Iran, a rischio la ‘fragile’ tregua. Trump: “Forze Usa in campo fino a un accordo reale”

A poco più di 24 ore dalla “fragile” tregua raggiunta in Iran, la tensione nella regione del Medioriente resta alta.  L’esercito americano, assicura su Truth il presidente Usa, Donald Trump resta schierato.Tutte le navi, gli aerei e il personale militare statunitensi, insieme a ulteriori munizioni, armamenti e qualsiasi altro mezzo ritenuto opportuno e necessario per l’attacco letale e la distruzione di un nemico già sostanzialmente indebolito – scrive il repubblicano – rimarranno dispiegati in Iran e nelle zone circostanti fino a quando l’accordo reale raggiunto non sarà pienamente rispettato”. L’avvertimento è chiaro: “Se per qualsiasi motivo ciò non dovesse avvenire, cosa altamente improbabile – aggiunge – allora inizieranno gli scontro a fuoco più grandi e più potenti di quanto chiunque abbia mai visto prima. È stato concordato, molto tempo fa, e nonostante tutta la falsa retorica contraria: nessuna arma nucleare e lo Stretto di Hormuz sarà aperto e sicuro”. Ma Trump guarda già oltre: “Le nostre grandi forze armate si stanno rifornendo e riposando, guardando avanti, in realtà, alla loro prossima conquista. L’America è tornata!”.

Durante l’incontro con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, Trump ha ribadito la propria “delusione” per la posizione assunta dagli alleati. L’alleanza, dice, “non c’era quando ne avevamo bisogno e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo. Ricordate la Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio gestito malissimo”. Secondo il Wall Street Journal la Casa Bianca sta valutando un piano per ‘punire’ alcuni membri della Nato che, secondo il presidente Trump, non hanno aiutato gli Stati Uniti e Israele durante la guerra con l’Iran. La proposta prevede il trasferimento delle truppe statunitensi dai paesi membri della Nato ritenuti poco collaborativi nella guerra contro l’Iran, verso paesi che si sono dimostrati più favorevoli. Durante il faccia a faccia Rutte spiega di aver sottolineato il fatto che “la grande maggioranza delle nazioni europee si è dimostrata disponibile per quanto riguarda le basi, la logistica, i sorvoli, assicurandosi di rispettare gli impegni”. 

Il Libano resta lo scenario più preoccupante, dal momento che l’esercito israeliano non ha cessato gli attacchi. L’Iran “garantirà la sicurezza del passaggio sicuro” attraverso lo Stretto di Hormuz, ma la riapertura avverrà solo “dopo che gli Stati Uniti avranno effettivamente ritirato questa aggressione”, contro il Libano, dice alla Bbc il viceministro degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh. Gli Usa, spiega, “devono scegliere” se vogliono la guerra o la pace. “Non possono avere entrambe allo stesso tempo. Sono incompatibili, è chiarissimo”. L’accordo raggiunto, assicura, include il Libano e l’Iran e i suoi alleati erano disposti ad “accettare il cessate il fuoco”. Il traffico navale nello Stretto rimane trascurabile. Secondo i dati di Marine Traffic, registrati questa mattina numerosi gruppi di navi erano ancora ancorati nel Golfo Persico. Nella regione si trovavano ancora oltre 400 petroliere, 34 navi cisterna per GPL e 19 navi metaniere. Prima della guerra, secondo i dati di Lloyd’s List, una media di 107 navi mercantili transitavano quotidianamente nello Stretto di Hormuz.

Intanto i ministri degli Esteri di Iran e Arabia Saudita hanno avuto oggi un colloquio telefonico , in quello che, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa AFP, rappresenta il primo contatto ufficiale tra i due Paesi dall’inizio della guerra. Il ministero degli affari esteri saudita ha dichiarato in un comunicato stampa che il ministro degli esteri del Paese, il principe Faisal bin Farhan, ha ricevuto una telefonata dal suo omologo iraniano, Abbas Araghchi. Nella nota si legge che “durante la telefonata, hanno esaminato gli ultimi sviluppi e discusso le modalità per ridurre le tensioni al fine di ripristinare la sicurezza e la stabilità nella regione”. 

Iran, Trump: “Colpiremo ancora per due o tre settimane, torneranno all’età della pietra”

Venti minuti di monologo – 19 per la precisione – la solita narrazione autocelebrativa, qualche stoccata ai Paesi occidentali e pochi tentativi di rassicurazione al popolo americano. Il discorso alla nazione del presidente Usa, Donald Trump, non ha sorpreso più di tanto, pur mettendo in fila, punto per punto, ciò che il repubblicano ripete da settimane e cioè che l’operazione Epic Fury in Iran, iniziata 33 giorni fa, è servita a “correggere errori di altri” (“ho fatto ciò che nessun altro presidente era disposto a fare”, dice) e che gli obiettivi sono stati quasi raggiunti. Ancora “due o tre settimane” di attacchi e poi “li riporteremo all’età della pietra, cioè quella a cui appartengono”.

