Nasce l’Accademia solare europea, formerà 100 mila lavoratori del fotovoltaico

Nasce l’Accademia solare europea – la European Solar Academy – che nei prossimi tre anni formerà in tutta l’Unione europea 100mila lavoratori specializzati nel settore del fotovoltaico. Varata dalla Commissione europea, è la prima di una serie di accademie dell’Ue che saranno istituite nell’ambito del Net-Zero Industry Act (Nzia, la legge sull’industria a zero emissioni nette) affinché l’Unione disponga delle competenze necessarie lungo le catene di valore delle tecnologie a zero emissioni. “Il ruolo delle accademie Nzia è quello di sviluppare contenuti e programmi di apprendimento insieme all’industria, per garantire competenze e forza lavoro sufficienti nella catena del valore”, ha puntualizzato l’esecutivo Ue.

Tutto parte dai target che i Ventisette si sono dati: in base alla revisione della direttiva sulle energie rinnovabili, infatti, l’Ue ha posto l’obiettivo del 43,5% – auspicabilmente da arrotondare al 45% – per la quota di energia rinnovabile entro il 2030. E, nell’ambito del piano RePowerEu, a maggio 2022, la Commissione ha adottato una strategia per l’energia solare che punta a raggiungere oltre 320 GW di capacità fotovoltaica solare entro il 2025 e quasi 600 GW entro il 2030. Ma per tradurre in realtà questi numeri e percentuali, secondo Bruxelles è necessario promuovere la produzione di tecnologie a zero emissioni in Europa a sostegno della transizione energetica pulita. E, per tale scopo, l’Unione ha introdotto il Net-Zero Industry Act (Nzia), con l’obiettivo di creare condizioni migliori per la realizzazione di progetti a zero emissioni in Europa e attrarre investimenti, così che la capacità produttiva strategica complessiva di tecnologie a zero emissioni dell’Unione si avvicini o raggiunga almeno il 40% del fabbisogno dell’Unione entro il 2030.

In questo contesto, secondo le stime di Bruxelles, per fare in modo che l’Ue possa raggiungere i suoi obiettivi in materia di energie rinnovabili, garantendo allo stesso tempo la competitività industriale, saranno necessari nel settore della produzione del solare fotovoltaico circa 66mila lavoratori qualificati entro il 2030. Ed è qui che entra in campo la Solar Academy, che mira a formare 100 mila lavoratori nella catena del valore del solare fotovoltaico nei prossimi tre anni, per colmare l’attuale carenza di manodopera e di competenze nel settore.

Partendo dal modello della European Battery Academy (l’Accademia delle batterie), lanciata nel 2022 per la catena di valore delle batterie, “la Solar Academy progetterà i contenuti di apprendimento, insieme all’industria e alle parti interessate della catena di valore del solare fotovoltaico”, e “svilupperà anche credenziali di apprendimento, che certificheranno le competenze acquisite dai partecipanti ai corsi di formazione, favorendo così la mobilità della forza lavoro nel mercato unico”, ha precisato la Commissione.

La realizzazione dei programmi verrà fatta tramite partner locali, come erogatori di formazione professionale e didattica, imprese, Università o altri erogatori di istruzione e formazione con i quali l’Accademia firmerà un contratto per la realizzazione dei suoi programmi. Il lancio dell’Accademia solare europea è sostenuto dalla Commissione con 9 milioni di euro del Programma per il mercato unico e il progetto sarà realizzato dall’Istituto europeo per l’innovazione e la tecnologia (Eit) attraverso la sua comunità della conoscenza e dell’innovazione, Eit Innoenergy.

“L’incremento della produzione di energia solare fotovoltaica in Europa è fondamentale per la nostra sicurezza energetica, competitività e resilienza. Il lancio odierno della Solar Academy dimostra che la Commissione è impegnata a ridurre le emissioni e a creare posti di lavoro di qualità nell’Ue”, ha commentato il commissario europeo al Mercato interno, Thierry Breton. “Il lancio dell’Accademia prima ancora dell’entrata in vigore della legge sull’industria a zero emissioni contribuirà a colmare l’urgente carenza di competenze nel settore fotovoltaico europeo – circa 66 mila lavoratori solo per la produzione – e a formare una nuova generazione di lavoratori per la nostra industria solare, in linea con il nostro obiettivo di produrre entro il 2030 almeno il 40% del nostro fabbisogno di tecnologia a zero emissioni”, ha sottolineato Breton.

