E l’impasse politica rischia di agitare i mercati finanziari, in attesa della decisione dell’agenzia Fitch che venerdì potrebbe abbassare il rating del debito francese. Oggi, la Francia ha contratto un prestito a dieci anni a un costo pari a quello dell’Italia, da tempo considerata tra i paesi meno virtuosi d’Europa. Secondo un interlocutore abituale di Emmanuel Macron, quest’ultimo potrebbe questa volta accettare che il primo ministro faccia concessioni concrete ai socialisti, ad esempio sulla tassazione dei più ricchi, finora un tabù per lui. Oltre alle avance di Olivier Faure, il capo dello Stato ha comunque respinto gli appelli di coloro che gli chiedevano di ricevere i leader dei partiti di sinistra “prima della decisione”, come la leader degli Ecologisti Marine Tondelier, o di nominare prima un “negoziatore” in grado di verificare le possibili coalizioni. Al di là del bilancio, c’era “urgenza di nominare un primo ministro” perché non deve “esserci un vuoto di potere” alla vigilia del movimento “Bloquons tout” (Blocchiamo tutto), previsto per mercoledì, e prima della mobilitazione sindacale del 18 settembre, aveva martellato in mattinata il ministro dell’Interno uscente Bruno Retailleau, leader di LR, evocando un mese “propizio a tutti gli eccessi”. Emmanuel Macron lo sa: se ha solo carte imperfette in mano, la carta vincente che giocherà rischia di essere l’ultima prima di dover, in caso di nuovo fallimento, sciogliere nuovamente l’Assemblea, come invita a fare il Rassemblement national. In caso di stallo prolungato, aumenterebbe la pressione per le dimissioni di Emmanuel Macron.

Due morti in Francia per il caldo. L’ondata si sposta in Germania: previsti 38° a Berlino

L’ondata di caldo che ha colpito milioni di europei dall’inizio dell’estate giunge mercoledì al suo ultimo giorno in Francia, dove ha causato due vittime, e si sposta verso est e la Germania.

Martedì si sono registrati oltre 40 °C nel sud della Francia e 38 °C a Parigi, ma mercoledì solo quattro dipartimenti della Francia centrale rimarranno in allerta rossa, il livello di allerta più alto. Mercoledì sarà la Germania a raggiungere il picco di calore, con 38 °C previsti a Berlino.

Il Belgio ha registrato temperature superiori ai 35 °C e l’Atomium, l’emblematico monumento in acciaio inossidabile di Bruxelles, sarà chiuso mercoledì pomeriggio. I Paesi Bassi hanno vissuto la loro prima “notte tropicale” dell’anno, con temperature che hanno superato i 20 °C. – climatizzare – Se le ondate di caldo estivo non sono una novità, dopo decenni di combustione di carbone, petrolio e gas responsabili del riscaldamento globale, le ondate di caldo si verificano sempre più presto e più tardi nell’anno, e quindi più spesso al di fuori delle vacanze scolastiche, in giugno e settembre.

La Francia ha appena registrato il secondo giugno più caldo “dall’inizio delle misurazioni nel 1900”, con un’anomalia di temperatura misurata a +3,3°C, ha precisato mercoledì mattina la ministra della Transizione ecologica Agnès Pannier-Runacher. “Abbiamo più di 300 persone che sono state soccorse dai vigili del fuoco e due sono decedute a seguito di malori legati al caldo”, ha dichiarato la ministra. La vetustà e la mancanza di aria condizionata nelle scuole francesi hanno scatenato un dibattito politico, con il Rassemblement National (estrema destra) che chiede un grande piano per l’aria condizionata. Circa 1.900 scuole francesi mal attrezzate – senza persiane, aria condizionata, ventilatori… – hanno dovuto chiudere martedì, ovvero circa il 3% degli istituti scolastici. Altre hanno tenuto le lezioni in cortile.

Altrove, la chiusura delle scuole in caso di forte calura è più radicata nelle consuetudini. Quelle di Rotterdam hanno chiuso martedì a mezzogiorno in virtù di orari definiti “tropicali”. In Germania, gli scolari possono beneficiare dell’“hitzefrei”, un permesso per cause di calura che risale al XIX secolo.

