Ucraina, Zelensky vede Trump e sferza l’Europa. Oggi primo trilaterale Usa-Russia-Kiev

Striglia l’Europa, considerata “frammentata” e senza una vera volontà politica contro la Russia di Putin. E annuncia il primo trilaterale Ucraina-Russia-Usa. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è il protagonista della quarta giornata del forum economico di Davos, in Svizzera. Appena arrivato vede il presidente americano Donald Trump, con cui ha avuto un colloquio “produttivo e sostanziale”. “Buon incontro, la guerra deve finire. Vediamo che cosa accade in Russia”, ha commentato lo stesso Trump. “La guerra deve finire”, ha ribadito a chi gli chiedeva quale messaggio volesse trasmettere al presidente russo Vladimir Putin.

A riprova della rinnovata ‘concordia’ lo stesso Zelenzky conferma in conferenza stampa che i due hanno raggiunto un’intesa sui termini delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. “Le garanzie di sicurezza sono pronte”, ha dichiarato il leader ucraino, aggiungendo che “il documento deve essere firmato dalle parti, dai presidenti, e poi passerà ai parlamenti nazionali”. Il nodo restano i territori, ovvero il Donbass.

Stesso punto irrisolto che emerge da Mosca, dal colloquio tra l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff e il presidente russo Vladimir Putin. “Penso che siamo arrivati a un unico problema, e ne abbiamo discusso le iterazioni, e questo significa che è risolvibile. Quindi, se entrambe le parti vogliono risolvere la questione, la risolveremo”, ha spiegato Witkoff. L’incontro, conferma il Cremlino, è stato “sostanziale, costruttivo e franco”, ha commentato il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov.

Kirill Dmitriev, rappresentante speciale del presidente russo per gli investimenti e la cooperazione economica con i paesi stranieri, ha definito i colloqui “importanti”. Secondo Ushakov, le parti hanno confermato che senza una soluzione della questione territoriale attraverso la “formula di Anchorage”, non vi è alcuna speranza di una soluzione a lungo termine. La Russia, come ha sottolineato l’assistente presidenziale, resta concentrata su una risoluzione “politica e diplomatica del conflitto”, ma finché non saranno raggiunti accordi, continuerà a perseguire gli obiettivi del Distretto militare strategico “sul campo di battaglia”, dove mantiene l’iniziativa strategica.

Oggi si terrà il primo incontro trilaterale tra Russia, Stati Uniti e Ucraina, ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. La delegazione russa sarà guidata da Igor Kostyukov, capo della Direzione generale dello Stato maggiore. Parallelamente si terrà un incontro tra i presidenti del gruppo bilaterale per gli affari economici Russia-UsA, Kirill Dmitriev e Steve Witkoff.

Dal trilaterale però, resta esclusa l’Europa, verso cui il presidente ucraino ha lanciato una forte accusa dal palco di Davos. L’Europa è un “caleidoscopio frammentato di piccole e medie potenze” e sembra “persa” nel tentativo di convincere Donald Trump a costringere la Russia a porre fine alla sua guerra. E ancora: “Invece di assumere un ruolo guida nella difesa della libertà in tutto il mondo, soprattutto quando l’attenzione dell’America si sposta altrove, l’Europa sembra persa nel tentativo di convincere il presidente degli Stati Uniti a cambiare idea”, ha affermato. E’ il momento, per Zelensky, di “avere una difesa comune, è il momento di agire”, ha esortato il leader ucraino citando il film ‘Il giorno della marmotta’.  “Nessuno vorrebbe vivere così, ripetendo la stessa cosa per settimane, mesi e, naturalmente, quattro anni”, ha spiegato accusando l’Europa di immobilismo.

Il Presidente Trump ha guidato un’operazione in Venezuela e Maduro è stato arrestato. Mi dispiace ma Putin invece non è sotto processo e questo è il quarto anno della guerra più grande in Europa dalla seconda guerra mondiale e l’uomo che l’ha iniziata non solo è a piede libero ma sta ancora combattendo per i suoi asset congelati in Europa”, ha incalzato. Proprio sugli asset russi “l’Europa non ha nemmeno cercato di costruire la propria risposta” alle minacce russe. “Grazie a Ursula, grazie ad Antonio Costa e a tutti i leader europei, ma quando arriverà il momento di usare quegli asset per difenderci dall’aggressione russa?”, ha chiesto presidente ucraino. “Putin è riuscito a fermare l’Europa da usare quegli asset congelati.” 

Passo indietro di Trump: niente dazi per la Groenlandia. Meloni: “Scelta positiva”

Un passo in avanti e due indietro. Dopo lo show sul palco di Davos, nella serata di mercoledì il presidente Usa, Donald Trump, prova a distendere i toni e sul suo social Truth annuncia la sospensione dei dazi – che avrebbero dovuto entrare in vigore il 1° febbraio – per i Paesi europei che hanno inviato truppe in Groenlandia. La decisione, dice, è stata presa “sulla base di un incontro molto produttivo che ho avuto con il segretario generale della Nato, Mark Rutte”, con il quale è stato definito “il quadro di un futuro accordo relativo alla Groenlandia e, di fatto, all’intera regione artica. Questa soluzione, se portata a termine, sarà ottima per gli Stati Uniti d’America e per tutti i paesi della Nato”. I dettagli di questo “quadro” non vengono esplicitati, ma lo stop alle nuove tariffe di ritorsione ha il merito di distendere la tensione.

