Cosa è il disaccoppiamento dei prezzi gas-elettricità

Nel mondo in continua evoluzione dell’energia, un concetto che sta guadagnando sempre più attenzione è il disaccoppiamento del costo del gas da quello dell’elettricità. Il termine rappresenta una nuova direzione che il settore energetico sta prendendo, con implicazioni significative per l’economia e l’ambiente. Il prezzo del gas e dell’elettricità sono strettamente correlati. Il costo dell’elettricità dipende in gran parte dai prezzi del gas naturale, poiché molte centrali elettriche vengono alimentate proprio da questo combustibile. Il prezzo del gas naturale, in realtà, determina anche quello dell’elettricità prodotta con altre fonti, comprese quelle rinnovabili: la ragione dipende dal modo in cui funziona il mercato energetico europeo. A inizio degli anni 2000, legare il costo dell’energia prodotta da rinnovabili a quelli del gas aveva il vantaggio di incentivare gli impianti green garantendo margini di guadagno maggiore e compensando gli investimenti iniziali per realizzare impianti eolici o solari. Un modo per agevolare la diffusione degli impianti verdi. E questo soprattutto perché sul mercato viene venduta prioritariamente energia prodotta con costi marginali minori, cioè quella per la quale un aumento della produzione influisce meno sul costo per l’azienda produttrice. Visto che sono gratuite, l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili come la luce del sole e il vento, quando disponibile, è sempre la prima a essere scelta.

Ma l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, le conseguenti sanzioni europee contro Mosca e la necessità degli Stati membri dell’Ue di ‘smarcarsi’ dalla dipendenza dal gas russo, hanno portato alla richiesta di una separazione di questi costi, consentendo a ciascun settore di determinare i propri prezzi in base alle dinamiche di mercato specifiche. Il sistema infatti ha retto fino a che il prezzo del gas non si è impennato portandosi dietro anche quello dell’elettricità. In Italia circa la metà dell’elettricità è prodotta da centrali a gas che garantiscono quella continuità che al momento le rinnovabili non hanno (il sole non c’è di notte). Se il prezzo del gas vola però l’aumento si ripercuote sul prezzo dell’elettricità prodotta, anche da rinnovabili, quindi a costi molto più bassi. Il disaccoppiamento parte dall’idea di consentire a ogni fornitore un prezzo in base ai costi di produzione. Oggi il prezzo del gas viene determinato al Ttf, il mercato di riferimento per l’Europa. Il costo per megawattora nell’ultimo anno è lievitato, salvo ora tornare su i 30 euro per effetto del price cap. Come tutte le Borse, anche quella del gas di Amsterdam, è volatile e soggetta alla speculazione aumentata con l’attacco russo all’Ucraina e le dispute sulle forniture all’Europa. Per questo paesi europei come Spagna, Portogallo, Italia e Grecia, dove il prezzo dell’elettricità è cresciuto di più, stanno chiedendo di riformare il mercato energetico per ‘disaccoppiare’ il prezzo del gas da quello dell’energia in generale, e vendere quella prodotta da fonti rinnovabili a prezzi più equi.

Ma perché dovremmo prestare attenzione al disaccoppiamento? Innanzitutto, dal punto di vista economico, la soluzione sembra offrire un maggiore grado di flessibilità nella gestione dei costi energetici. Le imprese e i consumatori possono prendere decisioni più consapevoli, scegliendo le fonti energetiche più convenienti e adattabili alle loro esigenze. Ad esempio, se il prezzo del gas naturale aumentasse, le imprese potrebbero optare per una maggiore dipendenza dall’elettricità, proveniente magari da fonti rinnovabili, riducendo così anche il proprio impatto ambientale.

Ed è proprio qui che entrano in gioco gli aspetti più utili per una transizione ecologica, a cui sempre più si sta guardando. Il disaccoppiamento del costo del gas da quello dell’elettricità offre la possibilità di promuovere un uso più sostenibile dell’energia. Mentre il gas naturale può essere considerato una fonte di energia relativamente pulita rispetto ai combustibili fossili tradizionali, l’energia elettrica proveniente anche da fonti rinnovabili è completamente priva di emissioni di CO2 durante la fase di utilizzo. Pertanto, separare i costi significa consentire una maggiore adozione di energia elettrica verde, riducendo l’impatto ambientale complessivo del nostro sistema energetico.

