Trump valuta acquisto Groenlandia. Macron: “No a nuovo colonialismo”. Ue: “Usa restano partner strategici”

L’Unione europea e i governi dei Ventisette iniziano a percepire come reale la minaccia degli Stati Uniti d’America e del loro presidente, Donald Trump – che si dice pronto ad acquistarla – sulla Groenlandia e provano a reagire. Anche se in modi diversi. Tra i toni più duri ci sono quelli del presidente francese Emmanuel Macron, secondo cui gli Stati Uniti “si stanno gradualmente allontanando” da alcuni loro alleati e “si stanno liberando dalle regole internazionali”, affermando “un nuovo imperialismo e un nuovo colonialismo“, che si delinea dalla Groenlandia, al Venezuela passando per la Colombia e l’Iran. Nel suo discorso annuale davanti agli ambasciatori francesi, il capo dell’Eliseo ha parlato di “un’aggressività neocoloniale” da parte di Washington sempre più presente nelle relazioni diplomatiche. E ha aggiunto che “le istituzioni multilaterali funzionano sempre meno bene”, anche se “viviamo in un mondo di grandi potenze con una forte tentazione di spartirsi il mondo”.

Anche l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera e di Sicurezza, Kaja Kallas, ha manifestato allarme per le mosse di Washington. “I messaggi che sentiamo riguardo alla Groenlandia sono estremamente preoccupanti”, ha detto durante la conferenza stampa al Cairo con il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty. L’ex premier estone ha spiegato che il tema è stato “discusso anche tra gli Stati europei”, soprattutto per valutare se “rappresenti una minaccia reale e, se sì, quale sarebbe la nostra risposta” europea. “La Danimarca è stata una buona alleata degli Stati Uniti e direi che tutte queste dichiarazioni non stanno realmente contribuendo alla stabilità mondiale. Il diritto internazionale è molto chiaro e dobbiamo rispettarlo”, ha precisato.

Più cautela, invece, da parte della Commissione europea che, nel briefing quotidiano con la stampa, ha sottolineato “che gli Stati Uniti rimangono un partner strategico” dell’Ue. “Con loro, come con tutti gli altri partner, lavoriamo attivamente nelle aree in cui ci sono interessi comuni. E continueremo a farlo”, ha affermato la portavoce della Commissione europea, Arianna Podestà. “Gli Stati Uniti storicamente sono un partner strategico dell’Unione europea. Lo sono sempre stati e continuano a esserlo. Non significa che la dobbiamo vedere esattamente allo stesso modo su tutti gli argomenti, ma ci sono molti, molti ambiti in cui condividiamo visioni e interessi comuni e su questo lavoriamo attivamente. Dalla geopolitica all’economia, ci sono molti ambiti in cui possiamo cooperare e in cui cooperiamo”, ha dettagliato.

Intanto, secondo una ricostruzione fatta dal Corriere della Sera, la Groenlandia ‘vale’ quasi 2800 miliardi di dollari e gli Stati Uniti hanno già tentato altre volte di acquistarla. Dopo aver comprato l’Alaska dalla Russia, nel 1868 il segretario di Stato William Seward valutò di rilevare anche la Groenlandia e l’Islanda per 5,5 milioni di dollari, ma non arrivò mai ad avanzare una proposta formale. A presentarla fu invece nel 1946 il presidente Harry Truman che offrì 100 milioni in oro per convincere la Danimarca a vendere, ma senza riuscirci. In generale, si stima che l’isola ospiti risorse minerarie per 4.400 miliardi: circa 1.700 miliardi di petrolio e gas — la cui estrazione è dal 2021 proibita per ragioni ambientali — e 2.700 miliardi di metalli, fra cui le preziosissime terre rare. Estrarre queste riserve non è semplice per le condizioni climatiche, la scarsità di manodopera e la carenza di infrastrutture, ma secondo il think tank American Action Forum (Aaf), il valore dei giacimenti attualmente sfruttabili dell’isola è attorno ai 186 miliardi. E, basandosi sui valori dell’Islanda — Paese simile alla Groenlandia per posizionamento geostrategico — l’Aaf stima un prezzo al chilometro quadro di 1,38 milioni che, applicato all’intero territorio groenlandese, porterebbe a un prezzo complessivo di 2.760 miliardi, circa il 9% del Pil americano e il 7% del suo debito pubblico.

La questione potrebbe essere affrontata a giorni dagli attori principali. Ieri il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato un incontro con i funzionari danesi la prossima settimana, ma senza specificare luogo o modalità. A partecipare sarà anche il governo di Nuuk. “Niente sulla Groenlandia senza la Groenlandia. Ovviamente parteciperemo. Siamo noi che abbiamo richiesto l’incontro”, ha scandito all’emittente pubblica danese DR la ministra degli Esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri, durante la cerimonia di apertura della presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue, a Nicosia, sia Ursula von der Leyen che Antonio Costa hanno concentrato l’attenzione dei loro discorsi sulla questione groenlandese. “La cooperazione è più forte del confronto, la legge è più forte della forza. Questi sono principi che valgono non solo per la nostra Unione europea, ma anche per la Groenlandia”, ha affermato la presidente della Commissione. “L’Europa rimarrà una difensore fedele e incondizionato del diritto internazionale e del multilateralismo”, ha aggiunto Costa ricordando che gli europei hanno imparato dalla storia che “l’unilateralismo porta direttamente al conflitto, alla violenza e all’instabilità”. Mentre la premier danese, Mette Frederiksen, nei giorni scorsi ha evidenziato che un attacco Usa contro un altro alleato Nato significherebbe la fine dell’Alleanza Atlantica.

