auto elettriche

A luglio cresce il mercato auto Ue. In Italia +83,2% le vendite di ibride plug in

Cresce il mercato dell’auto nell’Unione europea. Nei primi sette mesi dell’anno le immatricolazioni di nuove auto sono diminuite dello 0,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ciononostante, le immatricolazioni di luglio su base annua sono aumentate del 7,4%. Lo rende noto Acea, l’associazione europea dei costruttori di automobili.

A luglio la quota di mercato delle auto elettriche a batteria nell’Unione europea si è attestata al 15,6%, in aumento rispetto al minimo del 12,5% registrato a luglio 2024. Le immatricolazioni di auto ibride elettriche continuano a crescere, conquistando il 34,7% del mercato e rimanendo la scelta preferita dai consumatori dell’Ue. Nel frattempo, la quota di mercato combinata delle auto a benzina e diesel è scesa al 37,7%, rispetto al 47,9% registrato nello stesso periodo del 2024.

Tre dei quattro mercati più grandi dell’Ue, che rappresentano oltre il 60% delle immatricolazioni di auto elettriche a batteria, hanno registrato incrementi: Germania (+38,4%), Belgio (+17,6%) e Paesi Bassi (+6,5%). La Francia, invece, ha registrato un calo del 4,3%, nonostante un aumento positivo del 14,8% su base annua a luglio 2025. I dati di luglio 2025 mostrano anche un aumento delle immatricolazioni di nuove auto ibride-elettriche nell’Ue, che hanno raggiunto quota 2.255.080 unità, trainate dalla crescita nei quattro mercati principali: Francia (+30,5%), Spagna (+30,2%), Germania (+10,7%) e Italia (+9,4%). I modelli ibridi-elettrici rappresentano il 34,7% del mercato totale dell’Ue. Nello stesso periodo, le immatricolazioni di Auto elettriche ibride plug-in hanno raggiunto le 561.190 unità. Questo risultato è stato trainato dall’aumento dei volumi in mercati chiave come Spagna (+94,5%) e Germania (+59,2%), ma anche in Italia (+60,3%). Di conseguenza, le auto elettriche ibride plug-in rappresentano ora l’8,6% delle immatricolazioni di auto nell’Ue, in aumento rispetto al 6,9%. La variazione su base annua di luglio 2025 ha mostrato un aumento del 39,1% per le elettriche a batteria e del 14,3% per le elettriche ibride, mentre le elettriche ibride plug-in hanno registrato il quinto mese consecutivo di forte crescita continua con un aumento del 56,9%.

Nel nostro Paese a luglio le immatricolazioni di auto ibride plug in sono state 8798, in aumento dell’83,2% rispetto allo stesso mese del 2024. Crescono anche le elettriche a batteria: 5864 quelle immatricolate a luglio, a fronte delle 4263 dello stesso mese del 2024 (+37,6%). Anche le ibride elettriche sono in crescita: 52496 quelle immatricolate lo scorso mese, in aumento del 5,3% rispetto a luglio 2024. Calano, invece, le auto a benzina: -22,4% rispetto a luglio 2024.

“I dati del cumulato 2025 mostrano un mercato auto europeo sostanzialmente piatto, ancora distante dai volumi pre-Covid e incapace di svecchiare un parco circolante che ha ormai un’età media di 12,5 anni – afferma Roberto Vavassori, Presidente di Anfia – Questa situazione pregiudica un sano rinnovo del parco veicolare che, da un lato, ridurrebbe in modo significativo le emissioni di CO2 e, dall’altro, darebbe nuova linfa occupazionale all’industria europea, oggi in costante perdita di posti di lavoro”.

Stellantis, Elkann: “2024 anno difficile”. E sui dazi mostra fiducia: “Intesa Ue-Usa è possibile”

Il 2024 “non è stato un buon anno per Stellantis. I motivi sono stati in parte di nostra competenza, il che ha reso il risultato ancora più deludente”. John Elkann, aprendo l’Assemblea degli azionisti, rimarca quanto annunciato già a fine febbraio, cioè che lo scorso anno non è sicuramente da ricordare in positivo per le performance economiche. L’utile netto, infatti, è sceso a 5,5 miliardi di euro, in calo del 70%, quello operativo rettificato di a 8,6 miliardi di euro (-64% con un margine AOI del 5,5%). Calano anche i ricavi, pari a 156,9 miliardi di euro, segnando -17% rispetto al 2023. Le consegne sono diminuite del 12% a livello globale (sono state 5,4 milioni). L’Assemblea ha dato il via libera al bilancio.

