Iran: “Italia complice degli attacchi Usa”. Meloni: “Da Rutte ricostruzione semplicistica”

L’Italia accusa il colpo sia da Washington che da Teheran. Se Donald Trump continua a dirsi “deluso” per non aver ricevuto l’ok a un uso senza limitazioni delle basi americane nel Paese, dopo le parole del segretario della Nato l’Iran non si fida più e addita Roma di “complicità negli attacchi”.

Ieri, Mark Rutte ha parlato del supporto ricevuto dai Paesi europei nell’operazione Epic Fury, facendo l’esempio di Roma, che avrebbe fatto decollare dalle basi americane sul suo suolo 500 aerei diretti verso Teheran. “L’Italia e la Romania sono esplicitamente nominate come partecipanti all’aggressione contro l’Iran”, scrive su X il portavoce degli Esteri Esmaeil Baqei, chiedendo spiegazioni sulla “collusione nelle atrocità di massa” commesse “da Stati Uniti e Israele”. Si tratta, sottolinea Baqei, “di una chiara e schiacciante ammissione della complicità attiva della Nato in una guerra di aggressione illegale contro uno Stato membro sovrano delle Nazioni Unite, una flagrante violazione delle norme imperative del diritto internazionale”.

“Non abbiamo partecipato al conflitto in Iran”, chiarisce Giorgia Meloni durante la conferenza stampa del vertice Italia-Francia di Cap d’Antibes. Del resto, evidenzia, “se avessimo partecipato non si spiegherebbe questa delusione che viene reiterata da parte del presidente americano molto spesso”. Gli impegni sono stati rispettati cedendo le basi per attività che “non erano cinetiche, ma che erano di natura logistica e tecnica e quando si sono prospettate delle richieste che esulavano da quel perimetro, noi non abbiamo concesso l’utilizzo”, ribadisce. “Non so dire come sia emersa questa semplicistica ricostruzione, ma in ogni caso – sottolinea la premier – credo che si debba essere prudenti quando si parla di questa materia”.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani telefona all’omologo iraniano Abbas Araghchi per spiegare ancora una volta che l’Italia “non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare e non ha mai autorizzato l’utilizzo delle basi per azioni di guerra contro l’Iran, nel rispetto più rigoroso dei trattati con gli Stati Uniti”. Nel colloquio, il vicepremier chiede anche che si torni a una piena apertura dello Stretto di Hormuz, favorendo il passaggio di tutte le navi cargo italiane ancora bloccate: “La riapertura dell’ambasciata italiana a Teheran è un forte segnale di dialogo anche in vista della ripresa dei rapporti economici e culturali”, spiega Tajani.

Guido Crosetto richiama politici e stampa a un “senso di responsabilità maggiore” di quello usato negli scontri che non riguardino temi di sicurezza. Perché, denuncia, “le parole a ‘caso’ del Segretario Generale della Nato, inopportune e superflue, amplificate da un approccio politico interno sempre pronto a danneggiare l’Italia pur di colpire il Governo pro tempore, stanno generando una tempesta in un bicchiere d’acqua sul piano interno, ma rischiano di produrre conseguenze ben più serie sul piano internazionale”. Il ministro della Difesa ribadisce che l’Italia ha sempre agito nel pieno e rigoroso rispetto dei trattati internazionali e riferisce che i dati tecnici dimostrano che il numero dei voli transitati nelle basi italiane tra il 28 febbraio, data di inizio dei bombardamenti americani in Iran, e il 23 giugno 2026 “è sostanzialmente in linea con quello degli anni precedenti e, in diversi casi, persino inferiore”.

A Manama intanto il segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio vede i ministri degli Esteri dei Paesi del Golfo e parlando con i cronisti ribadisce che Trump è “ovviamente molto turbato perché ritiene che non solo l’Italia, ma anche altri Paesi, in un momento in cui ci trovavamo ad affrontare una minaccia non si siano fatti avanti e non abbiano fatto abbastanza. Non c’erano, l’Italia, purtroppo, è tra questi”.

Usa-Iran firmano memorandum intesa a distanza. Trump: “Poco duro con Teheran? Stupido chi lo dice”

Dopo settimane di tira e molla, la firma del memorandum d’intesa fra Usa e Iran è arrivata. A distanza: il presidente Usa Donald Trump ha apposto la sigla durante la cena a Versailles, organizzata dal presidente francese, Emmanuel Macron, al termine del G7; del presidente iraniano Masoud Pezeshkian sono state diffuse foto mentre firmava il documento. Il memorandum di 800 parole e 14 punti mira a estendere il cessate il fuoco e a ripristinare il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz. Potrebbe essere quindi cancellata la cerimonia ufficiale per la firma del memorandum, prevista domani in Svizzera, dove invece, secondo il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, potrebbero riunirsi le squadre negoziali per i colloqui di follow-up.

