Ex Ilva, firmato l’accordo sulla piena decarbonizzazione. Urso esulta, i sindacati no

Alla fine accordo fu. Per l’ex Ilva, dopo una riunione fiume durata quasi otto ore, tutte le amministrazioni, più le aziende coinvolte, anche quelle dell’indotto, firmano l’accordo per la decarbonizzazione degli impianti. C’è il sigillo anche del Comune di Taranto, dopo il braccio di ferro degli ultimi giorni, a sancire un nuovo percorso per quello che era il colosso italiano ed europeo della siderurgia.

Entrando nel dettaglio, l’intesa prevede che, nell’ambito della nuova procedura di vendita degli asset, il futuro acquirente “presenti nel rispetto dei tempi che saranno indicati in fase di aggiudicazione”, tutte le richieste “sul versante ambientale e sanitario” per la progressiva e completa decarbonizzazione dello stabilimento “attraverso la realizzazione di forni elettrici in sostituzione degli altoforni che saranno gradualmente dismessi in un tempo certo”.

Non c’è ancora la parola finale sul polo del preridotto a Taranto. La decisione viene, infatti, rinviata a dopo il 15 settembre, data in cui scadrà il termine per la presentazione delle offerte vincolanti. Saranno esaminate e valutate le possibilità di localizzazione degli impianti Dri “utili per l’approvvigionamento dei forni elettrici presso lo stabilimento ex Ilva di Taranto, a partire dall’impianto già previsto con il Fsc (ex Pnrr), qualora sia possibile assicurare il necessario approvvigionamento energetico”. In questo documento, invece. non viene fatto accenno alla nave rigassificatrice per alimentare le macchine.

Le altre novità del testo riguardano l’esame di “nuove prospettive per la reindustrializzazione delle aree libere, tenendo presente il principio della valorizzazione dell’indotto”. Inoltre, l’incremento del Fondo sanitario regionale, il potenziamento delle attività di ricerca e studio attraverso ‘l’istituto di ricerche mediterraneo per lo sviluppo sostenibile’ e il potenziamento delle infrastrutture, anche portuali. Sul fronte occupazionale, invece, nella fase di transizione degli stabilimenti saranno valutate “misure di politica attiva e passiva del lavoro. Ovviamente, alla fine del lungo elenco c’è l’impegno delle parti a sottoscrivere l’Accordo di programma interistituzionale.

Esulta il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso: “È prevalso il senso di responsabilità e interesse comune: finalmente esiste una vera Squadra Italia unita e coesa, lo abbiamo dimostrato. È una svolta importante, che potrà finalmente incoraggiare gli investitori a presentare i propri piani industriali, puntando sulla riconversione green del settore”.

Sorride anche Piero Bitetti: “Abbiamo sottoscritto un documento, non un accordo di programma, che recepisce le nostre richieste”, verga in una nota il sindaco di Taranto. Che rivendica: “In nessun passaggio si fa cenno all’ipotesi di approvvigionamento tramite nave gasiera” ma “si fa riferimento invece alla tutela occupazionale quale principio inderogabile”. Che si arrivasse a questo punto era tutt’altro che scontato alla vigilia della riunione al Mimit. Lo dimostrano le parole scelte dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, per celebrare la firma: “E’ un giorno che resterà nella storia della Puglia e dell’Italia intera. Si dà il via alla piena decarbonizzazione degli impianti dell’ex Ilva di Taranto. Abbiamo scritto una pagina nuova, attesa da dieci anni, costruita con tenacia, sacrificio e visione”.

Soddisfazione la esprime anche il numero uno degli industriali, Emanuele Orsini: “Si è deciso di non chiudere l’Ilva”, che “è un asset strategico per il Paese”. Il presidente di Confindustria apprezza l’accordo e auspica che “venga rispettato e portato a termine, mantenendo saldi alcuni paletti. In primis si deve arrivare alla decarbonizzazione”, poi “che ci siano investitori del settore capaci di un rilancio vero e competitivo, sia a livello nazionale che internazionale” e che “ci sia il giusto e fondamentale rilievo per gli impianti Dri per l’alimentazione dei nuovi forni elettrici”.

A Roma si presentano anche i sindacati, nonostante la possibilità di organizzare il tavolo da remoto. Ma alla fine l’accordo non convince le sigle. “L’intesa non garantisce i 18mila lavoratori”, tuona il segretario generale della Fiom, Michele De Palma. “Abbiamo detto al ministro e alle forze istituzionali presenti che l’accordo, per noi, ha due gambe: una riguarda la decarbonizzazione e l’altra la garanzia occupazionale, ma nel testo non l’abbiamo letta, in termini concreti”. Ecco perché annuncia che a settembre chiederà al governo, nell’incontro “che dovremo fare a settembre, a Palazzo Chigi, una assunzione di responsabilità piena, che passa anche dalla partecipazione pubblica”. Sulla stessa lunghezza d’onda è la Uilm: “Il testo condiviso tra Mimit ed enti locali pugliesi è un documento privo di tutele e certezze sotto ogni punto di vista per i lavoratori e le comunità interessate”, commenta il segretario generale, Rocco Palombella.

