Difesa, Crosetto: “Proposta su ritorno leva in Parlamento”. Opposizioni sulle barricate

L’Italia non è pronta ad affrontare le crescenti minacce mondiali, tantomeno da sola e con il numero attuale di uomini nelle forze armate. Ne è convinto Guido Crosetto, che vola a Parigi per incontrare la ministra delle Forze Armate, Catherine Vautrin.

Al centro c’è il tema dell’Ucraina e del piano di pace che l’Europa sta cercando di migliorare per renderlo “il più giusto possibile” e discuterlo poi con la Russia, perché, ricorda il ministro della Difesa, “chi si è sempre opposto a un piano di pace o a una tregua è stata la Russia”. E poi, insiste, la sicurezza dell’Ucraina è “parte della sicurezza europea e l’Europa esiste se le grandi nazioni europee cooperano tra di loro per costruirla, soprattutto quando si parla di difesa e deterrenza”.

Guardando oltre però, per il governo l’Italia e deve avere più uomini e mezzi da mettere in campo. Come hanno già fatto Germania e Francia, “anche noi dovremmo fare una riflessione” sul ripristino della leva militare, scandisce. Una riflessione che, spiega, “in qualche modo archivi le scelte fatte di riduzione dello strumento militare, ci sono motivi di sicurezza che rendono importante farlo”. L’idea è quella di portare il discorso in Parlamento con un disegno di legge. “Le regole in questo settore devono essere il più condivise possibili”, osserva Crosetto, che pensa a una ‘traccia’ che il Ministero della Difesa porterà in Consiglio dei Ministri e poi in Parlamento perché venga “discussa, aumentata, integrata e costruisca uno strumento di difesa per il futuro che ha bisogno non soltanto di più uomini, ma anche di regole diverse”.

Negli anni scorsi, riflette il ministro, sono stati costruiti modelli in Italia, in Germania, in Francia, che riducevano il numero dei militari, ma, insiste, “in questa nuova situazione tutte le nazioni europee mettono in discussione quei modelli che avevamo costruito 10-15 anni fa e tutti stanno pensando di aumentare il numero delle forze armate. Ognuno ha un suo approccio diverso, alcuni hanno addirittura ripristinato la leva”. Il ministro parla per l’Italia di uno schema su base volontaria.

Che però, fa notare Angelo Bonelli, esiste già. Il leader di Avs accusa il governo di stare trasformando l’Italia in una “vera e propria economia di guerra”, prima con la scelta di destinare il 5% del Pil alla spesa militare e “sottrarre, nei prossimi anni, centinaia di miliardi di euro alle vere priorità del Paese”. Ora, denuncia Bonelli, la proposta di reintrodurre la leva – abolita nel 2005 – rappresenta un “salto all’indietro” che va nella stessa direzione: “quella di trasformare i nostri giovani in soldati invece che in medici, insegnanti, ingegneri, educatori”. In Italia, ricorda, esiste già un esercito operativo e l’arruolamento avviene su base volontaria. Allora, domanda, “cosa significa voler riesumare la leva? Perché imporre la divisa a una generazione che chiede futuro, lavoro dignitoso, diritti e non militarizzazione?“. L’Italia secondo il Global Firepower Index, è la decima potenza militare mondiale e dispone di una delle maggiori capacità militari. “Noi diciamo con forza che questa strada non è percorribile – tuona il deputato ecologista –, non in nostro nome e non con il nostro voto”.

“Qui si continua a parlare solo di piani di guerra, leva, riarmo, enormi aumenti delle spese militari. Ma non è bastato il fallimento di questi 3 anni e mezzo?“, scrive Giuseppe Conte su Facebook. Il presidente del M5S parla di anni in cui l’Italia con l’Europa ha “scommesso sulla vittoria militare dell’Ucraina a suon di riarmo e invii militari, anziché puntare sui negoziati sin da subito. Avremmo evitato tanti morti, ottenuto condizioni più favorevoli per l’Ucraina ed evitato danni economici enormi per l’economia europea e italiana. Piuttosto che aprire un canale diplomatico siete ormai solo concentrati a preparare la guerra. Fermatevi”, implora.

“Reintrodurre la leva è complicato”, sottolinea il presidente della Commissione Difesa della Camera, in quota Lega, Nino Minardo. Ma ammette: “C’è un tema degli organici delle Forze armate, oggi sotto-dimensionati rispetto alle necessità operative, anche ordinarie”. Per il nostro Paese, “il modello della Riserva volontaria appare oggi il più vicino alle reali esigenze italiane, ed è su questo che la Commissione Difesa si è concentrata”, scandisce, ritenendo utile parallelamente valutare anche la reintroduzione dei carabinieri ausiliari.