“Accolgo con favore l’annuncio del presidente Trump di sospendere l’imposizione dei dazi prevista per il 1° febbraio nei confronti di alcuni Stati europei. Come l’Italia ha sempre sostenuto, è fondamentale continuare a favorire il dialogo tra nazioni alleate”, commenta in serata la premier Giorgia Meloni, che già durante la registrazione di ‘Porta a porta’ definisce “un errore” l’imposizione di nuove tariffe. L’invio di truppe, dice a Bruno Vespa, è stato visto da Washington “come un attacco nei confronti degli Usa. Io credo che invece fosse il tentativo di rispondere a un’esigenza che anche gli americani pongono ed è la ragione per la quale ho chiamato Donald Trump e gli ho detto ‘Credo che non sia un errore la previsione o la minaccia di aggiungere dazi a quelle nazioni che avevano fatto questa scelta’. Ma una parte di questi problemi è dovuta a un’assenza di comunicazione che bisogna ripristinare”.

E se la partita commerciale è ora a un punto fermo, resta da capire quanto ci sia di vero nel fiume di parole di Trump sul palco di Davos. Quasi un’ora e 20 minuti di discorso mescolando politica interna, difesa, energia, sicurezza nazionale, insulti più o meno velati agli altri Paesi. E, ancora dazi, Ucraina, Iran. Dal palco del World Economic Forum il tycon sembrava voler tirare dritto sulla Groenlandia. “Un blocco di ghiaccio”, così l’ha definito più volte, “molto vasto, poco sviluppato, quasi totalmente disabitato, quasi totalmente non difeso, in una posizione strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia”, che solo gli Usa “sono capaci di mettere in sicurezza”. Nessun altro. Tanto meno la Danimarca, “un piccolo e bel Paese” che, però, “non ha mai fatto nulla”. La stessa premier Meloni considera “reale” il tema della sicurezza, ma “irrealistica” l’invasione militare da parte degli Stati Uniti.

La richiesta di Tump è comunque chiara: “Vogliamo la Groenlandia e se dite di no ce lo ricorderemo”, quindi servono “negoziati immediati” per l’acquisizione dell’isola. Il repubblicano ha chiesto proprio “un atto di proprietà” perché “legalmente non è difendibile adesso e poi dal punto di vista psicologico è importante avere un accordo, un titolo di proprietà”. Nella sua visione, l’annessione – di fatto – della Groenlandia può diventare “positiva, un driver per l’economia” non solo per gli stessi Usa, ma anche per l’Europa e questo, assicura, “non sarà mai una minaccia alla Nato”. Alleanza verso cui, però, avanza più di una stoccata. “Non ha mai fatto niente per noi – dice Trump – noi ci siamo stati e ci saremo al 100 ma non so se la Nato ci sarà per noi, è una sorta di sveglia”.

Poi, con un numero di giocoleria dialettica, il monito: “Non abbiamo mai chiesto niente e non abbiamo mai avuto niente a meno che io non decida di utilizzare una forza eccessiva, ma sarebbe inarrestabile, e io non lo farò”.

Trump show a Davos: “Se non ci date la Groenlandia ce ne ricorderemo”

Quasi un’ora e 20 minuti di discorso mescolando politica interna, difesa, energia, sicurezza nazionale, insulti più o meno velati agli altri Paesi. E, ancora dazi, Ucraina, Iran. Dal palco del World Economic Forum di Davos il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, attacca tutto e tutti ma non sorprende. E, soprattutto, tira dritto, anzi drittissimo, sulla Groenlandia. “Un blocco di ghiaccio”, così come lo definisce più volte, “molto vasto, poco sviluppato, quasi totalmente disabitato, quasi totalmente non difeso, in una posizione strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia”, che solo gli Usa “sono capaci di mettere in sicurezza”. Nessun altro. Tanto meno la Danimarca, “un piccolo e bel Paese” che, però, “non ha mai fatto nulla”. Le minacce, ricorda Trump, sono rappresentate da “missili, testate nucleari e armi”, quindi “ci serve uno sforzo internazionale di sicurezza”.

A sostegno della sua tesi snocciola tutto ciò che rende gli Stati Uniti “una grande potenza molto più grande rispetto a quello che potete pensare”, dall’attacco in Venezuela e alle azioni durante la Seconda Guerra Mondiale, fino al rinnovato esercito che “con il mio mandato è diventato 100 volte più forte” di 80 anni fa.

La richiesta è chiara: “Vogliamo la Groenlandia e se dite di no ce lo ricorderemo”, quindi servono “negoziati immediati” per l’acquisizione dell’isola. Il repubblicano chiede proprio “un atto di proprietà” perché “legalmente non è difendibile adesso e poi dal punto di vista psicologico è importante avere un accordo, un titolo di proprietà”. Nella sua visione, l’annessione – di fatto – della Groenlandia può diventare “positiva, un driver per l’economia” non solo per gli stessi Usa, ma anche per l’Europa e questo, assicura, “non sarà mai una minaccia alla Nato”. Alleanza verso cui, però, avanza più di una stoccata. “Non ha mai fatto niente per noi – dice Trump – noi ci siamo stati e ci saremo al 100 ma non so se la Nato ci sarà per noi, è una sorta di sveglia”.