Indirettamente è Urso a rispondere alle critiche. “Attraverso il tavolo Taranto, svilupperemo in parallelo gli altri investimenti che potranno collocarsi negli spazi lasciati liberi dagli impianti siderurgici e nelle aree contigue affinché nessuno resti fuori. Tutti possono avere giustamente una occupazione – conclude il responsabile del Mimit -, sia coloro che già lavorano negli impianti siderurgici, sia coloro che lavorano nella filiera dell’indotto, sia altri che giustamente reclamano di poter avere la propria sfida occupazionale”. Se la partita non è ancora chiusa, dunque, forse stavolta il risultato è davvero indirizzato.

Dazi, Industriali: “Accettabile è solo portarli a zero”. Tajani: “Difficile entro l’1 agosto”

Sui dazi si tratta ancora, fino alla fine. Il governo italiano rifiuta di usare la linea dura e continua a chiedere agli alleati il dialogo. Senza “colpi di testa” o “frenesie“, ma solo con “sano realismo“, come spiega il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti.

E se anche le trattative dovessero naufragare, per Foti “l’Europa non è impreparata. Ha già individuato gli strumenti“. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, si dice “ottimista di natura”: “Penso che ogni partita si possa vincere“, sostiene, assicurando che l’impegno è massimo, e la preoccupazione principale ora è cercare di rispondere all’incertezza delle imprese.

Che però sembrano tutto fuorché tranquille. Non c’è una percentuale accettabile per chiudere un accordo, secondo il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. “Se lo chiedete a me è zero“, ribadisce, ricordando che il cambio euro-dollaro è già un dazio. La svalutazione è al 13%, la più importante al mondo, perché la media è del 2%. “Oggi avremmo il 30% di dazi e un costo del cambio del 13%, andremmo così al 43%“, lamenta. Se i dazi Usa per i prodotti europei fossero davvero del 30%, l’impatto solo in Italia sarebbe di 35,6 miliardi. Gli industriali puntano il dito soprattutto contro l’Europa: “Dopo la lettera di Trump, mi aspettavo che l’Ue facesse almeno la convocazione del voto sul Mercosur“, confessa Orsini, chiedendo a Bruxelles di “darsi una mossa, perché non c’è più tempo“. Sburocratizzare e aprirsi “velocissimamente” a nuovi mercati è la chiave.

Su questo, gli industriali trovano sponda nel ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che insiste per concludere l’accordo con il Mercosur (“preservando però la nostra produzione agricola“), ma anche con quello con gli Emirati, che è, riferisce, “una delle aree che ci sta dando maggiore soddisfazione“. Con il Piano Mattei, poi, l’Italia si apre molto di più anche all’Africa.

Dal governo, l’auspicio è che si arrivi a chiudere al 15%. Ma Tajani non entra nel merito della trattativa in corso: “Difficile dire come andrà a finire, abbiamo ancora una quindicina di giorni“, ricorda, aggiungendo che l’Indonesia ha chiuso al 19%: “Sono sicuro che noi saremo più bassi del 19%”. Le trattative sono in corso, e con realismo il ministro degli Esteri confessa: “L’obiettivo zero-zero non credo sia possibile da realizzare entro il primo di agosto“.

La strategia italiana sarà anche quella di investire di più negli Stati Uniti, dove il Paese è già presente in modo massiccio, con 300mila posti di lavoro offerti da aziende italiane negli States. Ma “possiamo fare ancora di più“, è sicuro il vicepremier. L’accordo sull’acquisto di gas americano nei prossimi 20 anni è per lui un “messaggio chiaro“.

Dal fagiolo di Meloni al tappo delle bottiglie di Metsola

Il fagiolo di Giorgia Meloni e il tappo delle bottiglie di plastica di Roberta Metsola sono stati i momenti più ‘alti’ dell’assemblea di Confindustria, là dove il presidente Orsini è stato molto diretto nel lanciare l’allarme energia, nel chiedere all’Europa un brusco cambio di passo e nell’invocare un nuovo piano industriale, anzi un piano industriale straordinario per l’Italia, quantificabile in 8 miliardi all’anno per i prossimi tre, meglio sarebbe per cinque.

Il fagiolo (se è più piccolo di un centimetro non è europeo) è il paradosso che ha usato la premier per fare capire come questa Europa sia fuori dal tempo e distante dalla realtà, vittima di regole che si autoimpone e di dazi interni che sono molto peggio di quelli ballerini millantati da Donald Trump. Il tappo attaccato al collo delle bottiglie di plastica è invece l’immagine usata dalla presidente del Parlamento Ue per dire che la Ue medesima non è quella di questo provvedimento ecologico ma può e deve essere qualcosa di diverso. Delicata ma netta, insomma. Quasi critica. Poi l’una ha aperto le porte di Chigi agli industriali sul tema dell’energia (come dire: se avete un problema venite da me e non lamentatevi pubblicamente), l’altra ha voluto chiarire subito, ad inizio intervento, che il parlamento di Strasburgo e gli uffici ovattati di Bruxelles stanno dalla parte degli imprenditori e sono al fianco degli industriali. Non sia mai.

