Per Meloni dazi al 15% “sostenibili”. Ma Schlein attacca: “Resa alle imposizioni di Trump”

Per Giorgia Meloni avere dazi sulle esportazioni in Usa al 15% è una “base sostenibile”. Sicuramente meglio di una guerra commerciale, che “avrebbe avuto conseguenze imprevedibili, potenzialmente devastanti”. La premier, da Addis Abeba, dice la sua sull’accordo stretto da Donald Trump e Ursula von der Leyen in Scozia, ma intravede ancora qualche spiraglio nelle pieghe del negoziato tra Bruxelles e Washington: “Bisogna valutare i dettagli e lavorarci, perché quello sottoscritto domenica non è vincolante, su alcune cose c’è ancora da battersi”.

Il pensiero, ovviamente, corre a settori come la farmaceutica o i vini, che pesano per un Paese come l’Italia. Si tratta di speranze più che di certezze, ma visti i tempi è pur sempre un punto di partenza migliore del 30% prospettato solo poche settimane fa dal tycoon. Meloni riconosce alla presidente della Commissione Ue di essere stata chiara nel dire che “bisogna andare nei dettagli, dunque essere certi che ci siano alcuni settori sensibili inseriti nell’accordo”, verificando se siano possibili esenzioni, “particolarmente su alcuni prodotti agricoli”.

La presidente del Consiglio non si sbilancia, invece, sugli approvvigionamenti di energia dagli Usa: “Non so a cosa si riferisca, al momento non so valutarlo”. Vuole prima vedere i testi nero su bianco, anche se nel frattempo vanno studiate strategie per aiutare i settori che ne usciranno più colpiti dai dazi. Sul punto Meloni si aspetta di più dall’Ue: “Semplificazioni, mercato unico, c’è tutto un lavoro su cui l’Europa non può più perdere tempo, anzi deve accelerare e compensare i possibili limiti”.

La macchina italiana, intanto, si attiva. Antonio Tajani riunisce alla Farnesina i rappresentanti del mondo produttivo, davanti ai quali ammette che i dazi al 15% sono alti ma “sostenibili”, confermando così la versione del governo. “Il rischio era avere una situazione peggiore”, ammette il ministro degli Esteri agli imprenditori, ai quali esprime una preoccupazione ancora maggiore: “La svalutazione del dollaro, una sorta di altro dazio”. La speranza è che la Bce abbassi ancora i tassi, ma di soluzioni ne prospetta almeno un paio a caldo: “Un quantitative easing o una procedura accelerata modificando per qualche mese il Sme Supporting Factor, che agevola il credito alle piccole e medie imprese, portandolo da 2,5 a 5 milioni”.

Se agli occhi del vicepremier “questa era la migliore trattativa possibile”, per il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, “forse era difficile fare di più”. Il responsabile del Mase ritiene che sia presto per valutare gli impatti dei dazi sull’economia italiana, ma una battuta geo-economica se la concede a ‘PiazzAsiago’: “Per noi sicuramente Kamala Harris sarebbe stata più conveniente”.

Almeno su questo non potrebbe che concordare Elly Schlein. “Non è un buon accordo come sostiene il governo Meloni – commenta la segretaria del Pd -. Ha i tratti di una resa alle imposizioni americane, dovuta al fatto che il governo italiano insieme ad altri governi nazionalisti totalmente subalterni a Trump, hanno spinto per una linea morbida e accondiscendente che ha minato l’unità europea e indebolito la posizione negoziale dell’Ue”, attacca. Senza risparmiare critiche all’esecutivo: “Anziché lottare per rinnovare i 750 mld di investimenti comuni europei del Next Generation Eu, Meloni e i suoi sodali ne regalano uno identico per portata agli Stati Uniti di Trump”. Schlein chiede risposte immediate sugli aiuti alle imprese e nel frattempo guida la ruspa verso Palazzo Chigi: “Altro che ponte con gli Usa, questa amicizia a senso unico di Meloni con Trump avrà un costo altissimo per le imprese e lavoratori italiani”.

I dem sono attivissimi e rispolverano parole di Giancarlo Giorgetti di un paio di settimane fa, sostenendo che il ministro dell’Economia ritenesse “insostenibile” ogni accordo diverso dal 10%. Fonti del Mef, però, rilanciano in tempo reale il video del 15 luglio scorso, in cui Giorgetti ammette che ricalcare i termini dell’accordo stretto con il Regno Unito “non è nella disponibilità” degli Usa, e pochi istanti dopo aggiunge che “non si può andare molto lontano da questo numero, altrimenti diventa insostenibile”. In effetti, un po’ di differenza la fa.

