Iran, Teheran: Blocco Usa è violazione tregua, impossibile riaprire Hormuz. Trump ipotizza colloqui venerdì

Regna ancora l’incertezza sui negoziati tra Iran e Stati Uniti in Pakistan. In un messaggio inviato al New York Post Donald Trump ammette di ritenere “possibile” che i colloqui possano tenersi già venerdì a Islamabad. Ma, come accaduto in queste ultime settimane, Teheran smentisce. Media iraniani, vicini ai pasdaran, precisano che l’Iran non ha preso alcuna decisione in merito al secondo round di negoziati con gli Usa. Il Pakistan resta fiducioso sulla possibilità di un nuovo round di colloqui “a giorni”.

Il presidente americano ha comunque esteso a tempo indeterminato il cessate il fuoco con Teheran, in attesa che i leader iraniani presentino una “proposta unitaria”. “Considerato che il governo iraniano – ha detto il repubblicano – è gravemente diviso, cosa che non ci sorprende, e su richiesta di Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif del Pakistan, ci è stato chiesto di sospendere il nostro attacco contro l’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unitaria. Ho quindi ordinato alle nostre forze armate di continuare il blocco e, sotto tutti gli altri aspetti, di rimanere pronte e operative, e prorogherò quindi il cessate il fuoco fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un modo o nell’altro”. Intanto il vicepresidente JD Vance ha annullato il suo viaggio in Pakistan.

Resta in vigore il blocco navale dei porti iraniani, giunto ormai alla seconda settimana, così come la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, che ha sequestrato due navi. Oggi infatti i Guardiani della rivoluzione iraniana hanno comunicato di aver sequestrato due navi che transitavano nello stretto di Hormuz, una è la Msc Francesca, una portacontainer di proprietà di una società registrata a Panama ma che opera sotto il cappello della Msc, la più grande società di navigazione al mondo italo-svizzera. L’altra è la portacontainer Epaminondas, di proprietà della compagnia greca Technomar Shipping ma è operata da Msc. Le due navi, hanno fatto sapere i pasdaran, sono state trasferite sulla costa iraniana, con l’IRGC che ha avvertito che “turbare l’ordine e la sicurezza nello Stretto di Hormuz è considerata una linea rossa”. La notizia giunge dopo le segnalazioni di attacchi a due navi e a una terza imbarcazione avvenuti questa mattina nello strategico stretto, secondo quanto riportato dall’UK Maritime Trade Operations (UKMTO) e dalla BBC. I media iraniani hanno identificato la terza nave come la Euphoria, che sarebbe “incagliata al largo delle coste iraniane”. L’Iran comunque insiste: il blocco navale degli Stati Uniti rappresenta una violazione del cessate il fuoco e dunque lo Stretto di Hormuz non può essere riaperto. In un post su X, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf scrive: “Un cessate il fuoco completo ha senso solo se non viene violato dal blocco navale e dal sequestro dell’economia mondiale e se l’avventurismo bellico dei sionisti su tutti i fronti viene fermato”. “L’apertura dello Stretto di Hormuz non è possibile con una palese violazione del cessate il fuoco”, scandisce Ghalibaf, che nei giorni scorsi aveva guidato la delegazione di Teheran ai negoziati di Islamabad. Stati Uniti e Israele, conclude, “non hanno raggiunto i loro obiettivi con l’aggressione militare, non li raggiungeranno nemmeno con l’intimidazione: l’unica via è l’accettazione dei diritti della nazione iraniana”.

Oggi il Regno Unito e la Francia riuniranno a Londra i responsabili della pianificazione militare di oltre 30 nazioni per discutere la riapertura dello Stretto di Hormuz. L’obiettivo è quello di fare una ricognizione delle capacità dei rispettivi paesi, delle strutture di comando e controllo, nonché di “come le forze militari possono essere dispiegate nella regione”, ha dichiarato il ministero della Difesa del Regno Unito.

Qualsiasi piano militare elaborato a seguito delle sessioni sarà portato avanti “non appena le condizioni lo permetteranno, in seguito a un accordo di cessate il fuoco duraturo”, ha aggiunto il ministero.

Le sessioni presso il quartier generale congiunto permanente del Regno Unito a Northwood, nella zona nord di Londra, rappresentano l’ultimo passo negli sforzi compiuti da Regno Unito e Francia per formare una coalizione disposta a contribuire alla riapertura dello stretto.

Venerdì scorso il premier britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron hanno ospitato un vertice internazionale virtuale a cui hanno partecipato 51 Paesi, durante il quale hanno confermato la loro intenzione di istituire “una missione multinazionale indipendente e strettamente difensiva”.