A pesare, ricorda Elkann, è stato anche “il disallineamento tra il Consiglio di amministrazione e il nostro ceo Carlos Tavares”, situazione che lo ha portato “a lasciare l’azienda all’inizio di dicembre del 2024”. Da allora, dice il presidente di Stellantis, il Comitato esecutivo ad interim, “che il Consiglio mi ha chiesto di presiedere, ha lavorato con tutti i nostri team nella gestione quotidiana dell’azienda” e “sono state intraprese azioni importanti e decisive per garantire” che il gruppo “sia nella posizione più forte possibile quando verrà nominato il nostro nuovo Ceo”, entro la prima metà del 2025. E proprio quest’anno, spiega agli azionisti il presidente, “siamo concentrati sul lancio di nuovi prodotti e sul miglioramento delle nostre attività in un contesto molto difficile nei nostri due principali mercati”.

Già, e i motivi per cui il settore “è sotto pressione” e l’industria automobilistica “è a rischio”, non sono pochi e viaggiano tra le due sponde dell’Atlantico. Colpa, dice Elkann, di “scelte politiche e normative” dell’Europa e degli Stati Uniti, di un “percorso di tariffe dolorose e regolamenti troppo rigidi”. A cominciare dai dazi imposti dall’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, che lo stesso presidente di Stellantis ha incontrato all’inizio di aprile a Washington. In quella occasione aveva chiesto maggiore chiarezza per poter lavorare sulla competitività. Il tema, infatti, è che “oltre al dazio del 25% imposto sui veicoli, siamo colpiti da una serie di dazi aggiuntivi, tra cui quelli su alluminio, acciaio e componenti”, dice Elkann. Uno spiraglio, però, forse c’è e “non è troppo tardi” se Usa e Ue intraprendono “le azioni urgenti necessarie per promuovere una transizione ordinata. Siamo incoraggiati da quanto indicato ieri dal presidente Trump sulle tariffe per l’industria automobilistica”. Il repubblicano, infatti, sta valutando di esentare temporaneamente le case automobilistiche dalle nuove imposte.

In Europa, invece, a pesare sono le normative sulle emissioni di CO2 che “hanno imposto un percorso irrealistico di elettrificazione, scollegato dalla realtà del mercato”. In effetti, precisa Elkann “i governi europei hanno ritirato, a volte bruscamente, gli incentivi all’acquisto e l’infrastruttura di ricarica rimane inadeguata. Di conseguenza, i consumatori tardano a passare ai veicoli elettrici”. Serve, quindi, un’inversione di rotta, è il ragionamento del presidente di Stellantis, altrimenti “sarebbe una tragedia, perché l’industria automobilistica è fonte di posti di lavoro, innovazione e comunità forte”.

Un terzo degli azionisti di Stellantis (il 33,07%), intanto, nel corso dell’Assemblea ha votato contro il Remuneration Report 2024, che include i compensi per i manager e la buonuscita dell’ex amministratore delegato Carlos Tavares, che riceverà 23,085 milioni di euro di compensi complessivi relativi al 2024 e una buonuscita totale di 12 milioni di euro, che sarà pagata nel 2025. Sul piede di guerra la Fiom: “Ancora una volta – dice il segretario generale Michele De Palma – vengono premiati i manager e gli azionisti di Stellantis mentre i lavoratori continuano ad essere in cassa integrazione”. 

 

 

Stellantis, investimento da 38 milioni nel Biellese per componenti motorizzazioni elettriche

Sono iniziati da qualche settimana nello stabilimento Stellantis di Verrone, in provincia di Biella, i lavori per l’allestimento di 56 macchine utensili che, una volta ultimate (sei sono già in fase di installazione), produrranno componenti essenziali per la costruzione di moduli di propulsione elettrica (EDM) che vengono attualmente prodotti in vari impianti di Stellantis in Europa. L’avvio della produzione a Verrone è previsto per la fine del 2027. L’investimento nello stabilimento piemontese, che ammonta a oltre 38 milioni di euro, spiega il gruppo, “rientra nelle attività propedeutiche alla realizzazione del Piano Italia”, presentato lo scorso 17 dicembre al Mimit, “che pone il nostro Paese al centro delle strategie di Stellantis, attraverso l’aumento dei modelli in produzione, elettrici e ibridi, e la salvaguardia dei livelli occupazionali, in linea con gli investimenti produttivi e avviando processi di inserimento, aggiornamento e riqualificazione delle persone del gruppo”.

A Verrone, in particolare, saranno realizzati alberi e ingranaggi in acciaio che saranno utilizzati per la realizzazione delle motorizzazioni elettriche delle future vetture della piattaforma STLA Small. Obiettivo dell’impianto è produrre a regime oltre 400 mila pezzi all’anno ma è già in corso la valutazione, in base a quello che sarà l’andamento del mercato automobilistico europeo, per ipotizzare un aumento negli anni successivi di ulteriori 200 mila componenti oltre a quelli attuali.