Rinnovabili

Record storico per le rinnovabili vendute in Italia, ma il prezzo dell’elettricità sale

A maggio il Pun (il prezzo unico nazionale dell’elettricità, ndr) cresce a 94,88 €/MWh (+8,08 €/MWh rispetto ad aprile). Tale dinamica risulta guidata da una crescita dei costi di generazione a gas e sostenuta da un aumento degli acquisti (MGP: 22,1 TWh), in un contesto in cui si osserva un incremento sia dei volumi rinnovabili, al livello più alto mai osservato su base mensile, sia dell’import netto”, si legge nell’ultima newsletter del Gme, Gestore del mercati energetici. E “nel Mercato a Termine dell’energia elettrica (Mte) i prezzi di controllo appaiono stabili o in aumento, con il baseload Giugno 2024 che chiude il mese a 89,93 €/MWh. In leggera crescita le transazioni registrate sulla Piattaforma Conti Energia a termine (Pce)“. Domani il prezzo sarà addirittura a 115,7 euro per megawattora.

Nel dettaglio a maggio il Pun “si porta ai massimi da febbraio seguendo la crescita registrata nel corso del mese dai principali riferimenti di prezzo del gas, ai massimi da inizio anno (con l’IGI a 33,14 €/MWh, +2,52 €/MWh su aprile), ai quali si affianca un modesto rialzo degli acquisti. Mitigano l’aumento del Pun vendite rinnovabili ai massimi storici e una leggera ripresa delle importazioni nette”, sottolinea il Gme. “Sulle altre principali borse elettriche europee si osservano dinamiche differenziate, con quotazioni sostanzialmente stabili o in debole calo in Svizzera e Francia (62/27 €/MWh, -1 €/MWh) e in modesto rialzo in Austria e Germania (64/67 €/MWh, +5 €/MWh)”.

Colpisce comunque che “l’incremento del prezzo italiano è osservabile in tutti i gruppi di ore”, proprio mentre a maggio “si porta al massimo storico su base mensile la quota di energia rinnovabile venduta nel Sistema Italia, pari al 61%. La crescita dei volumi FER interessa le fonti idriche al Nord (+0,9 GWh medi) e il solare, attestatisi rispettivamente ai massimi da luglio 2019 e luglio 2017. Conseguentemente, i volumi derivanti da fonti termiche mostrano un calo, portandosi al 36,4%, con le vendite dei cicli combinati ancora in flessione e al livello più basso da oltre quattordici anni“.

In effetti nel nostro Paese l’energia continua a costare molto di più rispetto al resto d’Europa. Infatti, secondo uno studio della Fondazione Think Tank Nord Est, realizzato in collaborazione con A.R.T.E. – Associazione Reseller e Trader dell’Energia, nell’ultimo anno il prezzo dell’elettricità è sceso di circa il 10%, ma la diminuzione è stata maggiore in Germania (-18%) e soprattutto in Spagna (-59%) e Francia (-65%). “Di conseguenza, le nostre imprese devono sostenere costi energetici maggiori, mettendo a rischio la propria competitività a livello internazionale. Se a maggio 2023, in Germania, il prezzo dell’energia elettrica era inferiore del 23% rispetto a quello italiano, oggi il gap è diventato del 29%. Risulta ancora più impietoso il confronto con la Spagna, con un differenziale a favore degli iberici passato dal 30% al 68%. La medesima situazione si verifica in Francia: se un anno fa i transalpini beneficiavano di un prezzo del 27% più basso di quello italiano, a maggio 2024 il differenziale è salito al 71%”, evidenzia lo studio.

Eolico

Giornata del vento, Legambiente: “Italia maglia nera in Ue su eolico offshore”

L’Italia è in forte ritardo nello sviluppo dell’eolico a mare e a terra rispetto al resto d’Europa. Nonostante le grandi potenzialità del suo territorio, la Penisola è ben lontana dai due leader europei del settore, Germania e Paesi Bassi. A fare un punto in occasione del Global Wind Day è Legambiente, che incrociando i dati di windeurope.org e altre fonti, traccia un quadro di sintesi nel nuovo report sull’eolico ‘Finalmente offshore’.

Tra gli undici paesi Ue in cui è diffuso l’eolico offshore, l’Italia è quartultima in classifica con appena 30 MW di capacità installata totale ben lontana dal ritmo dettato ad oggi da Germania con 8.536 MW (di capacità installata totale) e dai Paesi Bassi (4.739 MW), seguiti da Danimarca (2.652 MW), Belgio (2.261 MW), Francia (842 MW), Svezia (192 MW), Finlandia (71 MW). Peggio dell’Italia fanno solo Irlanda (25 MW), Portogallo (25 MW) e Spagna (7 MW). Così se in Europa la capa­cità installata di eolico offshore totale è pari ad oggi a 19,38 GW (poco più del 30% del totale mondiale), l’Italia contribuisce a questo quadro com­plessivo solo con lo 0,05% del totale, con l’in­stallazione di appena 30 MW del parco Beleo­lico nearshore di Taranto, il più grande del Mediterraneo ma ad oggi l’unico realizzato in Italia e inaugurato ad aprile 2022 dopo un iter lungo 14 anni.

