Meloni: “Su governace Ue passi avanti, ma insufficienti. Escludere le transizioni”

Zagabria, Europa. Forse di quella con la visione che Giorgia Meloni sente più vicina alla sua. Dalla Croazia, al termine dell’incontro bilaterale con il primo ministro della Repubblica croata, Andrej Plenković, la premier torna a lanciare messaggi alle istituzioni continentali, mentre la partita del negoziato sulla nuova governance è più o meno alla metà del tempo regolamentare. Parole decisamente chiare, quelle della presidente del Consiglio: “Mi pare che dei passi avanti si facciano, ma per per quello che riguarda l’Italia sono ancora insufficienti, quindi bisogna lavorare molto di più”.

Meloni spinge sul fatto che “il ritorno ai vecchi parametri, che scatterebbero molto presto, sarebbe esiziale per la nostra economia”. Tradotto, se dal 1 gennaio del prossimo anno si ritornasse ai vincoli pre-pandemia del Patto di stabilità e crescita, il tetto del 3% del rapporto tra Deficit e Pil difficilmente verrà raggiunto. Molto probabilmente, non solo dal nostro Paese. Ma questo Meloni non può saperlo, né può dirlo. Il capo del governo italiano si ‘limita’ a ricordare che “il tema delle nuove regole della governance è fondamentale per l’agenda strategica Ue”, perché “se pensiamo di poter rafforzare la nostra competitività, il nostro ruolo strategico senza adeguare le regole alle strategie che ci diamo, rischiamo di sembrare miopi”.

La premier ribadisce un concetto già espresso molte volte: “Siamo impegnati a portare avanti delle transizioni che sono scelte strategiche per rafforzare la competitività del continente: penso alla transizione verde e alla transizione digitale, così come, all’indomani dell’aggressione russa all’Ucraina, ci siamo resi conto del fatto che anche il tema difesa necessitava di un rafforzamento”. Ergo: “E’ evidente che gli investimenti fatti su queste materie devono essere presi in considerazione nel momento in cui si discute la governance, altrimenti è come se indicassimo una strategia e contemporaneamente la facessimo pagare alle nazioni virtuose nel realizzarla. Questo sarebbe miope”.

Intanto, a proposito di transizione energetica, dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica arrivano buone notizie. Perché c’è il via libera ad uno stanziamento di 502 milioni di euro per promuovere, nel triennio 2024-2026, la ricerca e lo sviluppo di tecnologie energetiche innovative a zero emissioni di carbonio. Questo è il target che si pone il decreto firmato dal ministro, Gilberto Pichetto, che fissa le linee di attività e le modalità attuative del programma internazionale ‘Mission Innovation‘ a cui l’Italia aderisce insieme ad altri 24 Paesi. “Il nostro impegno per sostenere la transizione energetica del Paese si rafforza ulteriormente con un consistente aumento di risorse pubbliche dedicate al sostegno della ricerca e dell’innovazione di tecnologie pulite per contenere le emissioni climalteranti”, commenta il responsabile del Mase. Che poi conclude: “Andiamo avanti su questa strada con convinzione e pragmatismo per arrivare con ancora maggiore determinazione al negoziato della Cop 28 di Dubai”.

Ue, Parlamento e Consiglio cercano l’accordo sulle case green. Ma la strada è in salita

Nuova direttiva case green, Parlamento e Consiglio ci riprovano. E’ previsto per oggi un nuovo incontro tra i negoziatori di Parlamento e Consiglio Ue, mediato dalla Commissione europea (in gergo si chiama ‘trilogo’) per raggiungere un accordo politico sulla revisione della direttiva sul rendimento energetico nell’edilizia (Energy Performance of Building Directive) proposta dall’Esecutivo comunitario a dicembre 2021 per alzare gli standard energetici del parco immobiliare dell’Ue.

Sarà un incontro in cui i due negoziatori tenteranno di raggiungere un accordo politico, ma a Bruxelles sono in molti a pensare che difficilmente si possa arrivare già adesso a chiudere il compromesso. Ad ogni modo, Commissione europea e entrambi i co-legislatori incalzano a trovare un’intesa politica prima della fine dell’anno.