Poi, con un numero di giocoleria dialettica, il monito: “Non abbiamo mai chiesto niente e non abbiamo mai avuto niente a meno che io non decida di utilizzare una forza eccessiva, ma sarebbe inarrestabile, e io non lo farò”.

Lato europeo la situazione è tesa. Il tema sarà al centro del Consiglio Ue straordinario di giovedì e la posizione di Bruxelles è quella ribadita dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: la Groenlandia “è una nazione con la sua sovranità e il suo diritto all’integrità territoriale”, ma contestualmente si lavora a “un pacchetto per la sicurezza dell’Artico” in particolare con “l’aumento della spesa per la difesa per equipaggiamenti pronti” per questo territorio. Il Parlamento europeo, invece, invita ancora il Vecchio Continente “a rispondere in modo fermo, collettivo e deciso e a contrastare qualsiasi tentativo di coercizione”.

Dall’altro capo del mondo, proprio sull’isola di ghiaccio, prevale il pragmatismo. Il governo ha diffuso un opuscolo dal titolo ‘Preparati alle crisi – sopravvivi per cinque giorni’ con consigli semplici e pratici su come “le famiglie possono prepararsi a cavarsela da sole per un massimo di cinque giorni in caso di crisi”. Ufficialmente si tratta di un’iniziativa avviata lo scorso anno a seguito di una serie di interruzioni di corrente di breve e lunga durata, spiega Nuuk, ma è oggi quanto mai attuale.

Trump valuta acquisto Groenlandia. Macron: “No a nuovo colonialismo”. Ue: “Usa restano partner strategici”

L’Unione europea e i governi dei Ventisette iniziano a percepire come reale la minaccia degli Stati Uniti d’America e del loro presidente, Donald Trump – che si dice pronto ad acquistarla – sulla Groenlandia e provano a reagire. Anche se in modi diversi. Tra i toni più duri ci sono quelli del presidente francese Emmanuel Macron, secondo cui gli Stati Uniti “si stanno gradualmente allontanando” da alcuni loro alleati e “si stanno liberando dalle regole internazionali”, affermando “un nuovo imperialismo e un nuovo colonialismo“, che si delinea dalla Groenlandia, al Venezuela passando per la Colombia e l’Iran. Nel suo discorso annuale davanti agli ambasciatori francesi, il capo dell’Eliseo ha parlato di “un’aggressività neocoloniale” da parte di Washington sempre più presente nelle relazioni diplomatiche. E ha aggiunto che “le istituzioni multilaterali funzionano sempre meno bene”, anche se “viviamo in un mondo di grandi potenze con una forte tentazione di spartirsi il mondo”.

Anche l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera e di Sicurezza, Kaja Kallas, ha manifestato allarme per le mosse di Washington. “I messaggi che sentiamo riguardo alla Groenlandia sono estremamente preoccupanti”, ha detto durante la conferenza stampa al Cairo con il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty. L’ex premier estone ha spiegato che il tema è stato “discusso anche tra gli Stati europei”, soprattutto per valutare se “rappresenti una minaccia reale e, se sì, quale sarebbe la nostra risposta” europea. “La Danimarca è stata una buona alleata degli Stati Uniti e direi che tutte queste dichiarazioni non stanno realmente contribuendo alla stabilità mondiale. Il diritto internazionale è molto chiaro e dobbiamo rispettarlo”, ha precisato.

Più cautela, invece, da parte della Commissione europea che, nel briefing quotidiano con la stampa, ha sottolineato “che gli Stati Uniti rimangono un partner strategico” dell’Ue. “Con loro, come con tutti gli altri partner, lavoriamo attivamente nelle aree in cui ci sono interessi comuni. E continueremo a farlo”, ha affermato la portavoce della Commissione europea, Arianna Podestà. “Gli Stati Uniti storicamente sono un partner strategico dell’Unione europea. Lo sono sempre stati e continuano a esserlo. Non significa che la dobbiamo vedere esattamente allo stesso modo su tutti gli argomenti, ma ci sono molti, molti ambiti in cui condividiamo visioni e interessi comuni e su questo lavoriamo attivamente. Dalla geopolitica all’economia, ci sono molti ambiti in cui possiamo cooperare e in cui cooperiamo”, ha dettagliato.

Intanto, secondo una ricostruzione fatta dal Corriere della Sera, la Groenlandia ‘vale’ quasi 2800 miliardi di dollari e gli Stati Uniti hanno già tentato altre volte di acquistarla. Dopo aver comprato l’Alaska dalla Russia, nel 1868 il segretario di Stato William Seward valutò di rilevare anche la Groenlandia e l’Islanda per 5,5 milioni di dollari, ma non arrivò mai ad avanzare una proposta formale. A presentarla fu invece nel 1946 il presidente Harry Truman che offrì 100 milioni in oro per convincere la Danimarca a vendere, ma senza riuscirci. In generale, si stima che l’isola ospiti risorse minerarie per 4.400 miliardi: circa 1.700 miliardi di petrolio e gas — la cui estrazione è dal 2021 proibita per ragioni ambientali — e 2.700 miliardi di metalli, fra cui le preziosissime terre rare. Estrarre queste riserve non è semplice per le condizioni climatiche, la scarsità di manodopera e la carenza di infrastrutture, ma secondo il think tank American Action Forum (Aaf), il valore dei giacimenti attualmente sfruttabili dell’isola è attorno ai 186 miliardi. E, basandosi sui valori dell’Islanda — Paese simile alla Groenlandia per posizionamento geostrategico — l’Aaf stima un prezzo al chilometro quadro di 1,38 milioni che, applicato all’intero territorio groenlandese, porterebbe a un prezzo complessivo di 2.760 miliardi, circa il 9% del Pil americano e il 7% del suo debito pubblico.