Per Legambiente lo stallo dell’Italia sull’eolico offshore è “preoccupante” visto che il potenziale teorico di diffusio­ne dell’eolico galleggiante in Italia è stimato in 207,3 GW, che corrisponde a più del 60% del potenziale complessivo di energia rinnovabile nel Paese. Inoltre, grazie alle caratteristiche morfologiche e alla conformazio­ne dei fondali marini, secondo il Global Wind Energy Council, “l’Italia potrebbe essere il terzo mercato al mondo per potenziale di sviluppo dell’eolico offshore galleggiante. Senza contare che nei territori c’è un fermento che fatica a vedere la luce: a marzo 2024 sono 90 i GW di richieste di connessione alla rete elettrica per l’eolico offshore”. Sicilia, Puglia e Sardegna coprono oltre il 77% delle richieste di connessione, con ri­spettivamente 39, 38 e 31 richieste. Ben 87 i progetti di eolico offshore in Italia, per un totale di oltre 76 GW, stando al portale delle Valutazioni e Au­torizzazioni Ambientali del Mase. Sardegna, Puglia e Sicilia le regioni maggiormente in­teressate, rispettivamente con 24, 22 e 22 progetti.

Il via libera del Mase al decreto aree idonee per gli impianti rinnovabili, dice Stefano Ciafani presidente nazionale di Legambiente, “è un grave errore” perché “lascia carta bianca alle Regioni nella selezione delle aree idonee, di quelle non idonee e di quelle ordinarie. Risultato: il quadro autorizzativo per le rinnovabili diventa ancor più complicato, senza una cornice di principi omogenei”.

Il Paese, ricorda Ciafani, “ha bisogno di scelte politiche energetiche ed interventi coraggiosi che facilitino le rinnovabili e l’eolico offshore che può diventare un settore chiave per l’economia ita­liana e per la transizione energetica”. E per farlo l’Italia “deve puntare sulle fonti pulite aggiornando in modo ambizioso il Pniec che dovrà essere consegnato a Bruxelles il 30 giugno e abbattendo i tanti ostacoli che rallentano lo sviluppo sulle rinnovabili”.

Per Legambiente “le basse performance dell’Italia sono legate alla “corsa ad ostacoli” che le rinnovabili sono costrette ad affrontare tra ritardi, lungaggini burocratiche, iter autorizzativi troppo lenti e farraginosi, norme obsolete, conflitti territoriali, ostracismi dei ministeri (in primis come quello della Cultura) e ritardi della Presidenza del Consiglio”. A pesare anche politiche energetiche sulle rinnovabili “poco coraggiose insieme a obiettivi poco ambiziosi al 2030 contenuti nella boz­za del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima 2023 e che vedrà la sua stesura finale a fine giugno”. Inoltre l’Italia è uno dei pochi Paesi a non aver ancora adottato una pianificazione dello spazio marittimo, che dopo una bozza di proposta è ancora oggi in discussione. I ritardi su questo fronte hanno portato la Commissione europea ad annunciare la seconda fase della procedura di infrazione contro l’Italia per la mancata approvazione dei suoi piani di gestione dello spazio marittimo.

Ue, Draghi: “Aumentare produttività e ridurre i costi, serve mercato europeo energia”

Photo credit: sito Fundacion Yuste

 

Tutto si può dire, tranne che Mario Draghi non abbia le idee ben chiare su dove mettere le mani per modellare una nuova Ue. L’ex presidente della Bce ripropone alcune idee già enunciate in questi mesi, ma accentua i toni su alcuni punti nuovi. La base di partenza di tutto è “aumentare la produttività“, perché dalla vicenda del gas russo alla difficoltà di reperire le materie prime critiche, la lotta ai cambiamenti climatici e quelli tecnologici, così come il rapido invecchiamento della popolazione europea, diventano sfide cruciali da vincere assolutamente. Per riuscire nell’intento, però, occorre “crescere più velocemente e meglio“. Draghi ne parla a lungo nel discorso che tiene al Monastero di San Jerónimo de Yuste, in Spagna, dove riceve dalle mani del Re Felipe VI il premio europeo Carlos V.

Nei prossimi giorni l’ex premier consegnerà i risultati del lavoro commissionatogli da Ursula von der Leyen sul futuro della competitività, ma negli ultimi due mesi, con l’avvicinarsi delle elezioni europee, il suo nome era circolato tra i possibili candidati alla guida dell’esecutivo Ue o del Consiglio, sponsorizzato soprattutto dal presidente francese, Emmanuel Macron. La partita dei Top Jobs, intanto, sembra avviata sul binario della riconferma della attuale presidente, ma i suggerimenti di Draghi potrebbero risultare molto utili a chiunque si accomoderà sulla sedia più arroventata di Bruxelles.

