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In Italia 73.000 imprese sono più esposte ai rischi climatici, in particolare nell’oil&gas

Sono 73.000, secondo un’analisi Cerved, le imprese più esposte al rischio climatico in Italia, in particolare nell’oil&gas (sia estrazione e produzione che raffinazione e commercio), nella produzione di energia, nei settori del cemento, del ferro e acciaio, dei materiali da costruzione, nell’agricoltura. Seguono l’automotive, la chimica, il sistema moda, i trasporti e la logistica. Si tratta di aziende che già presentano debiti per 207 miliardi di euro e che per decarbonizzarsi e raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette al 2050 dovranno sostenere investimenti aggiuntivi per 226 miliardi di euro. Ben 15.000 di esse però, cioè più di 1 su 5 (21,4%), potrebbero farlo senza minare la propria sicurezza finanziaria, indebitandosi per 46 miliardi di euro.

Lo studio di Cerved, la tech-company che aiuta il Sistema Paese a proteggersi dai rischi e a crescere in maniera sostenibile, si basa sull’analisi dei dati 2023 relativi alle società di capitali, circa 750.000 aziende. Vengono considerati sia il rischio di transizione, che riguarda le possibili perdite economico-finanziarie legate al processo di aggiustamento verso un’economia a basse emissioni, sia quello ambientale, che misura il livello del potenziale impatto sull’ambiente delle attività di un determinato settore, a prescindere dalle eventuali azioni di mitigazione.

In un contesto globale segnato dal crescente rischio climatico, le aziende sono chiamate ad affrontare sfide senza precedenti – afferma Carlo Purassanta, Presidente Esecutivo di Cerved -. Per raggiungere l’obiettivo del net zero entro il 2050, e sostenere gli ingenti investimenti in tecnologie a basse emissioni, sono necessarie strategia e pianificazione. Solo un’azienda su cinque è oggi in grado di coniugare sostenibilità e competitività, mantenendo la propria stabilità finanziaria”.

L’analisi di Cerved tiene conto anche dell’andamento del rischio di credito, che sta tornando su livelli di medio periodo: i tassi di decadimento (rapporto tra le posizioni creditizie in sofferenza nel corso dell’anno e lo stock di impieghi a inizio periodo) mostrano infatti una crescita della rischiosità negli anni 2022-2024, mentre le previsioni Cerved per il biennio 2025-2026 vedono un generale assestamento che coinvolge tutti i settori produttivi, grazie alla discesa dei tassi di interesse.

Come anticipato, le imprese dei settori maggiormente impattati dalla transizione ecologica dovranno sostenere investimenti aggiuntivi per decarbonizzarsi, e raggiungere così l’obiettivo di zero emissioni nette al 2050, di 226 miliardi di euro: la quota più importante è in capo all’oil&gas (58,6 miliardi per exploration&production e 63,5 miliardi per refining&marketing, entrambi soggetti altamente sia al rischio di transizione che a quello ambientale), seguita da produzione di energia (74,7 miliardi), cemento (4), ferro e acciaio (7,3), materiali da costruzione (1,8), agricoltura e proteine animali (900 milioni), tutti ambiti più colpiti dal rischio ambientale che da quello di transizione. Chiudono la lista automotive (590 milioni), chimica (1,35 miliardi), sistema moda (350 milioni) e trasporti e logistica (13 miliardi), sottoposti a rischi inferiori, benché sempre alti, anche laddove le cifre sono consistenti.

All’interno di questo cluster di imprese sono state poi individuate quelle sicure dal punto di vista finanziario, cioè con un rapporto debiti finanziari/EBITDA inferiore o uguale a 2, per le quali è stato calcolato quanto potrebbero ancora indebitarsi senza perdere la stabilità finanziaria: sono 15.000 aziende, cioè il 21,4% del totale, che potrebbero aumentare i loro debiti per 46 miliardi di euro senza uscire dalla soglia di sicurezza. In particolare, si tratta di 5.379 aziende nel settore trasporti e logistica (6,5 miliardi di indebitamento aggiuntivo), 2.097 nell’agricoltura (1,3 miliardi), 1.911 nel sistema moda (4), 1.265 nei materiali da costruzione (2,7), 1.090 nell’oil&gas-refining&marketing (2,8), 996 nella chimica (7,3), 987 nella power generation (6), 761 nell’automotive (8,1), 528 nel ferro e acciaio (4,9), 495 nel cemento (1,6) e 15 nell’oil&gas-exploration&production (980 milioni).

