A Bali vertice G7-Nato. Poi leader in visita a foresta mangrovie

La guerra entra nei confini dell’Unione europea e salta la giornata dei leader al secondo giorno di lavori del G20 a Bali, in Indonesia. Nel diluvio di missili russi sui cieli ucraini, nel villaggio polacco di Przewodov, al confine, un’esplosione fa due morti e la Polonia allerta l’esercito.

Gli appuntamenti slittano, mentre tra Kiev e Mosca le accuse rimbalzano. Con i leader del mondo riuniti a Bali, gli Stati Unici convocano una riunione urgente del G7 con la Nato. Al tavolo il presidente Joe Biden, il premier spagnolo Pedro Sanchez, la premier Giorgia Meloni, il presidente francese Emmanuel Macron, la premier il canadese Justin Trudeau, il premier giapponese Fumio Kishida, il primo ministro dei Paesi Bassi, Mark Rutte, il premier inglese Rishi Sunak. Presenti anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.

Meloni scende nella hall dell’albergo e procede spedita verso la riunione dei leader, senza rilasciare dichiarazioni. Palazzo Chigi fa sapere poi di una telefonata con il premier polacco Mateusz Morawiecki per esprimergli la sua solidarietà e parla di “fortissima apprensione e preoccupazione” per quanto accaduto in Polonia. “E’ conferma della gravità e delle conseguenze della ingiustificata aggressione russa nei confronti dell‘Ucraina“, spiega lei su Twitter.

Il mondo al G20 chiede una de-escalation, mentre la Russia continua a bombardare: “E’ totalmente inconcepibile“, tuona Biden al termine della riunione. A ogni modo, “è improbabile che il missile che ha fatto due vittime in Polonia sia stato sparato dalla Russia“, lasciando intendere che è stato abbattuto nei cieli ucraini. A far luce sulla vicenda sarà un’indagine polacca, alla quale G7 e Nato offrono supporto, ritenendo la Russia “responsabile dei suoi sfacciati attacchi alla comunità ucraina“. I Paesi resteranno in stretto contatto per, spiegano in una nota congiunta, “determinare i passi successivi appropriati man mano che le indagini procedono“.

A riunione finita, i leader raggiungono la foresta delle mangrovie di Hutan, coinvolta nel programma di ripristino degli esemplari su un’area di 600mila ettari. Giorgia Meloni è l’ultima ad arrivare, dopo un bilaterale con il canadese Trudeau, in cui sul tavolo c’è l’impegno reciproco sulla transizione climatica. Nella foresta, i leader in polo e camicie bianche piantano simbolicamente un albero.

Cop27/Imago

Le tensioni tra Usa-Cina mettono a repentaglio l’esito di Cop27

Le tese relazioni tra Pechino-Washington potrebbero indurre la Cina a trattenersi dal prendere nuovi impegni sul clima, nonostante la crescente pressione internazionale sul più grande emettitore mondiale di gas serra. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden è atteso al vertice della COP27 in corso a Sharm el-Sheikh, mentre è certa l’assenza del suo omologo cinese Xi Jinping. La cooperazione tra i due Paesi più inquinanti è stata fondamentale per realizzare progressi in quasi 30 anni di negoziati sul clima sotto l’egida delle Nazioni Unite, in particolare per portare allo storico accordo di Parigi del 2015. Ma a oggi le relazioni si sono inasprite sulle spinta delle crescenti tensioni legate a Taiwan. L’esito della COP27 è quindi incerto, visto che la Cina è stata uno dei principali attori nel successo dell’accordo di Parigi. Si susseguono dunque, da parte della comunità internazionale, gli appelli affinché Pechino e Washington si assumano la propria responsabilità sui cambiamenti climatici: dall’Egitto, il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto loro in particolare di essere “davvero presenti”. Xi Jinping ha già preso due grossi impegni negli ultimi anni: la Cina raggiungerà il picco delle emissioni di carbonio entro il 2030 e sarà carbon neutral entro il 2060. Queste misure si stanno rivelando cruciali per raggiungere l’obiettivo dell’accordo di Parigi di mantenere l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2°C (l’aspirazione è 1,5°C) rispetto ai livelli preindustriali. Visti gli impegni attuali, è aumentata dunque la pressione sui principali inquinatori per andare oltre le loro promesse.

putin

Ucraina, Putin accetta ispezione Aiea alla centrale Zaporizhzhia

Vladimir Putin ha accettato l’invio di una missione internazionale alla centrale nucleare ucraina di Zaporizhia da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), affermando di temere che il bombardamento possa portare a undisastro su larga scala.

Intanto, il Segretario Generale dell’Onu Antonio Guterres, in visita in Ucraina, ha invitato la Russia a non interrompere la rete elettrica ucraina nell’impianto nel Sud del Paese, che il suo esercito ha occupato dall’inizio di marzo e che nelle ultime settimane è diventato il bersaglio di attacchi per i quali Mosca e Kiev si accusano a vicenda.

All’inizio della giornata, l’operatore ucraino della centrale Energoatom non ha escluso uno scenario di questo genere, sostenendo che l’esercito russo sta cercando di rifornirsi di generatori diesel che sarebbero stati attivati dopo lo spegnimento dei reattori e che aveva limitato l’accesso del personale all’impianto.

Naturalmente, l’elettricità di Zaporizhia è elettricità ucraina questo principio deve essere pienamente rispettato“, ha detto Guterres in una conferenza stampa a margine di un viaggio a Odessa, il principale porto ucraino sul Mar Nero, dopo essere stato a Leopoli, nell’ovest del Paese.

