Presidenza Ue tenta compromesso: price cap gas a 220 euro

Un accordo politico sul tetto al prezzo del gas al prossimo Consiglio straordinario dell’energia del 13 dicembre. Difficile, ma non impossibile. E la presidenza della Repubblica ceca di turno al Consiglio Ue fino al 31 dicembre tenta il tutto per tutto e prova a far convergere gli animi divisi dei 27 con una nuova bozza di compromesso (datata 5 dicembre) che abbassa entrambi i criteri di attivazione (i ‘trigger’) del tetto: il ‘cap’ si attiverebbe quando il prezzo del gas supera i 220 euro per 5 giorni (l’ultima bozza di compromesso parlava di una soglia di 264 euro per 5 giorni) e quando la differenza del prezzo del mercato Ttf e il prezzo di riferimento del Gnl supera i 35 euro per 5 giorni (la precedente bozza parlava di 58 euro).

La seconda bozza fatta circolare tra le capitali è un nuovo tentativo di avvicinare le posizioni a livello tecnico (nelle riunioni tra ambasciatori) prima del confronto politico della prossima settimana al Consiglio energia del 13 dicembre. Il meccanismo di correzione del mercato proposto dalla Commissione europea lo scorso 22 novembre, anche detto ‘tetto al prezzo del gas’, si attiverebbe a due condizioni: quando la soglia di prezzo va oltre i 275 euro per 14 giorni consecutivi, nell’arco delle quali lo spread fra i mercati Ttf e Gnl devono superare i 58 euro per 10 giorni di scambi. Così come concepito dalla Commissione europea, il meccanismo è di difficile applicazione e su ammissione della Commissione stessa non si sarebbe attivato neanche durante i picchi di prezzo registrati in agosto, vicini ai 350 euro.

Nei giorni scorsi, l’Italia si è fatta promotrice insieme al Belgio, Grecia, Polonia, Slovenia, Lituania e Malta di un documento tecnico fatto circolare con proposte alternative, chiedendo un meccanismo di correzione dei prezzi che fosse dinamico al 75%, esteso alle transazioni fuori borsa. Una proposta di tetto tutto dinamico è stata avanzata anche dalla Spagna, in un documento separato e solo ieri anche i Paesi Bassi (che insieme alla Germania è il Paese che ha frenato di più a livello europeo sul price cap) hanno presentato un documento informale (non-paper) sul meccanismo di correzione del mercato, proponendo nella sostanza un tetto solo sul gas necessario a riempire gli stoccaggi europei (una quota limitata rispetto ai volumi di gas complessivamente acquistati).

La presidenza di Praga cerca di andare incontro a sensibilità diverse e oltre ad abbassare la soglia di attivazione del cap per renderlo effettivamente applicabile, ha proposto una serie di altre modifiche per rafforzare il ruolo degli Stati membri e introdurre riferimenti più espliciti alla dinamicità del prezzo (visto che la maggior parte degli Stati è favorevole a un cap dinamico). La bozza di compromesso di Praga estende il price cap non solo ai derivati del mese prima sul mercato olandese TTF ma anche a tutti gli altri derivati con scadenza fino a tre mesi. Sui derivati il limite di prezzo diventa un “limite di offerta dinamica“.

Quanto ai procedimenti per sospendere o disattivare il meccanismo di correzione del mercato, la Commissione Ue ha previsto che il meccanismo possa essere sospeso o disattivato a seconda dei casi attraverso due procedimenti diversi: può essere disattivato automaticamente quando la seconda condizione di attivazione (ovvero la differenza tra il prezzo TTF e il prezzo di riferimento del GNL) viene meno per dieci giorni; oppure, la Commissione europea propone che possa essere solo sospeso (dietro decisione della Commissione stessa) “quando ci sono rischi per la sicurezza dell’approvvigionamento dell’Unione”. Sulla sospensione, Praga suggerisce che la Commissione possa sospendere il meccanismo attraverso una decisione di esecuzione, che prevede la consultazione con gli Stati membri; mentre sulla disattivazione, Praga propone che il meccanismo sia disattivato “dopo un mese, se il limite di offerta dinamica è inferiore a [220] euro per un certo periodo“, si legge nella bozza di cui GEA ha preso visione.

Non è chiaro se la proposta di mediazione di Praga sarà sufficiente a trovare la quadra politica. Ci “sono discussioni molto difficili tra gli Stati membri Ue, su cosa fare per evitare i prezzi così elevati che abbiamo sperimentato in agosto”, ha ammesso la commissaria europea per l’energia, Kadri Simson, riferendo di “opinioni diverse sui rischi” del meccanismo. Ad ogni modo, per Paesi come l’Italia la questione energetica “ha bisogno di essere affrontata immediatamente e riguarda il tema di come fermare i costi della speculazione. La proposta della Commissione non mi pare sufficiente, perciò continuiamo a lavorare“, ha detto la premier Giorgia Meloni, a margine del Vertice dei leader Ue-Balcani Occidentali a Tirana.