Allarme World Economic Forum: “Dai rischi climatici -7% guadagni annuali delle aziende”

Le imprese devono agire subito per affrontare i crescenti rischi climatici o incorrere in forti perdite finanziarie. Le aziende che ritardano potrebbero veder vanificato fino al 7% degli utili annuali entro il 2035, un impatto simile a quello di interruzioni di livello Covid-19 ogni due anni. E’ l’avvertimento lanciato da due nuovi rapporti pubblicati dal World Economic Forum. I rapporti – Business on the Edge: Building Industry Resilience to Climate Hazards, realizzato con il supporto di Accenture, e The Cost of Inaction: A CEO Guide to Navigating Climate Risk, realizzato con il supporto del Boston Consulting Group (BCG) – forniscono una tabella di marcia per le aziende che vogliono affrontare i rischi climatici e sbloccare il valore a lungo termine attraverso la decarbonizzazione, la salvaguardia della natura, l’adattamento e la costruzione della resilienza.

Si prevede che entro il 2035 il caldo estremo e altri rischi climatici causeranno 560-610 miliardi di dollari di perdite annuali di capitale fisso per le società quotate in borsa, con le aziende di telecomunicazioni, servizi pubblici ed energia più vulnerabili. Le aziende dei settori ad alta intensità energetica che non riescono a decarbonizzarsi affrontano rischi di transizione crescenti con l’inasprimento delle normative climatiche globali, con il solo prezzo del carbonio che potrebbe ridurre fino al 50% degli utili entro il 2030. Questi rischi, uniti agli impatti a cascata sulle catene di approvvigionamento e sulle comunità, sottolineano la necessità cruciale di strategie di resilienza.

Per contro, le imprese che investono in adattamento, resilienza e decarbonizzazione stanno già ottenendo ritorni tangibili. Una ricerca dell’Alliance of CEO Climate Leaders, che comprende 131 amministratori delegati a livello mondiale in rappresentanza di 12 milioni di dipendenti, mostra che ogni dollaro investito nell’adattamento al clima e nella resilienza può generare fino a 19 dollari di perdite evitate, in base ai dati del CDP, che aiuta le aziende e le autorità pubbliche a divulgare il proprio impatto ambientale. Nonostante i rischi, il panorama climatico in evoluzione presenta notevoli opportunità di crescita. I mercati verdi sono destinati a crescere da 5.000 miliardi di dollari nel 2024 a 14.000 miliardi di dollari entro il 2030, con i primi a guadagnare vantaggi competitivi nelle soluzioni sostenibili e nelle offerte di adattamento. Questi mercati abbracciano settori e catene del valore, con i segmenti più grandi che sono l’energia alternativa (49%), i trasporti sostenibili (16%) e i prodotti di consumo sostenibili (13%). Tutti crescono ben oltre il PIL.

“I pionieri della transizione a zero emissioni e delle soluzioni positive per la natura stanno dimostrando come le imprese possano creare valore migliorando l’ambiente e sostenendo le comunità”, ha dichiarato Gim Huay Neo, direttore generale del World Economic Forum. “Affrontando in modo olistico e sistematico i rischi e le opportunità legate al clima, le imprese possono costruire operazioni più forti e sostenibili, salvaguardando e ripristinando gli ecosistemi e promuovendo la resilienza economica e sociale a lungo termine in un mondo sempre più complesso e incerto”.

Importanti scienziati, tra cui Johan Rockström dell’Istituto di Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico, avvertono che cinque sistemi terrestri si stanno avvicinando a punti di svolta irreversibili. I sistemi terrestri, come le calotte glaciali, le correnti oceaniche e il permafrost, sono processi naturali interconnessi che regolano il clima del pianeta, sostengono gli ecosistemi e forniscono servizi vitali come l’immagazzinamento del carbonio, il filtraggio dell’acqua e la stabilizzazione della temperatura che consentono alle società e alle economie di prosperare. Tra questi, il potenziale collasso delle calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide occidentale, che potrebbero provocare un innalzamento del livello del mare fino a 10 metri e peggiorare l’insicurezza alimentare di almeno mezzo miliardo di persone.