“Il compito, oggi e domani, è quello di tradurre il consenso diplomatico in un piano comune per salvaguardare la libertà di navigazione nello Stretto e sostenere un cessate il fuoco duraturo”, ha dichiarato John Healey, ministro della Difesa britannico.

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In vigore tregua di 10 giorni tra Libano e Israele. Teheran: “Hormuz completamente aperto”

E’ scattata alle 23 ora italiana di giovedì la tregua tra il Libano e Israele, come annunciato giovedì dal presidente Usa, Donald Trump. Il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “hanno concordato che, al fine di raggiungere la pace tra i loro Paesi, daranno formalmente inizio a un cessate il fuoco di 10 giorni alle 17 (le 23 italiane, ndr)”, ha scritto il presidente americano sul suo social Truth. “Spero che Hezbollah si comporti in modo corretto e onesto durante questo importante periodo. Sarebbe un momento enorme per loro se lo facessero. Basta uccisioni. Dobbiamo finalmente avere la pace”, ha commentato il tycoon. Il primo effetto immediato della tregua è la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran: “In linea con la tregua in Libano, il passaggio di tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente libero per il restante periodo della tregua, lungo la rotta coordinata già annunciata dall’Organizzazione Portuale e Marittima della Repubblica Islamica dell’Iran”, ha scritto su X il ministro degli esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi.  Una riapertura, però, che, precisa il presidente Usa Donald Trump, non cambierà il blocco navale nei confronti dell’Iran che “rimarrà pienamente in vigore” fino alla fine dei negoziati.

Secondo quanto riportato da un funzionario della sicurezza israeliana, Israele non ha comunque intenzione di ritirare le proprie truppe dal Libano meridionale durante il cessate il fuoco. Martedì, i due Paesi si erano incontrati per la prima volta in 34 anni a Washington, con il Segretario di Stato, Marco Rubio ma l’incontro non aveva portato a nulla di fatto. Giovedì lo stesso Aoun si era rifiutato di parlare direttamente con Netanyahu. Decisivo è stato l’intervento di Trump. “È stato un onore per me risolvere 9 guerre in tutto il mondo, e questa sarà la mia decima, quindi diamoci da fare e portiamo a termine questa opera”, ha ricordato annunciando di voler invitare Netanyahu e Aoun, alla Casa Bianca “per i primi colloqui significativi tra Israele e Libano dal 1983, un periodo ormai lontanissimo”. “Entrambe le parti desiderano la pace, e credo che ciò avverrà rapidamente”, ha scritto.

Nonostante la “buona giornata”, il presidente Usa è tornato ad accusare il nostro Paese, dopo le critiche dei giorni scorsi alla premier Giorgia Meloni e poi a Papa Leone XIV. “L’Italia non c’era per noi, e noi non ci saremo per loro”, ha assicurato a commento di un articolo del 31 marzo di The Guardian sul ‘no’ del nostro Paese all’uso della base di Sigonella.

Oggi intanto la presidente del Consiglio sarà a Parigi per partecipare alla conferenza sul blocco a Hormuz, organizzata da Emmanuel Macron, con Keir Starmer e Friedrich Merz. Al centro, c’è una possibile spedizione europea nello Stretto, per le attività di sminamento. La presenza a Parigi consentirà a Meloni di riaffermare un posizionamento attivo dell’Italia con la coalizione dei volenterosi e di ribilanciare le tensioni con gli Stati Uniti, dopo giorni di attacchi continui del presidente.

L’impegno dei leader europei nello Stretto avverrebbe comunque solo con un cessate il fuoco solido. Ma un’azione dell’Europa per difendere la navigazione è richiesta urgentemente dagli Stati Uniti. Tanto che il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha fatto riferimento ai molti alleati che “parlano molto e non fanno nulla”: “Questa è una via navigabile che il commercio americano non utilizza poi così tanto. Noi non dipendiamo dall’energia proveniente dallo Stretto di Hormuz, ma l’Asia sì, e l’Europa sì, e gran parte del resto del mondo sì”, ha sottolineato ricordando che “sentiamo e vediamo i discorsi al riguardo, ma quando quei paesi erano necessari, non non erano al nostro fianco”. Se la situazione dovesse concludersi, “cosa che crediamo accadrà, allora accoglieremmo con favore l’intervento di altri paesi a posteriori”, ammette, avvertendo però che “non si può vivere in un mondo – e questo è un messaggio al resto del mondo e ai nostri alleati – in cui ci si affida semplicemente all’America per fare continuamente il lavoro pesante”. Che gli alleati si impegnino attivamente per liberare lo Stretto sin da subito è una richiesta esplicita: “Non ci contiamo, ma sarebbe meraviglioso se mai si concretizzasse”.