Davanti lui nello Studio Ovale, tra gli altri c’erano anche il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, quello alla Difesa – anzi alla Guerra – Pete Hegseth, la procuratrice generale Pam Bondi e la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.

Secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti, dall’inizio delle operazioni sono stati colpiti oltre 12.300 siti in Iran, sono stati effettuati oltre 13.000 voli di combattimento e oltre 155 navi militari iraniane sono state danneggiate o distrutte. Marina e aviazione di Teheran, dice Trump nello Studio Ovale “sono state spazzate via”. Il più, insomma, è fatto, assicura, grazie a “vittorie rapide, decisive e schiaccianti sul campo di battaglia”. “Siamo sulla buona strada per raggiungere a breve tutti gli obiettivi militari americani”.

E se sul fronte militare “mai nella storia della guerra un nemico ha subito perdite così evidenti e devastanti su larga scala nel giro di poche settimane”, su quello economico anche Trump non può ignorare la realtà e cioè che negli Usa la benzina ha raggiunto i 4 dollari al gallone, registrando un incremento del 30%, il più alto dal 2022. “Molti americani – ammette – sono preoccupati per il recente aumento dei prezzi della benzina nel nostro Paese”, ma la ‘colpa’ è degli “attacchi terroristici folli sferrati dal regime iraniano contro petroliere commerciali e paesi vicini che non hanno nulla a che vedere con il conflitto”. La chiusura dello Stretto di Hormuz, assicura, non ha alcun peso. “Gli Stati Uniti non importano quasi petrolio” attraverso quella via “e non ne importeranno nemmeno in futuro. Non ne abbiamo bisogno”.

Ecco, allora, la stoccata agli alleati della Nato (la “tigre di carta“, come l’ha definità mercoledì): “A quei paesi che non riescono a procurarsi petrolio — molti dei quali si sono rifiutati di partecipare alla decapitazione dell’Iran, costringendoci a farlo da soli — ho un suggerimento. Numero uno: comprate petrolio dagli Stati Uniti d’America; ne abbiamo in abbondanza. Ne abbiamo tantissimo. E numero due: tirate fuori un po’ di coraggio e andate nello Stretto e prendetevelo. Proteggetelo. Usatelo per voi stessi”.

Non c’è da preoccuparsi nemmeno per il gas, minimizza il presidente degli Stati Uniti, perché “quando questo conflitto sarà finito, lo Stretto” di Hormuz “si aprirà naturalmente. Riprenderà a fluire e i prezzi del gas torneranno rapidamente a scendere”.

Il futuro, insomma, potrebbe non essere così male per Trump. “Le discussioni” con l’Iran “sono in corso. Il cambio di regime non era il nostro obiettivo, ma si è verificato a causa della morte di tutti i loro leader originali. Sono tutti morti”. I nuovi leader iraniani sono “meno radicali e molto più ragionevoli”.

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Petrolio a 115 dollari, gas a 70 euro: la guerra fa impazzire i prezzi e manda a picco le Borse

Un giovedì nerissimo per i mercati finanziari e per l’energia. La situazione sempre più delicata e infuocata in Medio Oriente, unita ai riscontri di ieri della Fed e la flessione di Wall Street stanno trascinando in un baratro le Borse europee. Ma, soprattutto, stanno facendo schizzare in alto i prezzi dell’energia, in particolare di gas e petrolio.

Al Ttf di Amsterdam, dopo un’apertura debole, i future sono arrivati a sfiorare i 70 euro al megawattora, con un rialzo del 25% rispetto alla quotazione di ieri. Il petrolio, invece, viaggia intorno ai 115 dollari al barile, con un’impennata superiore al 7%. Tutto questo mentre Donald Trump annuncia forti rappresaglie se l’Iran bombarderà gli impianti del Qatar, con la minaccia di un’autentica devastazione di Teheran. Tutto questo, comunque, non favorisce la discesa dei prezzi che si avvicinano passo dopo passo ai record del post scoppio della guerra tra Russia e Ucraina.

Malissimo anche le Borse. I mercati sono fiaccati dalle notizie mediorientali: Milano al momento perde quasi il 2%, alla pari di Francoforte, leggermente meglio ma sempre negativa anche Parigi (1,50%). Sarà determinante capire quale tipo di atteggiamento avrà Wall Street dopo la pessima reazione di ieri alle parole della Federal Reserve.

A livello di metalli preziosi la situazione non è certo migliore. L’oro viaggia intorno ai 4718 dollari l’oncia con una perdita secca del 3,64%, mentre l’argento lascia per strada addirittura il 7,83% e si attesta a quota 71,52 dollari l’oncia. Malissimo anche il platino che perde il 6,19% e tocca i 1929 dollari l’oncia.