Riavvolgendo il nastro dell’appuntamento bolognese, emerge che Orsini, Meloni e Metsola la pensano allo stesso modo sull’Europa. Che va cambiata. Che va riformata. Che va adeguata alle necessità dei 400 milioni e passa di cittadini. E in fretta. Ma la nota dolente è che troppe volte si è sentito questo refrain senza che nulla di concreto sia stato fatto per imprimere una svolta radicale. Al massimo ci sono state delle correzioni in corsa con evidenti malumori interni. Ma tra Trump che incombe e la Cina che minaccia, tra guerre sparse e terre (rare) da conquistare il conto alla rovescia si è esaurito da un pezzo. Il pachiderma di Bruxelles non ha più ragione di esistere, bisogna essere grilli, saltare di qua e di là.

Dopo aver detto che l’Italia è più credibile e quindi spendibile verso l’esterno, la chiosa della presidente del Consiglio agli industriali è stato un inno alla gioia: “pensate in grande perché io lo farò”. Un ‘claim‘ a presa rapida accolto con molti assensi del capo da una platea gremita di eccellenze, anche se prima si è andati a sbattere contro il muro dei costi energetici. Disaccoppiamento di gas ed elettricità, oltre al nucleare di ultima generazione sono le strade da battere per uscire da una situazione delicatissima, che sta piegando la nostra industria riducendone la competitività. Per Meloni le speculazioni energetiche sono inaccettabili, per Orsini a Roma non devono frenare sulle rinnovabili, che da sole non risolvono il problema ma nell’ambito di un indispensabile mix energetico sicuramente aiutano.

Dopo le richieste e le risposte si attendono a strettissimo giro atti concreti. Dimenticandosi di fagioli e tappi di bottiglia.

Sos industriali: “Costi energia insostenibili”. Meloni: “Porte governo sempre aperte”

La prima, tra le preoccupazioni delle imprese, resta il costo dell’energia. Una situazione “insostenibile” tuona dal palco di Bologna, per l’assemblea annuale, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini. In platea, c’è quasi tutto il governo, premier inclusa.

L’industriale supplica l’esecutivo di “agire con urgenza“, perché si tratta di un “vero dramma che si compie ogni giorno: per le famiglie, per le imprese e per l’Italia intera“. D’altra parte, i consumi industriali italiani rappresentano il 42% del fabbisogno elettrico nazionale (125 TWh) e per le imprese il prezzo dell’energia viene calcolato in base al costo dell’elettricità prodotta con il gas. La produzione di energia da fonti rinnovabili rappresenta il 45% dell’elettricità messa in rete, ma “non concorre alla formazione di un prezzo più competitivo per l’industria”, ricorda Orsini.

L’Autorità dell’Energia ha calcolato che gli incentivi alle rinnovabili ammontano, fino ad oggi, a 170 miliardi di euro. Incentivi “pagati da famiglie e imprese attraverso le loro bollette”. Dopo tutti gli incentivi per le rinnovabili, noi “non possiamo più accettare di continuare a pagare l’energia al prezzo vincolato a quello del gas. Per questo dobbiamo entrare subito nella logica del disaccoppiamento”, sollecita.

La porta del governo è e rimane sempre aperta“, assicura Giorgia Meloni, che sull’energia si dice disponibile ad accogliere “proposte, idee nuove e progetti seri“. E torna sul “cammino del nucleare“, sui mini reattori, una “scelta coraggiosa per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione rafforzando la competitività delle nostre imprese“, spiega. Per Orsini è “possibile e necessario” ridurre nella bolletta gli oneri generali di sistema, che da soli gravano per circa 40 euro per MWh. Questo dovrebbe riguardare tutte le PMI industriali, non solo gli artigiani e i commercianti con utenze in bassa tensione.

“Bisogna battersi in Europa per sospendere l’ETS, visto che consumo ed emissione di CO2 pesano a loro volta in bolletta elettrica tra i 25 e i 35 euro a MWh”. E poi, “bisogna snellire e accelerare le procedure dell’Energy Release e della Gas Release che sulla carta riservano all’industria quote di energia a prezzi minori”. Confindustria domanda a politica e sindacati cooperazione per un piano industriale straordinario per l’Italia, un sostegno agli investimenti di 8 miliardi di euro l’anno per i prossimi 3 anni, “ancora meglio se avessimo un orizzonte temporale di 5 anni”. Con un obiettivo di crescita ambizioso: raggiungere almeno il 2% di crescita del Pil nel prossimo triennio.

Il governo è “perfettamente consapevole” dell’impatto che i costi energetici hanno sulle famiglie e sulle imprese soprattutto su quelle di piccole e medie dimensioni e “lo sappiamo anche perché dall’inizio di questo governo noi abbiamo stanziato circa 60 miliardi di Euro, l’equivalente di due leggi finanziarie per cercare di alleviare i costi”, ribatte la premier. Ma mette in chiaro che “continuare a cercare di tamponare spendendo soldi pubblici non può essere la soluzione”. Per questo, lo stanziamento delle risorse è stato accompagnato da diversi interventi. Uno, già disponibile, è il disaccoppiamento del prezzo dell’energia prodotta da fonti rinnovabili da quello del gas. Poi c’è lo strumento dei contratti pluriennali a prezzo fisso di acquisto di energia prodotta da fonti rinnovabili, dove il corrispettivo viene è stabilito tra le parti e riflette i reali costi di produzione per ciascuna tecnologia.