Iran, stallo sui negoziati ma Trump annuncia tregua in Libano. Allarme Aie: “Europa ha jet fuel per 6 settimane”

E’ stallo sui negoziati per la guerra in Iran. Mentre a Teheran, il capo dell’esercito pakistano  Asim Munir, ha incontrato funzionari iraniani nel tentativo di estendere il cessate il fuoco in scadenza il 21 aprile che ha interrotto quasi sette settimane di guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, permane l‘incertezza sul fatto che l’intensa attività diplomatica possa portare a un accordo. La Casa Bianca si è detta ottimista sulla possibilità di raggiungere un’intesa con la volontà di riprendere presto i colloqui anche se non ci sono ancora informazioni sul luogo o sulla data del secondo round.

Sul fronte libanese, invece, dopo una giornata di scambi telefonici con i due leader, Donald Trump ha annunciato il cessate il fuoco anche tra Beirut e Tel Aviv. Il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “hanno concordato che, al fine di raggiungere la pace tra i loro Paesi, daranno formalmente inizio a un cessate il fuoco di 10 giorni alle 17 (le 23 italiane, ndr)”, ha scritto il presidente americano sul suo social Truth. Martedì, i due Paesi si sono incontrati per la prima volta in 34 anni a Washington, con il Segretario di Stato, Marco Rubio ma l’incontro non aveva portato a nulla di fatto. In mattinata, lo stesso Aoun si era rifiutato di parlare direttamente con Netanyahu. Decisivo è stato l’intervento di Trump. “È stato un onore per me risolvere 9 guerre in tutto il mondo, e questa sarà la mia decima, quindi diamoci da fare e portiamo a termine questa opera”, ha ricordato.

Intanto l’impatto della guerra inizia a preoccupare seriamente: l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha infatti lanciato l’allarme carburanti. “L’Europa ha “forse carburante per aerei sufficiente per circa sei settimane”, ha detto un’intervista all’Associated Press, Il direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol, dipingendo un quadro allarmante delle ripercussioni globali di quella che ha definito “la più grande crisi energetica che abbiamo mai affrontato”, derivante dal blocco del flusso di petrolio, gas e altre forniture vitali attraverso lo Stretto di Hormuz. “Ora ci troviamo in una situazione critica, che avrà gravi ripercussioni sull’economia globale. E più a lungo durerà, peggiori saranno le conseguenze per la crescita economica e l’inflazione in tutto il mondo”, ha poi aggiunto, spiegando che le ripercussioni economiche saranno disomogenee, con alcuni Paesi “più colpiti di altri”. Tra questi, Giappone, Corea, India, Cina, Pakistan e Bangladesh. “I Paesi che soffriranno di più non saranno quelli la cui voce viene ascoltata di più. Saranno soprattutto i Paesi in via di sviluppo. I Paesi più poveri dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina”, ha affermato. L’impatto si tradurrà in “prezzi più alti della benzina, prezzi più alti del gas, prezzi più alti dell’elettricità”, ha detto.

Sulla delicata questione dello Stretto di Hormuz è previsto domani a Parigi un nuovo vertice dei cosiddetti ‘volenterosi’, coalizione formata da oltre 40 Paesi. Sul tavolo un piano di sminamento pronto da mettere in campo, soprattutto se la tregua tra Iran e Stati Uniti sarà prolungata. Il vertice è stato convocato dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer: in presenza anche la premier Giorgia Meloni. L’obiettivo è quello di ritornare presto alla libertà di navigazione nello Stretto, ma restano due incognite: una legata al ruolo degli Stati Uniti, rimasti finora fuori dalla coalizione, e l’atteggiamento dell’Iran, che per la prima volta si è mosso con netta contrarietà rispetto al piano dei volenterosi.

Da Washington oggi il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth in conferenza stampa al Pentagono ha precisato che la Marina degli Stati Uniti “controlla il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto perché disponiamo di mezzi concreti e di capacità reali”. “Stiamo attuando questo blocco utilizzando meno del 10% della potenza navale americana”, ha spiegato avvertendo Teheran che le truppe in Medio Oriente si stanno “riarmando” e sono pronte a riprendere i combattimenti in caso di fallimento dei negoziati. “Mentre voi scavate tra le macerie delle strutture colpite dai bombardamenti, noi diventiamo solo più forti”, ha affermato. Rivolgendosi direttamente al regime iraniano, ha detto che possono “spostare le cose”, ma così facendo si espongono all'”occhio vigile” americano.

