Quando a Trump all’Onu scivola la frizione di un quattro cilindri diesel

Non c’erano dubbi sul fatto che Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, fosse da tempo immemore assai scettico sulla tutela del Pianeta. Non era però immaginabile che all’Onu, nel corso del suo interminabile intervento all’Assemblea Generale, il tycoon picchiasse così duro su Green Deal e rinnovabili – definendole la più grande truffa del mondo, uno scherzo, una sorta di harakiri economico – e assurgesse a leader dei negazionisti perché – la sintesi del suo ragionamento – un centinaio di anni fa si temeva per il raffreddamento della Terra e adesso ci si angoscia per il riscaldamento. Balle, in buona sostanza, anzi bullshit. Così l’uscita dall’accordo Parigi diventa un atto dovuto trattandosi solo di “una bufala”.  Tutto condito da uno schiaffo all’Europa e un cazzoto alla Cina, la nazione che produce più CO2 del mondo e inquina gli Oceani fino a Los Angeles, per giungere al pizzicotto assestato alla Scozia che ha un sacco di risorse nel Mare del Nord e non le sfrutta in maniera adeguata.

Trump ha coccolato il carbone (pulito, eh già), ammiccato al petrolio, si è accoccolato sul gas, quello che ci vende a prezzi esorbitanti, ha confezionato una sorta di elegia delle fonti fossili. Dando nel contempo degli idioti a tutti coloro che in questi ultimi anni si sono impegnati a diminuire l’inquinamento, a pensare a soluzioni non impattanti sull’ambiente, a tutelare ciò che sta ineludibilmente degradando. Ora, se è vero che le follie di Frans Timmermans e di un certo tipo di atteggiamento ecologista sono andate paradossalmente nella direzione sbagliata, è altrettanto innegabile che il presidente degli Stati Uniti si è stabilizzato su posizioni indubbiamente estreme. E quindi non proprio condivisibili.

Più che lo stato del Pianeta a Trump interessa lo stato di salute della sua economia. Così facendo, ovvero tornando al “drill, baby drill” dell’insediamento alla Casa Bianca, gli Usa usciranno dall’impasse economico e diventeranno una specie di Eldorado, mentre l’Europa rischia il fallimento (chiaro e diretto il riferimento alla Germania) per la cocciutaggine di voler perseguire politiche ‘verdi’.

Su un tema, forse, The Donald ha ragione: per tanto che ci si impegni a Bruxelles, ci saranno sempre nazioni (India, Cina?) che anteporranno i loro interessi a qualsiasi ecopolitica di buonsenso. Vale un vecchio ragionamento di strada: basta una sgasata di un furgoncino a Nuova Delhi per vanificare gli sforzi di un’intera città della Ue. però…

…Però stavolta a Trump è scivolata la frizione (di un quattro cilindri rigorosamente diesel).

La politica di Trump sulle rinnovabili minaccia migliaia di imprese e penalizza Sud

Negli Stati Uniti l’occupazione nel settore dell’energia pulita è cresciuta 3 volte più velocemente rispetto all’economia nel suo complesso nel 2024, aggiungendo quasi 100.000 nuovi posti di lavoro e portando il numero totale di lavoratori nel settore green energy a 3,56 milioni. Tuttavia, a fronte dell’incertezza politica e di un rallentamento generale della crescita economica e delle assunzioni, l’anno scorso la crescita dei posti di lavoro nei settori green ha raggiunto il ritmo più lento dal 2020, creando circa 50.000 posti  in meno rispetto al 2023. E un’ulteriore spallata potrebbe arrivare dalle politiche dell’attuale amministrazione.

Secondo il decimo rapporto annuale ‘Clean Jobs America’ pubblicato da E2, oltre il 7% di tutti i nuovi posti di lavoro creati negli Stati Uniti e l’82% di tutti i nuovi posti di lavoro creati nel settore energetico lo scorso anno riguardavano professioni legate all’energia pulita. Nonostante questo rallentamento, i posti di lavoro nei settori del solare, dell’eolica, delle batterie, dell’efficienza, dello stoccaggio e delle reti e in altri sottosettori dell’energia pulita hanno continuato a crescere più rapidamente dell’economia in generale, rappresentando una quota sempre maggiore della forza lavoro complessiva degli Stati Uniti.

Gli analisti spiegano che sebbene non siano riflessi nei dati del 2024, le recenti azioni politiche del Congresso e dell’amministrazione Trump “hanno già causato ingenti perdite di posti di lavoro nel settore, e si prevede che ne seguiranno altre”. Alcune organizzazioni stimano che oltre 830.000 posti di lavoro potrebbero essere persi solo a causa delle modifiche alla politica energetica contenute nel One Big Beautiful Bill Act, firmato il 4 luglio.

Negli ultimi 5 anni, i settori dell’energia pulita e dei veicoli puliti hanno creato più di 520.000 posti di lavoro, con un incremento del 17%, superando di gran lunga l’aumento dell’occupazione nei settori dei combustibili fossili, dei veicoli a motore a benzina e diesel e nell’economia statunitense in generale. Il settore dell’energia pulita Usa naviga insomma nell’incertezza, scosso dalle recenti decisioni politiche federali di bloccare progetti, revocare crediti d’imposta, cancellare permessi e aggiungere nuova burocrazia normativa e ostacoli legali volti a ostacolare l’energia solare, eolica, i veicoli elettrici e altri settori.