Ma è tutta l’opposizione a protestare per un accordo che ritiene una “resa incondizionata al sovranismo” del tycoon, per dirla con l’espressione del leader di Iv, Matteo Renzi. Duro anche Giuseppe Conte, che fa il raffronto tra la reazione di Meloni e quella di altri leader europei, ad esempio Francois Bayrou: “Si proclama sovranista, poi diventa portabandiera dello slogan ‘America First’. Crolla il castello di carte di Giorgia Meloni: una premier che, pur di compiacere la Casa Bianca, ha deciso di sacrificare il presente e il futuro di milioni di italiani. Nessun sussulto di dignità, nessun allarmismo per un Paese che corre verso il baratro”. Per Angelo Bonelli (Avs), poi, “spendere 750 miliardi di euro in gas americano significa dire addio alla transizione energetica e costringere famiglie e imprese italiane a bollette sempre più care”. Il coro, comunque, è unanimemente negativo, preannunciando una nuova estate calda della politica. Con il meteo che, ancora una volta, non c’entra.

In Scozia il faccia a faccia von der Leyen-Trump. Il tycoon: “Accordo con Ue? 50% di possibilità”

Non avverrà né su suolo statunitense né in territorio dell’Unione europea: il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e quella della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si vedranno in Scozia, domenica 27 luglio. L’obiettivo è “discutere delle relazioni commerciali transatlantiche e di come possiamo mantenerle forti“, ha precisato su X von der Leyen.

La decisione è stata definita oggi, 25 luglio, dai due leader, “dopo una proficua telefonata“. Questo è il terzo incontro tra i due presidenti, dopo gli incontri a margine del G7 in Canada e del funerale di Papa Francesco a Roma. E, se si considera gli umori registrati negli ultimi giorni a Bruxelles – che ritiene che “un accordo sia a portata di mano” – e le ultime dichiarazioni dell’inquilino della Casa Bianca – che dà al 50% le possibilità di raggiungere un accordo -, si può ipotizzare che la giornata di domenica segni un’accelerazione importante, se non addirittura la conclusione, di questo primo atto nelle trattative tra Ue e Usa sulle loro relazioni. Inoltre, va ricordato che più volte, nei mesi scorsi, Palazzo Berlaymont ha messo in chiaro che un incontro specifico tra i due leader sarebbe stato possibile solo alla presenza sul tavolo di un testo su cui concordare.

Direi che abbiamo il 50% di possibilità, forse meno, di concludere un accordo con l’Ue“, ha dichiarato Trump. “Stiamo lavorando molto intensamente con l’Europa, con l’Ue“, ha aggiunto parlando con i giornalisti e, prima della sua partenza per la Scozia, ha accennato ai negoziati con altri importanti partner commerciali: “Abbiamo una bozza di accordo con la Cina“, ha assicurato. La prossima settimana, a Stoccolma, i rappresentanti dei governi cinese e americano si incontreranno per un terzo ciclo di discussioni sui dazi doganali in vista del 12 agosto, data in cui scadrà la pausa con Pechino.

Le parole più dure Trump le ha riservate per il Canada: “Finora non abbiamo avuto molta fortuna con il Canada. Penso che il Canada potrebbe essere uno di quei Paesi che dovranno semplicemente pagare i dazi doganali“, ha sottolineato, lamentando che i colloqui con Ottawa non fossero “veri e propri negoziati“.

Nel frattempo, Bruxelles ha approvato la lista unica di contromisure che scatterebbero dal 7 agosto in caso di mancato accordo. I dazi verrebbero riscossi a partire da date diverse. Le contromisure adottate in risposta ai dazi statunitensi sull’acciaio e sull’alluminio entrerebbero in vigore il 7 agosto, ad eccezione dei dazi sui semi di soia e sulle mandorle, che entrerebbero in vigore il primo dicembre. Mentre i dazi previsti dalle misure aggiuntive adottate il 24 luglio entrerebbero in vigore in due fasi, a seconda del prodotto importato specifico in questione: per la maggior parte delle merci, i dazi sarebbero riscossi a partire dal 7 settembre. Ciò al fine di concedere alle autorità doganali tempo sufficiente per prepararsi alla riscossione di tali dazi. Per le restanti merci, i dazi sarebbero riscossi a partire dal 7 febbraio 2026. Ciò al fine di concedere all’industria dell’Ue il tempo necessario per adeguare le proprie catene di approvvigionamento, data la natura sensibile delle merci in questione.