 

Trump attacca il Papa: “È un debole”. Leone XIV: “Non ho paura di lui, continuerò a parlare”

Con i negoziati saltati a Islamabad e l’escalation in Libano, si consuma definitivamente anche lo scontro tra Casa Bianca e Santa Sede.

Nei giorni scorsi Leone XIV è tornato ad appellarsi per un vero cessate il fuoco, ha definito “non cristiano” chi lancia le bombe, ha avuto un faccia a faccia con il presidente francese Emmanuel Macron dal quale è emersa la richiesta di far rientrare il Libano negli accordi di pace per l’Iran. Sabato sera, in piazza San Pietro, durante una veglia di preghiera per la pace, il Papa ha definito la preghiera un “argine al delirio di onnipotenza che si fa sempre più imprevedibile e aggressivo”.

Alla fine, Donald Trump ha scritto un lunghissimo post sul suo social, Truth, che è un crescendo di accuse nei confronti del Pontefice americano. Attacchi senza precedenti. “E’ un debole in materia di criminalità e pessimo in politica estera”, scrive Trump, che loda il fratello di Robert Prevost, Louis, “perché è completamente Maga”: “Lui capisce, Leone no!”, esclama, condannando un Papa che “pensa che sia ok che l’Iran abbia un’arma nucleare” e che non ha condiviso l’attacco dell’America al Venezuela, “un Paese che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, peggio ancora, svuotava le proprie prigioni, liberando assassini, spacciatori e omicidi”. E, soprattutto, un Papa che “critica il presidente degli Stati Uniti” per fare “esattamente ciò per cui è stato eletto, ovvero portare i numeri sulla criminalità ai minimi storici e creare il miglior mercato azionario della storia”.

“Non ho paura di Trump, continuerò a parlare a voce alta“, replica il Papa sul volo che lo conduce da Roma in Algeria. “Noi non siamo politici, non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva. Ma crediamo nel messaggio del Vangelo come costruttori di pace”, sottolinea Leone, ribadendo di non voler “entrare in un dibattito” con Trump. Ma affonda: “Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo”. “Io continuo a parlare forte contro la guerra, cercando di promuovere la pace, promuovendo il dialogo e il multilateralismo con gli Stati per cercare soluzioni ai problemi. Troppa gente sta soffrendo oggi, troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi e dire che c’è una via migliore”, tuona Prevost.

Giorgia Meloni prende nuovamente le distanze dal Tycoon: “Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa Cattolica, ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra”, sottolinea la premier in una nota.

Ma Trump offre soprattutto a Teheran l’assist perfetto: “A nome della grande nazione iraniana, condanno l’insulto rivolto a Vostra Eccellenza e dichiaro che la profanazione di Gesù, il Profeta della pace e della fratellanza, è inaccettabile per qualsiasi persona libera. Le auguro che Allah le conceda la gloria”, scrive il presidente Masoud Pezeshkian rivolgendosi al Papa su X. “Quando il leader supremo religioso del mondo islamico viene assassinato con tale sfrontatezza mentre gli occidentali osservavano in silenzio, non sorprende che si proceda a insultare il grande leader dei cristiani del mondo”, fa eco più esplicitamente il suo responsabile della comunicazione, Seyed Mehdi Tabatabai. “Il nostro tempo si trova di fronte a un tiranno senza freni che, se non verrà fermato, lascerà dietro di sé distruzioni irreparabili”, avverte.

Esprime “rammarico” Matteo Zuppi, presidente della Cei, come ha fatto anche il presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti, Paul S. Coakley, ricordando che il Papa non è una “controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace”: “In un tempo segnato da conflitti e tensioni internazionali, la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità”, scandisce il cardinale.

Lo stesso viaggio di Leone in Africa è uno strumento di promozione della pace. Una visita che, confessa Prevost sul volo, sarebbe dovuto essere il primo viaggio del pontificato. Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale sono le tappe che toccherà in questi giorni, “mosso dal vivo desiderio di incontrare i fratelli nella fede e gli abitanti di quelle care nazioni”, scrive il Papa nello scambio di telegrammi con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che avviene da protocollo ogni volta che un Pontefice lascia l’Italia. “Sono certo che nessuno potrà rimanere indifferente rispetto a questi solenni appelli, rivolti soprattutto alle ultime generazioni, chiamate ad assumere la responsabilità e vivere la gioia del divenire fecondo seme di progresso sociale ed economico per i rispettivi Paesi e comunità”, sottolinea Mattarella. Con Leone, il presidente condivide la responsabilità di “individuare assieme le risposte a tutte le sfide principali del nostro tempo”, scrive il presidente. Dalle ripercussioni di guerre e conflitti alla globalizzazione, dalle divisioni settarie alla pressione demografica e migratoria, dall’uso delle risorse naturali alla crisi climatica.