L’impianto piemontese, di cui è responsabile Liliana Caminiti, è uno dei fiori all’occhiello per Stellantis nell’ambito della componentistica. Con circa 350 dipendenti e una superficie di circa 300 mila metri quadrati, lo scorso anno ha prodotto oltre 200 mila cambi per gli stabilimenti del Gruppo in Europa, ed in particolare per quelli italiani di Melfi, Pomigliano e Atessa. “Siamo orgogliosi di questo investimento – afferma Jean Philippe Imparato, Chief Operating Officer, Enlarged Europeperché è in sincronia con le altre attività che stiamo sviluppando in diversi mercati europei del Gruppo per proiettarci nel futuro, e ribadisce ancora una volta le competenze professionali e l’impegno delle persone che lavorano in tutti gli impianti italiani di Stellantis, senza distinzione tra produzione di autovetture, veicoli commerciali, componenti, motori e cambi. Si può fare, tutti insieme, e noi lo stiamo dimostrando”.

Industria dell’auto a Bruxelles per affrontare la crisi: a febbraio le prime misure Ue

Le case automobilistiche europee stanno convergendo a Bruxelles questa settimana per i colloqui con l’Unione Europea, che dovrà conciliare i suoi ambiziosi obiettivi ambientali con le richieste di aiuto del settore. Data “l’urgenza e la gravità della situazione”, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, aprirà il dialogo strategico giovedì.

L’industria automobilistica europea è stata duramente colpita dalla concorrenza cinese. E l’ascesa al potere di Donald Trump negli Stati Uniti ha fatto temere un’esplosione dei dazi doganali sulle auto europee. Negli ultimi mesi in Europa si sono moltiplicati gli annunci di tagli di posti di lavoro. Ad esempio, lo stabilimento Audi di Bruxelles (Gruppo Volkswagen) si prepara a cessare la produzione alla fine di febbraio. L’impianto produceva un’auto elettrica di alta gamma, ma le vendite suv sono in calo e la dirigenza ha lanciato l’allarme sugli “alti costi di produzione” nella capitale belga.

Di fronte alla crisi, la Commissione promette di sostenere il settore automobilistico, che impiega 13 milioni di persone nell’Ue e rappresenta circa il 7% del suo Pil. Le prime misure potrebbero essere annunciate alla fine di febbraio per sostenere l’acquisto di auto elettriche per le flotte aziendali o per cercare di garantire le catene di approvvigionamento delle materie prime. I produttori, da parte loro, chiedono “flessibilità” sulle norme ambientali europee. Il precedente mandato di Ursula von der Leyen è stato caratterizzato dalle ambiziose misure del Green Deal e dal suo emblema: il divieto di vendita di nuovi veicoli a combustione entro il 2035. Fino ad allora, i produttori dovranno continuare a ridurre le emissioni di CO2. La traiettoria, finora generalmente rispettata, ha raggiunto un nuovo livello a gennaio, con regole e sanzioni più severe.

Le case automobilistiche europee rischiano pesanti multe se non raggiungono gli obiettivi di emissione entro il 2025. L’Acea, la lobby europea dell’industria automobilistica, si è opposta con forza a queste potenziali sanzioni, perché il mercato europeo sta rallentando. La quota di vendite delle auto elettriche è diminuita per la prima volta da quando il mercato è decollato nel 2020: 13,6% nel 2024 rispetto al 14,6% nel 2023. “Dobbiamo rimanere competitivi”, ha dichiarato Ola Källenius, responsabile di Mercedes e Acea. Ha scritto a Ursula von der Leyen: “In una fase critica della trasformazione, pesanti multe per il mancato rispetto degli standard di CO2” potrebbero privare l’industria europea dei fondi necessari per innovare e investire.

La Commissione prende tempo. Bruxelles aspetta di vedere i dati del 2025 e le emissioni effettive dei produttori, per evitare che le multe vengano posticipate a vantaggio di chi ha fatto meno sforzi.

Le organizzazioni ambientaliste sono preoccupate. Lucien Mathieu di Transport et Environnement (T&E), una federazione di Ong, ritiene che la rinuncia alle multe invierebbe un segnale sbagliato perché darebbe alle case automobilistiche europee l’impressione “di poter rallentare”, anche se “sono già in ritardo” per quanto riguarda i veicoli elettrici, ha dichiarato.

Mentre i veicoli elettrici rallentano in Europa, la Cina, pioniere mondiale, continua a guidare il mercato, con 11 milioni di veicoli venduti nel 2024, una cifra che è aumentata del 40% in un anno. L’Europa è impegnata in una battaglia commerciale con Pechino, che accusa di aver incrementato artificialmente l’industria dei veicoli elettrici con sussidi pubblici. Nonostante l’ostilità della Germania, a fine ottobre Bruxelles ha deciso di aggiungere una sovrattassa fino al 35% sulle auto a batteria cinesi, oltre alla tassa del 10% già in vigore.

L’industria europea delle batterie è “in ritardo”, con “meno del 10% della capacità mondiale”, secondo un rapporto della Corte dei Conti europea dell’aprile 2024. E la rete di punti di ricarica in Europa “non è ancora abbastanza fitta”.