A quanto si apprende, è stata convocata per sabato 10 dicembre anche una riunione straordinaria degli ambasciatori al Coreper per discutere di tetto al prezzo del gas e spianare la strada a un accordo la prossima settimana. Un accordo che – essendo da raggiungere in un Consiglio straordinario – non potrà essere formalizzato dai ministri, ma dovrà essere seguito da procedura scritta (a livello di ambasciatori Ue) oppure formalizzato al prossimo Consiglio energia ordinario in programma il 19 dicembre. La proposta della Commissione fa leva sull’articolo 122 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea e dunque prevede l’approvazione a maggioranza qualificata degli Stati membri al Consiglio (quando il 55% degli Stati membri vota a favore, ovvero 15 paesi su 27; e quando gli Stati membri che appoggiano la proposta rappresentano almeno il 65% della popolazione totale dell’Ue).

Strada in salita per il price cap Ue sul gas. Pichetto: Criteri, non numeri

La strada verso un tetto europeo al prezzo del gas resta in salita. L’ultimo Consiglio energia non ha portato i frutti sperati (e attesi dalla scorsa estate), ma l’Italia non ha alcuna intenzione di mollare la presa. Anzi, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, elenca almeno un risultato ottenuto dalla riunione di ieri a Bruxelles. Perché “abbiamo unanimemente sgombrato il campo da quella ipotesi“, dice riferendosi alla proposta della Commissione Ue di fissare un price cap per il metano a 275 euro per megawattora. Cifra che non convince praticamente nessuno, né i Paesi favorevoli alla misura né quelli sfavorevoli. Perché “se noi applicassimo quella proposta – spiega il responsabile del Masesarebbe inefficace nel modo assoluto, quindi perfettamente inutile“.

La fascia indicata da Bruxelles per il price cap, dunque, “non funziona, è inapplicabile” insiste. “Se prendessimo questa proposta di regolamento e la collaudassimo, o se volessimo fare una simulazione su cosa è avvenuto durante l’estate, sarebbe inefficace“, ribadisce Pichetto. Ricordando, invece, qual è stata l’idea portata al tavolo dall’Italia: “Abbandoniamo un numero di tetto, determiniamo invece dei parametri di intervento, allo scopo fondamentale di predisporre un intervento unitario da parte dell’Ue per evitare la speculazione“. Un vero e proprio “corridoio dinamico, che dovrebbe funzionare con una differenza rispetto ai prezzi medi di un certo periodo sull’oscillazione rispetto agli sbalzi“. Questo perché “non riusciamo a frenare il valore della quotazione internazionale, ma gli sbalzi e la speculazione possiamo frenarli“.

Da par suo, la Commissione europea fa sapere che non ne presenterà una nuova, ma la procedura seguirà l’iter normale. A chiarirlo è il portavoce, Eric Mamer, durante il briefing con la stampa, precisando che la proposta dell’esecutivo comunitario è stata già presentata al Consiglio Ue e che “non abbiamo dato indicazioni sul fatto che presenteremo una nuova proposta. Il processo legislativo seguirà la normale procedura“, per cui la proposta della Commissione europea può essere emendata e modificata. La puntualizzazione arriva dopo il Consiglio straordinario dell’energia, in cui i ministri hanno rimandato alla prossima riunione (che dovrebbe tenersi il 13 dicembre) la decisione sul meccanismo di correzione del mercato.

Sempre restando al vertice di ieri, Pichetto rivela un altro dettaglio: “Non c’è stato il muro contro muro, ma la disponibilità a ragionarci sopra, a valutare, a tentare di trovare soluzioni di mediazione e equilibrio“. Dunque la situazione non è così tesa come sembra agli osservatori esterni: “Il clima è che almeno ci parliamo – aggiunge il ministro -, che questo arrivi a una soluzione lo vedremo strada facendo“. Almeno “il fatto positivo è che già ieri sera le strutture tecniche, in modo informale, si parlavano. E non è qualcosa da non considerare“.

Sul fronte interno, poi, Pichetto torna sulla vicenda del rigassificatore galleggiante da installare a Piombino entro la prossima primavera, per accogliere le nuove forniture di Gnl provenienti dall’Algeria. Il Comune ha presentato ricorso al Tar, ma il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica annuncia l’opposizione del governo: “Noi abbiamo bisogno di quei 4-5 miliardi di metri cubi” o “la difficoltà per il 2023 ci sarebbe tutta“. Non avere il 4% di gas da Piombino vorrebbe dire “non riuscire a riempire gli stoccaggi o fare tanta fatica e dover cercare soluzioni alternative“. Un lusso che l’Italia proprio non può permettersi.

