Varato dl Aiuti: 17 miliardi contro siccità e rincari di energia e gas

Dal disbrigo degli affari correnti ‘allargati‘ nasce il nuovo decreto Aiuti. Un provvedimento corposo, da ben 17 miliardi, di cui 15 dal testo varato ieri pomeriggio in Consiglio dei ministri, più altri 2 miliardi per effetto di norme collegate. Dunque, dopo giorni di attesa è arrivato il via libera alle misure di protezione contro i rincari di luce, gas, acqua e carburanti, oltre alle norme su lavoro e welfare. In realtà si tratta di proroghe della legislazione già in vigore, che comunque finora ha prodotto decreti per un ammontare di 35 miliardi, il costo di almeno una, se non due, manovre finanziarie. “Il metodo che abbiamo utilizzato è quello della condivisione: con le parti sociali, i sindacati, le forze di maggioranza ma anche quelle di opposizione, oltre ovviamente ai ministri. A tutti loro vorrei dire grazie“, esordisce Mario Draghi in conferenza stampa dopo la riunione di Palazzo Chigi.

Il premier tocca diversi argomenti, che hanno un unico filo conduttore: la situazione geopolitica internazionale. “Ci sono nuvole all’orizzonte dovute alla crisi energetica, all’aumento del prezzo del gas e al rallentamento del resto del mondo. Le previsioni sono preoccupanti per il futuro“, spiega. Perché “non bisogna sottacere i problemi: il caro vita, l’inflazione, l’aumento dei prezzi dell’energia e di altri beni, le difficoltà di approvvigionamento, l’incertezza politica non solo nostra ma geopolitica“. Ed è la ragione per cui, pur dimissionario, ha rimesso il governo al lavoro per trovare le risorse utili a rifinanziare molte misure anche nel quarto trimestre dell’anno: dalle riduzioni sulle bollette di luce e gas, al taglio di 25 centesimi sulle accise dei carburanti (anche se soltanto fino al 20 settembre), compreso il gasolio per i mezzi agricoli. Una scelta salutata con soddisfazione da Coldiretti. Che accoglie positivamente i primi 200 milioni per mitigare gli effetti negativi della siccità sulla produzione. Peraltro, con il nuovo dl Aiuti arriva anche la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza anche in maniera preventiva rispetto al calcolo dei danni effettivi.

Restano anche i prelievi sugli extraprofitti delle aziende energivore. In questo caso la norma è stata allungata fino al 30 giugno del 2023. Sul punto ha battuto molto Draghi, svelando che “il gettito degli acconti pagati finora è inferiore a quello che sarebbe dovuto essere se gli importi fossero stati tutti pagati“. Per l’ex Bce “non è tollerabile che con le famiglie in difficoltà e il sistema italiano in difficoltà un settore eluda le disposizioni del governo“, ma la sua intenzione è ferma: “Paghino tutto“. Ragion per cui “in questo decreto ci sono provvedimenti che aumentano fortemente le sanzioni e gli obblighi al pagamento“. E se l’antifona non fosse già chiara, il presidente del Consiglio avvisa: “Non escludo che se non avremo una risposta dalle grandi società di produzione elettrica l’esecutivo possa prendere altri provvedimenti“.

Il discorso è inevitabilmente caduto anche sulle grandi sfide in corso. Come quella degli stoccaggi di gas, che “proseguono, vanno avanti e molto bene“, assicura Draghi. Anzi, l’Italia “ha diversificato rapidamente l’offerta, quindi oggi la nostra posizione è decisamente migliore rispetto ad altri Paesi europei per stabilità delle forniture. Tanto è vero che il livello dei nostri stoccaggi è tra più alti in Europa“. Il dato è confermato anche dal ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani: “Siamo intorno al 74%“. Il responsabile del Mite spiega che “il trend di stoccaggio procede secondo la curva ideale, quella secondo cui ci dovrebbe portare al 90% entro l’inizio del periodo più freddo, orientativamente ottobre-novembre“, garantendo al Paese “una quantità di circa 80-90 milioni di metri cubi al giorno“. Tutto ciò nel bel mezzo di una sostituzione dei 30 miliardi di metri cubi importanti dalla Russia con 25 miliardi da nuovi contratti di fornitura “manteniamo la rotta di decarbonizzazione“. Tra l’altro, “la dipendenza dal gas russo è calata dal 40 al 15% in poche settimane“.

Resta però aperta la questione Piombino. “Metà del nuovo gas è Gnl, che va rigassificato subito“, dice Cingolani. Che torna a ribadire, sempre con forza che “non si può mettere a rischio la sicurezza nazionale perché non si vuole un rigassificatore“.

