Ue non ha fatto i conti col petrolio: l’Opec+ sale sopra il tetto al prezzo

L’Europa in piena emergenza gas non aveva fatto i conti col petrolio. L’Opec+, ovvero l’organizzazione dei Paesi esportatori di greggio allargata alla Russia, ha deciso che a ottobre ridurrà di 100mila barili al giorno la sua produzione, primo taglio da oltre un anno. Di fatto si torna ai livelli di agosto, dopo il leggero incremento produttivo deciso lo scorso mese per settembre. Una mossa, quella dei signori del petrolio, più politica che di sostanza. Infatti il messaggio diffuso dal comunicato è che una riunione d’urgenza dell’Opec potrebbe essere indetta in qualsiasi momento. Come dire: per ora ci accontentiamo di tenere i prezzi tra i 90 e i 100 dollari al barile, tuttavia se la recessione dovesse avanzare bruscamente e la domanda calare precipitosamente, siamo disposti a rivedere tutto. In che direzione però non si sa.

La decisione dell’Opec+ ha così fatto tornare sopra i 90 dollari al barile il prezzo del future del Wti texano e ben oltre i 95 quello del Brent europeo. Da notare che la Russia non voleva una riduzione della produzione, perché non intendeva far sapere soprattutto ai partner asiatici che di petrolio ce n’è più di quanto serva.

L’Arabia Saudita, vero azionista di maggioranza dell’organizzazione, non ha ancora assecondato i desiderata di Joe Biden, recatosi a Jedda a metà luglio per chiedere un incremento della produzione allo scopo di raffreddare i prezzi. C’è il tema dell’Iran, che tratta un ammorbidimento delle sanzioni, che potrebbe preoccupare la casa regnante saudita. C’è poi il tema dell’embargo deciso dall’Occidente al petrolio russo, che comincerà a dicembre. C’è il tema gas: se effettivamente la Ue precipitasse in una profonda recessione, come suggeriscono i dati sui costi alla produzione, il consumo di petrolio e carburanti rischierebbe di precipitare e con esso il prezzo del greggio. C’è, in questo senso, soprattutto il tema posto dal G7 di un tetto al prezzo del petrolio.

Abdulaziz bin Salman, ministro dell’Energia dell’Arabia Saudita ha detto a Bloomberg che l’aver deciso un mini-taglio alla produzione “è un’espressione della volontà di utilizzare tutti gli strumenti del nostro kit. La semplice modifica mostra che saremo attenti, preventivi e proattivi in termini di supporto alla stabilità e al funzionamento efficiente del mercato“. Con l’Europa in crisi, la Cina affamata di energia e l’America impegnata su più fronti, il mondo arabo intende ora aumentare il proprio peso internazionale.

(Photo credits: Mazen Mahdi / AFP)

gazprom

Emergenza gas, più che i prezzi ora contano i flussi

Il prezzo del gas torna a salire e a far paura. Dopo una settimana di forti ribassi, intorno alle 18 di ieri il prezzo del future con consegna ad ottobre è salito del 15% a 248 euro/MWh alla piazza finanziaria di Amsterdam. Motivo? Gazprom ha comunicato che finché resteranno le sanzioni, la fornitura attraverso North Stream sarà interrotta. Altro che tre giorni di stop per manutenzione straordinaria. La decisione di Mosca, visto l’atteggiamento della Ue e degli Usa, è dunque a tempo indeterminato. Per cui tutti gli stanziamenti decisi in queste ore dalla Germania e dai Paesi del Nord Europa (solo Berlino ha messo sul tavolo un assegno da 65 miliardi per soccorrere famiglie e imprese) sembrano superati, non tanto dal prezzo, dato che gli Stati possono comunque fare tutto il debito che vogliono, quanto dai flussi. In altre parole: ci sarà gas a sufficienza per garantire un inverno normale all’Europa?

La Ue aveva fissato dei target di riempimento degli stoccaggi, un obiettivo facilmente raggiungibile in presenza di gas. Ma se la materia prima non c’è, come fai a coprirti dai rigori del freddo? Il Paese più penalizzato in assoluto dalle manovre decise al Cremlino è la Germania, locomotiva della Ue e colpevole – a detta dell’entourage di Putin – di aver fatto pagare 10 miliardi a Gazprom per realizzare il North Stream 2 per poi decidere dieci mesi fa di non volerlo più utilizzare. La Germania riceve metano solo attraverso i gasdotti in quanto è priva di rigassificatori. Arriveranno, probabilmente 5-6, ma nel 2023. I tedeschi come potranno mangiare il panettone se mancherà gas? Il presidente francese Emmanuel Macron, dopo un colloquio con il cancelliere Olaf Scholz, ha annunciato che darà gas alla Germania in cambio di elettricità, che manca Oltralpe poiché la gran parte delle centrali nucleari francesi sono in fase di ristrutturazione. Una buona notizia che tuttavia non esclude l’attivazione di razionamenti, come ha fatto sapere l’amministratore delegato di Uniper, grossista tedesco salvato proprio dal governo di Berlino con un assegno da 15 miliardi.