A livello di metalli preziosi la situazione non è certo migliore. L’oro viaggia intorno ai 4718 dollari l’oncia con una perdita secca del 3,64%, mentre l’argento lascia per strada addirittura il 7,83% e si attesta a quota 71,52 dollari l’oncia. Malissimo anche il platino che perde il 6,19% e tocca i 1929 dollari l’oncia.

Dagli Usa via libera all’acquisto di petrolio russo già in transito. Ue: “A rischio sicurezza”

Via libera da parte degli Stati Uniti a un allentamento – seppur temporaneo – alle sanzioni sul petrolio russo. L’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro Usa ha concesso alla Mosca l’autorizzazione alla consegna e alla vendita di petrolio greggio e prodotti petroliferi caricati sulle navi già in transito a partire dal 12 marzo 2026 e fino al prossimo 11 aprile.

Il presidente degli Stati Uniti, scrive il segretario Scott Bessent su X, “sta adottando misure decisive per promuovere la stabilità nei mercati energetici globali e si sta impegnando per mantenere bassi i prezzi, affrontando al contempo la minaccia e l’instabilità rappresentate dal regime terroristico iraniano”. Quindi, per aumentare la portata globale dell’offerta esistente, “sta concedendo un’autorizzazione temporanea per consentire ai paesi di acquistare Petrolio russo attualmente bloccato in mare. Questa misura, circoscritta e di breve durata, si applica solo al petrolio già in transito e non apporterà significativi benefici finanziari al governo russo, che ricava la maggior parte delle sue entrate energetiche dalle tasse riscosse nel punto di estrazione”.

Gongola il Cremlino, che secondo la Commissione europea, ha guadagnato 150 milioni di dollari al giorno in entrate aggiuntive dalle vendite di petrolio dall’inizio del conflitto in Mediorienteil che rende probabilmente la Russia il più grande beneficiario di questo conflitto”, spiega un portavoce. Secondo Mosca, la decisione degli Usa “rappresenta un tentativo di stabilizzare i mercati energetici”. “I nostri interessi coincidono”, assicura il ​​portavoce presidenziale Dmitry Peskov, secondo il quale “senza volumi significativi di petrolio russo, la stabilizzazione del mercato è impossibile”.

Sul fronte europeo la situazione è tesa. Da Parigi, dove ha incontrato il capo dello Stato, Emmanuel Macron, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky si dice certo che la decisione di Donald Trump “rafforzerà la posizione della Russia”. Un singolo allentamento delle sanzioni da parte degli Stati Uniti “potrebbe fruttare alla Russia circa 10 miliardi di dollari in fondi di guerra. Questo certamente non contribuisce alla pace”, lamenta. Il capo dell’Eliseo ribadisce la decisione del G7 di non “rivedere” la propria politica di sanzioni contro Mosca.

I vertici europei restano fermi sulle proprie posizioni. Per il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, “è motivo di grande preoccupazione, in quanto ha un impatto sulla sicurezza europea. L’aumento della pressione economica sulla Russia è decisivo affinché accetti un negoziato serio per una pace giusta e duratura. L’allentamento delle sanzioni, al contrario, aumenta le risorse russe da destinare alla guerra di aggressione contro l’Ucraina”. L’esecutivo comunitario rimarca quanto già ribadito dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e cioè che le sanzioni “devono restare in vigore anche nell’attuale situazione di volatilità dei mercati petroliferi”.

Meloni: “Dazi sono un errore, serve libero scambio”. Merz martedì da Trump con posizione Ue

I dazi di Donald Trump “sono un errore“. Se nei primi mesi la posizione di Giorgia Meloni nei confronti della politica commerciale del presidente degli Stati Uniti era molto più sfumata e diplomatica, con il nuovo aumento delle tariffe la premier italiana non lascia spazio a interpretazioni.

In una intervista a Bloomberg, la presidente del Consiglio sposta però il piano della discussione sull’Europa: “Penso che dovremmo andare nella direzione diametralmente opposta“, spiega, tornando a parlare della necessità di un’area di libero scambio tra Stati Uniti ed Europa. La situazione non è drammatica pome sarebbe potuta essere, “abbiamo cercato di tamponare il più possibile”, precisa Meloni, ricordando che è stato cercato un accordo che fosse “sostenibile e ragionevole“, a partire dal comparto agroalimentare.

Per il momento, l’Europa non si espone: “Non ho aggiornamenti da fornire“, risponde, sollecitato durante il briefing quotidiano con la stampa il portavoce per il Commercio della Commissione Olof Gill. Ma, martedì 3 marzo, il cancelliere tedesco Friedrich Merz incontrerà per la seconda volta il presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca per un colloquio nello Studio Ovale.