Trum rientra dal G7 a Evian, in Francia, con una vittoria, e su Truth attacca i suoi detrattori: “Questi idioti, che pensano che io non sia stato abbastanza duro con l’Iran, proprio mentre la Borsa ha appena raggiunto un massimo storico e i prezzi del petrolio stanno ‘crollando’, sono o invidiosi, o persone cattive, o stupidi”. E festeggia il vicepresidente degli Usa, JD Vance, che durante un briefing alla Casa Bianca annuncia che i 60 giorni utili a finalizzare tutti i punti dell’accordo partono ufficialmente oggi, ma “penso che il piano di pace del Presidente in Iran stia già dando frutti concreti per il popolo americano. Ieri sera, 12,5 milioni di barili di petrolio hanno attraversato lo Stretto di Hormuz. Si tratta del livello più alto dall’inizio del conflitto. I prezzi del petrolio sono scesi quasi al livello precedente allo scoppio del conflitto. Oggi il prezzo della benzina è sceso sotto i 4 dollari al gallone per la prima volta dall’inizio del conflitto e, cosa importante, continuerà a scendere ulteriormente, visto quanto siano bassi i prezzi del petrolio”. Intanto, al netto dell’intesa, secondo Vance il programma nucleare iraniano è già stato “completamente distrutto. La loro capacità di arricchimento, gli impianti che utilizzavano per sviluppare l’arricchimento e potenziali armi nucleari, sono ancora distrutti. Le loro forze armate convenzionali sono ancora distrutte. La loro capacità di minacciare i Paesi vicini è ancora in gran parte inesistente. E ora vedremo se sono disposti a rispettare la fase successiva del piano di pace del Presidente”. In caso contrario, la minaccia è sempre alla porta: “Dobbiamo verificare che ogni punto” dell’accordo “venga rispettato dall’Iran” e “naturalmente, come ha detto il Presidente, siamo sempre pronti a devastare tutto come abbiamo già fatto, avverte il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth.

Intanto la situazione Usa-Iran sarà anche al centro del Consiglio Europeo che si svolge a Bruxelles fino a domani. Secondo l’alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri Kaja Kallas la firma del protocollo “offre davvero una buona base per porre fine a questa guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz, ma naturalmente ci sono anche questi 60 giorni per negoziare argomenti più complessi, come il nucleare, per esempio, ambito in cui abbiamo anche offerto la nostra esperienza, poiché abbiamo già condotto negoziati sul nucleare in passato”. Per quanto riguarda le sanzioni a Teheran, Kallas è decisa: “Abbiamo stabilito condizioni chiare. Abbiamo diverse sanzioni nei confronti dell’Iran. Intendo dire, quelle relative al programma nucleare; naturalmente, se le condizioni lo consentiranno, se ci sarà un accordo sul nucleare, allora penso che gli Stati membri ne discuteranno. Poi ci sono anche sanzioni relative alle violazioni dei diritti umani, e vediamo che la situazione dei diritti umani è in realtà più grave che mai. E poi abbiamo anche sanzioni relative alla libertà di navigazione o all’ostacolo alla libertà di navigazione, quindi, una volta che le condizioni lo consentiranno, ovviamente, anche gli Stati membri discuteranno se la revoca delle sanzioni sia opportuna, ma non siamo ancora a quel punto”.

Asse Roma-Berlino in Ue. Ma Macron gioca la carta del debito comune europeo

L’Italia gioca una partita cruciale negli equilibri interni all’Unione europea. Da un documento preparato a sei mani prende forma un asse che parte a Roma, raggiunge Berlino e arriva fino a Bruxelles, ma sponda governo belga. Di quello discuteranno Giorgia Meloni, Friedrich Merz e Bart De Wever, nel pre-vertice di domani al castello di Alden Biesen, prima di prendere parte, assieme agli altri capi di Stato e di governo Ue, al vertice informale voluto da Antonio Costa, cui parteciperanno anche Mario Draghi e Enrico Letta, autori dei due Report su cui da almeno un anno l’establishment continentale si interroga.

Con l’intensificarsi del braccio di ferro tra Usa e Cina, però, diventa urgente passare dalle parole ai fatti. Ecco perché Italia, Germania e Belgio provano il ‘sorpasso’ con un testo che ha alcuni capisaldi precisi: “Rafforzare la competitività dell’Europa in tutti i settori, concentrandosi sull’integrazione del mercato unico, sulla semplificazione normativa e sulla riduzione dei prezzi dell’energia, nonché su una politica commerciale ambiziosa”. Per essere più precisi, la proposta è: “Per ogni nuova norma se ne cancellino due”, spiega al question time della Camera il vicepremier, Antonio Tajani. L’obiettivo del documento, messo nero su bianco, è quello di “raggiungere un accordo in occasione del Consiglio europeo di marzo e inserire questa Agenda nelle conclusioni”.

A colpo d’occhio manca un nome in calce al documento, quello di Emmanuel Macron. Non è una scelta casuale. Il ritrovato slancio delle relazioni tra Meloni e Merz sta mettendo un po’ in secondo ordine lo storico asse franco-tedesco, sebbene sia presto per darlo per sepolto. Da Anversa, infatti, il presidente della Repubblica francese rilancia con il debito comune Ue, che è uno dei pallini della politica europea di Meloni, ma non del cancelliere tedesco.

