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Luci spente e limite riscaldamento: obiettivo risparmio gas in Ue

Per sopravvivere al prossimo inverno la regola uno è risparmiare energia. Come? Limitando il ricorso all’aria condizionata e ai riscaldamenti, con tetti minimi e massimi al termostato, o ancora spegnendo le luci negli edifici pubblici e addirittura le insegne dei negozi.

Gli Stati dell’Ue stanno lavorando alle misure utili a risparmiare energie, una necessità figlia delle conseguenze della guerra in Ucraina e delle relazioni deteriorate con la Russia, e ma anche frutto degli impegni assunti a livello Ue. Lo scorso 26 luglio al consiglio Energia l’Unione Europea ha concordato di ridurre il consumo di gas del 15 per cento rispetto alla media dei consumi nazionali degli ultimi cinque anni. Il target per il momento resta volontario, ma potrebbe diventare un obiettivo vincolante e obbligatorio in caso di crisi energetica. I governi europei sono alle prese con il tentativo di mettere a punto un piano di risparmio energetico, che sarà assegnato alla Commissione europea entro il 1 ottobre. Intanto, ci si mette al lavoro.

Spagna

La settimana scorsa in Spagna è arrivato il via libera al piano di risparmio energetico adottato all’inizio del mese dal governo di Pedro Sanchez, che prevede di limitare l’aria condizionata a 27 gradi nella maggior parte dei negozi, di cinema e teatri e delle infrastrutture di trasporto. In inverno, in questi luoghi, il riscaldamento dovrà limitarsi a un massimo di 19 gradi. Il piano prevede anche che le vetrine dei negozi e degli edifici pubblici siano spesi dopo le 22.

Germania

La Germania, tra i Ue più dipendenti dal gas russo Paesi, ha varato mercoledì scorso il piano per tagliare la domanda di energia, che secondo le previsioni a un risparmio del 2 per cento per non mettere in difficoltà i consumatori. A partire dal primo settembre, negli edifici pubblici – tranne gli edifici come gli ospedali – il riscaldamento sarà limitato a 19 gradi, mentre edifici e monumenti non saranno più illuminati per scopi non importanti. Il ministro dell’Economia e del clima, Robert Habeck, ha affermato, secondo Reuters, che le misure potrebbero risparmiare alle famiglie private, alle aziende e al settore pubblico circa 10,8 miliardi di euro in totale nei prossimi due anni.

Francia

In Francia ancora si partecipa alla presentazione del piano di risparmio. Il portavoce del governo Olivier Véran, ha affermato a luglio che il piano in questione chiederà a tutti i cittadini di impegnarsi per il risparmio energetico, introducendo ad esempio pratiche come lo spegnimento delle luci. Anche in Italia – che da poco ha raggiunto il target dell’80 cento per delle riserve di gas piene – si attende nei prossimi giorni la presentazione del piano di emergenza per il risparmio. A luglio il governo ha presentato una serie di misure per il risparmio, tra cui l’abbassamento delle temperature a 19 gradi nelle abitazioni e negli edifici pubblici, ma il piano sarà aggiornato prima di essere presentato all’Ue.

Finlandia

In Finlandia, per la prima volta dalla crisi petrolifera degli anni Settanta, a ottobre partirà la campagna per il risparmio energetico ‘un grado in meno’ che invita i cittadini a ridurre di un grado la temperatura abituale del riscaldamento il prossimo inverno e a ridurre il tempo trascorso sotto la doccia e nelle amate saune. Il gigante energetico russo Gazprom ha interrotto le forniture di gas a Helsinki a maggio, dopo che il governo finlandese si è rifiutato di pagare in rubli come richiesto dalla Russia. Nel 2021, Gazprom aveva fornito i due terzi del consumo di gas del Paese, ma solo l’8% del consumo totale di energia. Gasum, l’azienda di Stato finlandese, sta ora cercando di diversificare le proprie forniture, anche approvvigionandosi maggiormente dall’Estonia.