A dicembre 2021 la Commissione europea ha proposto di introdurre standard minimi obbligatori di prestazione energetica per il parco immobiliare dell’Ue da introdurre gradualmente dal 2027, portando gli Stati a individuare almeno il 15% del proprio patrimonio edilizio con le peggiori prestazioni e a ristrutturarlo passando dalla classe energetica più bassa “G” al grado “F” entro il 2027 per gli edifici non residenziali e entro il 2030 per gli edifici residenziali.

L’edilizia è responsabile del 40% dei consumi energetici d’Europa e del 36% dei gas a effetto serra provenienti dal settore energetico. La Commissione propone un intervento per arrivare al 2050 con un parco immobiliare europeo a zero emissioni nette, sia sugli edifici vecchi e che su quelli ancora da costruire. Sulla proposta della Commissione europea, gli Stati membri al Consiglio Ue hanno concordato la loro posizione negoziale a ottobre scorso mentre l’Europarlamento ha concordato il mandato in plenaria a marzo. Entrambe le istituzioni hanno apportato modifiche sostanziali alla proposta della Commissione europea, e ora stanno cercando di trovare un terreno comune.

Il nodo politico resta ancorato all’articolo 9 che riguarda gli standard minimi di rendimento energetico degli edifici, su Parlamento e Consiglio hanno posizioni diverse.

Nella sua posizione l’Europarlamento ha rafforzato i target di efficienza rispetto alla proposta originaria della Commissione, garantendo però più flessibilità agli Stati membri per raggiungerli attraverso i piani nazionali. Le case dovrebbero raggiungere almeno la classe di prestazione energetica ‘E’ entro il 2030 e ‘D’ entro il 2033 (la Commissione Ue proponeva di raggiungere la classe “F” entro il primo gennaio 2030 e la classe “E” entro il primo gennaio 2033). Gli edifici non residenziali e pubblici dovrebbero raggiungere le stesse classi rispettivamente entro il 2027 e il 2030 (la Commissione ha proposto ‘F’ ed ‘E’). Il testo adottato prevede che tutti i nuovi edifici siano a emissioni zero dal 2028 (la Commissione proponeva il 2030) e tutti i nuovi edifici dovranno disporre di impianti solari entro il 2028.

Gli Stati membri, come spesso accade, nella loro posizione hanno di fatto annacquato in molte parti la proposta dell’esecutivo comunitario, chiedendo maggiore flessibilità anche nel negoziato con l’Eurocamera. Per gli edifici residenziali esistenti gli Stati membri vogliono fissare norme minime di prestazione energetica “sulla base di una traiettoria nazionale in linea con la progressiva ristrutturazione del loro parco immobiliare per renderlo a emissioni zero entro il 2050”. Fissando solo due ‘tappe’ intermedie: che il consumo medio di energia primaria sia entro il 2033 equivalente alla classe di prestazione energetica D ed entro il 2040, a un valore “determinato a livello nazionale derivato da un graduale calo del consumo medio di energia primaria dal 2033 al 2050”.

Piano Mattei, un mese al ‘D-Day’. Meloni: “In dirittura d’arrivo norma sulla governance”

Manca un mese al ‘D-day‘. Le lancette dell’orologio corrono veloci verso l’appuntamento del 5-6 novembre, quando a Roma si riunirà il vertice Italia-Africa: è quella la data indicata dalla premier, Giorgia Meloni, per la presentazione ufficiale del Piano Mattei a cui sta lavorando il suo governo da mesi e che dovrebbe portare il nostro Paese a diventare l’hub europeo del gas, ma anche di rinnovabili e idrogeno verde.

Al momento si conoscono le linee guida: un approccio non predatorio verso il continente africano, con accordi bilaterali da chiudere con i Paesi africani con alto potenziale energetico, per uno sviluppo delle infrastrutture da lasciare per l’80% sui territori di origine, con investimenti che creino lavoro e benessere per i cittadini dell’Africa, evitando così che fame, carestie e cambiamenti climatici impongano esodi di massa. In cambio, l’Italia diverrebbe la porta d’ingresso di una parte consistente degli approvvigionamenti di energia per il Nord Europa.