Domani, dunque, ci saranno due linee parallele ma non distanti. Toccherà capire se intrecciabili o se si tratta di due rette. Da un lato Italia, Germania e Belgio che chiedono, tra le altre cose, “un 28esimo regime giuridico entro la fine dell’anno per superare la frammentazione dei sistemi nazionali e sostenere l’espansione delle imprese innovative”, oltre a “un’ulteriore semplificazione normativa, poiché gli oneri amministrativi eccessivi continuano a ostacolare l’espansione delle imprese, l’innovazione e la competitività”, in particolare nel pacchetto sull’automotive “la revisione del Cbam e la futura revisione dell’Ets dovranno concentrarsi sull’eliminazione di tutti gli oneri non necessari per l’industria e sulla piena applicazione del principio di neutralità tecnologica”. Allo stesso tempo “la rapida conclusione di accordi di libero scambio ambiziosi, negoziati più rapidi, accordi esclusivamente Ue e azioni decisive per contrastare le pratiche sleali e salvaguardare la parità di condizioni e i nostri interessi in materia di politica commerciale”. Dall’altro ci sarà la Francia, con un’idea ben precisa per competere contro le politiche di Donald Trump e quelle di Pechino: “Se vogliamo investire a sufficienza in difesa e sicurezza spaziale, tecnologie pulite, intelligenza artificiale e informatica quantistica e trasformare la nostra produttività e competitività, l’unica soluzione è emettere debito comune”.

Osservatori interessati sono gli industriali. Dall’Italia arriva, infatti, il monito di Confindustria: “In qualità di seconda potenza industriale ed esportatrice d’Europa, chiediamo all’Unione europea di sospendere temporaneamente il Sistema di Scambio delle Emissioni (ETS) per il settore manifatturiero, la produzione termoelettrica a gas, il trasporto marittimo, gli edifici e la mobilità”, dice il presidente, Emanuele Orsini. Spiegando che “in un contesto geopolitico profondamente cambiato, l’Ets, nella sua attuale configurazione, ha mostrato tutti i suoi limiti, trasformandosi da strumento di decarbonizzazione a veicolo di speculazione finanziaria”.

Ucraina, Macron a Xi: “Lavoriamo insieme”. Pechino: “Non abbiamo responsabilità nella guerra”

Lavorare insieme per porre fine alla guerra in Ucraina e correggere gli squilibri commerciali. E’ la richiesta avanzata dal presidente francese, Emmanuel Macron, al suo omologo cinese, Xi Jinping, in occasione della sua visita in Cina. Ma la risposta non è stata quella attesa. “La Cina sostiene tutti gli sforzi per la pace” e “continuerà a svolgere un ruolo costruttivo per una soluzione alla crisi” ucraina, ha assicurato Xi, ma “allo stesso tempo, si oppone fermamente a qualsiasi tentativo irresponsabile di attribuire la colpa o diffamare chiunque”.

Durante una conferenza stampa congiunta, Macron ha affermato di aver “discusso a lungo” con il suo omologo del conflitto in Ucraina, “una minaccia vitale per la sicurezza europea”. “Spero che la Cina possa unirsi al nostro appello e ai nostri sforzi per raggiungere al più presto almeno un cessate il fuoco”, ha affermato. Poco prima ha definito la cooperazione con Pechino “determinante” per l’Ucraina.

Il presidente cinese, accompagnato dalla moglie Peng Liyuan, ha ricevuto Macron e sua moglie Brigitte nella cornice monumentale del Palazzo del Popolo, sede dei congressi del Partito Comunista Cinese. Il capo di Stato francese, arrivato mercoledì sera, accompagnato anche da 35 dirigenti di grandi gruppi (Airbus, Edf, Danone…) e di aziende familiari, dal settore del lusso a quello agroalimentare, ha assistito alla firma di una serie di accordi. Si tratta della sua quarta visita di Stato in Cina da quando è stato eletto presidente nel 2017. Tuttavia, le divergenze con la Francia e, più in generale, con l’Europa sono profonde.

Il Vecchio Continente vorrebbe che la Cina usasse la sua influenza per porre fine alla guerra in Ucraina, ma Pechino non ha mai condannato l’invasione di Kiev da parte della Russia nel febbraio 2022. Partner economico e politico fondamentale, la Cina, infatti, è il primo acquirente mondiale di combustibili fossili russi, compresi i prodotti petroliferi, alimentando così la macchina da guerra. E gli europei la accusano di fornire componenti militari a Mosca, anche se Pechino ha sempre negato. Il presidente cinese, inoltre, ha riservato un trattamento privilegiato al suo omologo russo Vladimir Putin a settembre, invitandolo, insieme al leader nordcoreano Kim Jong Un, a una gigantesca parata militare per celebrare gli 80 anni dalla fine della seconda guerra mondiale.

Gli squilibri commerciali costituiscono un’altra grave controversia, con le pratiche commerciali cinesi giudicate sleali, dalle auto elettriche all’acciaio. Il rapporto tra la Cina e l’Ue è caratterizzato da un massiccio deficit commerciale (357 miliardi di dollari) a sfavore dei 27. “Vogliamo accogliere un maggior numero di progetti cinesi nel campo delle batterie, della mobilità decarbonizzata, della robotica industriale, del fotovoltaico e dell’eolico”, ha affermato Macron. È stata firmata una lettera di intenti in questa direzione. “Le due parti si sono impegnate a promuovere lo sviluppo equilibrato delle relazioni economiche e commerciali bilaterali, ad aumentare gli investimenti reciproci e ad offrire un ambiente commerciale equo”, ha affermato Xi, il cui Paese nel 2025 ha intrapreso un’intensa guerra commerciale con gli Stati Uniti con ripercussioni a livello mondiale. “L’interdipendenza non è un rischio e la convergenza di interessi non è una minaccia”, ha affermato.