(Photo credits: BORIS HORVAT / AFP)

Reattori Francia chiusi e gas Germania ridotto: Svizzera teme inverno al buio

Pur essendo molto ricca, la Svizzera teme di rimanere senza elettricità quest’inverno se i reattori nucleari francesi resteranno chiusi e se Berlino ridurrà le esportazioni di elettricità a gas a causa della guerra in Ucraina.

In estate la Svizzera, torre d’acqua d’Europa con centinaia di centrali idroelettriche, esporta elettricità, ma in inverno è il contrario. Di solito non è un problema, ma dallo scoppio della guerra in Ucraina il gas russo non arriva più in Europa. Dato che non dispone di riserve sul proprio territorio, il Paese importa elettricità in inverno dalla Germania, che quest’anno sta affrontando una riduzione delle forniture di Mosca. “L’altro problema è che in Francia metà delle centrali nucleari sono chiuse” a causa di problemi di corrosione, ha dichiarato all’AFP Stéphane Genoud, professore di gestione dell’energia presso l’università HES-SO. Una combinazione di fattori che fa temere una carenza di elettricità.

Il lancio, all’inizio di settembre, di una potente centrale idroelettrica a pompaggio a Finhaut-Emosson, vicino al Monte Bianco nelle Alpi svizzere, a 600 metri di profondità e a 1.700 metri di altitudine, non cambierà radicalmente la situazione. In una diga di stoccaggio convenzionale, una volta svuotato il lago, la produzione si ferma. In questa centrale (chiamata Nant De Drance) non c’è nulla di tutto ciò. Situato tra due dighe a diverse altitudini, sfrutta gli episodi di sovrapproduzione sulla rete elettrica grazie all’energia eolica o solare per pompare l’acqua dal bacino inferiore a quello superiore. Quest’acqua viene rilasciata durante i periodi di elevata richiesta di elettricità. “È come un’enorme batteria. Possiamo rigenerare l’elettricità al momento giusto, durante i picchi giornalieri del mattino o della sera“, ha dichiarato all’AFP Robert Gleitz, della direzione di Alpiq, uno degli azionisti della centrale. La centrale “arriva in un momento opportuno e contribuirà ad accelerare la transizione energetica verso le energie rinnovabili, ha spiegato durante la visita all’impianto. Ma ha sottolineato che questo tipo di centrale può sostenere il mercato elettrico solo per brevi periodi, poiché non genera elettricità quando l’acqua viene restituita al bacino superiore. “Nella situazione attuale, è un utile complemento alla produzione di elettricità rinnovabile, che è ancora troppo bassa“, ha dichiarato all’AFP Nicolas Wüthrich dell’organizzazione Pro Natura. Come altre ONG, deplora il ritardo nella transizione energetica della Svizzera, anche se il Paese ha deciso di abbandonare gradualmente l’energia nucleare dopo l’incidente nucleare di Fukushima nel 2011.

Al 2020, la Svizzera aveva solo una quarantina di impianti eolici. Secondo Boris Salak, esperto dell’Istituto Federale di Ricerca per la Foresta, la Neve e il Paesaggio, sarebbero necessarie circa 750 turbine eoliche e pannelli solari su un terzo di tutti i tetti per raggiungere gli obiettivi della strategia energetica del governo per il 2050. Alla fine del 2021, anche prima della guerra in Ucraina, l’organizzazione Svizzera per l’alimentazione di emergenza aveva sottolineato che il rischio di una carenza di energia elettrica era già “elevato” nel Paese. Nei giorni scorsi, il governo ha invitato a non drammatizzare, assicurando di essere pronto a far fronte alla carenza di elettricità.