Sebbene la scienza alla base di questi punti critici e dei rischi climatici sia allarmante, può essere difficile tradurla in rischi aziendali concreti. Questi rapporti mirano a colmare questa lacuna, fornendo ai leader aziendali una base per salvaguardare il valore degli stakeholder e contribuire al contempo a società sostenibili e resilienti. Entrambi i rapporti forniscono inoltre dettagli completi sulle metodologie, le fonti e i set di dati alla base dei risultati.

Cresce innovazione aziende ma solo 20% imprese ha ricevuto sostegni pubblici

Nel triennio 2020-2022, più di un’azienda su due ha investito in attività di innovazione, con un’incidenza pari al 58,6% delle imprese industriali e dei servizi con almeno 10 addetti, come fa sapere l’Istat. Un dato che conferma la crescente propensione delle imprese italiane, anche quelle di dimensioni più contenute, a intraprendere percorsi innovativi. Tra le piccole aziende con 10-49 addetti, il 55,8% ha infatti svolto attività di innovazione, segno che anche le realtà minori non sono escluse da questa tendenza.

Il settore industriale, in particolare, si conferma il più orientato all’innovazione, con il 65,1% delle imprese impegnate in attività di aggiornamento tecnologico e sviluppo. A seguire, i servizi (56,1%) e le costruzioni (46,7%), con un quadro che riflette una crescente attenzione all’innovazione anche in ambiti tradizionalmente meno tecnologizzati. Nel triennio analizzato, poi, il 32,8% delle imprese ha introdotto almeno un nuovo prodotto. A livello dimensionale poi, cresce l’impegno in questo campo nelle imprese più grandi: il 57% ha investito in nuovi prodotti, a fronte del 30,9% delle piccole. L’industria, in particolare, si distingue per l’adozione di innovazioni nel prodotto, con settori come l’elettronica, l’industria chimica, farmaceutica, la fabbricazione di autoveicoli e macchinari che vedono una percentuale di imprese innovatrici di oltre il 50%.

Se da un lato cresce l’investimento in innovazione, dall’altro, però, emergono delle criticità legate alla carenza di risorse, sottolinea l’istituto di statistica. Circa il 25,9% delle imprese ha dichiarato di non aver intrapreso ulteriori attività innovative a causa di limitazioni finanziarie o di personale. In termini di finanziamenti pubblici, solo il 20% delle aziende innovative ha ricevuto sostegni, con una prevalenza in quella di dimensione maggiore. L’industria in senso stretto risulta essere il settore che più di altri beneficia di risorse pubbliche per l’innovazione, con un 24% delle aziende che dichiarano di aver ricevuto contributi. Tra i settori più supportati ci sono quelli ad alta intensità tecnologica come la ricerca e sviluppo, l’informatica e la pubblicità.

Un altro aspetto analizzato dall’Istat riguarda infine la sostenibilità: nel periodo 2020-20222, il 40,1% delle imprese che hanno innovato ha perseguito anche obiettivi ambientali. In particolare, il 36,1% ha ottenuto benefici ambientali positivi in fase di produzione, mentre il 28,5% ha portato a benefici in fase di consumo e utilizzo dei prodotti. Gli interventi più diffusi riguardano la riduzione del consumo di energia e delle emissioni di Co2, con un’attenzione crescente alla sostenibilità, soprattutto nelle grandi imprese, che si confermano le più attive in questo campo.

Imprese, Buselli (Cnpr): Al via 11/11 domande per investimenti in sostenibilità

Con la circolare n.42927/2024, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy specifica le modalità di attuazione per il sottoinvestimento 7.1 del Pnrr, destinato a sostenere la transizione ecologica e l’autoconsumo energetico attraverso fonti rinnovabili, tramite i Contratti di Sviluppo. Le domande possono essere inoltrate a partire dalle ore 12.00 dell’11 novembre 2024 sulla piattaforma Invitalia.
“I fondi sono destinati ad incrementare l’efficienza energetica dei processi produttivi, in particolare per favorire la produzione di energia da fonti rinnovabili per l’autoconsumo, con l’esclusione della biomassa e – spiega Gianluca Buselli, consigliere d’amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili – perseguire la trasformazione sostenibile delle imprese italiane e la competitività delle filiere strategiche nazionali”. “Le proposte ammissibili devono riguardare un programma di sviluppo ambientale – conclude Buselli – finalizzato alla salvaguardia dell’ambiente e compatibile con progetti previsti nel Titolo IV, tutela ambientale, o nel Titolo III, ricerca, sviluppo e innovazione del decreto del 9 dicembre 2014”.