Accoglie l’sos anche il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica: “Il primo obiettivo che ci unisce è ridurre strutturalmente il peso che oggi grava su famiglie e imprese”, spiega Gilberto Pichetto Fratin. Il piano è accelerare nella trasformazione del modello energetico: “Lavoriamo su strumenti innovativi e più mirati, anche in chiave di disaccoppiamento del prezzo delle rinnovabili da quello del gas, puntando – conferma – su contratti pluriennali a prezzo fisso che offrano maggiore stabilità e prevedibilità a cittadini e imprese”.

Alla fine del suo lungo intervento, il messaggio di Meloni per gli industriali è “pensate in grande, perché l’Italia è grande“. Fuori dai confini, per la presidente del Consiglio, c’è una voglia d’Italia che “troppo spesso noi siamo gli unici a non vedere”, per questo, insiste “la prima cosa che noi dobbiamo fare è crederci. Pensate in grande, perché io farò lo stesso”.

In Italia 18.400 imprese a controllo estero. Tajani: “Valore export a 700 mld per fine legislatura”

Aumentare l’export italiano, una delle sfide più importanti intraprese dal governo italiano. Obiettivo: portarlo a 700 miliardi entro la fine di questa legislatura. Il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani lo spiega intervenendo a Roma alla presentazione del settimo Rapporto dell’Osservatorio imprese estere (Oie), svolto da Confindustria e Luiss. Occasione per sottolineare come l’esecutivo abbia “lanciato una vera e propria offensiva con una strategia per l’export”, con l’obiettivo “di rimanere negli Stati Uniti e rafforzare il mercato interno europeo”.

I numeri in fondo parlano chiaro. Tra il 2018 e il 2022 – si legge nel Rapporto – le imprese a controllo estero in Italia (oltre 18.400) hanno consolidato il loro ruolo nel sistema economico del Paese, registrando una crescita significativa e progressiva della loro presenza, aumentando l’incidenza sul valore aggiunto dal 15,5% del 2018 al 17,4% nel 2022, pari a circa 173 miliardi di euro. Sempre nello stesso periodo, l’export merci delle imprese a controllo estero in Italia è salito dal 29,4% al 35,1% nel 2022, pari a circa 200 miliardi di euro.

Le imprese estere nel nostro Paese si distinguono per il loro contributo alla transizione digitale e ai processi di innovazione. Nel triennio 2020-2022, il 71,2% delle imprese a controllo estero ha introdotto innovazioni, rispetto a una media nazionale di poco inferiore al 60%. In tutto, sono oltre 18.400 le imprese a controllo estero nel nostro Paese. Un universo che gioca un ruolo sempre più rilevante nello sviluppo economico dell’Italia: generano 173 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 17,4% del totale nazionale, dando lavoro a 1,7 milioni di persone, il 9,7% degli occupati in Italia. Secondo Emanuele Orsini, presidente Confindustria, il nostro Paese “ha potenzialità enormi, il made in Italy ha una grande capacità di riuscire a performare nel mondo”. Bisogna però costruire “un percorso virtuoso di competitività, oggi il tema dell’attrattività è fondamentale, riuscire ad essere attrattivi per un’impresa che arriva dall’estero è fondamentale, se si impiega 17 mesi per ottenere una concessione non si è attrattivi”, “attrarre persone nel Paese vuol dire generare Pil”. Sulle imprese estere pesa però la minaccia dei dazi. Si tratta di segmenti limitati in termini di numerosità, ma rilevanti all’interno del complesso delle vendite di merci dall’Italia agli Stati Uniti soprattutto in alcuni settori come l’industria delle bevande, la fabbricazione degli altri mezzi di trasporto, l’industria farmaceutica e la fabbricazione di autoveicoli.

Complessivamente, la quota di export nazionale verso gli Stati Uniti si attesta al 10,3%. Nel triennio 2022-2024 il 43,6% delle imprese estere esportatrici mostra flussi di export verso gli Usa in quota superiore al valore medio (29,7%), ma inferiore a quella registrata per le multinazionali italiane (51,4%). “Mi auguro si giunga ad un accordo con tariffe zero e mercato unico Usa-Europa-Canada”, confessa Tajani, in contatto col commissario UE per il commercio Maros Sefcovic. “L’ho sentito qualche giorno fa e mi sembrava più ottimista di qualche settimana fa”. Orsini è ancora più chiaro: “La guerra dei dazi per noi che esportiamo 626 miliardi di prodotto e generiamo 100 miliardi di surplus è ovviamente una follia. Non dobbiamo dimenticarci che gli Usa sono il secondo nostro mercato di esportazione, ma bisogna correre a trovare nuovi mercati”.

Con la minaccia dei dazi Usa, Confindustria abbassa stime Pil 2025 a +0,6%

L’Italia rallenta nel 2025 ma riprende slancio nel 2026 (+1%). A dirlo è il Centro Studi di Confindustria nel suo tradizionale Rapporto di previsione che fornisce una stima dell’impatto che la nuova politica tariffaria potrebbe avere sull’Europa. Nel documento vengono riviste al ribasso le stime della crescita del Pil 2025 a +0,6% da +0,9% previsto a ottobre 2024 a causa della spada di Damocle rappresentata dai dazi minacciati dall’amministrazione Trump.

Non possiamo pensare che non siano un problema per un Paese come il nostro – ha detto il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini – se stasera verranno applicati i dazi all’Europa sarà un ennesimo stop alle nostre imprese e alle nostre industrie“. Per questo, il numero uno di Confindustria invita l’Europa “a cambiare rotta” e ad aprire un tavolo di trattativa: “Serve negoziare tutti insieme, l’Europa deve essere unita per poter costruire un punto di negoziato, credo ci possa essere la possibilità di farlo”.