Lo stato dell’arte è nei dati che porta in Spagna. “La crescita della produttività europea sta rallentando da tempo” e la differenza di crescita rispetto agli Usa inizia a pesare, perché “dovuta principalmente al settore tecnologico e alla digitalizzazione in generale“, spiega l’ex Bce. Che avvisa: “Il divario potrebbe aumentare ulteriormente con il rapido sviluppo e la diffusione dell’Intelligenza artificiale“. Del resto, “circa il 70% dei modelli fondamentali di Ia viene sviluppato negli Stati Uniti e solo tre aziende statunitensi rappresentano il 65% del mercato globale del cloud computing”. Allo stesso modo il sistema dei dazi può servire, ma con un approccio generale pragmatico, cauto e coerente“. Perché “non vogliamo diventare protezionisti in Europa, ma non possiamo restare passivi se le azioni degli altri minacciano la nostra prosperità“.

Altro punto cruciale del discorso di Draghi riguarda i costi da ridurre, soprattutto quelli dell’energia, che “stanno portando a una riduzione degli investimenti in Europa“. Il mix tra “investimenti infrastrutturali lenti e non ottimali, sia per le rinnovabili che per le reti” e “regole di mercato che non disaccoppiano completamente il prezzo dell’energia rinnovabile e nucleare dai quelli più alti e volatili dei combustibili fossili, impedendo alle industrie e alle famiglie di cogliere appieno i benefici dell’energia pulita nelle loro bollette“, impone una riflessione sulla “costruzione di un vero mercato europeo dell’energia“, da cui dipende, peraltro, l’aumento della produttività.

Per far lievitare gli investimenti, poi, l’Europa deve “non solo incrementare il livello della domanda attraverso una spesa più elevata, ma anche garantire che questa si concentri all’interno dei nostri confini” e “il modo più efficiente per farlo sarebbe aumentare la spesa comune“. Esortando l’Ue a porre tra le sue “priorità collettiveRicerca e innovazione e rilanciare rapidamente la diffusione dell’innovazione nella propria economia.

Nella riflessione di Draghi, infine, trova ampio spazio il tema della transizione green. A suo modo di vedere “anche rendere più efficace la spesa pubblica non sarà sufficiente“, dunque “il fabbisogno di finanziamenti per la transizione verde e digitale è enorme” e “dovremo anche mobilitare il risparmio privato su una scala senza precedenti, ben al di là di quanto possa fare il settore bancario“, raccogliendo questi fondi principalmente nei “mercati del capitale di rischio, delle azioni e delle obbligazioni“.

rinnovabili

In Francia settore energetico preoccupato per il futuro della transizione

Progetti urgenti nel limbo e minacce alla decarbonizzazione: il settore energetico francese teme ulteriori ritardi nella sua trasformazione, mentre anch’esso affronta l’inizio di una crisi politica sullo sfondo di un’ondata di estrema destra. Eolico, solare, biogas… il settore delle energie rinnovabili attende da mesi obiettivi di sviluppo quantificati per il 2035. Che ne sarà di questa tabella di marcia, per la quale il governo ha promesso un decreto se non dovesse passare in legge?

Quello che sta accadendo è grave”, afferma Jules Nyssen, presidente del Syndicat des Energies Renouvelables (SER). “Il governo ha tergiversato per mesi su questo programma, che avrebbe dovuto essere annunciato questa settimana e sottoposto a consultazione alla fine di giugno. Con ogni probabilità, non sarà adottato prima delle elezioni legislative del 30 giugno“, ha annunciato sulla scia del risultato record del Rassemblement National alle elezioni europee. Il ministero dell’Industria non ha risposto all’Afp su questo argomento.

“Siamo in uno stato di totale instabilità, in un momento in cui abbiamo bisogno di certezza del diritto e di visibilità. E pagheremo un prezzo elevato per questo. Oggi stiamo rimescolando le carte in tavola e il futuro governo sarà in grado di fare nuove scelte“, ha continuato Nyssen, per il quale ‘possiamo davvero biasimare’ il governo uscente per aver trascinato la questione. Senza un calendario ufficiale, che ne sarà della prevista “mega-gara” per l’energia eolica offshore, una volta rivelate le aree adatte ai futuri parchi eolici a settembre? O del sostegno al gas rinnovabile, che ha già raggiunto gli obiettivi di capacità fissati nel programma precedente? Allo stesso modo, a giugno, sotto la guida del ministro dell’Industria, era attesa una tappa fondamentale nell’attuazione dei contratti commerciali firmati da EDF, contratti destinati a garantire il futuro dell’indebitata società elettrica.