Secondo il vice portavoce del governo, Sebastian Hille, il cancelliere porterà sul tavolo una posizione coordinata dell’Unione europea.Per il governo tedesco i dazi sono un danno per tutti. Siamo a favore di una politica programmatica basata sulle regole del commercio“, precisa il portavoce, sottolineando che “la posizione unita all’interno dell’Unione Europea è importante“.

La disputa doganale tra gli Stati Uniti e l’Unione europea si è inasprita dopo il divieto della Corte Suprema americana di imporre dazi sulle importazioni di merci da molti paesi. Trump ha poi annunciato che avrebbe utilizzato altri mezzi per continuare ad applicare le tariffe e il Parlamento europeo ha reagito congelando formalmente l’attuazione dell’accordo doganale tra le due sponde dell’Atlantico.

Dazi, Camera Usa sfida Trump e vota contro tariffe al Canada: ira del presidente

Duro colpo per la politica commerciale del presidente Usa, Donald Trump. Alla Camera sei repubblicani si sono uniti ai democratici nel voto per abrogare di fatto i dazi imposti al Canada. Poco dopo la votazione il presidente della Camera Mike Johnson ha affermato alla Cnn che Trump “non è arrabbiato” con i repubblicani. “Ho appena lasciato la Casa Bianca. Capisce cosa sta succedendo. Non influenzerà o cambierà la sua politica. Può porre il veto su queste questioni se si arriverà a questo”, ha aggiunto. Poco prima il presidente aveva pubblicato un post su Truth Social, nel quale ha affermato che “qualsiasi repubblicano, alla Camera o al Senato, che voti contro i dazi subirà gravi conseguenze al momento delle elezioni, e questo vale anche per le primarie”.

Il Canada, scrive Trump, “ha approfittato degli Stati Uniti in materia commerciale per molti anni. Sono tra i peggiori al mondo con cui avere a che fare, soprattutto per quanto riguarda il nostro confine settentrionale. I dazi rappresentano una vittoria per noi”. 

Proprio grazie alle tariffe, ricorda il tycoon “il nostro deficit commerciale si è ridotto ridotto del 78%, il Dow Jones ha appena raggiunto quota 50.000 e l’S&P quota 7.000, cifre che solo un anno fa erano considerate impossibili”. Inoltre, i dazi “ci hanno garantito una grande sicurezza nazionale, perché la semplice menzione di questa parola ha indotto i paesi ad accettare le nostre richieste più forti. I dazi ci hanno garantito sicurezza economica e nazionale, e nessun repubblicano dovrebbe assumersi la responsabilità di distruggere questo privilegio“.

A ‘tradire’ il presidente schierandosi con i democratici sono stati i repubblicani Thomas Massie del Kentucky, Don Bacon del Nebraska, Kevin Kiley della California, Jeff Hurd del Colorado, Dan Newhouse dello Stato di Washington e Brian Fitzpatrick della Pennsylvania.

L’approvazione della misura avviene mentre Trump sta valutando l’uscita dall’accordo commerciale Canada-Stati Uniti-Messico firmato durante il suo primo mandato, una decisione che peggiorerebbe le tensioni commerciali in Nord America. Circa l’80% delle merci importate dal Canada soddisfa i criteri Cusma ed è esente da dazi.

 

 

Groenlandia, dazi, Mercosur: per i leader Ue l’unità funziona

L’unità europea funziona. È la presa d’atto – o forse addirittura una scoperta, sottolineata da tutti i leader – certificata dai capi di Stato o di governo dell’Unione europea che ieri sera si sono trovati a Bruxelles per una riunione informale del Consiglio europeo. Un incontro convocato urgentemente, all’inizio della settimana dal presidente Antonio Costa, per affrontare le minacce del presidente Usa, Donald Trump, di aggressione alla Groenlandia e di imposizione di nuovi dazi commerciali contro quei Paesi europei pronti a difendere con contingenti militari l’isola artica.

Iniziato alle 19.30 l’incontro si è chiuso a mezzanotte, lasciando alla conferenza stampa dei due presidenti di Consiglio e Commissione, Costa e Ursula von der Leyen, il compito di fare la sintesi.