Ucraina, Mattarella: “Serve esercito europeo”. Continua scontro diplomatico Roma-Mosca

Di fronte al pericolo sempre più concreto dell’allargamento della guerra in Ucraina, Sergio Mattarella chiede di accelerare sulla creazione di un esercito europeo. “Oggi nuovi conflitti si sono affacciati in Europa e nel Mediterraneo, interpellando la cornice di sicurezza costruita nel dopoguerra e le istituzioni poste a suo presidio”, osserva il capo dello Stato in occasione della Giornata delle Forze armate. “Il pericolo di allargamento del sanguinoso conflitto scatenato dalla aggressione all’Ucraina da parte della Federazione Russa – precisa – impone grande attenzione e un impegnativo sforzo di adattamento dello strumento militare, per la creazione di una comune forza di difesa europea che, in stretta cooperazione con l’Alleanza Atlantica, sia strumento di sicurezza per l’Italia e l’Europa“.

Tra l’Italia e la Russia, in queste ore, la tensione diplomatica sale. Tutto è partito dalle parole di Maria Sakharova, portavoce del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che ha collegato il crollo della torre medievale dei Conti, nei Fori Imperiali di Roma, all’impegno di Roma nei confronti di Kiev. Una dichiarazione che ha portato al richiamo dell’ambasciatore russo in Italia.

Mosca però “snobba” la Farnesina e invia a colloquio non l’ambasciatore, Alexey Paramonov, ma il consigliere della Federazione Mikhail Rossiyskiy. Non solo: il diplomatico parla di una “campagna antirussa aggressiva ed esecrabile” da parte dei media italiani, che avrebbero utilizzato le dichiarazione di Zarakhova come un “pretesto” per colpire la Russia. Sui social, l’ambasciata aggiunge che “indipendentemente dalla questione dei finanziamenti dell’Italia all’Ucraina, il diplomatico ha espresso le proprie condoglianze per la morte dell’operaio rumeno Octay Stroici, a seguito del crollo della Torre dei Conti”.

Al diplomatico la Farnesina ha rivolto un richiamo formale, contestando le “volgari parole” della portavoce del ministero degli Esteri russo. Il ministero italiano ribadisce la condanna delle “preoccupanti dichiarazioni della portavoce russa, diffuse mentre era in corso in Italia una tragedia che ha coinvolto vite umane”. Parole “ancor più inaccettabili – è stato sottolineato al vice capo missione russo – dopo i sentimenti di vicinanza espressi dall’Italia anche quando in Russia si sono verificati eventi luttuosi”. Secondo il ministero degli Esteri, l’ambasciata russa a Roma avrebbe nel colloquio “smentito” Zakharova, “rendendosi conto della volgarità commessa”. Ma, precisa, “tutte le dichiarazioni aggressive che provengono dalla Russia non fanno che rafforzare l’idea del popolo italiano di difendere chi è sotto attacco in una aggressione illegale e ingiustificata, in violazione del diritto internazionale“.

I tempi sono “complessi”, ricorda Guido Crosetto nel messaggio per la Giornata delle Forze armate, e la pace “non è più scontata”. Le guerre del XXI secolo, osserva, non si combattono solo sul terreno: “Si combattono nello spazio, nel cyberspazio, nella dimensione cognitiva, attraverso una guerra ibrida e invisibile che si gioca sui dati, sull’informazione, sulle percezioni”. Il ministro della Difesa conferma che arriverà presto il 12esimo pacchetto di aiuti per Kiev e non dà peso alle parole provocatorie della portavoce di Lavrov: “Non leggo mai cosa dice questa signora…”, confessa a La Repubblica, derubricando le sue dichiarazioni a “una microscopica parte, né rilevante né sofisticata come lo sono altre, della capacità di disinformazione russa”. 

Mosca: “Italia crolla se sostiene Kiev”. Farnesina richiama ambasciatore: “Abisso di volgarità”

Il dodicesimo pacchetto di aiuti dell’Italia a Kiev è in arrivo. Mentre il ministro della Difesa, Guido Crosetto, annuncia la notizia parlando con i cronisti al ministero, nel centro di Roma si consuma una tragedia: una porzione della torre medievale dei Conti, nei Fori Imperiali, crolla, coinvolgendo quattro operai.

La notizia dovrebbe essere totalmente slegata all’impegno del Paese per l’Ucraina. Ma Maria Zakharova, portavoce di Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, la utilizza per attaccare i piani di Roma: “Finché il governo italiano continuerà a spendere inutilmente il denaro dei contribuenti, l’Italia crollerà completamente: dall’economia alle torri”, scrive su Telegram.