La beffa Ue sul price cap, il ministro Pichetto alzi la voce

Gilberto Pichetto Fratin, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, dice ‘no’ al price cap che la Commissione europea vorrebbe mettere a terra dopo sei mesi di sterile discussione. Era una battaglia di Mario Draghi e dell’ex ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, e sta diventando un punto fermo del nuovo governo. Pichetto Fratin ha rigettato una proposta che effettivamente scivola nel ridicolo e che non garantisce alcun tipo di tutela ai Paesi più soggetti ai rischi generati dalla crisi energetica. Bene: poi, però? Che l’Europa non voglia accollarsi questo genere di rogna e usi il price cap così strutturato solo come deterrente era abbastanza chiaro: sono troppo divergenti gli interessi dei 27 Stati membri per immaginare una convergenza comune. Che, a memoria, in tempi recenti si è avuta solo per la gestione ‘unitaria’ del Covid. Ma la pandemia era la pandemia, il gas è un’altra storia.

La misura del price cap non è congrua: lo hanno capito anche i sassi. Ma il ministro Pichetto Fratin può/poteva alzare di più la voce per far sentire anche la eco dell’ex premier. Ancorché ai primi passaggi nella nuova veste istituzionale, il tenutario del Mase possiede gli strumenti, pure esperienziali, per farsi ascoltare. I ripetuti viaggi a Bruxelles devono essere capitalizzati per consolidare la posizione dell’Italia e, nello specifico, dell’esecutivo appena nato. Se quello di Draghi era rispettato a prescindere, questo deve scalare inevitabilmente posizioni portandosi appresso molti pregiudizi.

La discussione è ancora aperta, nonostante i margini di manovra appaiano ristretti. Ha ragione Pichetto Fratin quando sostiene che il tetto sia esageratamente alto, che due settimane di tempo siano quasi una provocazione e che, in questo modo, si favorisca la speculazione. Ma come rimediare? La comunicazione dei processi operativi latita e tutto ciò non ne agevola la comprensione. Ci sarà davvero un fronte unito per spingere a una revisione del price cap o, come al solito, qualcuno si tirerà indietro sul più bello lasciando i soliti noti con il cerino in mano? In Europa spesso funziona così… Ecco la ragione per la quale auspichiamo da parte di Pichetto Fratin una posizione ferma, intransigente ed autorevole. Perché poi, alla resa dei conti, le bollette le pagheranno i cittadini. Che non hanno sensibilità politiche ma di portafoglio.

Manovra, giù Iva gas e voucher Meloni: “Parola mantenuta”

Il governo “mantiene la parola data”. Giorgia Meloni rivendica attraverso i social le scelte politiche fatte sulla manovra di bilancio che dovrebbe approdare alla Camera dalla prossima settimana. “Subito risposte per mettere in sicurezza famiglie e imprese contro il caro bollette“, scrive la presidente del Consiglio. La manovra consta di centotrentasei articoli, nove in materia di energia elettrica, gas naturale e carburanti, tre su agricoltura e sovranità alimentare, sei in materia di sisma. Quindici capitoli e 70 pagine, datate 23 novembre.

Sul caro energia, per le imprese che hanno subìto aumenti dei costi oltre il 30%, il credito d’imposta passa al 45 per cento delle spese nel primo trimestre 2023. Alle imprese dotate di contatori di energia elettrica di potenza disponibile pari o superiore a 4,5 kW, diverse dalle imprese a forte consumo di energia elettrica, è riconosciuto, a parziale compensazione dei maggiori oneri effettivamente sostenuti per l’acquisto della componente energia, un credito d’imposta del 35 per cento della spesa nel primo trimestre dell’anno 2023. Per le famiglie è stata ampliata la platea dei beneficiari per calmierare le bollette: per il 2023, sono ammessi alle agevolazioni per la fornitura di energia elettrica riconosciute ai clienti domestici economicamente svantaggiati, e alla compensazione per la fornitura di gas naturale nuclei familiari con un Isee pari a 15mila euro. L’iva sul gas metano usato per combustione, per usi civili e industriali, scende al 5%.