“Questi attacchi alle politiche federali si verificano proprio mentre l’Ufficio di Statistica del Lavoro degli Stati Uniti afferma che le professioni in più rapida crescita in America sono i tecnici di manutenzione delle turbine eoliche e gli installatori di impianti solari fotovoltaici” spiega lo studio di E2, associazione di imprenditori e finanzieri con 100 miliardi di dollari di investimenti in portafoglio. I posti di lavoro nel settore delle energie pulite rappresentano ormai il 42% del totale nel settore energetico in America e il 2,3% della forza lavoro nazionale complessiva.

Attualmente, le persone impiegate in professioni legate alle energie pulite sono più numerose di quelle impiegate come infermieri, cassieri, camerieri e cameriere, o insegnanti di scuola materna, elementare e media. “Questi numeri dimostrano che questo era uno dei settori occupazionali più promettenti e promettenti del Paese alla fine del 2024 – ha affermato Bob Keefe, direttore esecutivo di E2 -. Ora la crescita dell’occupazione nel settore delle energie pulite è seriamente a rischio, e con essa, la nostra economia in generale”.

L’efficienza energetica rimane il settore principale per l’occupazione green Usa. Impiega quasi 2,4 milioni di lavoratori a livello nazionale dopo aver creato 91.000 posti di lavoro nel 2024. Seguono la generazione di energia rinnovabile (569.000 in totale, +9.000 nel 2024) e i veicoli a basse o zero emissioni dirette (398.000 in totale, -12.000 nel 2024). Nonostante un calo generalizzato dell’automotive, i posti di lavoro in quest’ultimo segmento sono infatti cresciuti del 52% dal 2020, creandone 137.000. “Ogni anno, i posti di lavoro nel settore dell’energia pulita diventano sempre più interconnessi e cruciali per la nostra economia nel suo complesso – ha affermato Michael Timberlake, direttore della Ricerca di E2 -. Questi posti di lavoro rappresentano ormai un punto fermo fondamentale per la forza lavoro del settore energetico americano. La solidità del mercato del lavoro statunitense e il futuro della nostra economia energetica sono ormai inscindibili dalla crescita dell’energia pulita”.

E2 rileva peraltro un paradosso politico-economico. Dal 2020 nessuna regione ha creato più posti di lavoro nel settore dell’energia pulita e a un ritmo più rapido del Sud: dal Texas alla Virginia, Stati che si sono rivelati cruciali per l’elezione di Trump nel 2024, le imprese hanno creato 41.000 posti di lavoro contro gli oltre 20mila della West Coast e del New England e i 13mila del Midwest. In totale, 17 Stati hanno visto la loro forza lavoro nel settore dell’energia pulita aumentare di almeno il 20% negli ultimi cinque anni.

Usa, Fed abbassa tassi di un quarto di punto: possibili altri due tagli entro fine anno

La Federal Reserve (Fed) ha abbassato i tassi di interesse per la prima volta quest’anno, in misura ritenuta troppo timida dal nuovo governatore dell’istituzione, appena promosso da Donald Trump. La banca centrale degli Stati Uniti ha, senza sorpresa, abbassato i tassi di riferimento di un quarto di punto percentuale. E una piccola maggioranza dei suoi responsabili ha lasciato aperta la porta a due ulteriori ribassi entro la fine dell’anno. I tassi sono ora compresi tra il 4% e il 4,25%, ovvero ancora molto più alti di quanto desideri il presidente americano. Negli Stati Uniti, la strategia monetaria, che di solito è di competenza del mondo accademico e riservato, è scivolata verso la saga politica e la cronaca giudiziaria. Da diversi mesi Donald Trump rimprovera alla Fed di aver tardato troppo ad allentare la sua politica. Ha appena inserito uno dei suoi fedeli e sta cercando di licenziare una governatrice – il caso è davanti alla giustizia.

Durante la conferenza stampa al termine dei due giorni di riunione sulla politica monetaria, il presidente dell’istituzione Jerome Powell ha cercato accuratamente di parlare solo di economia. La Federal Reserve “ha fatto bene ad aspettare” prima di abbassare i tassi, ha affermato. Mercoledì, solo il nuovo governatore nominato da Trump ha votato contro il taglio dei tassi di un quarto di punto: Stephen Miran voleva un taglio più netto, di mezzo punto, secondo un comunicato dell’istituzione. Miran ha assunto l’incarico solo martedì, giusto in tempo per la riunione. Fino ad allora era stato un zelante sostenitore delle iniziative del presidente, di cui dirige il Comitato dei consulenti economici (CEA). Davanti ai senatori incaricati di confermare la sua nomina, ha affermato che avrebbe ricoperto la carica in piena indipendenza. Ha anche avvertito che non avrebbe rassegnato le dimissioni dal suo incarico alla Casa Bianca, poiché il suo mandato alla Fed era previsto per durare solo pochi mesi. Interrogato su questa situazione senza precedenti, Jerome Powell ha glissato e si è limitato a sottolineare che la Fed era “fermamente determinata a preservare la (sua) indipendenza”. Ha anche rifiutato di commentare il procedimento giudiziario avviato dal governatore Lisa Cook per opporsi al tentativo di destituzione da parte di Donald Trump. Sul piano economico, i responsabili della Fed si sono mostrati un po’ più ottimisti riguardo alla crescita americana. Ora la prevedono all’1,6% per il 2025, contro l’1,4% stimato nelle loro previsioni pubblicate a giugno. Ciò rappresenta comunque un forte rallentamento rispetto alla crescita registrata nel 2024 (+2,8%). Le altre previsioni per il 2025 non sono cambiate rispetto a giugno.