All’Uniden, che rappresenta le principali aziende industriali ad alta intensità energetica e potenziali clienti di questi contratti, “sperano che questo periodo di instabilità non rappresenti un problema”, anche se finora sono stati firmati solo quattro accordi. “Abbiamo una tabella di marcia chiara: dobbiamo decarbonizzare. La cosa più importante è avere accesso all’elettricità a basse emissioni di carbonio a un prezzo competitivo, che sia nucleare o rinnovabile“, spiega Nicolas de Warren, presidente dell’associazione. La stessa vaghezza si applica all’idrogeno verde, progettato per decarbonizzare l’industria pesante: “Da un anno il settore attende la revisione della strategia del governo”, osserva Mika Blugeon-Mered, docente di “mercati e geopolitica dell’idrogeno” a Sciences Po. Secondo il ministero, era attesa “per l’estate”, ma ora ci sono poche possibilità che venga pubblicata in tempo. Ma l’industria ha bisogno di sostegno per gli utenti, perché la strategia iniziale si concentrava solo” sui produttori.

Durante la sua campagna presidenziale nel 2022, Marine Le Pen ha promesso di costruire una ventina di nuovi reattori nucleari, di cui dieci da consegnare entro il 2031 – una scommessa irrealistica, secondo la stessa industria. Ha anche promesso una moratoria sull’energia eolica, con il graduale “smantellamento” dei parchi eolici. Nel 2023, il deputato del RN Pierre Meurin ha detto che è stato “sconcertante” durante i dibattiti sulla legge per accelerare le energie rinnovabili. Tuttavia, il rifiuto delle rinnovabili si scontra con tutti gli scenari di transizione energetica che, nucleare o meno, sottolineano la necessità di energia eolica e solare se la Francia vuole allontanarsi dai combustibili fossili e rispettare gli impegni climatici.

Il capo di un fornitore di energia elettrica rinnovabile prevede che “le leggi dell’economia e dell’energia (…) raggiungeranno” i leader della RN: “Avremo bisogno di più energia a basso costo. Ci vogliono 10-15 anni per costruire l’energia nucleare. Cosa facciamo nel frattempo? E come facciamo ad attirare le fabbriche di batterie se non vogliono più le auto elettriche?“, ha chiesto, parlando a condizione di anonimato, mentre la signora Le Pen vuole ‘ripristinare la libertà dei francesi’ di acquistare veicoli a combustione. Jules Nyssen, da parte sua, non vuole fare previsioni per queste elezioni legislative. “Tra le preoccupazioni dei nostri concittadini ci sono il cambiamento climatico, la sovranità della Francia e la necessità di reindustrializzare, e le energie rinnovabili hanno risposte da offrire su tutti e tre questi temi. La sfida per noi è quella di renderlo chiaro, per evitare una campagna basata unicamente sulla paura“.

Besseghini: “Fer 2 costerà 8-10 euro/MWH in bolletta. Mercato gas ancora nervoso”

Dagli stoccaggi di gas alle rinnovabili che incideranno nelle bollette per effetto del decreto Fer 2, ai costi della Tari e la nuova Europa. Stefano Besseghini a tutto campo ai microfoni del #GeaTalk. Il presidente dell’Arera fa il punto sui prezzi per gli approvvigionamenti di gas: “Tutto apposto? Magari è un po’ eccessivo, sicuramente non abbiamo più quei livelli di prezzi e questo molto ci tranquillizza. In ogni caso siamo più vicini ai 40 euro al Megawattora che ai 30 euro, il ché è indice di una situazione dei mercati ancora nervosa”, spiega. Chiarendo che “siamo grossomodo al doppio del valore storico di valorizzazione della commodity gas“, ma rispetto al passato “abbiamo alcuni cambi di assetto fondamentali, uno su tutti il ruolo dell’Lng, che non essendo collegato tubi fisici ci espone di fatto al mercato globale“.

Altro tema caldo è il decreto Fer 2, appena approvato dalla Commissione Ue, che consente di realizzare degli impianti per la produzione di energia rinnovabile. L’unica controindicazione è che può costare fino a 35 miliardi in venti anni, da coprire con aumenti in bolletta nella componente Asos, con un onere da calcolare nel delta tra la richiesta dei produttori nelle procedure competitive e i prezzi dell’energia elettrica sui mercati spot. “E’ molto difficile fare una stima – dice subito Besseghini -. Diciamo che, probabilmente, parliamo di circa 8-10 euro al MWH per la bolletta del consumatore, ma vedremo il suo dispiegamento nei prossimi vent’anni e a partire da quando questi impianti diventeranno operativi“.