Una nanospugna cattura e rivela i gas radioattivi pericolosi e inquinanti

Una nanospugna in grado di assorbire e rivelare i gas radioattivi pericolosi per la salute umana e inquinanti per l’ambiente. È il nuovo materiale scintillatore poroso realizzato dai ricercatori del dipartimento di Scienza dei materiali dell’Università di Milano-Bicocca. I risultati della ricerca, guidata dai professori Angelo Monguzzi, Angiolina Comotti, Silvia Bracco e Anna Vedda, sono stati riportati nell’articolo ‘Efficient radioactive gas detection by scintillating porous metal-organic frameworks’, recentemente pubblicato sulla rivista Nature Photonics.

Dalle sostanze prodotte nelle centrali nucleari fino all’utilizzo come agenti di contrasto negli esami diagnostici in medicina, i gas radioattivi giocano un ruolo importante in diversi ambiti della società. Il loro monitoraggio e la loro gestione rappresentano aspetti cruciali per la nostra sicurezza. L’esposizione al radon, per esempio, può essere estremamente dannosa per la salute umana. Ma le caratteristiche di questo gas naturale – è inodore e incolore – lo rendono difficile da individuare. E ancora, negli impianti nucleari è fondamentale rilevare tempestivamente eventuali perdite di gas, così come essenziale è la gestione in sicurezza dei rifiuti radioattivi in modo da evitare rischi per la salute dell’uomo e dell’ambiente. Il nuovo materiale sviluppato dagli scienziati di Milano-Bicocca risulta utile in tutti questi ambiti in quanto è in grado di rivelare con estrema accuratezza e sensibilità anche quantità estremamente piccole di gas radioattivo.

Gli attuali rivelatori, basati su scintillatori liquidi, necessitano di preparazioni laboriose e costose, e la loro sensibilità è fortemente limitata dalla solubilità dei gas. La sfida tecnologica dalla quale siamo partiti – spiega il professor Monguzzi – è stata quella di individuare nuovi materiali scintillatori solidi che fossero contemporaneamente in grado di concentrare il gas radioattivo ed emettere luce visibile, rivelata con elevata sensibilità“.

La nanospugna scintillante messa a punto nel dipartimento di Scienza dei materiali è in grado di catturare gli atomi di gas radioattivi, con cui interagisce emettendo luce. Questo processo consente di misurare le sostanze pericolose con maggiore precisione e di individuarne quantità molto più piccole rispetto al passato.

Il nostro materiale ha dimostrato una sensibilità superiore rispetto ai rivelatori attualmente disponibili in commercio. Proseguiremo quindi la nostra ricerca seguendo un programma di sviluppo fino a realizzare un prototipo in grado di sostituire le tecnologie in uso per la rivelazione di queste sostanze con un dispositivo più semplice, meno costoso e molto più performante“, conclude la professoressa Comotti.

Tornano gli oneri di sistema in bolletta ma ci aiuta il crollo del prezzo del gas

Il Ttf olandese è tornato a circa 30 euro per megawattora, un livello che non si vedeva da un paio d’anni. Mentre però il prezzo del gas crolla, rincara ancora la bolletta. Un incremento contenuto, quello che sarà stabilito a inizio giugno da Arera sui consumi relativi a maggio, ma pur sempre un aumento. Tornano infatti a pieno regime gli oneri di sistema. Già ad aprile la tariffa nel mercato tutelato era cresciuta del 22% dopo tre mesi di forti ribassi in scia al crollo del prezzo del metano. Ad aprile, tuttavia, lo sconto governativo era rimasto, benché ridotto dai 30 ai 10 centesimi al metro cubo, mentre adesso scomparirà del tutto. Si torna quindi a pagare questa voce che vale il 5% della bolletta per incentivare le rinnovabili, finanziare i bonus per i clienti meno abbienti o aiutare le grandi industrie energivore.