Spuntano diversi fondi. Quello per la Sovranità alimentare, 100 milioni in tutto dal 2023 al 2026, 25 per ogni anno, che serviranno a rafforzare il sistema agricolo e agroalimentare nazionale, valorizzare il cibo italiano di qualità, ridurre i costi di produzione per le imprese agricole, sostenere le filiere, gestire le crisi di mercato, garantendo la sicurezza delle scorte e degli approvvigionamenti alimentari.
Quello per la ‘digitalizzazione’ dell’agricoltura per, si spiega, favorire lo sviluppo di progetti di innovazione finalizzati all’incremento della produttività anche per pesca e acquacoltura, attraverso la diffusione delle migliori tecnologie disponibili per la gestione digitale dell’impresa, per l’utilizzo di macchine, soluzioni robotiche, sensoristica, piattaforme e infrastrutture 4.0, per il risparmio dell’acqua e la riduzione dell’impiego di sostanze chimiche. Si tratta di 75 milioni di euro per ciascuno degli anni 2023, 2024 e 2025, in un fondo istituito presso il ministero dell’Agricoltura.

Presso il Mef, ci sarà un fondo, con una dotazione di 500 milioni di euro per il 2023, destinato all’acquisito di beni alimentari di prima necessità dei soggetti con un Isee non superiore a 15mila euro, da fruire mediante l’utilizzo di un apposito sistema abilitante. Sostituisce l’idea iniziale di azzerare l’Iva su pane e latte.
Per promuovere l’ecoturismo e il turismo sostenibile, sono previste risorse ad hoc, che mirano a minimizzare gli impatti economici, ambientali e sociali generando contemporaneamente reddito, occupazione e conservazione degli ecosistemi locali, nello stato di previsione del Ministero del turismo. La dotazione è pari a 5 milioni di euro per l’anno 2023 e 10 milioni per il 2024 e il 2025.

Oggi Consiglio Energia: ministri Ue alla prova del price cap

Da un lato, misure per gli acquisti congiunti, solidarietà energetica e la promessa di un indice complementare per il gas naturale liquefatto. Dall’altro, la diffusione delle energie rinnovabili tagliando i tempi di autorizzazione. I ministri europei dell’energia si riuniscono oggi a Bruxelles in un Consiglio straordinario dell’energia con l’obiettivo di concordare sulle ultime due proposte legislative avanzate dalla Commissione europea per affrontare l’aumento dei prezzi dell’energia, ma anche per guadagnare anche terreno comune sull’idea di introdurre a livello europeo un ‘meccanismo di correzione del mercato’ per affrontare i picchi di prezzo del gas.

Dopo settimane, se non mesi, di pressioni da parte dei governi, la Commissione europea ha avanzato ieri la proposta legislativa con i dettagli per fissare un prezzo massimo “di sicurezza” da applicare in automatico sulle transazioni sul mercato olandese quando sono soddisfatte due condizioni contemporaneamente: quando il prezzo del gas sul TTF supera i 275 euro per megawattora (MWh) per un periodo di due settimane e quando i prezzi del gas sul TTF sono superiori di 58 euro rispetto al prezzo di riferimento del GNL per 10 giorni consecutivi nelle due settimane di scambi. Le condizioni per attuarlo in automatico sono talmente difficili da realizzare, che il meccanismo potrebbe non entrare in funzione mai. In particolare, è la soglia di prezzo così alta per far scattare il meccanismo di correzione del mercato ha attirato subito le critiche delle Capitali, soprattutto quelle che più in questi mesi hanno insistito perché la Commissione presentasse una proposta legislativa per il price cap.

Per l’Italia, la proposta della Commissione Ue non “è sufficiente”, ha detto il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, alla vigilia della riunione con gli omologhi europei. Insufficiente perché “rischia di stimolare la speculazione invece di arginarla. Domani valuteremo rispetto alle modalità quali posizioni prendere, ma così com’è la proposta non è di nostra soddisfazione“, ha motivato. Toni duri quelli usati anche dalla ministra spagnola per la transizione ecologica, Teresa Ribera, che ha definito la proposta una “presa in giro” e ha annunciato il suo rifiuto alla riunione di domani perché il tetto “genera l’effetto opposto a quello desiderato, provoca un maggiore aumento artificiale dei prezzi, mettendo a rischio tutte le politiche di contenimento dei prezzi”. La soglia dei 275 euro/MWh è stata stabilita dopo varie indecisioni da parte della Commissione, scelta accuratamente alta in parte perché la Commissione europea spera di non attivare mai il meccanismo (ha chiaramente dichiarato che vuole usare lo strumento come ‘deterrente’ per abbassare in automatico il prezzo del gas) in parte perché sa che nei negoziati gli Stati membri abbasseranno la cifra. La maggior parte dei governi sposa l’idea di un limite di prezzo che si aggira tra i 150-180 euro per megawattora. A detta dell’esecutivo comunitario però la proposta è un tentativo di andare incontro e trovare un equilibrio tra posizioni distanti. Tra chi, come la Germania e i Paesi Bassi, il tetto non lo vogliono proprio e chi, come l’Italia e altri 15 Stati membri, il price cap lo hanno richiesto a più riprese nel corso di tutta la crisi energetica.