Francia, entra in carica il Lecornu 2: corsa contro tempo per presentare bilancio

Il secondo governo di Sébastien Lecornu, composto da ministri politici e tecnici, entra in carica oggi con l’obiettivo di presentare un progetto di bilancio nei tempi previsti e di trovare la “strada” che gli eviti la censura promessa dall’opposizione. Dopo un passaggio di consegne che Matignon ha voluto “sobrio”, senza stampa, senza ospiti e al chiuso, il capo del governo riunirà i suoi nuovi ministri a Matignon alle 14:30. La loro priorità sarà quella di “dare un bilancio alla Francia entro la fine dell’anno” e cercare di far uscire la Francia da una crisi politica senza precedenti. Dimessosi all’inizio della scorsa settimana, riconfermato venerdì al termine di una missione lampo presso le forze politiche, Sébastien Lecornu è in bilico.

Tutte le opposizioni minacciano di farlo cadere e le sue speranze di sopravvivenza dipendono solo dal Partito socialista, con il quale sta cercando di trovare un accordo, in particolare sulle pensioni. Un primo Consiglio dei ministri si terrà domani alle 10, al ritorno del presidente Emmanuel Macron da un viaggio in Egitto per sostenere l’accordo tra Israele e Hamas. Il governo spera di presentare un progetto di bilancio che possa essere trasmesso nel corso della giornata al Parlamento e poi discusso nei tempi previsti. La Costituzione prevede che il Parlamento abbia 70 giorni di tempo per esaminarlo e approvarlo prima del 31 dicembre. Nei giorni successivi, il primo ministro dovrebbe pronunciare la sua tradizionale e attesissima dichiarazione di politica generale (DPG), in cui illustrerà la sua tabella di marcia, pur rimanendo, come i suoi predecessori, privo di maggioranza.

Domenica sera Lecornu ha presentato una squadra composta da volti nuovi, di cui otto provenienti dalla società civile e 26 dalle forze politiche, tra cui 11 dal partito presidenziale Renaissance. Ma i sei ministri di destra sono stati immediatamente esclusi dal partito Les Républicains (LR) di Bruno Retailleau, che aveva dato istruzioni – contestate dai deputati – di non entrare nella squadra Lecornu 2. Il prefetto della polizia di Parigi, Laurent Nuñez, succede a Bruno Retailleau al ministero dell’Interno, l’amministratore delegato uscente della SNCF Jean-Pierre Farandou è stato nominato al Lavoro e l’ex direttore generale dell’Istruzione scolastica Edouard Geffray all’Istruzione, succedendo a Elisabeth Borne che lascia il governo. Altre nomine di personalità meno note, questa volta politiche: il capo dei deputati indipendenti Liot Laurent Panifous viene incaricato delle Relazioni con il Parlamento, mentre il suo gruppo sarà fondamentale anche nel voto a favore o contro la censura. La deputata macronista Maud Bregeon diventa portavoce del governo, come già lo era nella squadra di Michel Barnier.

Diversi ministri, già presenti nei governi Bayrou o Barnier, rimangono al loro posto. Meno atteso, dato che Sébastien Lecornu non voleva circondarsi di personalità con ambizioni presidenziali, Gérald Darmanin è stato riconfermato ministro della Giustizia. Ha annunciato che si sarebbe preso una “pausa dalle attività di partito”. Dopo le successive prese di distanza di LR e della maggior parte dei suoi alleati centristi durante il fine settimana, Sébastien Lecornu ha ringraziato coloro che “si impegnano in questo governo in piena libertà, al di là degli interessi personali e di parte”. Questo nuovo esecutivo di 34 ministri, molto meno ristretto di quanto annunciato, ha tuttavia una durata che potrebbe essere limitata. “Non disimballate troppo in fretta i vostri scatoloni, la censura sta arrivando”, ha scritto su X la leader del gruppo insoumis all’Assemblea, Mathilde Panot. Marine Le Pen (RN) ha annunciato la presentazione di una mozione di censura già lunedì. Se Sébastien Lecornu dovesse dimettersi nuovamente, la prospettiva di un nuovo scioglimento dell’Assemblea nazionale, richiesto in particolare dall’estrema destra, potrebbe avvicinarsi ulteriormente. Il gruppo socialista (69 deputati), l’unico in grado di salvare il nuovo governo, ha posto l’asticella piuttosto in alto. Senza la conferma “dell’abbandono del 49-3, delle misure per proteggere e rafforzare il potere d’acquisto dei francesi e di una sospensione immediata e completa della riforma delle pensioni, lo censureremo”, ha avvertito. “Non ci sono segnali molto positivi”, ha deplorato domenica su BFMTV il segretario generale del PS, Pierre Jouvet. Ma ha precisato, come il leader del partito Olivier Faure, che i socialisti aspetteranno la dichiarazione di politica generale per pronunciarsi.