Perdere il mercato a stelle e strisce sarebbe esiziale, secondo Orsini: “Come Italia spediamo verso gli Stati Uniti 65 miliardi di prodotti italiani, con un saldo positivo di 42 miliardi. Quindi per noi è un grande problema perdere un mercato così importante”. Per questo motivo, Orsini ripete due espressioni “che ho utilizzato spesso negli ultimi mesi: una è ‘sveglia’, l’altra è ‘il tempo è finito’”. Il presidente si rivolge pertanto al governo italiano: “Abbia coraggio, serve fiducia. Abbiamo bisogno che ci siano politiche serie dell’Europa e un piano strutturale per l’Italia e per l’Europa”.

Da qui la proposta di un’apertura verso mercati alternativi, “come Mercosur e India che possono apprezzare i nostri prodotti”. Per l’Italia nel 2024 l’export di beni negli Stati Uniti è stato di 65 miliardi di euro, oltre il 10% del totale. Secondo il Rapporto, i settori più esposti ai dazi sono bevande, farmaceutica, autoveicoli e altri mezzi di trasporto. Le nuove tariffe su acciaio e alluminio al 25%, inoltre, porteranno a un calo medio di circa -5% dell’export di queste materie verso gli Usa, con un impatto macroeconomico minimo (circa -0,02% dell’export italiano di beni). Lo scenario peggiore “di un’eventuale escalation protezionistica, che comporti un persistente, invece che temporaneo, innalzamento dell’incertezza (+80% sul 2024), l’imposizione di dazi del 25% su tutte le importazioni Usa, comprese quelle dall’Europa, e del 60% dalla Cina e l’applicazione di ritorsioni tariffarie sui beni di consumo esportati avrebbe dunque un impatto cumulato negativo sul Pil“.

Ci sono poi alcuni fattori che agiranno in positivo, come il taglio dei tassi, la risalita del reddito disponibile reale totale delle famiglie grazie al progressivo recupero delle retribuzioni pro-capite, il buon contributo dei redditi non da lavoro, l’aumento dell’occupazione totale e il calo dell’inflazione, “sebbene gli ultimi due fenomeni si attenueranno nel 2025 e 2026”. Sul fronte dell’occupazione “nel 2025 e 2026 il ritmo di crescita dell’input di lavoro, misurato in termini di unità equivalenti a tempo pieno, è atteso riallinearsi con quello dell’attività economica (+0,5% e +0,7%, ritmo appena inferiore a quello dell’occupazione in termini di teste), contrariamente a quanto accaduto negli ultimi due anni. Ciò permetterà un miglioramento della produttività del lavoro, dopo i forti cali negli anni precedenti”. Sui conti pubblici, invece, il deficit pubblico “si attesterà al -3,2% del Pil nel 2025 e al -2,8% nel 2026, creando così le condizioni per l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo nel 2027”. 

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Nucleare a livelli record nel 2025, Pichetto auspica ok delega entro autunno

L’energia nucleare nel 2025 “è destinata a raggiungere livelli record”. Sarà dunque necessario affrontare le varie sfide correlate, tra cui i costi relativi a questa tecnologia, i ritardi dei progetti e il loro finanziamento. E’ la previsione contenuta nel rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie) presentato nella sede di Confindustria a Roma. Nell’analisi è sottolineato l’impulso che sta avendo il nucleare ultimamente su nuove politiche, progetti, investimenti e progressi tecnologici, vedi gli Small modular reactor (SMR). Dal suo rinnovato slancio, sostiene dunque l’Aie, si può ottenere quel potenziale per aprire una nuova era per questa fonte di energia sicura e pulita, vista la domanda di elettricità fortemente cresciuta in tutto il mondo. La conferma arriva dal direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol: “Il forte ritorno dell’energia nucleare previsto dall’Agenzia diversi anni fa è ormai ben avviato”, “il nucleare è destinato a generare un livello record di elettricità nel 2025”. E ancora: più di 70 GW di nuova capacità nucleare sono in costruzione a livello globale, “è uno dei livelli più alti degli ultimi 30 anni”, precisa Birol. E più di 40 paesi in tutto il mondo hanno piani per espandere il ruolo del nucleare nei loro sistemi energetici, con gli SMR in particolare che offrono un potenziale di crescita notevole. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin sposa il percorso: “Il dovere mio, del governo e del parlamento è mettere il Paese nelle condizioni di poter scegliere tra 3-4 anni”. Quanto allo schema di ddl delega al Governo in materia di nucleare sostenibile, il Mase lo ha inviato nei giorni scorsi a Chigi. “Sono state fatte alcune piccole modifiche”, precisa il ministro. Al suo interno c’è la trasformazione dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin) in ente certificatore, mentre Arera rimane l’ente regolatore. L’obiettivo ora è inserirlo “quando faremo un Consiglio dei ministri che vada anche oltre la contingenza attuale”. Il ddl “è pronto, può darsi che arrivi presto in Cdm insieme al dl Bollette”. La speranza è che poi il parlamento “riesca, senza comprimere nel modo più assoluto il dibattito, ad approvare la delega entro l’autunno”. Della stessa opinione Confindustria. “Se vogliamo garantire al Paese di avere energia sicura, energia a prezzi competitivi e un futuro decarbonizzato – afferma Aurelio Regina, delegato del presidente di Confindustria per l’energianon possiamo che puntare sul nucleare”. Però prima si deve intervenire sul meccanismo di formazione del prezzo. “Abbiamo un differenziale di prezzo con Germania, Francia e Spagna oggi ingiustificato ed è dovuto principalmente al nostro mix produttivo”, termina Regina.