Draghi si concede anche due battute sulla politica, non di più però. Racconta, con il suo classico sorriso, di aver augurato “buone vacanze ai ministri che non saranno impegnati nella campagna elettorale e ho augurato che si verifichino i loro sogni e i loro desideri a chi, invece, dovrà farla. Sono molto vicino a loro“. Su una sua disponibilità futura a guidare altri altri governi glissa: “Ho già risposto tante volte. Io un nonno al servizio delle istituzioni? Beh, un nonno lo sono… quello è innegabile“. A chi gli chiede numi sulla ormai famigerata ‘Agenda Draghi‘, risponde invece: “Quando sono arrivato non è che ne avessi una, dovevo fare alcune cose. Per cui, questa ‘agenda’ è fatta di risposte pronte ai bisogni dell’economia, ai bisogni delle famiglie più povere e di credibilità, interna e internazionale“. E qui batte il ferro: “Il credito di cui gode l’Italia oggi è la componente più importante del perché l’Italia cresce“. Le luci su Palazzo Chigi si spengono, ma Draghi ancora non chiude la porta dell’ufficio alle sue spalle.

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La Norvegia sta salvando l’Europa sul gas. E non solo

La Norvegia sta salvando l’Europa. Il 27% degli approvvigionamenti di metano arrivano infatti dallo Stato nordico. Oslo è diventato il principale fornitore dell’Europa, dopo il crollo di pompaggio di gas da parte della Russia. I numeri diffusi martedì dall’Indipendent Commodity Intelligence Services (Icis) sono significativi. In sintesi, la fornitura di gas naturale nel Vecchio continente a luglio è arrivata solo per il 10% dai tubi di Gazprom, con 3,7 miliardi di metri cubi consegnati. Un altro 5% viene sempre da Mosca, il Gnl di Yamal. Il gas liquefatto statunitense ha coperto il 13% della fornitura, mentre i gasdotti norvegesi sono stati i fornitori numeri uno, appunto con il 27%.

La Norvegia, ricordiamolo, è il terzo esportatore mondiale di gas naturale dopo Russia e Qatar, inoltre ha una capacità per sostenere una produzione significativa di idrocarburi offshore per altri 50 anni. L’avevano capito alla Ue già nel 2014, anche all’epoca alle prese con la guerra in Ucraina-Crimea, quando l’allora commissario europeo per l’Energia, Guenther Oettinger, aveva suggerito che la Norvegia avrebbe potuto svolgere un ruolo fondamentale nel rafforzare le forniture energetiche dell’Unione. Ahinoi quell’intuizione non è stata esplorata a dovere. Fino allo scorso 23 giugno.

Un mese fa infatti il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Frans Timmermans, il commissario all’Energia Kadri Simson e l’attuale ministro norvegese del petrolio e dell’energia, Terje Aasland, si sono impegnati a “rafforzare ulteriormente la stretta cooperazione tra l’UE e la Norvegia nel campo dell’energia, non tanto e non solo per il conflitto ucraino ma per le sfide sempre più gravi poste dal cambiamento climatico. In effetti Oslo non è solo gas o petrolio.

Bruxelles è molto desiderosa di rafforzare i vari partenariati a basse emissioni di carbonio dell’Ue con la Norvegia, che è ampiamente considerata un leader mondiale nello sviluppo di energia rinnovabile offshore e di idrogeno, soprattutto in virtù degli obiettivi ambiziosi inseriti nel piano RePowerEU pubblicato a maggio, dalla cattura del carbonio allo stoccaggio. Il target sarebbe quello di aumentare di dieci volte la capacità di produzione di elettrolizzatori e 10 milioni di tonnellate di energia rinnovabile a idrogeno entro il 2030. E Nel Hydrogen, con sede a Oslo, sta già lavorando al processo di selezione del sito per nuovi impianti di produzione in Europa. Senza dimenticare che, sul fronte rinnovabili, il Paese nordico da pochi mesi ha aperto all’eolico off-shore, pianificando 30 GW al 2040.

La ‘fortuna’ europea è che la Norvegia, benché fuori dall’Unione, è integrata nel mercato energetico europeo attraverso il cosiddetto accordo SEE, lo Spazio economico europeo che riunisce gli Stati membri della Ue e i tre dell’EFTA, ovvero Islanda, Liechtenstein e appunto Norvegia. Infine, particolare non di poco conto in un contesto di guerra come quello attuale, l’attuale segretario della Nato è il norvegese Jens Stoltenberg.