 

Iran, a rischio la ‘fragile’ tregua. Trump: “Forze Usa in campo fino a un accordo reale”

A poco più di 24 ore dalla “fragile” tregua raggiunta in Iran, la tensione nella regione del Medioriente resta alta.  L’esercito americano, assicura su Truth il presidente Usa, Donald Trump resta schierato.Tutte le navi, gli aerei e il personale militare statunitensi, insieme a ulteriori munizioni, armamenti e qualsiasi altro mezzo ritenuto opportuno e necessario per l’attacco letale e la distruzione di un nemico già sostanzialmente indebolito – scrive il repubblicano – rimarranno dispiegati in Iran e nelle zone circostanti fino a quando l’accordo reale raggiunto non sarà pienamente rispettato”. L’avvertimento è chiaro: “Se per qualsiasi motivo ciò non dovesse avvenire, cosa altamente improbabile – aggiunge – allora inizieranno gli scontro a fuoco più grandi e più potenti di quanto chiunque abbia mai visto prima. È stato concordato, molto tempo fa, e nonostante tutta la falsa retorica contraria: nessuna arma nucleare e lo Stretto di Hormuz sarà aperto e sicuro”. Ma Trump guarda già oltre: “Le nostre grandi forze armate si stanno rifornendo e riposando, guardando avanti, in realtà, alla loro prossima conquista. L’America è tornata!”.

Durante l’incontro con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, Trump ha ribadito la propria “delusione” per la posizione assunta dagli alleati. L’alleanza, dice, “non c’era quando ne avevamo bisogno e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo. Ricordate la Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio gestito malissimo”. Secondo il Wall Street Journal la Casa Bianca sta valutando un piano per ‘punire’ alcuni membri della Nato che, secondo il presidente Trump, non hanno aiutato gli Stati Uniti e Israele durante la guerra con l’Iran. La proposta prevede il trasferimento delle truppe statunitensi dai paesi membri della Nato ritenuti poco collaborativi nella guerra contro l’Iran, verso paesi che si sono dimostrati più favorevoli. Durante il faccia a faccia Rutte spiega di aver sottolineato il fatto che “la grande maggioranza delle nazioni europee si è dimostrata disponibile per quanto riguarda le basi, la logistica, i sorvoli, assicurandosi di rispettare gli impegni”. 

Il Libano resta lo scenario più preoccupante, dal momento che l’esercito israeliano non ha cessato gli attacchi. L’Iran “garantirà la sicurezza del passaggio sicuro” attraverso lo Stretto di Hormuz, ma la riapertura avverrà solo “dopo che gli Stati Uniti avranno effettivamente ritirato questa aggressione”, contro il Libano, dice alla Bbc il viceministro degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh. Gli Usa, spiega, “devono scegliere” se vogliono la guerra o la pace. “Non possono avere entrambe allo stesso tempo. Sono incompatibili, è chiarissimo”. L’accordo raggiunto, assicura, include il Libano e l’Iran e i suoi alleati erano disposti ad “accettare il cessate il fuoco”. Il traffico navale nello Stretto rimane trascurabile. Secondo i dati di Marine Traffic, registrati questa mattina numerosi gruppi di navi erano ancora ancorati nel Golfo Persico. Nella regione si trovavano ancora oltre 400 petroliere, 34 navi cisterna per GPL e 19 navi metaniere. Prima della guerra, secondo i dati di Lloyd’s List, una media di 107 navi mercantili transitavano quotidianamente nello Stretto di Hormuz.

Intanto i ministri degli Esteri di Iran e Arabia Saudita hanno avuto oggi un colloquio telefonico , in quello che, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa AFP, rappresenta il primo contatto ufficiale tra i due Paesi dall’inizio della guerra. Il ministero degli affari esteri saudita ha dichiarato in un comunicato stampa che il ministro degli esteri del Paese, il principe Faisal bin Farhan, ha ricevuto una telefonata dal suo omologo iraniano, Abbas Araghchi. Nella nota si legge che “durante la telefonata, hanno esaminato gli ultimi sviluppi e discusso le modalità per ridurre le tensioni al fine di ripristinare la sicurezza e la stabilità nella regione”. 