Parole che sollevano l’indignazione trasversale del Paese. A partire dalla Farnesina, che convoca subito l’ambasciatore russo in Italia, Alexey Paramonov, per un richiamo formale e che tramite fonti interne fa filtrare un commento durissimo: Mosca è piombata in un “abisso di volgarità”, sostiene il dicastero, definendo le frasi di Zakharova “squallide” e “preoccupanti”. Dal ministero degli Esteri viene ricordato che “a nessuno in Italia, proprio a nessuno, sarebbe mai venuto in mente di gioire, di speculare su un incidente, una tragedia in cui siamo ancora tutti coinvolti come popolo italiano”. L’Italia, viene garantito, manterrà “modi civili” ed “educazione”. Come è stato fatto anche in questi mesi, quando in Russia è stato attaccato un centro commerciale. “Esprimeremo sempre e comunque solidarietà e amicizia per i più deboli, per chi è in difficoltà, per chi è sotto attacco. Per questo appoggiamo il popolo ucraino. Perché siamo italiani“, scandiscono le fonti.

In mattinata, Crosetto aveva spiegato che gli aiuti italiani, in termini di mezzi, restano secretati, ma che verrà inviato a Kiev tutto quello che sarà possibile “senza indebolire la nostra difesa“. Che comunque, ha insistito, va rafforzata urgentemente. Non perché lo chiede la Nato, ma perché “siamo preoccupati”, ha confessato il ministro. “Dobbiamo prepararci in modo serio a dover difendere il paese, è finito il tempo di dover edulcorare le parole. I tempi sono molto cambiati, la difesa ha il compito di programmarli per affrontare tutti gli scenari. Non siamo ancora all’altezza di farlo, i tempi però non li decidiamo noi”, ha detto, domandando che si eviti una spaccatura tra maggioranza e opposizione sul tema. “In momenti come questo l’investimento in difesa non dovrebbe essere un elemento di differenziazione, è la garanzia che esistano una maggioranza, un’opposizione e un Parlamento anche in futuro, è il prerequisito che gli ospedali ci siano e non siano abbattuti, che le scuole siano aperte perché tutto funziona bene e perché c’è la pace”.

Quanto all’Ucraina e alla possibilità che accetti o meno la tregua proposta dalla Russia in cambio dei territori occupati, “il limite di ciò che Kiev può accettare o meno lo decide l’Ucraina e non noi”, ha messo in chiaro Crosetto, ammettendo che sarà “difficile” che l’Ucraina possa riconquistare una parte dei territori persi. Crimea in primis, che non è più sua dal 2014. Sul tema la palla passa a Kiev, anche se il problema più grosso, ha osservato, è che “la Russia per ora non ha mai dimostrato la volontà di affrontare la pace, neanche parlando di cessione dei territori”.

Governo vara legge di Bilancio da 18,7 miliardi. Meloni: “Otto alle imprese, 1,6 alle famiglie”

Una Manovra da 18,7 miliardi di euro, “molto seria ed equilibrata” e “più leggera” del passato, che “tiene conto anche nel quadro complessivo” e “va nel solco delle precedenti”. Giorgia Meloni presenta così la quarta Manovra della sua legislatura, in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo un rapido Cdm riunitosi a metà mattinata per approvare la legge di Bilancio 2026.

Con lei ci sono i leader di maggioranza, dai vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani a Maurizio Lupi. E ovviamente il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Agli istituti di credito alla fine verrà chiesto un prelievo modellato sugli accordi già adottati negli anni scorsi, su questo punto la Meloni dice di non temere contraccolpi: “Ho detto che non c’era alcun intento punitivo, abbiamo chiesto al sistema di darci una mano”.

L’attenzione generale della Manovra è rivolta a quattro priorità”, sottolinea la presidente del Consiglio: famiglia e natalità, riduzione delle tasse, sostegno ai salari e alle imprese, sanità. Super deduzione al 120% del costo del lavoro, che sale fino al 130% per alcune categorie di soggetti più fragili, per favorire le assunzioni. Circa 8 miliardi di investimenti previsti per le imprese, sterilizzata Plastic & Sugar Tax. E ancora: rifinanziato il credito d’imposta per la Zes, che viene portato a 2,3 miliardi. Proroga della sterilizzazione di plastiche sugar tax a tutto il 2026, rifinanziata la nuova Sabatini. La Manovra stanzia poi 1,9 miliardi sui salari e contro il lavoro povero, con l’obiettivo di tagliare dal 5 all’1% la tassazione sui premi di produttività elevando la soglia dei premi soggetti ad aliquota sostitutiva. Meno tasse per il ceto medio, sull’Irpef si taglia l’aliquota dal 35 al 33% fino a 50mila euro, con una misura da 2,8 miliardi.