Un progetto ambizioso, sul quale la diplomazia è a lavoro su più tavoli. Quelli con i governi degli Stati africani e quelli con i partner Ue. C’è, però, una novità. A confermarla è la stessa Meloni, a margine dei lavori del summit della Comunità politica europea a Granada: “Siamo in dirittura d’arrivo con una norma sulla governance di questo nostro Piano”. La premier non si sbilancia, ma non è difficile ipotizzare che possa essere creata una cabina di regia apposita, che gestisca i vari negoziati sotto la guida della stessa presidente del Consiglio. I testi, comunque, saranno portati anche in Parlamento e all’attenzione delle istituzioni europee. Perché “per essere efficace” il Piano Mattei ha bisogno “di un’Europa che ci creda nel suo complesso. Da soli non possiamo risolvere tutti i problemi del continente”.

Dalle indiscrezioni circolate in questi mesi, non è escluso che il progetto possa includere anche un capitolo dedicato al reperimento delle materie prime critiche, di cui alcune zone dell’Africa sono ricche. Per i dettagli, però, toccherà attendere ancora qualche settimana, mentre Meloni e il suo governo continuano a tessere la tela del Piano Mattei.

Caos Niger non preoccupa l’Ue per l’uranio. La Cina sta a guardare

Democrazia, diritti, e poi l’uranio. Le instabilità in Niger possono mettere in difficoltà il mercato dell’energia nucleare dell’Unione europea, che proprio dal Niger acquista uranio grezzo per i propri reattori. Per ora si rassicura, e si escludono impatti negativi dal colpo di Stato nel Paese dell’Africa occidentale. “Non c’è alcun rischio di approvvigionamento”, sostiene il portavoce della Commissione europea, Adalbert Jahnz. “Le imprese hanno sufficienti scorte di uranio naturale per mitigare qualsiasi rischio di approvvigionamento a breve termine e per il medio e lungo termine ci sono abbastanza depositi sul mercato mondiale per coprire il fabbisogno dell’Ue”.

C’è però una questione geo-politica in ballo. Perché fin qui il Niger è stato il forniture numero uno dell’uranio nella sua forma grezza. La relazione della Commissione europea sul mercato di uranio, con dati aggiornati al 2021, afferma che “analogamente agli anni precedenti, Niger, Kazakistan e Russia sono stati i primi tre paesi a fornire uranio naturale all’U e nel 2021, fornendo il 66,94% del totale”. Il Niger da solo, è arrivato a rappresentare un quarto dell’import complessivo a dodici stelle (24,26%). Non un fornitore margine, dunque. Alla luce delle relazioni sempre più delicate e complesse con la Russia quale risultato dell’aggressione all’Ucraina, l’Ue ha bisogno di ridurre le dipendenze con la federazione russa e un deterioramento ulteriore della situazione in Niger potrebbe indurre a rivedere la domanda di uranio.

La Commissione Ue per ora intendere rimanere presente nel Paese. Evacuazione del personale e chiusura delle sedi di rappresentanza non sono prese in considerazione, perché andare via vorrebbe dire lasciare mano libera ad altri attori, a cominciare da quello cinese. Dopo la Francia, la Repubblica popolare è il secondo più grande investitore straniero. Pechino è presente in Niger dal 1974, e ha dato nuovi impulsi alle relazioni bilaterali dagli inizi degli anni Duemila. Ha iniziato ad investire in infrastrutture (strade, ospedali, telecomunicazioni), scambi culturali (borse di studio per nigerini in Cina), a garantire sostegni umanitari contro disastri naturali. In cambio ha ottenuto diritto di esplorazione petrolifera e di uranio. Il progetto dell’oleodotto di circa 675 chilometri per la connessione Niger-Benin è possibile grazie a PetroChina, il colosso petrolifero cinese. Mentre Cnnc, la società di Stato attiva nel settore del nucleare, ha già avuto modo di lavorare col governo di Niamey per lo sviluppo del giacimento di Azelik.