La questione potrebbe essere affrontata a giorni dagli attori principali. Ieri il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato un incontro con i funzionari danesi la prossima settimana, ma senza specificare luogo o modalità. A partecipare sarà anche il governo di Nuuk. “Niente sulla Groenlandia senza la Groenlandia. Ovviamente parteciperemo. Siamo noi che abbiamo richiesto l’incontro”, ha scandito all’emittente pubblica danese DR la ministra degli Esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri, durante la cerimonia di apertura della presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue, a Nicosia, sia Ursula von der Leyen che Antonio Costa hanno concentrato l’attenzione dei loro discorsi sulla questione groenlandese. “La cooperazione è più forte del confronto, la legge è più forte della forza. Questi sono principi che valgono non solo per la nostra Unione europea, ma anche per la Groenlandia”, ha affermato la presidente della Commissione. “L’Europa rimarrà una difensore fedele e incondizionato del diritto internazionale e del multilateralismo”, ha aggiunto Costa ricordando che gli europei hanno imparato dalla storia che “l’unilateralismo porta direttamente al conflitto, alla violenza e all’instabilità”. Mentre la premier danese, Mette Frederiksen, nei giorni scorsi ha evidenziato che un attacco Usa contro un altro alleato Nato significherebbe la fine dell’Alleanza Atlantica.

Nel frattempo, si può ricordare quanto già rispolverato con l’aggressione russa all’Ucraina e il timore di una sua espansione ai Paesi Ue, in particolare a quelli che nel 2022 non erano aderenti alla Nato, Svezia e Finlandia. E cioè che l’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea prevede la mutua assistenza tra gli Stati membri. “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri”, si legge. Infine, nel ventaglio di proposte di reazione, arriva anche quella del deputato europeo danese del gruppo The Left, Per Clausen, che ha scritto una lettera alla presidente del Parlamento, Roberta Metsola, e ai capigruppo per chiedere uno stop dell’esame dell’accordo sui dazi. Il Parlamento dovrebbe votare a febbraio l’accordo trovato l’estate scorsa tra von der Leyen e Trump. Ma “se approvassimo un accordo che Trump considera una vittoria personale, mentre egli avanza pretese sulla Groenlandia e non esclude alcun modo per raggiungerle, sarebbe facilmente percepito come un premio per lui e le sue azioni”, ha spiegato nella missiva.

Dal Venezuela alla Groenlandia: il piano Trump per l’energia aspettando l’Europa

Petrolio, zinco, piombo, rame, uranio, oro, graffite, nichel, ferro, carbone. E, perché no?, diamanti. Sono, probabilmente, le vere ragioni per le quali Donald Trump ha messo gli occhi (da tempo) sulla Groenlandia. Poi, sì, c’è anche la sicurezza nazionale, la “questione della Difesa”, con la minaccia incombente di Cina e Russia sulle rotte artiche che, attraverso lo scioglimento dei ghiacci, diventano voluttuose autostrade per tutelare i propri interessi nazionali. Ma poi.

E c’è sempre il petrolio, principalmente, dietro il blitz in Venezuela che ha trasformato Nicolas Maduro da dittatore a detenuto. Poi, per carità, anche la lotta al narcotraffico di cui Caracas è una delle capitali mondiali, ma senza dimenticare la Colombia, la Bolivia, eccetera eccetera che sembrano in questo momento Paesi esenti dalla produzione industriale della droga. Ma poi.

Tutto questo per mettere in evidenza come il nostro secolo sarà definito nel suo perimetro dall’energia e dalle cosiddette materie critiche. Energia che Trump, il giorno del suo insediamento, ha riconsegnato al dominio assoluto del fossile (come dimenticare il “drill, baby, drill”), in particolare di petrolio e gas, incenerendo le politiche green del solare e dell’eolico, riducendo l’energia pulita alla sussidiarietà. Petrolio e gas che il presidente Usa intende esportare e condizionare a livello di prezzi: non a caso sta già vendendo all’Europa vagonate di Gnl, non proprio in saldo, e sta accaparrandosi il greggio del Venezuela in modo di essere in grado di determinarne il costo. E i Paesi dell’Opec e dell’Opec+ che dicono? Per adesso, non dicono. Ed è strano. Molto strano.

Tornando alla Groenlandia, in teoria dovrebbe esserci una risposta pronta e anche netta da parte dell’Europa. Anzi, più che in teoria, nella pratica. Perché se a Caracas la ‘scusa’ poteva essere la destabilizzazione di un presidente eletto in maniera non democratica, affamatore di un popolo e chissà che altro ancora, mettere le mani su un pezzo del Vecchio Continente che appartiene alla Danimarca solo per una “questione di Difesa”, diventa oggettivamente più complicato agli occhi dell’universo mondo. Eppure, i bookmakers – usando una metafora calcistica – non quotano l’annessione. Non riusciamo davvero a immaginare Trump, nella sua tenuta di Mar-a-Lago, che preso atto della reazione ‘veemente’ di Bruxelles (“Si rispetti l’integrità territoriale”, perbacco), abbia tremato e suggerito al Segretario di Stato Marco Rubio e a tutti i suoi generali di fare marcia indietro. Pensiamo, purtroppo, che abbia sfoderato il suo ghigno migliore e abbia alzato il volume dello stereo.