Anche la Spagna soffoca. Mercoledì farà ancora molto caldo, anche se sono previsti temporali. Nella provincia di Lérida, in Catalogna, nel nord-est del paese, i vigili del fuoco hanno annunciato martedì il ritrovamento di due corpi dopo un incendio. Poche ore prima, sempre in Catalogna, la polizia aveva segnalato la morte di un bambino di due anni che era stato lasciato per diverse ore in un’auto parcheggiata sotto il sole. Luglio è appena iniziato, ma la televisione andalusa Canal Sur ha già rispettato la sua tradizione annuale e è riuscita a cuocere un uovo per strada a Siviglia, direttamente su una padella. Ci vorranno mesi per stimare il bilancio delle vittime legate al caldo. Secondo studi sulla mortalità in eccesso, le ondate di caldo del 2003 e del 2022 hanno causato rispettivamente 70.000 e 61.000 morti premature in Europa.

Germania e Francia spengono la ripresa dell’eurozona, mentre i prezzi risalgono

A giugno, le proiezioni della Bce prevedevano una crescita del Pil nell’eurozona pari allo 0,4% trimestre su trimestre nel periodo aprile-giugno e sostanzialmente si aspettavano che rimanesse a quel livello fino alla fine del 2026. È stato con queste previsioni che la banca centrale ha anticipato per la prima volta il profilo trimestrale della ripresa dell’eurozona, una mossa che, con il senno di poi e tenendo conto degli ultimi sviluppi, sembra sempre più prematura. Probabilmente la Bce avrebbe dovuto ritardare la ripresa economica, come è accaduto negli ultimi due anni, sovrastimando strutturalmente la forza e la tempistica della ripresa. Infatti, i dati previsionali dell’indagine Pmi di luglio hanno registrato una quasi-stagnazione del settore privato dell’eurozona, che ha indicato un progressivo affievolimento della ripresa economica del blocco valutario. I nuovi ordini sono diminuiti per il secondo mese consecutivo e la fiducia è scesa ai minimi in sei mesi, ponendo fine alla sequenza mensile ininterrotta di assunzioni avutasi dall’inizio del 2024. Allo stesso tempo, il tasso di inflazione dei costi è accelerato, ma la debolezza della domanda ha spinto le aziende ad un minore aumento dei prezzi di vendita, il cui tasso di inflazione è infatti stato il più lento dallo scorso ottobre.

A causare la debolezza dell’eurozona è ancora una volta il settore manifatturiero. La produzione di luglio è crollata nettamente e al tasso maggiore dell’anno in corso. In tale contesto, l’aumento dell’attività del terziario ha evitato all’intero settore privato di finire in contrazione, tuttavia l’espansione dei servizi è stata solo modesta e la più debole da marzo. Le due economie principali della regione hanno continuato a frenare la ripresa dell’area euro. Per la prima volta in quattro mesi, la produzione della Germania è scesa, mentre la Francia ha segnato il terzo mese consecutivo di contrazione dell’attività economica. Valori che contrastano con la continua crescita registrata nel resto dell’eurozona, anche se l’ultimo incremento della produzione è stato il meno forte da gennaio.

Nel dettaglio l’indice destagionalizzato Flash Pmi Composito della Produzione dell’eurozona, calcolato sulla base dell’85% circa delle risposte finali solitamente raccolte a fine indagine e redatto da S&P Global, a luglio si è posizionato su 50.1 scendendo da 50.9 di giugno, mostrandosi quindi solo marginalmente superiore alla soglia di non cambiamento e registrando quindi quasi una stagnazione dell’attività del settore privato. In ciascuno dei cinque mesi passati, la produzione ha indicato una crescita, ma questa di luglio è stata la più contenuta della sequenza mostrando quindi un debole inizio per il terzo trimestre dell’anno. Il livello di crescita registrato a luglio è largamente collegato all’attività terziaria, in aumento per il sesto mese consecutivo, ma la cui espansione è stata modesta e la più lenta in quattro mesi. Allo stesso tempo, la produzione manifatturiera ha continuato a diminuire ad inizio del terzo trimestre, prolungando l’attuale sequenza di contrazione a 16 mesi. Il tasso di contrazione è stato oltretutto elevato, segnando il più rapido sinora registrato nel 2024.