Tra le merci statunitensi che verrebbero sottoposte, ad un dazio del 25% figurano, in un elenco non esaustivo: il granturco dolce, compreso quello conservato nell’aceto o nell’acido acetico; il riso lavorato e semilavorato, il riso a grani tondi e a grani medi, i prodotti a base di riso soffiato; i mirtilli rossi americani e i mirtilli palustri, i succhi di frutta non congelati; i sigari, le sigarette al garofano (simili alle ‘kretek’ indonesiane) e il tabacco da narghilè; il burro d’arachidi; l’olio essenziale di arancio; le soluzioni alcoliche odorifere usate nell’industria. I prodotti per trucco, manicure e pedicure, le ciprie e le lacche per capelli. E poi jeans, Harley Davidson, whisky, materiale da campeggio. Nel primo elenco, stilato in risposta ai dazi del 25% su acciaio e alluminio europei (poi saliti al 50%) e poi unito al secondo elenco preparato per rispondere ai dazi reciproci di Trump, venivano colpiti prodotti industriali per un valore di 65,764 miliardi di euro e di prodotti agroalimentari per 6,352 miliardi di euro (per un totale di 72,116 miliardi di euro). Nel mirino aeromobili (per 10,8 miliardi di euro), macchinari (9,4 miliardi), automotive (7,9 miliardi), motori e componenti (1,7 miliardi), sostanze chimiche e materie plastiche (7,7 miliardi), dispositivi e apparecchiature mediche (7,6 miliardi), alluminio e acciaio (1,4 miliardi), combustibili energetici (coke, pellet di legno) per 1,4 miliardi. E, ancora, frutta e verdura (1,9 miliardi), bevande alcoliche (vino, birra, superalcolici, per 1,2 miliardi), prodotti provenienti da pesca e acquacoltura (per 500 milioni di euro) e anche le uova (per 21 milioni). Tra i prodotti ci sono anche il bourbon, la soia, la carne bovina e il pollame, prodotti in legno.

Mattarella scrive a Trump: “Stati Uniti partner insostituibile per l’Italia”

È il secondo messaggio inviato da Sergio Mattarella a Donald Trump dopo il ritorno alla Casa Bianca. Come ogni 4 luglio il capo dello Stato scrive, a nome della Repubblica e suo personale, al presidente Usa per celebrare l’Independence Daydell’amico popolo americano”, ma quest’anno il significato è particolarmente importante.

Mattarella già dalle prime righe sottolinea che “gli Stati Uniti costituiscono un partner insostituibile per l’Italia”. Nel pieno del negoziato con l’Unione europea per scongiurare la guerra dei dazi, a poche ore dalla fine della missione a Washington del commissario Ue al Commercio, Maros Sefcovic, il presidente della Repubblica ricorda “la solidità dei rapporti bilaterali e la straordinaria intensità del dialogo politico” con l’Italia, “riflesso di un legame fortemente sentito e partecipato dai nostri popoli”. Non solo: “Proficui scambi a livello economico, culturale e sociale (che si avvantaggiano dell’apporto della dinamica comunità italo-americana) contribuiscono ad uno storico partenariato che intendiamo continuare a consolidare su basi di equità e reciproca prosperità”, scrive ancora Mattarella.

Nei primi mesi del nuovo mandato, Trump è stato in Italia soltanto lo scorso 25 aprile, per partecipare ai funerali di Papa Francesco, ma non c’è stato un passaggio ufficiale al Quirinale, né a Palazzo Chigi con la premier, Giorgia Meloni, che lo ha incontrato sul sagrato di San Pietro ma era stata ricevuta alla Casa Bianca, in visita ufficiale, appena una settimana prima. L’ultima volta in cui il tycoon è stato ricevuto al Colle risale al 2017, durante il suo primo mandato, mentre Mattarella è stato a Washington nell’ottobre del 2019, un anno prima delle elezioni presidenziali che segnarono il passaggio di testimone con Joe Biden. Da allora il mondo ha subito diversi cambiamenti, a partire dalla pandemia, seguita poi dalla guerra scatenata in Ucraina dalla Russia e quelle in Medio Oriente, tra Israele e Palestina prima e Israele-Iran poche settimane fa, dove c’è stato anche l’intervento militare Usa che ha preceduto l’accordo per il cessate il fuoco tra Tel Aviv e Teheran.