A Parigi l’Italia industriale mostra la sua forza e impressiona Francia e Germania

Nei giorni 21 e 22 novembre scorsi si è tenuto a Parigi l’incontro trilaterale tra MEDEF, la Confindustria franceseBDI, la Confindustria tedesca, e la nostra  Confindustria. Ho partecipato e sono intervenuto ai lavori del convegno come Consigliere del Presidente Orsini per la Competitività e l’Autonomia strategica europee.

Si è trattato di un confronto importante perché, oltre agli esponenti delle associazioni degli industriali, sono intervenuti anche la Presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola, il Primo Ministro francese Michel Barnier, il Vice-Primo Ministro e Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, il Ministro dell’Industria italiano Adolfo Urso, il Ministro dell’Industria francese Marc Ferracci, il Sottosegretario tedesco all’Economia Bernhard Klutting.

Era annunciata anche la presenza della Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen che però all’ultimo momento non è potuta intervenire. Anche il Ministro dell’Economia tedesco Robert Habeck, che pure era atteso, non si è fatto vedere mostrando l’enorme difficoltà della politica tedesca in questo momento.

L’incontro trilaterale ha coinciso con un momento molto particolare e a tratti drammatico dell’economia europea: forte rallentamento della congiuntura ovunque e recessione in Germania, progressiva perdita di competitività dell’industria in generale e crisi drammatica dell’automotive, grandi incertezze geopolitiche connesse ai due conflitti in corso alle porte dell’Europa, vittoria di Trump alle presidenziali in USA e incognite relative all’annunciata politica dei dazi che verrà praticata dalla nuova Amministrazione americana e all’atteggiamento statunitense nei confronti della Nato.

Nella due giorni si è respirata un’aria di grande preoccupazione per la situazione attuale sia da parte industriale che da parte politica, e più volte sono stati richiamati i contenuti del Rapporto Draghi e il suo messaggio di fondo relativo alla necessità di agire con urgenza se si vuole evitare che il declino in atto in Europa si trasformi in una neanche troppo lenta agonia.

I dati macroeconomici sono impietosi. Nonostante condizioni al contorno molto favorevoli per l’Europa negli ultimi 20 anni (il più grande e ricco mercato del mondo, tassi di interesse bassissimi o in certi momenti nulli che avrebbero consentito investimenti in ricerca e sviluppo e innovazione che invece non sono stati fatti, energia comprata a costi bassi dalla Russia) la performance dell’economia europea ha continuato a peggiorare nei confronti delle due altre grandi aree economiche del mondo, Usa Cina.

Tale traiettoria negativa è confermata da una serie di elementi:

  • Il confronto tra l’andamento dell’economia americana e quella europea; nel 1992 i due continenti avevano una quota di PIL mondiale praticamente identica, oggi l’Europa è nettamente dietro gli Stati Uniti con un reddito medio pro capite  dei suoi cittadini che è praticamente la metà di quello americano;
  • Con riferimento alla quota di mercato dell’industria manifatturiera, a livello mondiale siamo passati dalla prima posizione del 2007 alla terza, dopo Usa e Cina, del 2022;
  • Nel ranking mondiale delle grandi imprese la prima impresa europea è solo 25esima;
  • Gli investimenti esteri in Europa, che per moltissimo tempo hanno superato di molto quelli realizzati negli Usa e in Cina, sono collassati del 44% nel periodo 2019-2023 rispetto ai dieci anni precedenti, con una riduzione di circa 150 miliardi di dollari all’anno;
  • A partire dal 2000 vi è stata una significativa caduta di produttività del lavoro rispetto a quella registrata negli Usa;
  • L’Europa rimane strutturalmente sotto gli Usa con riferimento alle spese di ReS (poco più di 2 miliardi di dollari l’anno contro i 3,5 degli USA) e negli ultimi due anni anche la Cina ha superato il nostro continente con riferimento a questo parametro;
  • Il prezzo dell’energia negli Usa è meno di un terzo di quello pagato in Europa dalle imprese industriali (se si guarda il dato italiano parliamo di 1/5).
  • E infine le tendenze demografiche europee sono drammatiche, con un progressivo invecchiamento e diminuzione della popolazione che apre prospettive fosche rispetto ai livelli di spesa sanitaria e sociale e alla loro sostenibilità.

A fronte di questa situazione che, come ho sostenuto più volte, comporta rischi esistenziali per l’Unione Europea e il suo modello sociale e politico, ed evidenzia i gravi errori di presunzione delle politiche europee dell’ultimo decennio,  afflitte da quella che ho definito “la sindrome del primo della classe”, non sembra ancora esservi una diffusa presa di coscienza.