L’aumento comunque, grazie all’ulteriore calo dei prezzi del gas non sarà corposo come quello del mese scorso. La materia prima, in base al Psv (punto di riferimento del metano in Italia) calcolato dal Gme, è calata da 45 euro/Mwh di media di aprile agli attuali 36,9 euro. Proprio grazie a questo ribasso di oltre 8 euro si riuscirà quasi a compensare l’eliminazione dell’ultimo sconto statale in bolletta, quantificabile in circa 11 centesimi per metri cubo. Alla fine, se i prezzi all’ingrosso rimarranno più o meno questi, il costo salirà complessivamente del 2-4% circa.
Per capire l’impatto annuale del ritorno degli oneri di sistema una simulazione di Segugio.it prende come riferimento due profili di consumo, una coppia e una famiglia composta da cinque persone, e calcola il ritorno degli oneri in fattura, così come stabilito dal decreto Bollette a partire dall’1 aprile. Per il gas il rialzo è calcolato in circa 500 euro per la coppia e in oltre 800 euro per la famiglia. Il rincaro percentuale è compreso tra il +33% e il +46%, in base al profilo di consumo considerato. Secondo una prima stima, dunque, una coppia dovrà affrontare una spesa di circa 600 euro in più all’anno, mentre una famiglia dovrà tenere conto di un rincaro di circa 950 euro all’anno.

Nel mercato libero invece le tariffe sono stabilite dalle condizioni contrattuali secondo diversi criteri. Per il 2023, nonostante gli interventi del governo, la spesa energetica complessiva delle imprese del terziario risulterà superiore del 35% rispetto ai livelli pre-crisi, spiegava Confcommercio pochi giorni fa. Ci sono tuttavia diverse promozioni competitive – sottolinea Sos Tariffe – con gas metano a costo bloccato per 12 o 24 mesi, per un risparmio sul breve e sul lungo periodo, oppure con tariffe indicizzate rispetto al Psv, l’indice di riferimento del mercato all’ingrosso del gas in Italia che registra aggiornamenti su base mensile. Per il mese di maggio 2023 è possibile attivare tariffe a prezzo bloccato a partire da 0,71 euro/Smc e con condizioni tariffarie fisse per almeno i primi 12 mesi di fornitura. Le tariffe indicizzate rispetto al Psv, invece, prevedono un costo del gas pari a 0,479 euro/Smc e con un prezzo che si aggiorna ogni mese in base all’andamento dell’indice di riferimento.

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I gasdotti e i flussi di gas verso l’Italia e l’Europa

Nella videografica GEA una panoramica sui gasdotti che arrivano in Italia e sui flussi delle importazioni di gas.

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La ripartizione delle forniture di gas all’Italia: cala flusso da Nord e da Sud

Nel primo trimestre 2023 è stata decisa la riduzione dei consumi italiani di gas, calati del 18,9% a 20,7 miliardi di metri cubi dai 25,6 miliardi di metri cubi dello stesso periodo del 2022. Nel periodo sono diminuiti i consumi residenziali (-17,1% a 11,6 miliardi di metri cubi), quelli termoelettrici (-26,9% a 5,3 miliardi di metri cubi), gli industriali (-13,2% a 3 miliardi di metri cubi). Alla base dei ribassi le temperature superiori alle medie stagionali e gli effetti del piano nazionale di contenimento dei consumi di gas. La tendenza ha evitato problemi di approvvigionamento di metano, nonostante il forte calo di flussi dalla Russia e nonostante nel primo trimestre siano stati estratti 778 milioni di metri cubi nel nostro Paese, cioè il 5,5% in meno di produzione nazionale nei confronti dei primi tre mesi del 2022. Complessivamente tra gennaio e marzo il flusso di gas da Nord è sceso di 3,5 miliardi di metri cubi rispetto allo scorso anno e quello da Sud è calato di 0,3 miliardi di metri cubi, mentre invece è salito di un miliardo il volume di Gnl. Ecco la ripartizione delle forniture all’Italia.

GASDOTTI NORD. Due sono i gasdotti attivi che portano gas nella Penisola. A Tarvisio arriva il tubo che parte dalla Russia, attraversa l’Ucraina e la Mitteleuropea fino a entrare nell’estremo nordest italiano. Nel primo trimestre sono entrati da questa infrastruttura 1,4 miliardi di metri cubi, in calo del 73,6% dall’anno precedente. In controtendenza invece il flusso da Passo Gries, al confine svizzero, che porta il metano proveniente dall’Europa del Nord: +35,7% a 2,3 miliardi di metri cubi.

