Trump (per ora) vince e Pichetto riavvolge il nastro: Ci fosse Kamala…

L’Europa è spaccata, il Parlamento è spaccato, nel mondo delle imprese non tutti sono uniti. L’effetto Trump, al riparo dalla reazioni di pancia sui dazi imposti al 15%, è questo. Ed è anche piuttosto preoccupante. Germania e Italia sono considerati i Paesi più ‘deboli’ di fronte alle minacce del Tycoon americano, da più parti si chiedono le dimissioni della presidente Ursula von der Leyen, qualcuno (Renzi) azzarda addirittura dell’intera Commissione, il commissario Sefcovic viene considerato un lacchè, né più né meno del segretario della Nato Rutte, prono di fronte al presidente americano quando il tavolo negoziale era quello della Difesa. E si potrebbe continuare così, perché ci sono reazioni di tutti i tipi all’intesa raggiunta nella club house di un campo da golf (esclusivo) in Scozia, tra chi dice che poteva andare molto peggio e chi sostiene che si poteva fare molto meglio usando il famigerato bazooka contro il capo della casa Bianca. Su tutte le riflessioni ne enucleiamo una: quella di Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energia. “Avesse vinto Kamala Harris forse questo problema non lo avremmo avuto”.

La riflessione di Pichetto è banale e geniale al tempo stesso e, di rimbalzo, attribuisce a Trump una valenza superiore ai dazi al 15%. E’ vero che se si ascoltano i pareri di illuminati economisti la tassazione coatta si ritorcerà contro l’economia americani e gli americani medesimi, però la realtà dei fatti, al momento, è che il presidente Usa con il suo comportamento indecifrabile, con la sua capacità strategica di cambiare idea dalla sera alla mattina, ha messo in ginocchio più di un Paese. Allargando il concetto, addirittura un continente, quello europeo, vittima delle proprie debolezze e soffocato dalla mania di regolamentare tutto, anche l’irregolamentabile. Così, mentre tra Bruxelles e Strasburgo ci si parla addosso , a Washington si finge di essere matti per ottenere qualcosa di più e di diverso dal passato.

Tornando a Pichetto, non è scritto da nessuna parte che con la signora Harris sarebbe andata più morbida, però è un dato di fatto che la presidentessa si sarebbe mossa con andamento più felpato e non avrebbe squassato la quiete di molti dormienti (Canada, Giappone, Europa) con dichiarazioni e minacce che qualcuno ha accostato ai bulli di periferia, però è fuori discussione che Trump ha messo a segno il primo colpo, anche se (forse) la lotta è ancora lunga.

Reciproci, settoriali e universali: tutti i dazi di Donald Trump

Che siano settoriali, mirati o universali, i dazi imposti sui prodotti in entrata negli Stati Uniti sono cambiati significativamente dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Una panoramica dei dazi già in vigore, in attesa dell’aumento previsto per i principali partner commerciali degli Stati Uniti il 1° agosto.

SOVRATTASSA SU TUTTI I PRODOTTI. Dall’inizio di aprile e dall’introduzione dei dazi impropriamente definiti “reciproci” da parte del presidente americano, tutti i prodotti in entrata negli Stati Uniti sono soggetti a un sovrapprezzo del 10%. Si prevede che questa cifra sarà più elevata per i principali partner commerciali, in particolare quelli con cui Washington ritiene di avere un deficit commerciale. Dopo aver annunciato dazi fino al 50% per oltre 80 paesi, Donald Trump li ha sospesi, inizialmente fino al 9 luglio e poi fino al 1° agosto, in attesa dei negoziati sugli accordi commerciali. Finora, tuttavia, sono stati firmati sei accordi con Regno Unito, Vietnam, Indonesia, Filippine, Giappone e Unione Europea, con dazi specifici compresi tra il 15% e il 20%, inferiori a quelli annunciati all’inizio di aprile per questi paesi. Circa venti altri paesi hanno ricevuto una lettera dalla Casa Bianca che annunciava dazi tra il 25% e il 50%. Il Brasile, inizialmente non preso di mira, potrebbe essere soggetto a una sovrattassa del 50%, in quanto Donald Trump condanna il procedimento legale in corso contro l’ex presidente Jair Bolsonaro.

CANADA E MESSICO. Principali obiettivi di Donald Trump, i due paesi vicini degli Stati Uniti sono accusati di non contrastare a sufficienza l’immigrazione clandestina e il traffico di fentanyl, un potente oppioide che sta causando una grave crisi sanitaria nel paese. Sono presi di mira da dazi del 25%, che tuttavia si applicano solo ai prodotti non coperti dal Tri-Country Free Trade Agreement (CUSMA), una minoranza dei prodotti che entrano negli Stati Uniti. Il presidente americano ha minacciato di aumentare questi supplementi al 35% per i prodotti canadesi e al 30% per quelli provenienti dal Messico, frustrato dal fatto che i negoziati commerciali non progrediscano come sperava.

CINA. Pechino è stata un obiettivo primario di Washington fin dal primo mandato di Trump, una politica rimasta invariata sotto Joe Biden e ulteriormente rafforzata dal ritorno del repubblicano alla Casa Bianca. In nome della lotta al traffico di fentanyl, è stata applicata una tariffa del 10%, in aggiunta a quella esistente prima del 1° gennaio, a cui è stato aggiunto il 20% come dazi doganali cosiddetti “reciproci” all’inizio di aprile. Ma con la risposta della Cina, le due potenze mondiali hanno avviato un’escalation tariffaria, aumentando i dazi fino al 125% sui prodotti americani e al 145% su quelli cinesi, prima di raggiungere un accordo a maggio a Ginevra per tornare al 10% da una parte e al 30% dall’altra. Da allora, i due governi hanno tenuto colloqui a Londra e hanno in programma ulteriori colloqui in corso a Stoccolma per far progredire le loro controversie commerciali.