Alle famiglie 1,6 miliardi in più, col bonus per le mamme lavoratrici che sale da 40 a 60 euro. Previsto poi un incremento di 20 euro mensili per le pensioni minime. Sul fisco è stata predisposta una rottamazione della durata di 9 anni, con rate bimestrali di pari importo. Quindi 2 miliardi per l’adeguamento salariale al costo della vita; proroga al 2026, alle stesse condizioni del 2025, delle detrazioni fiscali per spese edilizie, nuove risorse per la sanità e ulteriori fondi per il welfare. Quanto alle spese destinate alla Difesa, fa sapere la premier, l’incremento dello 0,15% sarà coperto con misure aggiuntive rispetto alla legge di bilancio. Il governo, poi, ha ritenuto di non attivare finora la clausola Safe perché “ha l’ambizione di uscire dalla procedura d’infrazione sul deficit un anno prima del previsto, quindi cioè già quest’anno”, spiega Giorgetti.

Sulla Manovra, assicura il responsabile del Mef, “non è stata fatta un’opera di aumento della pressione fiscale ma di redistribuzione della pressione fiscale”. Quanto alla tassazione sugli extraprofitti, precisa il ministro, si tratta di una misura “discrezionale”: “Alle banche diamo la possibilità di liberare riserve ad una aliquota più vantaggiosa”. Mentre sul piano Casa, aggiunge il titolare di via XX Settembre, “oltre ai 660 milioni stanziati nella scorsa legge di bilancio, c’è il Fondo sociale per il clima”. Esulta Tajani, che a nome di Forza Italia chiedeva di evitare tasse sugli extraprofitti delle banche: “Non ci saranno, questo vuol dire che c’è stato un lavoro condiviso”. Conferma Giorgetti: “Crediamo che l’impatto delle misure adottate nei confronti del sistema bancario e assicurativo, sia assolutamente sopportabile”. Mentre Salvini si dice soddisfatto per la rottamazione delle cartelle esattoriali: “Ossigeno per 16 milioni di italiani: 9 anni di rate tutte uguali, senza una maxi rata di ingresso e senza sanzioni. Sono 108 rate tutte uguali”.

Polemizza però l’opposizione. Secondo Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde e deputato Avs, la Manovra “è un atto di ingiustizia sociale, taglia servizi e rinuncia a tassare i grandi profitti. Il governo ha chiesto alle banche un contributo truffa, che non è una tassa ma un’anticipazione fiscale”. Manovra “brodino – attacca Enrico Borghi, vicepresidente Iv – che non impatta in alcun modo ed è fatto solo per galleggiare”. “È la Manovra più modesta e rinunciataria degli ultimi anni”, afferma il senatore Antonio Misiani, responsabile Economia nella segreteria del Pd.

Pnrr, revisione non interesserà la difesa. Foti: “Entro novembre ottava rata sarà liquidata”

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza procede spedito. L’Italia ha presentato la richiesta di liquidazione dell’ottava rata, che dovrebbe saldata entro i prossimi due mesi. Il ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione, Tommaso Foti, lo annuncia durante il question time di questo pomeriggio alla Camera: “Ho ragione di ritenere, dalle interlocuzioni che ci sono state con la Commissione europea e segnatamente in primo luogo con la task force che segue il Pnrr per la commissione, che entro il mese di novembre l’ottava rata sarà liquidata”.

Le risorse erogate attualmente ammontano a circa 140 miliardi di euro, pari al 72% della dotazione del piano. A novembre dovrebbe essere del 79%. In Ue, i Paesi che hanno concorso al Pnrr hanno per il momento liquidazioni pari al 57%. Su traguardi e obiettivi, ad oggi, l’Italia è al 54%. La media dei Paesi europei è al 38%. La revisione, ha chiarito il ministro, non intaccherà alcun piano che riguardi salute, cultura, istruzione e sport, né anticipa una rimodulazione per quanto riguarda le spese della Difesa.

Ad oggi il Pnrr ha in attivo interventi finanziati pari a 447.065, sono stati conclusi 294.597 interventi conclusi, 28.128 sono in fase di conclusione e 106.214 i progetti in esecuzione. In tutto c’è il 96% di progetti pienamente attivi con un impegno di spesa di 148 miliardi. Al 31 agosto sono stati 86 i miliardi certificati, a cui vanno aggiunti 20 miliardi di quelli che sono gli strumenti finanziari e le facility. Per il ‘Piano un Giga’ invece, il cui bando “ha previsto due soli soggetti attuatori”, il ministro sottolinea come sia stato realizzato uno strumento finanziario “di entità modesta, che consentirà entro i prossimi due anni di raggiungere l’obiettivo”.