Iran, Trump: “Colpiremo ancora per due o tre settimane, torneranno all’età della pietra”

Venti minuti di monologo – 19 per la precisione – la solita narrazione autocelebrativa, qualche stoccata ai Paesi occidentali e pochi tentativi di rassicurazione al popolo americano. Il discorso alla nazione del presidente Usa, Donald Trump, non ha sorpreso più di tanto, pur mettendo in fila, punto per punto, ciò che il repubblicano ripete da settimane e cioè che l’operazione Epic Fury in Iran, iniziata 33 giorni fa, è servita a “correggere errori di altri” (“ho fatto ciò che nessun altro presidente era disposto a fare”, dice) e che gli obiettivi sono stati quasi raggiunti. Ancora “due o tre settimane” di attacchi e poi “li riporteremo all’età della pietra, cioè quella a cui appartengono”.

Davanti lui nello Studio Ovale, tra gli altri c’erano anche il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, quello alla Difesa – anzi alla Guerra – Pete Hegseth, la procuratrice generale Pam Bondi e la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.

Secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti, dall’inizio delle operazioni sono stati colpiti oltre 12.300 siti in Iran, sono stati effettuati oltre 13.000 voli di combattimento e oltre 155 navi militari iraniane sono state danneggiate o distrutte. Marina e aviazione di Teheran, dice Trump nello Studio Ovale “sono state spazzate via”. Il più, insomma, è fatto, assicura, grazie a “vittorie rapide, decisive e schiaccianti sul campo di battaglia”. “Siamo sulla buona strada per raggiungere a breve tutti gli obiettivi militari americani”.

E se sul fronte militare “mai nella storia della guerra un nemico ha subito perdite così evidenti e devastanti su larga scala nel giro di poche settimane”, su quello economico anche Trump non può ignorare la realtà e cioè che negli Usa la benzina ha raggiunto i 4 dollari al gallone, registrando un incremento del 30%, il più alto dal 2022. “Molti americani – ammette – sono preoccupati per il recente aumento dei prezzi della benzina nel nostro Paese”, ma la ‘colpa’ è degli “attacchi terroristici folli sferrati dal regime iraniano contro petroliere commerciali e paesi vicini che non hanno nulla a che vedere con il conflitto”. La chiusura dello Stretto di Hormuz, assicura, non ha alcun peso. “Gli Stati Uniti non importano quasi petrolio” attraverso quella via “e non ne importeranno nemmeno in futuro. Non ne abbiamo bisogno”.

Ecco, allora, la stoccata agli alleati della Nato (la “tigre di carta“, come l’ha definità mercoledì): “A quei paesi che non riescono a procurarsi petrolio — molti dei quali si sono rifiutati di partecipare alla decapitazione dell’Iran, costringendoci a farlo da soli — ho un suggerimento. Numero uno: comprate petrolio dagli Stati Uniti d’America; ne abbiamo in abbondanza. Ne abbiamo tantissimo. E numero due: tirate fuori un po’ di coraggio e andate nello Stretto e prendetevelo. Proteggetelo. Usatelo per voi stessi”.

Non c’è da preoccuparsi nemmeno per il gas, minimizza il presidente degli Stati Uniti, perché “quando questo conflitto sarà finito, lo Stretto” di Hormuz “si aprirà naturalmente. Riprenderà a fluire e i prezzi del gas torneranno rapidamente a scendere”.

Il futuro, insomma, potrebbe non essere così male per Trump. “Le discussioni” con l’Iran “sono in corso. Il cambio di regime non era il nostro obiettivo, ma si è verificato a causa della morte di tutti i loro leader originali. Sono tutti morti”. I nuovi leader iraniani sono “meno radicali e molto più ragionevoli”.

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Petrolio a 115 dollari, gas a 70 euro: la guerra fa impazzire i prezzi e manda a picco le Borse

Un giovedì nerissimo per i mercati finanziari e per l’energia. La situazione sempre più delicata e infuocata in Medio Oriente, unita ai riscontri di ieri della Fed e la flessione di Wall Street stanno trascinando in un baratro le Borse europee. Ma, soprattutto, stanno facendo schizzare in alto i prezzi dell’energia, in particolare di gas e petrolio.