Il gas francese, oltre che dai rigassificatori, arriva dall’Algeria, quello Stato ex colonia transalpina che ha promesso più gas anche a noi. Solo che le infrastrutture di Algeri non sono all’ultimo grido. Servono interventi per incrementare massicciamente la produzione. Ecco che allora, a cascata, il dramma tedesco tocca anche noi, che comunque continuiamo a ricevere un flusso inferiore al passato ma costante dal gasdotto di Tarvisio.

Una Germania kaputt e spenta mette ovviamente paura agli investitori, che ormai si erano scordati dei problemi degli anni ’90 post unificazione. Così l’euro ormai ha preso residenza sotto la parità col dollaro, segno che l’intera economia europea – complice l’inflazione galoppante e la conseguente stretta promessa dalla Bce – si trova di fronte a una potenziale stagflazione mai sperimentata prima. Il tutto perché c’è timore che mancherà gas, facendo scattare razionamenti disordinati. Abbiamo già sperimentato cosa significa un lockdown disordinato con la pandemia…

La Norvegia si candida a ‘cimitero’ della CO2 europea

Sulle coste ghiacciate del Mare del Nord, un ‘cimitero’ in costruzione sta suscitando le speranze degli esperti di clima: presto il sito ospiterà una piccola parte della CO2 emessa dall’industria europea, evitando così che finisca nell’atmosfera. Considerata a lungo una soluzione tecnicamente complicata e costosa di utilità marginale, la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS) è ora in voga in un pianeta che sta lottando per ridurre le proprie emissioni nonostante l’emergenza climatica.

Nella città di Øygarden, su un’isola vicino a Bergen (Norvegia occidentale), un terminale attualmente in costruzione riceverà tra qualche anno tonnellate di CO2 liquefatta, che verrà trasportata dal Vecchio Continente via nave dopo essere stata catturata alla fine delle ciminiere delle fabbriche. Da lì, il carbonio sarà iniettato tramite una conduttura in cavità geologiche a 2.600 metri di profondità. L’ambizione è che rimanga lì a tempo indeterminato.

Si tratta della “prima infrastruttura di trasporto e stoccaggio ad accesso libero al mondo, che consente a qualsiasi emettitore che abbia catturato le proprie emissioni di CO2 di prenderle in carico, trasportarle e stoccarle in modo permanente e in totale sicurezza“, sottolinea il direttore del progetto Sverre Overå. In quanto maggior produttore di idrocarburi dell’Europa occidentale, si ritiene che la Norvegia abbia anche il maggior potenziale di stoccaggio di CO2 del continente, in particolare nei suoi giacimenti petroliferi esauriti.

ACCORDI COMMERCIALI

Il terminal Øygarden fa parte del piano ‘Langskip’, il nome norvegese delle navi vichinghe. Oslo ha finanziato l’80% dell’infrastruttura mettendo sul piatto 1,7 miliardi di euro per sviluppare la CCS nel Paese. Due siti nella regione di Oslo, un cementificio e un impianto di termovalorizzazione, dovrebbero infine inviarvi la loro CO2. Ma la particolarità del progetto sta nel suo aspetto commerciale, in quanto offre anche agli industriali stranieri la possibilità di inviare la propria anidride carbonica. A tal fine, i giganti dell’energia Equinor, TotalEnergies e Shell hanno creato una partnership, denominata Northern Lights, che sarà il primo servizio di trasporto e stoccaggio transfrontaliero di CO2 al mondo quando entrerà in funzione nel 2024. Negli ultimi giorni sono state raggiunte due importanti pietre miliari per la CCS in Norvegia. Lunedì scorso, i partner dell’aurora boreale hanno annunciato un primo accordo commerciale transfrontaliero che prevede il trasporto e il sequestro di 800.000 tonnellate di CO2 catturate nell’impianto olandese del produttore di fertilizzanti Yara, a partire dal 2025, tramite speciali imbarcazioni. Il giorno successivo, Equinor ha presentato un progetto con la tedesca Wintershall Dea per la costruzione di un gasdotto di 900 chilometri per il trasporto di CO2 dalla Germania alla Norvegia per lo stoccaggio. Un progetto simile con il Belgio è già in cantiere.