Su questo punto protesta l’opposizione. “Senza Pnrr non ci sarebbe nemmeno la misera crescita del Pil dello zero virgola – dice Antonino Iaria deputato M5S e componente della Commissione trasporti, poste e telecomunicazioni – il governo fa solo revisioni, come quella del ‘Piano un Giga’, dimostratosi fallimentare, con gestione opaca del lavoro svolto dal principale operatore Open Fiber”. Pronta la replica del deputato di Fratelli d’Italia, Grazia Di Maggio: “Iaria può stare tranquillo, il ministro Foti è stato chiaro: tutti i dati relativi al ‘Piano un Giga’ sono stati verificati ed entro due anni gli obiettivi del progetto saranno raggiunti. Lo strumento finanziario è stato creato proprio per raggiungere l’obiettivo previsto, di certo non per ridimensionarlo”.

Sulle polemiche per la revisione del Piano, Foti risponde invece snocciolando i dati dei vari Stati che rientrano nel Pnrr: Belgio con Pnrr da 5,9 miliardi e sette proposte di revisione, Germania con 30 miliardi e quattro proposte di revisione, Portogallo con 22 miliardi e quattro proposte, Finlandia con 2 miliardi e quattro revisioni, Irlanda con un miliardo e cinque revisioni, Repubblica Ceca con 6,4 miliardi e quattro proposte, Grecia con 40 miliardi e quattro proposte. Spagna con 163 miliardi e cinque proposte. “Noi, con 194 miliardi, abbiamo proposto cinque revisioni. Il rapporto tra entità dei Piani e numero delle revisioni – conclude Foti – parla da sè”. 

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Russia, Meloni: “Calpesta statuto Onu”. Crosetto: “A provocazioni risposta ferma e razionale”

(Photo credit: Palazzo Chigi)

La pazienza nei confronti di Mosca si sta esaurendo anche per l’Italia, che continua a sostenere la linea del dialogo, ma lancia un messaggio chiaro: la risposta alle “provocazioni” sarà compatta e logica.

A tre anni e mezzo dall’inizio del conflitto, dal palco dell’assemblea generale dell’Onu, Giorgia Meloni chiede alle nazioni unite di “riflettere” sulle conseguenze dell’aggressione. La Federazione Russa, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, ha “deliberatamente calpestato l’articolo 2 dello Statuto dell’Onu violando l’integrità e l’indipendenza politica di un altro stato sovrano con la volontà di annetterne il territorio e ancora oggi non si mostra disponibile ad accogliere seriamente alcun invito a sedersi al tavolo della pace“, denuncia. La premier italiana parla di una “ferita profonda inferta” dalla Russia al diritto internazionale che “ha scatenato effetti destabilizzanti molto oltre i confini nei quali si consuma quella guerra“. Il conflitto in Ucraina, insomma, osserva la presidente del Consiglio, “ha riacceso e fatto detonare diversi altri focolai di crisi, mentre le Nazioni Unite si sono ulteriormente disunite“.

Le ultime violazioni dello spazio aereo della Nato da parte di aerei e droni russi sono per Guido Crosetto un campanello d’allarme che “non si può ignorare. Il ministro della Difesa comunica al Parlamento sugli attacchi a danno della Global Sumud Flotilla, ma non può non toccare il tema Russia. Gli eventi in Polonia e in Estonia sono una “specie di test, una sorta di provocazione” che richiede, scandisce, una “risposta ferma, razionale e coordinata“.

L’Italia, ricorda il ministro della Difesa, sin dalle prime avvisaglie, ha messo schierato quattro F-35, la batteria di difesa aerea Samp-T (che sarà mantenuta più a lungo del previsto) e un aereo radar fondamentale per la sorveglianza e la difesa aerea. E’ presente nel Baltico dal 2017 con la missione in Lettonia per “rispondere con determinazione al mutamento della postura russa”, precisa Crosetto. Oggi Roma è tra i principali contributori sul fianco Est con oltre 2000 militari, mezzi terrestri impegnati nell’attività di Forward Land Forces, caccia, Eurofighter, veicoli di comando e controllo, sistemi radar e difesa una presenza che, rivendica il ministro, “testimonia la serietà del nostro impegno nell’alleanza atlantica”.

La postura è “ferma, ma non provocatoria“, spiega, proprio perché l’obiettivo è di far sì che la situazione “non degeneri”, evitando di “cadere nella provocazione”, perché un’escalation avrebbe “conseguenze negative per tutti“. La strada da seguire per il governo quindi non è quella della paura, ma della responsabilità: “Difendere la pace significa essere pronti a proteggerla e oggi più che mai dobbiamo dimostrare che l’Europa e la Nato sono uniti, vigili e determinati“.