L’inflazione dovrebbe attestarsi al 3%, ben al di sopra dell’obiettivo del 2%, e la disoccupazione al 4,5%, leggermente superiore a quella che è considerata la piena occupazione. Ryan Chahrour, professore di economia alla Cornell University, trova “sorprendente” che la banca centrale abbia abbassato i tassi ora, vista la resistenza dell’inflazione. Si aspettava che i responsabili preferissero lasciare i tassi invariati, ma ritiene che l’unità dimostrata alla fine (ad eccezione di Stephen Miran) invii un messaggio all’esterno. “Non vogliono rendere la situazione ancora più confusa apparendo divisi. Mostrarsi uniti dovrebbe consentire loro di sentire meno la pressione politica in futuro”, ha dichiarato all’AFP. L’abbassamento dei tassi da parte della Fed era necessario “per cercare di evitare nuovi licenziamenti in questa economia” in perdita di velocità, ritiene Heather Long, della banca Navy Federal Credit Union. “Molti americani della classe media e popolare attendono con impazienza di poter contrarre prestiti a tassi più bassi”, ha osservato l’economista in una nota, citando i costi legati alle carte di credito, ai prestiti automobilistici e immobiliari, ma anche ai prestiti alle piccole imprese. Secondo la mediana delle previsioni dei responsabili della Fed, nel 2025 potrebbero esserci altri due tagli dei tassi, il che implicherebbe un nuovo allentamento in ciascuna delle riunioni programmate da qui alla fine dell’anno. Il presidente della Fed si è tuttavia astenuto dal prendere impegni in merito. “Continuiamo ad affermare che non stiamo seguendo un percorso prestabilito, e lo pensiamo davvero”, ha sottolineato Powell.

Ucraina, Macron: “Sostegno militare da 26 Paesi, anche Italia”. Meloni: “Non invieremo truppe”

Ventisei Paesi si impegnano a sostenere militarmente l’Ucraina, “via terra, mare o aria“, dopo un cessate il fuoco con la Russia. Ma ognuno con modalità proprie: “Il loro contributo andrà dalla rigenerazione dell’esercito ucraino, al dispiegamento di truppe o la messa a disposizione di basi”, spiega Emmanuel Macron dopo il vertice dei volenterosi di Parigi.

L’inquilino dell’Eliseo non entra nei dettagli per non dare vantaggi a Mosca, ma precisa che Italia, Polonia e Germania sono tra i 26. “L’Italia è indisponibile a inviare soldati in Ucraina“, si affretta a precisare Giorgia Meloni in una nota, confermando però l’apertura a supportare un eventuale cessate il fuoco con “iniziative di monitoraggio e formazione al di fuori dei confini ucraini”. La premier, collegata con Parigi in videoconferenza, rilancia la proposta di un meccanismo difensivo di sicurezza collettiva ispirato all’articolo 5 del Trattato di Washington, come “elemento qualificante” della componente politica delle garanzie di sicurezza. Per Meloni una pace giusta e duratura può essere solo raggiunta con un approccio che unisca il continuo sostegno all’Ucraina, il perseguimento di una cessazione e il “mantenimento della pressione collettiva sulla Russia“. Anche attraverso le sanzioni, e “solide e credibili garanzie di sicurezza”, da definire in “uno spirito di condivisione tra le due sponde dell’Atlantico“, mette in chiaro.

Il nodo resta infatti il contributo degli Stati Uniti alle garanzie. Che ci sarà, assicura Macron, ma verrà definito nei prossimi giorni. Del sostegno o “backstop” americano si è parlato nella videoconferenza con Trump dopo il vertice, alla quale ha partecipato in parte anche il suo inviato speciale Steve Witkoff, presente all’Eliseo. La speranza degli europei è che Washington contribuisca in “modo sostanziale”, riferisce il portavoce del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Di certo, Trump spinge l’Europa a interrompere l’acquisto di petrolio russo, che a suo dire aiuterebbe Mosca a proseguire la guerra. E’ “molto scontento che l’Europa acquisti petrolio russo”, ribadisce in conferenza stampa il presidente ucraino Volodomyr Zelensky, dopo il collegamento del Tycoon con il vertice, citando in particolare Slovacchia e Ungheria

. In base ai piani dei volenterosi, di cui Macron rifiuta di specificare i contributi paese per paese, il giorno in cui il conflitto cesserà “saranno messe in atto le garanzie di sicurezza”, fa sapere il presidente, sia attraverso un “cessate il fuoco”, un “armistizio” o un “trattato di pace”. Intanto, se Mosca non accetterà la pace, l’Europa adotterà nuove sanzioni “in collaborazione con gli Stati Uniti” e misure punitive contro i paesi che “sostengono” l’economia russa o aiutano la Russia ad “aggirare le sanzioni”. La Cina è nel mirino.

Gli europei chiedono sanzioni americane da mesi, finora senza successo. Trump, dicendosi “molto deluso” da Putin, aveva avvertito nei giorni scorsi che “succederà qualcosa” se Mosca non risponderà alle sue aspettative di pace. La Russia ribadisce che non accetterà alcun “intervento straniero di qualsiasi tipo”, con la portavoce della diplomazia russa Maria Zakharova che definisce le protezioni richieste da Kiev “garanzie di pericolo per il continente europeo”. “Non spetta a loro decidere”, replica Mark Rutte a nome della Nato. Quella di oggi è stata una “riunione cruciale“, rimarca la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che sull’importanza del dossier non ha dubbi: “Sappiamo tutti che la posta in gioco è il futuro e la sicurezza dell’intero continente”.