A livello globale il Niger rifornisce appena il 5% circa dell’uranio mondiale, ma è un fornitore leader per l’Ue. Sottrarre quote di mercato agli europei sarebbe per la Cina, già allo stato attuale fornitore principale di tutto ciò che serve all’Ue in termini di materie prime per la transizione sostenibile, un ulteriore colpo alle ambizioni di indipendenza e potenza europea. L’instabilità politica rischia però di complicare anche i piani cinesi, e non a caso anche la Cina segue con attenzione gli sviluppi nel Paese africano invitando a una soluzione. Per quanto a Bruxelles si cerchi di minimizzare e si ostenti sicurezza, in gioco c’è molto. Perché l’Ue ha deciso che il nucleare è ‘green’, non inserendolo la tecnologia nella tassonomia, l’insieme dei criteri che servono a determinare la sostenibilità di attività e prodotti. L’Ue ha bisogno dell’uranio per il suo nucleare, e il suo principale fornitore adesso offre meno garanzie.

Salini (Ppe): “Su imballaggi Ue non considera best practices italiane”

Stretta in arrivo da parte del Ppe sulle restrizioni all’uso di alcuni formati di imballaggi e sugli obiettivi al 2030 per il riutilizzo e la ricarica dei contenitori della proposta di regolamento sugli imballaggi. “Abbiamo lavorato per proporre emendamenti molto stringenti, ora si è chiusa questa fase e entreremo nel vivo dell’iter con l’avvio dei negoziati”, racconta in un’intervista a GEA l’eurodeputato di Forza Italia, Massimiliano Salini, relatore per il Partito Popolare Europeo sul nuovo regolamento imballaggi proposto dalla Commissione europea. Si è chiuso oggi il periodo di tempo per presentare gli emendamenti in commissione per l’ambiente (Envi), dove lo scorso 4 maggio la relatrice della posizione per il Parlamento, Frederique Ries (Renew), ha presentato la sua proposta di relazione. Salini ricorda che sulla base delle precedenti direttive “che avevano costruito delle condizioni per cui i Paesi Ue raggiungessero livelli estremamente avanzati nel settore del riciclo, tutta la materia del packaging è stata affrontata da Paesi come l’Italia con grande propensione innovativa”.

La nuova proposta di regolamento è stata presentata a novembre dalla Commissione europea per modificare la direttiva attualmente in vigore sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggi (risalente al 1994, ma già modificata nel 2018), con l’obiettivo per gli Stati membri di ridurre i rifiuti di imballaggio pro capite del 5% entro il 2030 e del 15% entro il 2040 rispetto ai livelli del 2018. Nella relazione presentata da Ries, si propongono obiettivi specifici per la riduzione dei rifiuti degli imballaggi di plastica (10% entro il 2030, 15% entro il 2035 e 20% entro il 2040), restrizioni all’immissione sul mercato di buste di plastica ultraleggere e poi ancora un obiettivo di raccolta differenziata del 90% per il 2029 per tutti i tipi di imballaggi coperti dalla proposta legislativa e non più solo per le bottiglie di plastica per bevande.
Per l’europarlamentare la scelta della Commissione di passare dalla forma giuridica di direttiva a regolamento è già negativa. Significa “introdurre uno strumento immediatamente esecutivo che non lascia spazio a nessun tipo di adattamento da parte dei Paesi membri”. Dal momento che l’Ue si è resa conto “che non tutti i Paesi hanno accettato la sfida del riciclo, alcuni l’hanno vissuta con lentezza, altri come l’Italia arriveranno con 6-7 anni di anticipo al raggiungimento dell’obiettivo”. Ma nei fatti, non essendoci armonizzazione, “la Commissione ha proposto di introdurre un livello intermedio tra i migliori e i peggiori” in termini di riciclo “e di attestarsi su quel livello, introducendo la novità della sostituzione dello schema del riciclo con quella di riuso in alcuni settori per evitare di avere rifiuti aggiuntivi”. Per l’eurodeputato è “tutto un gran miscuglio di tentativi che sono accomunati dal difetto di non aver guardato le buone pratiche dei migliori Paesi, per far sì che tutti quanti sul riciclo raggiungessero risultati migliori. Ci opponiamo alla formula perché sul riciclo l’Italia ha costruito un modello estremamente riproducibile”.