Francia, Macron nomina premier il ministro della Difesa Sébastien Lecornu

Emanuel Macron ha nominato premier il ministro delle Forze armate Sébastien Lecornu, suo uomo di fiducia proveniente dalla destra, incaricandolo in un primo momento di “consultare” i partiti al fine di “costruire gli accordi indispensabili per le decisioni dei prossimi mesi”, ha annunciato l’Eliseo.

Gli ha affidato il compito di consultare le forze politiche rappresentate in Parlamento al fine di adottare un bilancio per la Nazione e costruire gli accordi indispensabili per le decisioni dei prossimi mesi”, ha indicato la presidenza.

A seguito di queste discussioni, spetterà al nuovo Primo Ministro proporre un governo al Presidente della Repubblica”, ha aggiunto.

Lecornu diventa il settimo primo ministro di Emmanuel Macron e il quinto dall’inizio del suo secondo mandato quinquennale nel 2022. Una situazione senza precedenti nella Quinta Repubblica, a lungo nota per la sua stabilità, ma entrata in una crisi senza precedenti dallo scioglimento dell’Assemblea nazionale nel giugno 2024.

A 39 anni, l’ex senatore normanno, inamovibile dal governo dal 2017, ha scalato i gradini fino a diventare ministro delle Forze armate, un incarico estremamente delicato in tempo di guerra in Ucraina, e si è affermato come fedele e intimo collaboratore del capo dello Stato. Già lo scorso dicembre, Emmanuel Macron avrebbe voluto nominarlo a Matignon, ma il suo storico alleato François Bayrou aveva finito per imporsi su di lui. Questa volta, il presidente non ha esitato e questa nomina espressa, in contrasto con la sua naturale tendenza alla procrastinazione, sembra indicare che fosse stata accuratamente preparata in anticipo. Dopo aver riconosciuto la sconfitta del suo schieramento alle elezioni legislative anticipate post-scioglimento, aver tentato una semi-coabitazione con l’oppositore dei Repubblicani Michel Barnier e poi con il centrista Bayrou, si affida quindi a un macronista puro e duro.

Il presidente gioca l’ultima carta del macronismo, trincerato con la sua piccola cerchia di fedeli”, ha subito ironizzato Marine Le Pen su X. Il rompicapo che il presidente deve affrontare è però lo stesso che non è riuscito a risolvere da più di un anno: trovare un profilo in grado di sopravvivere di fronte a un’Assemblea più frammentata che mai. All’Eliseo si ritiene che la fragile coalizione costruita un anno fa tra la macronia e la destra sia un dato acquisito. Il presidente ha esortato i suoi capi a “lavorare con i socialisti” per “ampliare” la sua base. Ma ha rifiutato di nominare Olivier Faure primo ministro, nonostante le sue offerte di servizi per la formazione di un “governo di sinistra” che avrebbe cercato dei “compromessi”. Prima della nomina di Sébastien Lecornu, il primo segretario del Partito socialista ha rifiutato di dire se il suo partito avrebbe negoziato con una personalità proveniente dal campo presidenziale, continuando fino alla fine a “rivendicare il potere”.

Per reggere, il futuro governo dovrà comunque ottenere, come minimo, una non censura da parte del PS, indispensabile per dotare la Francia di un bilancio per il 2026, la cui preparazione ha appena fatto cadere il governo uscente che aveva presentato uno sforzo di 44 miliardi di euro. Il calendario di bilancio rischia già di deragliare a causa di questo ennesimo sussulto della crisi politica, dopo l’inedito ritardo dello scorso anno. E l’impasse politica rischia di agitare i mercati finanziari, in attesa della decisione dell’agenzia Fitch che venerdì potrebbe abbassare il rating del debito francese. Oggi, la Francia ha contratto un prestito a dieci anni a un costo pari a quello dell’Italia, da tempo considerata tra i paesi meno virtuosi d’Europa. Secondo un interlocutore abituale di Emmanuel Macron, quest’ultimo potrebbe questa volta accettare che il primo ministro faccia concessioni concrete ai socialisti, ad esempio sulla tassazione dei più ricchi, finora un tabù per lui. Oltre alle avance di Olivier Faure, il capo dello Stato ha comunque respinto gli appelli di coloro che gli chiedevano di ricevere i leader dei partiti di sinistra “prima della decisione”, come la leader degli Ecologisti Marine Tondelier, o di nominare prima un “negoziatore” in grado di verificare le possibili coalizioni. Al di là del bilancio, c’era “urgenza di nominare un primo ministro” perché non deve “esserci un vuoto di potere” alla vigilia del movimento “Bloquons tout” (Blocchiamo tutto), previsto per mercoledì, e prima della mobilitazione sindacale del 18 settembre, aveva martellato in mattinata il ministro dell’Interno uscente Bruno Retailleau, leader di LR, evocando un mese “propizio a tutti gli eccessi”. Emmanuel Macron lo sa: se ha solo carte imperfette in mano, la carta vincente che giocherà rischia di essere l’ultima prima di dover, in caso di nuovo fallimento, sciogliere nuovamente l’Assemblea, come invita a fare il Rassemblement national. In caso di stallo prolungato, aumenterebbe la pressione per le dimissioni di Emmanuel Macron.