Logistica, imprese italiane a ‘scuola’ con Ice su prospettive Nato e Ue

L’Agenzia Ice di Bruxelles è stata teatro di un’altra iniziativa per le imprese italiane, dal titolo ‘Logistica: le prospettive della Nato e la cooperazione con l’Unione Europea’, con l’obiettivo di fornire informazioni utili alle aziende, specialmente le Pmi, nel quadro dei programmi e del procurement civile della Nato, le cui opportunità non sono pienamente esplorate. L’evento organizzato dall’Ufficio di Bruxelles dell’Agenzia Ice nel quadro dell’iniziativa ‘Ice Ascolta l’Europa’, in collaborazione con la Rappresentanza Permanente d’Italia presso la NATO e con il supporto dell’Ambasciata d’Italia in Belgio, della Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea e degli Uffici Europa-Africa e Formazione di Ice–Agenzia, ha registrato l’iscrizione di circa 150 operatori italiani.

Grande opportunità per le aziende, che come riporta Ice, avevano avanzato “la richiesta di avere informazioni più pratiche su come accedere alle gare d’appalto” sia in ambito comunitario che Nato. La poca partecipazione deriva non tanto dalla mancanza di credenziali per concorrere, quando più per la complessità dei procedimenti, tema su cui l’Agenzia Ice ha concentrato anche altri incontri, come quello di presentazione della piattaforma “Access2Markets“.

Ad aprire l’evento, il Direttore dell’Ufficio Ice di Bruxelles Tindaro Paganini, che ha ricordato l’importanza del settore della logistica, su cui Ice ha già svolto delle iniziative. Una di queste è Italy meets the Port of Antwerp-Bruges dello scorso maggio, che ha permesso di rafforzare le relazioni tra i porti italiani e quello belga di Anversa-Bruges. In programma per il 28 novembre, sempre nell’ambito della logistica, l’evento Italy-Belgium Space Industry Day, per favorire l’incontro tra gli attori del settore aerospaziale dei due paesi.

Seguendo il tema principale dell’iniziativa, è intervenuto Vittorio Calapriceanalista politico della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Calaprice ha illustrato la prospettiva europea in ambito di trasporti e l’impegno italiano su diversi temi tra cui il rafforzamento del sistema ferroviario, che in Ue può sfuttare il Pnrr e piani ambiziosi per l’alta velocità. Nell’ambito della logistica, l’Unione europea sta puntando sul consolidamento del mercato unico riguardo ai servizi di trasporto, su cui si punta ad aumentare gli investimenti per la decarbonizzazione.

Proprio a vantaggio delle aziende, è stato presentato il Programma comunitario Eic, Consiglio europeo d’innovazione, di Apre (Agenzia per la promozione della ricerca europea. A parlarne Alessia Rotolo, project manager di Apre (Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea), che ha spiegato come Eic premi i progetti innovativi delle Pmi e delle start-up, in particolare riferendosi a “coloro che presentino idee visionarie, a favorire la realizzazione di tecnologie ad alto rischio in settori critici per la società europea e a rafforzare l’autonomia strategica dell’Europa”.

Per l’ambito Nato, il contributo è arrivato dal colonnello Pier Luigi Verdecchiarappresentante del Direttore Nazionale degli Armamenti (Nadrep) presso la Rappresentanza permanente dell’Italia presso la Nato. Verdecchia ha potuto illustrare, nell’ambito della difesa, i temi relativi agli appalti nelle funzioni della logistica, che riguardano ad esempio il rifornimento, la manutenzione, il movimento e il trasporto. Ha spiegato anche il ruolo della Nspa, cioè dell’Agenzia di supporto e approvvigionamento della Nato, che si occupa di fornire servizi di supporto logistico agli alleati e alle autorità militari della Nato, come anche ai Paesi partner. Il colonnello ha sottolineato la necessità di avere una maggiore collaborazione a livello europeo e internazionale, con particolare rilevanza del partenariato tra l’Ue e la Nato.