DIFESA DI ALCUNI SETTORI. Citando ogni volta la sicurezza nazionale, Donald Trump ha deciso di proteggere diversi settori dell’industria americana con una sovrattassa specifica sui prodotti esteri venduti negli Stati Uniti. Questo è il caso delle automobili, ora tassate al 25%, ad eccezione delle auto provenienti dal Giappone, che sono tassate solo al 15%, e persino al 10% per le prime 100.000 auto provenienti dal Regno Unito. L’acciaio e l’alluminio americani, da parte loro, sono protetti da dazi doganali del 50% sui prodotti concorrenti che entrano nel Paese, compresi quelli provenienti da Canada e Messico. E altri ancora sono in arrivo: prodotti farmaceutici, semiconduttori, rame, pannelli solari e minerali essenziali sono attualmente oggetto di azioni legali.

INCERTEZZA GIURIDICA. Parte dei dazi doganali americani è stata contestata in tribunale. I tribunali di grado inferiore hanno stabilito che Donald Trump non aveva l’autorità di imporre autonomamente tasse indifferenziate sulle importazioni. Tuttavia, i casi non sono stati ancora decisi in via definitiva nel merito.

Trump annuncia “enorme accordo” con Giappone: dazi al 15%

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato la conclusione di un “enorme” accordo commerciale con il Giappone, con una significativa riduzione dei dazi sulle automobili nipponiche, mentre resta ancora incerto il compromesso con l’Ue, il Messico e il Canada entro la scadenza del 1° agosto. “Abbiamo appena concluso un accordo commerciale enorme con il Giappone”, ha dichiarato martedì Donald Trump sulla sua piattaforma Truth Social, definendolo “senza precedenti”. “Il Giappone pagherà dazi doganali reciproci del 15% agli Stati Uniti”, ha affermato, ben al di sotto del sovrapprezzo del 25% che l’arcipelago rischiava di subire dal 1° agosto.

Il Giappone, sebbene sia un alleato chiave degli Stati Uniti, è attualmente soggetto agli stessi dazi doganali di base statunitensi del 10% applicati alla maggior parte delle nazioni, oltre a sovrattasse del 25% sulle automobili e del 50% sull’acciaio e l’alluminio. L’accordo con Tokyo porterà alla creazione di “centinaia di migliaia di posti di lavoro”, ha aggiunto Trump, citando investimenti giapponesi per “550 miliardi di dollari” sul suolo americano, senza fornire dettagli se non che “il 90% dei profitti andrà agli Stati Uniti”. “Riteniamo che sia un grande successo aver ottenuto la maggiore riduzione (dei dazi) tra i paesi con un surplus commerciale con gli Stati Uniti”, si è congratulato il primo ministro giapponese Shigeru Ishiba.

L’annuncio arriva mentre il negoziatore Ryosei Akazawa era in visita a Washington per l’ottava volta. “Missione compiuta”, ha esultato.

Secondo Trump, il Giappone ha accettato di aprire “il commercio di automobili e pick-up, riso e una serie di altri prodotti agricoli” provenienti dagli Stati Uniti. Per quanto riguarda le automobili, la posta in gioco era alta: lo scorso anno le automobili rappresentavano quasi il 30% delle esportazioni del Giappone verso gli Stati Uniti. Nell’arcipelago, l’industria automobilistica rappresenta l’8% dei posti di lavoro, ben oltre la Toyota, primo costruttore mondiale. Tuttavia, a seguito dei dazi supplementari del 25% imposti da aprile sulle automobili, le esportazioni di auto giapponesi verso gli Stati Uniti sono crollate di un quarto in un anno a maggio e giugno. Secondo Ishiba, l’accordo raggiunto prevede che tali sovrattasse siano dimezzate e aggiunte ai dazi doganali preesistenti del 2,5%, per arrivare a una tassazione finale del 15%. A seguito di queste informazioni, le azioni Toyota sono salite di oltre il 14% alla Borsa di Tokyo verso le 03:30 GMT.

Mi rallegro vivamente che sia stato compiuto questo importante passo avanti, che dissipa l’incertezza che preoccupava le imprese private”, ha commentato Tatsuo Yasunaga, presidente del Consiglio per il commercio estero che riunisce le aziende esportatrici giapponesi. Tuttavia, “sulla base delle informazioni disponibili, è difficile valutare chiaramente l’impatto. Auspichiamo che il quadro generale venga chiarito al più presto”, ha avvertito.

D’altra parte, aumentare le importazioni di riso era negli ultimi mesi un tabù per Tokyo, che assicurava di difendere gli interessi degli agricoltori locali. “Abbiamo proseguito i negoziati per raggiungere un accordo che rispondesse agli interessi nazionali del Giappone e degli Stati Uniti” e “nulla impone sacrifici ai nostri agricoltori”, ha affermato mercoledì Ishiba. Il Giappone importa attualmente fino a 770.000 tonnellate di riso esente da dazi doganali e potrebbe importare ulteriori cereali americani entro tale limite, a scapito di altre origini, ha spiegato. D’altra parte, i dazi americani del 50% sull’acciaio e l’alluminio non sono interessati dall’accordo, né lo sono le spese per la difesa del Giappone, che Trump chiede di aumentare, ha precisato Ryosei Akazawa. Washington intende imporre dal 1° agosto massicci dazi aggiuntivi cosiddetti “reciproci”, inizialmente previsti per il 1° aprile e poi sospesi, a numerosi suoi partner commerciali, a meno che questi ultimi non concludano entro tale data accordi con gli Stati Uniti. L’amministrazione Trump conta attualmente quattro accordi di questo tipo: oltre al Giappone, il presidente americano ha annunciato martedì di averne concluso uno con le Filippine. Gli Stati Uniti hanno inoltre già raggiunto un accordo con il Regno Unito e il Vietnam. Martedì Trump ha illustrato i termini di un accordo quadro concluso con Giacarta, aprendo la strada a un accordo definitivo ancora da definire. “Domani arriverà l’Europa e il giorno dopo ne arriveranno altri”, ha assicurato Donald Trump martedì davanti ai senatori repubblicani. Trump ha decretato dazi doganali del 30% su tutte le importazioni provenienti dall’Ue e dal Messico a partire dal 1° agosto. Il Canada dovrà pagare un dazio aggiuntivo del 35% e il Brasile del 50%. Gli Stati Uniti hanno inoltre concordato una distensione con la Cina, dopo un aumento delle tensioni commerciali tra le due prime potenze economiche mondiali.