Ucraina, Macron: “Sostegno militare da 26 Paesi, anche Italia”. Meloni: “Non invieremo truppe”

Ventisei Paesi si impegnano a sostenere militarmente l’Ucraina, “via terra, mare o aria“, dopo un cessate il fuoco con la Russia. Ma ognuno con modalità proprie: “Il loro contributo andrà dalla rigenerazione dell’esercito ucraino, al dispiegamento di truppe o la messa a disposizione di basi”, spiega Emmanuel Macron dopo il vertice dei volenterosi di Parigi.

L’inquilino dell’Eliseo non entra nei dettagli per non dare vantaggi a Mosca, ma precisa che Italia, Polonia e Germania sono tra i 26. “L’Italia è indisponibile a inviare soldati in Ucraina“, si affretta a precisare Giorgia Meloni in una nota, confermando però l’apertura a supportare un eventuale cessate il fuoco con “iniziative di monitoraggio e formazione al di fuori dei confini ucraini”. La premier, collegata con Parigi in videoconferenza, rilancia la proposta di un meccanismo difensivo di sicurezza collettiva ispirato all’articolo 5 del Trattato di Washington, come “elemento qualificante” della componente politica delle garanzie di sicurezza. Per Meloni una pace giusta e duratura può essere solo raggiunta con un approccio che unisca il continuo sostegno all’Ucraina, il perseguimento di una cessazione e il “mantenimento della pressione collettiva sulla Russia“. Anche attraverso le sanzioni, e “solide e credibili garanzie di sicurezza”, da definire in “uno spirito di condivisione tra le due sponde dell’Atlantico“, mette in chiaro.

Il nodo resta infatti il contributo degli Stati Uniti alle garanzie. Che ci sarà, assicura Macron, ma verrà definito nei prossimi giorni. Del sostegno o “backstop” americano si è parlato nella videoconferenza con Trump dopo il vertice, alla quale ha partecipato in parte anche il suo inviato speciale Steve Witkoff, presente all’Eliseo. La speranza degli europei è che Washington contribuisca in “modo sostanziale”, riferisce il portavoce del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Di certo, Trump spinge l’Europa a interrompere l’acquisto di petrolio russo, che a suo dire aiuterebbe Mosca a proseguire la guerra. E’ “molto scontento che l’Europa acquisti petrolio russo”, ribadisce in conferenza stampa il presidente ucraino Volodomyr Zelensky, dopo il collegamento del Tycoon con il vertice, citando in particolare Slovacchia e Ungheria

. In base ai piani dei volenterosi, di cui Macron rifiuta di specificare i contributi paese per paese, il giorno in cui il conflitto cesserà “saranno messe in atto le garanzie di sicurezza”, fa sapere il presidente, sia attraverso un “cessate il fuoco”, un “armistizio” o un “trattato di pace”. Intanto, se Mosca non accetterà la pace, l’Europa adotterà nuove sanzioni “in collaborazione con gli Stati Uniti” e misure punitive contro i paesi che “sostengono” l’economia russa o aiutano la Russia ad “aggirare le sanzioni”. La Cina è nel mirino.

Gli europei chiedono sanzioni americane da mesi, finora senza successo. Trump, dicendosi “molto deluso” da Putin, aveva avvertito nei giorni scorsi che “succederà qualcosa” se Mosca non risponderà alle sue aspettative di pace. La Russia ribadisce che non accetterà alcun “intervento straniero di qualsiasi tipo”, con la portavoce della diplomazia russa Maria Zakharova che definisce le protezioni richieste da Kiev “garanzie di pericolo per il continente europeo”. “Non spetta a loro decidere”, replica Mark Rutte a nome della Nato. Quella di oggi è stata una “riunione cruciale“, rimarca la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che sull’importanza del dossier non ha dubbi: “Sappiamo tutti che la posta in gioco è il futuro e la sicurezza dell’intero continente”.

Ucraina, addestratori Ue sul campo dopo cessate fuoco. VdL: “Dobbiamo essere pronti”

L’Unione europea è pronta ad addestrare l’esercito ucraino a Kiev, dopo un cessate il fuoco o un accordo di pace che ponga fine ai combattimenti con le forze russe. Dopo il consiglio informale con i ministri degli Esteri e della Difesa di Copenaghen, Kaja Kallas non ci gira intorno: “Finora abbiamo addestrato più di 80.000 soldati e dobbiamo essere pronti a fare di più”, spiega. Il che, potrebbe includere l’invio di istruttori dell’Ue in Ucraina, ma solo dopo il ritiro delle truppe.

L’Alta rappresentante Ue si dice soddisfatta dell’ “ampio sostegno” dei 27 paesi membri a questa estensione dell’attuale mandato della missione militare dell’Ue in Ucraina. Tutti i paesi dell’Unione europea sono favorevoli, a eccezione dell’Ungheria. Gli europei lavorano sulle garanzie di sicurezza da fornire all’Ucraina dopo un’eventuale cessazione dei combattimenti e Bruxelles prevede di contribuire, in particolare rafforzando la sua missione di addestramento dei militari ucraini. Gli Stati Uniti, a lungo titubanti, hanno promesso in agosto di contribuire, ma senza inviare truppe americane sul suolo ucraino, sottolineando anche la necessità che gli europei garantiscano l’essenziale di queste garanzie di sicurezza per Kiev.

E mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky chiede all’Ue più velocità per il programma di acquisto delle armi americane, Kallas suggerisce che il Fondo europeo per la pace possa “fornire finanziamenti a sostegno di questo impegno”. “Può rimborsare agli Stati membri le armi acquistate per l’Ucraina, anche a sostegno delle iniziative Purl della Nato”. Pertanto, il continuo blocco dello European Peace Facility, insiste, “non è giustificato”: “Risolvere rapidamente la questione è importante per il lavoro tra l’Europa e gli Stati Uniti a sostegno dell’Ucraina, e le questioni bilaterali non devono ostacolare gli aiuti”, scandisce Kallas. “Gli aiuti all’Ucraina salvano vite umane. Dobbiamo continuare a intensificare i nostri sforzi”, precisa.

Intanto, da Riga, Ursula von der Leyen ricorda che se nel nuovo bilancio europeo appena proposto si parla di una spesa quintuplicata per la difesa, è perché è “giunto il momento di essere pronti”. In conferenza stampa insieme alla prima ministra Evika Silina, la presidente della Commissione europea sostiene che l’Europa è sulla “strada giusta”, ma il lavoro da fare è ancora lungo. Al Consiglio europeo di ottobre si farà ancora il punto sulla tabella di marcia al 2030. Su Putin, von der Leyen non fa sconti: “E’ un predatore”, attacca: “I suoi rappresentanti hanno preso di mira le nostre società per anni con attacchi ibridi e attacchi informatici, l’uso dei migranti come arma è un altro esempio”.

A Tolone, dopo un consiglio dei ministri franco-tedesco, Parigi e Berlino fanno sapere che continueranno a esercitare “pressioni” perché vengano imposte nuove sanzioni alla Russia. “Siamo pronti a farlo, ma anche da parte degli Stati Uniti d’America per costringere la Russia a tornare al tavolo delle trattative”, spiega Emmanuel Macron in conferenza stampa con Friedrich Merz. Il 18 agosto, Putin si era impegnato con Trump a incontrare Zelensky. Se questo incontro bilaterale non si terrà entro lunedì, ”credo che ancora una volta significherà che il presidente Putin si sarà preso gioco di Trump“ e ”questo non può restare senza risposta”, afferma Macron. Merz confessa di non farsi illusioni: “È possibile che questa guerra duri ancora molti mesi“, deplora. I due leader parleranno separatamente con il presidente americano ”questo fine settimana”. La prossima settimana terranno anche una nuova riunione della coalizione dei volontari con i loro omologhi di 30 paesi pronti a fornire garanzie di sicurezza a Kiev per evitare una ripresa del conflitto una volta che questo sarà terminato. Nel frattempo, in una dichiarazione congiunta, annunciano l’intenzione di fornire all’Ucraina ulteriori sistemi di difesa antiaerea, “alla luce dei massicci attacchi russi” sul Paese nelle ultime settimane. Il presidente francese si difende inoltre dall’accusa di essere “grossolano e volgare” mossa da Mosca per aver definito Putin un ‘orco’. Nega qualsiasi insulto ma giustifica gli epiteti assegnati a “un uomo che ha deciso di intraprendere una deriva autoritaria, autocratica e di condurre un imperialismo revisionista dei confini internazionali”.

Da domenica il presidente russo sarà in Cina, dove incontrerà anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan a margine del vertice dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai. “La Turchia svolge un ruolo importante nel processo di risoluzione” del conflitto, spiega il consigliere diplomatico russo, Yuri Ushakov. La Turchia ha ospitato tre sessioni di colloqui tra Russia e Ucraina quest’anno, che però non hanno portato a progressi reali verso la pace.

Dazi, energia, difesa: le (nuove) ‘forti convergenze’ Meloni-Macron alla prova dell’Ue

Non solo Ucraina. Le quattro ore di confronto tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron sono servite a sgomberare il campo nel rapporto tra i leader di Italia e Francia che, nelle ultime settimane, non sono stati sempre sereni. Non c’entra la simpatia personale o meno, il presidente della Repubblica francese e il capo del governo italiano hanno messo sul tavolo temi su cui rischiare di arrivare divisi o, peggio ancora, su posizioni non sintoniche potrebbe creare seri problemi, sia ai singoli Paesi sia all’Europa.

Le parole scelte per vergare il comunicato congiunto Palazzo Chigi-Eliseo di martedì sera ne sono la testimonianza. Roma e Parigi ricordano di essere “fondatrici della costruzione europea”, ruolo al quale assicurano di voler restare “fedeli” rafforzando “il loro impegno comune per un’Europa più sovrana, forte e prospera, soprattutto orientata alla pace e capace di difendere i propri interessi e di proteggere i propri cittadini”. In poche righe c’è quasi tutto il presente (e il futuro prossimo) del Vecchio continente, chiamato a tener botta sui dazi Usa, rilanciando allo stesso tempo l’industria attraverso la difesa. Non è un dettaglio, dunque, che Meloni e Macron scelgano di mettere nero su bianco che “l’incontro ha evidenziato forti convergenze sull’agenda europea per la competitività e la prosperità, da attuare in modo ambizioso e accelerato”.