In particolare il confronto di Parigi ha evidenziato da un lato titubanze e paure anche di parte degli industriali francesi e tedeschi e dei loro governi ad esprimere una critica troppo radicale dell’eccesso regolatorio dell’Europa e del green deal così come è stato concepito, dall’altro una posizione rigida e ideologica della burocrazia europea che nei suoi esponenti di punta ha confermato l’approccio iper regolatorio (che costituisce la fonte del suo potere) e il sostegno incondizionato alle politiche di decarbonizzazione estremiste e ideologiche dell’era Timmermans.

Emblematico al riguardo è stato l’intervento della tedesca Kerstin Jorna, Direttore Generale per il Mercato interno, l’industria, l’imprenditoria e le PMI della DG Crescita della Commissione. Discutendo e polemizzando con me in un panel dal titolo “Quali urgenti azioni sono necessarie per prevenire il declino e la debolezza dell’industria europea” Jorna, nello sconcerto generale della sala, ha affermato che l’unico modo per abbassare il prezzo dell’energia è continuare a investire esclusivamente in rinnovabili e non nel nucleare, che è troppo caro: alla faccia del principio di neutralità tecnologica.

Rispetto a questo quadro  e a tutte le sue incertezze la vera novità è stata la forza e la compattezza  della posizione italiana espressa chiaramente non solo dai rappresentanti di Confindustria ma anche dai Ministri Tajani e Urso. Le nostre posizioni sono state in gran parte recepite nella Dichiarazione finale firmata dai tre presidenti delle organizzazioni imprenditoriali di cui riportiamo il testo integrale in allegato. (leggi qui)

La sensazione che abbiamo avuto è che l’Italia industriale, anche per la profonda crisi in atto dell’economia e delle industrie tedesche e francesi, abbia un ruolo centrale e di traino  e che questo ruolo sia percepito come tale dagli altri partner europei.

Il primo Ministro francese Barnier ha riconosciuto che il modello industriale italiano, così diversificato in una molteplicità di filiere, così intrecciato con i territori e i distretti di specializzazione, così creativo alla ricerca della qualità, del design, dell’innovazione, così performante in termini di esportazioni (siamo i quarti del mondo avendo superato Giappone e Corea del Sud), così inclusivo anche dal punto di vista sociale, rappresenta un modello importante per la ricerca di competitività. E l’attenzione di Barnier per l’Italia è stata confermata dal fatto che la prima visita di Stato nel nuovo primo Ministro francese non sarà a Berlino ma a Roma.

L’industria italiana oggi resiste meglio alla tempesta per le caratteristiche sopra richiamate, e forse anche per l’attitudine degli italiani ad adattarsi e a gestire le situazioni di crisi in cui permanentemente abbiamo vissuto. Viene sempre alla mente la considerazione di Darwin “nel lungo periodo non vinceranno e sopravviveranno né i più forti, né i più intelligenti ma i più adattivi”.

Oggi noi italiani possiamo svolgere in Europa, senza presunzioni e arroganze, ma con autorevolezza, un importante ruolo di guida. Dobbiamo esserne coscienti per la responsabilità e la fatica che ci toccheranno ma anche con la consapevolezza di essere un grande Paese.

L.Bilancio, Meloni influenzata: l’incontro con i sindacati slitta all’11 novembre

L’incontro sulla manovra tra Giorgia Meloni e i sindacati slitta due volte nello stesso giorno. Inizialmente previsto per questo pomeriggio alle 17 (con un ritardo a detta di Cgil e Uil non giustificabile perché “a giochi fatti”), il confronto viene posticipato. Prima si parla del 12 novembre alle 8.30, a causa di uno stato influenzale della premier, comunicato tre quarti d’ora prima della convocazione, poi di nuovo anticipato all’11 novembre alle 9, a causa dell'”indisponibilità di uno dei sindacati seduti al tavolo“, fanno sapere fonti di Palazzo Chigi.

L’11 novembre però è anche il termine per la presentazione degli emendamenti dei partiti in Parlamento, dove nelle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato proseguono senza sosta le audizioni. Un incontro il giorno dopo sarebbe stato probabilmente tardivo.

Prima dell’incontro previsto con i sindacati, Meloni riceve il segretario della Nato Mark Rutte, tenendo un punto stampa dopo il bilaterale. Domattina in agenda è prevista la partecipazione della premier all’evento inaugurale del Gruppo Mondiale per l’Energia da Fusione, alla Farnesina, non ancora annullata ma “a rischio“.

Dal confronto della prossima settimana con i sindacati, però, non ci si aspetta grandi novità. Cgil e Uil hanno proclamato uno sciopero generale di 8 ore per il 29 novembre, giudicando la manovra “del tutto inadeguata” ma dicendosi pronti a rivederlo, a eventuali istanze accolte. Dallo studio di Bruno Vespa, però, Meloni non sembra voler tornare sui suoi passi, ribadendo di aver già accolto tutte le richieste possibili: “C’è un piccolissimo pregiudizio da parte di Cgil e Uil, tra l’altro con uno sciopero generale convocato qualche giorno prima di incontrare il governo – aveva detto -. Volevano la diminuzione del precariato e il precariato è diminuito, l’aumento dell’occupazione e l’occupazione è aumentata, più soldi sulla sanità e abbiamo messo più soldi sulla sanità. Se nonostante questo confermano lo sciopero non siamo più nel merito“. Cgil e Uil restano fermi. Questa legge, confermano in audizione, “rischia di peggiorare ulteriormente le cose”. Qualche apertura c’è invece da parte di Cisl, che non aderisce allo sciopero del 29 novembre e che vede nella misura “risposte alle esigenze dei lavoratori” anche se “ci sono aspetti migliorabili”.