A difendere la proposta è stata ancora oggi la commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson, secondo cui i livelli di attivazione del price cap proposti dalla Commissione europea sono “sufficientemente elevati da ridurre al minimo i rischi e coerenti con la nostra intenzione di disporre di uno strumento che scoraggi episodi di picchi di prezzo molto elevati”, ha dichiarato di fronte all’Aula di Strasburgo. Domani si terrà il primo scambio di idee dei ministri sulla proposta, cui seguiranno i primi tentativi delle capitali di riscrivere in parte fatti e cifre del testo legislativo. I tempi sono troppo stretti e la materia controversa, per cui per un alto funzionario dell’Ue per quanto la presidenza ceca possa compiere “missioni impossibili”, è troppo “ottimista pensare di riuscire a chiudere” un accordo già domani. Ma il confronto di domani servirà alla presidenza ceca per “testare gli umori e la temperatura” sulla questione e capire in quale direzione andare, se rimettere la questione sul tavolo dei capi di stato e governo riuniti a Bruxelles il 15-16 dicembre.

La proposta al vaglio dei governi: price cap sul gas a 275 euro/MWh

Un meccanismo di correzione del mercato da attivare automaticamente di fronte a picchi di prezzo sul mercato olandese usato per le transazioni nell’Ue, il TTF (Title Transfer Facility). Dopo non poche indecisioni, è da Strasburgo (dove è riunito l’Europarlamento) che la Commissione europea ha avanzato oggi nei dettagli la proposta per introdurre uno strumento temporaneo di correzione del mercato (MCM – Market Correction Mechanism), di cui la scorsa settimana aveva presentato ai governi uno schema privo dei dettagli essenziali, tra cui il prezzo di riferimento per farlo scattare.

Il nome tecnico scelto dall’esecutivo è quello di un meccanismo di correzione del mercato, ma nei fatti si traduce in un prezzo massimo “di sicurezza” da applicare in automatico sulle transazioni quando sono soddisfatte due condizioni contemporaneamente: quando il prezzo del gas sul TTF supera i 275 euro per megawattora (MWh) per un periodo di due settimane e quando i prezzi del gas sul TTF sono superiori di 58 euro rispetto al prezzo di riferimento del GNL per 10 giorni consecutivi nelle due settimane di scambi. Il prezzo di riferimento del GNL viene calcolato sulla media giornaliera di un paniere di parametri di riferimento globali, tra cui la Commissione Ue cita il Mercato Spot Giornaliero del Mediterraneo, il Mercato Spot Giornaliero dell’Europa Nordoccidentale.

Di fronte a entrambe le condizioni, ha chiarito Simson in conferenza stampa, il tetto massimo che impedisce le transazioni sul mercato olandese si applicherebbe automaticamente, senza un ulteriore passaggio decisionale a livello politico. Nello specifico, la proposta della Commissione prevede che sia l’Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia (ACER) a pubblicare un avviso nella Gazzetta ufficiale Ue, informandone l’Esecutivo europeo, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA) e la Banca centrale europea (BCE). Proprio a queste tre autorità di controllo, insieme al Gas Coordination Group e all’European Network of Transmission System Operators for Gas (ENTSO-G), spetta il compito di monitoraggio dello strumento e della sicurezza dell’approvvigionamento in Ue. La commissaria estone ha assicurato il meccanismo è progettato “per essere efficace, ma senza compromettere la sicurezza dell’approvvigionamento dell’Ue. Come ‘freno di emergenza’, la Commissione ha previsto che il meccanismo possa essere sospeso o disattivato a seconda dei casi attraverso due procedimenti diversi: può essere disattivato automaticamente quando la seconda condizione di attivazione (ovvero la differenza tra il prezzo TTF e il prezzo di riferimento del GNL) viene meno per dieci giorni; oppure, la Commissione europea propone che possa essere solo sospeso (dietro decisione della Commissione stessa) “quando ci sono rischi per la sicurezza dell’approvvigionamento dell’Unione”, ha chiarito Simson. Secondo la Commissione, la proposta dovrebbe entrare in vigore già dal 1° gennaio 2023 e restare in vigore per un anno, fa leva sull’articolo 122 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea e dunque prevede l’approvazione a maggioranza qualificata degli Stati membri al Consiglio (quando il 55% degli Stati membri vota a favore, ovvero 15 paesi su 27; e quando gli Stati membri che appoggiano la proposta rappresentano almeno il 65% della popolazione totale dell’Ue).