Questo è un passaggio cruciale, perché tocca temi e priorità fondamentali per affrontare le sfide del nostro tempo, come quella dei costi fuori scala dell’energia, che stanno mettendo in ginocchio famiglie e imprese in buona parte d’Europa, Italia compresa. O la sfida della neutralità tecnologica, che di fatto metterebbe un freno al Green deal ma darebbe ossigeno all’automotive. “Abbiamo riscontrato forti convergenze sull’Agenda europea, sulla competitività, sulla semplificazione normativa, sul tema degli investimenti pubblici e privati, della transizione energetica con piena neutralità tecnologica e sul sostegno a settori strategici come automotive, siderurgia, intelligenza artificiale, energie decarbonizzate rinnovabili così come nucleare e spazio”, scrive a consuntivo Meloni sui suoi canali social. Il faccia a faccia tra la premier e Macron “è un passo importante non solo per i rapporti Italia-Francia, ma anche per l’Europa”, è la convinzione pure di Guido Crosetto. Il ministro della Difesa, molto vicino alla premier, sottolinea che “per affrontare il tema della difesa e della deterrenza occorre mettere insieme le nazioni più grandi a livello militare che sono Germania, Francia, Italia”, dunque “un confronto preventivo tra Roma e Parigi può consentire di disinnescare molte problematiche alla vigilia del prossimo incontro Nato”.

Ora viene il bello, però. Perché alle parole dovranno corrispondere i fatti. Per verificare se questo ‘refresh’ tra Meloni e Macron avrà vita lunga ed effetti efficaci c’è solo un campo di gioco: l’Europa, dove si giocheranno partite cruciali da qui ai prossimi mesi. Partite in cui la forza delle alleanze è sempre determinante: una crepa di troppo, o fratture profonde, nel rapporto tra i principali partner può rivelarsi decisiva. Fatalmente decisiva.

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Difesa, il piano di Macron: Proteggere l’Ue sotto lo scudo nucleare francese

Emmanuel Macron vuole “aprire la discussione strategica” sulla protezione dell’Europa con il nucleare francese, in un momento di riavvicinamento tra Mosca e Washington, specificando tuttavia che la decisione di premere il pulsante rimarrebbe “nelle mani” del presidente francese.

Rispondendo alla storica richiesta del futuro cancelliere tedesco (Friedrich Merz), ho deciso di aprire il dibattito strategico sulla protezione dei nostri alleati del continente europeo attraverso la nostra deterrenza”, ha dichiarato il capo dello Stato francese in un discorso televisivo. Tuttavia, “qualunque cosa accada, la decisione è sempre stata e rimarrà nelle mani del presidente della Repubblica, capo delle forze armate”, ha precisato, rispondendo alle critiche di alcuni politici francesi dell’opposizione.

Macron è intervenuto mentre la nuova amministrazione Trump fa temere un disimpegno degli Stati Uniti in Ucraina e una rottura storica della loro alleanza con gli europei.
La minaccia russa è reale e colpisce i paesi europei, colpisce noi”, ha sottolineato il capo dello Stato, ricordando che la Russia ‘ha già trasformato il conflitto ucraino in un conflitto mondiale’, ‘viola i nostri confini per assassinare gli oppositori, manipola le elezioni in Romania e in Moldavia’ e ‘tenta di manipolare le nostre opinioni con bugie diffuse sui social network’. Per Emmanuel Macron, “questa aggressività non sembra conoscere confini” e di fronte a questa situazione, “rimanere spettatori sarebbe una follia”. Secondo lui, “rimaniamo fedeli alla NATO e alla nostra partnership con gli Stati Uniti ma dobbiamo fare di più. Il futuro dell’Europa non deve essere deciso a Washington o a Mosca”.

Tutte queste questioni promettono di essere al centro di un vertice straordinario dell’Unione europea, oggi a Bruxelles, che mira, secondo la presidenza francese, a dimostrare che i Ventisette stanno “accelerando” in questo settore. Subito dopo il suo discorso, Emmanuel Macron ha ricevuto a cena il primo ministro ungherese Viktor Orban, sostenitore di Donald Trump e Vladimir Putin, e una delle voci più discordanti nell’UE.

Secondo Macron, al termine del vertice di oggi “i Paesi membri potranno aumentare le spese militari senza che questo venga considerato nel loro deficit. Verranno decise massicce sovvenzioni comuni per acquistare e produrre sul suolo europeo munizioni, carri armati, armi e attrezzature tra le più innovative”.
Lo scenario di una deterrenza europea si scontra con numerosi ostacoli, tra cui l’autonomia decisionale rivendicata da Parigi. Fin dall’inizio, la dissuasione francese si basa infatti sulla valutazione di una minaccia ai vitali interessi del paese da parte di un solo uomo, il presidente della Repubblica.

Evocando inoltre l’altro tema scottante delle relazioni tra Stati Uniti ed Europa, il presidente francese ha ritenuto necessario preparare l’Europa “a una decisione degli Stati Uniti di imporre tariffe doganali sulle merci europee”, come hanno appena confermato nei confronti di Canada e Messico. “Questa decisione, incomprensibile sia per l’economia americana che per la nostra, avrà conseguenze su alcuni dei nostri settori“, ha avvertito. “Mentre prepariamo la risposta con i nostri colleghi europei, continueremo a fare tutto il possibile per convincere che questa decisione sarebbe dannosa per tutti noi”.