Intanto, sul fronte interno, l’esecutivo lavora a un piano nazionale per la protezione delle infrastrutture strategiche con sistemi anti-droni, già attivi nell’aeroporto di Roma: “È una risposta necessaria a una minaccia che oggi può non più essere solo convenzionale, ma anche ibrida e tecnologica“, riferisce Crosetto. Che ribadisce: “L’Italia e l’Europa non sono pronte ad affrontare un conflitto su larga scala, ma sono pronte a fare qualunque cosa per evitare un conflitto”.

Ponte Stretto, Mit risponde all’ambasciatore Usa: “E’ finanziato, non servono fondi Nato”

Il Ponte sullo Stretto di Messina è “già interamente finanziato con risorse statali e non sono previsti fondi destinati alla Difesa”. Al momento, l’eventuale utilizzo di risorse Nato “non è all’ordine del giorno e, soprattutto, non è una necessità irrinunciabile”. Il Ministero dei Trasporti e delle infrastrutture, guidato da Matteo Salvini, risponde all’ambasciatore Usa alla Nato, Matthew Whitaker, e assicura che “l’opera non è in discussione”.

Ieri, il diplomatico statunitense ha criticato il tentativo del governo italiano di far confluire l’investimento dell’infrastruttura nell’accordo firmato a giugno tra i Paesi Nato per alzare al 5%, entro dieci anni, la propria spesa militare. “E’ contabilità creativa”, ha spiegato Whitaker, per cui è fondamentale che l’obiettivo del 5% si riferisca “specificamente alla difesa e alle spese correlate”.

L’ambasciatore ha avuto conversazioni con vari Paesi “che stanno adottando una visione molto ampia della spesa per la difesa” e continua a monitorare la situazione italiana, anche grazie ai meccanismi di supervisione adottati dalla Nato. Non una buona notizia per il governo, che aveva pensato a questa soluzione per ammorbidire il proprio impegno nell’investimento.

Il Ponte – di 3.300 metri e destinato ad essere quello a campata unica più lungo del mondo – prevede un investimento di circa 13,5 miliardi di euro, secondo quanto approvato dal Cipess lo scorso 6 agosto. L’impegno preso dai paesi Nato sulla Difesa è invece composto da due voci: 3,5% di spese per armamenti e personale militare, 1,5% di spese per la sicurezza. Quindi anche infrastrutture generalmente utilizzate per scopi civili, che in caso di necessità possono essere utilizzate anche per fini militari.

La dichiarazione di Whitaker però incendia le opposizioni, su tutte i Verdi del leader Angelo Bonelli:Crolla la favola della strategicità militare”. Secondo il deputato ambientalista, “é un’operazione di ‘accounting creativo’, come l’ha definita l’ambasciatore Usa alla Nato”, “il Ponte è una grande operazione elettorale, non un’infrastruttura necessaria”. Sul piede di guerra il M5s, da sempre contrario ideologicamente all’opera. Per Agostino Santillo, vicepresidente della commissione ambiente alla Camera, “pure gli americani hanno capito l’ennesima fesseria di Salvini”, “il Ponte non ha alcun valore strategico militare”. Governo “sbugiardato dagli amici americani”, aggiunge la senatrice M5S Ketty Damante, segretaria in commissione Bilancio. “Non solo si buttano 13,5 miliardi sull’opera – sottolinea Pietro Lorefice, capogruppo M5S in Commissione politiche Ue al Senato – ma li si vogliono usare con una logica da furbetti del quartierino, ricorrendo cioè a trucchetti di bilancio. Che pena senza fine”. Per Anthony Barbagallo, capogruppo Pd in Commissione Trasporti alla Camera, “il centrodestra continua la narrazione del Ponte sullo Stretto usato come specchio per le allodole”. La vicenda investe totalmente il campo politico, anche perché tra poco si andrà al voto su una delle due sponde del Ponte. Il candidato presidente della Regione Calabria per il fronte progressista, Pasquale Tridico, rincara la dose: “La destra prende in giro gli italiani, gli Stati Uniti e la Nato non si sono fatti fregare da Salvini e soci. Il Ponte sullo Stretto non è una priorità dell’Italia, tanto meno dei calabresi e dei siciliani”. La replica è affidata a Claudio Durigon, vice segretario nazionale della Lega: “In Calabria l’unico che sta prendendo in giro i cittadini è il candidato del cosiddetto campolargo, Tridico. Il Ponte si farà e porterà investimenti, innovazione e posti di lavoro. I calabresi non si faranno fregare da chi, dal comodo pulpito di Bruxelles, cerca di fare l’unica cosa di cui è capace: gettare polvere negli occhi degli elettori”.