Le tensioni, però, restano. Di fatti, nella missiva inviata a Trump, Mattarella mette in luce che “di fronte a una congiuntura internazionale caratterizzata da sfide molteplici e complesse, a partire dalle drammatiche situazioni in Ucraina e Medio Oriente, Stati Uniti e Italia condividono l’obiettivo di promuovere percorsi di stabilizzazione e di pace, oggi così compromessi, favorendo la cooperazione e la sicurezza globale”. Nel passaggio, inoltre, il capo dello Stato ribadisce un concetto che più volte ha espresso: “In questo contesto, denso di criticità e tensioni, la perdurante centralità del vincolo transatlantico resta la chiave per affrontarle con efficacia”. Un punto cruciale nella fase storica che vive la Nato e l’Alleanza atlantica.

Dazi e clima di incertezza frenano il Pil. Giorgetti: “Spese difesa al 2% già dal 2025”

I conti pubblici dell’Italia tengono, il problema è capire per quanto ancora. Dalle audizioni sul Documento di finanza pubblica 2025 emergono tre rischi sostanziali per la crescita: i dazi voluti e imposti da Donald Trump, le tensioni geopolitiche ancora lontane da una soluzione e l’aumento delle spese per la difesa. Partendo dall’ultimo punto, è il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a dare la notizia: “Già da quest’anno saremo in grado di raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil”.

Il sentiero resta comunque prudente, del resto il troppo rigore nel Psb e nel Dfp è una delle principali critiche che arrivano dalle opposizioni, ma anche da alcune realtà economiche all’indirizzo del Mef. “Faccio una metafora calcistica: se una squadra parte da un passivo di 2-0 e prende gol è finita – dice Giorgetti -. Io ho un debito da gestire che, ahimè, grava per circa 90 miliardi di interessi che mi divorano spese anche nobili come sanità o scuola. Dunque, prima regola: non prenderle”.

Questo significa che “la soluzione non è uno scostamento di bilancio” né una manovra correttiva, lo dice chiaro e tondo il ministro. Del resto, il “frangente internazionale caratterizzato da cambiamenti sempre più repentini, rendono particolarmente complesso elaborare stime non solo nel lungo termine, ma anche nel breve”. Questo, però, non significa vedere tutto a tinte fosche, anzi. Giorgetti conferma le stime di crescita dimezzate allo 0,6% quest’anno e allo 0,8 il prossimo, ma avverte: “Sembra prospettarsi uno scenario meno avverso di quello messo in conto nelle previsioni ufficiali, più favorevole in termini sia di possibile esito finale della struttura dei dazi a livello internazionale, sia di variabili esogene (quali i prezzi dell’energia e i tassi d’interesse) che condizionano la crescita. Il quadro macroeconomico è pertanto soggetto anche a rischi positivi”. Tutto ciò a patto che il negoziato tra Ue e Usa porti buoni risultati e che l’Europa non faccia scherzi con i possibili ‘bazooka‘, lascia intendere.

Fin qui c’è la visione del governo, ma il Parlamento ascolta anche la voce delle parti sociali. Con i dazi Usa “al 20% la crescita del Prodotto interno lordo sarebbe più contenuta: 0,3% nel 2025 e 0,6% nel 2026”, calcola Confindustria. Che boccia il piano Transizione 5.0 spiegando che “non funziona” e sottolinea il crollo degli investimenti. Sul punto Giorgetti mette in luce che il governo sta lavorando a un “riorientamento” del programma nato dai fondi del RePowerEu per renderlo più fruibile alle aziende e, ovviamente, efficace.

Intanto, non fa sorridere nemmeno la previsione dell’Istat, che ha svolto simulazioni con risultati preoccupanti: una guerra commerciale con gli Usa farebbe contrarre il Pil italiano dello 2 decimi di punto quest’anno e tre decimi il prossimo.

In questo scenario, dunque, è fondamentale – è il coro quasi unanime – portare a piena attuazione il Pnrr, accelerando opere e spesa. Anche Banca d’Italia lo suggerisce, come ‘antidoto’ a “instabilità delle politiche commerciali, la possibilità di prolungate turbolenze sui mercati finanziari e l’adozione di eventuali misure ritorsive da parte dei partner commerciali degli Stati Uniti” che “possono compromettere l’andamento delle esportazioni e incidere negativamente sulla spesa per investimenti e consumi”.