Per favorire e ampliare la partecipazione delle imprese del territorio, le iniziative comunitarie ed internazionali sono molto rilevanti e le istituzioni italiane stanno puntando ad avvalersene.

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Istat, italiani preoccupati per il futuro: a ottobre cala fiducia di cittadini e imprese

Italiani preoccupati per il futuro incerto. A ottobre 2024 il clima di fiducia delle imprese scende, portandosi su un livello minimo da aprile 2021. Un calo, rileva l’Istat, dovuto al peggioramento nel comparto manifatturiero e in quello dei servizi di mercato. In particolare, nella manifattura diminuisce la fiducia tra le imprese che producono beni intermedi e beni strumentali, mentre nei servizi di mercato è il comparto del trasporto e magazzinaggio ad evidenziare un calo massiccio del clima di opinione.

Anche l’indice di fiducia dei consumatori non va bene: evidenzia un’evoluzione sfavorevole, dovuta secondo l’istituto principalmente a un deterioramento delle opinioni sulla situazione economica generale e a un peggioramento delle aspettative.

Nel dettaglio, l’indice del clima di fiducia dei consumatori scende da 98,3 a 97,4 e quello delle imprese da 95,6 a 93,4. Tra i consumatori, c’è diffuso peggioramento delle opinioni sulla situazione economica generale e su quella futura: il clima economico cala da 103,9 a 99,7 e quello futuro si riduce da 97,4 a 95,0. Invece, c’è un lieve aumento per il clima personale (da 96,3 a 96,6) e per quello corrente (da 99,0 a 99,2).

Con riferimento alle imprese, l’indice di fiducia diminuisce nella manifattura (da 86,6 a 85,8) e, soprattutto, nei servizi di mercato (da 100,4 a 95,3) mentre cresce nelle costruzioni (da 101,9 a 103,9) e nel commercio al dettaglio (l’indice passa da 102,3 a 103,7). Quanto alle componenti degli indici di fiducia, nella manifattura peggiorano i giudizi sul livello degli ordini e le aspettative sul livello della produzione; le scorte sono giudicate in decumulo rispetto al mese scorso. Nelle costruzioni, per entrambe le componenti si stima un miglioramento. Quanto ai servizi di mercato, c’è un peggioramento di tutte le componenti: i giudizi sia sugli ordinativi sia sull’andamento degli affari si deteriorano decisamente; le aspettative sugli ordini subiscono un calo contenuto. Nel commercio al dettaglio, giudizi e aspettative sulle vendite registrano un’evoluzione positiva e il saldo dei giudizi sulle scorte si riduce.

Secondo il Codacons, è la manovra a non convincere famiglie e imprese: “Le notizie sulle misure contenute nella legge di bilancio che hanno tenuto banco per tutto il mese hanno influito sull’indice della fiducia, portando ad un peggioramento delle aspettative sul futuro della nostra economia”, spiega il presidente Carlo Rienzi, per cui il calo della fiducia è un “segnale preoccupante perché si riflette in modo diretto sulla propensione alla spesa futura dei consumatori e, quindi, sull’intero sistema economico, frena gli investimenti delle imprese e ha riflessi negativi sull’occupazione”.

Come temevamo, a settembre si trattava solo di un rimbalzo tecnico, un recupero, peraltro solo parziale, rispetto al crollo di agosto“, rileva Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. La componente che segna la caduta più elevata è quella relativa alle attese sulla situazione economica dell’Italia, che precipitano da -29,5 a -37, con un crollo di ben 7,5 punti percentuali. Anche se, secondo Dona, la manovra del Governo “può avere influito solo marginalmente sulla flessione, visto che la raccolta dei dati avviene nei primi 15 giorni del mese e il Governo l’ha approvata il 15 ottobre, è chiaro che gli annunci e le indiscrezioni che l’hanno preceduta non hanno per il momento convinto gli italiani sugli effetti che può avere nella soluzione dei loro problemi e di quelli del Paese in generale“.

Le anticipazioni di una manovra di bilancio con margini stretti non aiutano il clima di fiducia neanche per Confesercenti, per cui il successo sulla riduzione del tasso di inflazione “evidentemente non è sufficiente, da solo, a rischiarare l’orizzonte“. Quello che serve, è il suggerimento, è un “ruolo più attivo di sostegno della politica economica, per restituire fiducia ed aspettative a famiglie ed imprese“.