Lagarde

Lagarde avverte: “Pericolo grave se Trump prende il controllo della politica monetaria”

Un’acquisizione del controllo della politica monetaria americana da parte di Donald Trump rappresenterebbe “un pericolo molto grave” per l’economia americana e mondiale. A lanciare l’allarme è la presidente della Bce, Christine Lagarde, in un’intervista a Radio Classique, ricordando che la politica della banca centrale americana (Fed) “ha ovviamente effetti sugli Stati Uniti per mantenere la stabilità dei prezzi e garantire un’occupazione ottimale”. “Se dipendesse dal diktat di questo o quello”, ha continuato Lagarde, “l’equilibrio dell’economia americana, e di conseguenza gli effetti che ciò avrebbe in tutto il mondo, sarebbero molto preoccupanti”.

Lagarde ha tuttavia aggiunto che sarà “molto difficile” per Donald Trump arrivare a una situazione del genere, perché “la Corte Suprema degli Stati Uniti, che è ampiamente rispettata nel Paese e che spero sarà rispettata anche da lui, ha precisato che un governatore della Fed può essere revocato solo per colpa grave”. “Bisogna comunque spingersi molto oltre per essere revocati per colpa grave”, ha affermato.

“Quindi penso che sarà molto difficile per lui arrivare (tra) il consiglio dei governatori che riunisce i sette che sono a Washington” più quelli delle banche regionali americane “per ribaltare completamente la maggioranza”, ha aggiunto la presidente della Bce.

Donald Trump, che ritiene di avere voce in capitolo sulla politica monetaria e auspica regolarmente che la Fed abbassi i tassi di interesse, sta cercando di minare alcuni dei suoi più alti funzionari. Dopo aver inveito per mesi contro il presidente dell’istituzione, Jerome Powell, che lui stesso aveva nominato durante il suo primo mandato, il presidente americano sta ora cercando di far revocare una delle governatrici, Lisa Cook, accusata dal campo presidenziale di aver mentito per ottenere mutui immobiliari a tassi più favorevoli. La scorsa settimana i tribunali Usa non si sono pronunciati sul suo destino, chiedendo alle parti di presentare nuove prove martedì.

La controversia segna l’ingresso dei giudici in una battaglia il cui esito potrebbe cambiare il volto della Federal Reserve, la banca centrale più potente al mondo, responsabile della lotta all’inflazione negli Stati Uniti e della promozione della piena occupazione. Alla fine, sarà probabilmente la Corte Suprema, con la sua maggioranza conservatrice, a pronunciarsi. Definirà anche con precisione in quali circostanze il presidente degli Stati Uniti può rimuovere un membro della Fed, cosa che i documenti del tribunale non prevedono.

Tags:
, , ,

Ucraina, addestratori Ue sul campo dopo cessate fuoco. VdL: “Dobbiamo essere pronti”

L’Unione europea è pronta ad addestrare l’esercito ucraino a Kiev, dopo un cessate il fuoco o un accordo di pace che ponga fine ai combattimenti con le forze russe. Dopo il consiglio informale con i ministri degli Esteri e della Difesa di Copenaghen, Kaja Kallas non ci gira intorno: “Finora abbiamo addestrato più di 80.000 soldati e dobbiamo essere pronti a fare di più”, spiega. Il che, potrebbe includere l’invio di istruttori dell’Ue in Ucraina, ma solo dopo il ritiro delle truppe.

L’Alta rappresentante Ue si dice soddisfatta dell’ “ampio sostegno” dei 27 paesi membri a questa estensione dell’attuale mandato della missione militare dell’Ue in Ucraina. Tutti i paesi dell’Unione europea sono favorevoli, a eccezione dell’Ungheria. Gli europei lavorano sulle garanzie di sicurezza da fornire all’Ucraina dopo un’eventuale cessazione dei combattimenti e Bruxelles prevede di contribuire, in particolare rafforzando la sua missione di addestramento dei militari ucraini. Gli Stati Uniti, a lungo titubanti, hanno promesso in agosto di contribuire, ma senza inviare truppe americane sul suolo ucraino, sottolineando anche la necessità che gli europei garantiscano l’essenziale di queste garanzie di sicurezza per Kiev.

E mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky chiede all’Ue più velocità per il programma di acquisto delle armi americane, Kallas suggerisce che il Fondo europeo per la pace possa “fornire finanziamenti a sostegno di questo impegno”. “Può rimborsare agli Stati membri le armi acquistate per l’Ucraina, anche a sostegno delle iniziative Purl della Nato”. Pertanto, il continuo blocco dello European Peace Facility, insiste, “non è giustificato”: “Risolvere rapidamente la questione è importante per il lavoro tra l’Europa e gli Stati Uniti a sostegno dell’Ucraina, e le questioni bilaterali non devono ostacolare gli aiuti”, scandisce Kallas. “Gli aiuti all’Ucraina salvano vite umane. Dobbiamo continuare a intensificare i nostri sforzi”, precisa.

Intanto, da Riga, Ursula von der Leyen ricorda che se nel nuovo bilancio europeo appena proposto si parla di una spesa quintuplicata per la difesa, è perché è “giunto il momento di essere pronti”. In conferenza stampa insieme alla prima ministra Evika Silina, la presidente della Commissione europea sostiene che l’Europa è sulla “strada giusta”, ma il lavoro da fare è ancora lungo. Al Consiglio europeo di ottobre si farà ancora il punto sulla tabella di marcia al 2030. Su Putin, von der Leyen non fa sconti: “E’ un predatore”, attacca: “I suoi rappresentanti hanno preso di mira le nostre società per anni con attacchi ibridi e attacchi informatici, l’uso dei migranti come arma è un altro esempio”.