Il Ppe è al centro di polemiche a Bruxelles dopo aver attaccato alcune iniziative legislative chiave sul fronte agricolo del Green Deal, ovvero la proposta di dimezzare l’uso di pesticidi previsto dalla strategia ‘Farm to Fork’ e di ripristinare un quinto degli habitat danneggiati in tutta l’Europa entro il 2030 attraverso la Legge per la conservazione della natura. Salini spiega che “come Partito popolare europeo (Ppe) sappiamo bene quello che facciamo e le nostre proposte sono supportate da elementi scientificamente molto rilevanti. E’ la Commissione europea che deve dimostrare di fare più verifiche sui dati” delle iniziative legislative “che propone, ad esempio sul regolamento sugli imballaggi il tema del ‘riuso’ è totalmente sprovvisto di valutazione d’impatto o come buona parte del pacchetto sul clima ‘Fit for 55’ nella parte che riguarda l’agricoltura”.

Il gruppo chiede “di fare in modo che la strategia della Commissione europea sia modulata non sulle esigenze della Commissione europea ma sulle esigenze degli europei”, dice l’eurodeputato. “Se i target tolgono cibo, quei target vanno modificati. Se si confonde l’idea della sostenibilità con l’immagine di un ambiente che non consente ai cittadini di avere ciò di cui hanno bisogno, vanno modificati. Lavoriamo per migliorare la consapevolezza che non ci sarebbe agricoltura senza agricoltori, per avere un’agricoltura all’altezza dei cittadini la prima preoccupazione che devono avere le istituzioni è quella di consentire agli agricoltori di fare il loro mestiere e ultimamente la Commissione non ha mostrato di essere particolarmente consapevole di sapere quali sono queste esigenze”, conclude.

Di Maio inviato Ue nel Golfo, Lega-FI attaccano: “Scelta curiosa”

L’Italia conquista una casella nello scacchiere europeo. Luigi Di Maio, a meno di clamorose retromarce dell’ultimo secondo, sarà il nuovo inviato dell’Unione europea per il Golfo persico. Secondo Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha tutte le carte in regola per ricoprire il ruolo. Per diversi partiti politici, invece, la sua nomina sarebbe da evitare. O almeno così la pensa la Lega, che a caldo aveva definito la scelta fatta a Bruxelles una “indicazione vergognosa, un insulto all’Italia e a migliaia di diplomatici in gamba“. Commento reiterato dopo 24 ore dal segretario federale del Carroccio, che è anche vice premier del governo Meloni: “Con tutti i diplomatici di carriera, che hanno fatto tanto in Italia e in Europa, mandare a mediare il signor Di Maio Luigi è curioso“, tuona Matteo Salvini. Garantendo che “non è una questione personale“, anche se in passato, soprattutto dalla fine dell’esecutivo gialloverde, nel 2019, ha spesso e volentieri incrociato le spade (politicamente, sia chiaro) con l’ex collega.

Per il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti “non è l’unica iniziativa curiosa da parte di alcune istituzioni europee, che sono più ideologiche che pragmatiche, penso alle direttive case e auto green, carni sintetiche, vini farlocchi“. Ecco perché fa sapere di contare sul fatto “che ci ripensino, ci sono persone con curriculum superiori“. Nemmeno il suo attuale omologo, Antonio Tajani, ha gradito la nomina, ma con realismo ammette: “L’iter è avviato e non è facilmente modificabile“. In Forza Italia, comunque, sono in tanti a pensarla come il ministro degli Esteri. La notizia della nomina europea sempre più vicina per Di Maio non fa fare i salti di gioia, ma neanche le barricate, ai partiti di centro. A domanda, il leader di Azione, Carlo Calenda, ad esempio risponde senza troppi giri di parole: “Non lo avrei designato, ma Borrell avrà fatto le sue analisi. Io ho visto Di Maio prendere molte decisioni, sempre in coincidenza con il suo interesse personale. Detto questo, non faremo una battaglia contro, se sta bene a Borrell sono fatti suoi“.

Nel frattempo l’ex responsabile della Farnesina ha ridotto al minimo i contatti. Anche i suoi fedelissimi hanno difficoltà a raggiungerlo, non foss’altro per fargli gli in bocca al lupo di rito. Mentre i suoi ex colleghi del Movimento 5 Stelle restano in silenzio. Lo strappo consumato alla fine della scorsa legislatura, con l’addio alla casa-madre per fondare prima il gruppo Insieme per il futuro e, successivamente, Impegno civico con Bruno Tabacci, non si è mai sanato. Difficilmente, quindi, potrà contare sul sostegno pentastellato nel suo nuovo incarico. Mentre nel Partito democratico qualche vecchio amico su cui contare ce l’ha ancora. E per il momento può anche bastargli così.