Ue, Tridico (M5S): Crisi industriale sia priorità della nuova legislatura

Oggi c’è “una crisi comune a livello industriale in Europa. In particolare il settore automotive è colpito da una grave crisi e qui, a mio parere, l’Europa deve concentrare i maggiori sforzi, i maggiori investimenti. Vediamo come la trasformazione tecnologica, l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione stiano avanzando velocemente”. Lo ha detto Pasquale Tridico, capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, a margine dell’evento ‘Il sistema Italia nella nuova legislatura UE’, primo annual meeting di Connact, la piattaforma di eventi che favorisce il confronto tra soggetti privati e istituzioni attraverso momenti di incontro e networking, che si è svolto a Bruxelles.

Di fronte alla transizione ecologica e digitale, ha aggiunto, “gli Stati Uniti, i cinesi – partner e allo stesso tempo anche competitor importanti dell’Europa – le stanno affrontando con ingenti investimenti pubblici, con politiche pubbliche e importanti. Ecco io penso che la competitività europea, che certamente rimane il principale obiettivo per fronteggiare i giganti che sono nostri competitor, si possa e si debba a far crescere attraverso politiche pubbliche a partire da investimenti comuni”.

Durante il Covid, ha detto Tridico, “abbiamo affrontato la crisi in un modo comune, anche con investimenti pubblici e ne siamo usciti meglio. La crisi dell’industria e, in particolare, quella dell’automotive, a mio parere si può superare con un approccio europeo che finalizzi gli investimenti pubblici, anche attraverso gli Eurbond e quindi debito comune. Penso che sia una priorità per questa legislatura dell’Unione Europea”.

La Commissione europea a gennaio lancia il dialogo strategico sull’automotive

Il Dialogo strategico sul futuro dell’industria automobilistica in Europa – annunciato lo scorso 27 novembre dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in un discorso durante la plenaria del Parlamento, a Strasburgo – sarà lanciato ufficialmente a gennaio 2025. “Oggi abbiamo lanciato un dialogo strategico affinché il futuro dell’industria automobilistica sia costruito in Europa. Sarò lieta di presiedere la sua prima riunione a gennaio“, ha scritto von der Leyen su Twitter. Per il vice presidente esecutivo, Stéphane Séjourné, si tratta di un “passaggio chiave” “per riportare l’industria automobilistica Ue sulla strada della crescita“.

L’esecutivo Ue ha ricordato che l’obiettivo del Dialogo è “proporre e attuare rapidamente le misure di cui il settore ha urgente bisogno“. E che si concentrerà in particolare sulla promozione dell’innovazione e della digitalizzazione basate sui dati, basate su tecnologie lungimiranti come l’intelligenza artificiale e la guida autonoma; sul sostegno alla decarbonizzazione del settore, in un approccio tecnologico aperto, dato il suo ruolo nel raggiungimento degli ambiziosi obiettivi climatici dell’Europa; sull’affrontare posti di lavoro, competenze e altri elementi sociali nel settore; sulla semplificazione e modernizzazione del quadro normativo; sull’aumento della domanda, il rafforzamento delle risorse finanziarie del settore e sulla sua resilienza e catena del valore in un ambiente internazionale sempre più competitivo.

Il Dialogo strategico riunisce le principali parti interessate di tutto il settore, tra cui aziende automobilistiche europee, fornitori di infrastrutture, sindacati e associazioni imprenditoriali, nonché parti della catena del valore automobilistica e altre parti interessate. Al lancio formale, sotto la guida di von der Leyen, seguirà una serie di riunioni tematiche, presiedute dai membri del collegio. “Queste riunioni daranno vita a una serie di raccomandazioni che aiuteranno a costruire una strategia olistica dell’Ue per il settore, per gestire le varie sfide e, ove necessario, adattare di conseguenza il quadro normativo Ue applicabile. Le riunioni al vertice, guidate dalla presidente, verificheranno i progressi compiuti e forniranno gli impulsi politici necessari per ulteriori lavori. Il Consiglio e il Parlamento europeo saranno strettamente coinvolti nel processo e saranno regolarmente informati e consultati sul Dialogo“, ha illustrato la Commissione.

L’industria automobilistica è un orgoglio europeo ed è fondamentale per la prosperità dell’Europa“, ha affermato von der Leyen oggi. “Dobbiamo sostenere questo settore nella profonda e dirompente transizione che ci attende. E dobbiamo garantire che il futuro delle auto rimanga saldamente radicato in Europa. Ecco perché ho chiesto un Dialogo strategico sul futuro dell’industria automobilistica europea. Lanceremo questo Dialogo già a gennaio, per dare forma insieme al nostro futuro comune“, ha precisato.