(Photo credits: Carina Johansen / NTB Scanpix / AFP)

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Produzione di gas ko in un ventennio: ‘spente’ 8 milioni di famiglie

Nel 2003 l’Italia aveva prodotto 13,885 miliardi di metri cubi di gas. A fine 2021 la produzione nazionale di metano è pari a 3,343 miliardi di metri cubi. In 18 anni il nostro Paese ha lasciato per strada 10,5 miliardi di metri cubi. Una quantità che, alla luce delle vicende degli ultimi mesi, è paragonabile alla fornitura algerina. Facendo di conto, pura statistica ma molto indicativa, quei 10,5 miliardi di metri cubi adesso basterebbero per coprire il fabbisogno annuo di 8 milioni di famiglie, considerando un consumo familiare medio di 1309 Smc a nucleo (dati del 2019), famiglie che invece sono state “costrette” a utilizzare metano importato o, peggio, a pagare di più la bolletta.

I pochi numeri evidenziati non sono un segreto di Stato. Si trovano sul sito del ministero dello Sviluppo economico. E sono pure di facile lettura. Quello che non è facile comprendere è perché si è deciso di smantellare la produzione di gas nazionale. Lo possiamo intuire: comitati contro gli impianti, svolta per così dire liberista in Europa che magari ha messo fuori mercato il nostro gas a causa di prezzi concorrenziali, la linea tedesca dominante nell’ultimo ventennio della Ue ha preferito avere gas scontato dalla Russia dando la linea all’intero continente, i soldi per la ricerca di nuove fonti e per la manutenzione sono via via spariti dalle leggi di bilancio… potremmo andare avanti con i motivi.

Sicuramente è tutto legittimo, dati i vari contesti, rimane comunque un perché che non trova risposta logica: perché, appunto, uno Stato ha “spento” il gas? È vero che dal 2000 c’è stata una accelerazione verso le rinnovabili che attualmente coprono un terzo del fabbisogno. Tuttavia chiunque sa benissimo che eolico o solare non bastano per accontentare attualmente le necessità di imprese e famiglie. L’Italia inoltre, dopo l’abbandono del nucleare e la decelerazione delle centrali a carbone, è legata a doppio filo al gas: circa il 40% dell’energia elettrica viene prodotta col gas, un record rispetto ad altri Paesi europei. Per cui è ancora più difficile comprendere questa sorta di addio al metano nazionale.

In questi giorni col gas pericolosamente tornato a quota 200 alla borsa di Amsterdam e l’energia elettrica che la scorsa settimana ha raggiunto il secondo prezzo più alto della nostra storia, non si sente parlare di ricette immediate per risolvere il problema costi. Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, e Mario Draghi, in questi ultimi mesi hanno sciorinato e messo nero su bianco piani salva-autunno. Natale è stato messo in sicurezza, resta l’incognita della prossima primavera.

(Photo credits: Miguel MEDINA / AFP)

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I ritardi dell’Ue sugli acquisti congiunti di gas

Non c’è data ancora per il primo acquisto congiunto di energia da parte dell’Unione europea. Anche se una piattaforma energetica comune, oggi, è più importante che mai di fronte alle minacce della Russia, che è pronta a tagliare completamente le forniture all’Europa.

Sulla scia dell’acquisto comune dei vaccini durante la pandemia Covid-19, di fronte alla crisi energetica connessa alla guerra in Ucraina, Bruxelles ha lanciato lo scorso 7 aprile una piattaforma energetica a cui gli Stati membri possono aderire su base volontaria per negoziare e cercare approvvigionamenti di gas (e poi anche idrogeno e gas naturale liquefatto) prima del prossimo inverno per mantenere anche i prezzi più contenuti potendo gestire la domanda a livello comunitario e non nazionale.

La realtà è anche che, proprio come è stato per l’acquisto congiunto di vaccini, la Commissione europea cerca attraverso la piattaforma comune anche di evitare che ci sia concorrenza tra i Paesi membri dell’Ue nell’acquisto di forniture, data la necessità di accelerare con la diversificazione dei fornitori e riempire le riserve. La Russia è il più grande fornitore di gas all’Europa. Fino allo scorso anno, Bruxelles ha importato da Mosca il 40% delle sue forniture di gas. Con l’inizio della guerra di Russia in Ucraina e l’impegno dei leader Ue a porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili russi entro il 2027 (nel piano RePowerEu), la percentuale si è già ridotta a meno del 30%, che però richiede uno sforzo ulteriore di compensazione.