Clima, Ue verso nuovo obiettivo di riduzione emissioni al 2040

Dopo il 2030, prima del 2050. La Commissione europea si prepara a stabilire un nuovo obiettivo per la riduzione delle emissioni al 2040, come tappa intermedia per la neutralità climatica (con zero nuove emissioni nette) entro la metà del secolo.

L’esecutivo europeo ha aperto una consultazione pubblica fino al 23 giugno per raccogliere i commenti e presentare una comunicazione, orientativamente nel primo trimestre del 2024, per stabilire un obiettivo climatico per il 2040 a livello comunitario. Bruxelles precisa che la comunicazione in questione sarà supportata da “un’approfondita valutazione d’impatto”, che sarà alla base di un progetto di legge che fisserà l’obiettivo intermedio per il 2040.

Dopo aver presentato il Green Deal nel 2019, l’Unione europea ha poi adottato nel 2021 la Legge europea sul clima rendendo giuridicamente vincolante l’obiettivo di raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050 e di tagliare le emissioni del 55% (rispetto ai livelli registrati nel 1990) entro il 2030, come tappa intermedia per la neutralità climatica. L’accordo in Ue sulla prima Legge climatica impegna tra le altre cose Bruxelles a stabilire un nuovo obiettivo climatico intermedio per il 2040 (da fissare nei prossimi anni) e un bilancio indicativo previsto per i gas a effetto serra dell’Unione per il periodo 2030-2050, ovvero quante emissioni nette di gas serra possono essere emesse in quell’arco temporale senza mettere a rischio gli impegni dell’Unione.

Dopo il 2050, si parla di emissioni negative: ovvero non potranno più esserci nuove emissioni, ma rimarranno quelle già presenti. Senza un traguardo climatico per il 2040, “l’Ue rischierebbe di mancare il proprio obiettivo climatico europeo per il 2050 e potrebbe compromettere la propria capacità di stimolare le azioni per il clima a livello internazionale”, si legge nel documento che accompagna la consultazione pubblica lanciata da Bruxelles.

La tempistica delle discussioni per l’obiettivo climatico dell’Ue per il 2040 è strettamente legata al ciclo di ambizione quinquennale dell’accordo sul clima di Parigi del 2015, che ha fissato l’impegno a limitare aumenti di temperatura entro i 1,5°C. Si prevede che tutte le parti dell’accordo inizino quest’anno a riflettere sul prossimo obiettivo nel contesto del processo delle Nazioni Unite, per poi comunicarlo prima della COP29 (29° Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) che si terrà nel 2025. La Commissione europea spiega che i risultati della consultazione pubblica saranno analizzati e riassunti in una “dettagliata relazione di valutazione d’impatto”, che sarà verificata da un organismo indipendente, il comitato per il controllo normativo. La valutazione finale terrà conto anche del parere del comitato consultivo scientifico europeo e costituirà la base per una comunicazione sulla valutazione dell’obiettivo per il 2040 che dovrà essere approvata dal collegio dei commissari. Saranno poi gli Stati membri dell’Ue e il Parlamento europeo a decidere sul nuovo obiettivo climatico dell’Ue per il 2040.

Vino, a Bruxelles va in scena il ‘fiasco della discordia’ dell’Irlanda

L’Irlanda, in Europa, mostra il ‘fiasco della discordia‘. La decisione di inserire in etichetta anche sui vini indicazioni di rischio per la salute, col beneplacito della Commissione Ue ma non dell’Europarlamento, ha fatto saltare sulla sedia l’Italia per prima. Ora però anche Francia e Spagna, altri due grandi produttori, sentono la minaccia della scure sulle esportazioni e si allineano a Roma.

