Cattaneo: “Sì a nucleare e carbone, il Pnrr va cambiato”

Alessandro Cattaneo, ingegnere, deputato di Forza Italia dal 2018, ex sindaco di Pavia, uno dei dirigenti di Forza Italia più vicini a Silvio Berlusconi, racconta dalla sua città come il centrodestra intende affrontare – e risolvere – il tema caldissimo dell’energia e quello non meno importante dell’ambiente. Un’intervista garbata ma ferma, con alcuni punti fondamentali intorno ai quali sviluppare la campagna elettorale e non solo.

EMERGENZA ENERGIA

All’interno del programma del centrodestra ‘Per l’Italia’, il punto 11 è dedicato all’emergenza energia. Tanti obiettivi, tanti progetti da mettere a terra e non tutti di facile realizzazione: “Il programma è stato scritto con persone competenti, con esperti di settore. Io sono ingegnere e ho dato il mio contributo grazie alle competenze che ho maturato come sindaco a livello amministrativo e per le mie conoscenze scientifiche e tecniche”, dice Cattaneo. Il programma, spiega, “è composto da una serie di iniziative che rappresentano una sommatoria: ciascuna da sola non dà risposte sufficienti, ma se vengono sommate tutte insieme possono fornire una soluzione strutturale all’Italia“.

Il tema “più importante” sarà quello delle bollette, perché “qualcosa va fatto subito” e riguarda “il welfare”. Come “dare bonus a chi non riesce a pagarle e si troverebbe con la luce staccata” . E ancora, attraverso azioni come “leva fiscale, detrazioni, interventi sulle energivore” per aiutare le aziende “che se no chiudono e lasciano a casa i dipendenti“. E ancora, “tornare a estrarre il nostro gas naturale che è di buona qualità”, “diversificare le fonti con i rigassificatori, che ci permettono di importare il gas liquefatto da altre aree che non sia la Russia”. E, dice Cattaneo, “bisogna tornare ad occuparsi di nucleare in maniera molto pragmatica. Noi dobbiamo diventare leader nella ricerca del nucleare di quarta generazione. Non possiamo essere assenti tra i grandi Paesi del mondo”.

E le rinnovabili? “Per noi – spiega il deputato azzurro – sono fondamentali, anche se oggi siamo bloccati dalle troppe politiche dei no. In Italia non mancano i soldi, ci sono quelli del Pnrr e quelli privati della finanza internazionale, ci sono progetti fatti, ma mancano le autorizzazioni. Bisogna immaginare una Legge Obiettivo sulla realizzazione delle opere” necessarie alle “rinnovabili, come è successo per l’alta velocità”.

NUCLEARE, LA SOLUZIONE

Il nucleare è tanto delicato quanto cogente. Forza Italia, non è un mistero, sta dalla parte di chi vuole affidarsi a questo tipo di energia, anche se le problematiche e i tempi non facilitano le progettualità. Ma Cattaneo avanza con decisione: “I 20 paesi più industrializzati del mondo ce l’hanno tutti, tranne noi” e, soprattutto, “quando arrivano le bollette, le nostre aziende partono con un gap competitivo… È come correre i 100 metri ma noi dobbiamo farne 120”. “Il nucleare pulito – sottolinea Cattaneo – è alla portata della ricerca” e pur rispettando “il volere popolare dei due referendum”, “non dimentichiamo che Bruxelles ha identificato il nucleare e il gas come fonti pulite”.

CARBONE, IMITARE LA GERMANIA

Per far fronte alla crisi energetica, la Germania è tornata pesantemente sul carbone. Una soluzione lontana dall’obiettivo di emissioni zero. Eppure Cattaneo non se la sente di bocciare la scelta del governo Scholz: “Il dato interessante e paradossale, è che la Germania tiene accese le centrali a carbone con i Verdi ambientalisti per la prima volta al governo. Un paradosso, sì, ma siccome i tedeschi sono molto pragmatici, per affrontare l’assenza di gas non hanno potuto che riattivare le centrali”. E se lo fanno loro, è il ragionamento, “evidentemente non c’è alternativa” se non quella di “chiudere le aziende”. E allora “io scelgo di tenere aperte le imprese e qualche centrale a carbone. In Italia, tra l’altro, non ne abbiamo tante ma sono tra le più moderne del mondo, come quella di Civitavecchia. Poi, come dice Cingolani, andranno spente e riconvertite”.