Trump: “Armi a Kiev ma pagherà l’Europa. Mosca? Dazi al 100% senza accordo”

Armi, “le migliori del mondo”, a Kiev, ma “gli Usa non pagheranno nulla”, perché il conto andrà tutto all’Europa. Nel mezzo, tra le due sponde dell’Atlantico, c’è la Nato di Mark Rutte, il ‘ponte’ tra i due continenti. Il presidente degli Usa, Donald Trump, ha annunciato il suo piano per supportare l’Ucraina, flagellata da oltre tre anni di guerra (conflitto che era “di Biden, non il mio” e “se io fossi stato presidente non ci sarebbe stato”), ma ha assicurato che gli Stati Uniti non vogliono più “spendere tutti i soldi”. L’intesa è frutto di un accordo con l’Alleanza atlantica: “noi costruiremo delle armi all’avanguardia, le invieremo alla Nato” che, a sua volta le farà avere “ad altri Paesi” europei e “ci sarà una sorta di sostituzione”. Si tratta, ha spiegato Rutte, di un “numero molto elevato di equipaggiamenti militari”, in particolare attrezzature per la difesa aerea, missili e munizioni.

Un accordo che per il numero uno della Nato “è davvero una cosa importante” e “parte dal summit dell’Alleanza che ha avuto un grande successo”, definendo investimenti pari al 5% del Pil nelle spese per la difesa. L’Europa, ha detto Rutte “sta facendo il primo passo, sta entrando in gioco. Io ho contattato una serie di paesi come la Germania, la Finlandia, la Danimarca, la Svezia, la Norvegia, il Regno Unito, il Canada, tutti vogliono essere parte di questa iniziativa e questo è soltanto il primo contatto, quindi noi lavoreremo attraverso la Nato per far sì che gli ucraini abbiano quello di ciò di cui hanno bisogno”. I primi missili Patriot, ha assicurato Trump, “arriveranno a giorni” e serviranno perché “la Russia davvero li sta bombardando con molta forza”.

Almeno “quattro volte” ha spiegato il repubblicano, “ho pensato che l’accordo fosse vicino” e per questo “sono deluso dal presidente Putin”. Da qui la decisione di introdurre “dazi doganali secondari”, ovvero sui paesi alleati di Mosca. “Se non avremo un accordo entro 50 giorni, i dazi doganali saranno al 100%” ma “spero che non si arrivi a quel punto”, ha aggiunto. In sostanza, se non verrà definita “una pace duratura”, l’accetta delle imposte doganali Usa si abbatterà su tutto il sistema economico che ruota intorno a Mosca, nel tentativo di aumentare la pressione per spingere verso un accordo. “Se fossi in Putin – ha aggiunto Rutte – prenderei i negoziati più seriamente” di quanto fatto finora.

Dazi, Trump: “Usa derubati per decenni”. Ue individua contro-tariffe per 72 mld

L’Unione europea – con in mano la lettera ricevuta nel weekend dal presidente Usa Donald Trump che annuncia Dazi al 30% sui beni europei a partire dal primo agosto – sceglie di portare fino alla fine la sua scelta iniziale, quella della ricerca di una soluzione concordata. Ma allo stesso tempo accende i toni, tanto da prendere in prestito dal lessico militare le parole utilizzate. “Al mio arrivo alla riunione” straordinaria del Consiglio Commercio dell’Ue “ho detto ai ministri: ‘Se volete la pace, preparatevi alla guerra’”, ha raccontato in conferenza stampa Lars Lokke Rasmussen, ministro degli Esteri della Danimarca, Paese che ricopre il semestre di presidenza del Consiglio dell’Ue. “Noi non cerchiamo la guerra, ma dobbiamo prepararci per dare al nostro commissario la posizione negoziale più forte possibile. E credo che oggi siamo riusciti a raggiungere questo obiettivo”, ha aggiunto.

La lettera di Trump insomma ha gelato le ipotesi europee di un accordo accettabile, seppur sbilanciato. E l’inquilino della Casa Bianca è tornato a enumerare i torti subiti, a suo dire, dagli Usa. “Gli Stati Uniti d’America sono stati derubati su commercio (e difesa), da amici e nemici, allo stesso modo, per decenni. Questo è costato migliaia di miliardi di dollari, e la situazione non è più sostenibile – e non lo è mai stata“, ha scritto oggi sulla sua piattaforma Truth. “I Paesi dovrebbero fermarsi e dire: ‘Grazie per i tanti anni di libertà, ma sappiamo che ora dovete fare ciò che è giusto per l’America’. Dovremmo rispondere dicendo: ‘Grazie per aver compreso la situazione in cui ci troviamo. Molto apprezzato!’“, ha continuato. E ha messo in chiaro che l’accordo sui Dazi “è quello delle lettere” e che se le Capitali “vogliono negoziare ne possiamo parlare”.

Di certo, per il Tycoon, “il fatto che stiano chiamando significa vogliono negoziare“. E il negoziato è ancora la strada preferita dall’Unione europea.

Oggi, i ministri del Commercio dei Ventisette si sono riuniti in un Consiglio Commercio straordinario e, pur dicendosi concordi nel considerare l’annuncio di Dazi al 30% “assolutamente inaccettabile e ingiustificata”, sostengono l’idea della Commissione di continuare la trattativa fino al primo agosto, ma hanno anche posto l’accento sull’elemento delle contromisure. Nella riunione “abbiamo discusso lo stato di avanzamento e le prospettive per le relazioni commerciali dell’Ue con gli Usa, comprese le possibili contromisure dell’Ue”. Punto su cui, oggi, i ministri europei hanno insistito molto più che in passato. “Siamo impegnati a continuare a lavorare con gli Stati Uniti per un risultato negoziato che deve essere un accordo vantaggioso e accettabile per entrambi. Allo stesso tempo ci prepariamo a ogni possibile scenario. Se una soluzione soddisfacente non sarà trovata, l’Ue è pronta a reagire e questo include contromisure robuste e proporzionate se richiesto. E nella stanza si è respirato un forte senso di unità. Questa dichiarazione è quindi una dichiarazione che ci unisce tutti”, ha sottolineato Rasmussen. Anche per il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, l’Ue deve “essere preparata a tutti gli esiti”, compreso quello del ricorso a “misure proporzionate e ponderate per ristabilire l’equilibrio nelle nostre relazioni transatlantiche”. Intanto, alla luce della nuova scadenza, Bruxelles ha allungato fino ai primi di agosto la pausa – che sarebbe scaduta questa notte – alle sue contromisure che, decise come risposta ai Dazi statunitensi del 25% su acciaio e alluminio, colpiscono circa 21 miliardi di euro di beni Usa importati. E lavora al secondo elenco di contromisure.