A Tolone, dopo un consiglio dei ministri franco-tedesco, Parigi e Berlino fanno sapere che continueranno a esercitare “pressioni” perché vengano imposte nuove sanzioni alla Russia. “Siamo pronti a farlo, ma anche da parte degli Stati Uniti d’America per costringere la Russia a tornare al tavolo delle trattative”, spiega Emmanuel Macron in conferenza stampa con Friedrich Merz. Il 18 agosto, Putin si era impegnato con Trump a incontrare Zelensky. Se questo incontro bilaterale non si terrà entro lunedì, ”credo che ancora una volta significherà che il presidente Putin si sarà preso gioco di Trump“ e ”questo non può restare senza risposta”, afferma Macron. Merz confessa di non farsi illusioni: “È possibile che questa guerra duri ancora molti mesi“, deplora. I due leader parleranno separatamente con il presidente americano ”questo fine settimana”. La prossima settimana terranno anche una nuova riunione della coalizione dei volontari con i loro omologhi di 30 paesi pronti a fornire garanzie di sicurezza a Kiev per evitare una ripresa del conflitto una volta che questo sarà terminato. Nel frattempo, in una dichiarazione congiunta, annunciano l’intenzione di fornire all’Ucraina ulteriori sistemi di difesa antiaerea, “alla luce dei massicci attacchi russi” sul Paese nelle ultime settimane. Il presidente francese si difende inoltre dall’accusa di essere “grossolano e volgare” mossa da Mosca per aver definito Putin un ‘orco’. Nega qualsiasi insulto ma giustifica gli epiteti assegnati a “un uomo che ha deciso di intraprendere una deriva autoritaria, autocratica e di condurre un imperialismo revisionista dei confini internazionali”.

Da domenica il presidente russo sarà in Cina, dove incontrerà anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan a margine del vertice dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai. “La Turchia svolge un ruolo importante nel processo di risoluzione” del conflitto, spiega il consigliere diplomatico russo, Yuri Ushakov. La Turchia ha ospitato tre sessioni di colloqui tra Russia e Ucraina quest’anno, che però non hanno portato a progressi reali verso la pace.

Usa, Trump aumenta pressione sulla Fed: licenziata governatrice Lisa Cook

Donald Trump ha annunciato il licenziamento “immediato” della governatrice della Federal Reserve Lisa Cook, con l’accusa di frode per un prestito immobiliare personale, aumentando la pressione sulla Banca centrale americana, istituzione indipendente.

In una lettera della Casa Bianca firmata di proprio pugno e pubblicata sul suo social network Truth Social, il presidente americano ha scritto alla diretta interessata che era “destituita dal suo incarico nel Consiglio dei governatori, con effetto immediato”. “Ho stabilito che ci sono motivi sufficienti per licenziarla dal suo incarico”, ha insistito il presidente, in linea di principio vincolato giuridicamente in materia.

Il miliardario repubblicano ha fatto della Fed, e in particolare del suo presidente Jerome Powell, il suo nemico numero uno a causa della sua riluttanza ad abbassare i tassi.

Venerdì, Donald Trump aveva avvertito che era disposto a “licenziare” Lisa Cook se non si fosse dimessa, mentre è accusata da un collaboratore del presidente di aver falsificato dei documenti per ottenere un mutuo immobiliare. Aveva già esercitato pressioni perché la donna afroamericana, la prima a ricoprire la carica di governatrice della Fed, si dimettesse.

Nominata nel 2022 dall’allora presidente Joe Biden (2021-2025), ex collaboratrice di Barack Obama (2009-2017), Lisa Cook è sotto pressione da diversi giorni da parte della Casa Bianca. Il responsabile dell’Agenzia per il finanziamento degli alloggi (FHFA), Bill Pulte, nominato da Trump, l’ha accusata di aver “falsificato documenti bancari e registri di proprietà per ottenere condizioni di prestito favorevoli” per due mutui immobiliari, secondo l’agenzia Bloomberg.

Cook, accusata di aver dichiarato due residenze principali – una nel Michigan (nord) e l’altra in Georgia (sud) – aveva risposto la scorsa settimana in una dichiarazione all’AFP che il suo prestito era stato contratto prima che lei entrasse a far parte della Fed. “Non ho intenzione di lasciarmi intimidire e di dimettermi dal mio incarico”, aveva assicurato. Nella sua lettera, Trump accusa la Cook di aver tenuto “come minimo una condotta che denota grave negligenza nelle transazioni finanziarie, il che solleva interrogativi sulla sua competenza e affidabilità come regolatrice finanziaria”. È la prima volta nella storia della Federal Reserve che un presidente degli Stati Uniti licenzia un governatore, riferisce la CNN.

È probabile che la decisione di Donald Trump sarà rapidamente contestata in tribunale, il che consentirebbe a Lisa Cook di rimanere in carica per tutta la durata del procedimento.