La prima occasione di confronto e dibattito tra gli Stati membri sarà domani nella riunione degli ambasciatori dei 27 stati membri che si incontreranno al Coreper, il comitato dei rappresentanti permanenti presso l’Ue. Ma il primo confronto a livello politico sulla questione sarà giovedì al Consiglio Energia che si terrà a Bruxelles, dove i ministri sono chiamati a dare il via libera al terzo pacchetto di misure di emergenza presentato dalla Commissione lo scorso 18 ottobre (che comprende l’obbligo di acquisti congiunti di gas e solidarietà in caso di tagli alle forniture) e alla proposta di regolamento per accelerare i permessi sulle infrastrutture energetiche rinnovabili. Sul price cap, visti i tempi stretti, si prevede solo un primo confronto, fonti europee chiariscono che è troppo ottimistico sperare in un accordo già in settimana. I ministri dell’energia hanno in programma, da calendario, un’altra riunione il 6 dicembre, ma non è da escludere che la questione possa finire direttamente sul tavolo dei capi di stato e governo il 15-16 dicembre al Vertice Ue.

La soglia dei 275 euro/MWh è stata stabilita dopo varie indecisioni da parte de, scelta accuratamente alta in parte perché la Commissione europea spera di non attivare mai il meccanismo (lo vuole usare da deterrente) in parte perché sa che nei negoziati gli Stati membri giocheranno al ribasso per abbassarla. La maggior parte dei governi sposa l’idea di un limite di prezzo che si aggira tra i 150-180 euro per megawattora. Ad agosto, il mese che viene preso come riferimento per il picco, i prezzi si sono avvicinati ai 310 euro/MWh ma non sono mai andati oltre la soglia dei 275 euro/MWh per un periodo consecutivo di due settimane, il che rende improbabile che a queste condizioni il cap sia attivato realmente.

Motivo di attrito con i governi sulla proposta sarà quindi la fascia di prezzo, ma sicuramente anche il fatto che la decisione di sospendere il meccanismo rimarrebbe in capo alla Commissione europea. E’ sicuro che gli Stati membri, in sede di negoziato politico, cercheranno di spostare l’asse delle competenze sulla sospensione del meccanismo al Consiglio stesso.

Gas, risparmiato il 10% stoccaggi: due settimane in più assicurate

Secondo gli ultimi dati forniti da Gie (Gas Infrastructure Europe) Agsi (Aggregated Gas Storage Inventory) il tasso di riempimento degli stoccaggi al 19 novembre nell’Unione Europea è al 95,17%. Lo stesso giorno di un anno fa la percentuale era al 75,57%. Il tasso di riempimento dell‘Italia è leggermente sotto la media Ue al 94,42%. Un anno fa la percentuale era però all’82,92%.

In pratica, fermandoci al caso italiano, abbiamo risparmiato finora circa il 10% delle scorte di gas stipate nei siti dove un tempo si estraeva metano, gran parte dei quali si trovano in Lombardia o comunque nella pianura padana. In parte merito del clima, più mite di altri anni, in parte per una riduzione forzata dei consumi, soprattutto da parte del mondo industriale, che inevitabilmente genereranno un calo dell’attività produttiva.

A ottobre, primo mese del nuovo anno termico, i consumi di gas naturale in Italia si attestano a 4.339 milioni di mc (-23,2%)”, sintetizzava pochi giorni fa il Gme. La frenata della domanda è proseguita anche a novembre, basta considerare che l’accessione dei riscaldamenti in alcune città è scattata solo pochi giorni fa, un mese dopo il tradizionale avvio degli scorsi anni.

Ora, visto che gennaio generalmente mangia 10 miliardi di metri cubi, febbraio 7,7, marzo 7,3 e aprile 5,3, il risparmio di gas non appare granché. Più o meno parliamo di un mancato utilizzo di oltre 2 miliardi di metri cubi di gas. Tuttavia, visti anche i prezzi – il Ttf con consegna a dicembre è scambiato a 113,7 euro/Mwh in calo dell’1,5% – si può ipotizzare che proprio grazie a questo tesoretto di metano, che allunga le scorte di un paio di settimane, non andremo incontro all’incubo razionamento. Anche in Italia, nonostante il balzo a quota 108,4 euro, il valore medio del gas di novembre (78,4 euro) resta ancora sotto la media di 80,7 di ottobre. Siamo in linea con le quotazioni di un anno fa e il boom di luglio/agosto sembra un lontano brutto ricordo.