Le nostre misure di riequilibrio su acciaio e alluminio sono sospese fino agli inizi di agosto e oggi la Commissione sta condividendo con gli Stati membri la proposta per il secondo elenco di beni che conta circa 72 miliardi di euro di importazioni statunitensi“, ha illustrato Sefcovic in conferenza stampa precisando che “ciò non esaurisce le nostre possibilità e ogni strumento rimane sul tavolo”. Per il commissario Sefcovic, da qui al primo agosto 4 sono le aree di intervento. Innanzitutto i negoziati. “Restiamo convinti che le nostre relazioni transatlantiche meritino una soluzione negoziata, che porti a una rinnovata stabilità e cooperazione. Più tardi, nel corso della giornata di oggi, proseguirò il mio dialogo con le mie controparti statunitensi”, ha annunciato. Per il commissario va considerato “il duro lavoro profuso” fin qui e il fatto che “siamo vicini a raggiungere un accordo” con “gli evidenti benefici di una soluzione negoziata”. E’ chiaro però che “per applaudire ci vogliono due mani”. Di qui, il secondo pilastro: le contromisure, con il secondo elenco di beni, pari a 72 miliardi di euro di import a stelle e strisce, da definire. Terzo, “canali di comunicazione aperti e ancora più stretti con altri partner che condividono gli stessi ideali” e, in quarto luogo, sforzi raddoppiati dell’Ue “per aprire nuovi mercati“.

In generale, Sefcovic non ha rimproveri sul lavoro svolto fin qui. “La mia impressione era che valesse la pena lavorarci” su un accordo, “altrimenti non avremmo speso tre mesi a redigere questo accordo di principio, analizzando mille e settecento linee tariffarie, discutendo tutti i dettagli, dall’agricoltura ai pezzi di ricambio per le auto, se tutto si fosse risolto con una lettera, per quanto importante”. E guarda avanti: “Credo ci sia ancora potenziale per continuare il negoziato anche se questa lettera ha scatenato forti reazioni in Europa e sarò molto aperto su questo”, ha affermato. Al suo arrivo al Consiglio, questa mattina, Sefcovic aveva chiarito che “il 30% proibisce il commercio” e che renderà “impossibile continuare a commerciare come siamo abituati a fare in una relazione transatlantica”. Così come le catene di approvvigionametno transatlantiche “ne risentirebbero pesantemente su entrambe le sponde dell’Atlantico”. Ma in virtù del fatto che quella tra Ue e Usa è “la più grande relazione commerciale su questo pianeta, con 1.700 miliardi di dollari, 400 miliardi di dollari che attraversano l’oceano ogni singolo giorno sotto forma di beni e servizi”, Bruxelles sta “dimostrando un’enorme pazienza” e “un’enorme creatività per trovare le soluzioni” negoziate. “Ma se la percentuale rimane superiore al 30%, semplicemente il commercio, il commercio come lo conosciamo, non continuerà, con un enorme effetto negativo su entrambe le sponde dell’Atlantico”. Per questo, “penso che dobbiamo fare, e farò sicuramente, tutto il possibile per evitare questo scenario super negativo”, ha concluso.

Dazi, lettere Trump ad altri 6 Paesi: stangata del 50% sul rame e prodotti dal Brasile

Il Brasile e il rame sono i due nuovi obiettivi dell’offensiva doganale di Donald Trump, il primo in nome della difesa dell’ex presidente Jair Bolsonaro, sotto processo per tentato colpo di Stato, e il secondo per proteggere la “sicurezza nazionale”. “Annuncio un dazio aggiuntivo del 50% sul rame, che entrerà in vigore il 1° agosto 2025, dopo aver ricevuto una valutazione approfondita in materia di sicurezza nazionale”, spiega il presidente americano sul suo social network, senza dubbio in riferimento a un’indagine del Dipartimento del Commercio. “Il rame è il secondo materiale più utilizzato dal Ministero della Difesa!”, tuona, evocando le esigenze del Paese per la costruzione di semiconduttori, aerei, navi, munizioni, centri dati e sistemi di difesa antimissile, tra le altre cose.

In nome del riequilibrio delle relazioni commerciali a vantaggio degli Stati Uniti, Donald Trump ha imposto ad aprile un dazio minimo del 10% sulle importazioni, anche se non possono essere prodotte in loco, ma con alcune esenzioni, in particolare per oro, rame, petrolio e medicinali. Martedì è tornato sulle eccezioni, prevedendo ad esempio un dazio del 200% sui prodotti farmaceutici e del 50% sul rame, una minaccia che ha fatto salire il prezzo del metallo di quasi il 10% a New York martedì, superando il suo massimo storico. Se i dazi sul rame entreranno in vigore, i prezzi dei beni fabbricati con questo metallo (frigoriferi, automobili, ecc.) potrebbero aumentare, come per gli altri prodotti soggetti a sovrattassa all’importazione.

Mercoledì il presidente americano ha anche annunciato un dazio del 50% sui prodotti brasiliani, finora risparmiati, poiché gli Stati Uniti registrano un surplus commerciale nei loro scambi con il gigante sudamericano. In una lettera indirizzata al suo omologo Lula, Trump afferma che questi dazi doganali saranno imposti in risposta al procedimento giudiziario avviato contro Jair Bolsonaro, sotto processo nel suo Paese per tentato colpo di Stato. “Il modo in cui il Brasile ha trattato l’ex presidente Bolsonaro è una vergogna internazionale”, scrive Trump nella sua lettera, ritenendo che il procedimento contro l’ex leader brasiliano di estrema destra sia “una caccia alle streghe che deve cessare immediatamente”. “Qualsiasi misura unilaterale di aumento dei dazi doganali avrà una risposta alla luce della legge brasiliana sulla reciprocità economica”, risponde il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva in un comunicato.