La piattaforma è stata lanciata e il lavoro organizzato attraverso una serie di task force che saranno istituite su base regionale: la prima è nata a Sofia, in Bulgaria, per monitorare il fabbisogno di gas ed elettricità, i prezzi e i flussi del gas in Bulgaria e con i vicini dell’Europa sudorientale; la seconda è stata creata all’inizio del mese per occuparsi dei Paesi dell’Europa centro-orientale (Italia, Austria, Germania, Repubblica ceca, Ungheria, Polonia, Slovenia, Croazia e Slovacchia) insieme a Ucraina e Moldavia. Ora però mancano gli acquisti comuni e la Commissione Ue, interpellata, sceglie di non commentare.

Fonti europee spiegano che in questo momento si stanno studiando ancora varie formule per rendere operativa la piattaforma, che sta richiedendo più lavoro giuridico e tecnico di quanto la Commissione si sarebbe aspettata. Questo perché gli acquisti comuni non sono in capo ai governi ma agli operatori privati, quindi “occorre trovare un veicolo giuridico che consenta loro di agire”.

Martedì scorso, gli Stati membri dell’Ue hanno dato via libera al piano per una riduzione volontaria del 15% della domanda di gas (sulla media dei consumi degli ultimi cinque anni) tra agosto e marzo, per prepararsi a possibili interruzioni dell’approvvigionamento questo inverno da parte di Mosca. Nel testo dell’accordo raggiunto al Consiglio energia, i governi hanno aggiunto l’esortazione ad accelerare sugli acquisti comuni di gas, anche perché serviranno ad aiutarli a riempire le riserve come richiesto da Bruxelles all’80% della capacità entro il primo novembre (la media europea è poco sopra il 66%, mentre l’Italia è sopra il 71%), mentre Mosca continua a centellinare il gas all’Europa continuando a ridurre i flussi dal gasdotto Nord Stream 1, che collega la Russia direttamente alla Germania settentrionale attraverso il Mar Baltico.

Siccità, energia, guerra: tre dossier ‘hot’ per il nuovo governo

Sarà una campagna elettorale ‘lampo’, ma non senza scontri, tensioni e anche qualche ‘colpo basso’. Lo scenario con cui l’Italia si prepara al ritorno alle urne, il prossimo 25 settembre, è ricco di insidie. Per ogni schieramento. Non solo il cronoprogramma di riforme e progetti per non perdere i fondi europei del Pnrr, nell’agenda di tutte le forze politiche ci sono almeno tre temi cerchiati con in rosso: strategia nazionale sull’energia, transizione ecologica e digitale e, ovviamente, la guerra in Ucraina, che trascina con sé non solo implicazioni geopolitiche ma anche legate alla crisi alimentare. Lo sblocco, graduale, delle scorte di grano e cereali bloccati da mesi nei porti del Mar Nero è una buona notizia – se gli accordi firmati con i garanti Onu e Turchia reggeranno -, ma il tempo stringe perché alle porte ci sono i nuovi raccolti e le incertezze si triplicano senza il cessate il fuoco tra Mosca e Kiev.

L’altro, grande capitolo riguarda inevitabilmente gli approvvigionamenti energetici. Non soltanto – e non tanto – per la conferma e il rispetto degli accordi stipulati dal governo Draghi con Algeria, Libia, Egitto, Mozambico, Azerbaijan, Congo e Qatar: queste partnership ci renderanno indipendenti dalle forniture russe entro la fine del 2024 e l’inizio del 2025. Piuttosto il prossimo governo dovrà prendere una decisione sul ritorno o meno a puntare sulla produzione nazionale di gas. Ovvero, per dirla con il gergo utilizzato da alcune associazioni ambientaliste e movimenti politici, se l’Italia tornerà a muovere le proprie trivelle per sfruttare le possibilità del territorio. Il dibattito si è acceso negli ultimi mesi, quando la crisi energetica ha imposto una riflessione sul mix da adottare. Ad oggi le divisioni rimangono e la discussione non fa passi avanti.

In ballo ci sono interessi economici altissimi, però. Perché da circa una ventina d’anni, da quando è stata operata la scelta di comprare il gas da fornitori esteri (la Russia è diventata in pochissimo tempo il nostro partner principale), c’è chi conta una perdita in termini di occupazione, sviluppo delle nostre aziende e di risorse pubbliche, dovendo pagare l’Iva ai Paesi di appartenenza dei ‘venditori’. Il rovescio della medaglia, però, riguarda la tutela dell’ambiente e delle biodiversità. Non un problema da poco, visti gli effetti a volte devastanti dei cambiamenti climatici. Per ovviare a tutti i rischi c’è chi si appella alle nuove tecnologie, considerandole un valido alleato. Ma non tutti – in entrambi gli ‘schieramenti’ – sono pronti a metterci le mani sul fuoco.