Nel frattempo, si può ricordare quanto già rispolverato con l’aggressione russa all’Ucraina e il timore di una sua espansione ai Paesi Ue, in particolare a quelli che nel 2022 non erano aderenti alla Nato, Svezia e Finlandia. E cioè che l’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea prevede la mutua assistenza tra gli Stati membri. “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri”, si legge. Infine, nel ventaglio di proposte di reazione, arriva anche quella del deputato europeo danese del gruppo The Left, Per Clausen, che ha scritto una lettera alla presidente del Parlamento, Roberta Metsola, e ai capigruppo per chiedere uno stop dell’esame dell’accordo sui dazi. Il Parlamento dovrebbe votare a febbraio l’accordo trovato l’estate scorsa tra von der Leyen e Trump. Ma “se approvassimo un accordo che Trump considera una vittoria personale, mentre egli avanza pretese sulla Groenlandia e non esclude alcun modo per raggiungerle, sarebbe facilmente percepito come un premio per lui e le sue azioni”, ha spiegato nella missiva.

Dal Venezuela alla Groenlandia: il piano Trump per l’energia aspettando l’Europa

Petrolio, zinco, piombo, rame, uranio, oro, graffite, nichel, ferro, carbone. E, perché no?, diamanti. Sono, probabilmente, le vere ragioni per le quali Donald Trump ha messo gli occhi (da tempo) sulla Groenlandia. Poi, sì, c’è anche la sicurezza nazionale, la “questione della Difesa”, con la minaccia incombente di Cina e Russia sulle rotte artiche che, attraverso lo scioglimento dei ghiacci, diventano voluttuose autostrade per tutelare i propri interessi nazionali. Ma poi.

E c’è sempre il petrolio, principalmente, dietro il blitz in Venezuela che ha trasformato Nicolas Maduro da dittatore a detenuto. Poi, per carità, anche la lotta al narcotraffico di cui Caracas è una delle capitali mondiali, ma senza dimenticare la Colombia, la Bolivia, eccetera eccetera che sembrano in questo momento Paesi esenti dalla produzione industriale della droga. Ma poi.

Tutto questo per mettere in evidenza come il nostro secolo sarà definito nel suo perimetro dall’energia e dalle cosiddette materie critiche. Energia che Trump, il giorno del suo insediamento, ha riconsegnato al dominio assoluto del fossile (come dimenticare il “drill, baby, drill”), in particolare di petrolio e gas, incenerendo le politiche green del solare e dell’eolico, riducendo l’energia pulita alla sussidiarietà. Petrolio e gas che il presidente Usa intende esportare e condizionare a livello di prezzi: non a caso sta già vendendo all’Europa vagonate di Gnl, non proprio in saldo, e sta accaparrandosi il greggio del Venezuela in modo di essere in grado di determinarne il costo. E i Paesi dell’Opec e dell’Opec+ che dicono? Per adesso, non dicono. Ed è strano. Molto strano.

Tornando alla Groenlandia, in teoria dovrebbe esserci una risposta pronta e anche netta da parte dell’Europa. Anzi, più che in teoria, nella pratica. Perché se a Caracas la ‘scusa’ poteva essere la destabilizzazione di un presidente eletto in maniera non democratica, affamatore di un popolo e chissà che altro ancora, mettere le mani su un pezzo del Vecchio Continente che appartiene alla Danimarca solo per una “questione di Difesa”, diventa oggettivamente più complicato agli occhi dell’universo mondo. Eppure, i bookmakers – usando una metafora calcistica – non quotano l’annessione. Non riusciamo davvero a immaginare Trump, nella sua tenuta di Mar-a-Lago, che preso atto della reazione ‘veemente’ di Bruxelles (“Si rispetti l’integrità territoriale”, perbacco), abbia tremato e suggerito al Segretario di Stato Marco Rubio e a tutti i suoi generali di fare marcia indietro. Pensiamo, purtroppo, che abbia sfoderato il suo ghigno migliore e abbia alzato il volume dello stereo.

Il sospetto è che mentre tra Strasburgo e Bruxelles ci si ingegna per mettere in atto qualche altro regolamento cervellotico da applicare subito pena sanzioni pesantissime, la premier della Danimarca, Mette Frederiksen, dovrà arrangiarsi da sola. Tanti auguri.

Trump punta ancora alla Groenlandia: “Ci serve per la sicurezza nazionale”

A un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca e a pochi giorni dall’attacco al Venezuela – e dall’arresto del presidente Nicolas Maduro e della moglie Cilia Flores – il presidente Usa, Donald Trump, è tornato a ripeterlo: la Groenlandia “ci serve per questioni di sicurezza nazionale”, anche perché “è circondata da navi russe e cinesi”. A bordo dell’Air Force One, il repubblicano ha accusato la Danimarca di non essere capace “di garantire” questa sicurezza e ha ironizzato: per farlo, “ha aggiunto una slitta trainata da cani”.

Già due giorni fa la premier danese, Mette Frederiksen, ha ricordato a Trump che gli Usa “non hanno alcun diritto di annettere nessuno dei tre paesi del Commonwealth”, anche perché il Regno di Danimarca – e quindi la Groenlandia – fa parte della Nato “ed è quindi coperto dalla garanzia di sicurezza dell’alleanza”. “Vorrei quindi esortare con forza gli Stati Uniti a porre fine alle minacce contro un alleato storicamente stretto e contro un altro Paese e un altro popolo che hanno affermato molto chiaramente di non essere in vendita”, ha ribadito Frederiksen.