Il sospetto è che mentre tra Strasburgo e Bruxelles ci si ingegna per mettere in atto qualche altro regolamento cervellotico da applicare subito pena sanzioni pesantissime, la premier della Danimarca, Mette Frederiksen, dovrà arrangiarsi da sola. Tanti auguri.

Trump punta ancora alla Groenlandia: “Ci serve per la sicurezza nazionale”

A un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca e a pochi giorni dall’attacco al Venezuela – e dall’arresto del presidente Nicolas Maduro e della moglie Cilia Flores – il presidente Usa, Donald Trump, è tornato a ripeterlo: la Groenlandia “ci serve per questioni di sicurezza nazionale”, anche perché “è circondata da navi russe e cinesi”. A bordo dell’Air Force One, il repubblicano ha accusato la Danimarca di non essere capace “di garantire” questa sicurezza e ha ironizzato: per farlo, “ha aggiunto una slitta trainata da cani”.

Già due giorni fa la premier danese, Mette Frederiksen, ha ricordato a Trump che gli Usa “non hanno alcun diritto di annettere nessuno dei tre paesi del Commonwealth”, anche perché il Regno di Danimarca – e quindi la Groenlandia – fa parte della Nato “ed è quindi coperto dalla garanzia di sicurezza dell’alleanza”. “Vorrei quindi esortare con forza gli Stati Uniti a porre fine alle minacce contro un alleato storicamente stretto e contro un altro Paese e un altro popolo che hanno affermato molto chiaramente di non essere in vendita”, ha ribadito Frederiksen.

L’operazione militare americana in Venezuela, che ha messo in evidenza l’interesse di Donald Trump per le vaste risorse petrolifere del Paese, ha riacceso i timori per la Groenlandia, ambita dal presidente americano per le sue importanti risorse minerarie e la sua posizione strategica. Tra una ventina di giorni, ha detto Trump, “ce ne occuperemo”.

Nel fine settimana è stata Katie Miller, moglie del vice capo di gabinetto della Casa Bianca, Stephen Miller, a rilanciare la questione. In un post su X ha pubblicato una mappa della Groenlandia con i colori della bandiera americana, accompagnata dalla scritta “Presto”. La Danimarca è un alleato storico e tradizionale degli Stati Uniti, che le forniscono gran parte delle sue armi. Ma il primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, su Facebook ha giudicato “irrispettoso” il post di Miller. “Le relazioni tra i paesi e i popoli si basano sul rispetto e sul diritto internazionale, e non su simboli che ignorano il nostro status e i nostri diritti”, ha scritto.

Poco prima di Natale Trump aveva nominato il governatore della Louisiana Jeff Landry, repubblicano, come inviato speciale degli Usa in Groenlandia, scatenando una bufera internazionale. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa avevano espresso la loro “piena solidarietà con la Danimarca e il popolo della Groenlandia”. “L’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale”, avevano ribadito.

Dazi, Ucraina, clima e il ritorno di Trump: cos’è successo nel 2025

Si sta per concludere il 2025, segnato da una tregua precaria a Gaza, da inutili sforzi per porre fine alla guerra in Ucraina, da investimenti colossali nell’intelligenza artificiale e dal clamoroso ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Aggravati dal cambiamento climatico generato dalle attività umane, anche fenomeni meteorologici estremi – incendi boschivi in Europa, siccità in Africa e inondazioni mortali in Asia – hanno colpito il pianeta nel 2025, che è in procinto di diventare uno dei tre anni più caldi mai registrati.
Nella autoproclamata “capitale mondiale del Capodanno”, Sydney, i preparativi per i festeggiamenti sono stati offuscati dall’attentato antisemita di metà dicembre su una spiaggia emblematica della metropoli australiana, che ha causato 15 morti.

Il 2025 rimarrà l’anno in cui le bambole Labubu, mascotte del soft power cinese, hanno invaso il pianeta, in cui la bandiera pirata del manga One Piece è diventata un simbolo della lotta contro l’oppressione in diversi continenti, in cui i gioielli della Corona sono stati rubati in modo spettacolare dal Museo del Louvre a Parigi. Il mondo ha anche perso la primatologa Jane Goodall, figura di spicco della causa ambientale, il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa, il fotografo Sebastiao Salgado – noto per le sue foto delle tragedie umane -, lo stilista Giorgio Armani, gli attori Robert Redford, Claudia Cardinale e Brigitte Bardot. Il Vaticano ha eletto un nuovo papa, Leone XIV, dopo la morte del suo predecessore Francesco. Negli Stati Uniti, il repubblicano Donald Trump è tornato alla Casa Bianca a gennaio per un secondo mandato, ordinando una raffica di dazi doganali sui suoi partner, espulsioni di massa di immigrati irregolari e lo smantellamento di interi settori dello Stato federale.