NESSUNA SOLUZIONE MIRACOLOSA

Tuttavia, la CCS non è una soluzione miracolosa al riscaldamento globale. Nella sua prima fase, Northern Lights sarà in grado di trattare 1,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, una capacità che sarà poi aumentata a 5-6 milioni di tonnellate. A titolo di confronto, l’Unione Europea ha emesso 3,7 miliardi di tonnellate di gas serra nel 2020, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente. Ma sia il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) che l’Agenzia internazionale dell’energia ritengono che questo strumento sia necessario per contenere l’aumento della temperatura. Gli ambientalisti non sono unanimi nel sostenere la tecnologia. Alcuni temono che venga utilizzato come motivo per prolungare lo sfruttamento dei combustibili fossili, che distolga investimenti preziosi dalle energie rinnovabili o che si verifichino perdite. “Siamo sempre stati contrari alla CCS, ma la mancanza di azioni sulla crisi climatica rende sempre più difficile mantenere questa posizione“, afferma Halvard Raavand, rappresentante di Greenpeace Norvegia. “Il denaro pubblico sarebbe meglio investito in soluzioni che sappiamo essere efficaci e che potrebbero anche ridurre le bollette per le persone normali, come l’isolamento delle case o i pannelli solari“, spiega.

Il G7 spinge su price cap a petrolio russo via mare, serve l’unanimità Ue

Si spinge per il price cap sul petrolio russo via mare, ora serve l’unanimità tra i 27 membri dell’Unione europea. Il vertice ministeriale del G7 delle Finanze ha approvato il piano per stabilire un tetto al prezzo dei prodotti petroliferi in arrivo da Mosca e la palla passa a Bruxelles, dove dovrà essere aggiornato il sesto pacchetto di sanzioni, quello che per un mese (durante tutto il mese di maggio) era rimasto ostaggio del veto dell’Ungheria di Viktor Orbán.

Confermiamo la nostra intenzione politica comune di finalizzare e attuare un divieto globale di servizi che consentano il trasporto marittimo di greggio e prodotti petroliferi di origine russa a livello globale“, si legge nel comunicato del G7 ministeriale, che riprende l’impegno del vertice dei leader a Elmau di impedire alla Russia di trarre profitto dalla guerra di aggressione in Ucraina e di sostenere la stabilità dei mercati energetici globali. “La fornitura di tali servizi sarà consentita solo se il petrolio e i prodotti petroliferi saranno acquistati a un prezzo pari o inferiore rispetto a quello determinato dall’ampia coalizione di Paesi che aderiscono al price cap e lo attuano“, specificano i ministri di Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti.

Il price cap sul petrolio è “specificamente concepito” per ridurre le entrate del Cremlino, ma allo stesso tempo anche per “limitare l’impatto della guerra russa sui prezzi globali dell’energia“, permettendo ai fornitori di servizi del settore di operare con prodotti petroliferi russi via mare venduti solo a un prezzo pari o inferiore al tetto fissato: “Questa misura si baserebbe e amplificherebbe la portata delle sanzioni esistenti, in particolare del sesto pacchetto dell’Ue, garantendo la coerenza attraverso un solido quadro globale“. Come confermato anche dal commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni, adesso bisogna “allargare il sostegno europeo e globale al price cap, contro gli extra profitti destinati alla guerra e per ridurre i prezzi dell’energia“. L’accordo del G7 “si basa e rafforza ulteriormente” il sesto pacchetto di sanzioni dell’Unione, in linea con le tempistiche concordate del 5 dicembre per il greggio e del 5 febbraio del prossimo anno per i prodotti petroliferi.

Il tetto iniziale dei prezzi sarà basato su “una serie di dati tecnici” e sarà deciso “dall’intera coalizione prima dell’attuazione in ogni giurisdizione“, precisano i sette ministri, che sottolineano con forza che la comunicazione sarà fatta in modo “pubblico, chiaro e trasparente“. Inoltre, “il prezzo, l’efficacia e l’impatto saranno monitorati attentamente e il livello dei prezzi sarà rivisto se necessario“. Secondo le previsioni del G7, l’attuazione pratica del price cap sul petrolio russo importato via maresi baserà su un modello di registrazione e attestazione che coprirà tutti i tipi di contratti pertinenti“, limitando le possibilità di aggirare il regime e riducendo al minimo l’onere amministrativo per gli operatori di mercato. Nel frattempo continuerà il confronto con Paesi e parti interessate “in vista della progettazione e dell’implementazione definitiva“.