L’operazione militare americana in Venezuela, che ha messo in evidenza l’interesse di Donald Trump per le vaste risorse petrolifere del Paese, ha riacceso i timori per la Groenlandia, ambita dal presidente americano per le sue importanti risorse minerarie e la sua posizione strategica. Tra una ventina di giorni, ha detto Trump, “ce ne occuperemo”.

Nel fine settimana è stata Katie Miller, moglie del vice capo di gabinetto della Casa Bianca, Stephen Miller, a rilanciare la questione. In un post su X ha pubblicato una mappa della Groenlandia con i colori della bandiera americana, accompagnata dalla scritta “Presto”. La Danimarca è un alleato storico e tradizionale degli Stati Uniti, che le forniscono gran parte delle sue armi. Ma il primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, su Facebook ha giudicato “irrispettoso” il post di Miller. “Le relazioni tra i paesi e i popoli si basano sul rispetto e sul diritto internazionale, e non su simboli che ignorano il nostro status e i nostri diritti”, ha scritto.

Poco prima di Natale Trump aveva nominato il governatore della Louisiana Jeff Landry, repubblicano, come inviato speciale degli Usa in Groenlandia, scatenando una bufera internazionale. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa avevano espresso la loro “piena solidarietà con la Danimarca e il popolo della Groenlandia”. “L’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale”, avevano ribadito.

Dazi, Ucraina, clima e il ritorno di Trump: cos’è successo nel 2025

Si sta per concludere il 2025, segnato da una tregua precaria a Gaza, da inutili sforzi per porre fine alla guerra in Ucraina, da investimenti colossali nell’intelligenza artificiale e dal clamoroso ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Aggravati dal cambiamento climatico generato dalle attività umane, anche fenomeni meteorologici estremi – incendi boschivi in Europa, siccità in Africa e inondazioni mortali in Asia – hanno colpito il pianeta nel 2025, che è in procinto di diventare uno dei tre anni più caldi mai registrati.
Nella autoproclamata “capitale mondiale del Capodanno”, Sydney, i preparativi per i festeggiamenti sono stati offuscati dall’attentato antisemita di metà dicembre su una spiaggia emblematica della metropoli australiana, che ha causato 15 morti.

Il 2025 rimarrà l’anno in cui le bambole Labubu, mascotte del soft power cinese, hanno invaso il pianeta, in cui la bandiera pirata del manga One Piece è diventata un simbolo della lotta contro l’oppressione in diversi continenti, in cui i gioielli della Corona sono stati rubati in modo spettacolare dal Museo del Louvre a Parigi. Il mondo ha anche perso la primatologa Jane Goodall, figura di spicco della causa ambientale, il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa, il fotografo Sebastiao Salgado – noto per le sue foto delle tragedie umane -, lo stilista Giorgio Armani, gli attori Robert Redford, Claudia Cardinale e Brigitte Bardot. Il Vaticano ha eletto un nuovo papa, Leone XIV, dopo la morte del suo predecessore Francesco. Negli Stati Uniti, il repubblicano Donald Trump è tornato alla Casa Bianca a gennaio per un secondo mandato, ordinando una raffica di dazi doganali sui suoi partner, espulsioni di massa di immigrati irregolari e lo smantellamento di interi settori dello Stato federale.

A Gaza, dopo due anni di guerra che hanno lasciato il territorio palestinese dissanguato e in preda a una grave crisi umanitaria, le pressioni americane hanno portato a un fragile cessate il fuoco tra Israele e il gruppo islamista palestinese Hamas. Scatenata il 7 ottobre 2023 da un attacco di Hamas in territorio israeliano che ha causato la morte di oltre 1.200 persone, secondo un bilancio stilato dall’AFP sulla base di dati ufficiali, la guerra ha provocato più di 70.000 morti, secondo i dati del ministero della Salute di Hamas, ritenuti affidabili dall’ONU.

La guerra in Ucraina, scatenata dall’invasione su larga scala del Paese da parte della Russia nel febbraio 2022, sta entrando nel suo quarto anno. Intensi negoziati diplomatici hanno fatto sperare in un progresso per porre fine al conflitto più sanguinoso in Europa dalla seconda guerra mondiale. Dopo un nuovo ciclo di colloqui con gli emissari di Trump a dicembre, l’Ucraina ha dichiarato che sono stati compiuti “progressi”, anche se la questione dei territori ucraini controllati dalla Russia – che accentua la pressione sul campo – rimane un punto di stallo.

I prossimi dodici mesi promettono di essere ricchi di eventi sportivi, spaziali e di dibattiti sull’intelligenza artificiale. I Mondiali di calcio cambieranno dimensione con 48 squadre, 104 partite e tre paesi ospitanti (Stati Uniti, Messico, Canada). Si svolgeranno nell’arco di quasi sei settimane, dall’11 giugno al 19 luglio, in 16 stadi distanti talvolta migliaia di chilometri l’uno dall’altro.

A più di 50 anni dall’ultima missione lunare del programma Apollo, il 2026 potrebbe anche essere l’anno del ritorno degli astronauti intorno alla Luna. Rinviata più volte, la missione americana Artemis 2, durante la quale gli astronauti dovranno viaggiare intorno alla Luna senza atterrarvi, è ora prevista per l’inizio dell’anno, al più tardi per aprile. Le preoccupazioni suscitate dall’IA – alimentate da esempi di disinformazione, accuse di violazione del copyright, licenziamenti di massa, studi sul suo pesante impatto ambientale – potrebbero intensificarsi. Gli investitori temono in particolare che l’entusiasmo per questa tecnologia sia solo una bolla speculativa. Secondo la società americana Gartner, la spesa globale per l’IA dovrebbe raggiungere circa 1.500 miliardi di dollari nel 2025 e superare i 2.000 miliardi nel 2026.