A Gaza, dopo due anni di guerra che hanno lasciato il territorio palestinese dissanguato e in preda a una grave crisi umanitaria, le pressioni americane hanno portato a un fragile cessate il fuoco tra Israele e il gruppo islamista palestinese Hamas. Scatenata il 7 ottobre 2023 da un attacco di Hamas in territorio israeliano che ha causato la morte di oltre 1.200 persone, secondo un bilancio stilato dall’AFP sulla base di dati ufficiali, la guerra ha provocato più di 70.000 morti, secondo i dati del ministero della Salute di Hamas, ritenuti affidabili dall’ONU.

La guerra in Ucraina, scatenata dall’invasione su larga scala del Paese da parte della Russia nel febbraio 2022, sta entrando nel suo quarto anno. Intensi negoziati diplomatici hanno fatto sperare in un progresso per porre fine al conflitto più sanguinoso in Europa dalla seconda guerra mondiale. Dopo un nuovo ciclo di colloqui con gli emissari di Trump a dicembre, l’Ucraina ha dichiarato che sono stati compiuti “progressi”, anche se la questione dei territori ucraini controllati dalla Russia – che accentua la pressione sul campo – rimane un punto di stallo.

I prossimi dodici mesi promettono di essere ricchi di eventi sportivi, spaziali e di dibattiti sull’intelligenza artificiale. I Mondiali di calcio cambieranno dimensione con 48 squadre, 104 partite e tre paesi ospitanti (Stati Uniti, Messico, Canada). Si svolgeranno nell’arco di quasi sei settimane, dall’11 giugno al 19 luglio, in 16 stadi distanti talvolta migliaia di chilometri l’uno dall’altro.

A più di 50 anni dall’ultima missione lunare del programma Apollo, il 2026 potrebbe anche essere l’anno del ritorno degli astronauti intorno alla Luna. Rinviata più volte, la missione americana Artemis 2, durante la quale gli astronauti dovranno viaggiare intorno alla Luna senza atterrarvi, è ora prevista per l’inizio dell’anno, al più tardi per aprile. Le preoccupazioni suscitate dall’IA – alimentate da esempi di disinformazione, accuse di violazione del copyright, licenziamenti di massa, studi sul suo pesante impatto ambientale – potrebbero intensificarsi. Gli investitori temono in particolare che l’entusiasmo per questa tecnologia sia solo una bolla speculativa. Secondo la società americana Gartner, la spesa globale per l’IA dovrebbe raggiungere circa 1.500 miliardi di dollari nel 2025 e superare i 2.000 miliardi nel 2026.

Ucraina, promessa mantenuta: Ue sblocca 90 miliardi per Kiev. Ma salta uso asset russi

E’ arrivato nella notte l’accordo dell’Unione europea per il finanziamento degli sforzi bellici dell’Ucraina per almeno due anni attraverso un prestito comune di 90 miliardi di euro, ma senza ricorrere agli asset russi, in merito ai quali l’intesa è saltata. I leader dei 27 Stati membri dovevano trovare a tutti i costi una soluzione duratura per Kiev, che rischiava di rimanere senza fondi già nel primo trimestre del 2026. Si erano impegnati a garantire il sostegno finanziario e militare essenziale dopo la chiusura del rubinetto americano decisa dal presidente Donald Trump.

“È un messaggio decisivo per porre fine alla guerra, perché (Vladimir) Putin farà concessioni solo quando capirà che la sua guerra non gli porterà alcun vantaggio”, ha assicurato il cancelliere tedesco Friedrich Merz al termine dell’accordo raggiunto nel cuore della notte a Bruxelles. Il leader tedesco ha sempre spinto per l’utilizzo dei beni russi congelati in Europa per finanziare il prestito e ha lasciato Bruxelles senza aver ottenuto ciò che voleva, oltre ad essere stato costretto ad accettare un rinvio della firma di un accordo di libero scambio con i paesi sudamericani del Mercosur, ottenuto dalla Francia e dall’Italia.

“Si tratta di un sostegno importante che rafforza davvero la nostra resilienza”, ha commentato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che si era recato a Bruxelles per ribadire con forza il suo messaggio, ringraziando i leader europei. “È importante che i beni russi rimangano congelati e che l’Ucraina abbia ricevuto una garanzia di sicurezza finanziaria per gli anni a venire”, ha scritto sul social network X. Anche senza gli asset, l’Ucraina ha comunque la certezza di disporre dei fondi necessari, mentre i combattimenti continuano nonostante le intense trattative in corso.

In mancanza di un accordo sul ricorso ai beni della banca centrale russa, totalmente inedito e ad alto rischio, i 27 si sono accordati su un prestito comune. “Ci siamo impegnati e abbiamo mantenuto la promessa”, ha dichiarato alla stampa il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che ha guidato i lavori del vertice.

“Garantire 90 miliardi di euro a un altro Paese per i prossimi due anni, non credo che sia mai successo nella nostra storia”, ha affermato il primo ministro danese Mette Frederiksen, il cui Paese detiene la presidenza del Consiglio dell’UE fino alla fine dell’anno. Ora “tornerà utile parlare con Vladimir Putin”, ha affermato il presidente francese Emmanuel Macron. Soddisfatta la premier Giorgia Meloni per essere arrivati a “una soluzione sostenibile sul piano giuridico e su quello finanziario. Sono contenta che abbia prevalso il buon senso, che si sia riusciti a garantire le risorse che sono necessarie, ma con una soluzione che ha una base solida sul piano giuridico e sul piano finanziario”.