L’obiettivo è proprio quello di creare “un’ampia coalizione per massimizzare l’efficacia” della misura: “Esortiamo tutti i Paesi che vogliono ancora importare petrolio e prodotti petroliferi russi a impegnarsi a farlo solo a prezzi pari o inferiori al massimale di prezzo“, ribadiscono i ministri del Gruppo dei Sette. Il punto di forza della misura è non solo l’ambizione di affrancarsi dal petrolio in arrivo da Mosca per chi ne ha la forza e la volontà, ma soprattutto l’essere “particolarmente vantaggiosa per i Paesi, in particolare quelli vulnerabili a basso e medio reddito, che soffrono per gli alti prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari“. È proprio in quest’ottica che saranno sviluppati anche “meccanismi di mitigazione mirati accanto alle nostre misure restrittive“, in modo da garantire che i partner più svantaggiati possano mantenere la sicurezza dell’accesso ai mercati dell’energia, “anche dalla Russia“.

Ursula von der Leyen

Gas, Gazprom annuncia stop totale Nord Stream 1. Ue: Prova cinismo Mosca

Gazprom annuncia che il Nord Stream 1 sarà “completamente” chiuso fino alla riparazione di una turbina, motivando la decisione con l’individuazione di “perdite di olio” nella turbina durante l’operazione di manutenzione. “Pretesti fallaci“, lamenta la Commissione Ue, per cui la mossa del colosso è “un’altra conferma della sua inaffidabilità come fornitore. È anche la prova del cinismo della Russia, che preferisce bruciare il gas invece di onorare i contratti“, dichiara il portavoce-capo della Commissione Ue, Eric Mamer.

Non è vero che la Russia può sospendere così rapidamente le forniture, perché non ha altri grandi gasdotti dove poter mettere questo gas e venderlo altrove. Quindi, diciamo che è un po’ una partita di poker“, commenta il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ai microfoni del Tg1.

Questa mattina alle 6 il prezzo sul mercato di Amsterdam era calato a 221 euro al megawattora, sulla scia della possibilità che Gazprom potesse riaprire i flussi di Nord Stream 1 da domani.

Prosegue quindi lo scontro tra Russia e Unione europea: a dar fuoco alle polveri è stata la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, secondo cui è tempo di imporre un tetto al prezzo del gas dai gasdotti russi in Europa. “I russi preferiscono bruciare il gas piuttosto che venderlo, dobbiamo studiare il disaccoppiamento del gas dall’elettricità”, ha dichiarato a margine della giornata di clausura dell’Unione in Baviera. Immediata la risposta di Mosca che ha prima minacciato poi annunciato la chiusura del gasdotto. “Il gas russo non ci sarà più” in Europa se l’Unione Europea imporrà un tetto al prezzo, ha spiegato il vice capo del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev. “Sarà come per il petrolio – ha avvertito – Semplicemente non ci sarà gas russo in Europa“.

Da tempo, in sede europea, l’Italia chiede che venga adottata una misura del genere, soprattutto per calmierare il prezzo dell’energia anche in vista dell’autunno e dell’inverno, ma l’opposizione di alcuni paesi del Nord Europa, e della stessa Germania, hanno bloccato, finora, questa strada. Percorso però che oggi, dopo l’accordo del G7 a discutere su un ‘price cap’ al petrolio russo, sembra più agevole. “Al G7 delle Finanze passo avanti decisivo sul tetto al prezzo del petrolio russo. Ora mostrare la stessa determinazione in Ue per ottenere il tetto massimo al prezzo del gas. Basta speculazioni, bisogna sostenere famiglie e imprese“, ha subito twittato il ministro degli Esteri italiano e leader di Impegno civico, Luigi Di Maio.

Se nei giorni scorsi Gazprom aveva annunciato che il 3 settembre Nord Stream, dopo un’interruzione di tre giorni dovuta a misure preventive, avrebbe ripreso il suo lavoro (o almeno del 20%), il Cremlino aveva già messo in guardia sulla reale ripresa di operatività. “L’affidabilità del gasdotto è minacciata a causa della mancanza di riserve tecnologiche”, aveva annunciato il portavoce, Dmitry Peskov, parlando delle prospettive per il funzionamento del gasdotto Sp1 e della possibilità di nuove riparazioni. “Non ci sono riserve tecnologiche, solo una turbina funziona, quindi fate i conti“, aveva aggiunto rimarcando che “la colpa non è di Gazprom”.