Abbiamo predisposto un documento di lavoro che verrà sottoscritto anche da altre nazioni”, fa sapere Francesco Lollobrigida da Bruxelles, dove incontra l’omologo irlandese in occasione dell’Agrifish. Discute della questione anche con i ministri di Grecia e Portogallo, per avere una posizione comune che sia sempre più “tesa a informare correttamente, senza danneggiare le produzioni guardando a un aspetto solo della produzione”. All’irlandese Charlie McConalogue, Lollobrigida regala una bottiglia di vino italiano: “Ho avuto modo di riscontrare che non c’è ostilità da parte dell’Irlanda nei nostri confronti, che capisce cosa significa il vino per noi e il vino in generale“, racconta a margine dell’incontro. “Abbiamo avuto modo di spiegare le nostre ragioni su quello che deve essere un sistema di informazione corretto da fornire ai cittadini in cui spiegare che gli eccessi di alcol – sostiene -, come di qualsiasi cosa, portano danni ma che non devono essere confusi e diventare uno stigma per alcune produzioni che, se assunte in maniera moderata e con parsimonia, possono essere fattori di benessere”.

Quello che chiede Roma è un’etichetta che non specifichi ‘il vino danneggia la salute’ ma, ribadisce il ministro: “Un’etichetta che specifica sia quello che il vino fa, eventualmente, in termini di danni, se bevuto in eccesso, e anche quello che fa di positivo“. Esattamente come accade, afferma, “per il bugiardino dei medicinali“. E’ la differenza che corre “tra uno stigma e un’etichetta che informa in maniera più idonea la persona“.

Per spiegare le proprie ragioni, il Parlamento italiano ha iniziato le audizioni in commissione Agricoltura alla Camera. Le associazioni di categoria sono tutte sul piede di guerra e stigmatizzano il comportamento della Commissione europea: “E’ grave la mancanza di reazione, la riteniamo inaccettabile”, tuona Confagricoltura, che lamenta un “ostacolo al commercio interno” e “un precedente, che possiamo definire inquietante“. Si valuterà quindi un ricorso alla corte di Giustizia con l’organizzazione mondiale del commercio. “E’ importante coordinarsi con gli altri Stati per prendere una decisione contro i comportamenti unilaterali che vanno a compromettere il mercato unico“, precisa la responsabile del Settore vitivinicolo e olivicolo, Palma Esposito. “Attaccando il Vino, esempio emblematico di qualità, si attacca la distintività e qualità del nostro settore agroalimentare“, le fa eco Luigi Scordamaglia, di Coldiretti. L’approccio adottato dalla Commissione è “incomprensibile e strabico“, scandisce, perché che “da un lato si attacca il vino e dall’altra non ci sono indicazioni specifiche sui prodotti iper-processati. Si usano due pesi e due misure e si avvalla questo attacco e tentativo di omologare l’alimentazione e i prodotti di qualità“.

Il professore Mariano Bizzarri, patologo clinico alla Sapienza di Roma, porta ai deputati studi del proprio laboratorio e articoli internazionali che attribuiscono al vino “valore nutraceutico“, non solo nutritivo, ma anche curativo: “Fornisce all’organismo energia, vitamine, elementi essenziali e questo non può essere messo in discussione“, afferma. Un’assunzione regolare e moderata, ricorda, “svolge un ruolo importante nell’ambito della prevenzione di patologie croniche e degenerative, le patologie cardiovascolari, le patologie legate alle capacità cognitive e della memoria, nel trattamento delle patologie metaboliche come il diabete e infine nell’ambito dei tumori“. Nel dettaglio, “riduce il rischio di morte cardiaca del 40%” e “nei forti fumatori, l’uso moderato riduce l’incidenza del tumore al polmone del 60%“. “E’ utile come terapia anticancro – assicura il professore -. Abbiamo dimostrato che in base alla concentrazione dei diversi cultivar rispetto al controllo la capacità di proliferare del tumore si riduce in funzione delle concentrazioni delle componenti del Vino. Per concentrazioni elevate la crescita va a zero“. Parla persino della ‘ebbrezza dei due bicchieri nel lavoro’: “Una quantità moderata di vino amplifica le capacità di connessioni e di lavoro del cervello“. Ma per capire questo, ricorda, “bastava leggere Baudelaire o Sartre“.

 

Photo credit: newsroom.consilium.europa.eu

INFOGRAFICA La posizione degli Stati Ue sul Nutriscore

E’ un’etichetta nutrizionale semplificata e colorata a dividere l’Europa. Si chiama ‘NutriScore’ ed è un sistema di valutazione nutrizionale che va dalla “A”, associata al colore verde scuro, alla “E”, di colore rosso, che è stata inventato in Francia e che potrebbe essere indicata dalla Commissione europea per diventare il modello di etichettatura nutrizionale uguale per tutti i Paesi in Ue. E’ già stato adottato in Belgio, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi, mentre in Spagna è in fase di approvazione. Contrari, una coalizione guidata dall’Italia, che comprende Paesi come Repubblica Ceca, Grecia e Romania. Nell’infografica GEA la posizione dei diversi Stati Ue.