GASDOTTI SUD. Tre sono gli impianti che garantiscono forniture all’Italia. In Sicilia arrivano due tubi: uno proveniente dall’Algeria che, attraverso la Tunisia, arriva poi a Mazara del Vallo, uno che invece dalla Libia sbarca il metano a Gela. Il primo, nonostante un rafforzamento dei patti di collaborazione tra governo italiano e quello algerino, ha visto una diminuzione degli approvvigionamenti dell’1,3% attestandosi a 5 miliardi di metri cubi: si tratta comunque della principale forniture di metano all’Italia. Il secondo invece ha segnalato un balzo dei rifornimenti del 34,5% a 672 milioni di metri cubi. Il terzo gasdotto che garantisce metano all’Italia è il Tap, che dall’Azerbaigian attraversa il Sud Europa e giunge a Melendugno in Puglia. Nel primo trimestre di quest’anno ha garantito 2,5 miliardi di metri cubi, in crescita del 6,3%.

GNL IN CRESCITA. Prima della recente entrata in funzione del rigassificatore di Piombino, l’Italia aveva tre impianti capaci di trasformare allo stato gassoso il gas liquefatto e immetterlo in rete. Il principale, in funzione da oltre un decennio, è l’Adriatic Lng al largo delle coste rodigine in Veneto, controllato principalmente da ExxonMobile e Qatar Terminal: le sue forniture da inizio anno fino al 31 marzo hanno segnato un rialzo del 13,3% garantendo 2,2 miliardi di metri cubi. Gli altri due rigassificatori si trovano nell’area tirrenica settentrionale. In Liguria l’impianto di Panigaglia ha visto una crescita del 555,4% di operazione, che gli hanno permesso di sfornare 0,9 miliardi di metri cubi. L’Olt (Offshore LNG terminal) di Livorno ha visto una più contenuta attività (+7,2%) che ha permesso al nostro Paese di utilizzare 1 miliardo di metri cubi.

MENO EXPORT. Il calo della domanda di gas ovviamente non è solo italiana, ma europea. Tant’è che le esportazioni di metano, nei primi tre mesi del 2023, sono calate del 31% a 626 milioni di metri cubi.

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L’indipendenza dal gas russo entro il 2025 è a portata di mano

Secondo un nuovo rapporto dell’Oxford Sustainable Finance Group, parte della Smith School of Enterprise and the Environment dell’Università di Oxford, l’Ue può sostituire il gas naturale russo con tecnologie verdi entro il 2028. Si stima che fino al 90% dell’investimento aggiuntivo richiesto, in aggiunta alla spesa attualmente prevista per il Green Deal europeo, potrebbe essere recuperato nei prossimi trent’anni eliminando la necessità di acquistare gas. Dato che il gas russo rappresentava circa la metà dell’approvvigionamento di gas naturale dell’Unione europea nel 2021, ciò avrebbe un impatto positivo significativo sulla sicurezza energetica e sulla decarbonizzazione, affermano gli autori. “La transizione dal gas russo all’energia pulita non solo è realizzabile, ma offre molteplici vantaggi. La sostituzione del gas naturale con l’energia eolica e solare elimina la necessità di pagare per il gas in futuro“, spiega Gireesh Shrimali, coautore del rapporto e responsabile della ricerca sulla finanza di transizione presso l’Oxford Sustainable Finance Group. “Eliminando la dipendenza dall’importazione di un combustibile fossile con prezzi e offerta volatili, l’Ue può alleviare i problemi di sicurezza energetica, affrontare la crisi del costo della vita attraverso i costi energetici e portare avanti i propri obiettivi per raggiungere zero emissioni nette e affrontare la crisi climatica“.

La spesa totale in conto capitale della “corsa per sostituire” il gas russo con energie rinnovabili e pompe di calore entro il 2028 è di 811 miliardi di euro. Questo totale include una spesa pianificata di 299 miliardi di euro per l’energia pulita nell’ambito del Green Deal europeo e un investimento aggiuntivo in energie rinnovabili e pompe di calore di 512 miliardi di euro. Una frazione significativa dell’investimento richiesto può essere ripagata dalla conseguente riduzione della spesa per il gas. A seconda delle ipotesi sui prezzi del gas naturale, il rapporto rileva che i risparmi potrebbero variare dal 40% fino al 90%.