Nel frattempo si andrà avanti con i metodi ‘tradizionali’, perché “il gas lo abbiamo raccontato, in tempi non sospetti, come combustibile di transizione e in fondo questo ruolo non viene meno. Ci accompagnerà, soprattutto nella generazione elettrica, ancora per qualche tempo“. Dunque, meglio capire che cosa aspettarci nel prossimo inverno. “Dal punto di vista delle forniture, che sono un po’ la sonda principale, pur rimanendo sempre cauti sulle previsioni di prospettiva, non si vedono indicatori di criticità particolari“. Ergo “guarderei a questo autunno con ragionevole fiducia, nel convincimento che poi entrando nel 2025/2026 le cose andranno tendenzialmente migliorando“.

Il dibattito politico, e non solo, è acceso anche sulla fine della finestra per il rientro nel mercato tutelato, in scadenza il prossimo 1 luglio. La Lega vorrebbe allargare le maglie almeno fino alla fine del 2024. “Questa è una valutazione che deve fare il governo“, mette il primo paletto Besseghini. Che vede anche delle potenziali criticità: “Questi termini hanno anche vincoli rispetto agli impegni presi e i processi già definiti, visto che l’assegnazione delle gare è avvenuta a inizio anno e rinviare alla fine di dicembre vorrebbe dire assegnare il consumatore, a distanza di un anno“. Poi, però, tutto va valutato nel contesto delle dinamiche” ma “una dilatazione di tempi porta anche a disperdere questo tipo di convenienza” dovuta alle gare ben costruite, avvisa.

Passando da un argomento all’altro, il presidente dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente ritiene “estremamente virtuoso” che l’Antitrusteserciti una moral suasion sul suo approccio, cioè la visione ex post delle dinamiche di mercato che si instaurano, soprattutto in un momento di transizione in cui la chiarezza e la precisione delle informazioni aiuta a orientarsi“, commenta l’uscita dell’Agcm verso le aziende del settore energivoro. “E’ una ‘never ending story’ quella del miglioramento della chiarezza delle bollette, tant’è vero che abbiamo in corso uno specifico procedimento, che non voglio chiamare ‘bolletta 3.0’ ma è esattamente finalizzata, con un ascolto attento delle associazioni dei consumatori, a trovare un meccanismo omogeneo delle informazioni che i clienti trovano nella bolletta – prosegue -. Perché molto spesso il problema è non trovarla sempre nello stesso posto e questo è molto disorientante. Per parte nostra cerchiamo di costruire strutture di regolazione che portino a elementi formativi chiari“.

Infine, i rifiuti. “E’ abbastanza difficile dire, genericamente, che si spende troppo per la Tari – sottolinea Besseghini -. Ciò che conta è che si spenda coerentemente con i servizi che si ottengono“. Allo stesso tempo “è drammaticamente vero che abbiamo ancora zone del Paese, lo abbiamo letto in tutte le relazioni annuali, in cui il rapporto tra il costo che si sostiene e il servizio che si ottiene, o il servizio ambientale, quindi la capacità di aderire alle indicazioni su smaltimento rifiuti e riciclo, sono molto sbilanciato. Questo, però, tipicamente dipende da assetti industriali un po’ deboli, da gestioni in economia o, appunto, dalla mancanza di impianti“. Situazione che si verifica più al Sud che al Nord, ma anche sulla separazione territoriale, il presidente di Arera invita a non essere “così netto nel tracciare la divisione“.

Besseghini (Arera): “Il Fer2 inciderà per 8-10 euro/Mwh sulle bollette”

E’ molto difficile fare una stima, perché gli stessi 35 miliardi sono una stima a loro volta che assume una certa dimensione dei costi dell’energia“. Lo dice il presidente di Arera, Stefano Besseghini, ai microfoni del #GeaTalk, rispondendo a una domanda sul decreto Fer 2, per la realizzazione degli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, approvato ieri dalla Commissione Ue, ma che avrà costi quantificati per un massimo di poco più di 35 miliardi, da diluire sui prossimi quattro lustri su alcune componenti della bolletta energetica. “Il meccanismo di incentivazione è comunque solo una parte, visto che il Fer 2 riguarda una certa categoria di impianti, quelli a più elevate caratteristiche di innovazione, mentre il Fer X è il meccanismo incentivante che andrà a guardare la produzione più significativa e rilevante – aggiunge -. Diciamo che, probabilmente, parliamo di circa 8-10 euro al MWH per la bolletta del consumatore, ma vedremo il suo dispiegamento nei prossimi vent’anni e a partire da quando questi impianti diventeranno operativi“.

Fotovoltaico

Monito dell’Aie all’Italia: “Burocrazia frena le rinnovabili, servono politiche più rapide e decise”

“I processi di autorizzazione lunghi e complicati e le lunghe code per l’allacciamento alla rete rimangono le sfide principali per una più rapida espansione delle energie rinnovabili in Italia”.  Lo rileva l‘Agenzia internazionale dell’Energia (Aie) nel rapporto ‘COP28 Tripling Renewable Capacity Pledge: Tracking countries’ ambitions and identifying policies to bridge the gap’, pubblicato oggi, che analizza le ambizioni e i piani di attuazione dei Paesi con l’obiettivo chiave fissato alla COP28 di uscire dai combustibili fossili.