CRISI GROENLANDIA. “Per quanto riguarda la Groenlandia, siamo chiaramente in una posizione migliore rispetto a 24 ore fa. E stasera abbiamo tratto insegnamento dalla nostra strategia collettiva”, inizia von der Leyen. La presidente elenca quattro elementi del comportamento Ue: “In primo luogo, abbiamo dimostrato un’inequivocabile solidarietà con la Groenlandia e il Regno di Danimarca. In secondo luogo, siamo rimasti fermamente al fianco dei sei Stati membri minacciati dai dazi. In terzo luogo, ci siamo confrontati attivamente con gli Stati Uniti a vari livelli. Lo abbiamo fatto con fermezza, ma senza escalation. In quarto luogo, eravamo ben preparati con contromisure commerciali e strumenti non tariffari nel caso in cui fossero stati applicati dazi”. Confermando, così, quanto dichiarato prima della riunione da alcune fonti Ue sulla prontezza dei Paesi all’utilizzo del cosiddetto bazooka, lo strumento anti-coercizione, nel caso fosse stato necessario. “In sintesi, abbiamo seguito quattro principi chiave: fermezza, apertura, preparazione e unità, e il nostro approccio si è rivelato efficace. In futuro, dovremmo mantenere lo stesso approccio”, avvisa von der Leyen. “Voglio essere molto chiaro: il Regno di Danimarca e la Groenlandia godono del pieno sostegno dell’Unione europea”, aggiunge Costa. “Solo il Regno di Danimarca e la Groenlandia possono decidere su questioni che riguardano la Danimarca e la Groenlandia. Questo riflette il nostro fermo impegno nei confronti dei principi del diritto internazionale, dell’integrità territoriale e della sovranità nazionale, che sono essenziali per l’Europa e per la comunità internazionale nel suo complesso”, prosegue.

Ma se la situazione è cambiata, con la marcia indietro di Trump su minaccia bellica e commerciale dopo l’intervento del segretario della Nato, Mark Rutte, Bruxelles sa che i rischi rimangono. Per questo, al suo arrivo, il presidente francese Emmanuel Macron aveva scandito: “Rimaniamo estremamente vigili e pronti ad utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione se dovessimo trovarci nuovamente sotto minaccia”. E l’Unione vuole agire, anche per togliere dal tavolo le motivazioni fin qui addotte dalla Casa Bianca a giustificazione di una sua presa di Nuuk. “Abbiamo collettivamente investito troppo poco nell’Artico e nella sua sicurezza. Ora è giunto il momento di fare un passo avanti. E di costruire su ciò che abbiamo già realizzato”, afferma von der Leyen.

“In questo momento, stiamo lavorando per rafforzare le relazioni tra l’Ue e la Groenlandia”, prosegue ricordando l’apertura dell’ufficio Ue a Nuuk due anni fa; l’avvio l’anno scorso di accordi che porteranno a più investimenti in energia pulita, materie prime essenziali e connettività digitale; il raddoppio del sostegno finanziario dell’Ue nel prossimo bilancio pluriennale dell’Unione (il Qfp 2028-2034). “La Commissione presenterà presto un consistente pacchetto di investimenti”, osserva. Ma oltre ai finanziamenti, “intendiamo anche approfondire la cooperazione con gli Stati Uniti e tutti i partner sulla sicurezza artica. In particolare, credo che dovremmo utilizzare l’aumento della spesa per la difesa per equipaggiamenti pronti per l’Artico, ad esempio una nave rompighiaccio europea. E dovremmo rafforzare i nostri accordi di sicurezza e difesa con partner come Regno Unito, Canada, Norvegia, Islanda e altri. Questa è diventata una vera e propria necessità geopolitica”, sottolinea.

DAZI. Per quanto riguarda i dazi, l’Unione considera il quadro di riferimento l’accordo trovato in Scozia a fine luglio di cui il Parlamento europeo in settimana aveva sospeso la sua valutazione alla luce delle nuove minacce della Casa Bianca. Con il rientro della situazione, però, è stata la stessa presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, a poter annunciare, al suo arrivo al vertice informale, che ora l’Eurocamera potrà continuare le sue discussioni interne sul trattato commerciale Ue-Usa. Concetto ribadito da Costa nella conferenza stampa al termine dei lavori. “L’annuncio di ieri che non ci saranno nuovi dazi statunitensi sull’Europa è positivo. L’imposizione di dazi aggiuntivi sarebbe stata incompatibile con l’accordo commerciale Ue-Usa. Il nostro obiettivo deve ora essere quello di procedere con l’attuazione di tale accordo”, spiega lasciando intendere che, senza cambiamenti di situazione, sarà prorogata la sospensione, in scadenza il 6 febbraio, alle contromisure Ue di 93 miliardi, preparate in risposta ai dazi Usa dell’anno scorso e messe in stand-by alla luce dell’accordo scozzese.

UCRAINA. Sull’Ucraina, la presidente von der Leyen ricorda in conferenza stampa che, “con l’inverno che ha preso il sopravvento sul Paese, la Russia sta raddoppiando gli attacchi vili” e l’Ue sta “raddoppiando” il suo sostegno a Kiev “schierando questa settimana 447 generatori di emergenza per un valore di 3,7 milioni di euro per ripristinare l’alimentazione di ospedali, rifugi e servizi essenziali”. Inoltre, “i lavori stanno procedendo bene sugli aspetti di sicurezza e prosperità dei colloqui di pace” e, rispetto alle “garanzie di sicurezza, l’incontro di Parigi ha portato buoni progressi” e “ora stiamo aspettando la risposta russa”. In più, “per riguarda la prosperità, siamo vicini a un accordo con Stati Uniti e Ucraina su un unico quadro unificato per la prosperità” che “esamina come possiamo aumentare la prosperità dell’Ucraina nel momento in cui raggiungeremo un cessate il fuoco pacifico”. In questo contesto, “stiamo parlando di un unico documento che rappresenta la visione collettiva di ucraini, americani ed europei per il futuro dell’Ucraina nel dopoguerra”, che “si basa sull’importante lavoro di valutazione dei bisogni della Banca Mondiale” e “propone una risposta basata su cinque pilastri chiave”: aumentare la produttività attraverso riforme favorevoli alle imprese e una maggiore concorrenza sul mercato; accelerare l’integrazione dell’Ucraina nel Mercato unico dell’Ue; significativo aumento degli investimenti; maggiore coordinamento dei donatori; riforme fondamentali.