Per l’Italia la situazione è leggermente diversa. Il gas è ancora il combustibile dominante nel mix energetico, con una quota del 48%, seguito dalle energie rinnovabili (34%), dal carbone (10%) e dall’idroelettrico (8%). La transizione per tanto sarebbe più lunga e probabilmente più costosa in termini di costi per investimenti in rinnovabili e maggiore rinuncia al metano per produrre elettricità, ora che tra l’altro i prezzi sono in netta discesa rispetto ai picchi di un anno fa. L’Italia rappresenta il Paese più sicuro per quanto riguarda l’approvvigionamento di gas, soprattutto perché riceve la materia prima da 5 gasdotti tutt’ora funzionanti, mentre ad esempio la Germania si è vista chiudere il rifornimento dalla Russia da Nord e da Est.

Dalla Russia tuttavia, complice la guerra e le risposte di Putin alle sanzioni, nel primo trimestre di quest’anno sono entrati da questa infrastruttura 1,4 miliardi di metri cubi, in calo del 73,6% dall’anno precedente. Potenzialmente sarebbero poco più di 5,5 miliardi di metri cubi per fine 2023, un crollo verticale nei confronti degli ultimi due anni. Se nel 2021 il maggiore partner per l’importazione era stata appunto Mosca con 29,1 miliardi di metri cubi transitati da Tarvisio, nel 2022 la quota di gas russo è scesa del 61% a 11,2 miliardi di metri cubi. Ora siamo a metà dello scorso anno. Per cui la sostituzione del gas russo, prevista per l’inverno 2024-2025 da Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, è a portata di mano.

Il calo dei consumi di gas, circa un 20% nei primi mesi di quest’anno, agevola il raggiungimento dell’obiettivo. Target che sarà centrato grazie a due nuovi rigassificatori, uno già in funzione da pochi giorni a Piombino e l’altro che dovrà iniziare ad operare l’anno prossimo a Ravenna. Entrambi, a regime, dovrebbero garantire circa 10 miliardi di metri cubi.

Complessivamente, sosteneva sempre Descalzi pochi mesi fa “per il 2023-2024 porteremo 17,6 mld di forniture addizionali, che saliranno nel 2024-2025 a 22 miliardi. Bisogna pensare che solo 2 anni fa l’Algeria dava all’Italia circa 21 miliardi, adesso ha dato 25, arriveremo a 28 miliardi l’anno prossimo e poi nel 24-25 supereremo ancora l’import”. Giorgia Meloni, insieme proprio al numero uno del Cane a sei zampe, negli ultimi mesi ha siglato accordi pluriennali con Algeria e Libia per assicurarsi flussi di gas. A tal fine Snam è al lavoro per incrementare la capacità di trasporto di metano dal Sud Italia verso il Nord. A gennaio, durante la presentazione del piano strategico 2022-2026, Stefano Venier, Ceo del gruppo energetico, aveva spiegato che la capacità giornaliera della tratta adriatica “è di 135 milioni metri cubi al giorno e attualmente è usata per 100 milioni. Con il completamento del gasdotto Adriatico potremmo arrivare a una capacità di 155 milioni, potendo così trasportare un maggiore flusso dal Tap e dall’Algeria”.

Bollette luce e gas: 4 milioni di italiani vittime di truffa

Nell’ultimo anno 4 milioni di italiani sono caduti vittime di una truffa o di un tentativo di truffa nell’ambito delle bollette luce e gas, ben il 28% in più rispetto all’anno precedente, con un danno stimato di oltre 1,2 miliardi di euro. Numeri impressionanti, emersi dall’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, che ha acceso i riflettori su un fenomeno in costante aumento e che ha spinto Facile.it e l’associazione Consumerismo No Profit a unire forze e competenze per dare vita al progetto Stop alle Truffe. L’iniziativa nasce proprio per offrire ai consumatori italiani un sito (www.stopalletruffe.it) dove trovare strumenti concreti per riconoscere i rischi ed evitare di cadere in trappola quando si è alle prese con il cambio di un fornitore luce e gas.

L’indagine ha messo in evidenza come, all’interno delle principali voci di spesa familiare, le bollette luce e gas siano l’ambito più colpito dai malfattori che, per raggiungere le loro vittime, usano spesso il telefono o il porta a porta. Il finto call center è lo strumento più utilizzato per questo genere di frodi, con una percentuale che in un anno è passata dal 44% al 53%, mentre in un caso su cinque il truffatore ha bussato direttamente alla porta di casa della vittima (21%). Non mancano le frodi via web tanto è vero che, sempre secondo l’indagine, il 34% delle vittime è stato raggirato tramite una falsa e-mail, mentre il 14% attraverso un finto sito web, percentuale quasi raddoppiata rispetto allo scorso anno (+90%). Cala, di contro, l’utilizzo da parte dei malfattori delle app di messaggistica istantanea e dei social network, che comunque rappresentano gli strumenti attraverso i quali sono stati truffati, rispettivamente, il 5% e il 4% dei rispondenti.