Via Nazionale, però, avverte anche di altri rischi. Innanzitutto che in questo contesto economico contesto economico il rallentamento della crescita potrebbe essere “ancor più marcato di quanto atteso”, ma soprattutto che sull’inflazione (ora contenuta) “un contraccolpo sarà inevitabile se vi sarà un forte rallentamento del commercio mondiale”.

Giorgetti prende nota, poi indirettamente risponde. Sul Piano nazionale di ripresa e resilienza manda un messaggio a Bruxelles quando dice di ritenere “fisiologico che, indipendentemente dal conseguimento degli obiettivi e dei traguardi entro la fine del 2026, parte della spesa dovrà essere contabilizzata anche negli esercizi successivi”. E assicura: “Stiamo lavorando per il raggiungimento degli obiettivi previsti nelle ultime tre tranche e ad un monitoraggio rafforzato dello stato di attuazione del Piano”.

Sono, però, i dazi il tema principale. Il ministro dell’Economia non nega che i toni di Trump siano “eccessivi”, ma a suo modo di vedere non devono nascondere la necessità di rivedere l’intero sistema del commercio internazionale, passando dal “il far west della globalizzazione senza regole”, ovvero il free trade, a un più utile fare trade. Dunque, lascia intendere che il presidente americano può essere lo shock necessario ad aprire il dibattito.

Lo stesso termine, shock, lo usa anche la Corte dei Conti, per definire i dazi che colpiscono l’economia italiana “in una fase di rallentamento dei ritmi produttivi che sono tornati ad assumere intensità inferiori a quelli dell’area euro”. Nel Dfp, spiegano i magistrati contabili, “manca lo sviluppo programmatico” e sono “limitate” le indicazioni sulla composizione di spesa, ragion per cui è “difficile valutare la tenuta del quadro complessivo”.

Altri dati di cui tenere conto sono quelli dell’Ufficio parlamentare di bilancio, che stima una contrazione del Pil italiano dello 0,2 percento nel 2026 se Trump andasse avanti creando un bug nel commercio internazionale. Tra i settori più colpiti, ovviamente, c’è l’automotive.

Non se la passa bene nemmeno il comparto agroalimentare. Da Coldiretti a Confagricoltura, Cia-Agricoltori italiani e Copagri tutti chiedono a governo e Parlamento di confermare le misure di sostegno al comparto, oltre a favorire il credito e intervenire sulle infrastrutture, in particolare quelle idriche. In particolare, i coltivatori diretti propongono di creare “una sinergia tra vari attori istituzionali, ad esempio Ice, Sace, Simest, Cdp, per supportare anche a costo zero le imprese dell’agroalimentare che esportano negli Stati Uniti, creando una vera e propria infrastruttura a supporto delle aziende”. Martedì 22 aprile l’ultimo giro di audizioni per le commissioni Bilancio di Camera e Senato, con consulenti del lavoro, commercialisti, cooperative e pmi, sperando che nel frattempo, da Washington e Bruxelles, arrivino buone notizie.

Meloni boccia i dazi, ma teme di più calo dei consumi: “Presto per quantificare gli effetti”

Non vuole allarmismi, Giorgia Meloni, e chiede ai suoi ministri, ma alle istituzioni in generale, di “riportare l’intera discussione alla reale dimensione del problema”. Teme più i danni che può provocare il panico nei consumatori che il crollo delle Borse, la premier, confermando in Cdm il giudizio “negativo” sui dazi imposti da Donald Trump, ma allo stesso tempo invitando a tenere i nervi saldi, perché “è ancora presto per quantificarne l’effetto”, sebbene riconosca che “qualsiasi ostacolo agli scambi internazionali è penalizzante per una nazione come l’Italia”, che ha nell’export una delle armi più importanti per la crescita e il Pil. Un effetto domino con impatti anche indiretti, se si pensa ad esempio al mercato dell’auto tedesco, in buona parte prodotto grazie all’indotto tricolore.