‘Logistica: le prospettive della NATO e la cooperazione con l’Ue’: 28/10 online evento ICE per le imprese italiane

Torna il 28 ottobre uno dei tanti appuntamenti organizzati da ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, nell’ambito di ‘ICE Ascolta l’Europa’. L’evento, dal titolo, ‘Logistica: le prospettive della NATO e la cooperazione con l’Ue’ si terrà online dalle 10 alle 11.30 e nasce dalla consapevolezza dell’esistenza, nel quadro del procurement civile della Nato, di opportunità ancora non pienamente esplorate dalle imprese italiane, specie le Pmi. Il progetto è organizzato con la Rappresentanza Permanente d’Italia presso la Nato e in collaborazione con la Rappresentanza Permanente presso l’Ue.

L’accesso al procurement e ai fondi della Nato, spiega Ice “è, infatti, frenato dalla scarsa conoscenza da parte delle imprese italiane, e dalla difficoltà a rapportarsi con un mondo, quello della Difesa, percepito come estraneo e con regole complicate, in particolare circa la documentazione aggiuntiva per operare in contesti che toccano questioni di sicurezza”. L’iniziativa, mirata esclusivamente alle opportunità esistenti in ambito civile, serve anche a sperimentare nuove collaborazioni tra Ice e la Nato.

Con la moderazione di Tindaro Paganini, direttore dell’Ufficio ICE di Bruxelles, all’interno del panel dedicato ai programmi europei interverranno Vittorio Calaprice, analista politico della Commissione europea, che illustrerà le politiche Ue in materia di trasporti, anche alla luce delle priorità indicate nella lettera di incarico del nuovo Commissario designato, la cui conferma è condizionata all’approvazione del Parlamento europeo, e Alessia Rotolo, project manager di APRE (Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea), che illustrerà il programma EIC con particolare riferimento a EIC Accelerator, gestito da European Innovation Council and SMEs Executive Agency (EISMEA), che premia i progetti innovativi di Pmi e Startup.

Nel panel dedicato ai programmi della Nato sarà affrontato il tema della logistica, in particolare riferita a rifornimento, manutenzione, movimento e trasporto, supporto energetico, ingegneria delle infrastrutture, logistica medica.

Le aziende che desiderano partecipare all’incontro online possono iscriversi a questo link.

Quello del 28 ottobre è il terzo incontro organizzato da ICE dopo la pausa estiva. Lo scorso 23 settembre era stato affrontato il tema ‘Le prospettive della Nato sulle tecnologie emergenti (Edt) e la cooperazione con l’Ue’, mentre il 2 ottobre il focus era stato dedicato a ‘Access2Markets e Single Entry Point: Quali opportunità per le imprese italiane?’. Nel 2025, ma con data ancora da definire, si svolgerà un ulteriore evento, dal titolo ‘Le prospettive della Nato e la cooperazione con l’Ue nel settore dell’energia’.

Access2Markets e Single Entry Point: 2/10 a Bruxelles seminario Ice per le imprese italiane

Si svolgerà mercoledì 2 ottobre il secondo appuntamento di ‘ICE Ascolta l’Europa’, il ciclo di seminari introdotto a dicembre 2022 su temi comunitari di particolare rilevanza come le opportunità di finanziamento nelle aree del Mediterraneo e in America Latina, la nuova politica Ue nei Paesi terzi e le opportunità per le aziende italiane fornite dal programma Global Gateway, la strategia comunitaria per il tessile sostenibile e circolare.

L’evento del 2 ottobre, intitolato ‘Access2Markets e Single Entry Point: quali opportunità per le imprese italiane?’ è organizzato da ICE-Agenzia in collaborazione con la Direzione Generale del Commercio della Commissione europea e si terrà in modalità ibrida presso la sede dell’ICE Bruxelles (Place de la Liberté 12) dalle 9.30 alle 12.00 (10.00-11.30 per i partecipanti online). Introdurrà e modererà i lavori Tindaro Paganini, direttore dell’Ufficio ICE di Bruxelles. Successivamente interverranno Simona Pinto e Petya Popova, funzionarie presso la Direzione Generale del Commercio della Commissione europea.