AUTO ELETTRICHE, CHE ERRORE

Con la corsa all’elettrificazione, per volere dell’Ue, dal 2035 sarà bandita la produzione di auto a benzina e a diesel. “È una decisione sbagliatissima – s’infervora Cattaneo – noi ci siamo opposti con tutte le nostre forze, a Bruxelles, attraverso Tajani e Berlusconi. È una scelta ideologica”. La preoccupazione di Cattaneo è per le imprese e per i lavoratori: “Vuol dire che la filiera dell’auto dismette tutto ciò che è motore a combustione, il che si tramuta in Italia in un milione di posti di lavoro a rischio. Io ritengo che se i ragazzi dei Fridays for future, che dicono cose giuste, tornano a casa e il proprio padre è stato licenziato in virtù di decisioni troppo ideologiche, forse ci ripensano. Serve un approccio di ambientalismo diverso, che non è appannaggio della sinistra”.

CENTROSINISTRA DA PAURA

Una sinistra che, argomenta Cattaneo, “fa venire i brividi”. Il programma su energia e ambiente “l’ho letto, certo. Molto sintetico, molti slogan e poca concretezza. C’è da aver paura di fronte a un approccio del genere. La sinistra può prendere decisioni dalla sera alla mattina, decisioni che vanno a soddisfare le pulsioni di qualche piazza ambientalista, ma che rischiano di fare danni importanti alle imprese italiane. Le aziende non sono il nemico, ma l’alleato nella transizione ecologica. A qualche ambientalista piacerebbe che girassimo tutti in bicicletta, ma saremmo anche tutti affamati a quel punto”.

AMBIENTE E TERMOVALORIZZATORE

Al punto 12 del programma del centrodestra, si parla di ambiente. Dalla piantumazione – il famoso milione di alberi da piantare di Berlusconi – alla salvaguardia dell’acqua, al riciclo dei rifiuti. Per un termovalorizzatore è caduto un governo e Cattaneo lo sa bene: “Ero relatore di quel provvedimento, il dl aiuti. Noi eravamo d’accordo, anche se era il Pd a proporlo. In assoluto è necessario lavorare di più e meglio sull’economia circolare. L’Italia è un Paese manifatturiero e può diventare leader nel mondo per queste pratiche. Io dico: meno ideologia e più pragmatismo”.

PNRR DA RIVEDERE

L’ultimo argomento, non meno delicato degli altri, è il Pnrr. Che per Cattaneo, come per Berlusconi, ha bisogno di “un’aggiustatina”. Lo accetterà l’Europa? “Il Pnrr – dice – ha qualche problema nel merito e nel metodo. Vogliamo negare che siamo già in ritardo negli obiettivi? E perché siamo in ritardo? Viene meno anche l’alibi che i soldi ci sono… ma questo Paese non riesce a spenderli, perché il codice appalti è farraginoso, perché le stazioni appaltanti degli 8 mila comuni non ce la fanno, perché persino le regioni faticano a stare dietro a questi ritmi”. Quindi, conclude Cattaneo, “o tagliamo la burocrazia, oppure gli obiettivi non si ottengono. Noi diciamo di rivedere il Pnrr innanzitutto nella modalità di spesa dei denari e poi per usare meglio la leva dei soldi pubblici. Da liberali vogliamo spalancare le porte ai privati in un’ottica sussidiarietà. Nel merito, poi… Se il Pnrr nasce da una risposta giusta dell’Europa ‘buona’ in tempo di pandemia, oggi c’è una crisi energetica che presuppone una pari, forse maggiore, emergenza. Se noi diciamo di ricalibrare il Pnrr diciamo una cosa giusta e in Europa nessuno può avere nulla da dire.