Il bombardamento sistematico del territorio della centrale nucleare di Zaporizhia crea il pericolo di un disastro su larga scala che potrebbe portare alla contaminazione radioattiva di vasti territori“, ha avvertito il presidente russo in una conversazione telefonica con il suo omologo francese, Emmanuel Macron. In questo contesto, Putin e Macron “hanno rilevato l’importanza di inviare al più presto alla centrale nucleare una missione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che possa valutare la situazione sul posto“, ha dichiarato il Cremlino, sottolineando che “la parte russa ha confermato di essere pronta a fornire tutta l’assistenza necessaria agli ispettori dell’AIEA“.

Il capo di Stato russo ha anche accettato che questa squadra internazionale “passi attraverso l’Ucraina” e non attraverso la Russia, come aveva chiesto in precedenza, ha dichiarato la presidenza francese. Tuttavia, lo stesso giorno un diplomatico ha dichiarato all’AFP che gli occidentali erano più preoccupati di mantenere il raffreddamento ad acqua dei reattori nucleari che dell’impatto di un incendio sull’impianto, che è stato “costruito per resistere” ai peggiori impatti, “persino allo schianto di un aereo di linea“.

Il giorno prima a Leopoli, dove ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il Segretario generale dell’ONU ha affermato che “ogni potenziale danno a Zaporizhia sarebbe un suicidio” e ha sollecitato la “smilitarizzazione dell’impianto“. Venerdì scorso è stato il capo della diplomazia europea, Josep Borrell, a chiedere su Twitter che i russi si “ritirino” dal sito e “restituiscano immediatamente il pieno controllo al suo legittimo proprietario, l’Ucraina“.

Macron e Le Pen

In Francia Macron e Le Pen bocciati dalle associazioni ambientaliste

I prossimi cinque anni saranno cruciali per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi sul cambiamento climatico, una sfida che, secondo gli osservatori, finora non è stata raccolta dai due candidati alle elezioni presidenziali francesi. “Questi risultati del primo turno delle elezioni presidenziali del 2022 sono una sconfitta per il clima e più in generale per l’ambiente”, dichiara Greenpeace Francia su Twitter.

I due candidati al duello finale, il presidente uscente Emmanuel Macron e la rappresentante del Rallemblement National Marine Le Pen, non hanno convinto gli ambientalisti e gli attivisti del cambiamento climatico della loro capacità di attuare le riforme necessarie per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi. Per la Francia, questo significa una riduzione del 40% delle emissioni di gas serra entro il 2030 rispetto al livello del 1990. “Sarà compito del prossimo governo impostare la nazione su una traiettoria coerente con l’accordo di Parigi. Se non riusciremo a farlo nei prossimi cinque anni, possiamo buttarli nella spazzatura”, avverte Matthieu Auzanneau del think tank The Shift Project.

L’ultimo rapporto degli esperti del clima delle Nazioni Unite (IPCC) ha anche evidenziato la necessità di agire nei prossimi anni se vogliamo contenere il riscaldamento globale. Diverse organizzazioni hanno interrogato i candidati sulle loro intenzioni, o almeno hanno esaminato i loro programmi. Questi due candidati “non avevano interesse a dare visibilità al riscaldamento globale in questa campagna, e ci sono in parte riusciti”, osserva Simon Persico, docente a Sciences Po Grenoble. Durante il prossimo mandato, la Francia lavorerà alla prima legge quinquennale di programmazione energetica e climatica (LPEC), per fissare le priorità delle politiche climatiche ed energetiche del paese. Con l’ambizione dell’Europa di ridurre le emissioni del 55% entro il 2030, la Francia dovrà probabilmente accelerare il proprio ritmo.

USO MASSICCIO DELL’ENERGIA NUCLEARE

Emmanuel Macron conta in particolare sul “proseguimento della costruzione delle prime sei centrali nucleari di nuova generazione, moltiplicando per 10 la nostra energia solare e installando 50 parchi eolici offshore entro il 2050”. Mira anche a “costruire un settore francese di produzione di energia rinnovabile” e difende l’idrogeno e l’auto elettrica. L’istituto I4CE – che ha interrogato i candidati sul budget che dedicheranno alla transizione ecologica – ritiene tuttavia che il programma di Macron “non contenga misure fiscali e ne abbia pochissime di regolamentazione per incoraggiare le famiglie e le imprese a investire sul clima”. Climate Action Network pensa che “nessuna misura che vada nella direzione di un greening del bilancio dello Stato è stata presentata” e deplora la volontà di perpetuare la riduzione delle tasse di produzione legate al piano di recupero post-Covid, “ancora senza alcuna contropartita ambientale o sociale”.

Nel suo opuscolo programmatico sull’ecologia, Marine Le Pen afferma che “la Francia rispetterà gli impegni dell’accordo di Parigi, con i mezzi che sceglierà, al ritmo e secondo le tappe che deciderà”. Una delle sue misure chiave è una “moratoria” sulle turbine eoliche e sul fotovoltaico, oltre allo smantellamento dei parchi eolici esistenti, preferendo affidarsi all’energia idroelettrica e geotermica per le energie rinnovabili. Per lottare contro la precarietà, difende “la detassazione parziale del carburante”, una misura che è “assolutamente controproducente” per la trasformazione del sistema dei trasporti, secondo Greenpeace Francia.

Sia Marine Le Pen che Emmanuel Macron fanno molto affidamento sul nucleare per decarbonizzare la produzione di elettricità. Ma The Shift Project fa notare che le capacità proposte dal primo (100 GW) non sono realistiche rispetto alle previsioni dell’industria entro il 2050. “Qualsiasi strategia di uscita dai combustibili fossili deve essere molto forte su posti di lavoro, equità, sobrietà e governance. Per il momento, non sappiamo quasi nulla di ciò che i candidati propongono in questi settori fondamentali”, insiste Matthieu Auzanneau.