Il presidente della Commissione federale per l’energia elettrica, Werner Luginbühl, ha avvertito che ci sono da aspettarsi interruzioni di corrente di diverse ore. Gli svizzeri si affrettano a comprare generatori e pannelli solari per i balconi, mentre i partiti di sinistra invocano un’azione rapida. Alcuni, come l’economista Stéphane Garelli, si aspettano misure morbide per incoraggiare i cittadini a consumare meno elettricità. Stéphane Genoud ritiene probabile che Berna introduca misure più restrittive, come “quote per i grandi consumatori” di elettricità, come le grandi aziende, o tagli di corrente. Ma, spera, “se i francesi riusciranno a riavviare i reattori, se Putin non si metterà di mezzo e se non farà freddo, non ci saranno problemi di carenze o blackout“.

(Photo credits: Fabrice COFFRINI / AFP)

Polonia e Slovacchia inaugurano primo interconnettore del gas

Un investimento geopolitico per l’intera Unione europea. Polonia e Slovacchia hanno inaugurato il primo interconnettore del gas per collegare le reti dei due Paesi e contribuire a diversificare le rotte di approvvigionamento. L’evento inaugurale che si è tenuto a Strachocina, in Polonia, pone fine a otto anni di lavori di costruzione per mettere in piedi l’infrastruttura che renderà possibile importare 5,7 miliardi di metri cubi di gas all’anno in Polonia e 4,7 miliardi di metri cubi di gas all’anno in Slovacchia. I lavori sono stati in parte sostenuti dal programma europeo ‘Connecting Europe Facility’, con un finanziamento totale da parte di Bruxelles di oltre 100 milioni di euro.

L’infrastruttura – lunga in tutto 165 km – è parte centrale del Corridoio del Gas Nord-Sud nell’Europa Centro Orientale e Sud Orientale e consente di dar vita a una nuova rotta di trasporto del gas. Mette in connessione il terminale di gas naturale liquefatto (Gnl) di Swinoujscie, in Polonia nordoccidentale, con la stazione di compressione di Veľké Kapušany in Slovacchia, ma consente l’accesso al gas dal terminale GNL di Klaipeda (in Lituania), dall’interconnessione del gas Polonia-Lituania (GIPL), dal gasdotto del Baltico e dall’interconnessione Slovacchia-Ungheria, riducendo la dipendenza dalle importazioni di gas dalla Russia e creando nuove rotte di approvvigionamento nella regione.

L’infrastruttura è diventata un progetto di interesse comune nel 2013 e da allora la Commissione Europea ha finanziato parte dei lavori. Il nuovo interconnettore del gas tra Polonia e Slovacchia inaugurato oggi “migliorerà notevolmente la sicurezza dell’approvvigionamento dell’Ue e la resilienza del nostro sistema energetico, in linea con i nostri obiettivi REPowerEU”, ha sottolineato la commissaria europea per l’energia Kadri Simson, congratulandosi “con i gestori dei sistemi di trasmissione, Gaz-System ed Eustream, nonché i governi di Polonia e Slovacchia, per la loro efficace collaborazione e per aver completato il progetto in circostanze difficili“, come la guerra di Russia in Ucraina. L’Unione europea si è impegnata attraverso il piano REPowerEu presentato lo scorso maggio ad azzerare le importazioni di gas russo al più tardi entro il 2027, da una parte perché la Russia si è dimostrata un partner inaffidabile, dall’altra per la necessità di smettere di finanziare se pure indirettamente la guerra del Cremlino in Ucraina.

gas

Il gas infiamma la campagna elettorale. Governo al lavoro per misure di emergenza

Mentre l’Unione europea annuncia la convocazione per la prima metà di settembre di una riunione di emergenza con i ministri dell’energia per discutere delle misure per affrontare la crisi, in Italia il gas infiamma la campagna elettorale. Tante le carte sul tavolo: l’aumento vertiginoso dei costi, il price cap, il disaccoppiamento dal prezzo dell’elettricità e la questione del rigassificatore di Piombino che ha spaccato i partiti.