MERCOSUR. Infine, l’unità si manifesta anche nel capitolo dell’accordo commerciale Ue-Mercosur. Il Parlamento europeo ha deciso di ricorrere alla Corte di Giustizia per chiedere un parere sulla conformità dei testi ai Trattati dell’Ue, di fatto bloccando non il suo iter di esame ma la sua ratifica. Ma sono gli stessi Trattati a prevedere la possibilità di una applicazione provvisoria dell’accordo, prima che gli eurodeputati lo ratifichino. “Non voglio drammatizzare troppo la situazione. Non si è trattato di una votazione sul consenso, ma chiarimenti legali”, aveva puntualizzato Metsola al suo arrivo chiarendo che “l’applicazione provvisoria è un’opzione sul tavolo, e la porterò avanti anche con i leader dei gruppi politici”. E in conferenza stampa Costa: “Il Consiglio ha già deciso la scorsa settimana non solo di autorizzare la Commissione a firmare l’Accordo Mercosur, ma ha anche deciso di procedere all’applicazione provvisoria dell’Accordo Mercosur. Questa è la posizione del Consiglio, e invito la Commissione a utilizzare questa decisione del Consiglio e ad attuare l’applicazione provvisoria dell’Accordo Mercosur”. E von der Leyen chiarisce: “La questione dell’applicazione provvisoria è stata sollevata stasera da diversi leader” perché “c’è un chiaro interesse a garantire che i benefici di questo importante accordo si applichino il prima possibile. Non abbiamo ancora preso una decisione. Una decisione sarà necessaria solo quando uno o più Paesi del Mercosur avranno completato le loro procedure e saranno sostanzialmente pronti Quindi, in breve, saremo pronti quando lo saranno loro”, conclude.

Ucraina, Zelensky vede Trump e sferza l’Europa. Oggi primo trilaterale Usa-Russia-Kiev

Striglia l’Europa, considerata “frammentata” e senza una vera volontà politica contro la Russia di Putin. E annuncia il primo trilaterale Ucraina-Russia-Usa. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è il protagonista della quarta giornata del forum economico di Davos, in Svizzera. Appena arrivato vede il presidente americano Donald Trump, con cui ha avuto un colloquio “produttivo e sostanziale”. “Buon incontro, la guerra deve finire. Vediamo che cosa accade in Russia”, ha commentato lo stesso Trump. “La guerra deve finire”, ha ribadito a chi gli chiedeva quale messaggio volesse trasmettere al presidente russo Vladimir Putin.

A riprova della rinnovata ‘concordia’ lo stesso Zelenzky conferma in conferenza stampa che i due hanno raggiunto un’intesa sui termini delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. “Le garanzie di sicurezza sono pronte”, ha dichiarato il leader ucraino, aggiungendo che “il documento deve essere firmato dalle parti, dai presidenti, e poi passerà ai parlamenti nazionali”. Il nodo restano i territori, ovvero il Donbass.

Stesso punto irrisolto che emerge da Mosca, dal colloquio tra l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff e il presidente russo Vladimir Putin. “Penso che siamo arrivati a un unico problema, e ne abbiamo discusso le iterazioni, e questo significa che è risolvibile. Quindi, se entrambe le parti vogliono risolvere la questione, la risolveremo”, ha spiegato Witkoff. L’incontro, conferma il Cremlino, è stato “sostanziale, costruttivo e franco”, ha commentato il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov.

Kirill Dmitriev, rappresentante speciale del presidente russo per gli investimenti e la cooperazione economica con i paesi stranieri, ha definito i colloqui “importanti”. Secondo Ushakov, le parti hanno confermato che senza una soluzione della questione territoriale attraverso la “formula di Anchorage”, non vi è alcuna speranza di una soluzione a lungo termine. La Russia, come ha sottolineato l’assistente presidenziale, resta concentrata su una risoluzione “politica e diplomatica del conflitto”, ma finché non saranno raggiunti accordi, continuerà a perseguire gli obiettivi del Distretto militare strategico “sul campo di battaglia”, dove mantiene l’iniziativa strategica.