Al Ttf di Amsterdam, dopo un’apertura debole, i future sono arrivati a sfiorare i 70 euro al megawattora, con un rialzo del 25% rispetto alla quotazione di ieri. Il petrolio, invece, viaggia intorno ai 115 dollari al barile, con un’impennata superiore al 7%. Tutto questo mentre Donald Trump annuncia forti rappresaglie se l’Iran bombarderà gli impianti del Qatar, con la minaccia di un’autentica devastazione di Teheran. Tutto questo, comunque, non favorisce la discesa dei prezzi che si avvicinano passo dopo passo ai record del post scoppio della guerra tra Russia e Ucraina.

Malissimo anche le Borse. I mercati sono fiaccati dalle notizie mediorientali: Milano al momento perde quasi il 2%, alla pari di Francoforte, leggermente meglio ma sempre negativa anche Parigi (1,50%). Sarà determinante capire quale tipo di atteggiamento avrà Wall Street dopo la pessima reazione di ieri alle parole della Federal Reserve.

A livello di metalli preziosi la situazione non è certo migliore. L’oro viaggia intorno ai 4718 dollari l’oncia con una perdita secca del 3,64%, mentre l’argento lascia per strada addirittura il 7,83% e si attesta a quota 71,52 dollari l’oncia. Malissimo anche il platino che perde il 6,19% e tocca i 1929 dollari l’oncia.

A livello di metalli preziosi la situazione non è certo migliore. L’oro viaggia intorno ai 4718 dollari l’oncia con una perdita secca del 3,64%, mentre l’argento lascia per strada addirittura il 7,83% e si attesta a quota 71,52 dollari l’oncia. Malissimo anche il platino che perde il 6,19% e tocca i 1929 dollari l’oncia.

Dagli Usa via libera all’acquisto di petrolio russo già in transito. Ue: “A rischio sicurezza”

Via libera da parte degli Stati Uniti a un allentamento – seppur temporaneo – alle sanzioni sul petrolio russo. L’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro Usa ha concesso alla Mosca l’autorizzazione alla consegna e alla vendita di petrolio greggio e prodotti petroliferi caricati sulle navi già in transito a partire dal 12 marzo 2026 e fino al prossimo 11 aprile.

Il presidente degli Stati Uniti, scrive il segretario Scott Bessent su X, “sta adottando misure decisive per promuovere la stabilità nei mercati energetici globali e si sta impegnando per mantenere bassi i prezzi, affrontando al contempo la minaccia e l’instabilità rappresentate dal regime terroristico iraniano”. Quindi, per aumentare la portata globale dell’offerta esistente, “sta concedendo un’autorizzazione temporanea per consentire ai paesi di acquistare Petrolio russo attualmente bloccato in mare. Questa misura, circoscritta e di breve durata, si applica solo al petrolio già in transito e non apporterà significativi benefici finanziari al governo russo, che ricava la maggior parte delle sue entrate energetiche dalle tasse riscosse nel punto di estrazione”.

Gongola il Cremlino, che secondo la Commissione europea, ha guadagnato 150 milioni di dollari al giorno in entrate aggiuntive dalle vendite di petrolio dall’inizio del conflitto in Mediorienteil che rende probabilmente la Russia il più grande beneficiario di questo conflitto”, spiega un portavoce. Secondo Mosca, la decisione degli Usa “rappresenta un tentativo di stabilizzare i mercati energetici”. “I nostri interessi coincidono”, assicura il ​​portavoce presidenziale Dmitry Peskov, secondo il quale “senza volumi significativi di petrolio russo, la stabilizzazione del mercato è impossibile”.

Sul fronte europeo la situazione è tesa. Da Parigi, dove ha incontrato il capo dello Stato, Emmanuel Macron, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky si dice certo che la decisione di Donald Trump “rafforzerà la posizione della Russia”. Un singolo allentamento delle sanzioni da parte degli Stati Uniti “potrebbe fruttare alla Russia circa 10 miliardi di dollari in fondi di guerra. Questo certamente non contribuisce alla pace”, lamenta. Il capo dell’Eliseo ribadisce la decisione del G7 di non “rivedere” la propria politica di sanzioni contro Mosca.

I vertici europei restano fermi sulle proprie posizioni. Per il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, “è motivo di grande preoccupazione, in quanto ha un impatto sulla sicurezza europea. L’aumento della pressione economica sulla Russia è decisivo affinché accetti un negoziato serio per una pace giusta e duratura. L’allentamento delle sanzioni, al contrario, aumenta le risorse russe da destinare alla guerra di aggressione contro l’Ucraina”. L’esecutivo comunitario rimarca quanto già ribadito dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e cioè che le sanzioni “devono restare in vigore anche nell’attuale situazione di volatilità dei mercati petroliferi”.