I relatori dell’Ue presenteranno la piattaforma web Access2Markets, che risponde all’esigenza degli operatori di comprendere i termini degli accordi commerciali, e Il Punto di Ingresso Unico (Single Entry Point – SEP). Queste iniziative sono volte ad agevolare sia imprese con esperienza di scambi a livello internazionale sia aziende in cerca di opportunità nei mercati esteri. Access2Markets è un servizio online interattivo e gratuito per ottenere informazioni su molteplici aree chiave del commercio internazionale come norme di origine, accordi commerciali con Paesi terzi, indicazioni sui dazi antidumping, procedure doganali e di importazione, formalità, requisiti, principali barriere commerciali, condizioni per investire o partecipare a gare d’appalto pubbliche.

Il Punto di Ingresso Unico (Single Entry Point – SEP) della Dg Trade della Commissione europea è invece lo snodo per tutte le imprese dell’Ue che si trovano ad affrontare problemi di accesso al mercato in Paesi terzi o che riscontrano il mancato rispetto degli impegni in materia di sostenibilità (CSS/SPG). In questi casi le parti interessate possono presentare moduli di reclamo al SEP tramite Access2Markets. Il SEP garantisce un processo interno semplificato per affrontare le questioni sollevate, compreso il coordinamento delle azioni con altri servizi della Commissione e Delegazioni dell’Ue.

emissioni industriali

Clima, il 60% delle maggiori aziende quotate del mondo ha assunto impegni di carbon neutrality

Quasi il 60% delle maggiori società quotate in borsa al mondo ha assunto impegni di carbon neutrality, una cifra in aumento ma che non garantisce che abbiano un piano serio per raggiungerla. A rivelarlo è il consorzio Net Zero Tracker. Nel 2023, all’epoca della precedente edizione dell’analisi condotta dall’agenzia di ricerca, che si definisce indipendente e riunisce Data-Driven EnviroLab (DDL), The Energy & Climate Intelligence Unit (ECIU), NewClimate Institute e Oxford Net Zero, poco meno della metà delle 1.977 società quotate in borsa prese in esame aveva assunto tali impegni.

“Quest’anno il numero continua ad aumentare”, soprattutto tra le società con sede in Asia (da 118 a 184 in Giappone, da 27 a 48 in Cina, da 22 a 41 in Corea del Sud, ecc.), ma “ci sono ancora molte entità che non hanno preso alcun impegno” per la decarbonizzazione, ha sottolineato Takeshi Kuramochi, analista del NewClimate Institute, durante una videoconferenza. “Ci sono ancora problemi sostanziali e le aziende hanno ancora molto margine di miglioramento”, ha aggiunto.

Oggi, la maggior parte delle aziende che promettono di essere neutrali dal punto di vista delle emissioni di anidride carbonica, o che lo saranno entro il 2050 o prima, in realtà emette ancora gas a effetto serra e utilizza compensazioni di carbonio per ridurre la propria impronta, ad esempio finanziando la riforestazione. Ma numerosi studi scientifici hanno dimostrato che questo sistema di compensazione delle emissioni di carbonio è ben lungi dal mantenere le sue promesse, ed è addirittura fuorviante o fraudolento.

Solo il 5% delle aziende (4% nel 2023) rispetta tutti gli 8 criteri valutati da Net Zero Tracker, che includono alcuni di quelli formulati dagli esperti per conto dell’Onu, come la definizione di obiettivi precisi, l’inclusione di gas serra diversi dalla CO2 (come il metano), la priorità alla riduzione delle emissioni piuttosto che alla compensazione, l’impegno a una transizione dai combustibili fossili e l’utilizzo delle compensazioni con parsimonia.

“I progressi sono stati fatti, ma abbiamo bisogno di molto di più. Dobbiamo essere più ambiziosi”, ha insistito Catherine McKenna, presidente del gruppo di esperti delle Nazioni Unite sugli impegni ‘net zero’. Gli esperti raccomandano di ridurre il più possibile le emissioni di CO2 (di oltre il 90%) e di compensare solo le emissioni che non possono essere ridotte, attraverso progetti rigorosi come la cattura del carbonio.

L’Autolaghi festeggia 100 anni: metà dell’industria varesina è lungo l’asse A8-A9

Era nata soprattutto per soddisfare le esigenze di un turismo in crescita, negli anni ha accompagnato lo sviluppo produttivo del territorio. L’autostrada A8 ‘dei laghi’ compie cento anni. Il 21 settembre del 1924 veniva inaugurato il tratto Milano-Varese: era la prima autostrada d’Italia, e fra le prime tre al mondo. Oggi, quasi la metà dell’industria varesina si concentra nei comuni lungo il suo percorso.