Mentre la discussione va avanti, c’è comunque il presente da affrontare. Ad oggi il problema più grave è la siccità. Continua a non piovere su diverse zone del Paese, mentre dove finalmente scende giù l’agognata acqua, molto spesso lo fa con una violenza dirompete, a causa dell’incontro-scontro con le temperature record di questi mesi estivi. Il governo, prima che deflagrasse la crisi politica, era all’opera per un nuovo decreto Aiuti. La fine della maggioranza, le dimissioni di Mario Draghi e lo scioglimento delle Camere sembravano aver mandato in fumo l’opportunità. L’allargamento del perimetro dei cosiddetti affari correnti, però, ha riacceso la speranza e ora ci sono oltre 14 miliardi di euro da utilizzare per prorogare le misure di contrasto ai rincari di energia, carburanti e beni alimentari, ma anche i primi sostegni per i danni all’agricoltura. Il decreto dovrebbe vedere la luce la prossima settimana. Certo, le cifre stanziate non saranno sufficienti a coprire tutti gli ammanchi, ma va anche detto che oggi è tecnicamente impossibile fare la conta dei danni, quando le colture sono ancora in itinere.

Giocoforza questo sarà uno dei primi dossier su cui il nuovo governo, e la maggioranza che lo sosterrà, dovrà impegnarsi. Chi verrà dopo l’ex Bce, però, si troverà comunque una situazione economica e finanziaria di tutto rispetto. Almeno secondo quanto certificano diverse analisi, non ultima quella dell’Istat. “Con il dato sulla crescita del secondo trimestre” dice il ministro uscente della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, “è ragionevole aspettarsi un tasso di crescita annuo per il 2022 più vicino al 4%“. L’ex forzista si toglie anche un sassolino dalle scarpe: “Il governo Draghi ha lavorato bene, addirittura benissimo. Tanto che tra i Paesi del G7 nel 2022 l’Italia sarà quello che crescerà più di tutti“. E’ la campagna elettorale, bellezza. Ma anche una buona notizia per chi verrà tra due mesi circa.

cingolani

Cingolani: “Il gas costa un botto, acceleriamo sulle rinnovabili”

Non ci sono dubbi: il prezzo del gas è alle stelle. Una drastica conseguenza della guerra russo-ucraina ma anche della forte speculazione presente sul ‘dark web’ dell’economia italiana. “Paghiamo un botto. Già prima della guerra c’era stato un rialzo per vari motivi, anche speculativi, ma passare da 20 centesimi a 1-1,5 euro è troppo”, esclama il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che nel corso di una conferenza stampa al Mite fa il punto su due dei temi di maggior tendenza in questo periodo: gas e rinnovabili.

L’aggiornamento sul ‘work in progress’ delle rinnovabili da parte del ministro arriva subito: “Il lavoro per l’aumento delle energie pulite procede a ritmi serrati“. Parole che, considerando il caos energetico di Gazprom, delle varie manutenzioni ai gasdotti con il piano di risparmio europeo del 15% e l’autunno sempre più vicino, lasciano spazio a un sospiro di sollievo. Premesso, quindi, che sulla transizione energetica i passi avanti l’Italia li sta compiendo, c’è ancora un tassello da mantenere dal quale non possiamo ancora fare a meno. Quello riguardante il rinvio del phase out delle centrali a carbone, perché servirà a risparmiare 2 miliardi metri cubi di gas. E Cingolani avverte: “Farà un po’ di danno ambientale, ma ci consentirà di accelerare sulle rinnovabili“. Detto questo, “le nuove forniture di gas richiederanno un po’ di tempo per andare a regime ma non sono previste drastiche misure di contenimento a livello industriale“, la sottolineatura.

Riprendendo il discorso sui tre rigassificatori galleggianti, “due saranno operativi tra i prossimi 12-24 mesi”, mentre il terzo è in stallo. Si tratta dell’impianto di Piombino: “Ora c’è un po’ di polemica, faremo di tutto per cercare di alleviare i disagi, ma la sicurezza nazionale passa dal Comune toscano“. L’importante, per il responsabile del Mite è che “Il rigassificatore entri in funzione tra il primo quarto del 2023 e il primo quarto del 2024“, stessa cosa per quello di Ravenna che “è pronto ma serve un tubo di raccordo”.