Qualcosa va fatto e su questo sono tutti d’accordo. Già, ma cosa? Il prezzo del gas ad Amsterdam ha a chiuso a 339 euro al MWh e la necessità di avere un tetto si fa più stringente. Lo chiede anche Confindustria, per bocca del presidente Carlo Bonomi: “Di fronte a questa emergenza nazionale penso che Quirinale e palazzo Chigi dovrebbero chiedere ai partiti uno sforzo immediato per varare nuove misure“. Il governo non è con le mani in mano. La prossima settimana dovrebbe svolgersi un Consiglio dei ministri per un nuovo decreto Aiuti, che varerà misure urgenti per affrontare i rincari dell’energia (“ho chiesto per primo al governo di intervenire – annuncia Silvio Berlusconi e ho notizia che si sta disponendo un decreto“). “Non possiamo aspettare il nuovo governo – dice la sottosegretaria Valentina Vezzali – perché questa situazione va fermata subito“. Il leader della Lega, Matteo Salvini, chiede di mettere sul piatto “almeno 30 miliardi di euro” altrimenti “bisognerà razionare gas e luce“.

I rialzi odierni – dice il segretario del Pd, Enrico Lettaconfermano l’urgenza di un intervento drastico che ponga un tetto fissato al prezzo dell’elettricità. Ne va della tenuta del Paese“. Price cap rivendicato come battaglia di governo dal leader di Impegno Civico, Luigi Di Maio, che punta a “tornare a prezzi equi” e lancia una stoccata agli avversari. “Tutti ne parlano – attacca – ma c’è chi ha la faccia di bronzo di chiedere al governo, dopo averlo fatto cadere, di ottenere il price cap. Cose da incoscienti“. E anche Carlo Calenda (Azione) chiede a tutti i partiti di “portare avanti coerentemente la strategia” per un tetto europeo al prezzo del gas.

Ma in una frenetica giornata di campagna elettorale è tempo anche di tornare a parlare di rigassificatori che, come aveva ricordato il premier Mario Draghi da Rimini, “permetteranno di rendere l’Italia indipendente dalla Russia nel 2024“. Se il sindaco di Piombino, Francesco Ferrari, si oppone all’impianto nella città toscana, Matteo Renzi incalza: “Sì, rigassificatore subito“, perché, gli fa eco Calenda, “senza rischiamo il razionamento“. Una soluzione, questa, attacca il leader di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, che “non risolve il problema nell’immediato“, come invece farebbe “tassare al 100% i miliardi di extraprofitti delle compagnie energetiche“.

Rigassificatore

In Italia raggiunto 80% di stoccaggi gas, centrati gli obiettivi Ue

Riserve sotterranee di gas piene all’80% della capacità. L’Italia ha raggiunto con due mesi di anticipo il target richiesto dall’Unione europea di riempire gli stoccaggi di gas (almeno) all’80% della propria capacità entro il primo novembre 2022, per arrivare poi al 90% a partire dall’inverno 2023. L’obiettivo? Prepararsi a livello nazionale a uno scenario di completa interruzione delle forniture di gas da parte della Russia, tenendo piene le riserve e presentando misure di risparmio della domanda. Lo scenario è ormai più che realistico date le tensioni con Mosca per la guerra in Ucraina.

Ad annunciare il raggiungimento del target è stato il premier Mario Draghi dal palco del Meeting di Rimini, assicurando che il Paese “è in linea con l’obiettivo di raggiungere il 90% entro ottobre”. Il governo – ha riferito il premier ormai dimissionario – ha già predisposto i necessari piani di risparmio del gas, con intensità (dei tagli) crescente a seconda della quantità di gas che potrebbe venire eventualmente a mancare. L’annuncio di Draghi ha anticipato i numeri che compariranno domani sulla piattaforma indipendente europea (Gas Infrastructure Europe – AGSI+) che certifica il dato con due giorni di ritardo e segna oggi i livelli ancora al 79,92% della capacità di riempimento. A livello complessivo in Unione europea il livello di riempimento è pari al 77,74%.