Oggi si terrà il primo incontro trilaterale tra Russia, Stati Uniti e Ucraina, ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. La delegazione russa sarà guidata da Igor Kostyukov, capo della Direzione generale dello Stato maggiore. Parallelamente si terrà un incontro tra i presidenti del gruppo bilaterale per gli affari economici Russia-UsA, Kirill Dmitriev e Steve Witkoff.

Dal trilaterale però, resta esclusa l’Europa, verso cui il presidente ucraino ha lanciato una forte accusa dal palco di Davos. L’Europa è un “caleidoscopio frammentato di piccole e medie potenze” e sembra “persa” nel tentativo di convincere Donald Trump a costringere la Russia a porre fine alla sua guerra. E ancora: “Invece di assumere un ruolo guida nella difesa della libertà in tutto il mondo, soprattutto quando l’attenzione dell’America si sposta altrove, l’Europa sembra persa nel tentativo di convincere il presidente degli Stati Uniti a cambiare idea”, ha affermato. E’ il momento, per Zelensky, di “avere una difesa comune, è il momento di agire”, ha esortato il leader ucraino citando il film ‘Il giorno della marmotta’.  “Nessuno vorrebbe vivere così, ripetendo la stessa cosa per settimane, mesi e, naturalmente, quattro anni”, ha spiegato accusando l’Europa di immobilismo.

Il Presidente Trump ha guidato un’operazione in Venezuela e Maduro è stato arrestato. Mi dispiace ma Putin invece non è sotto processo e questo è il quarto anno della guerra più grande in Europa dalla seconda guerra mondiale e l’uomo che l’ha iniziata non solo è a piede libero ma sta ancora combattendo per i suoi asset congelati in Europa”, ha incalzato. Proprio sugli asset russi “l’Europa non ha nemmeno cercato di costruire la propria risposta” alle minacce russe. “Grazie a Ursula, grazie ad Antonio Costa e a tutti i leader europei, ma quando arriverà il momento di usare quegli asset per difenderci dall’aggressione russa?”, ha chiesto presidente ucraino. “Putin è riuscito a fermare l’Europa da usare quegli asset congelati.” 

Passo indietro di Trump: niente dazi per la Groenlandia. Meloni: “Scelta positiva”

Un passo in avanti e due indietro. Dopo lo show sul palco di Davos, nella serata di mercoledì il presidente Usa, Donald Trump, prova a distendere i toni e sul suo social Truth annuncia la sospensione dei dazi – che avrebbero dovuto entrare in vigore il 1° febbraio – per i Paesi europei che hanno inviato truppe in Groenlandia. La decisione, dice, è stata presa “sulla base di un incontro molto produttivo che ho avuto con il segretario generale della Nato, Mark Rutte”, con il quale è stato definito “il quadro di un futuro accordo relativo alla Groenlandia e, di fatto, all’intera regione artica. Questa soluzione, se portata a termine, sarà ottima per gli Stati Uniti d’America e per tutti i paesi della Nato”. I dettagli di questo “quadro” non vengono esplicitati, ma lo stop alle nuove tariffe di ritorsione ha il merito di distendere la tensione.

“Accolgo con favore l’annuncio del presidente Trump di sospendere l’imposizione dei dazi prevista per il 1° febbraio nei confronti di alcuni Stati europei. Come l’Italia ha sempre sostenuto, è fondamentale continuare a favorire il dialogo tra nazioni alleate”, commenta in serata la premier Giorgia Meloni, che già durante la registrazione di ‘Porta a porta’ definisce “un errore” l’imposizione di nuove tariffe. L’invio di truppe, dice a Bruno Vespa, è stato visto da Washington “come un attacco nei confronti degli Usa. Io credo che invece fosse il tentativo di rispondere a un’esigenza che anche gli americani pongono ed è la ragione per la quale ho chiamato Donald Trump e gli ho detto ‘Credo che non sia un errore la previsione o la minaccia di aggiungere dazi a quelle nazioni che avevano fatto questa scelta’. Ma una parte di questi problemi è dovuta a un’assenza di comunicazione che bisogna ripristinare”.

E se la partita commerciale è ora a un punto fermo, resta da capire quanto ci sia di vero nel fiume di parole di Trump sul palco di Davos. Quasi un’ora e 20 minuti di discorso mescolando politica interna, difesa, energia, sicurezza nazionale, insulti più o meno velati agli altri Paesi. E, ancora dazi, Ucraina, Iran. Dal palco del World Economic Forum il tycon sembrava voler tirare dritto sulla Groenlandia. “Un blocco di ghiaccio”, così l’ha definito più volte, “molto vasto, poco sviluppato, quasi totalmente disabitato, quasi totalmente non difeso, in una posizione strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia”, che solo gli Usa “sono capaci di mettere in sicurezza”. Nessun altro. Tanto meno la Danimarca, “un piccolo e bel Paese” che, però, “non ha mai fatto nulla”. La stessa premier Meloni considera “reale” il tema della sicurezza, ma “irrealistica” l’invasione militare da parte degli Stati Uniti.