Ucraina, promessa mantenuta: Ue sblocca 90 miliardi per Kiev. Ma salta uso asset russi

E’ arrivato nella notte l’accordo dell’Unione europea per il finanziamento degli sforzi bellici dell’Ucraina per almeno due anni attraverso un prestito comune di 90 miliardi di euro, ma senza ricorrere agli asset russi, in merito ai quali l’intesa è saltata. I leader dei 27 Stati membri dovevano trovare a tutti i costi una soluzione duratura per Kiev, che rischiava di rimanere senza fondi già nel primo trimestre del 2026. Si erano impegnati a garantire il sostegno finanziario e militare essenziale dopo la chiusura del rubinetto americano decisa dal presidente Donald Trump.

“È un messaggio decisivo per porre fine alla guerra, perché (Vladimir) Putin farà concessioni solo quando capirà che la sua guerra non gli porterà alcun vantaggio”, ha assicurato il cancelliere tedesco Friedrich Merz al termine dell’accordo raggiunto nel cuore della notte a Bruxelles. Il leader tedesco ha sempre spinto per l’utilizzo dei beni russi congelati in Europa per finanziare il prestito e ha lasciato Bruxelles senza aver ottenuto ciò che voleva, oltre ad essere stato costretto ad accettare un rinvio della firma di un accordo di libero scambio con i paesi sudamericani del Mercosur, ottenuto dalla Francia e dall’Italia.

“Si tratta di un sostegno importante che rafforza davvero la nostra resilienza”, ha commentato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che si era recato a Bruxelles per ribadire con forza il suo messaggio, ringraziando i leader europei. “È importante che i beni russi rimangano congelati e che l’Ucraina abbia ricevuto una garanzia di sicurezza finanziaria per gli anni a venire”, ha scritto sul social network X. Anche senza gli asset, l’Ucraina ha comunque la certezza di disporre dei fondi necessari, mentre i combattimenti continuano nonostante le intense trattative in corso.

In mancanza di un accordo sul ricorso ai beni della banca centrale russa, totalmente inedito e ad alto rischio, i 27 si sono accordati su un prestito comune. “Ci siamo impegnati e abbiamo mantenuto la promessa”, ha dichiarato alla stampa il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che ha guidato i lavori del vertice.

“Garantire 90 miliardi di euro a un altro Paese per i prossimi due anni, non credo che sia mai successo nella nostra storia”, ha affermato il primo ministro danese Mette Frederiksen, il cui Paese detiene la presidenza del Consiglio dell’UE fino alla fine dell’anno. Ora “tornerà utile parlare con Vladimir Putin”, ha affermato il presidente francese Emmanuel Macron. Soddisfatta la premier Giorgia Meloni per essere arrivati a “una soluzione sostenibile sul piano giuridico e su quello finanziario. Sono contenta che abbia prevalso il buon senso, che si sia riusciti a garantire le risorse che sono necessarie, ma con una soluzione che ha una base solida sul piano giuridico e sul piano finanziario”.

Il fabbisogno finanziario di Kiev è stato stimato in 137 miliardi di euro, di cui l’Ue si impegna a coprire i due terzi, ovvero 90 miliardi. Il resto dovrà essere garantito dagli altri alleati dell’Ucraina, come la Norvegia o il Canada. I 27 concederanno a Kiev un prestito a tasso zero, finanziato dal bilancio dell’Unione europea, che l’Ucraina dovrà rimborsare solo se la Russia le pagherà i risarcimenti, ha precisato alla stampa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. “Dopo lunghe discussioni”, è chiaro che il ricorso ai beni russi “richiede ulteriore lavoro”, ha riconosciuto nella notte tra giovedì e venerdì un funzionario europeo, sotto copertura di anonimato.

Da settimane l’accordo era bloccato dalla forte riluttanza del Belgio, dove si trova la maggior parte di questi beni congelati, pari a circa 210 miliardi di euro. L’idea era quella di utilizzarli per finanziare un “prestito di risarcimento” di 90 miliardi a favore dell’Ucraina. Ore di trattative, prima tra diplomatici e poi a livello di leader europei, riuniti giovedì sera in conclave, non hanno permesso di raggiungere un compromesso.

Già in ottobre il primo ministro belga Bart De Wever aveva chiesto ai suoi partner garanzie quasi illimitate per scongiurare il rischio di un rimborso anticipato o di ritorsioni russe. E se gli altri paesi dell’Ue si sono detti pronti a dare prova di solidarietà, per loro era comunque fuori discussione firmare un assegno in bianco al Belgio. “I giochi sono fatti, tutti sono sollevati”, ha dichiarato il capo del governo belga al termine del vertice.

“La legge e il buon senso hanno ottenuto una vittoria per il momento”, ha scritto su Telegram Kirill Dmitriev, emissario del Cremlino per le questioni economiche. E’ fallito, aggiunge, un “un uso illegittimo dei beni russi per finanziare l’Ucraina”.

L’accordo sul prestito è stato raggiunto dai 27, ma l’operazione sarà realizzata solo dai 24, con l’esclusione di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, tre paesi riluttanti a sostenere finanziariamente l’Ucraina. Giovedì il presidente americano ha nuovamente mostrato impazienza, invitando l’Ucraina ad “agire rapidamente”, prima che la Russia “cambi idea”.

Ucraina, al via settimana decisiva. Oggi nuovi colloqui di pace a Berlino

Si apre oggi una “settimana decisiva” per la questione Ucraina, sia sul fronte dei finanziamenti europei a Kiev – su cui i leader dell’Ue dovranno prendere una decisione durante il vertice di giovedì e venerdì – sia per quanto riguarda i negoziati di pace. Arrivando al Consiglio Esteri e Bruxelles, l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, ha ricordato che sull’uso degli asset russi il confronto “è sempre più difficile”, ma “l’opzione più credibile è il prestito di riparazione”.