Anche Confindustria però è pronta a esprimere perplessità alla premier, che incontrerà, con le altre associazioni d’impresa, il 13 novembre alle 16. In audizione gli industriali lamentano uno “stallo” dell’economia: “Il nostro auspicio era, e rimane, di una manovra incisiva, con una visione di politica industriale e un impulso deciso sugli investimenti”, confessa il direttore generale, Maurizio Tarquini, rimarcando che “al momento il testo non offre risposte adeguate ai problemi e ai rischi”.

Pil, allarme di Confindustria: +0,8% nel 2024, 0,9% nel 2025. Pesa crollo automotive

Photo credit: profilo Twitter Confindustria

Anche Confindustria rivede al ribasso le stime sul Prodotto interno lordo italiano. Il Rapporto di previsione ‘I nodi della competitività. La crescita dell’Italia fra tensioni globali, tassi e Pnrr’ elaborato dal Centro studi degli industriali evidenzia, infatti, che “la crescita del Pil, a seguito della revisione Istat, si attesta a +0,8% quest’anno e 0,9% il prossimo“. Numeri meno positivi per il governo, che intanto festeggia i primi due anni di attività con “l’inflazione più bassa d’Europa“: 0,7% annuo a settembre, mentre nell’Eurozona è ancora all’1,7, sebbene “nel 2025 è attesa risalire in parte nel nostro Paese, tendendo ad avvicinarsi ai valori della misura core, cioè poco sotto il +2%“. Anche per questo il documento sottolinea l’aumento del reddito disponibile che cozza con “i consumi frenati dall’elevato tasso di risparmio“.

I fattori che determinano questo risultato sono diversi, ma Confindustria ne individua due in particolare, il calo della Germania (che rende “debole” l’economia del Vecchio continente proprio mentre quella mondiale, invece, riprende quota) e il “crollo del settore dell’auto, che quest’anno è tornato al livello di produzione di inizio 2013” come “conseguenza dei costi elevati delle auto elettriche“. Altro peso sulla crescita è il costo di gas ed elettricità: “Sono ancora più alti in Italia, sia rispetto agli altri grandi Paesi europei come Francia e Germania, sia rispetto agli Stati Uniti, penalizzando la competitività delle imprese rispetto ai principali partner occidentali“, avvisa il Csc.

Per fortuna che c’è l’export a fare da “principale traino di crescita quest’anno“. Perché “nonostante la debole domanda europea (che rappresenta il 52% dell’export italiano) e in particolare tedesca (principale partner commerciale), continua ad andare meglio della domanda potenziale (media ponderata dell’import totale dei Paesi di destinazione)“.

Per capire a che punto è l’Italia, comunque, allargato il campo all’intera Europa, che sconta l’aumento delle tensioni geopolitiche, elemento che “accresce la possibilità di ripercussioni negative su commercio mondiale e prezzi delle materie prime“. Inoltre, “rimane alto il costo dei noli” e “aumentano le barriere protezionistiche” mentre “le elezioni presidenziali in Usa acuiscono l’incertezza“.

Riportando lo zoom sul nostro Paese, ci sono altri punti da elencare nel report. Perché “gli investimenti si fermano nel 2024, tornando ai livelli del 2008” e “solo parzialmente sono compensati da quelli previsti dal Pnrr“, che resta “cruciale per la crescita” sebbene le performance risultino in chiaroscuro. “L’Italia è più avanti degli altri nell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma dobbiamo correre“, infatti “quest’anno abbiamo speso poco: 9,5 miliardi su 44“. In questo senso si legge l’invito al governo a “semplificare” la misura Transizione 5.0perché sia efficace“.

Andando ancora avanti nella lettura, emerge che “la produzione industriale nel 2023 è diminuita del 2,4% e nei primi otto mesi del 2024 di un’ulteriore 3,2%, rispetto ai mesi corrispondenti dell’anno precedente“. Inoltre, nel terzo trimestre la percentuale rimane negativa, con una riduzione dello 0,5% acquisita ad agosto. Entrando nel dettaglio, a livello settoriale le performance sono molto differenti: “Crescono altri mezzi di trasporto, riparazioni e installazioni (+8,0% e +5,3% nei primi otto mesi dell’anno rispetto ai primi otto mesi del 2023), alimentari e carta (+2,7% e +1,9%), mentre pesa la contrazione dell’automotive (-17,9%), degli articoli in pelle (-15%) e dell’abbigliamento“. II valore aggiunto dell’industria, però, è previsto in recupero il prossimo anno (-0,8% nel 2024, in linea con l’acquisito, +1% nel 2025), grazie alla ripresa della domanda, interna ed estera, comunque modesta, tra fine anno e inizio 2025.

Infine, altra criticità è rappresentata dal “sistema Ets sempre più stringente e il Cbam operativo“, perché “le imprese europee continuano a perdere competitività“. Anzi, “crescono i rischi – avvisa Confindustria – che alcune di queste (sono il 9% del valore aggiunto manifatturiero in Italia come in Ue) chiudano o vengano trasferite fuori dall’Europa“.