La richiesta di Tump è comunque chiara: “Vogliamo la Groenlandia e se dite di no ce lo ricorderemo”, quindi servono “negoziati immediati” per l’acquisizione dell’isola. Il repubblicano ha chiesto proprio “un atto di proprietà” perché “legalmente non è difendibile adesso e poi dal punto di vista psicologico è importante avere un accordo, un titolo di proprietà”. Nella sua visione, l’annessione – di fatto – della Groenlandia può diventare “positiva, un driver per l’economia” non solo per gli stessi Usa, ma anche per l’Europa e questo, assicura, “non sarà mai una minaccia alla Nato”. Alleanza verso cui, però, avanza più di una stoccata. “Non ha mai fatto niente per noi – dice Trump – noi ci siamo stati e ci saremo al 100 ma non so se la Nato ci sarà per noi, è una sorta di sveglia”.

Poi, con un numero di giocoleria dialettica, il monito: “Non abbiamo mai chiesto niente e non abbiamo mai avuto niente a meno che io non decida di utilizzare una forza eccessiva, ma sarebbe inarrestabile, e io non lo farò”.

Trump show a Davos: “Se non ci date la Groenlandia ce ne ricorderemo”

Quasi un’ora e 20 minuti di discorso mescolando politica interna, difesa, energia, sicurezza nazionale, insulti più o meno velati agli altri Paesi. E, ancora dazi, Ucraina, Iran. Dal palco del World Economic Forum di Davos il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, attacca tutto e tutti ma non sorprende. E, soprattutto, tira dritto, anzi drittissimo, sulla Groenlandia. “Un blocco di ghiaccio”, così come lo definisce più volte, “molto vasto, poco sviluppato, quasi totalmente disabitato, quasi totalmente non difeso, in una posizione strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia”, che solo gli Usa “sono capaci di mettere in sicurezza”. Nessun altro. Tanto meno la Danimarca, “un piccolo e bel Paese” che, però, “non ha mai fatto nulla”. Le minacce, ricorda Trump, sono rappresentate da “missili, testate nucleari e armi”, quindi “ci serve uno sforzo internazionale di sicurezza”.

A sostegno della sua tesi snocciola tutto ciò che rende gli Stati Uniti “una grande potenza molto più grande rispetto a quello che potete pensare”, dall’attacco in Venezuela e alle azioni durante la Seconda Guerra Mondiale, fino al rinnovato esercito che “con il mio mandato è diventato 100 volte più forte” di 80 anni fa.

La richiesta è chiara: “Vogliamo la Groenlandia e se dite di no ce lo ricorderemo”, quindi servono “negoziati immediati” per l’acquisizione dell’isola. Il repubblicano chiede proprio “un atto di proprietà” perché “legalmente non è difendibile adesso e poi dal punto di vista psicologico è importante avere un accordo, un titolo di proprietà”. Nella sua visione, l’annessione – di fatto – della Groenlandia può diventare “positiva, un driver per l’economia” non solo per gli stessi Usa, ma anche per l’Europa e questo, assicura, “non sarà mai una minaccia alla Nato”. Alleanza verso cui, però, avanza più di una stoccata. “Non ha mai fatto niente per noi – dice Trump – noi ci siamo stati e ci saremo al 100 ma non so se la Nato ci sarà per noi, è una sorta di sveglia”.

Poi, con un numero di giocoleria dialettica, il monito: “Non abbiamo mai chiesto niente e non abbiamo mai avuto niente a meno che io non decida di utilizzare una forza eccessiva, ma sarebbe inarrestabile, e io non lo farò”.

Lato europeo la situazione è tesa. Il tema sarà al centro del Consiglio Ue straordinario di giovedì e la posizione di Bruxelles è quella ribadita dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: la Groenlandia “è una nazione con la sua sovranità e il suo diritto all’integrità territoriale”, ma contestualmente si lavora a “un pacchetto per la sicurezza dell’Artico” in particolare con “l’aumento della spesa per la difesa per equipaggiamenti pronti” per questo territorio. Il Parlamento europeo, invece, invita ancora il Vecchio Continente “a rispondere in modo fermo, collettivo e deciso e a contrastare qualsiasi tentativo di coercizione”.

Dall’altro capo del mondo, proprio sull’isola di ghiaccio, prevale il pragmatismo. Il governo ha diffuso un opuscolo dal titolo ‘Preparati alle crisi – sopravvivi per cinque giorni’ con consigli semplici e pratici su come “le famiglie possono prepararsi a cavarsela da sole per un massimo di cinque giorni in caso di crisi”. Ufficialmente si tratta di un’iniziativa avviata lo scorso anno a seguito di una serie di interruzioni di corrente di breve e lunga durata, spiega Nuuk, ma è oggi quanto mai attuale.