Siamo di fronte ad una pausa estiva?”, si chiede Cyrus de la Rubia, capo economista di Hamburg Commercial Bank: “Sembra che l’economia a luglio si stia muovendo a malapena, ma oltre al fatto che stiamo analizzando valori destagionalizzati, osservando i due settori monitorati la situazione è peggiorata drasticamente nel settore manifatturiero in contrasto con la moderata crescita nel settore dei servizi. Le nostre previsioni sul Pil a brevissimo termine, tuttavia, lasciano intendere che una crescita durante il terzo trimestre è ancora possibile”. Il tema è che, “se da un lato la Germania sta apparentemente avendo difficoltà a crescere, l’economia francese è alimentata dalle Olimpiadi. Secondo i dati raccolti a luglio, le aziende dei servizi francesi hanno aumentato la loro attività in preparazione dei giochi olimpici. Al contrario, la domanda del settore manifatturiero tedesco pare abbia trascinato in basso la produzione generale del settore privato“, continua de la Rubia. “Qualora tenessimo in considerazione soltanto una crescita, ci sarebbero forti presupposti per un dibattito sul taglio dei tassi di interessi di settembre da parte della Bce. Tuttavia, i dati relativi ai prezzi non hanno fornito alcuna speranza di sollievo. I prezzi di acquisto del settore dei servizi sono aumentati ad un tasso più veloce e le tariffe ai clienti sono risultate in espansione ad un tasso simile a quello della precedente indagine. A peggiorare il tutto – conclude il capo economista di Hamburg Commercial Bank -. I prezzi di acquisto del settore manifatturiero, in contrazione per oltre un anno da marzo 2023 a maggio 2024, ora risultano maggiori per il secondo mese consecutivo. I prezzi di vendita sono diminuiti solo leggermente, rendendo più difficile per l’inflazione complessiva di avvicinarsi all’obiettivo di crescita del 2%“.

Ecologisti francesi plaudono a sconfitta Le Pen: “Avanti con transizione green”

Il mondo ecologista francese “non può che rallegrarsi del fatto che il fuoco di sbarramento dei repubblicani abbia funzionato: l’estrema destra non è neanche lontanamente potente come previsto”. Alla luce dei risultati elettorali – che di fatto hanno spezzato i sogni di gloria di Marine Le Pen e del giovane Jordan Bardella – la Rete di azione per il clima, la principale alleanza di associazioni ambientaliste, guarda con favore alla sconfitta della destra, ma accusa comunque la maggioranza presidenziale uscente di essere “ancora troppo poco ambiziosa sulla transizione ecologica”.

La Rete, che riunisce 37 associazioni tra cui Greenpeace, Oxfam Francia, Azione contro la fame e Lega per la protezione degli uccelli (LPO), avverte: “la ‘tregua’ non deve cancellare la necessità di un ripensamento completo del dibattito pubblico democratico e del modo di fare politica”. Molte delle associazioni aderenti fanno parte di numerosi organi consultivi, come il Conseil national de la transition écologique (CNTE).

Queste associazioni hanno più volte criticato l’esecutivo uscente per essersi seduto sui compromessi adottati in queste istituzioni di “democrazia ecologica”. “Tutto resta da costruire: qualunque sia il governo che emergerà da queste elezioni”, la dovrà “rafforzare l’ambizione della pianificazione ecologica e collegarla a politiche sociali, di bilancio e territoriali commisurate alle questioni in gioco”. Con l’auspicio, quindi, di una transizione ecologica “efficace e pienamente equa dal punto di vista sociale”.

“Questo è un enorme sollievo e una vittoria per la democrazia, i diritti umani e il pianeta (…), possiamo respirare di nuovo”, ha dichiarato Jean-François Julliard, direttore generale di Greenpeace Francia, in una nota. Greenpeace assicura che sarà “presente per garantire che le promesse del programma del Nuovo Fronte Popolare”, che ha vinto, “non siano solo parole vuote”. Tra queste, la cosiddetta tassa sulla ‘ricchezza verde’ (ISF), la riduzione dell’Iva sui trasporti pubblici, la riapertura delle piccole linee ferroviarie, il ripristino del piano Ecophyto, il divieto di glifosato, neonicotinoidi e Pfas, il sostegno all’agroecologia.

Francia al ballottaggio: le diverse posizioni su case green, pesticidi e auto elettriche

Auto elettriche, energia nucleare, pesticidi… i tre blocchi in corsa per il secondo turno delle elezioni legislative in Francia hanno visioni poco compatibili tra loro sulle questioni energetiche e ambientali. Il Rassemblement national è l’unico partito che spera ancora in una maggioranza assoluta domenica prossima, cosa che faciliterebbe l’applicazione del suo programma. Secondo i sondaggi, il blocco macronista o il Nuovo Fronte Popolare potrebbero essere in vantaggio con un’eventuale grande coalizione, impedendo però la completa applicazione dei loro programmi iniziali.