Sebbene dal 2019 le aste abbiano avuto l’obiettivo di aggiudicare 5,5 GW di energia fotovoltaica ed eolica su terraferma in sette tornate entro la fine del 2021, “il 20% di questa capacità mirata – dice l’Agenzia – è rimasta ancora non aggiudicata dopo la dodicesima tornata tenutasi nel giugno 2023, principalmente perché gli sviluppatori hanno incontrato difficoltà nell’ottenere i permessi”. L’Aie riconosce che il governo italiano “sta adottando misure per snellire le autorizzazioni, semplificando i processi di autorizzazione e istituendo un comitato speciale per accelerare i progetti”. Tuttavia, è il monito dell’Agenzia, “un’azione politica più rapida e decisa sarebbe necessaria per realizzare il 35% in più di espansione della capacità nel nostro caso accelerato”.

Nel rapporto dell’Aie si fa riferimento anche al Superbonus. “Nel febbraio 2023” il governo, si legge nel documento “ha annunciato l’intenzione di ridurre gradualmente il credito, provocando un’impennata delle installazioni nel 2023, quando i proprietari di casa si sono affrettati a sfruttare l’incentivo più interessante”. La diffusione del fotovoltaico residenziale dovrebbe rallentare nel 2024, pur rimanendo superiore a quella del 2021. “La crescente fiducia dei consumatori nel fatto che i vantaggi economici e di sicurezza energetica del fotovoltaico su tetto possano proteggerli dalle recenti fluttuazioni dei prezzi dell’elettricità – scrive l’Aie – dovrebbe portare a una crescita del mercato molto più rapida di quanto previsto in precedenza”.

Complessivamente, scrive l’Agenzia, l’Italia aggiungerà 36 GW di capacità rinnovabile nel periodo 2023-2028. Il solare fotovoltaico distribuito rappresenta la metà di questa espansione, “creando una prospettiva più ottimistica rispetto alla nostra analisi del 2022”.

Dl Aree idonee, Sardegna pronta allo scontro col governo. Mase sorpreso da Todde

Photo credit: staff Presidenza Regione Sardegna

 

Sulle aree idonee si apre una crepa tra governo e Regione Sardegna, capofila per la definizione dei criteri territoriali. Dopo l’incontro del 21 maggio scorso al ministero dell’Ambiente, tra Gilberto Pichetto e la governatrice, Alessandra Todde, la strada sembrava tutta in discesa. Invece la bozza che è finita sulla scrivania al piano nobile di viale Trento, a Cagliari, ha rotto l’equilibrio che si era creato. A certificarlo sono proprio le parole di Todde, che non usa giri di parole: “Mi sono sentita presa in giro, non personalmente ma come rappresentante della Sardegna“, perché “i presupposti su cui si poteva trovare un accordo non sono assolutamente rispondenti alla bozza che abbiamo visto“, dunque “è chiaro che adesso andremo al confronto diretto“. O per meglio dire, allo scontro.

Le tre istanze portate da Todde al Mase riguardavano, in primo luogo, il cosiddetto burden sharing, ovvero la quota di rinnovabili che la regione deve prendere in carico. “Abbiamo chiesto di decidere noi dove, perché abbiamo beni identitari da proteggere, territori agricoli vocati che dobbiamo difendere e anche un contesto paesaggistico che deve essere messo a fattor comune“. La seconda cosa richiesta è relativa ai parchi eolici offshore, “che potrebbero rientrare all’interno delle autorizzazioni: anche se sono acque internazionali, quindi oltre le 12 miglia, devono essere considerati 100% impattanti la Sardegna, perché incidono sulla nostra economia, sulla nostra pesca, sul turismo, su attività che sono nostre“. Nella bozza, invece, per il raggiungimento degli obiettivi di potenza l’intenzione è quella di tenere conto del “40% della potenza nominale degli impianti a fonti rinnovabili off-shore di nuova costruzione entrati in esercizio dal 1 gennaio 2021 fino al 31 dicembre dell’anno di riferimento le cui opere di connessione alla rete elettrica sono realizzate sul territorio della Regione o provincia autonoma“. Una proposta, quella dell’esecutivo, “inaccettabile” per la Sardegna.

Il terzo punto, infine, riguarda la crescita. “In questo momento abbiamo autorizzazioni che eccedono il limite di 6.2 posto fino al 2030 dal governo e dalla normativa europea e su quello abbiamo detto” all’esecutivo di “starne fuori – spiega –: noi dobbiamo decidere come vogliamo crescere dal punto di vista energetico, come organizzare il nostro territorio e organizzare la produzione di energia sulla base della nostra economia. Lo faremo con un piano energetico e con una crescita organica“.