Resta sempre sul tavolo il discorso relativo al tetto al prezzo del gas. Sulla Borsa, spiega il ministro, “sono stato esplicito anche in sede europea, spiegando che non siamo in economia di mercato ma in economia di guerra, quindi il price cap, che abbiamo chiesto e che l’Ue si è impegnata a presentare una proposta a settembre, diventerebbe un normalizzatore importante“.

Dl aiuti

Iva azzerata su pane e pasta: in arrivo nuovo dl Aiuti

Non c’è tempo per aspettare le elezioni. Il caro bollette morde la carne viva degli italiani e il governo Draghi, anche se dimissionario, quindi con poteri ‘limitati’, si prepara a varare il nuovo decreto con gli aiuti a famiglie e imprese. Avrà un peso consistente, circa 12-13 miliardi, ma solo per la proroga delle misure adottate negli ultimi 4 mesi. La novità su cui gli uffici del Mef stanno lavorando in queste ore è un allungamento dei tempi per confermare il taglio di 30 centesimi delle accise sui carburanti almeno fino al 31 dicembre 2022. Oggi, infatti, la deadline dell’ultimo rinnovo firmato da Daniele Franco e Roberto Cingolani è il 21 agosto: oltre quella data i prezzi finali rischiano di rischizzare inesorabilmente verso l’alto, aggravando gli effetti dell’inflazione.

Il premier ne parlerà con le parti sociali. Domani, infatti, riprendono gli incontri nonostante la crisi politica. Alle ore 10 a Palazzo Chigi sono attesi i vertici di Coldiretti, Confagricoltura, Confartigianato, Cna, Confimi, Casartigiani e Confapi. Mercoledì, sempre alle 10.00, ci sarà il nuovo confronto con i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, mentre nel pomeriggio, alle 15.30, Draghi vedrà i rappresentanti di Confcommercio, Confesercenti, Federdistribuzione, Alleanza cooperative, Federterziario, Confservizi, Confetra. E sono in programma incontri anche con Ania e Abi.

I tempi stringono e i rincari toccano fortemente anche – soprattutto – i generi di prima necessità. La tempesta che si è abbattuta sull’esecutivo ha rallentato quel percorso immaginato dal premier per il nuovo provvedimento, ma al momento non sembra averne frenato le intenzioni. L’idea è quella di “azzerare l’Iva su pane e pasta, ma la misura “deve essere estesa a tutti i prodotti alimentari“, rivela la vice ministra dell’Economia, Laura Castelli. Sottolineando che “l’elenco dei maxi-rincari che nell’ultimo periodo hanno interessato il comparto dell’alimentazione è lunghissimo e rende necessario in intervento che abbracci tutti i beni“. Ecco perché tra le ipotesi c’è una riduzione al 5% dell’imposta sul valore aggiunto di carne e pesce. “E’ un piano concreto e eventualmente alternativo o aggiuntivo al bonus dei 200 euro“, spiega ancora Castelli. Che anticipa: “Si stanno valutando i costi delle misure e quali sono più impattanti sulla vita degli italiani. Interverremo in questo senso nel decreto di luglio“. Già domani a Palazzo Chigi è prevista una riunione preparatoria del Cdm, in cui verranno tirate le prime somme da destinare al provvedimento.

Resta l’incognita sulle misure da adottare per mitigare l’effetto dei danni che sta provocando la siccità all’agricoltura. Prima della crisi il governo aveva dato il via libera allo stato di emergenza chiesto da Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte e Veneto, mentre restano in stand by le nuove richieste che sono in arrivo da Lazio, Umbria, Liguria e Toscana. Nel perimetro del disbrigo degli affari correnti non è escluso che possa entrarci anche questo dossier, ma servirà l’appoggio del Parlamento. Per la quantificazione effettiva delle perdite, invece, il discorso sembra ormai rinviato al prossimo esecutivo, dopo le elezioni del 25 settembre. Fino al passaggio della ormai famigerata ‘campanella’, però, resta da mettere in sicurezza i passaggi del cronoprogramma per non disattendere gli impegni del Pnrr: passaggio fondamentale per accedere alle nuove tranche dei finanziamenti europei.

Senza contare che la battaglia europea per il price cap sul gas non si ferma. Anche se il percorso diventa inevitabilmente più accidentato. Come conferma il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio: “Sicuramente ci metteremo il massimo impegno per arrivare a questo risultato – assicura -. Però, avendo fatto cadere il governo è molto più difficile stare ai tavoli internazionali“.