AUTO ELETTRICHE – Rn promette di rinunciare al divieto europeo “sulla vendita di auto a motore termico entro il 2035 e di incoraggiare i produttori francesi a sviluppare veicoli puliti a prezzi accessibili“, senza però fornire ulteriori dettagli. Promette di abbassare l’Iva sui prodotti energetici, ma questo teoricamente è contrario alle norme europee sui carburanti. Il partito di estrema destra vuole anche abolire le zone a basse emissioni (ZFE), che limitano la circolazione dei veicoli più inquinanti in alcune metropoli per combattere l’inquinamento atmosferico.
Il Nuovo Fronte Popolare (NFP) si batte per lo sviluppo del “trasporto pubblico ed ecologico” attraverso, ad esempio, la riduzione dell’Iva sui trasporti pubblici o la riapertura delle piccole linee ferroviarie. La maggioranza precedente voleva proporre di aumentare il numero di veicoli elettrici in leasing sociale a 100.000 all’anno, un programma creato di recente.

ENERGIE RINNOVABILI/NUCLEARE – Per far fronte all’aumento del fabbisogno di elettricità e di decarbonizzazione, il campo presidenziale ha lanciato un programma per 14 nuovi reattori nucleari, il primo dei quali è previsto nel 2035-37. Dal canto suo, RN assicura che sarà in grado di costruire dieci reattori nel 2033-37 e poi dieci nel 2037-42, mentre l’industria, in ripresa, si dice incapace di tenere questo ritmo. Prevede una moratoria sui progetti eolici. Il candidato premier Jordan Bardella ha parlato di “ricostruire il settore fotovoltaico francese”, ma “non c’è alcuna urgenza di passare al solare”, ha detto anche Jean-Philippe Tanguy, presentato come il “mister economia” della RN. In un’eventuale coalizione, la sinistra non sarebbe unita sul nucleare, poiché France Insoumise e gli ecologisti si oppongono mentre i socialisti sono a favore. NFP spingerebbe a incoraggiare l’energia marina (turbine eoliche e mareomotrici) e il settore solare francese.

CASE GREEN – Rn vuole “abrogare tutti i divieti e gli obblighi legati alla diagnosi della prestazione energetica (DPE)”, che vincolano notevolmente la vendita, la locazione. Promette invece un “sostegno pragmatico alle ristrutturazioni in collaborazione con i professionisti“, senza ulteriori dettagli su questa questione, cruciale per gli obiettivi climatici della Francia (gli edifici rappresentano quasi un quinto delle emissioni di gas serra del Paese). Nel campo di Emmanuel Macron, creatore del sistema MaPrimeRénov, è stato annunciato un nuovo “fondo per la ristrutturazione energetica delle abitazioni della classe media e operaia” che sarebbe stato “finanziato da una tassa sul riacquisto di azioni proprie“. Dal lato del NFP l’obiettivo è garantire “il completo isolamento degli alloggi, rafforzando gli aiuti a tutte le famiglie e garantendo il loro pieno sostegno alle famiglie a basso reddito“.

PESTICIDI- L’attuale politica francese è quella di dimezzare l’uso dei pesticidi entro il 2030 secondo un piano denominato Ecophyto e rivisto in primavera dalla vecchia maggioranza, con forti critiche da parte delle associazioni ambientaliste sul metodo di calcolo. La sinistra si batterà per “ristabilire il piano Ecophyto” precedente alla riforma e “vietare il glifosato”, così come i “neonicotinoidi”, come avviene in Francia, ma in modo reversibile per alcune sostanze, non vietate a livello europeo. Il Nuovo Fronte Popolare chiede anche una moratoria sui “megabacini”, mentre la legge sull’orientamento agricolo, il cui esame è stato sospeso con lo scioglimento del Parlamento, prevedeva di accelerare la creazione di questi bacini d’acqua per scopi agricoli.
La RN, denunciando “l’ecologia punitiva”, non dice nulla sulla questione dei pesticidi, segno del voltafaccia del partito: mentre Marine Le Pen da tempo criticava la lobby agrochimica e in precedenza invocava la messa al bando dei neonicotinoidi, la RN ora denuncia l’ambiente standard e ha chiesto in febbraio la cessazione totale del piano Ecophyto.