Oggi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e i negoziatori americani si incontrano a Berlino, dopo cinque ore di colloqui domenica, con Kiev che spera di convincere Washington che in Ucraina deve essere raggiunto un cessate il fuoco senza concessioni territoriali preliminari alla Russia. L’inviato americano Steve Witkoff è stato avaro di dettagli, ma ha assicurato su X che sono stati compiuti “molti progressi” durante “le discussioni approfondite sul piano in 20 punti per la pace, i programmi economici e altro ancora”. Un nuovo round è previsto questa mattina.

Il serata è previsto anche un incontro al vertice tra Volodymyr Zelensky e alcuni leader europei, tra cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro britannico Keir Starmer, nonché la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il segretario generale della Nato Mark Rutte. Come Kiev, molti leader europei si oppongono all’idea di cedere alle richieste massimaliste del Cremlino. Temono che il presidente americano Donald Trump abbandoni l’Ucraina e che l’Europa venga esclusa dai dibattiti sulla sicurezza del continente, proprio mentre Mosca viene percepita come una grave minaccia.

Volodymyr Zelensky è stato accolto domenica pomeriggio a Berlino alla Cancelleria dal padrone di casa, Friedrich Merz. Per l’occasione sono state esposte bandiere americane, ucraine ed europee. Le foto diffuse dalla presidenza ucraina mostrano i due leader in compagnia di Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Donald Trump. Zelensky e Witkoff si abbracciano sorridendo.

Su X, Merz ha affermato che erano in discussione “questioni difficili” e che “gli interessi ucraini (erano) anche gli interessi europei”. Prima dell’incontro, Zelensky ha dichiarato di voler convincere gli Stati Uniti a sostenere un cessate il fuoco che preveda il congelamento della linea del fronte e non la cessione dell’intero Donbass (est), come richiesto dal Cremlino e proposto da Washington: “Mi piacerebbe che gli americani ci sostenessero su questo punto”. Kiev e l’Europa hanno sempre rifiutato questa concessione, che premerebbe l’aggressore. Zelensky ha anche dichiarato domenica, prima dei negoziati, che Washington non aveva ancora risposto alla versione del piano per porre fine al conflitto, emendata da Kiev e dagli europei.

Intervistato dalla televisione di Stato russa, il consigliere di Vladimir Putin, Yuri Ushakov, ha respinto questi emendamenti, prevedendo “forti obiezioni”. Zelensky ha anche ribadito di volere garanzie di sicurezza europee e americane per scoraggiare qualsiasi nuovo attacco. Si tratterebbe di un meccanismo ispirato all’articolo 5 della Nato che prevede la protezione reciproca dei paesi membri, senza l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica, come richiesto in precedenza da Kiev. “È già un compromesso da parte nostra”, ha affermato Zelensky.

Mentre le ostilità continuano, Donald Trump ha mostrato questa settimana la sua impazienza di fronte alla lentezza delle discussioni sul suo piano di risoluzione del conflitto scatenato dall’invasione russa del febbraio 2022. L’Ucraina è sotto pressione da parte di Washington e Mosca affinché ceda la parte del Donbass che controlla. Si tratterebbe di creare una “zona economica libera” o una “zona smilitarizzata”. In cambio, l’esercito russo si ritirerebbe dalla parte occupata delle regioni di Sumy, Kharkiv e Dnipropetrovsk (nord, nord-est e centro-est), ma rimarrebbe in quelle di Kherson e Zaporizhia (sud), di cui Mosca rivendica l’annessione.

L’Ucraina è particolarmente sotto pressione: la presidenza è indebolita da uno scandalo di corruzione, l’esercito è in ritirata e la popolazione è soggetta a interruzioni di corrente a causa degli attacchi russi.

La Fed allenta la presa sui tassi di interesse: taglio di un quarto di punto percentuale

Come da previsioni, la banca centrale degli Stati Uniti (Fed) ha concluso la sua ultima riunione dell’anno con un taglio dei tassi di interesse, senza raggiungere l’unanimità al suo interno né fornire indicazioni chiare per il futuro. Per la terza volta in tre riunioni consecutive, la Federal Reserve ha abbassato di un quarto di punto percentuale i tassi di riferimento, che guidano i costi di finanziamento. Ora si collocano in un intervallo compreso tra il 3,50% e il 3,75%.

Tre dei dodici votanti hanno manifestato la loro opposizione: due non volevano alcun taglio e uno voleva una riduzione più consistente, di mezzo punto. Il presidente della Fed di Kansas City, Jeffrey Schmid, si era già espresso contro il precedente taglio, alla fine di ottobre ed è stato raggiunto dal presidente della Fed di Chicago, Austan Goolsbee. Entrambi hanno dichiarato pubblicamente di essere attualmente più preoccupati per il livello dell’inflazione che per la salute del mercato del lavoro americano. Il responsabile favorevole a una riduzione di mezzo punto è, senza sorpresa, il governatore Stephen Miran, recentemente nominato dal presidente Donald Trump.

In conferenza stampa, il presidente della Fed Jerome Powell ha affermato che la decisione di mercoledì non era scontata. Gli Stati Uniti stanno registrando sia un’accelerazione dell’inflazione (al 2,8%) sia un aumento della disoccupazione (al 4,4%), scenari che in teoria implicano azioni opposte da parte della banca centrale. “La discussione è stata serrata, ma dobbiamo prendere una decisione. Speriamo sempre che i dati ci consentano di vedere più chiaramente”, ha dichiarato Powell.