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Commissione Ue contro crisi energetica: timori e rassicurazioni

Situazione critica”, ma “nessuna particolare preoccupazione”. La crisi energetica vissuta a Bruxelles è all’insegna della consapevolezza della posta in gioco e della necessità di rassicurare, per quanto possibile. L’inverno alle porte, Nord Stream fermo per manutenzione, il gas russo che è sempre più un’incognita. I timori non possono mancare. E se a livello di alto rango si usa un linguaggio, per la comunicazione esterna si sceglie un altro timbro. Le due facce della stessa questione vengono esposte nella stessa giornata, a distanza di poche ore l’una dall’altra.

In audizione in Parlamento europeo la vicedirettrice per l’energia della Commissione europea, Mechthild Wörsdörfer, dà il senso di agitazione che anima il palazzo dell’esecutivo comunitario. Esploriamo gli strumenti per acquisti congiunti” di gas ed energia, così come “esploriamo la possibilità di tetti ai prezzi. Il caro energia spinge l’inflazione, mettendo a rischio famiglie, imprese e tenuta economica del club a dodici stelle. Non entra nel merito delle risposte che offre, perché la linea di questa Commissione è che tutto passi sempre attraverso la presidente Ursula von der Leyen, che nulla sia rilevato prima che non sia lei stesso a farlo. Il 14 settembre Von der Leyen terrà il tradizionale discorso sullo stato dell’Unione e quindi anche sul mercato dell’energia, che “dobbiamo riformare”. Tutto è rimandato a “dopo il discorso delle presidente”.

Restano fermi principio e obiettivo ormai arcinoti. “Dobbiamo ridurre la domanda di gas”, ripete più di una volta di più la vicedirettrice per l’energia della Commissione europea. “Se riduciamo la domanda di gas – spiega – evitiamo gli effetti di decisioni unilaterali quando è troppo tardi”. Wörsdörfer si riferisce a Mosca e al suo colosso energetico Gazprom: “c’è il rischio di interruzioni”. Di fronte all’atteggiamento del fornitore russo e del governo a cui risponde, “la situazione rimane critica e risulta difficile fare previsioni per l’inverno” nella misura in cui non è chiaro se il gas continuerà ad arrivare, magari a singhiozzo e non al pieno della capacità. “La buona notizia è che a livello di media Ue le riserve di gas sono piene all’80%”, e l’Unione dovrebbe riuscire a superare questa stagione fredda alle porte.

È qui che interviene il servizio dei portavoce, Tim McPhie , responsabile per le questioni energetiche, si sente in dovere di precisare e rassicurare. “A livello Ue abbiamo superato l’80% del livello di riempimento degli stoccaggi di gas”, come affermato dalla vice direttrice generale. “Alcuni Stati membri sono sotto la soglia – riferisce – ma non abbiamo nessuna particolare preoccupazione”. Ma ancora una volta, nessuna anticipazione su quello che verrà: “è prematuro ora dire cosa la Commissione proporrà”. Lo sa von der Leyen e lo annuncerà lei. Ma per le famiglie si avvicinano modifiche sostanziali alle abitudini di sempre. “Dovremo considerare anche la questione della riduzione dei consumi dell’elettricità, oltre a quelli del gas”.

negozi

Risparmiare energia nei punti vendita: ecco il decalogo delle azioni sostenibili

Per contrastare più efficacemente i rincari delle bollette Confcommercio, Ancd, Coop e FederDistribuzione hanno individuato alcuni principi generali per contenere i consumi e favorire il risparmio energetico dei punti vendita che ciascuna Organizzazione si impegna a promuovere tra i propri associati. Questi principi sono sintetizzati in un decalogo di azioni e comportamenti virtuosi elencati di seguito.

1. Spegnere le insegne luminose e le apparecchiature non necessarie in concomitanza con gli orari di chiusura dell’attività commerciale;

2. Ridurre l’intensità luminosa del punto vendita e spegnere o ridurre in modo significativo l’illuminazione in ambienti poco frequentati;

3. Regolare la temperatura ambientale dell’attività commerciale (riscaldamento/raffrescamento) nell’ottica di contenere i consumi;

4. Interrompere la funzione di riciclo dell’aria nelle ore notturne;

5. Tenere chiuse le porte di ingresso per evitare dispersioni termiche in assenza di lame d’aria;

6. Ridurre la temperatura dell’acqua utilizzata all’interno dei locali;

7. Utilizzare in maniera efficiente l’energia elettrica ed il gas naturale per la cottura dei cibi, monitorando i relativi consumi energetici;

8. Utilizzare in modo efficiente le celle e i banchi frigoriferi, attraverso un corretto caricamento degli stessi, limitando le aperture allo stretto indispensabile e sensibilizzando anche la clientela a tal fine;

9. Utilizzare in modo efficiente gli elettrodomestici in dotazione all’attività commerciale;

10. Razionalizzare l’organizzazione del lavoro al di fuori degli orari di apertura al pubblico (pulizie, caricamento banchi, ecc.) al fine di ridurre i consumi energetici.