Sul tema è intervenuta la segretaria del Pd, Elly Schlein. A margine dei lavori del Partito socialista europeo (Pse) – che si è tenuto a Bruxelles prima del Consiglio europeo -, ha annunciato che i socialisti hanno chiesto “un fondo europeo sull’automotive, per evitare di soccombere all’auto elettrica cinese“. “Abbiamo portato questa idea” all’attenzione della vice presidente esecutiva per la Transizione, Teresa Ribera, presente al pre vertice del Pse. “La Commissione è consapevole della situazione per il settore“, ha concluso Schlein.

Ue, Meloni: Avanti su non paper auto, stop ideologia. Musk? Non prendo ordini da nessuno

Giorgia Meloni va in Europa per ribadire il suo no al Green deal “dettato dall’ideologia”. La presidente del Consiglio, nella replica in aula, al Senato, al termine della discussione sulle comunicazioni in vista del Consiglio Ue di domani, tocca diversi argomenti, in un clima tutt’altro che natalizio, vista la tensione con le forze di opposizione.

La premier non cambia una virgola della sua linea: “Nessuno nega che ci sia un tema legato all’emergenza climatica, né si mettono in dubbio gli obiettivi che si è prefissata l’Unione europea“, semmai “quello che continuiamo a contestare è la strategia con la quale l’Ue ha ritenuto di dover conseguire questi obiettivi”. Il concetto è chiaro: “Va bene la sostenibilità, ma non a prezzo della deindustrializzazione” per un settore produttivo, come quello europeo, che la premier definisce “tra i più verdi al mondo”. Dunque, “se lo massacriamo non solo creiamo un ulteriore problema alla competitività, ma anche all’ambiente, perché altri attori sulla scena globale non seguono i nostri stessi standard”, avverte.

Ogni riferimento all’automotive è puramente voluto. Il tema è ancora caldissimo nel day after il tavolo Stellantis al Mimit. Meloni ricorda a Palazzo Madama che è tutto il comparto europeo a soffrire, non solo l’Italia, ragion per cui “bisogna creare un equilibrio tra la sostenibilità ambientale, economica e sociale” attraverso la neutralità tecnologica, cioè non escludere a priori soluzioni. Come la scelta Ue di puntare sull’elettrico, “una corsa non molto sensata – afferma in aula – visto che non ne deteniamo né la tecnologia, né le materie prime”. Il governo punta molte delle sue fiches politiche sul non paper presentato assieme alla Repubblica Cecaper chiedere di rivedere alcune decisioni, come la fine della produzione dei motori endotermici o le multe alle industrie da miliardi di euro, che stanno causando le chiusure di diverse aziende“. La presidente del Consiglio è “ottimista, perché tanti Paesi ci stanno seguendo su questa strategia”.

Su un foglietto Meloni appunta quello che, in fase di discussione, le ha fatto storcere il naso. Poi risponde. Ad esempio, non digerisce i passaggi degli interventi di Mario Monti e Matteo Renzi sul rapporto con Elon Musk. Al senatore a vita, che parla di “protettorato morale” offerto al patron di Tesla e X, replica con durezza: “Non so che film abbiate visto, ma bisogna capirci su una differenza fondamentale tra me e quello che abbiamo visto in questi anni con tanti leader: posso essere amica di Musk e allo stesso tempo essere premier di un governo che per primo in Europa regola l’attività dei privati nello Spazio”, perché “io non prendo ordini da nessuno”. Non è tenera nemmeno col fondatore di Iv: “Renzi è amico di Obama e si metteva il suo stesso cappotto, io sono amica di Milei ma non mi faccio mica crescere le basette”.

Altro argomento delicato è l’accordo tra Ue e Mercosur. Il governo si è messo in stand by, attirando le accuse dell’opposizione. Anche in questo caso i toni si accendono: “E’ giusto rafforzare i rapporti con l’America Latina, ma questi accordi di libero scambio, in quadro europeo già complesso, possono aiutare alcuni ambiti industriali e allo stesso tempo danneggiare alcune filiere agricole”. Perché l’Europa “ha imposto ai nostri agricoltori regole stringenti, ma se poi gli diciamo di importare da Paesi che non hanno le stesse regole, creiamo uno squilibrio che pagheremo”. Dunque, “chiediamo di sapere cosa la Commissione ha intenzione di fare per compensare gli squilibri che si potrebbero creare e la nostra risposta è sottomessa a questa scelta”, sottolinea la premier.