Todde chiama in causa anche i parlamentari sardi, di ogni colore, chiedendo che antepongano le ragioni del territorio che rappresentano ai dettami di maggioranza e opposizione. L’appello, però, sembra non aver fatto breccia nel centrodestra. “A sentirmi presa in giro sono io. Come sarda, come parlamentare, come rappresentante delle istituzioni“, replica a stretto giro la vicecapogruppo di FdI al Senato, Antonella Zedda. La presidente, però, tira dritto e suoi suoi canali social scrive: “La Sardegna non si farà prendere in giro. In questo momento il nostro territorio è sotto attacco speculativo e noi riteniamo necessario difenderlo con ogni strumento possibile“.

Da fonti del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, però, trapela stupore per questo improvviso innalzamento dei toni: “Sul decreto Aree idonee le interlocuzioni sono proseguite informalmente anche nel fine settimana con spirito costruttivo. Sorprende quindi la posizione della presidente Todde“. Al Mase, comunque, “c’è fiducia che oggi, nel corso della Conferenza delle Regioni, il dialogo possa procedere in maniera serena e positiva al fine di giungere a una posizione condivisa“.

Sul piano tecnico, nella bozza presa in visione da GEA risulta tracciata “per ciascuna Regione e Provincia autonoma la traiettoria di conseguimento dell’obiettivo di potenza complessiva da traguardare al 2030“, che è di 80 GW. Così ripartito: per l’Abruzzo 2.092 MW al 2030; Basilicata 2.105; Calabria 3.173; Sardegna 6.264; Campania 3.976; Emilia-Romagna 6.330; Fvg 1.960; Lazio 4.757; Liguria 1.059; Lombardia 8.766; Marche 2.346; Molise 1.003; Piemonte 4.991; Puglia 7.387; Sicilia 10.485; Toscana 4.250; Umbria 1.756; Valle d’ Aosta 328; Veneto 5.828; la Provincia autonoma di Bolzano 515; e la Provincia autonoma di Trento 631.

Eolico

Energia, studio Ren21: Solo 13 Paesi spingono su rinnovabili. E c’è anche l’Italia

Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Regno Unito, Italia, Stati Uniti, Egitto, Cina, Vietnam, Francia, Germania e India. Sono questi gli unici 13 Paesi del mondo che stanno spingendo – attraverso politiche pubbliche – verso l’elettricità green nei quattro settori considerati più importanti: trasporti, edilizia, industria e agricoltura. Altri venti hanno intrapreso azioni in tre dei quattro settori. Ma 84 Paesi non hanno adottato alcuna misura per contenere le emissioni in questi settori.

A rivelarlo è uno studio della rete di ricerca Ren21, l’organismo internazionale istituito dalla Nazioni Unite per incentivare le rinnovabili. Contrariamente alle speranze generate dai piani di sostegno adottati dopo le crisi di Covid e dell’energia, il 2023 ha visto “un rallentamento della tendenza in termini di politiche adottate e una diluizione delle ambizioni in alcuni Paesi”, osserva REN21.

Tra le misure necessarie, l’organizzazione cita la fine del sostegno ai combustibili fossili, gli standard edilizi, gli obiettivi di emissioni zero (per gli autobus, ad esempio, come a Londra e a Pechino), i sussidi per l’acquisto di pompe di calore (il cui volume di installazioni in Europa è aumentato del 38% in un anno nel 2023), l’agrivoltaico o il biogas, lo sviluppo di stazioni di ricarica o di reti di raffreddamento e riscaldamento, ecc.

L’obiettivo dell’attuale transizione è ridurre la quota preponderante di petrolio, carbone e gas nel consumo totale di energia, sia per i trasporti si per il riscaldamento o il funzionamento delle fabbriche, elettrificando ciascuno di questi settori. Secondo l’analisi di REN21, la Cina è di fatto “l’unico Paese la cui quota di elettricità nel consumo energetico è in costante crescita”, passando dal 20% al 30% in tutti i settori tra il 2011 e il 2021. Nello stesso periodo, invece, gli Stati Uniti e l’Ue hanno visto l’elettricità stagnare intorno al 23%.

L’elettrificazione non avviene abbastanza velocemente nei trasporti, nell’edilizia e nell’industria. Un’eccezione è rappresentata dall’agricoltura, dove è passata dal 20% al 27% tra il 2011 e il 2021.

“È chiaro che i governi sono bloccati nell’approccio business-as-usual”, sottolinea il direttore di REN21 Rana Adib. “La transizione energetica – dice – non consiste solo nell’aumentare l’offerta di energia rinnovabile: senza politiche strutturali per aumentare la domanda e accelerare l’elettrificazione degli usi, questa transizione non avverrà”.