Da lunedì, una ventina di paesi hanno ricevuto una lettera che annuncia il sovrattassa che si applicherà a partire dal 1° agosto sui loro prodotti in entrata negli Stati Uniti.

Nel dettaglio, i prodotti algerini dovrebbero essere tassati al 30% (invariato rispetto all’annuncio iniziale di inizio aprile), così come quelli provenienti dalla Libia (-1 punto percentuale), dall’Iraq (-9pp) e dallo Sri Lanka (-14pp), quelli provenienti dalla Moldavia e dal Brunei saranno tassati al 25% (rispettivamente -6 pp e +1 pp). Per quanto riguarda i prodotti filippini, la sovrattassa sarà del 20% (+3 pp). Lunedì, quattordici capitali, principalmente asiatiche, hanno ricevuto una lettera con un sovrattassa che va dal 25% (Giappone, Corea del Sud, Tunisia in particolare) al 40% (Laos e Birmania) passando per il 36% (Cambogia e Thailandia). Martedì Donald Trump aveva fatto sapere che avrebbe inviato altre lettere questa settimana, in particolare all’Unione europea. Ieri, un portavoce della Commissione europea ha assicurato che l’Ue intende raggiungere un accordo con gli Stati Uniti “nei prossimi giorni”. L’obiettivo dell’Ue è quello di evitare qualsiasi sovrattassa (oltre la soglia minima del 10%), con esenzioni per settori chiave come l’aeronautica, i cosmetici e le bevande alcoliche. Inizialmente, i nuovi dazi avrebbero dovuto essere riscossi a partire dal 9 luglio, dopo un precedente rinvio, ma all’inizio della settimana Trump ha firmato un decreto per posticipare la data al primo agosto. Nelle sue lettere, Trump avverte che qualsiasi ritorsione sarà punita con un’ulteriore sovrattassa di pari entità. All’inizio di aprile, il presidente americano aveva annunciato dazi punitivi fino al 50% sui prodotti dei paesi con un surplus commerciale con gli Stati Uniti, prima di concedere, di fronte al panico dei mercati, una pausa di 90 giorni per negoziare accordi bilaterali. Per il momento ne sono stati annunciati solo due, con il Regno Unito e il Vietnam, mentre è stato raggiunto un compromesso con la Cina.

Prosegue negoziato Ue-Usa su dazi. Trump: “Tra due giorni la lettera ai 27. No altri rinvii”

L’Unione europea prende atto del rinvio al primo agosto della scadenza della pausa sui dazi più severi imposti dagli Stati Uniti d’America, ma continua a lavorare per arrivare a un accordo il prima possibile perché il punto centrale ora è superare l’instabilità e dare certezze al mondo economico.

“Quello che vogliamo raggiungere è una soluzione negoziata con gli Usa ed evitare una ulteriore escalation delle tensioni commerciali“, afferma in conferenza stampa dopo l’Ecofin il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, che ricorda che l’Unione ha lavorato “avendo in mente la scadenza del 9 luglio”. “A quanto pare però gli Usa hanno posticipato al primo agosto la scadenza. Ciononostante, i negoziati tra Ue e Usa proseguono a livello politico e tecnico per raggiungere un accordo di principio prima di tale data”, sottolinea. E se da un lato la nuova scadenza “ci dà più tempo”, dall’altro “rimaniamo concentrati”.

La scorsa settimana, con la missione a Washington di una squadra tecnica Ue e del commissario al Commercio, Maros Sefcovic, “ci sono stati intensi colloqui per un accordo di principio e sono stati compiuti progressi in tal senso”. E “stiamo portando avanti i negoziati sia politici che tecnici nel merito. Quindi, in un certo senso, prima riusciremo a raggiungere l’accordo, meglio sarà perché ciò eliminerebbe l’incertezza sulla questione dei dazi e vediamo che è atteso dall’economia e dalle aziende nelle loro decisioni di investimenti”, osserva.

E mentre oltre oceano il presidente Donald Trump esclude ulteriori rinvii“Le tariffe inizieranno ad essere pagate a partire dal 1 agosto 2025. Non vi è stata alcuna modifica a tale data e non vi saranno modifiche. In altre parole, tutte le somme saranno esigibili e pagabili a partire dal 1 agosto 2025. Non saranno concesse proroghe”, scrive su Truth -, nella plenaria del Parlamento europeo, a Strasburgo, Sefcovic si mostra ancora una volta aperto a tutte le possibilità: “Continuiamo a collaborare strettamente con le nostre controparti statunitensi sui dazi imposti sui prodotti europei. Voglio assicurarvi che stiamo lavorando a pieno ritmo per assicurare soluzioni negoziate eque e reciprocamente vantaggiose. Ma dobbiamo essere preparati a ogni esito e pronti a riequilibrare, se necessario”, dettaglia. Non bisognerà aspettare molto:  “Mancano circa due giorni all’invio della lettera”, al blocco dei 27 Paesi dell’Unione europea, fa sapere il presidente degli Stati Uniti, durante una riunione di gabinetto. Trump sottolinea che sta ancora discutendo con i negoziatori del blocco, ma che è scontento delle politiche europee nei confronti delle aziende tecnologiche statunitensi.