Sostenibilità, come e dove spendono gli altri Paesi per la transizione green

Sviluppo delle rinnovabili, edilizia sostenibile e mobilità pulita. Ventisette Stati membri dell’Ue, tre voci di investimento uguali per tutti, dove ciascuno interviene con modalità diverse. La definizione dei piani nazionali per la ripresa non è stata la stessa per tutti, non nello sforzo finanziario. C’è sicuramente una questione di differenti cifre, vale a dire quanto, in termini di risorse Ue, il meccanismo per la ripresa anti-pandemico ha destinato ai singoli Paesi. E poi c’è l’agenda politica, rispondente alle aspirazioni dei governi. Quelli di Cipro, Polonia e Repubblica ceca si distinguono per le politiche a sostegno dell’energia pulita. Sono questi i tre Paesi che intendono destinare oltre il 50% delle dotazioni per interventi in questi tipo. Per Cipro si tratta di 0,36 miliardi di euro, ossia l’80% dell’intero tesoretto a dodici stelle. Per la Polonia invece si tratta di impegni in Zloti per il corrispettivo di 13,4 miliardi (64,9%), per la Repubblica ceca invece interventi in Corone per l’equivalente di 2,25 miliardi di euro (68,3% del totale).

Ungheria, Germania, Lussemburgo ed Estonia i tre Paesi che invece si distinguono per investire almeno la metà di tutte le risorse per la transizione verde per la mobilità a basse emissioni di carbonio o addirittura emissioni zero. In Ungheria colonnine di ricarica, potenziamento e incentivo di auto elettrica e ammodernamento  della flotta per i servizi di trasporto pubblico vedono lo stanziamento del corrispettivo di 1,81 miliardi di euro, pari al 56,3% di tutta la torta ‘green’. In Germania questa porzione è del 50,3%, per spese da 5,93 miliardi di euro, mentre in Estonia il 50%, per azioni da 0,2 miliardi di euro. Anche il Lussemburgo riserva la metà delle risorse per la transizione verde alla mobilità sostenibile, per un totale di 0,3 miliardi di euro (50% del totale).

La Francia si distingue per fare dell’edilizia sostenibile la priorità numero uno della propria agenda. Ristrutturazioni di case, palazzi, scuole e uffici in senso di minori dispersione di calore e meno consumi, valgono oltre un terzo dell’agenda per una transizione sostenibile. Il 36,4% delle risorse del piano nazionale per la ripresa finisce in quest’area, dove sono previsti interventi per 7,32 miliardi. Solo Grecia e Lettonia, in termini percentuali, investono di più: la prima il 43% del proprio Pnrr (valore complessivo: 2,82 miliardi), la seconda il 37,1% (totale: 0,2 miliardi).

Considerando che a livello Ue la spesa destinata a interventi in edilizia è quella più ridotta rispetto ai tre macro-obiettivi, Francia, Grecia e Lettonia si mettono in mostra per essere in controtendenza e destinare quote considerevolmente più elevate al miglioramento del proprio parco immobiliare.
C’è anche un’altra voce che riguarda la transizione verde, quella di “altre spese verdi”. Queste includono interventi di diversa natura, quali la tutela della biodiversità, opere di rimboschimento, migliore gestione dei rifiuti, o anche migliore gestione delle risorse idriche. Chi investe di più qui è la Svezia. Quasi due terzi (65%) del piano di ripresa nazionale svedese è destinata è contraddistinta da “investimenti per clima”. Anche la Croazia ha deciso di investire su quest’altra voce: il governo di Zagabria mette 1,54 miliardi di euro (47,6% del totale) per gestione dei rifiuti e dell’acqua, e per il turismo sostenibile. Per la Slovenia, che dedica il 41% del totale del proprio piano per la ripresa ad “altre spese verdi”, una quota significativa va alla gestione dell’acqua e alla prevenzione delle inondazioni.