Difesa, nel 2024 spesa a 343 miliardi di euro in Ue: è record. E nel 2025 crescerà ancora

Nel 2024, la spesa totale per la Difesa dei 27 Stati membri dell’Ue ha raggiunto i 343 miliardi di euro, con un aumento del 19% rispetto al 2023, portandola all’1,9% del Pil. E’ quanto emerge dal report ‘Defence data 2024-2025’ della European Defence Agency (Eda). I dati stimati suggeriscono che nel 2025 gli Stati membri potrebbero superare la soglia del 2% fissata dalla Nato, raggiungendo i 392 miliardi di euro (a prezzi correnti, 381 miliardi di euro a prezzi costanti del 2024) o il 2,1% del Pil. Gli investimenti, spiega l’agenzia, hanno raggiunto un livello “record” nel 2024, superando per la prima volta la soglia dei 100 miliardi di euro e raggiungendo i 106 miliardi di euro. Hanno rappresentato il 31% della spesa totale per la difesa, la quota più elevata registrata dall’Eda dall’inizio della raccolta dei dati. Si prevede che la tendenza continuerà nel 2025, portando la spesa per gli investimenti nella Difesa a circa 130 miliardi di euro. “L’Europa sta spendendo somme record per la sua difesa, per garantire la sicurezza dei nostri cittadini, e non ci fermeremo qui”, spiega la responsabile della diplomazia dell’Unione europea Kaja Kallas, che presiede l’Eda.

I paesi europei hanno aumentato notevolmente le loro spese militari dall’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 e, ancora di più, dopo l’invasione dell’Ucraina lanciata dal Cremlino nel febbraio 2022. I paesi della Nato, di cui fanno parte anche 23 Stati dell’Ue, hanno inoltre deciso di intensificare ulteriormente i loro sforzi, destinando almeno il 5% del loro prodotto interno lordo alla sicurezza nei prossimi dieci anni, di cui il 3,5% a spese strettamente militari. Per raggiungere quest’ultimo obiettivo “sarà necessario raddoppiare gli sforzi e spendere in totale più di 630 miliardi di euro all’anno” nell’Ue, dice André Denk, direttore dell’Eda.

Come negli anni precedenti, anche nel 2024 la spesa per l’acquisto di attrezzature di difesa è stata il principale motore dell’aumento degli investimenti complessivi nel settore, con 88 miliardi di euro, registrando una crescita record del 39% rispetto al 2023.  La spesa per la ricerca e lo sviluppo (R&S) è aumentata del 20% e ha raggiunto i 13 miliardi di euro nel 2024, segnando un forte aumento della crescita. Nel 2025 si prevede un ulteriore aumento della spesa, che raggiungerà i 17 miliardi di euro.

Le spese per la ricerca e la tecnologia sono salite a 5 miliardi di euro nel 2024. Si tratta di un forte aumento del 27% rispetto al 2023 e rappresenta il terzo più consistente registrato dall’Agenzia, dopo una crescita del 46% nel 2020 e del 41% nel 2021. Si prevede che questa tendenza porterà la spesa per la R&T a 6 miliardi di euro nel 2025. L’Eda osserva che l’aumento della spesa per la Difesa, insieme alla quota relativamente modesta degli sforzi di collaborazione nella spesa degli Stati membri, “evidenzia l’opportunità unica di sfruttare appieno le possibilità di collaborazione, avvalendosi delle possibilità di finanziamento dell’UE e migliorando così l’efficienza della spesa e l’interoperabilità dei sistemi d’arma nei paesi europei”.

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Difesa, Meloni studia potenzialità di Safe con le partecipate: “Strategia su investimenti”

Dario Borriello Archiviato (per modo di dire) il discorso dei dazi Usa, è tempo di riprendere il filo del piano industriale sulla difesa. I segnali che arrivano dall’Europa non si sono mai veramente interrotti e l’Italia deve prepararsi adeguatamente al nuovo corso continentale. Ragion per cui Giorgia Meloni riunisce a Palazzo Chigi i vertici delle società partecipate che saranno tra i player di questa partita.

L’Italia è tra i Paesi che hanno chiesto a Bruxelles di attivare il Safe, acronimo di Security action for Europe, lo strumento finanziario del piano Rearm/Readiness 2030 Ue, che prevede di raccogliere sui mercati finanziari fino a 150 miliardi di euro da destinare a chi sosterrà investimenti nella difesa, nelle infrastrutture a duplice uso, nelle capacità informatiche e nelle catene di approvvigionamento strategiche. Stando a quanto filtra dal governo, Meloni ha chiesto ai manager di “avviare un confronto nell’ambito delle recenti novità tese a dare priorità alla Sicurezza e alla difesa a livello europeo, al fine di tradurre in termini di occupazione e crescita gli strumenti messi a disposizione dalla Commissione europea, quali Safe ed Escape clause (clausola di fuga), che consente ai governi nazionali di assumere impegni di spesa nel settore senza incidere sul Patto di stabilità e crescita”. Ad ascoltare le richieste della premier, che al suo fianco aveva anche il vicepremier, Antonio Tajani, e i ministri della Difesa, Guido Crosetto, e naturalmente dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, c’erano i ceo delle più importanti aziende su cui lo Stato può contare in questa nuova transizione. Dall’amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, all’ad e direttore generale di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, poi i ceo di Cassa depositi e prestiti, Dario Scannapieco, e Invitalia, Bernardo Mattarella, e l’amministratore delegato e direttore generale del Gruppo Fs, Stefano Donnarumma.