Per la senatrice democratica Elizabeth Warren, si tratta di una “presa di potere autoritaria che viola palesemente la legislazione sulla Federal Reserve”. In un comunicato, ha chiesto che la decisione “sia annullata da un tribunale”. Il presidente repubblicano conservatore ha da settimane Jerome Powell nel mirino. Quest’ultimo si è tuttavia mostrato venerdì aperto a un prossimo taglio dei tassi, al fine di sostenere l’occupazione a causa di un possibile “rapido” deterioramento del mercato del lavoro. Il mandato della Fed è quello di fissare i tassi di interesse in modo tale da mantenere stabile il tasso di inflazione (intorno al 2%) e garantire la piena occupazione. Tuttavia, i dazi doganali introdotti da Donald Trump ad aprile stanno sconvolgendo l’economia. Il presidente americano ha soprannominato Powell “Troppo tardi” perché, secondo lui, avrebbe dovuto abbassare i tassi “un anno fa”, nonostante le pressioni inflazionistiche.

Powell da Jackson Hole apre al taglio dei tassi Usa ma avverte: “Effetti dei dazi già visibili”

Cautela “motivata dai dati”, soprattutto sull’occupazione e sull’inflazione, ma le “condizioni sono cambiate” rispetto ad un anno fa, nonostante “nuove sfide da affrontare”. Tuttavia, “le prospettive di base e il mutevole equilibrio dei rischi potrebbero giustificare un adeguamento del nostro orientamento di politica monetaria”. Jerome Powell ha scelto il palco più prestigioso della finanza Usa per aprire ad un possibile taglio dei tassi di interesse. Proprio a Jackson Hole, tra i banchieri centrali, in quello che è stato il suo ultimo intervento da governatore della Fed prima della scadenza naturale del suo mandato (maggio 2026). Una delle parole più ricorrenti del suo attesissimo discorso è “incertezza”. Perchè “dazi doganali significativamente più elevati tra i nostri partner commerciali stanno rimodellando il sistema commerciale globale. Una politica migratoria più restrittiva ha portato a un brusco rallentamento della crescita della forza lavoro”. E nel lungo periodo, ha spiegato Powell, anche i cambiamenti nelle politiche fiscali, di spesa e di regolamentazione potrebbero avere “importanti implicazioni per la crescita economica e la produttività”. Insomma, “vi è notevole incertezza su dove tutte queste politiche si stabilizzeranno e sui loro effetti duraturi sull’economia”.

Ricordando che il rapporto sull’occupazione Usa di luglio ha mostrato che la crescita dei posti di lavoro retribuiti è rallentata a un ritmo medio di soli 35.000 al mese negli ultimi tre mesi, in calo rispetto ai 168.000 al mese del 2024, ma che comunque “il tasso di disoccupazione, pur essendo in leggero aumento, si attesta su un livello storicamente basso del 4,2% ed è rimasto sostanzialmente stabile nell’ultimo anno”, il presidente della Fed ha chiarito che i rischi sul mercato del lavoro sono orientati al ribasso. E se tali rischi si concretizzassero, possono farlo rapidamente “sotto forma di un netto aumento dei licenziamenti e della disoccupazione”. Allo stesso tempo, ha spiegato Powell, la crescita del Pil ha subito un notevole rallentamento nella prima metà di quest’anno, attestandosi a un ritmo dell’1,2%, circa la metà del 2,5% previsto per il 2024. Il calo della crescita “ha riflesso in gran parte un rallentamento della spesa dei consumatori”. E come per il mercato del lavoro, parte di questo rallentamento “riflette probabilmente una crescita più lenta dell’offerta o del prodotto potenziale”.

Atteso era anche un riferimento all’impatto dei dazi Usa sull’inflazione americana. A tal riguardo, Powell ha confermato che gli “effetti sui prezzi al consumo sono ormai chiaramente visibili”: “Prevediamo che tali effetti si accumuleranno nei prossimi mesi, con elevata incertezza su tempi e importi. La questione fondamentale per la politica monetaria è se questi aumenti dei prezzi possano aumentare significativamente il rischio di un problema di inflazione persistente. Uno scenario di base ragionevole prevede che gli effetti saranno relativamente di breve durata: una variazione una tantum del livello dei prezzi. Naturalmente, una tantum non significa tutto in una volta. Ci vorrà ancora tempo prima che gli aumenti tariffari si diffondano lungo le catene di approvvigionamento e le reti di distribuzione. Inoltre, le aliquote tariffarie continuano a evolversi, prolungando potenzialmente il processo di aggiustamento”.

Proprio l’inflazione è uno dei due pilastri su cui si basano le mosse della Fed. Anche qui, Powell ha lanciato il proprio monito: l’aumento delle tariffe ha iniziato a far salire i prezzi in alcune categorie di beni. Le stime basate sugli ultimi dati disponibili indicano che i prezzi totali delle spese per consumi personali (Pce) sono aumentati del 2,6% annuale (a luglio). Escludendo le categorie volatili di cibo ed energia, l’indice core Pce è aumentato del 2,9%, al di sopra del livello di un anno fa. L’inflazione “è al di sopra del nostro obiettivo da oltre quattro anni” e “rimane una preoccupazione importante per famiglie e imprese”. Tuttavia, le aspettative a lungo termine sembrano rimanere ben ancorate e coerenti con il nostro obiettivo del 2%. Considerato tutto questo, Powell ha infine aperto alla possibilità di un futuro taglio dei tassi di interesse. Senza però indicare tempi ed entità, visto che prima della prossima riunione della Fed (16-17 settembre) usciranno gli ultimi dati sull’occupazione e sull’inflazione di agosto. Nel breve termine, ha spiegato il governatore della Fed, “i rischi per l’inflazione sono orientati al rialzo e i rischi per l’occupazione al ribasso: una situazione difficile. Quando i nostri obiettivi sono in tensione in questo modo, il nostro quadro di riferimento ci impone di bilanciare entrambi i lati del nostro doppio mandato. Il nostro tasso di riferimento è ora di 100 punti base più vicino alla neutralità rispetto a un anno fa, e la stabilità del tasso di disoccupazione e di altri indicatori del mercato del lavoro ci consente di procedere con cautela nel valutare modifiche al nostro orientamento di politica monetaria”. Tuttavia, “con la politica monetaria in territorio restrittivo, le prospettive di base e il mutevole equilibrio dei rischi potrebbero giustificare un adeguamento del nostro orientamento di politica monetaria”.