Il mercato dunque è convinto che questo inverno è al sicuro e che le scorte non arriveranno a zero a inizio primavera. “Con gli stoccaggi che abbiamo, con tutti i meccanismi messi a punto, con distinzioni tra gasivori e altri, con una graduatoria di interrompibilità temporanea a fronte di indennizzo, vedo questo inverno con fiducia. Si può superare. La preoccupazione maggiore è per il 2023. Dovremmo ricostituire tutte le riserve e gli stoccaggi e non avremo più il gas russo“, avvertiva stamattina il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, intervenendo all’evento ‘Direzione Nord’ al Palazzo delle Stelline di Milano. Questi oltre due miliardi di metri cubi di gas risparmiati comunque sono fondamentali. Proprio grazie a questa base di stoccaggio più elevata del previsto, “la domanda di gas europea nordoccidentale può essere mediamente di circa 22 milioni di metri cubi al giorno superiore alle nostre precedenti aspettative per l’estate senza compromettere l’obiettivo di riempire al 90% gli stoccaggi a fine ottobre 2023“, scriveva pochi giorni fa Goldman Sachs. Una analisi in base alla quale, “ipotizzando una sensibilità alla domanda che vale 2,4 euro per milione di metro cubo“, la banca d’affari americana ha rivisto al ribasso la previsione del prezzo Ttf per l’estate 2023 a 180 euro/MWh, 55 euro in meno rispetto alle precedenti stime. E questo significa che il gas, sulla carta, costerà sempre caro ma non mancherà.

Ue verso proposta price cap sul gas martedì: si cerca l’accordo

Dopo le accuse dei governi di inazione sul fronte energia, la Commissione europea accelera il passo e dovrebbe presentare la proposta legislativa vera e propria per il price cap sul gas “alla riunione del collegio dei commissari di martedì prossimo“, il 22 novembre, che si terrà a Strasburgo in occasione della plenaria dell’Europarlamento. In tempo utile, dunque, perché i ministri europei dell’energia riuniti a Bruxelles giovedì 24 novembre possano discuterne ed eventualmente approvarlo.

L’agenda ancora non è confermata (l’ordine del giorno verrà stabilito lunedì), ma a chiarire che c’è questa possibilità è stato venerdì il portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, nel briefing quotidiano con la stampa, rispondendo a una domanda sulle tempistiche di presentazione della proposta legislativa da parte dell’esecutivo. Dopo le pressioni dei governi, la Commissione europea ha presentato mercoledì alle delegazioni dei Paesi membri Ue uno schema con alcuni dettagli per l’introduzione di un potenziale tetto al prezzo del gas come meccanismo di correzione del mercato, ma senza presentare ancora una proposta legislativa vera e propria e soprattutto priva delle cifre essenziali. Proprio l’assenza dell’atto normativo ha rischiato di essere nuovo motivo di attrito con gli Stati membri, che hanno minacciato di bloccare il via libera alle altre misure del pacchetto di emergenza che sarà sul tavolo del Consiglio energia (che include interventi per contrastare l’aumento dei prezzi del gas come un ‘price cap’ dinamico per le transazioni sulla principale borsa del gas di Amsterdam; una base giuridica per avviare gli acquisti congiunti di gas e nuove regole di solidarietà tra gli Stati membri). Al pacchetto del 18 ottobre mancava però la proposta vera e propria sul price cap, per la quale la Commissione Ue si è presa più tempo.

Lo ‘schema’ propone nei fatti l’idea di un tetto ‘statico’ ma con elementi dinamici sui prezzi dei prodotti del mese prima del TTF olandese, il mercato di riferimento per le transazioni del gas in Europa, da attivare in automatico quando vengono soddisfatte due condizioni: quando i prezzi raggiungono una certa soglia (che ancora deve essere definita dai governi) e quando all’aumento non corrisponde un aumento analogo dei prezzi sul mercato mondiale del gas naturale liquefatto (Gnl). Una volta soddisfatte entrambe le condizioni, il meccanismo si attiverebbe in automatico anche se l’esecutivo Ue si assicura di avere la prerogativa di sospenderlo in caso di interferenze sul mercato o disattivarlo in caso di timori per la sicurezza degli approvvigionamenti o in assenza di necessità e questo elemento della proposta è destinato a far creare attrito tra le Capitali.

L’idea dell’Esecutivo è stata accolta con un giudizio positivo dalla maggioranza degli Stati membri, secondo quanto riferiscono fonti diplomatiche, soprattutto dal blocco di 16 Paesi – guidato dall’Italia, insieme Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia e Spagna – da mesi ormai a favore di un meccanismo di correzione del mercato come un tetto al prezzo del gas. Alcune riserve sono state sollevate da Stati come Germania e Olanda, che hanno sollevato gli stessi timori sullo schema e sulla proposta, sostenendo in più anche la necessità di effettuare una valutazione di impatto sulle sue implicazioni. La Commissione Ue aveva inizialmente deciso di aspettare di avere il via libera formale da parte dei ministri su questo schema, prima di presentare la proposta vera e propria. Ma la minaccia da parte dei governi Ue di tenere in ostaggio tutto il resto del pacchetto di emergenza, dovrebbe aver convinto l’esecutivo europeo a presentare la proposta vera e propria prima del tempo.