Se il lavoro tecnico di Bruxelles continua, la politica alza la voce. In particolare dai primi due gruppi politici al Parlamento europeo, popolari e socialisti. “Parliamo di milioni di posti di lavoro, un enorme impatto sull’Europa, del futuro della nostra economia europea”, commenta in conferenza stampa a Strasburgo il presidente del Partito popolare europeo (Ppe), Manfred Weber. “Von der Leyen e Sefcovic stanno facendo un lavoro eccellente e il mio primo messaggio è che l’Unione europea e gli Stati Uniti, dal punto di vista del mercato, sono sullo stesso piano: loro rappresentano il 25% del Pil mondiale, noi il 22% del Pil mondiale. Nessuno può metterci sotto pressione come sta facendo Donald Trump con altre economie, probabilmente più piccole, a livello globale“, afferma. Per il capo della famiglia politica più numerosa dell’aula, e che esprime la presidente della Commissione, “la precondizione è stare uniti”. In più, “se si arriverà a un accordo generale, la questione della reciprocità sarà sul tavolo” anche perché “i dazi orizzontali del 10% sono una sfida” per gli europei. “Dal mio punto di vista, tenendo presente la forza del mercato unico europeo, siamo potenti. Siamo forti. Credo che dobbiamo parlare di reciprocità, quando si parla del 10%”, illustra.

Nel frattempo, a margine della plenaria a Strasburgo, il secondo gruppo al Parlamento europeo, quello dei Socialisti e democratici, ha avuto un incontro con Sefcovic. Al temine, la presidente del gruppo, la spagnola Iratxe Garcia Perez ha espresso rammarico per “questa guerra commerciale, che aumenta i costi, danneggia posti di lavoro e aggrava la disuguaglianza globale” e ha ricordato che “l’Ue ha bisogno di una strategia ferma e unita, con chiare linee guida, conseguenze concrete e prontezza ad agire”. E ha avvertito: “Non ci piegheremo al bullismo” ed “è ora di guidare un commercio globale equo e basato su regole”. Anche l’eurodeputato del Pd (S&d), Brando Benifei, ha sottolineato l’importanza di una risposta ferma da parte di Bruxelles. “Le tariffe statunitensi attualmente in vigore, così come l’incertezza giuridica che avvolge il futuro delle relazioni commerciali transatlantiche, danneggiano le imprese e i cittadini europei. Abbiamo negoziato in buona fede, come si fa tra alleati. Non possiamo continuare ad essere trattati come un Paese terzo ostile”, ha affermato nel briefing organizzato dal gruppo S&d con la partecipazione di Bernd Lange, presidente della commissione Inta, e Kathleen Van Brempt, vice presidente del gruppo S&d. “Se non vi sarà una chiara volontà da parte statunitense di sospendere immediatamente queste misure, mentre i negoziati procedono su un accordo quadro i cui dettagli saranno da definire nelle successive settimane, l’Unione europea dovrà adottare subito contromisure serie”, ha scandito.

Dazi, si scaldano prezzi per festa 4 luglio Usa: +13% per grigliate, utensili barbecue e birra

I rincari indotti dai dazi (e dall’inflazione) non risparmiano nemmeno la sentitissima festa del 4 luglio negli Stati Uniti. Tutto ciò che utilizzeranno gli americani nelle tradizionali gite fuori porta e per le grigliate sono infatti soggetti ad aumenti che in certi casi raggiungono la doppia cifra. Secondo un nuovo rapporto della minoranza democratica al Congress Joint Economic Committee del Senato, il tipico ‘paniere dei beni’ composto da carne, birra e altri articoli comuni da barbecue, costeranno in media il 12,7% in più rispetto al 2024. Il calcolo si basa sull’indice dei prezzi al consumo per i prodotti alimentari e le bevande più richiesti per una grigliata estiva di 10 persone dal 2 aprile, ovvero dall’annuncio del presidente Donald Trump sull’introduzione dei dazi.

Le confezioni da 6 di due delle birre più popolari (Miller Lite e Coors Light) sono aumentate di oltre il 13% da Walmart da prima dell’ormai famigerato ‘Liberation Day’. Anche i costi delle birre importate più diffuse sono aumentati. Una confezione da 6 bottiglie di Peroni Nastro Azzurro (Italia) ha subito un aumento del 10,5%, una di Modelo Especial (Messico) è rincarata del 9,5% Si prevede che i dazi sull’acciaio e sull’alluminio imposti dall’amministrazione Trump porteranno a ulteriori aumenti dei prezzi. I piccoli produttori di birra, in particolare, spesso non sono in grado di assorbire i costi delle tariffe su prodotti come l’alluminio: “Una confezione di birra da 12,99 dollari finirà a 18,99 dollari”, ha dichiarato di recente Bill Butcher, proprietario di una piccola impresa della Virginia. Anche le grandi aziende produttrici di birra potrebbero essere costrette a fare scelte difficili: secondo stime indipendenti, le tariffe potrebbero far salire di 1 o 2 dollari il costo di una confezione, ovvero fino a un aumento del 32% sul prezzo mediano.

Lo studio dei Dem rileva che “il prezzo di due dei più importanti cibi da barbecue – la carne macinata e il gelato – ha raggiunto livelli record da quando i dati sono stati resi disponibili negli anni ’80. Il prezzo di altri prodotti popolari associati alle grigliate è salito di oltre il 10%”, spiega lo studio. Anche i costi di altri prodotti popolari associati alle grigliate sono aumentati negli ultimi mesi. Su Amazon il prezzo della griglia a gas più popolare è aumentato di 30 dollari, ovvero del 5%, tra l’1 aprile e il 26 giugno. Altre inserzioni per le principali categorie di attrezzature da barbecue indicano costi lievitati di 55 dollari, pari al +7,7%. Ad esempio, una sedia pieghevole da esterno costa il 47,7% in più dall’1 aprile, il kit base da 35 utensili è soggetto a un +17,7% e persino i rotoli di alluminio costano il 7% in più.

Un altro rapporto di maggio di Rabobank, banca globale del settore alimentare e agroalimentare, ha rilevato che il costo di un barbecue per 10 persone è aumentato del 4,2% quest’anno e raggiungerà i 100 dollari per la prima volta in assoluto. Il suo indice del barbecue ha evidenziato come un fattore contribuente sia stato l’aumento dei prezzi della carne bovina. Costi notevolmente superiori a quelli stimati dall’American Farm Bureau Federation (Afbf), secondo cui quest’anno una grigliata per il Giorno dell’Indipendenza costerà 70,92 dollari per 10 persone. Facendo la media, con 7,09 dollari a persona, il 2025 potrebbe essere il secondo anno consecutivo con il costo più alto da quando Farm Bureau ha avviato l’indagine nel 2013: l’anno scorso l’indice dell’inflazione alimentare tra aprile e giugno era al 2,2%, lo stesso tasso rilevato quest’anno dal governo in merito ai prezzi al consumo per gli alimenti consumati a casa.