A livello comunitario Italia e Germania – che sono i principali importatori di gas in Ue – sono anche i Paesi insieme a Francia, Paesi Bassi e Austria a concentrare la maggior parte della capacità di stoccaggio in tutta l’Unione europea. L’Italia ha una capacità di riempimento di 197,7 terawattora (TWh), in Ue seconda solo alla Germania (245,3 TWh). Non tutti gli Stati membri Ue dispongono di impianti di stoccaggio del gas, sono 18 su 27 i Paesi a disporne: Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica ceca, Danimarca, Francia, Germania, Ungheria, Lettonia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Spagna e Svezia e rappresentano circa il 27 per cento del consumo annuale di gas dell’UE.

Un terzo degli Stati membri (Irlanda, Lussemburgo, Slovenia, Grecia, Cipro, Lituania e Finlandia) non dispone di proprie capacità di stoccaggio e dovrà fare affidamento sulle strutture degli altri, in caso di chiusura dei rubinetti del gas da parte di Mosca. Il gruppo europeo di coordinamento sul gas (che fa capo alla Commissione Europea) sta lavorando per rafforzare la cooperazione regionale tra Stati membri attraverso delle task force, con Bruxelles che continua a esortare i governi a siglare accordi di solidarietà bilaterale in vista di tagli improvvisi alle forniture da parte del Cremlino (al momento in Ue ce ne sono solo sei, di cui uno tra Italia e Slovenia).

emissioni gas serra

Gas e carbone spingono ai massimi il costo delle emissioni

Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, ha chiesto ai microfoni del Tg5 la sospensione dei certificati ETS (quelli che dovrebbero permettere la riduzione delle emissioni di CO2), in quanto rappresentano un costo in questo momento insostenibile per le imprese italiane.

Nato nel 2005, il sistema europeo delle quote di emissione (Emissions Trading System o ETS) opera secondo una logica cap & trade, in cui si stabilisce un tetto (cap) al numero di quote che vengono messe a disposizione ogni anno per gli operatori appartenenti ai settori assoggettati. Considerato il vincolo, ogni operatore deve restituire annualmente un numero di quote pari alle emissioni prodotte per evitare pesanti multe. Chi invece si trova in deficit, può acquistare le quote mancanti in asta (da uno degli Stati membri della Ue) o sul mercato da operatori in surplus o da soggetti terzi abilitati.

Da quando Bruxelles ha varato il Fit for 55, ovvero la corsa a ridurre velocemente le emissioni, i prezzi delle quote di carbonio hanno iniziato a prendere il volo fino a raggiungere il massimo storico di oltre 99 euro/tCO2e il 19 agosto, a seguito di un taglio all’offerta all’asta ad agosto combinato con una domanda rialzista. Quel giorno i contratti futures EU Allowance per la consegna di dicembre 2022 sono saliti a 99,14 euro/tonCO2e, il valore infragiornaliero più alto mai registrato per il contratto futures di dicembre alla borsa ICE Endex. Alle 15 il prezzo è sceso a 90 euro, ma visto il future con consegna dicembre 2024 (98,55 euro) la tendenza intimorisce gli imprenditori.

Il picco del 19 agosto, che tanto preoccupa Bonomi, deriva dal fatto che le condizioni di siccità in Europa quest’estate hanno ridotto la produzione di elettricità da fonti a basse emissioni di carbonio come l’idroelettrico e il nucleare, incrementando la necessità di generazione a gas, che a sua volta aumenta le emissioni di CO2 e la domanda di quote.

Le alte temperature hanno anche aumentato la domanda di condizionatori, aumentando la necessità di elettricità nelle case e negli edifici commerciali e sostenendo i prezzi del gas naturale e del carbone in Europa, hanno fatto sapere da Platts Analytics in un rapporto proprio del 19 agosto. “Il carbone si sta reintegrando nel mix energetico europeo mentre vediamo questi prezzi del gas a lungo termine salire”, ha affermato un analista di un hedge fund energetico al sito magitech.it. “Quindi i generatori a carbone stanno iniziando ad acquistare quote di anidride carbonica per coprire la domanda aggiuntiva che ora si aspettano da uno a tre anni”.