GAZPROM

La procura svedese conferma: Grave sabotaggio a Nord Stream

Quanto accaduto alla fine di settembre ai gasdotti Nord Stream 1 e 2 è stato “un sabotaggio“. A un mese e mezzo circa dalle 4 falle trovate sui condotti nel Mar Baltico – costruiti per portare il gas russo in Europa – la procura svedese ha confermato che non si è trattato di un incidente, ma della mano dell’uomo. Lo ha annunciato il procuratore incaricato delle indagini preliminari svolte in Svezia, Mats Ljungqvist. “Le analisi che sono state effettuate mostrano resti di esplosivo“, ha spiegato il pm. L’ipotesi del sabotaggio si era fatta strada quasi fin da subito. Secondo l’accusa il proseguimento delle indagini preliminari potrà dimostrare se qualcuno dovrà essere perseguito per un reato.

Nelle ultime settimane a livello internazionale si è discusso molte volte di eventuali responsabilità. La Russia ha sempre negato il suo coinvolgimento nei sabotaggi e, anzi, ha accusato la Marina britannica dei danni ai gasdotti.

A fine settembre erano state rilevate quattro enormi fughe di gas sui gasdotti che collegano la Russia alla Germania. Due si trovavano nella zona economica svedese e due in quella danese. Le ispezioni subacquee preliminari avevano rafforzato i sospetti di sabotaggio, poiché le perdite erano state precedute da esplosioni. A fine ottobre il consorzio Nord Stream, di cui la russa Gazprom è azionista di maggioranza, aveva inviato una nave civile battente bandiera russa per effettuare un sopralluogo nella zona svedese. A novembre Nord Stream ha ricevuto anche l’autorizzazione a ispezionare i gasdotti nell’area danese, dove è in corso un’altra indagine.

Dall’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, i due gasdotti, che collegano la Russia alla Germania, sono stati al centro delle tensioni geopolitiche, alimentate dopo la decisione di Mosca di interrompere le forniture di gas all’Europa come presunta rappresaglia contro le sanzioni occidentali. Fuori servizio al momento dei fatti, i due gasdotti contenevano comunque ingenti quantitativi di metano, che sono fuoriusciti per diverse settimane.

I ministri dell’Interno del G7, riuniti a Eltville (ovest), non lontano da Francoforte, hanno ribadito l’impegno ad affrontare le “minacce ibride” alla sicurezza, acuite dalla guerra in Ucraina, sia che si tratti del rischio di danni alle infrastrutture critiche sia della manipolazione di alcune informazioni. Parlando di “minacce ibride” da “attori statali e non statali” volte a seminare “insicurezza” e “divisione” , soprattutto contro infrastrutture critiche, i ministri hanno fatto riferimento proprio al sabotaggio dei gasdotti Nord Stream.

Meloni: Con decreto energia risposta immediata per famiglie e imprese

Con 9,1 miliardi di euro il governo di Giorgia Meloni vara il suo primo decreto di Aiuti a famiglie e imprese contro il rincaro delle bollette e dei carburanti. Il provvedimento, varato ieri in tarda serata dal Consiglio dei ministri, è stato presentato oggi, 11 novembre, dalla premier in una conferenza stampa.

I fondi sono “destinati prevalentemente a dare una immediata risposta a famiglie e imprese per fronteggiare l’aumento del costo delle bollette in parte fino a fine anno, ma anche inserendo nuove norme“, dice la premier. Spiegando che c’è la proroga del credito d’imposta per le imprese, la rateizzazione in bolletta degli aumenti rispetto all’anno precedente, per i consumi fino al 31 marzo 2023, per un minimo di 12 e un massimo di 36 rate coperta da garanzia statale Sace. “Dovrebbe in qualche modo intervenire a mitigare l’impatto sulla liquidità“, sottolinea il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

Nel decreto ci sono l’estensione del fringe benefit sui bonus aziendali da 600 a 3000 euro, totalmente senza tasse. E ancora, l’aumento delle concessioni per ricerca ed estrazione di gas in Italia, per “diminuire la dipendenza dall’estero e in sicurezza il tessuto produttivo italiano“, rivendica Meloni.

Nonostante le frizioni registrate nella maggioranza, tra le misure figurano anche le modifiche al Superbonus, che scende dal 110 al 90%. La decisione di concentrarlo in modo selettivo a favore di reddito medio-bassi è “politica“, sostiene Giorgetti. Continua a favore di chi “non può permettersi la ristrutturazione di casa“. Ma le novità non saranno retroattive: “Abbiamo salvaguardato chi ha deciso di fare interventi”, chiarisce il responsabile del Mef.

Infine, sul tetto al pagamento in contante, che sarebbe dovuto scendere da gennaio da 2mila a mille euro e che invece sale a 5mila, la scelta è stata fatta per “allinearsi alla media europea” e comunque, “era in programma“.