La buona notizia è che spesso basta davvero poco per non cadere in trappola. Le modalità con cui i truffatori cercano di raggirare le vittime sono sempre le stesse; pertanto, una volta individuati gli schemi ricorrenti, diventa semplice far scattare un campanello d’allarme prima che sia troppo tardi“, spiega Luigi Gabriele, presidente di Consumerismo No Profit.

Dati interessanti sono emersi analizzando il profilo di chi è stato truffato o, comunque, ha subito un tentativo di frode: i rispondenti con età compresa tra i 35 e i 44 anni si confermano essere la categoria prediletta dai malfattori, con una percentuale di vittime pari al 13,3% (a fronte di una media nazionale pari al 9,4%). Guardando al livello di istruzione di chi ha partecipato all’indagine, emerge che i più truffati sono, come nella precedente rilevazione, i rispondenti con un titolo di studio universitario, con una percentuale di vittime pari al 13%, valore in aumento del 31%. Suddividendo il campione su base territoriale, invece, emerge che se nella precedente rilevazione l’area più colpita dai truffatori era il Nord Est, quest’anno il triste primato spetta al Nord Ovest, con una percentuale pari all’11,6%.

Come si comportano le vittime dopo una truffa? Quasi 6 su 10 hanno dichiarato di non aver denunciato l’accaduto (58%), percentuale pari ad oltre 2,3 milioni di individui; un dato che fa riflettere e che diventa ancor più preoccupante se si considera che il numero di persone che hanno adottato questo atteggiamento è aumentato (+37%) rispetto alla rilevazione precedente.
Sempre più vittime non denunciano la frode per ragioni psicologiche: il 19% perché “si sentiva ingenuo per esserci cascato” (in aumento del 27% rispetto alla precedente rilevazione), mentre il 10% perché “non voleva che i familiari lo scoprissero” (dato in crescita di oltre il 200%).

Le trivelle non si sbloccano: cala del 5,5% all’anno la produzione nazionale gas

Un quarto di secolo fa il nostro Paese estraeva una trentina di miliardi di metri cubi di gas all’anno, una quantità che più o meno copriva il 30% del fabbisogno italiano. Ora la produzione continua a calare a poco più di 3 miliardi di metri cubi annui. Da inizio 2023 l’attività di estrazione è scesa di oltre il 5% nei confronti dello stesso periodo del 2022, nonostante provvedimenti e incentivi governativi e nonostante l’Italia abbia sudato 7 camicie, spendendo svariati miliardi, per recuperare gas in giro per il mondo ed evitare un lockdown energetico lo scorso inverno.

I giacimenti attivi sarebbero circa 1.300, anche se quelli che vengono realmente utilizzati con continuità si aggirano sui 500. In prossimità dello scoppio della guerra in Ucraina, il governo Draghi nel decreto Bollette aveva deciso di incentivare la produzione interna, per sopperire alle eventuali mancanze di forniture dalla Russia. L’obiettivo era appunto di aumentare l’estrazione di 2,2 miliardi di metri cubi di gas grazie una semplificazione burocratica in alcune aree, dal Canale di Sicilia alle Marche. Inoltre era stata affidata al Gse, il Gestore del sistema elettrico, la conduzione del piano-rilancio.

A gennaio, il governo Meloni ha rilanciato con il provvedimento sblocca-trivelle. Con il decreto Aiuti quater si è infatti aperto al ritorno delle estrazioni nelle acque dei golfi di Napoli, di Salerno e delle isole Egadi, e si è creato uno spiraglio per tirar fuori gas nell’Alto Adriatico, attività ferma da 30 anni, permettendo agli operatori di muoversi in una piccolissima porzione – che corrisponde all’estremità più a sud (tra il 45° parallelo e il parallelo passante per la foce del ramo di Goro del fiume Po) -, oltre le 9 miglia dalla costa e per giacimenti con un potenziale sopra i 500 milioni di metri cubi.