“L’inflazione e la minore disponibilità di alcuni prodotti alimentari continuano a mantenere i prezzi ostinatamente alti per le famiglie americane – ha spiegato Samantha Ayoub, economista dell’Afbf -. Tuttavia, i prezzi alti non significano più soldi per gli agricoltori. Gli agricoltori subiscono i prezzi, non li determinano. La loro quota del fatturato della vendita al dettaglio di prodotti alimentari è solo del 15%. I costi di gestione delle loro aziende agricole sono in aumento, dalla manodopera e dai trasporti, alle tasse”. L’indagine MarketBasket evidenzia un aumento del costo della carne di manzo, dell’insalata di patate e della carne di maiale e fagioli in scatola, mentre si registrano cali nel costo delle costolette di maiale, delle patatine fritte e dei panini per hamburger. Il prezzo al dettaglio di 2 libbre di carne macinata di manzo è aumentato del 4,4%, raggiungendo i 13,33 dollari. La carne di maiale con fagioli costerà 2,69 dollari, con un aumento di 20 centesimi rispetto al 2024. L’insalata di patate è aumentata del 6,6%, raggiungendo i 3,54 dollari.

Diversi fattori influenzano questi aumenti, riflettendo le difficoltà che gli agricoltori affrontano regolarmente. Sono disponibili meno bovini per la lavorazione, il che sta incidendo sulle forniture. I dazi su acciaio e alluminio comportano un aumento dei prezzi dei prodotti in scatola. Il costo delle uova, utilizzate nell’insalata di patate, è ancora elevato, sebbene molto inferiore ai massimi storici di inizio anno, poiché le popolazioni di galline ovaiole si stanno riprendendo dall’influenza aviaria. Il sondaggio di fine giugno dell’Afbf ha comunque rilevato anche una riduzione del costo di 5 prodotti ‘essenziali’ per le grigliate. Tra questi, una confezione da 1,35 kg di costolette di maiale, in calo dell’8,8% rispetto all’anno scorso, a 14,13 dollari. Le patatine fritte costano in media 4,80 dollari al sacchetto, dieci centesimi in meno rispetto al 2024. I panini per hamburger costano il 2,6% in meno, a 2,35 dollari.

Tagli di Trump agli aiuti internazionali rischiano di causare oltre 14 mln morti nel mondo

Il crollo dei finanziamenti statunitensi destinati agli aiuti internazionali, deciso dall’amministrazione di Donald Trump, potrebbe causare oltre 14 milioni di morti in più entro il 2030 tra le persone più vulnerabili, di cui un terzo bambini, secondo una proiezione pubblicata su The Lancet.

Questi tagli rischiano di interrompere bruscamente, o addirittura di invertire, due decenni di progressi nella salute delle popolazioni vulnerabili. Per molti paesi a basso e medio reddito, lo shock che ne deriverebbe sarebbe di portata paragonabile a quella di una pandemia globale o di un conflitto armato su larga scala“, ha commentato Davide Rasella, coautore dello studio e ricercatore presso il Barcelona Institute for Global Health, citato in un comunicato.

La pubblicazione di questo studio sulla prestigiosa rivista medica coincide con una conferenza sul finanziamento dello sviluppo che riunisce in Spagna i leader di tutto il mondo, con gli Stati Uniti tra gli assenti. L’incontro si svolge in un contesto particolarmente cupo per gli aiuti allo sviluppo, duramente colpiti dai massicci tagli ai finanziamenti decisi da Donald Trump dal suo ritorno alla Casa Bianca a gennaio.

Esaminando i dati di 133 paesi, il team internazionale di ricercatori ha stimato retrospettivamente che i programmi finanziati dall’USAID hanno evitato 91 milioni di morti nei paesi a basso e medio reddito tra il 2001 e il 2021. E, secondo i loro modelli, il taglio dell’83% dei finanziamenti statunitensi – cifra annunciata dal governo all’inizio del 2025 – potrebbe causare oltre 14 milioni di morti in più entro il 2030, di cui oltre 4,5 milioni di bambini sotto i cinque anni, ovvero circa 700.000 morti in più all’anno. Infatti, secondo i calcoli dei ricercatori, i programmi sostenuti dall’USAID hanno portato a una riduzione del 15% dei decessi per tutte le cause. Per i bambini sotto i cinque anni, il calo dei decessi è stato doppio (32%). L’impatto maggiore di questi aiuti è stato osservato per le malattie prevenibili. Secondo lo studio, la mortalità dovuta all’HIV/AIDS è stata ridotta del 74%, quella dovuta alla malaria del 53% e quella dovuta alle malattie tropicali trascurate del 51% nei paesi che hanno beneficiato del livello di aiuti più elevato rispetto a quelli con finanziamenti USAID scarsi o nulli.

Un’altra fonte di preoccupazione è che altri importanti donatori internazionali, principalmente europei, come Germania, Gran Bretagna e Francia, hanno annunciato tagli ai loro bilanci per gli aiuti esteri sulla scia degli Stati Uniti. Ciò rischia di “causare ancora più morti nei prossimi anni”, ha avvertito Caterina Monti, coautrice dello studio e ricercatrice presso l’ISGlobal. Circa 50 capi di Stato e di governo, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, partecipano alla conferenza sul finanziamento dello sviluppo a Siviglia per quattro giorni, insieme a 4.000 rappresentanti della società civile. “È il momento di aumentare, non di ridurre” gli aiuti, ha affermato Davide Rasella. Prima dei tagli al finanziamento, l’USAID rappresentava lo 0,3% della spesa federale statunitense. “I cittadini americani versano circa 17 centesimi al giorno all’USAID, ovvero circa 64 dollari all’anno. Penso che la maggior parte delle persone sarebbe favorevole al mantenimento dei finanziamenti all’USAID se sapesse quanto un contributo così piccolo possa essere efficace per salvare milioni di vite”, ha dichiarato James Macinko, coautore dello studio e professore presso l’Università della California (UCLA)

Nato, impegno per 5% Pil. Trump: “Monumentale”. E attacca Spagna: “Pagherà dazi doppi”

Come prevedibile, i paesi della Nato si sono impegnati ad aumentare drasticamente le spese militari, in quella che il presidente americano Donald Trump ha definito una “grande vittoria” intestandosi il merito. Nella dichiarazione finale del summit dell’Aia, i 32 membri dell’Alleanza Atlantica si impegnano dunque a investire il 5% del Pil nazionale annuo nella difesa entro il 2035.