(Photo credits: VALENTIN FLAURAUD / AFP)

gas stoccaggio

Ue centra l’obiettivo stoccaggi pieni all’80%. Ma continua riempimento

Con due mesi d’anticipo il target dell’Unione europea è stato raggiunto, almeno a livello medio tra i Paesi membri. Le riserve sotterranee di gas dell’Ue sono già piene oltre l’80% per cento della propria capacità, così come da obiettivi comuni sugli stoccaggi al primo novembre 2022 (per arrivare poi al 90% a partire dall’inverno 2023). Lo ha annunciato al Baltic Sea Energy Security Summit di Marienborg la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, lo ha ribadito la commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson: “Gli Stati membri e le aziende hanno fatto un ottimo lavoro“, ma ora “non dobbiamo fermarci, continueremo a riempirli“.

Secondo quanto emerge dalla piattaforma indipendente europea (Gas Infrastructure Europe – AGSI+), che certifica il dato con due giorni di ritardo, già lunedì (29 agosto) la media Ue aveva sfondato di 0,17 punti percentuali la soglia psicologica dell’80%, con Portogallo, Polonia e Francia a guidare la classifica (rispettivamente al 100%, 99,54% e 91,54%), mentre l’Italia continua ad aumentare la propria quota di riempimento (81,93%) dopo aver raggiunto l’obiettivo minimo per il 2022 esattamente una settimana fa. Sono otto i Paesi membri che devono ancora allinearsi ai target Ue entro il primo novembre: se per Slovacchia (79,38%), Paesi Bassi (77,93%), Croazia (76,3%) e Romania (72,69%) ci si aspetta nelle prossime settimane il raggiungimento della soglia richiesta sul riempimento degli stoccaggi di gas, Austria (66,06%), Ungheria (63,19%), Bulgaria (60,91%) e Lettonia (54,97%) dovranno accelerare i propri sforzi, in un momento critico per lo scenario energetico dell’Unione.

Continuiamo a riempire i punti in cui il livello è ancora più basso e implementiamo il piano di riduzione della domanda dell’Ue – è stata l’esortazione della commissaria Simson -, questo ci aiuterà a superare l’inverno in sicurezza“. L’obiettivo è prepararsi a livello nazionale a uno scenario di completa interruzione delle forniture di gas da parte della Russia, tenendo piene le riserve e presentando misure di risparmio della domanda. Lo scenario è più che realistico considerate le tensioni tra Bruxelles e Mosca per la guerra in Ucraina e l’interruzione delle forniture di gas da parte del colosso energetico russo Gazprom per “lavori in una stazione di compressione nel nord della Germania“, che dovrebbero durare fino al 3 settembre.

A livello comunitario Italia e Germania sono i principali importatori di gas in Ue e – insieme a Francia, Paesi Bassi e Austria – anche i Paesi a concentrare la maggior parte della capacità di stoccaggio in tutta l’Unione (l’Italia pari a 197,7 terawattora, mentre la Germania di 245,3 terawattora). Sono 18 su 27 gli Stati membri Ue che dispongono di impianti di stoccaggio del gas (e rappresentano circa il 27% del consumo annuale di gas comunitario): Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Lettonia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Spagna, Svezia e Ungheria. Un terzo invece non dispone di proprie capacità nazionali (Cipro, Finlandia, Grecia, Irlanda, Lituania, Lussemburgo e Slovenia) e, in caso di stop delle forniture da Mosca, dovrà fare affidamento sulle strutture degli altri Stati membri. Il gruppo europeo di coordinamento sul gas (che fa capo alla Commissione europea) sta lavorando per rafforzare la cooperazione regionale tra i Ventisette attraverso task force e Bruxelles continua a esortare i governi a siglare accordi di solidarietà bilaterale come quello tra Italia e Slovenia, uno dei sei attualmente in vigore.