C’è spazio anche per la legge di Bilancio, che domani sarà in aula alla Camera e entro venerdì sarà votata con la fiducia. A chi le contestava di stroncare il dibattito parlamentare, la presidente lancia un’offerta di ‘pace’: “Ho chiesto che ci fosse il massimo tempo possibile, ma abbiamo dei vincoli comunque che sono europei. Se ci fosse un accordo sui tempi senza voto di fiducia sarei più che disponibile”. A proposito di contrapposizioni, Meloni replica anche sulle posizioni europee della Lega. “Ha votato per Raffaele Fitto e non per la Commissione Ue, mentre il Partito socialista europeo, di cui il Partito democratico fa parte, ha chiesto fino all’ultimo minuto, in una lettera a Ursula von der Leyen, di non dare la vicepresidenza al commissario indicato dall’Italia”. Sul punto si sofferma diversi minuti, puntando il dito verso i banchi dem: “Il Pd ha accettato che il commissario italiano fosse preso ostaggio per difendere il commissario spagnolo. E’ gravissimo”. Gli animi si scaldano, il tempo si dilata e così oltre non si va: Meloni fa gli auguri ai senatori, il presidente La Russa ricambia.

Si rafforza asse Italia-Germania. Urso: “Dazi Usa? Serve una politica industriale europea”

(Foto: Mimit)

Un anno fa la firma del Piano d’azione italo-tedesco, oggi il primo forum interministeriale inquadra il campo di azione e i target da raggiungere. La missione a Berlino del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, rafforza la cooperazione con Roma, come testimonia la dichiarazione congiunta al termine dei lavori con il vicecancelliere e ministro dell’Economia e dell’Azione Climatica della Germania, Robert Habeck. La parola d’ordine è competitività, che l’Europa deve assolutamente ritrovare, colmando anche un forte ritardo. E’ necessario, soprattutto adesso che la situazione geopolitica continua a essere instabile, con le guerre in Ucraina e Medio Oriente, e gli Usa che si apprestano cambiare non solo Amministrazione, col passaggio da Joe Biden a Donald Trump, ma soprattutto approccio alla politica industriale. I dazi verso l’Europa annunciati dal tycoon in campagna elettorale sono un tema più che mai stringente.

Non sarà certo la prima volta, ricorda proprio Urso, citando la prima presidenza Trump, poi la successiva Biden: “E’ chiaro a tutti che dobbiamo fare una politica positiva nei confronti degli Stati Uniti, che è il nostro principale alleato anche dal punto di vista economico, per fare in Europa una saggia, significativa, responsabile comune politica industriale che si fondi sull’autonomia strategica, a cominciare dall’energia, per poi giungere anche, come necessario, alla tutela nelle regole del Wto da chi fa concorrenza sleale”. La parola d’ordine è agire insieme.

In questo senso l’Ue ha una carta da giocarsi: l’avvio della nuova Commissione a guida di Ursula von der Leyen. “Bisogna puntare con ambizione sullo sviluppo tecnologico, come l’Intelligenza artificiale, a partire dall’energia, anche con un mercato comune energetico, con tutto quello che può garantire l’autonomia del Continente e del sistema industriale”, dice Urso. Habeck ascolta e condivide, in particolare quando il responsabile del Mimit parla del report di Mario Draghi, “che noi tutti condividiamo appieno”, augurandosi, “anche a fronte del dinamismo di altri attori globali come Cina e Usa”, una “azione comune tra le due grandi politiche industriali d’Europa per indirizzare la nuova Commissione sulla strada della competitività”. Sul fronte degli investimenti, che l’ex premier calcola in circa 800 miliardi in più all’anno per i prossimi 10 anni solo per recuperare il gap, alla necessità di favorire l’ingresso di capitali privati nei progetti. In questo senso diventa, dunque, fondamentale un’opera di “semplificazione e sburocratizzazione” in Europa.

“Serve mettere in campo una politica industriale, capace di riportare il nostro sistema al centro delle grandi catene produttive globali, così come indicato nei report Draghi e Letta, investire sulle nuove tecnologie, restituire competitività alle imprese, tutelare il lavoro europeo”, ripete Urso anche nella nota congiunta con il collega tedesco. Per questo la cooperazione in campo industriale tra Italia e Germania è “assolutamente strategica”. Ad esempio con il non-paper sull’automotive che sarà presentato al Consiglio Competitività dell’Ue giovedì prossimo, 28 novembre, cui ha aderito anche la Polonia. “È necessario rivedere con realismo le regole del Cbam e realizzare un piano automotive europeo che metta in campo anche risorse comuni per sostenere gli investimenti delle imprese con una visione di piena neutralità tecnologica al fine di raggiungere davvero la autonomia strategica del Continente nella twin transition”, aggiunge il ministro italiano.

Allo stesso tempo occorre una nuova visione sul comparto siderurgico e chimico, come sostenuto anche al Trilateral Business Forum di giovedì e venerdì scorsi, a Parigi, tra le confindustrie di Italia, Germania e Francia.