Nel dettaglio, gli alleati vogliono destinare “almeno il 3,5% del Pil” alle spese militari e un ulteriore 1,5% per misure di sicurezza più ampie, come la “protezione delle infrastrutture critiche” e la “difesa delle reti”. La motivazione principale è ‘difendersi’ dalla minaccia “a lungo termine” rappresentata dalla Russia per la sicurezza euro-atlantica e “alla persistente minaccia del terrorismo”, di fronte alla quale gli alleati restano “uniti”.

In particolare, chiarisce il segretario generale Mark Rutte, “il presidente Trump è stato chiaro: l’America si impegna nella Nato ma si aspetta che gli alleati facciano di più. E gli alleati di Ue e di Canada faranno di più“.

L’obiettivo sarà difficile da raggiungere, hanno avvertito diversi leader europei, tra cui la Spagna, che lo ha ritenuto “irragionevole”. Il premier Pedro Sanchez ha sostenuto che destinare il 2,1%, e non li 5%, del PIL alla difesa è “sufficiente, realistico e compatibile” con il modello sociale e lo stato sociale spagnolo. E ha ricordato: “gli alleati sanno che siamo affidabili”. Non è d’accordo il presidente americano: “È terribile quello che ha fatto la Spagna, si rifiuta di pagare la sua quota” ha detto Trump in conferenza stampa minacciando Madrid di “pagare il doppio dell’accordo sui dazi”. Nella dichiarazione, comunque, tutti gli alleati si impegnano “ad ampliare rapidamente la cooperazione transatlantica nel settore della difesa e a sfruttare le tecnologie emergenti e lo spirito di innovazione per promuovere la nostra sicurezza collettiva”. Obiettivo è “eliminare le barriere commerciali nel settore della difesa” e fare leva sulle partnership “per promuovere la cooperazione”.

“L’impegno dell’aumento della spesa militare si chiamerà la dichiarazione de L’Aja, è una vittoria monumentale per gli Usa, perché portavamo un peso ingiusto, ma è anche una vittoria per l’Europa e la civiltà occidentale”, ha dichiarato Trump in conferenza stampa. “Non so se è merito mio ma penso che sia merito mio”. L’inquilino della Casa Bianca, che ha spesso criticato i “fannulloni” europei, ha adottato un tono conciliante al vertice dell’Aia.

Gli alleati “molto presto” spenderanno quanto gli Stati Uniti, ha esultato. “Chiedo loro da anni di arrivare al 5%, e arriveranno al 5%. È una cifra enorme. La Nato diventerà molto forte con noi”, ha sottolineato il presidente americano. Al summit dell’Aja, di fatto, è stato fatto ogni sforzo per non irritare l’imprevedibile miliardario. Rutte lo ha definito “un buon amico”, le cui azioni “meritano di essere lodate”, sia per quanto riguarda la questione iraniana sia per il modo in cui ha costretto gli alleati ad aumentare le loro spese per la difesa.

Lo stesso segretario Nato ha liquidato con fermezza le preoccupazioni sul coinvolgimento degli Stati Uniti nella NATO. “Per me, è assolutamente chiaro che gli Stati Uniti sostengono pienamente” le regole dell’Alleanza, ha affermato.

Il giorno prima, a bordo dell’Air Force One, Trump aveva nuovamente sconcertato gli alleati rimanendo evasivo sulla posizione degli Stati Uniti in caso di attacco a un membro della Nato. Il cosiddetto articolo 5 del Trattato dell’Alleanza Atlantica può “essere definito in diversi modi“, ha affermato, riferendosi al pilastro fondamentale dell’alleanza, che stabilisce il principio di difesa reciproca: se un Paese membro viene attaccato, tutti gli altri accorrono in suo aiuto. In effetti ,nella dichiarazione finale, i leader hanno sottolineato il loro “incrollabile impegno” a difendersi a vicenda in caso di attacco. “Un attacco a uno è un attacco a tutti – si legge nella nota conclusiva – Rimaniamo uniti e risoluti nella nostra determinazione a proteggere il nostro miliardo di cittadini, difendere l’Alleanza e salvaguardare la nostra libertà e democrazia”.

In conclusione del vertice, il presidente Trump ha chiarito la sua posizione: “Quando sono venuto qui era qualcosa da fare ma me ne vado diverso. Ho visto i capi di Stato e la loro passione per il loro paese, non ho mai visto nulla di simile, vogliono proteggere i loro paesi e senza gli Usa non sarebbe lo stesso. Ora me ne vado sapendo che queste persone amano davvero i loro Paesi e noi siamo qui per aiutarli a farlo”. I membri della Nato hanno inoltre “riaffermato” il loro “impegno sovrano e duraturo” a fornire supporto all’Ucraina, “la cui sicurezza contribuisce alla nostra”.

A tal fine, includeranno i contributi diretti alla difesa ucraina e alla sua industria di difesa nel calcolo della spesa per la difesa degli Alleati. “Siamo al fianco dell’Ucraina nella sua ricerca della pace e continueremo a sostenerla nel suo percorso irreversibile verso l’adesione alla Nato”, ha poi precisato Rutte. “Il nostro messaggio chiaro  Volodymyr Zelensky (presente all’Aia per incontrare Trump a margine del summit) e al popolo ucraino è che l’Ucraina ha il nostro continuo sostegno, incluso oltre 35 miliardi di euro già promessi solo quest’anno, con altri in arrivo. Tutto questo ha come obiettivo mantenere l’Ucraina nella lotta oggi, affinché possa godere di una pace duratura in futuro”, ha aggiunto.