Ciò che emerge dalla riunione è la necessità di “delineare una strategia che identifichi i principali punti sui quali investire, attivare più possibile investimenti dual use”, cioè che consentano di avere un ritorno anche sul piano civile, e “definire una compatibilità dei nostri investimenti con quelli attivati dai partner europei”. Il focus deve essere condotto con profondità, ma in tempi non troppo dilatati.

Le iniziative adottate in Europa non dispiacciono a Roma, soprattutto il Safe i cui debiti, soltanto pochi giorni fa, Giorgetti valutava “interessanti, perché sono più convenienti dei Btp, è una fonte di finanziamento alternativa per finanziare delle spese per la spesa di investimento della Difesa che in larga parte sono già previste e che sono già in itinere”. Sullo strumento ci punta molto la Commissione, che prevede di attivare almeno 127 miliardi di euro di potenziali appalti per la difesa. Una cifra invitante, su cui si sono accesi i riflettori dell’Italia che vuole valorizzare l’opportunità del Safe, così come altri 18 Stati membri, ad esclusione della Germania, che al momento non ha presentato manifestazioni di interesse. Non è detto che la situazione non possa cambiare nei prossimi mesi, motivo in più, per il governo, di accelerare e non rischiare di arrivare impreparato al momento clou. Che non dovrebbe essere poi troppo lontano.

Trump: “Armi a Kiev ma pagherà l’Europa. Mosca? Dazi al 100% senza accordo”

Armi, “le migliori del mondo”, a Kiev, ma “gli Usa non pagheranno nulla”, perché il conto andrà tutto all’Europa. Nel mezzo, tra le due sponde dell’Atlantico, c’è la Nato di Mark Rutte, il ‘ponte’ tra i due continenti. Il presidente degli Usa, Donald Trump, ha annunciato il suo piano per supportare l’Ucraina, flagellata da oltre tre anni di guerra (conflitto che era “di Biden, non il mio” e “se io fossi stato presidente non ci sarebbe stato”), ma ha assicurato che gli Stati Uniti non vogliono più “spendere tutti i soldi”. L’intesa è frutto di un accordo con l’Alleanza atlantica: “noi costruiremo delle armi all’avanguardia, le invieremo alla Nato” che, a sua volta le farà avere “ad altri Paesi” europei e “ci sarà una sorta di sostituzione”. Si tratta, ha spiegato Rutte, di un “numero molto elevato di equipaggiamenti militari”, in particolare attrezzature per la difesa aerea, missili e munizioni.

Un accordo che per il numero uno della Nato “è davvero una cosa importante” e “parte dal summit dell’Alleanza che ha avuto un grande successo”, definendo investimenti pari al 5% del Pil nelle spese per la difesa. L’Europa, ha detto Rutte “sta facendo il primo passo, sta entrando in gioco. Io ho contattato una serie di paesi come la Germania, la Finlandia, la Danimarca, la Svezia, la Norvegia, il Regno Unito, il Canada, tutti vogliono essere parte di questa iniziativa e questo è soltanto il primo contatto, quindi noi lavoreremo attraverso la Nato per far sì che gli ucraini abbiano quello di ciò di cui hanno bisogno”. I primi missili Patriot, ha assicurato Trump, “arriveranno a giorni” e serviranno perché “la Russia davvero li sta bombardando con molta forza”.

Almeno “quattro volte” ha spiegato il repubblicano, “ho pensato che l’accordo fosse vicino” e per questo “sono deluso dal presidente Putin”. Da qui la decisione di introdurre “dazi doganali secondari”, ovvero sui paesi alleati di Mosca. “Se non avremo un accordo entro 50 giorni, i dazi doganali saranno al 100%” ma “spero che non si arrivi a quel punto”, ha aggiunto. In sostanza, se non verrà definita “una pace duratura”, l’accetta delle imposte doganali Usa si abbatterà su tutto il sistema economico che ruota intorno a Mosca, nel tentativo di aumentare la pressione per spingere verso un accordo. “Se fossi in Putin – ha aggiunto Rutte – prenderei i negoziati più seriamente” di quanto fatto finora.