In questo senso, il Piano d’azione tra Roma e Berlino è ad ampio raggio e prevede una cooperazione rafforzata in diversi settori della politica industriale, dello spazio, delle tecnologie digitali e green. I gruppi di lavoro già composti sono un’ottima base di partenza per le proposte. Ad esempio, su politica industriale ed energia “è stata definita un’agenda comune per la prossima Commissione Ue, affrontando temi come il sostegno alle pmi e la semplificazione normativa, attraverso “reality checks”, e la rimozione delle barriere ai servizi transfrontalieri”, mettono in chiaro i due ministri. Ancora, il fulcro della collaborazione su ‘digitalizzazione e Industria 4.0’ è “lo sviluppo di ecosistemi decentralizzati per la produzione intelligente e il rafforzamento della posizione italiana nell’iniziativa Manufacturing-X” con la partecipazione italiana alla Fiera di Hannover 2025 “tra le priorità”. Infine, sullo spazio i due Paesi hanno lavorato “per garantire che la legislazione europea rifletta gli interessi degli Stati membri, promuovendo la competitività del settore e la sovranità strategica” e “la cooperazione sul programma Iris2 è stata parte integrante delle attività”. La partita è, dunque, aperta. Ma perché abbia successo serve l’Europa. Unita anche negli obiettivi, possibilmente.

Manovra, Giorgetti riconosce le difficoltà ma spera ancora nel rialzo del Pil

Lo scenario internazionale resta quello che è, ma Giancarlo Giorgetti vuole vederci comunque uno spiraglio di luce nel prossimo futuro dell’Italia. Il ministro dell’Economia chiude il ciclo di audizioni sulla legge di Bilancio 2025 mettendo al centro di tutto i meriti della “prudenza” avuta in questi due anni, che ha portato “alla revisione al rialzo degli outlook da parte di due agenzie di rating” e al “dimezzamento dello spread rispetto a due anni fa”.

Sforzi che lo stesso responsabile del Mef riconosce, però, non sufficienti a garantire che le prospettive evolvano nelle direzioni auspicate, a causa di “dinamiche globali sempre più forti”. La crescita del resto è oggettivamente lenta, sebbene Giorgetti indichi che i segnali di ripresa della domanda interna ci sono in questa fase finale dell’anno: “E’ una delle chiavi cruciali per realizzare la crescita prevista nel 2025”, assieme al Pnrr. Il freno semmai è la domanda estera netta. Il Paese ha un domani nero, allora? Nient’affatto: il ministro, infatti, non sarebbe stupito “da eventuali revisioni al rialzo anche relativamente alle stime preliminari del Pil 2024”, anche “alla luce del notevole incremento dell’occupazione sin qui registrato”. Dunque, “le prospettive di crescita a breve termine risultano, nel complesso, ancora incoraggianti”. Magari, poi, la Bce taglierà ancora i tassi: lo spazio lo vede il ministro leghista.

In questo scenario si inserisce la Manovra. Ai critici risponde che l’aver reso strutturali alcune misure “può contribuire ad attenuare i timori degli operatori di mercato”, ma soprattutto apre a piccole modifiche del testo. Ad esempio sull’incremento della Crypto-tax dal 26 al 42% valutando “forme di tassazione diverse”, mentre sull’edilizia “la distinzione tra prima e seconda casa è un principio irrinunciabile e inderogabile, sul resto possiamo discutere”.

Indirettamente, Giorgetti replica ai sindacati, in particolare al leader Cgil, Maurizio Landini, che ha evocato la “rivolta sociale”: “Abbiamo messo risorse alle famiglie di reddito medio-basso, qualcuno può discutere se sia giusto e sbagliato, ma sorprende che questo sia contestato proprio dai sindacati, perché li abbiamo messi sui lavoratori dipendenti”.

Altro capitolo caldissimo è quello del taglio al fondo per l’automotive, che ha ricevuto critiche trasversali. Il ministro dell’Economia prova a togliersi qualche sassolino: “Noi non tagliamo i fondi alle imprese ma gli incentivi per rottamare e acquistare auto fatte in Cina”, dice in audizione. Aggiungendo che “per chi vuole produrre ci sono e ci saranno sempre”. Anzi, ricorda che “800 milioni di residui sono pronti da domattina, chi vuole investire in automotive per produrre è benvenuto”.

L’occasione è ghiotta anche per parlare di transizione ecologica del sistema produttivo: “La politica industriale la fanno gli imprenditori, lo Stato può aiutare. C’è bisogno di imprenditori che accettino la sfida della riconversione, perché se non lo fanno possiamo pure criticare, ma chi la deve portare avanti?”.

Giorgetti affronta anche il nodo dei revisori: “Chi riceve un contributo dallo Stato deve rispondere di come lo utilizza”, assicurando però che “il Mef non vuole curiosare” nelle aziende. C’è spazio anche per i sogni: quelli del ministro dell’Economia sono di avere il debito al 60% “così risparmierei 45 miliardi da destinare a scuola, sanità, pensioni”. E non manca nemmeno la risposta a chi accusa il governo di togliere ossigeno agli enti locali: “Devono capire che negli anni scorsi hanno ricevuto finanziamenti a fondo perduto, a carico dello Stato, non replicabili. Su questo, credo che un ritorno alla normalità sia dovuto”. Lunedì prossimo, alle ore 16, scadranno i termini per la presentazione degli emendamenti alla legge di Bilancio: dopodiché partirà la corsa verso l’approvazione. Ma il sentiero si preannuncia tutt’altro che in discesa.