Una risposta indiretta alle pressioni del presidente Usa, Donald Trump, che da mesi non usa mezzi termini e, anzi, non ha risparmiato insulti a Powell, ‘colpevole’ di non aver agito più rapidamente nel tagliare i tassi. Proprio mentre era in corso il discorso a Jackson Hole, il tycoon ha alzato il tiro contro Lisa Cook, membro del board dei governatori della Fed, accusata dal direttore della Federal Housing Finance Agency di aver “falsificato i documenti per ottenere condizioni di prestito più favorevoli per due immobili”: “Se Cook non si dimette la licenzierò io” ha dichiarato Trump davanti ai giornalisti, a Washington.

Nel frattempo Wall Street esulta. Alle 17:30 il Dow Jones saliva di oltre il 2%, il Nasdaq guadagnava l’1,96% e l’S&P 500 segnava un +1,6%.

Tra rassicurazioni ai mercati e pressioni di Trump, Powell in bilico a Jackson Hole

Dare prospettive ai mercati pur mostrandosi insensibile alle crescenti pressioni provenienti da Donald Trump: è questa la linea di condotta che dovrà seguire venerdì il presidente della Fed, Jerome Powell, durante un discorso molto atteso. Se il presidente della Federal Reserve (Fed), che dovrà intervenire agli incontri di Jackson Hole, nel Wyoming, non si impegna mai in modo definitivo su una tendenza, uno dei suoi compiti è quello di gestire le aspettative dei mercati, indicando in quale direzione potrebbero andare le prossime decisioni della banca centrale. E in questo caso, la possibilità di un taglio dei tassi durante la riunione prevista a metà settembre, dopo averli mantenuti invariati da dicembre, è ampiamente attesa dagli analisti, secondo lo strumento di monitoraggio CME, FedWatch.

Tuttavia, finora né la conferenza stampa di Powell al termine della riunione di fine luglio né i “verbali” della Fed pubblicati mercoledì hanno fornito alcuna indicazione in tal senso. “Trovo sorprendente che i mercati abbiano tanta fiducia” in un prossimo taglio dei tassi, ha osservato Tim Urbanowicz, analista di Innovator Capital Management, intervistato dall’AFP. “Penso che ciò sia dovuto principalmente al fatto che (Donald) Trump ha ribadito di volere che la Fed abbassi i tassi. Sta esercitando una pressione enorme su Powell”.

Prima ancora del suo ritorno alla Casa Bianca, il presidente americano aveva sostenuto che i tassi della Fed, attualmente compresi tra il 4,25% e il 4,50%, fossero troppo elevati. Una convinzione che si è rafforzata negli ultimi mesi, durante i quali Donald Trump ha chiesto alla Fed di abbassare i tassi di tre punti percentuali, ritenendo che Powell, da lui soprannominato “Troppo lento”, non stesse facendo ciò che era necessario. A suo avviso, un taglio dei tassi consentirebbe di sostenere la sua politica economica, in particolare i dazi doganali e la riduzione delle tasse per i più ricchi, aumentando l’accesso al credito. “Qualcuno potrebbe dire a ‘Troppo lento’ Powell che sta danneggiando il settore delle costruzioni? La gente non ha più accesso ai mutui immobiliari, tutto indica la necessità di un calo significativo dei tassi. ‘Troppo lento’ è un disastro“, ha scritto nuovamente martedì sera Donald Trump sul suo account Truth Social. Senza successo, tuttavia, finora: nonostante gli attacchi sempre più virulenti, Jerome Powell si è mostrato imperturbabile, ripetendo ogni volta che le decisioni dell’istituzione devono essere basate innanzitutto sui dati economici.

Ma alla fine di luglio sono emerse divisioni tra i membri del Comitato di politica monetaria della Fed (FOMC), con due voci a favore di un taglio dei tassi. Per Michelle Bowman e Christopher Waller, entrambi nominati, come Jerome Powell, da Donald Trump durante il suo primo mandato, l’impatto dei dazi sui prezzi è transitorio, mentre l’economia rallenta e il rischio di un deterioramento del mercato del lavoro si è rafforzato. La Fed ha però una duplice missione, di pari importanza: mantenere l’inflazione a lungo termine il più possibile vicina al suo obiettivo del 2% e garantire la piena occupazione. In questo contesto, sarà particolarmente seguito il discorso di apertura delle riunioni di Jackson Hole di Powell, l’ultimo prima che lasci la presidenza della Fed il prossimo maggio.

Gli analisti cercheranno in particolare qualsiasi indicazione che dimostri un cambiamento nell’equilibrio dei rischi tra inflazione e disoccupazione da parte dell’istituzione, che sarebbe un segnale di un possibile riorientamento della politica monetaria.