Meloni: “Dazi sono un errore, serve libero scambio”. Merz martedì da Trump con posizione Ue

I dazi di Donald Trump “sono un errore“. Se nei primi mesi la posizione di Giorgia Meloni nei confronti della politica commerciale del presidente degli Stati Uniti era molto più sfumata e diplomatica, con il nuovo aumento delle tariffe la premier italiana non lascia spazio a interpretazioni.

In una intervista a Bloomberg, la presidente del Consiglio sposta però il piano della discussione sull’Europa: “Penso che dovremmo andare nella direzione diametralmente opposta“, spiega, tornando a parlare della necessità di un’area di libero scambio tra Stati Uniti ed Europa. La situazione non è drammatica pome sarebbe potuta essere, “abbiamo cercato di tamponare il più possibile”, precisa Meloni, ricordando che è stato cercato un accordo che fosse “sostenibile e ragionevole“, a partire dal comparto agroalimentare.

Per il momento, l’Europa non si espone: “Non ho aggiornamenti da fornire“, risponde, sollecitato durante il briefing quotidiano con la stampa il portavoce per il Commercio della Commissione Olof Gill. Ma, martedì 3 marzo, il cancelliere tedesco Friedrich Merz incontrerà per la seconda volta il presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca per un colloquio nello Studio Ovale.

Secondo il vice portavoce del governo, Sebastian Hille, il cancelliere porterà sul tavolo una posizione coordinata dell’Unione europea.Per il governo tedesco i dazi sono un danno per tutti. Siamo a favore di una politica programmatica basata sulle regole del commercio“, precisa il portavoce, sottolineando che “la posizione unita all’interno dell’Unione Europea è importante“.

La disputa doganale tra gli Stati Uniti e l’Unione europea si è inasprita dopo il divieto della Corte Suprema americana di imporre dazi sulle importazioni di merci da molti paesi. Trump ha poi annunciato che avrebbe utilizzato altri mezzi per continuare ad applicare le tariffe e il Parlamento europeo ha reagito congelando formalmente l’attuazione dell’accordo doganale tra le due sponde dell’Atlantico.

Dazi, Camera Usa sfida Trump e vota contro tariffe al Canada: ira del presidente

Duro colpo per la politica commerciale del presidente Usa, Donald Trump. Alla Camera sei repubblicani si sono uniti ai democratici nel voto per abrogare di fatto i dazi imposti al Canada. Poco dopo la votazione il presidente della Camera Mike Johnson ha affermato alla Cnn che Trump “non è arrabbiato” con i repubblicani. “Ho appena lasciato la Casa Bianca. Capisce cosa sta succedendo. Non influenzerà o cambierà la sua politica. Può porre il veto su queste questioni se si arriverà a questo”, ha aggiunto. Poco prima il presidente aveva pubblicato un post su Truth Social, nel quale ha affermato che “qualsiasi repubblicano, alla Camera o al Senato, che voti contro i dazi subirà gravi conseguenze al momento delle elezioni, e questo vale anche per le primarie”.

Il Canada, scrive Trump, “ha approfittato degli Stati Uniti in materia commerciale per molti anni. Sono tra i peggiori al mondo con cui avere a che fare, soprattutto per quanto riguarda il nostro confine settentrionale. I dazi rappresentano una vittoria per noi”. 

Proprio grazie alle tariffe, ricorda il tycoon “il nostro deficit commerciale si è ridotto ridotto del 78%, il Dow Jones ha appena raggiunto quota 50.000 e l’S&P quota 7.000, cifre che solo un anno fa erano considerate impossibili”. Inoltre, i dazi “ci hanno garantito una grande sicurezza nazionale, perché la semplice menzione di questa parola ha indotto i paesi ad accettare le nostre richieste più forti. I dazi ci hanno garantito sicurezza economica e nazionale, e nessun repubblicano dovrebbe assumersi la responsabilità di distruggere questo privilegio“.

A ‘tradire’ il presidente schierandosi con i democratici sono stati i repubblicani Thomas Massie del Kentucky, Don Bacon del Nebraska, Kevin Kiley della California, Jeff Hurd del Colorado, Dan Newhouse dello Stato di Washington e Brian Fitzpatrick della Pennsylvania.

L’approvazione della misura avviene mentre Trump sta valutando l’uscita dall’accordo commerciale Canada-Stati Uniti-Messico firmato durante il suo primo mandato, una decisione che peggiorerebbe le tensioni commerciali in Nord America. Circa l’80% delle merci importate dal Canada soddisfa i criteri Cusma ed è esente da dazi.