Per questo motivo ha chiesto ai suoi vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, ai ministri dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, delle Imprese, Adolfo Urso, dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, e delle Politiche Ue, Tommaso Foti, di rivedersi nel pomeriggio di lunedì 7 aprile a Palazzo Chigi, portando ognuno per la propria parte degli studi “sull’impatto che questa situazione può avere per la nostra economia”. Vuole avere dati certi in mano, Meloni, che al momento si allinea allo speech tenuto qualche giorno fa da Christine Lagarde in audizione all’Europarlamento, dove il grande capo della Bce sosteneva che “un dazio statunitense del 25% sulle importazioni dall’Europa ridurrebbe la crescita dell’area dell’euro di circa 0,3 punti percentuali nel primo anno”. Un impatto “certamente significativo, ma di un ordine di grandezza affrontabile”, argomenta la premier davanti alla sua squadra di governo. Ben conscia che questa situazione potrebbe portare a una riduzione delle esportazioni italiane negli Usa. Perciò chiede ai suoi di attivarsi per studiare strategie da presentare ai rappresentanti delle categorie produttive, convocati a Palazzo Chigi per martedì prossimo, 8 aprile.

Nel frattempo Meloni ripete (all’Ue) che con gli Usa si tratta e non bisogna rispondere ‘a brigante con brigante e mezzo‘. Nel senso che reagire con controdazi non farebbe altro che attivare una guerra commerciale sanguinosa per il continente, per l’Occidente e, in particolare, per l’Italia. Meglio incidere dove si può, in casa propria: “Sappiamo che il settore auto è colpito dai dazi in maniera importante, dovremmo ragionare sul sospendere le norme del Green Deal”. Non solo, insiste sulla necessità di rivedere il Patto di stabilità e sull’accelerare la riforma del mercato elettrico: sull’energia chiede a Bruxelles di essere “un po’ più decisi e coraggiosi”. Del resto, anche Bankitalia avverte che “l’inflazione si collocherebbe all’1,6%” nel 2025, 1,5 nel 2026 e al 2 nel 2027” con l’entrata in vigore del nuovo sistema di scambio di quote di emissione di inquinanti e di gas a effetto serra nell’Unione europea, gli Ets, che provocherebbero un transitorio aumento dei prezzi dell’energia.

La cronaca quotidiana, intanto, dice che i mercati vanno in picchiata, al punto che la Borsa italiana raggiunge i livelli shock del post 11 Settembre. Anche se Tajani si veste da pompiere: “Le borse crollano perché c’è un allarmismo eccessivo di stampa, politici, ma non sta crollando il mondo”. Il responsabile della Farnesina è convinto che qualora dovesse esserci una reazione da parte dell’Ue “sarà piuttosto un segnale politico agli Usa per dire ‘basta’, quindi assolutamente inferiore alla loro azione”. Semmai, l’obiettivo è quello di avere, alla fine della trattativa, “un grande mercato transatlantico, Europa e Stati Uniti, cioè il mercato dell’Occidente, senza dazi“. ‘Sogno’ condiviso anche dal collega Urso. In questo il governo italiano con “Meloni in primis, io in secundis” può “convincere l’Ue ad avere un’azione positiva, attraverso un’azione facilitatrice di un accordo tra Unione europea e America”, spiega Tajani a ‘Cinque minuti’ (Rai1).

Se la traiettoria dovesse deviare, però, l’Italia – assicura il vicepremier – ha già un piano d’azione pronto per esplorare altri mercati. Con un ‘partner’ d’eccezione, Poste Italiane, che “può distribuire sui mercati i prodotti anche delle piccole imprese, ne abbiamo già parlato con l’ad, Matteo Del Fante”.

Tutta la carne messa a cuocere a Roma, comunque, continua a non convincere le opposizioni. Il Pd ritiene che l’esecutivo sia arrivato impreparato alla sfida dei dazi, mentre Matteo Renzi (Iv) rintuzza gli appelli contro l’allarmismo di Meloni: “Abbiamo un governo di influencer incapaci, serve una reazione subito”. Da Avs, poi, Angelo Bonelli chiede alla premier di “farsi da parte”, infine i Cinquestelle, impegnati nella manifestazione del 5 aprile a Roma contro il Rearm Eu, picchiano duro: “Tutti gli altri Paesi si muovono e noi restiamo fermi, il governo è in uno stato comatoso”.

Dazi, Italia predica cautela e spera in retromarcia Trump. Tajani: “Usa non autolesionisti”

Il rischio è fare il passo sbagliato, ma le pressioni aumentano giorno dopo giorno. Dal 2 aprile i dazi imposti da Donald Trump dovrebbero essere effettivi e l’Italia potrebbe pagare un prezzo molto alto alle politiche del presidente degli Stati Uniti. Ma la parola d’ordine nel governo è prudenza, ben sapendo che l’onere della trattativa con Washington spetta all’Ue. Anche se l’uscita di Ursula von der Leyen sull’Europa pronta alla “vendetta”, poi corretta in “risposta”, non lascia tanto tranquilla Roma.