Ovviamente i titolari di concessione, per estrarre, dovranno presentare analisi e monitoraggi che escludano il rischio subsidenza, cioè lo sprofondamento del suolo. A tal proposito a dicembre si era riunito presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica un tavolo di confronto tra i ministri Gilberto Pichetto Fratin, Adolfo Urso e il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, non del tutto propenso al ritorno delle trivelle. I rappresentanti istituzionali avevano concordato di coinvolgere, in via preliminare, alcune eccellenze italiane nel campo della ricerca, da Leonardo a Ispra, insieme alle Università del territorio, da affiancare ai tecnici e agli studiosi nel percorso di analisi e approfondimento del tema.

Da quel 7 dicembre 2022 non si è più saputo nulla. Si sa però, osservando i dati forniti dallo stesso ministero dell’Ambiente, che a marzo la produzione nazionale è ulteriormente calata del 6,9% annuale. Nel primo trimestre 2023, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, sono stati estratti 778 milioni di metri cubi, cioè il 5,5% in meno. In Croazia, che insiste con la sua attività di estrazione sempre nel mare Adriatico, secondo i dati forniti dal Ceic a febbraio la produzione è stata di 56 milioni di metri cubi, in calo dai 61 milioni di gennaio. Dal 2008 la media è di 144 milioni mensili con un massimo storico toccato a 245 milioni nel dicembre 2009 e un minimo raggiunto a settembre 2020 con appena 49 milioni. Il governo di Zagabria aveva annunciato a settembre scorso di voler incrementare la produzione del 10% entro il 2024. Tuttavia l’incremento dell’afflusso di Gnl in Europa e il potenziamento dei rigassificatori, nelle due sponde dell’Adriatico, riduce l’interesse verso nuovi investimenti e quindi verso un aumento dell’estrazione.

Via a prima fase test per rigassificatore Piombino. Pichetto: “Grande servizio per il Paese”

Quasi trecento metri ‘blu Tirreno’, per non rovinare il paesaggio, proprio come ha chiesto la soprintendenza delle belle arti. Golar Tundra, il rigassificatore di Piombino, ormeggia accanto alla nave metaniera greca Maran Gas Kalymnos sulla banchina Est della darsena Nord del porto. La metaniera è arrivata nella notte tra il 4 e il 5 maggio per il primo carico da 170mila metri cubi di gas naturale liquefatto da Damietta, in Egitto. Con questo carico, inizia oggi la prima fase di test del rigassificatore, che sarà operativo a fine maggio.

“Un grande servizio per il paese, come lo sarà la gemella che entrerà in funzione nel 2024 nel mare adriatico”, scandisce il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, arrivato a Piombino per l’avvio dei test. L’Autorizzazione integrata ambientale è già stata firmata e per il territorio, assicura, ci sarà il giusto riconoscimento, considerando che la nave resterà nel porto per tre anni. “Il governo mantiene tutti gli impegni assunti e negli impegni c’è il ripartire con la industrializzazione previa bonifica dell’area. È una grande area che deve avere un nuovo futuro”, afferma. Il nuovo sito per la Golar Tundra, dopo i 3 anni di Piombino, sarà comunicato entro il 26 giugno e, ribadisce Snam, sarà fuori dalla Toscana.

Con Pichetto, anche il Commissario straordinario per il rigassificatore e Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani. “Siamo veramente contenti per come si è sviluppato tutto l’iter e ora il processo concreto di realizzazione di tutte le infrastrutture”, afferma Giani arrivando al porto. “Mi fanno veramente felice – dice – perché l’Italia avrà 5 miliardi di metri cubi in più all’anno. È un servizio che Piombino e la Toscana rendono al Paese, le cose sono andate esattamente come le avevamo programmate. Ora è il momento in cui si deve parlare, e lo faremo col ministro, delle compensazioni”.

La Maran Gas Kalymnos è entrata in porto con il supporto di 4 rimorchiatori e una manovra di circa due ore. Ma non ha impattato sul traffico del porto, assicura Snam, così come non impatteranno le altre metaniere che arriveranno per rifornire il rigassificatore, perché tutto avviene di notte, quando il traffico dei traghetti è ormai terminato. “L’arrivo del primo carico di gas ci consentirà di eseguire la fase di test e messa a punto dell’impianto e rappresenta un’altra tappa importante per dotare il Paese di un’infrastruttura fondamentale alla sicurezza e diversificazione degli approvvigionamenti”, spiega l’ad Stefano Venier. Riprova ne è il fatto che, rivela, “l’86% della capacità di ingresso già è stata venduta per 20 anni a più operatori, e nei prossimi tre anni la totalità”.