La banca centrale è stata privata di alcuni importanti indicatori economici a causa del recente blocco del bilancio (“shutdown”) che ha messo in cassa integrazione i servizi statistici degli Stati Uniti per 43 giorni. “È un periodo frustrante per la classe media e confuso per la Fed”, ritiene Heather Long, economista della banca Navy Federal Credit Union.

Interrogato sulla questione del costo della vita, tornata al centro del dibattito pubblico, Jerome Powell ha stimato che i salari dovranno aumentare per “diversi anni” più rapidamente dell’inflazione “affinché le persone inizino a sentirsi bene in termini di potere d’acquisto”.
Donald Trump, dal canto suo, ha ribadito martedì che i prezzi stanno diminuendo “enormemente”.

Jerome Powell ha dato poche indicazioni sul futuro, senza chiudere la porta a un ulteriore calo alla fine di gennaio e questo ha risollevato il morale della Borsa di New York, che ha chiuso in rialzo. “Non mi sorprende che ci sia ottimismo sui mercati a breve termine, dato che la Fed continua ad abbassare i tassi mentre l’economia è in crescita”, osserva Chris Zaccarelli, responsabile degli investimenti presso Northlight Asset Management. L’esperto avverte tuttavia che gli investitori rischiano di rimanere delusi, poiché ulteriori allentamenti potrebbero richiedere tempo per arrivare, “o addirittura non arrivare”.

I responsabili della Fed ritengono che, in base alle loro proiezioni aggiornate, nel 2026 sarà necessario un altro taglio dei tassi. Ma alcuni di loro non saranno più in grado di votare. Infatti, tra le dodici persone che fissano i tassi americani, quattro cambiano ogni anno secondo un sistema di rotazione che coinvolge le banche centrali regionali. I nuovi arrivati sono noti per essere ancora più preoccupati del livello di inflazione rispetto ai loro predecessori. Al contrario, Donald Trump vuole che la persona che sostituirà Jerome Powell in primavera si impegni a ridurre i tassi. Ha presentato il suo consigliere economico Kevin Hassett come favorito, ma mantiene ancora un certo suspense sulla sua scelta finale. Il capo dello Stato intende inoltre destituire una governatrice dell’istituzione, Lisa Cook. La Corte Suprema esaminerà il caso a gennaio.

Ucraina, Zelensky vede Papa e Meloni. La premier: Italia farà propria parte. Pressing Trump su piano pace

Un colloquio “eccellente” con la premier italiana Giorgia Meloni. Un invito a Kiev a papa Leone XIV e la promessa di inviare “nei prossimi giorni”, probabilmente domani, a Washington la proposta ucraina del piano Trump per porre fine alla guerra. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sta proseguendo il suo tour degli alleati europei facendo tappa oggi in Italia. “Mi fido di lei, ci aiuterà”, ha dichiarato il leader ucraino in uscita dall’hotel a Parioli prima di incontrare la premier a Palazzo Chigi. Durante il colloquio, durato circa un’ora e mezza, Meloni ha ribadito “la solidarietà al popolo ucraino e assicurato che l’Italia continuerà a fare la sua parte anche in vista della futura ricostruzione dell’Ucraina”. I due leader, hanno fatto sapere da Palazzo Chigi, hanno analizzato “lo stato di avanzamento del processo negoziale e condiviso i prossimi passi da compiere per il raggiungimento di una pace giusta e duratura” per Kiev. In questo senso, hanno precisato da Roma, è importante “un’unità di vedute tra partner europei e americani e del contributo europeo a soluzioni che avranno ripercussioni sulla sicurezza del continente”. Pari attenzione è stata rivolta, nel corso del colloquio, “ai temi della definizione di robuste garanzie di sicurezza che impediscano future aggressioni e del mantenimento della pressione sulla Russia affinché sieda al tavolo negoziale in buona fede”.

Dal canto suo Zelensky ha espresso apprezzamento per “il fatto che l’Italia sia attiva nel processo di ricerca di idee efficaci e nell’individuazione di misure per avvicinare la pace”. “Contiamo molto sul sostegno italiano in futuro: questo è importante per l’Ucraina” ha ribadito ringraziando Roma in particolare “per il pacchetto di supporto energetico e per le attrezzature necessarie”. In una conversazione con il Ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, il vicepremier Antonio Tajani ha confermato che è in arrivo il 12° pacchetto di aiuti militari, oltre che forniture e generatori per sostenere popolazione e infrastrutture energetiche”. La scorsa settimana, il governo aveva rinviato la decisione sul rinnovo degli aiuti militari all’Ucraina, la cui scadenza è prevista per il 31 dicembre. “Restiamo saldamente al fianco di Kiev: l’Italia continuerà a fare la sua parte per la ricostruzione e per arrivare in tempi rapidi alla pace”, ha concluso il titolare della Farnesina.