Energia fuori controllo. Meloni: Approviamo subito decreto Aiuti

La crisi energetica è un grosso guaio, inutile nasconderlo. L’autunno si avvicina e il rischio per i partiti è di trovarsi gli italiani con bollette stratosferiche da pagare proprio nel momento in cui si aprono le urne per le elezioni politiche del 25 settembre. Ragion per cui tutti, o quasi, provano a spingere su Mario Draghi perché intervenga con un decreto d’urgenza, ma soprattutto vada a negoziare in Europa il tetto massimo al prezzo del gas, oltre al disaccoppiamento con il prezzo dell’elettricità.

Due temi non proprio semplici da portare a casa, soprattutto per chi è a capo di un esecutivo in carica per gli affari correnti. Dunque, con poteri limitati, nonostante lo stand internazionale del suo premier o l’appoggio annunciato da diverse forze della sua ex maggioranza, come Lega, Forza Italia, Pd, Impegno civico, Azione, Iv e altri ancora. I riflettori saranno puntati soprattutto su Bruxelles, dove il prossimo 9 settembre ci sarà il Consiglio straordinario dei ministri dell’Energia. Ad oggi prevedere se per quella data sarà pronto il piano di riforma Ue del mercato elettrico è un esercizio decisamente complicato, ma le speranze sono tutte accese. “Il gas russo viene usato come strumento di pressione politica, per rispondere alla realtà in cui viviamo la riforma è necessaria”, dice il sottosegretario con delega agli Affari Ue, Enzo Amendola. Riconoscendo, però, che finora “l’Acer, l’agenzia europea per l’energia, non ha prodotto grandi passi in avanti”.

E se le Confindustrie del Nord Italia parlano di una crisi che “sta paralizzando il sistema industriale italiano con il forte rischio di deindustrializzare il Paese mettendo a repentaglio la sicurezza e la tenuta sociale nazionale”, anche dagli enti locali gli appelli al premier si moltiplicano: l’ultimo in ordine di tempo è del presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia. “Il costo dell’energia è quadruplicato: è fondamentale che ci sia un intervento dall’Europa su modello del price cap della Francia, dove si è deciso di fissare un prezzo massimo del 4%, dopodiché interviene lo Stato – dice -. Draghi, sempre lungimirante e attento, sposi subito questa causa, senza attendere oltre”. La proposta, però, non trova terreno fertile. Il dem Amendola, ad esempio, dice no: “Non sono per un ritorno allo statalismo, la vicenda francese, anche con la questione del nucleare, fa vedere che i costi sono duplicati“.

Sullo sfondo resta comunque in piedi l’ipotesi di un nuovo decreto Aiuti per mitigare gli effetti dei rincari. Anche se i fondi sono limitati, visto il poco spazio di manovra del governo dimissionario. Palazzo Chigi lavora ai conti per intervenire senza ricorrere a scostamenti di bilancio, mentre resta il vulnus dei 9 miliardi di gettito non versato dalle aziende energivore che hanno realizzato extraprofitti durante la crisi e l’isteria dei prezzi sul mercato del Ttf di Amsterdam. “Certamente dobbiamo riscuotere quei fondi, che poi lo Stato rinvestirà nel taglio delle accise sui carburanti e nel mitigare gli effetti dei rincari sulle bollette”, dice il leader di Impegno civico e ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.

A proposito della tassa tanto discussa, dal M5S arriva una nuova proposta. A lanciarla è il ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli: “Si può salire oltre il 25%, ma è il caso di allargare il range anche a quelle società che hanno beneficiato di situazioni di mercato favorevoli”, non necessariamente del comparto energetico. L’idea si sposa perfettamente con quella del ministro del Lavoro, il dem Andrea Orlando: “Mi sembra ragionevole intervenire per tentare un riequilibrio tra i settori di imprese in forte sofferenza e settori che hanno prodotto profitti record”.

Al di là delle intenzioni, resta comunque da capire quale sia il pensiero della coalizione che oggi i sondaggi danno in vantaggio. Sui rigassificatori Giorgia Meloni dice che “vanno fatti“, anche a Piombino se “non ci sono alternative“, perché “l’approvvigionamento energetico italiano è una priorità“. Ma nel frattempo bisogna intervenire sul presente: “Lo dico io che sono in opposizione, ci troviamo in Parlamento lunedì e proviamo ad approvare le norme che consentano ai cittadini di avere una situazione sostenibile” sulle bollette. Ma senza nuovo debito, che resta “l’ultima ratio”. Sullo sfondo resta però l’incertezza sulla posizione che assumerebbe un governo di centrodestra sul price cap. La leader di FdI porta l’esempio di Olanda e Germania: “Sono europeiste o difendono il loro interesse nazionale?”, domanda. La risposta, però, deve darla l’Europa. Non ci sono alternative.