Italgas

Italgas non teme l’inverno e aumenta gli utili

Ridurre i consumi di gas del 15% per fronteggiare le bizze di Putin e i rigori dell’inverno? “Misure di questo tipo devono essere discusse a livello politico, ma da un punto di vista tecnico in Italia non ce n’è bisogno”, puntualizzava mostrando una certa serenità, Paolo Gallo, amministratore delegato di Italgas, durante la conference call per presentare agli analisti la semestrale. In generale “l’inverno non sarà auspicabilmente così critico come qualcuno pensa. E comunque non vediamo impatti per Italgas”. In effetti i conti dei primi sei mesi sono più che lusinghieri, nonostante il periodo gennaio-giugno 2022 non sia stata una passeggiata tra guerra e inflazione. La società ha comunque registrato ricavi totali per 707,4 milioni di euro (+6,3%), un Ebitda (margine operativo lordo) di 513,3 milioni di euro (+4,9%) e un utile netto adjusted di gruppo pari a 188,3 milioni di euro (+6,9%).

I risultati del primo semestre sono l’ulteriore conferma della solidità di un gruppo capace di continuare a crescere in maniera ininterrotta nonostante uno scenario caratterizzato da condizioni economico-sociali e geopolitiche sempre più complesse. Raggiungiamo il primo giro di boa dell’anno – ha commentato l’amministratore delegato – registrando la crescita di tutti gli indicatori economici e gli investimenti (374 milioni di euro) stanno realizzando la trasformazione digitale della rete, sempre più smart, capillare e flessibile al servizio della transizione energetica e della decarbonizzazione dei consumi. In Sardegna – ha concluso Gallo – prosegue il nostro impegno per la completa metanizzazione dei territori in concessione. Il network, che si estende per circa 1.500 chilometri di reti intelligenti, è già oggi il più all’avanguardia del Paese sia perché già in grado di accogliere gas rinnovabili come biometano e idrogeno, sia perché l’approvvigionamento è garantito soltanto da forniture di gas naturale liquefatto“.

Cinque anni fa il titolo in Borsa valeva 4,6 euro, mentre ieri – in una seduta che ha visto oscillare l’azione tra -0,2% e +0,2% – il prezzo era di 5,2 euro. In questi cinque anni ne sono successe di tutti i colori, ciò nonostante – come direbbe lo stesso Paolo Gallo – Italgas si è confermata anche nei momenti più bui “solida”. In generale le nostre utilities rappresentano un punto fermo per risparmiatori e per chi cerca un porto sicuro sia a livello di dividendi che di garanzia per la tenuta del nostro sistema energetico-infrastrutturale. E con 180 anni di esperienza alle spalle, Italgas continuerà a garantire lo sviluppo economico e sociale del Paese: non a caso è il più importante operatore del Paese nel settore della distribuzione del gas e il terzo in Europa. Con oltre 4.100 persone gestisce, direttamente o attraverso le proprie partecipate, una rete di distribuzione che si estende complessivamente per circa 72.700 chilometri attraverso la quale distribuisce il gas a 7,7 milioni di utenze. Un colosso, capace comunque di flessibilità e modernità: riduzione delle emissioni, rispetto dei target ambientali comunitari prima del 2030 (precisamente per il 2028) e investimenti tecnologici per migliore l’efficienza distributiva. Ecco perché l’indebitamento, più o meno stabile intorno ai 5 miliardi, non fa paura all’amministratore delegato e nemmeno alla Borsa. Per investire, servono soldi. Serve debito buono, come direbbe Mario Draghi.

Draghi

Draghi ha chiuso ma il dossier energia resta pericolosamente aperto

Mario Draghi ha terminato la sua esperienza a Palazzo Chigi e non è più a capo del governo se non per il disbrigo degli affari correnti, ma i suoi dossier – tutti delicatissimi – restano aperti. E, a stretto giro, andranno chiusi. La fretta di indire nuove elezioni per scongiurare l’esercizio provvisorio ma anche molte altre grane deriva proprio da questo. Cioè da quei dossier di cui sopra che, metaforicamente, l’ex premier ha ‘scaricato’ sulla scrivania del presidente della Repubblica nell’istante in cui si è dimesso.