In questi giorni Zelensky sta ricevendo pressioni perché invii a Washington la ‘versione ucraina’ del piano Trump. “Le componenti ucraina ed europea sono ora più avanzate e siamo pronti a presentarle ai nostri partner americani”, ha scritto il presidente ucraino su Telegram ipotizzando che il piano possa essere inviato a Trump già domani. Secondo funzionari statunitensi, gli inviati del presidente americano hanno concesso a Zelensky “pochi giorni” per rispondere alla proposta di accordo di pace che richiede comunque all’Ucraina di accettare perdite territoriali in cambio di garanzie di sicurezza statunitensi non specificate. Secondo il  Financial Times, il presidente ucraino avrebbe riferito ai suoi omologhi europei di essere stato pressato, durante una chiamata di due ore sabato, dall’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, e dal genero del presidente statunitense, Jared Kushner, a prendere una decisione rapida. Una persona a conoscenza della tempistica proposta a Kiev ha affermato che Trump sperava in un accordo raggiunto “entro Natale”. Zelensky, hanno riferito i funzionari, ha detto agli inviati statunitensi di aver bisogno di tempo per consultarsi con gli altri alleati europei prima di reagire alla proposta di Washington, che Kiev teme possa incrinare l’unità occidentale se gli Stati Uniti andranno avanti senza l’adesione europea. Secondo il leader ucraino, la questione territoriale e le garanzie di sicurezza internazionale sono tra i principali punti critici. “Stiamo considerando la cessione di territori? Non abbiamo alcun diritto legale di farlo, secondo la legge ucraina, la nostra Costituzione e il diritto internazionale. E non ne abbiamo nemmeno il diritto morale”, ha affermato. “La domanda cruciale è cosa saranno disposti a fare i nostri partner in caso di ulteriore aggressione russa. Finora non abbiamo ricevuto alcuna risposta a questa domanda”. Da Mosca, in un discorso televisivo, oggi il presidente russo Vladimir Putin ha descritto la regione del Donbass, nell’Ucraina orientale, come “territorio storico” della Russia.

Mantenendo la pressione su Kiev, Trump ha dichiarato in un’intervista a Politico che l’Ucraina, che “ha perso molto territorio”, dovrebbe indire elezioni, accusando Kiev di “usare la guerra” per evitarle. “Per le elezioni sono sempre pronto”, ha risposto da Roma Zelensky.

Il sostegno e l’impegno per “una pace giusta e duratura” sono arrivati anche da papa Leone XIV che in mattinata ha ricevuto Zelensky a Castel Gandolfo. “Il Santo Padre – si legge nella nota della sala stampa del Vaticano – ha ribadito la necessità di continuare il dialogo e rinnovato il pressante auspicio che le iniziative diplomatiche in corso possano portare ad una pace giusta e duratura”. Inoltre, “non è mancato il riferimento alla questione dei prigionieri di guerra e alla necessità di assicurare il ritorno dei bambini ucraini alle loro famiglie”.  In risposta il presidente ucraino ha invitato il Pontefice a visitare l’Ucraina, “perché sarà un forte segnale di sostegno per il nostro popolo”.

Trump avverte l’Europa: “Rischia la cancellazione della sua civiltà”

“Se le tendenze attuali continueranno” il Vecchio Continente “sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno” perché c’è il rischio di una “scomparsa della civiltà” in Europa. Lo scrive il presidente Usa, Donald Trump, nella prefazione della ‘Strategia di difesa nazionale’, un documento di 33 pagine in cui, tra le altre cose, invita a “ripristinare la supremazia americana” in America Latina e annuncia un “riassetto” della presenza militare americana nel mondo, “per rispondere alle minacce urgenti sul nostro continente e un allontanamento dai teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi anni o decenni”.

La strategia presentata da Trump è chiaramente e dichiaratamente nazionalista. “In tutto ciò che facciamo, mettiamo l’America al primo posto”, riassume il presidente Usa, che promette di “proteggere il Paese dalle invasioni”, punta a porre fine all’“epoca in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale, come Atlante” e rivendica di voltare pagina rispetto ai decenni del dopoguerra.

Il testo conferma le linee guida della politica estera americana dal ritorno di Trump alla Casa Bianca a gennaio. I presidenti americani diffondono generalmente una presentazione strategica di questo tipo ad ogni mandato. L’ultima, pubblicata da Joe Biden nel 2022, aveva posto l’accento sull’acquisizione di un vantaggio competitivo sulla Cina, limitando al contempo una Russia considerata “pericolosa”.

Il nuovo documento, disponibile sul sito della Casa Bianca, anticipa forti cambiamenti all’interno dell’Alleanza Atlantica. “È più che plausibile che, entro pochi decenni al massimo, i membri della Nato diventeranno in maggioranza non europei”, afferma il testo. “È legittimo chiedersi se percepiranno il loro posto nel mondo, o la loro alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo di coloro che hanno firmato la carta” dell’organizzazione.

Washington denuncia in modo confuso le decisioni europee che “minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che trasformano il continente e creano tensioni, la censura della libertà di espressione e la repressione dell’opposizione politica, il calo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali (…)”. Trump esprime anche l’auspicio che “l’Europa rimanga europea, ritrovi la fiducia in se stessa sul piano civile e abbandoni la sua ossessione infruttuosa per l’asfissia normativa”.

Parole, quelle del repubblicano, che hanno immediatamente scatenato le reazioni europee. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ricorda che la Germania non ha bisogno di “consigli dall’esterno”. “Argomenti come la libertà di espressione o l’organizzazione delle nostre società libere” non possono essere discussi da Washington, puntualizza Berlino.

Il documento, che riassume in pochi paragrafi anche la strategia sull’Africa e il Medio Oriente, mira a riorientare la politica diplomatica e militare americana alla luce degli sviluppi geopolitici globali, ma soprattutto dei nuovi interessi di Washington. Sottolineando gli sforzi per aumentare l’approvvigionamento energetico americano, il testo ritiene che “il motivo storico per cui l’America si concentra sul Medio Oriente diminuirà”. Trump chiede di “ristabilire la supremazia americana” in America Latina e annuncia un ‘riassetto’ della presenza militare americana nel mondo, “per rispondere alle minacce urgenti sul nostro continente”. Raccomanda inoltre “un allontanamento dai teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi anni o decenni”.