Per il vicepremier, Antonio Tajani, “una guerra commerciale non credo possa produrre effetti positivi anche per l’economia americana, sia per quel che riguarda il mercato delle auto, sia per quanto riguarda l’inflazione, perché se arriva, poi, la Fed come reagisce? Aumentando il costo del denaro”. Il ministro degli Esteri crede ancora nella forza del dialogo e del confronto, perché “non penso che gli americani vogliano essere autolesionisti”.

Non prende bene le parole della presidente della Commissione Ue nemmeno l’altro vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, anche se le concede il beneficio d’inventario stavolta. “Vendicarsi dei dazi di Trump? Se von der leyen ha detto così è stata una scelta infelice: vendicarsi e aprire guerre commerciali non fa l’interesse di nessuno, spero sia stata fraintesa e mal tradotta – dice il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti -. Fare la guerra agli Stati Uniti non è una cosa intelligente, le guerre su campo vanno risolte sul tavolo non con le vendette o controdazi”.

L’obiettivo dichiarato del leader leghista, semmai, è stringere ancora di più i bulloni dell’alleanza con gli States. Personalmente ci ha provato nei giorni scorsi, in un colloquio telefonico con il vice di Trump, JD Vance, col quale ha parlato di una missione con le aziende italiane Oltreoceano. Opportunità di cui potrebbero parlare di persone dal 18 al 20 aprile prossimi, perché proprio Vance ha in programma una visita a Roma – come segnala Bloomberg -, sebbene trapeli solo di una richiesta, quella di incontrare la premier, Giorgia Meloni. Ma se questa volta non sarà possibile il faccia a faccia, Salvini non ne farà un dramma: “Non posso inseguire le agende mediatiche. Io l’ho invitato a vedere le Olimpiadi, se venisse anche prima sarebbe un’opportunità incontrarlo”. Chi vivrà vedrà.

Nel frattempo c’è da risolvere la grana dei dazi. Che la strada da seguire sia il dialogo ne è convinto anche Adolfo Urso: “Dobbiamo scongiurare l’escalation che accrescerebbe il danno. Bene fa la Commissione europea a riflettere prima di reagire”. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy predica “cautela”, perché è meglio “aspettare le decisioni del presidente Trump, che spesso ha annunciato delle cose e poi ne ha fatte altre o comunque le ha commisurate”.

Posizioni, quelle degli esponenti di governo, che agli occhi delle opposizioni sembrano andare in senso opposto l’una dall’altra. Infatti, il fuoco di fila va dal Pd ai Cinquestelle, ad Avs e Italia viva. La partita sembra comunque ancora aperta e tutta da giocare, a patto che l’Europa assuma un ruolo da protagonista in un negoziato con gli Usa che si presenta tutt’altro che facile.

Avanza la guerra commerciale di Trump: da domani dazi a Canada, Messico e Cina

La Casa Bianca imporrà i dazi annunciati da Donald Trump sui prodotti provenienti da Canada, Messico e Cina a partire da domani, 1 febbraio.

Domani il Presidente imporrà dazi del 25% sul Messico, del 25% sul Canada e del 10% sulla Cina per il Fentanyl illegale che Pechino produce e permette di distribuire nel nostro Paese”, ha annunciato la portavoce, Karoline Leavitt.

Trump giovedì ha anche ribadito la minaccia di imporre dazi “al 100%” ai Brics se questo blocco di 10 Paesi (Brasile, Russia, India, Cina, ecc.) farà a meno del dollaro nel commercio internazionale.

Secondo Oxford Economics, se queste tariffe venissero applicate, l’economia statunitense perderebbe 1,2 punti percentuali di crescita e il Messico potrebbe precipitare in recessione. Per Wendong Zhang, professore della Cornell University, lo shock non sarebbe così forte per gli Stati Uniti, ma lo sarebbe senza dubbio per Canada e Messico. “In un simile scenario, Canada e Messico possono aspettarsi una contrazione del Pil rispettivamente del 3,6% e del 2%, e gli Stati Uniti dello 0,3%”, ha affermato. Anche Pechino “soffrirebbe di un’escalation dell’attuale guerra commerciale, ma allo stesso tempo beneficerebbe (delle tensioni tra Stati Uniti), Messico e Canada”.