Il percorso è stato avviato 11 mesi fa, con l’acquisto della Golar Tundra, e da sei mesi Snam è al lavoro con 450 persone nei cantieri sulla terraferma e in banchina, impiegando 150 tra sub-contrattisti e fornitori, circa la metà toscani. “Un progetto complesso, innovativo ma non insolito – rivendica l’ad – per una realtà come Snam che da 80 anni garantisce le infrastrutture energetiche del Paese”.

Le operazioni di trasbordo del primo cargo di Gnl sono state effettuate da Eni, che ha acquisito capacità di rigassificazione a Piombino nell’ambito della strategia di diversificazione delle forniture di Gnl verso l’Italia attraverso il gas di propria produzione internazionale, facendo leva sulle relazioni con i Paesi produttori in cui opera, aumentando i volumi di gas disponibili da Algeria, Libia e Italia e incrementando i carichi di Gnl da Egitto, Congo, Qatar, Angola, Nigeria, Indonesia e Mozambico.

Primo carico di Gnl a Piombino: al via il test sul rigassificatore. Ma per comitati è allarme sicurezza

E’ sempre più vicino l’avvio delle attività della Golar Tundra, arrivata a Piombino tra il 19 e il 20 marzo, che avrà il compito di trasformare il gas naturale liquido proveniente dall’Algeria, per poi immetterlo nelle pipeline che lo porteranno ai punti di stoccaggio e, da lì, nelle case degli italiani. Dopo l’arrivo di Kalymnos, la prima metaniera che avrà il compito di rifornire la nave rigassificatrice di Snam, si aprirà ufficialmente la fase di test. A fare gli onori di casa venerdì mattina ci saranno il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin e il governatore della Toscana, Eugenio Giani.

La Golar Tundra, costata 350 milioni di dollari (circa 330 milioni di euro) può operare sia come metaniera per il trasporto del gas naturale liquefatto, sia come Fsru. La nave, costruita nel 2015, ha una capacità di stoccaggio di circa 170mila metri cubi di gas naturale liquefatto e una capacità di rigassificazione continua di 5 miliardi di metri cubi l’anno.

I diversi comitati di cittadini che da sempre si oppongono al progetto, sono sul piede di guerra e denunciano “condizioni tuttora di incertezza assoluta riguardante la sicurezza”. “Il gas arriverà – scrivono in una nota – e si comincerà a lavorarci per fare delle prove, come se le prove stesse non fossero potenzialmente pericolose. Senza neanche un piano di evacuazione, salvaguardati da 5 vigili del fuoco”. Chiedono, quindi, di attendere “come minimo le risposte e i chiarimenti” del Comitato tecnico regionale in merito al rapporto definitivo di sicurezza. Il Comitato salute pubblica Piombino si rivolge direttamente al ministro Pichetto: “perché viene a Piombino? Forse per Lei e per il Suo Governo è motivo di orgoglio essere riusciti a installare un impianto a rischio di incidente rilevante, in un arco temporale così breve?”.

Una richiesta condivisa anche da Alleanza Verdi Sinistra. Il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni ha presentato un’interrogazione parlamentare al governo, nella quale si chiede “uno stop cautelativo della fase di collaudo della nave rigassificatrice posizionata all’interno del porto della città di Piombino, in attesa di verificare che tutte le condizioni di sicurezza, con mezzi e personale adeguato, siano verificate dalle autorità nazionali e locali di prevenzione della sicurezza”.

Lo scorso 27 aprile si è svolta la conferenza dei servizi per la concessione dell’autorizzazione all’esercizio del rigassificatore e il Comune di Piombino ha confermato il proprio parere negativo. “Abbiamo ribadito e confermato la posizione di contrarietà del Comune a questo progetto, la cui sicurezza è dubbia ogni giorno di piùha detto Francesco Ferrari, sindaco di Piombino Così come molto dubbio è il percorso amministrativo che va dritto, purtroppo, verso l’autorizzazione all’esercizio dell’impianto”.