UE

Iniziavano 70 anni fa i lavori della Comunità europea carbone e acciaio

Era il 13 luglio del 1952 e per la prima volta i rappresentanti delle autorità nazionali di sei Stati europei si sedevano attorno allo stesso tavolo per discutere di una questione comune: la produzione di carbone e acciaio. Iniziavano così ufficialmente 70 anni fa in Lussemburgo i lavori della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), il primo passo del progetto europeo che avrebbe portato alla nascita dell’Unione europea per come la conosciamo oggi.

Dietro la nascita della CECA – il cui obiettivo era quello di mettere in comune le produzioni di carbone e acciaio di Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Germania Ovest e Paesi Bassi – ci fu la spinta di due politici francesi, Jean Monnet (futuro primo presidente della Comunità europea del carbone e dell’acciaio) e Robert Schuman (allora ministro degli Esteri), del cancelliere tedesco, Konrad Adenauer, e del primo ministro italiano, Alcide De Gasperi. Dopo la Dichiarazione di Schuman del 9 maggio del 1950, seguirono i negoziati sul Trattato di Parigi, firmato il 18 aprile del 1951 e ratificato dai sei Paesi in meno di un anno, entrando infine in vigore il 23 luglio del 1952. Fu così instaurato un mercato comune del carbone e dell’acciaio, con l’abolizione delle barriere doganali e delle restrizioni quantitative e la soppressione di aiuti di Stato, misure discriminatorie, dazi doganali e sovvenzioni adottate unilateralmente dai singoli Paesi membri.

Il mercato comune fu aperto il 18 febbraio del 1953 per il carbone e il 1º maggio per l’acciaio, posto sotto la supervisione di un’Alta autorità con poteri di gestione della tassazione, delle previsioni di produzione per le linee-guida negli investimenti e delle carenze sul lato della domanda e dell’offerta. In relazione a questo specifico settore, la CECA si impostava come primo organismo sovranazionale europeo, dotato di uno specifico potere consultivo e di controllo politico al di sopra delle autorità nazionali dei Paesi membri. Significativo il fatto che per la prima volta si riunivano e si limitavano i poteri degli Stati nazionali sulle materie prime utilizzate dall’industria bellica, a pochi anni dalla fine della Secondo Guerra Mondiale.

La CECA era formata da quattro istituzioni – l’Alta autorità, il Consiglio speciale dei ministri, l’Assemblea comune e la Corte di giustizia – che dal 1º luglio 1967 furono unite con quelle della Comunità Economica Europea e della Comunità Europea dell’Energia Atomica (istituite nel 1957 con il Trattato di Roma) attraverso l’entrata in vigore del Trattato di fusione. Con l’espansione della Comunità Economica Europea, il Trattato di Parigi è stato emendato più volte, fino a quando negli anni Novanta iniziò il dibattito su quale futuro dare alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio, in vista della scadenza nel 2002. Il 23 luglio correrà il ventesimo anniversario dal giorno in cui la bandiera della CECA fu ammainata definitivamente davanti alla sede delle Commissione Europea a Bruxelles.

Crisi frena transizione: ma nucleare e carbone preoccupano italiani

Far di necessità virtù. Questo il mantra del governo italiano e delle istituzioni europee per contrastare gli effetti della crisi energetica scatenata dall’invasione russa in Ucraina. Misure emergenziali, certo, che però rischiano di fare rallentare il percorso di transizione ecologica del pianeta. La riattivazione delle centrali a carbone è in effetti un pugno in un occhio al processo di decarbonizzazione e suona quasi come una beffa all’Onu e alla sua Agenda 2030. Tuttavia ogni possibile soluzione deve essere contemplata in questo periodo storico. Anzi, per dirla con la presidente della Commissione Ue, va trovato “un equilibrio” e “non è detto che prenderemo la direzione giusta”. Secondo Ursula von der Leyen, “dobbiamo assicurarci di approfittare di questa crisi per avanzare nella transizione energetica, senza tornare ai combustibili fossili inquinanti“. D’altronde lo stesso concetto di sostenibilità impone di trovare un equilibrio tra il rispetto dell’ambiente e lo sviluppo umano. E al momento non c’è sviluppo senza energia.