Durante la campagna elettorale, il candidato repubblicano aveva dichiarato di voler imporre dazi doganali dal 10% al 20% su tutti i prodotti importati negli Stati Uniti, e addirittura dal 60% al 100% sui prodotti provenienti dalla Cina. All’epoca l’obiettivo era quello di compensare finanziariamente i tagli alle tasse che avrebbe voluto attuare durante il suo mandato. Dopo la sua elezione, il tono è cambiato. Piuttosto che uno strumento per compensare il calo delle entrate fiscali, le tariffe sono diventate, come durante il suo primo mandato, un’arma brandita per forzare i negoziati e ottenere concessioni. Trump ha spiegato che i dazi sarebbero una risposta all’incapacità del Messico di contenere il flusso di droga, in particolare di fentanyl, e di migranti verso gli Stati Uniti. Il suo candidato alla carica di Segretario al Commercio, Howard Lutnick, lo ha definito un “atto di politica interna” volto “semplicemente a far chiudere le frontiere”, durante l’udienza di conferma al Congresso di martedì.

La presidente messicana Claudia Sheinbaum è stata piuttosto ottimista mercoledì: “Non pensiamo che accadrà. Ma se dovesse accadere, abbiamo un piano”. Nonostante tutto, ci sono preoccupazioni, soprattutto per il settore agricolo, che esporta molto negli Stati Uniti. “Quasi l’80% delle nostre esportazioni è destinato a questo Paese e, in ogni caso, tutto ciò che potrebbe causare uno shock ci preoccupa”, ha ammesso martedì all’AFP Juan Cortina, capo del Consiglio nazionale dell’agricoltura. Da parte canadese, la possibilità di dazi è servita a mettere in evidenza la crisi politica che stava già logorando il governo del Primo Ministro Justin Trudeau, ora dimissionario. Il ministro canadese della Pubblica sicurezza, David McGuinty, si è recato a Washington giovedì per presentare i contorni di un piano di rafforzamento della sicurezza al confine tra Canada e Stati Uniti. Howard Lutnick è stato molto chiaro martedì: “So che si stanno muovendo rapidamente”, ha detto riferendosi ai due Paesi. “Se faranno la cosa giusta, non ci saranno tariffe”.

Iran

Iran contro nuove sanzioni Usa: “Risposta sarà ferma e immediata”

Teheran critica duramente gli Stati Uniti dopo l’annuncio di nuove sanzioni sul petrolio iraniano, promettendo di rispondere alle misure mentre i colloqui tra i due Paesi sull’accordo nucleare iraniano si sono arenati per mesi. L’amministrazione Biden “continua a prendere iniziative infruttuose e distruttive anche in un momento in cui sono in corso sforzi per riprendere i negoziati per rilanciare l’accordo sul nucleare iraniano“, ha dichiarato in un comunicato il portavoce del ministero degli Esteri, Nasser Kanani.

Proprio ieri Washington ha annunciato misure punitive contro “sei entità che facilitano le transazioni illecite legate al petrolio iraniano“, ha fatto sapere il Segretario di Stato americano, Antony Blinken. I colloqui tra l’Iran e le principali potenze, tra cui gli Stati Uniti, per rilanciare l’accordo internazionale del 2015 sul programma nucleare iraniano sono in stallo da marzo, dopo oltre un anno di discussioni. Inoltre, il 26 luglio scorso, il capo diplomatico dell’Unione europea e coordinatore dell’accordo sul nucleare iraniano, Josep Borrell, ha presentato una bozza di compromesso e ha invitato le parti coinvolte nei colloqui ad accettarla per evitare una “crisi pericolosa.

Kanani ha comunque accusato l’amministrazione Biden di “continuare e persino espandere” le politiche “fallimentari” del suo predecessore, Donald Trump. All’inizio del 2021, il presidente democratico Joe Biden aveva scommesso su negoziati rapidi per ‘resuscitare’ l’accordo del 2015, dal quale gli Stati Uniti si erano ritirati sotto il predecessore repubblicano. Washington ha quindi reimposto le sanzioni, dopo le quali Teheran si è gradualmente svincolata dai suoi obblighi.

La “risposta” della Repubblica islamica alle sanzioni sarà “ferma e immediata e l’Iran “prenderà tutte le misure necessarie per neutralizzare i possibili effetti negativi” sul “commercio del Paese“, ha promesso Kanani. Ieri l’Iran ha espresso “ottimismo” sulla ripresa dei colloqui nucleari dopo l’esame della bozza di compromesso di Borrell.

(photo credits: ATTA KENARE / AFP)