Sono in stand by le riforme di fisco, giustizia e concorrenza, c’è la grana del superbonus, ci sono i provvedimenti da adottare per ridurre l’impatto sociale dei rincari di bollette e benzina. C’è la rata del Pnrr da 19 miliardi da riscuotere. E poi c’è il piano energia, che rappresenta un problema di portata non inferiore agli altri e che rischia di essere trascurato con conseguenze deleterie per aziende (già sul piede di guerra, ovviamente) e famiglie. Ma qualcuno ci ha pensato? Il sospetto è no, che nessuno ci abbia pensato. Il guasto lo percepiremo nella sua drammatica totalità al ritorno dalle vacanze, quando si affaccerà l’inverno. Allora lì capiremo i pericoli a cui stiamo scelleratamente andando incontro nella speranza che non sia troppo tardi.

Draghi, nel discorso al Senato, ha posto l’accento su alcune priorità: l’indipendenza dal gas russoentro un anno e mezzo”, le alleanze da stringere con nuovi partner, la spinta sulle rinnovabili con un occhio ai rigassificatori di Piombino e Ravenna che vengono etichettati come “questioni di sicurezza nazionale”. Come faremo adesso? E chi lo farà? Chi si occuperà di portare avanti il discorso del price cap sul gas che era stato un cavallo di battaglia dell’ex Presidente del Consiglio e del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani? Mentre gli altri Paesi della Ue si stanno muovendo per allestire un piano emergenziale sotto il profilo energetico, l’Italia sarà costretta a rallentare almeno fino ad inizio autunno, sempre che le elezioni si tengano – come sembra – a settembre. La sensazione è che non ce lo possiamo permettere, che l’interesse dei partiti abbia prevaricato l’interesse nazionale anche se qualcuno (che ha straccato la spina al Governo) va raccontando che si tratta di allarmismi ingiustificati. Niente di nuovo sotto il sole e in questo caso l’eolico non c’entra…

Ue clima

Ue si prepara a inverno senza gas russo. “Situazione grave”

Ci si prepara ad un inverno senza il gas russo”. Data la situazione questa possibilità non può essere ignorata, e “bisogna essere pronti” a tutto. Thierry Breton riassume con pragmatismo le incertezze e le tensioni che investono il mercato dell’energia, e il commissario per l’Industria spiega con la crisi potenziale le misure di risposta della Commissione europea, inclusa l’estensione delle deroghe sugli aiuti di Stato. L’esecutivo comunitario autorizza gli Stati a sostenere la produzione di energie da fonti rinnovabili e le misure utili a ridurre le emissioni di CO2 del settore industriale.

C’è la consapevolezza che staccarsi dal gas russo è una scelta non più rinviabile e per questo da attuare il più rapidamente possibile, e Bruxelles decide di agevolare questo processo allentando ulteriormente le maglie sulle regole di sostegno pubblico. Si prosegue lungo le scelte compiute dopo la crisi sanitaria, per puntellare ancora di più la tenuta dell’economia a dodici stelle.

Il quadro temporaneo di crisi modificato amplia dunque i tipi di sostegno esistenti che gli Stati membri possono fornire alle imprese che ne hanno bisogno. Ad esempio, consente ora agli Stati membri di concedere aiuti di importo limitato alle imprese colpite dalla crisi attuale o dalle successive sanzioni e controsanzioni fino all’importo aumentato di 62 mila euro e 75 mila rispettivamente nei settori dell’agricoltura, della pesca e dell’acquacoltura, e fino a 500 mila euro in tutti gli altri settori. Una finestra che per ora resterà aperta fino al 30 giugno 2023 , e che riguarderà anche il gas. Qui si procederà a valutazioni “caso per caso”, ma possibili a determinate condizioni, spiega Margrethe Vestager, la vicepresidente esecutiva responsabile per la Concorrenza. Con le nuove modifiche e l’estensione delle deroghe agli aiuti di Stato si prevede la possibilità di sostegno per le imprese interessate dalla riduzione obbligatoria o volontaria del gas, e sostegno per il riempimento degli stoccaggi di gas.

La situazione è grave”, riconosce anche Vestager, come già ammesso dal collega Breton. Per cui “dobbiamo intensificare i nostri sforzi per eliminare gradualmente i combustibili fossili su cui abbiamo fatto grande affidamento fino ad ora”. Il capo dell’Antitrust comunitario sa bene che “la guerra ingiustificata della Russia contro l’Ucraina continua a farsi sentire, anche sull’economia dell’Ue”, e per questo, con la proposta che permette di sostenere la produzione di energia da fonti rinnovabili e la decarbonizzazione delle industrie, “ aiuteremo ad accelerare” la transizione verde e rispondere a questo momento di difficoltà e incertezze. Il tutto, “ in linea con gli obiettivi di REPowerEU”, la strategia per affrancarsi dalla dipendenza da Gazprom.

(Photo credits: JOHN THYS / AFP)