Il fabbisogno finanziario di Kiev è stato stimato in 137 miliardi di euro, di cui l’Ue si impegna a coprire i due terzi, ovvero 90 miliardi. Il resto dovrà essere garantito dagli altri alleati dell’Ucraina, come la Norvegia o il Canada. I 27 concederanno a Kiev un prestito a tasso zero, finanziato dal bilancio dell’Unione europea, che l’Ucraina dovrà rimborsare solo se la Russia le pagherà i risarcimenti, ha precisato alla stampa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. “Dopo lunghe discussioni”, è chiaro che il ricorso ai beni russi “richiede ulteriore lavoro”, ha riconosciuto nella notte tra giovedì e venerdì un funzionario europeo, sotto copertura di anonimato.

Da settimane l’accordo era bloccato dalla forte riluttanza del Belgio, dove si trova la maggior parte di questi beni congelati, pari a circa 210 miliardi di euro. L’idea era quella di utilizzarli per finanziare un “prestito di risarcimento” di 90 miliardi a favore dell’Ucraina. Ore di trattative, prima tra diplomatici e poi a livello di leader europei, riuniti giovedì sera in conclave, non hanno permesso di raggiungere un compromesso.

Già in ottobre il primo ministro belga Bart De Wever aveva chiesto ai suoi partner garanzie quasi illimitate per scongiurare il rischio di un rimborso anticipato o di ritorsioni russe. E se gli altri paesi dell’Ue si sono detti pronti a dare prova di solidarietà, per loro era comunque fuori discussione firmare un assegno in bianco al Belgio. “I giochi sono fatti, tutti sono sollevati”, ha dichiarato il capo del governo belga al termine del vertice.

“La legge e il buon senso hanno ottenuto una vittoria per il momento”, ha scritto su Telegram Kirill Dmitriev, emissario del Cremlino per le questioni economiche. E’ fallito, aggiunge, un “un uso illegittimo dei beni russi per finanziare l’Ucraina”.

L’accordo sul prestito è stato raggiunto dai 27, ma l’operazione sarà realizzata solo dai 24, con l’esclusione di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, tre paesi riluttanti a sostenere finanziariamente l’Ucraina. Giovedì il presidente americano ha nuovamente mostrato impazienza, invitando l’Ucraina ad “agire rapidamente”, prima che la Russia “cambi idea”.

Ucraina, al via settimana decisiva. Oggi nuovi colloqui di pace a Berlino

Si apre oggi una “settimana decisiva” per la questione Ucraina, sia sul fronte dei finanziamenti europei a Kiev – su cui i leader dell’Ue dovranno prendere una decisione durante il vertice di giovedì e venerdì – sia per quanto riguarda i negoziati di pace. Arrivando al Consiglio Esteri e Bruxelles, l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, ha ricordato che sull’uso degli asset russi il confronto “è sempre più difficile”, ma “l’opzione più credibile è il prestito di riparazione”.

Oggi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e i negoziatori americani si incontrano a Berlino, dopo cinque ore di colloqui domenica, con Kiev che spera di convincere Washington che in Ucraina deve essere raggiunto un cessate il fuoco senza concessioni territoriali preliminari alla Russia. L’inviato americano Steve Witkoff è stato avaro di dettagli, ma ha assicurato su X che sono stati compiuti “molti progressi” durante “le discussioni approfondite sul piano in 20 punti per la pace, i programmi economici e altro ancora”. Un nuovo round è previsto questa mattina.

Il serata è previsto anche un incontro al vertice tra Volodymyr Zelensky e alcuni leader europei, tra cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro britannico Keir Starmer, nonché la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il segretario generale della Nato Mark Rutte. Come Kiev, molti leader europei si oppongono all’idea di cedere alle richieste massimaliste del Cremlino. Temono che il presidente americano Donald Trump abbandoni l’Ucraina e che l’Europa venga esclusa dai dibattiti sulla sicurezza del continente, proprio mentre Mosca viene percepita come una grave minaccia.

Volodymyr Zelensky è stato accolto domenica pomeriggio a Berlino alla Cancelleria dal padrone di casa, Friedrich Merz. Per l’occasione sono state esposte bandiere americane, ucraine ed europee. Le foto diffuse dalla presidenza ucraina mostrano i due leader in compagnia di Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Donald Trump. Zelensky e Witkoff si abbracciano sorridendo.

Su X, Merz ha affermato che erano in discussione “questioni difficili” e che “gli interessi ucraini (erano) anche gli interessi europei”. Prima dell’incontro, Zelensky ha dichiarato di voler convincere gli Stati Uniti a sostenere un cessate il fuoco che preveda il congelamento della linea del fronte e non la cessione dell’intero Donbass (est), come richiesto dal Cremlino e proposto da Washington: “Mi piacerebbe che gli americani ci sostenessero su questo punto”. Kiev e l’Europa hanno sempre rifiutato questa concessione, che premerebbe l’aggressore. Zelensky ha anche dichiarato domenica, prima dei negoziati, che Washington non aveva ancora risposto alla versione del piano per porre fine al conflitto, emendata da Kiev e dagli europei.