URSULA VON DER LEYEN

Ue apre spiraglio a tassa su extra-profitti delle aziende energetiche

Uno strumento per mettere in chiaro ai fornitori di energia che “potete fare un certo profitto, ma non potete tenervi tutto“. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha aperto così alla possibilità di una tassa sugli extra-profitti delle società energetiche da parte degli Stati membri, parlando con il vice-cancelliere e ministro tedesco dell’Economia e dell’azione per il Clima, Robert Habeck, a Berlino. Da Bruxelles arriverebbe la luce verde a un intervento che andrebbe a “sostenere aiuti per i consumatori con piccoli redditi e le aziende in difficoltà, come ventilato dal governo tedesco per una riforma strutturale del mercato dell’energia, ha spiegato von der Leyen.

La tassa sugli extra-profitti è un’imposta applicata alle aziende che generano un aumento significativo dei loro guadagni a causa di circostanze o eventi di cui non sono responsabili, come nel caso dell’aumento esponenziale dei prezzi dell’energia (gas ed elettricità) per le conseguenze della guerra russa in Ucraina. A livello Ue, già a marzo la Commissione europea aveva proposto agli Stati membri di imporre la cosiddetta ‘tassa sui profitti inattesi’ (‘windfall tax’) all’interno delle linee guida del piano RePowerEu, per rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina. Secondo quanto tratteggiato dall’esecutivo comunitario “gli Stati membri possono prendere in considerazione misure fiscali temporanee sui profitti imprevisti per finanziare le misure di emergenza“. L’Agenzia internazionale dell’energia ha stimato che in questo modo si potrebbero rendere disponibili “fino a 200 miliardi di euro nel 2022 per compensare parzialmente l’aumento delle bollette energetiche.

Anche dal Parlamento europeo è arrivato l’endorsement all’imposta sugli extra-profitti, nella risoluzione adottata a maggio sulla risposta europea alle conseguenze economiche e sociali della guerra russa in Ucraina: “La tassazione temporanea o gli interventi normativi sui profitti imprevisti potrebbero essere una fonte di finanziamento pubblico nazionale“. Il testo ha invitato la Commissione e gli Stati membri a “coordinare la progettazione di regimi di tassazione” con l’obiettivo di “utilizzarli per mitigare le conseguenze sociali ed economiche per l’Unione della guerra in Ucraina“, tra cui anche l’impennata dei prezzi che oggi si sta dimostrando in tutta la sua drammaticità.

La questione della tassa sugli extra-profitti si lega strettamente alla riforma strutturale del mercato dell’energia – la cui proposta della Commissione dovrebbe arrivare entro l’inizio del prossimo anno – e in particolare alla questione del disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica proveniente dal gas naturale da quella di altre energie. Anche in questo caso è stata la presidente von der Leyen a confermare che nella proposta di riforma in arrivo nel 2023 ci sarà il disaccoppiamento dei prezzi per evitare l’effetto contagio – “finora il gas ha dominato i prezzi dell’energia, ma con gli attuali prezzi esorbitanti è chiaro che dobbiamo farlo” – così come si inizia a chiedere da più capitali.

Il tema è sentito non solo in Italia, ma anche in Spagna e Portogallo (che hanno negoziato un accordo politico con la Commissione ad aprile), Austria, Belgio, Francia e Germania. L’attuale design di mercato dell’elettricità è calibrato sulle esigenze di vent’anni fa, quando le energie rinnovabili avevano un costo molto più elevato, mentre oggi – all’opposto – è il gas a essere più costoso, andando però ancora a definire l’intero prezzo dell’energia sul mercato. Proprio il ministro tedesco Habeck è al lavoro per studiare una soluzione per far sì che consumatori e industrie possano trarre maggiori benefici sulle bollette dell’elettricità dal fatto che il prezzo delle energie rinnovabili sia rimasto basso: l’obiettivo potrebbe essere finanziato anche con un intervento sugli enormi profitti inattesi che le società elettriche hanno ottenuto grazie all’aumento dei prezzi dell’energia. Si dovrà però vincere l’opposizione dei partner liberali della coalizione di governo, il cui leader Christian Lindner ha finora escluso categoricamente la misura, per non danneggiare la propria credibilità presso l’elettorato imprenditoriale tedesco.