IN EUROPA

Mentre i Paesi del Centro-Europa revocano le restrizioni sulla produzione di energia da carbone (Olanda) o aumentano la capacità produttiva delle centrali in attività (Germania e Austria), l’Italia, per voce del ministro alla Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha già escluso la possibilità di riattivare gli impianti chiusi. La soluzione individuata è quella di aumentare il ricorso a quelle in attività, “per un periodo transitorio”, giocando sul fatto che il Paese non sforerà comunque la quota Ue del 55% di decarbonizzazione.

NUCLEARE SI, NUCLEARE NO

Ad ogni modo, la stessa Commissione europea, nel piano ‘RePower EU‘ aveva messo in conto la possibilità di utilizzare la risorsa carbone “più a lungo, in casi di straordinaria necessità. Non solo: Bruxelles non ha nemmeno chiuso al dossier nucleare per aggiustare i mix energetici. Per quanto riguarda l’Italia, i due referendum sul ritorno al nucleare parlano chiaro ma il ministro Cingolani aveva chiesto un cambio di paradigma. Perché se è pur vero che “i referendum si rispettano”, è altrettanto vero che la tecnologia può far compiere al settore passi da gigante e restituire un “nucleare moderno” (ovvero più sicuro e pulito) grazie a ricerca e sviluppo. La parte difficile resta quella di convincere gli italiani.

IL SONDAGGIO

Secondo una ricerca Changes Unipol-Ipsos, il possibile ricorso al nucleare (23%) e il rischio di non dare priorità alla transizione verso le rinnovabili (15%) sono le due principali preoccupazioni degli italiani oltre al caro-energia e all’aumento vertiginoso dei prezzi. Il nucleare è indicato dal 48% tra le principali preoccupazioni e, nel 23% dei casi, come prima minaccia in assoluto, mentre il rischio che non venga data priorità alla transizione energetica e alle fonti rinnovabili raggiunge quota 54% tra i fattori più preoccupanti, sebbene solo il 15% lo indichi come timore principale. I segmenti di popolazione più anziana (i baby boomers, tra 57 e 74 anni) e i più giovani (la Generazione Z, tra 16 e 26 anni) mostrano una maggior sensibilità verso il possibile ricorso al nucleare, visto come minaccia principale rispettivamente nel 24% e nel 25% dei casi. Generazione Z e Millennials (tra 27 e 40 anni) manifestano invece una maggior propensione verso il timore di un rallentamento della transizione alle rinnovabili (nel 17% dei casi).

La possibilità di ricorrere all’energia da centrali nucleari anche in Italia raccoglie soltanto il 15% di consensi, ma il favore sale a quasi 1 italiano su 2 (45%) nel caso si utilizzassero tecnologie e modalità di gestione dell’energia nucleare più sicure di quelle attuali. Il 42% si dichiara invece contrario, o per la convinzione che ci siano più rischi che vantaggi (28%) oppure per una questione legata alla non convenienza di costi (14%).

Anche la riattivazione o l’apertura di centrali a carbone è fonte di preoccupazione per il 43% degli italiani ed è la principale preoccupazione per 1 italiano su 10, ma questo timore raddoppia tra chi vive in prossimità di queste centrali (18% vs 9%). Secondo il sondaggio Unipol-Ipsos, minore inquietudine destano la costruzione o l’aumento di produzione dei rigassificatori e la costruzione di nuovi gasdotti, indicati entrambi soltanto dal 4% degli intervistati come maggiore minaccia.

(Photo credits: Oliver Berg / dpa / AFP)

Petrolio cina

Schizza il prezzo del carbone, Ue schiacciata da Cina e India

Può sembrare un paradosso, invece non lo è. Nella stagione in cui si spinge il più possibile per trovare (e sfruttare) fonti energetiche alternative, in particolare quelle ‘pulitissime’ generate dal vento e dal sole, il rischio che il processo di decarbonizzazione si fermi è molto alto. I fossili sono tornati di moda, prova ne sia che negli ultimi mesi il prezzo del carbone è in costante ascesa. C’è chi ha calcolato un rialzo del 600% rispetto a gennaio del 2020, parecchio di più degli idrocarburi e del gas, il nostro incubo quotidiano da quando è scoppiata la guerra in Ucraina e ci si sta sforzando per stoppare le erogazioni da Mosca.