Intervistato dalla televisione di Stato russa, il consigliere di Vladimir Putin, Yuri Ushakov, ha respinto questi emendamenti, prevedendo “forti obiezioni”. Zelensky ha anche ribadito di volere garanzie di sicurezza europee e americane per scoraggiare qualsiasi nuovo attacco. Si tratterebbe di un meccanismo ispirato all’articolo 5 della Nato che prevede la protezione reciproca dei paesi membri, senza l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica, come richiesto in precedenza da Kiev. “È già un compromesso da parte nostra”, ha affermato Zelensky.

Mentre le ostilità continuano, Donald Trump ha mostrato questa settimana la sua impazienza di fronte alla lentezza delle discussioni sul suo piano di risoluzione del conflitto scatenato dall’invasione russa del febbraio 2022. L’Ucraina è sotto pressione da parte di Washington e Mosca affinché ceda la parte del Donbass che controlla. Si tratterebbe di creare una “zona economica libera” o una “zona smilitarizzata”. In cambio, l’esercito russo si ritirerebbe dalla parte occupata delle regioni di Sumy, Kharkiv e Dnipropetrovsk (nord, nord-est e centro-est), ma rimarrebbe in quelle di Kherson e Zaporizhia (sud), di cui Mosca rivendica l’annessione.

L’Ucraina è particolarmente sotto pressione: la presidenza è indebolita da uno scandalo di corruzione, l’esercito è in ritirata e la popolazione è soggetta a interruzioni di corrente a causa degli attacchi russi.

La Fed allenta la presa sui tassi di interesse: taglio di un quarto di punto percentuale

Come da previsioni, la banca centrale degli Stati Uniti (Fed) ha concluso la sua ultima riunione dell’anno con un taglio dei tassi di interesse, senza raggiungere l’unanimità al suo interno né fornire indicazioni chiare per il futuro. Per la terza volta in tre riunioni consecutive, la Federal Reserve ha abbassato di un quarto di punto percentuale i tassi di riferimento, che guidano i costi di finanziamento. Ora si collocano in un intervallo compreso tra il 3,50% e il 3,75%.

Tre dei dodici votanti hanno manifestato la loro opposizione: due non volevano alcun taglio e uno voleva una riduzione più consistente, di mezzo punto. Il presidente della Fed di Kansas City, Jeffrey Schmid, si era già espresso contro il precedente taglio, alla fine di ottobre ed è stato raggiunto dal presidente della Fed di Chicago, Austan Goolsbee. Entrambi hanno dichiarato pubblicamente di essere attualmente più preoccupati per il livello dell’inflazione che per la salute del mercato del lavoro americano. Il responsabile favorevole a una riduzione di mezzo punto è, senza sorpresa, il governatore Stephen Miran, recentemente nominato dal presidente Donald Trump.

In conferenza stampa, il presidente della Fed Jerome Powell ha affermato che la decisione di mercoledì non era scontata. Gli Stati Uniti stanno registrando sia un’accelerazione dell’inflazione (al 2,8%) sia un aumento della disoccupazione (al 4,4%), scenari che in teoria implicano azioni opposte da parte della banca centrale. “La discussione è stata serrata, ma dobbiamo prendere una decisione. Speriamo sempre che i dati ci consentano di vedere più chiaramente”, ha dichiarato Powell.

La banca centrale è stata privata di alcuni importanti indicatori economici a causa del recente blocco del bilancio (“shutdown”) che ha messo in cassa integrazione i servizi statistici degli Stati Uniti per 43 giorni. “È un periodo frustrante per la classe media e confuso per la Fed”, ritiene Heather Long, economista della banca Navy Federal Credit Union.

Interrogato sulla questione del costo della vita, tornata al centro del dibattito pubblico, Jerome Powell ha stimato che i salari dovranno aumentare per “diversi anni” più rapidamente dell’inflazione “affinché le persone inizino a sentirsi bene in termini di potere d’acquisto”.
Donald Trump, dal canto suo, ha ribadito martedì che i prezzi stanno diminuendo “enormemente”.

Jerome Powell ha dato poche indicazioni sul futuro, senza chiudere la porta a un ulteriore calo alla fine di gennaio e questo ha risollevato il morale della Borsa di New York, che ha chiuso in rialzo. “Non mi sorprende che ci sia ottimismo sui mercati a breve termine, dato che la Fed continua ad abbassare i tassi mentre l’economia è in crescita”, osserva Chris Zaccarelli, responsabile degli investimenti presso Northlight Asset Management. L’esperto avverte tuttavia che gli investitori rischiano di rimanere delusi, poiché ulteriori allentamenti potrebbero richiedere tempo per arrivare, “o addirittura non arrivare”.

I responsabili della Fed ritengono che, in base alle loro proiezioni aggiornate, nel 2026 sarà necessario un altro taglio dei tassi. Ma alcuni di loro non saranno più in grado di votare. Infatti, tra le dodici persone che fissano i tassi americani, quattro cambiano ogni anno secondo un sistema di rotazione che coinvolge le banche centrali regionali. I nuovi arrivati sono noti per essere ancora più preoccupati del livello di inflazione rispetto ai loro predecessori. Al contrario, Donald Trump vuole che la persona che sostituirà Jerome Powell in primavera si impegni a ridurre i tassi. Ha presentato il suo consigliere economico Kevin Hassett come favorito, ma mantiene ancora un certo suspense sulla sua scelta finale. Il capo dello Stato intende inoltre destituire una governatrice dell’istituzione, Lisa Cook. La Corte Suprema esaminerà il caso a gennaio.