L’impatto di un’autostrada sul sistema produttivo può essere certificato già osservando i dati nazionali: il 60% degli addetti alla manifattura in Italia si trova entro 10 chilometri da un casello, e sulla rete autostradale passa il 30% del traffico merci.

Proporzioni simili si riflettono anche a livello locale. Dall’elaborazione di GEA – Green Economy Agency su dati Centro studi Confindustria Varese, quasi la metà delle aziende manifatturiere associate (il 45,3% della base associativa) si trova nei 20 comuni dall’autostrada, e da sole impiegano il 38,2% degli occupati dall’industria della provincia di Varese.

Fra i settori più rappresentati, tessile e abbigliamento, terziario avanzato, aziende siderurgiche e metallurgiche, il comparto della meccanica, gomma e plastica, imprese chimiche, farmaceutiche e conciarie. Ma anche aziende legate al settore infrastrutture e trasporti, e a quello della carta e dell’editoria. Oltre a food & beverage e industria del legno.

Certamente l’autostrada ha portato a fenomeni di urbanizzazione e concentrazione delle persone nelle città, mentre per le aziende a un insediamento maggiore nei territori più vicini ai comuni serviti dei caselli autostradali. I benefici in termini di competitività e minori costi sono evidenti”, commenta Andrea Uselli, professore al dipartimento di Economia dell’università degli studi dell’Insubria. “Non a caso, circa l’80% degli occupati in aziende manifatturiere si trova a massimo 20 km da un’autostrada”, aggiunge.

Nel caso della provincia di Varese, poi, “l’importanza strategica è confermata anche dalla fitta rete logistica del Nord Ovest, che non riguarda solo il trasporto su gomma – continua Andrea Uselli – e comprende, per esempio, un grande aeroporto internazionale e importanti direttrici ferroviarie che proseguono verso la Svizzera”.

Valori simili all’industria, emergono anche considerando il totale dell’economia privata: il 54% delle unità locali dell’intera provincia di Varese (in totale 40mila), e il 51% degli addetti (144.529 occupati) è concentrata infatti nei comuni che ruotano intorno all’asse autostradale A8-A9. E anche considerando tutte le imprese corrispondenti ai codici ateco manifatturieri, il 48% delle unità locali della provincia e il 43% degli addetti sono concentrati nei comuni lungo l’Autolaghi.

L’intuizione di un’arteria stradale veloce venne, fra gli altri, all’ingegnere varesino Piero Puricelli, che dopo aver previsto il ruolo dell’autostrada nel sistema dei trasporti predispose all’inizio degli anni ‘20 il progetto convincendo il Touring Club Italiano e le autorità politiche lombarde.

Dopo 100 anni possiamo dire che la visione di Piero Puricelli nel ruolo della mobilità è stata più che lungimirante – continua il professor Uselli – tantopiù che la tratta dell’Autolaghi è interessata anche dai grandi corridoi internazionali che dal Nord Europa portano al Mediterraneo e dalla direttrice Est-Ovest. Se aveva, in origine, una capienza di un migliaio di automobili, oggi gestisce un traffico di 170mila veicoli al giorno. con picchi fino a 200mila”. In un’Italia in cui viene immatricolata un’automobile ogni 1,46 abitanti (ce n’era una ogni 450 nell’anno nel 1924).

La sua costruzione diede lavoro a 4.000 operai, e avanzò in tempi record: il primo colpo di piccone lo diede Mussolini nel marzo dell’anno prima. Era lunga circa 85 km, e larga 14 metri. Lungo il percorso – per evitare corsi d’acqua, ferrovie e viabilità ordinaria – vennero costruiti 35 sovrappassi e 71 sottopassaggi.

E per mantenerla? “In prospettiva è auspicabile l’incentivazione di meccanismi di investimento pubblico-privato – conclude Andrea Uselli -, questo ridurrebbe gli oneri sul bilancio pubblico e stimolerebbe gli investimenti privati in una logica di diversificazione delle fonti di finanziamento e di migliori equilibri gestionali e finanziari”.