Pil, allarme di Confindustria: +0,8% nel 2024, 0,9% nel 2025. Pesa crollo automotive

Photo credit: profilo Twitter Confindustria

Anche Confindustria rivede al ribasso le stime sul Prodotto interno lordo italiano. Il Rapporto di previsione ‘I nodi della competitività. La crescita dell’Italia fra tensioni globali, tassi e Pnrr’ elaborato dal Centro studi degli industriali evidenzia, infatti, che “la crescita del Pil, a seguito della revisione Istat, si attesta a +0,8% quest’anno e 0,9% il prossimo“. Numeri meno positivi per il governo, che intanto festeggia i primi due anni di attività con “l’inflazione più bassa d’Europa“: 0,7% annuo a settembre, mentre nell’Eurozona è ancora all’1,7, sebbene “nel 2025 è attesa risalire in parte nel nostro Paese, tendendo ad avvicinarsi ai valori della misura core, cioè poco sotto il +2%“. Anche per questo il documento sottolinea l’aumento del reddito disponibile che cozza con “i consumi frenati dall’elevato tasso di risparmio“.

I fattori che determinano questo risultato sono diversi, ma Confindustria ne individua due in particolare, il calo della Germania (che rende “debole” l’economia del Vecchio continente proprio mentre quella mondiale, invece, riprende quota) e il “crollo del settore dell’auto, che quest’anno è tornato al livello di produzione di inizio 2013” come “conseguenza dei costi elevati delle auto elettriche“. Altro peso sulla crescita è il costo di gas ed elettricità: “Sono ancora più alti in Italia, sia rispetto agli altri grandi Paesi europei come Francia e Germania, sia rispetto agli Stati Uniti, penalizzando la competitività delle imprese rispetto ai principali partner occidentali“, avvisa il Csc.

Per fortuna che c’è l’export a fare da “principale traino di crescita quest’anno“. Perché “nonostante la debole domanda europea (che rappresenta il 52% dell’export italiano) e in particolare tedesca (principale partner commerciale), continua ad andare meglio della domanda potenziale (media ponderata dell’import totale dei Paesi di destinazione)“.

Per capire a che punto è l’Italia, comunque, allargato il campo all’intera Europa, che sconta l’aumento delle tensioni geopolitiche, elemento che “accresce la possibilità di ripercussioni negative su commercio mondiale e prezzi delle materie prime“. Inoltre, “rimane alto il costo dei noli” e “aumentano le barriere protezionistiche” mentre “le elezioni presidenziali in Usa acuiscono l’incertezza“.

Riportando lo zoom sul nostro Paese, ci sono altri punti da elencare nel report. Perché “gli investimenti si fermano nel 2024, tornando ai livelli del 2008” e “solo parzialmente sono compensati da quelli previsti dal Pnrr“, che resta “cruciale per la crescita” sebbene le performance risultino in chiaroscuro. “L’Italia è più avanti degli altri nell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma dobbiamo correre“, infatti “quest’anno abbiamo speso poco: 9,5 miliardi su 44“. In questo senso si legge l’invito al governo a “semplificare” la misura Transizione 5.0perché sia efficace“.

Andando ancora avanti nella lettura, emerge che “la produzione industriale nel 2023 è diminuita del 2,4% e nei primi otto mesi del 2024 di un’ulteriore 3,2%, rispetto ai mesi corrispondenti dell’anno precedente“. Inoltre, nel terzo trimestre la percentuale rimane negativa, con una riduzione dello 0,5% acquisita ad agosto. Entrando nel dettaglio, a livello settoriale le performance sono molto differenti: “Crescono altri mezzi di trasporto, riparazioni e installazioni (+8,0% e +5,3% nei primi otto mesi dell’anno rispetto ai primi otto mesi del 2023), alimentari e carta (+2,7% e +1,9%), mentre pesa la contrazione dell’automotive (-17,9%), degli articoli in pelle (-15%) e dell’abbigliamento“. II valore aggiunto dell’industria, però, è previsto in recupero il prossimo anno (-0,8% nel 2024, in linea con l’acquisito, +1% nel 2025), grazie alla ripresa della domanda, interna ed estera, comunque modesta, tra fine anno e inizio 2025.

Infine, altra criticità è rappresentata dal “sistema Ets sempre più stringente e il Cbam operativo“, perché “le imprese europee continuano a perdere competitività“. Anzi, “crescono i rischi – avvisa Confindustria – che alcune di queste (sono il 9% del valore aggiunto manifatturiero in Italia come in Ue) chiudano o vengano trasferite fuori dall’Europa“.