Pare che la ‘colpa’ sia di Cina e India, bisognose di compensare il disavanzo della produzione interna insufficiente per soddisfare i propri bisogni. Pare, anche, che a questi due giganti mondiali – ma non sono i soli, sia chiaro – interessi poco di arrivare alla Carbon neutrality nei prossimi anni. L’esatto contrario di ciò che sta accadendo in Europa, fermamente convinta di dover portare a termine la mission stabilita nell’Accordo di Parigi. Nel 2050, in teoria, i gas serra dovrebbero essere azzerati ma, se la situazione continua a essere questa, diventa un esercizio quasi utopistico immaginare il raggiungimento di un obiettivo tanto importante per la vita del nostro pianeta e, più concretamente, di noi e dei nostri figli.

Il percorso virtuoso intrapreso dalla Ue incide appena per il 7% sulle emissioni globali di CO2. Detto male: l’Europa può sforzarsi si essere virtuosa e green il più possibile però si tratterà sempre di una goccia d’acqua nell’oceano dell’inquinamento mondiale. Di sicuro, il conflitto ucraino non aiuta, come testimonia il ritorno prepotente degli idrocarburi sulla scena internazionale. Se il gas manca, ci si aggrappa a tutto pur di far funzionare – banalizzando – i condizionatori d’estate e i termosifoni d’inverno. E la salute nostra e della Terra può aspettare…

gas russia

Energia europea: quanto l’Ue dipende dalla Russia?

Nel 2020 l’Ue ha importato il 58% dell’energia consumata, perché la propria produzione ha soddisfatto appena il 42% del proprio fabbisogno. Lo riferisce l’Eurostat in uno studio diffuso oggi. Il mix energetico dell’Ue nel 2020 era composto per il 35% da petrolio e prodotti petroliferi, per il 24% da gas naturale, per il 17% da fonti rinnovabili, per il 13% da energia nucleare e per l’11% da combustibili fossili solidi. La Russia è il principale fornitore dell’Ue di gas naturale, petrolio e carbone, che sono i principali prodotti energetici del mix dell’Ue. Nel 2020 le importazioni da questa origine hanno soddisfatto il 24% del fabbisogno energetico dell’Ue.

Energia

Il gas naturale, uno dei principali combustibili per la produzione di elettricità e il riscaldamento nell’Ue, prosegue l’analisi dell’Eurostat, è stato il combustibile con la maggiore esposizione alle importazioni dalla Russia. Nel 2020, l’Europa infatti ha ricevuto il 46% delle sue importazioni di gas naturale da questo fornitore, soddisfacendo il 41% dell’energia disponibile lorda derivata dal gas naturale. Il petrolio greggio, un bene essenziale per la produzione di carburanti per autotrazione e per l’industria petrolchimica, è stata la seconda famiglia di combustibili con la seconda maggiore esposizione alle importazioni dalla Russia. Nel 2020, l’Ue si è affidata a questo fornitore per il 26% delle sue importazioni di petrolio greggio, che ha soddisfatto il 37% del fabbisogno energetico dell’Ue. Infine, i combustibili fossili solidi (come il carbone) hanno avuto la più bassa dipendenza dalle importazioni dalla Russia, che ha fornito il 19% dell’uso dell’Ue di questo tipo di combustibile. Nel 2020, l’Ue ha importato il 53% di carbon fossile da questo Paese, che rappresentava il 30% del consumo di carbon fossile dell’Ue.