Gli ultimi mesi alla guida dell’istituzione si preannunciano complicati per Powell, mentre Donald Trump rafforza il suo controllo sull’istituzione. Il presidente ha già nominato nel Comitato di politica monetaria della Fed uno dei suoi più stretti consiglieri economici, Stephen Miran, che deve ancora essere confermato dal Senato, dopo le dimissioni di un’altra responsabile della Fed, Adriana Kugler. Mercoledì Trump ha attaccato un’altra responsabile, Lisa Cook, la prima donna afroamericana ad essere nominata alla prestigiosa carica di governatrice (nel 2022 da Joe Biden), chiedendone le dimissioni dopo che un collaboratore del presidente l’ha accusata di aver falsificato dei documenti per ottenere un mutuo immobiliare. Nel mirino, la scelta del successore di Jerome Powell, per la quale vengono regolarmente citati altri vicini di Donald Trump, in particolare il suo principale consigliere economico Kevin Hassett.

Ucraina, Zelensky chiede garanzie prima dell’incontro con Putin. Trump fa un passo indietro

Prima di incontrare Vladimir Putin, Volodymyr Zelensky attende le linee guida delle garanzie di sicurezza da parte dell’Occidente per Kiev. Ma Mosca respinge totalmente qualunque ipotesi di garanzia basata sull’isolamento della Russia e ribadisce che non accetterà la presenza di truppe Nato in Ucraina. Intanto, Donald Trump fa un passo indietro nei negoziati e, secondo quanto riporta il Guardian, intenderebbe lasciare a Zelensky e Putin l’organizzazione dell’incontro, senza svolgere direttamente un ruolo. Trump avrebbe detto ai suoi consiglieri nei giorni scorsi che ospiterà un trilaterale solo dopo che questi si saranno incontrati.

“Dopo il vertice tra Russia e Stati Uniti in Alaska, dove sono stati compiuti progressi significativi nel definire i contorni e i parametri concreti di una soluzione, i paesi europei hanno seguito l’esempio di Zelensky a Washington e lì hanno cercato di promuovere la loro agenda, che mira a costruire garanzie di sicurezza sulla logica dell’isolamento della Russia, dell’unione del mondo occidentale con l’Ucraina al fine di continuare la politica aggressiva e di confronto, di contenimento della Federazione Russa, con l’obiettivo, ovviamente, di infliggerci una sconfitta strategica, cosa che, naturalmente, questo non può suscitare in noi alcun sentimento se non quello di totale rifiuto”, lamenta il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Secondo l’aviazione ucraina, Mosca ha utilizzato 574 droni e 40 missili nelle ultime ore. Attacchi che hanno causato due morti, uno a Kherson e un altro a Lviv, nella parte occidentale del Paese, solitamente meno colpita dai bombardamenti. Zelensky vuole comprendere “l’architettura delle garanzie di sicurezza entro sette-dieci giorni”. Una volta fatto questo, dichiara, “dovremmo avere un incontro bilaterale tra una o due settimane”. A seconda dei risultati, il presidente americano potrebbe poi partecipare a un incontro trilaterale con i due leader, secondo Zelensky.

Nelle ultime settimane si sono intensificati i contatti diplomatici per trovare una via d’uscita all’invasione russa iniziata il 24 febbraio 2022, ma le incognite rimangono numerose, vista la posizione opposta di Mosca e Kiev, in particolare sulla questione dei territori ucraini occupati e sulle garanzie di sicurezza che Kiev sta negoziando con i suoi alleati. Il presidente ucraino ha menzionato la Svizzera, l’Austria o la Turchia come possibili sedi per l’incontro con il suo omologo russo. Ha invece escluso l’Ungheria, rimasta vicina al Cremlino, preferendo un’Europa neutrale. Anche trovare un accordo sulle garanzie di sicurezza si preannuncia complesso. Negli ultimi mesi, europei e americani hanno evocato diverse possibilità, che vanno da garanzie simili al famoso “articolo 5” della Nato allo schieramento di un contingente militare in Ucraina o ancora al sostegno in materia di formazione, aerea o navale. Spina dorsale della NATO, l’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico è un meccanismo di difesa collettiva che stabilisce che qualsiasi attacco contro uno dei paesi membri dell’alleanza è considerato un attacco contro tutti. Mosca, che considera l’espansione della NATO ai suoi confini come una delle “cause profonde” che hanno portato al conflitto, respinge categoricamente la maggior parte di queste ipotesi e vuole che le sue richieste siano prese in considerazione.

Lavrov ha avvertito giovedì che qualsiasi dispiegamento di un contingente militare europeo in Ucraina sarebbe “inaccettabile” per Mosca, affermando che l’Ucraina non vuole una “soluzione giusta e duratura” della guerra. Il presidente ucraino accusa anche Mosca di ammassare truppe nella parte occupata della regione di Zaporijia, nel sud dell’Ucraina, in vista di una potenziale offensiva. Secondo Zelensky, Mosca sta trasferendo in quella zona le sue forze dalla regione russa di Kursk, una piccola parte della quale era stata occupata dalle forze ucraine fino alla primavera scorsa e dove Kiev afferma di continuare i suoi attacchi. L’Ucraina tenta di aumentare la produzione di armi, un modo per ridurre la sua dipendenza dagli aiuti degli alleati. Intanto Kiev ha testato con successo il ‘Flamingo’ , un nuovo missile con una gittata di 3.000 chilometri. “Si tratta attualmente del nostro missile più potente”, rivendica Zelensky, evocando una possibile produzione di massa entro la fine dell’anno o all’inizio del 2026.