Per quanto riguarda la Cina, la strategia ribadisce gli appelli per una regione Asia-Pacifico “libera e aperta”, ma pone maggiormente l’accento sulla concorrenza economica. Il Giappone e la Corea del Sud sono chiamati a fare di più per sostenere Taiwan di fronte a Pechino. “Dobbiamo incoraggiare questi paesi ad aumentare le loro spese per la difesa, ponendo l’accento sulle capacità necessarie per dissuadere gli avversari” dall’attaccare l’isola, afferma il documento. Inoltre, “l’era delle migrazioni di massa deve finire. La sicurezza delle frontiere è l’elemento principale della sicurezza nazionale“, afferma il documento, in linea con la sua stretta contro l’immigrazione.

“Dobbiamo proteggere il nostro Paese dalle invasioni, non solo dalle migrazioni incontrollate, ma anche dalle minacce transfrontaliere come il terrorismo, la droga, lo spionaggio e la tratta di esseri umani”, continua. Ultime decisioni in ordine di tempo della politica anti-immigrazione di Donald Trump, i servizi americani per la cittadinanza e l’immigrazione (Uscis) hanno annunciato la sospensione delle richieste di “carta verde” di residenza permanente o di naturalizzazione provenienti da cittadini di 19 paesi. Hanno anche ridotto la durata dei permessi di lavoro di numerose categorie di immigrati.

C’è la firma di Trump: fine del più lungo shutdown nella storia negli Stati Uniti

Il presidente Usa, Donald Trump, ha promulgato la legge che pone fine alla più lunga paralisi di bilancio degli Stati Uniti, cogliendo l’occasione per criticare aspramente l’opposizione democratica e vantare ancora una volta la sua politica economica. “Non cederemo mai al ricatto”, ha dichiarato il presidente americano firmando il testo approvato poco prima dal Congresso americano, dopo 43 giorni che hanno sconvolto diversi settori dell’economia americana.

Cercando di uscire vittorioso da questo interminabile braccio di ferro, ha attaccato gli “estremisti dell’altro partito”, accusandoli di aver bloccato il governo per “motivi puramente politici”. Ma ora “il Paese non è mai stato così in forma”, ha aggiunto, anche se i sondaggi segnalano un crescente malcontento degli americani sull’economia.

Dopo l’adozione lunedì da parte del Senato, la Camera dei Rappresentanti ha approvato la proposta di legge di bilancio con 222 voti a favore e 209 contrari. Solo sei deputati democratici si sono uniti alla maggioranza presidenziale, mentre due repubblicani hanno espresso il loro dissenso.

Dopo oltre 40 giorni di stallo sul bilancio, lunedì una manciata di senatori democratici ha finito per arrendersi, approvando insieme ai colleghi repubblicani una nuova proposta di legge che proroga il bilancio precedente fino alla fine di gennaio. Il testo lascia invece in sospeso la proroga dei sussidi per l’“Obamacare”, l’assicurazione sanitaria per le famiglie a basso reddito, con grande disappunto della base e di molti deputati democratici. Donald Trump non ha fatto mistero delle sue intenzioni, definendo questo dispositivo un “disastro” e un “incubo” che dovrebbe essere abolito. Ritiene che, invece di sovvenzionare un sistema collettivo, sarebbe necessario ridistribuire i finanziamenti “direttamente” agli americani affinché questi ultimi possano scegliere individualmente le loro assicurazioni sanitarie.

Tra le uniche concessioni all’opposizione, il testo prevede la reintegrazione dei funzionari licenziati dall’inizio dello shutdown. Comprende anche fondi per il programma di aiuti alimentari Snap fino a settembre, evitando così che questi sostegni, di cui beneficiano oltre 42 milioni di americani, vengano congelati in caso di una nuova paralisi di bilancio alla fine di gennaio, come è avvenuto durante l’attuale blocco.

A causa delle regole di consenso politico del Senato, che il presidente americano ha nuovamente invitato mercoledì ad abbandonare, per approvare il testo erano necessari otto voti dell’opposizione. E gli otto in questione si sono attirati le ire di molti membri del campo democratico, che denunciano scarse concessioni e false promesse repubblicane. Il governatore della California, Gavin Newsom, ha lamentato su X una “capitolazione”. Molti democratici si sono anche chiesti perché questi senatori abbiano ceduto solo pochi giorni dopo le ampie vittorie del loro partito in importanti elezioni in tutto il paese, che secondo loro confermavano la loro strategia al Congresso.

Mercoledì sera il leader della minoranza democratica, Hakeem Jeffries, ha nuovamente invitato i repubblicani a mantenere la promessa di organizzare presto una votazione sull’Obamacare. “Riteniamo che gli americani della classe operaia, gli americani della classe media e gli americani comuni meritino lo stesso livello di certezza che i repubblicani forniscono sempre ai ricchi, ai più abbienti e ai donatori influenti”, ha dichiarato in un discorso dall’emiciclo. “Non è troppo tardi” per prorogare questi sussidi, ha aggiunto il leader democratico.

La questione di questi sussidi è al centro della controversia che ha portato allo shutdown. Senza la loro proroga, secondo il KFF, un think tank specializzato in questioni sanitarie, i costi dell’assicurazione sanitaria dovrebbero più che raddoppiare nel 2026 per 24 milioni di americani che utilizzano Obamacare. Dal 1° ottobre, più di un milione di dipendenti pubblici non sono stati pagati. Il versamento di alcuni aiuti è stato fortemente perturbato e decine di migliaia di voli sono stati cancellati negli ultimi giorni a causa della carenza di controllori di volo, poiché alcuni hanno preferito darsi malati piuttosto che lavorare senza stipendio.