La contraddizione di banche e fondi tra carbone e greenwashing

Le più grandi banche e i più grandi fondi d’investimento del mondo stanno ancora operando finanziamenti di miliardi per l’estrazione di combustibili fossili per il riscaldamento globale, una strategia che contraddice i loro impegni per combattere le emissioni di gas serra. Secondo l’analisi del think tank londinese InfluenceMap, che utilizza i dati disponibili al pubblico di questi colossi finanziari globali, le 30 maggiori imprese hanno finanziato i produttori di combustibili fossili per un valore di 740 miliardi di dollari nel 2020 e 2021.
Le banche americane JP Morgan, con 81 miliardi di dollari, Citigroup, con 69 miliardi di dollari, e Bank of America, con 55 miliardi di dollari, sono i primi tre finanziatori. “C’è una chiara disconnessione tra ciò che dicono sul cambiamento climatico e ciò che effettivamente fanno”, ha detto l’autore del rapporto, Eden Coates.

Delle 30 istituzioni finanziarie, tutte tranne una si sono impegnate a diventare carbon neutral entro il 2050. Ma molti sono anche membri di gruppi che fanno lobby contro le misure per una finanza ‘verde’. L’obiettivo di neutralità per il 2050 è essenziale per avere qualche possibilità di raggiungere l’obiettivo più ambizioso dell’accordo di Parigi sul cambiamento climatico, per contenere il riscaldamento a +1,5°C sopra i livelli preindustriali. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha pubblicato una tabella di marcia per una transizione energetica nel 2021, mostrando che per raggiungere questo obiettivo tutti gli investimenti in nuovi progetti di estrazione di combustibili fossili devono essere fermati.

Gli attivisti per il clima denunciano regolarmente il ‘greenwashing’ nella finanza o nell’industria e fanno campagna per la pressione degli azionisti per eliminare le attività o gli investimenti che danneggiano il clima. “Qualsiasi banca che fa una promessa di neutralità del carbonio mentre fa attivamente lobbying contro la necessaria regolamentazione del clima è greenwashing”, ha detto Christopher Hohn, un gestore di fondi miliardario britannico e attivista del clima, in una dichiarazione rilasciata in risposta allo studio InfluenceMap. “Gli azionisti dovrebbero votare contro i dirigenti delle banche che nascondono la loro esposizione al rischio climatico”.

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Energia, Commissione Ue punta a indipendenza dalla Russia nel 2027

La Commissione Europea prevede di eliminare gradualmente tutti i combustibili fossili in arrivo dalla Russia entro il 2027, nel suo piano per l’indipendenza energetica da Mosca. Nel corso della prima giornata di Consiglio Europeo a Versailles, giovedì la Commissione Ue ha presentato e dettagliato ai capi di Stato e governo il suo piano ‘REPower EU’, pubblicato l’8 marzo, chiarendo che a metà maggio avanzerà la proposta formale per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili (con esplicito riferimento non solo al gas naturale, ma anche al petrolio e al carbone), con le azioni per metterla in pratica. Nella comunicazione pubblicata martedì, l’Esecutivo europeo aveva indicato solo il periodo approssimativo di “prima del 2030” per porre fine alla dipendenza europea dalle risorse energetiche russe, diversificando i fornitori e accelerando gli investimenti alle rinnovabili.

L’Ue è dipendente per il 45% dalle importazioni di carbone dalla Russia, per quasi il 28% per il petrolio greggio e per il 38% per il gas (dati aggiornati al 2020). La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha chiesto ai leader il mandato per presentare la proposta a metà maggio, fissando per lo stesso periodo anche l’impegno per una proposta per ottimizzare la struttura del mercato europeo dell’elettricità in modo che sia più stabile di fronte alle crisi. Una valutazione che farà sulla base della relazione finale dell’Agenzia dell’Ue per la cooperazione tra i regolatori dell’energia (Acer) che dovrebbe arrivare in aprile e sulla base della quale deciderà come agire, se disaccoppiare i prezzi del gas e dell’elettricità per evitare che si influenzino troppo a vicenda. Entro la fine di marzo la Commissione prevede di mettere in campo anche misure eccezionali sul mercato, incluso il tetto temporaneo ai prezzi del gas. Sarà presentata la proposta per riempire le riserve di gas al 90% ogni anno prima dell’inizio dell’inverno e lanciata la task force per monitorare questo obiettivo.