Tuttavia settembre potrebbe vedere i prezzi del carbonio subire pressioni al ribasso mentre l’offerta all’asta dovrebbe tornare a livelli normali. La pressione ribassista – hanno sottolineato a Platts Analytics – si basa su un indebolimento delle prospettive macroeconomiche. L’aumento del costo dell’energia potrebbe anche comportare la chiusura temporanea o il ridimensionamento delle attività di fabbriche e impianti industriali, riducendo di conseguenza la domanda di crediti di carbonio dell’UE. Recessione uguale calo dei consumi, quindi meno richiesta di certificati anti-carbonio.

palo luce

La nuova emergenza in Europa è la luce, che fa salire il gas

Timera Energy, uno dei consulenti più ricercati d’Europa, lancia un nuovo allarme. Da settimane i riflettori sono puntati sul prezzo del gas, che sfiora i 300 euro/MWh dopo la decisione di chiudere North Stream per tre giorni causa manutenzione. Ma la fiammata più preoccupante sta interessando l’energia elettrica, arrivata a costare nei principali Paesi europei 600 euro/MWh. A detta degli analisti londinesi di Timera, la luce è diventata la causa dell’impennata dello stesso metano.

La crisi energetica in Europa ha preso piede durante l’estate per vari motivi: problemi di disponibilità nucleare, livelli idroelettrici esauriti e produzione termica in calo (sia a causa di problemi di accesso al carburante che di chiusure di impianti). I prezzi della luce stanno salendo a livelli record, superando ora sostanzialmente l’aumento dei prezzi del gas. Il Vecchio Continente ha bisogno di più produzione per mantenere le luci accese e l’unica opzione rimasta è il metano, sentenzia Timera Energy. Siamo di fronte a “cambiamenti sismici alla base dei costi energetici dell’economia europea, i quali indicano un’imminente distruzione della domanda industriale su larga scala – scrivono gli analisti della City – e un aumento sostanziale della probabilità di razionamento del gas somministrato”.

Come siamo arrivati a questo “black out”?

Il fattore principale che ha guidato l’aumento dei prezzi dell’energia elettrica in Europa nella prima metà del 2022 è stato, come sapevamo, l’aumento dei prezzi del metano. Le centrali a cicli combinati con turbine a gas dominano la fissazione dei prezzi marginali dell’energia nei mercati energetici del Vecchio Continente. Di conseguenza, gli aumenti dei prezzi del gas hanno determinato l’impennata del gas. In estate però è nata una nuova crisi energetica. Ecco le principali cause, nella sintesi di Timera:

  • disponibilità nucleare francese molto bassa (EDF ha recentemente ridotto la sua guida alla produzione per il 2023 a 300-330 TWh e ora sta affrontando problemi di raffreddamento che stanno avendo un impatto su una disponibilità già debole per il 2022);
  • livelli di stoccaggio idroelettrico bassi causa siccità;
  • chiusure di centrali termiche in tutta l’Europa occidentale (attraverso le vecchie centrali a carbone, nucleari e gas);
  • problemi logistici per l’approvvigionamento di carburante per il conflitto russo e per i livelli molto bassi dell’acqua del Reno (ad es. impatto sulla consegna di carbone da chiatta alle centrali elettriche tedesche);
  • periodi di bassa produzione eolica e solare.

La combinazione di questi fattori sta esacerbando la crisi della luce.

Dunque l’Europa non solo sarà a corto di molecole di gas nei prossimi 3 anni, ma senza ridurre i consumi elettrici rischia di essere a corto anche di elettroni, la cui unica fonte – sottolineano gli analisti di Timera – è la combustione di molecole. Bisogna bruciare insomma più gas per lasciare accesa la luce, una consuetudine ben nota in Italia, molto meno in Europa.

Ora – concludono gli specialisti londinesi dell’energia – un’informazione chiave che il mercato sta cercando è capire la struttura dell’intervento politico, ad esempio sotto forma di razionamento o di vendita all’asta dei volumi industriali. Queste informazioni sono un input chiave nel tentativo di quantificare i volumi e i prezzi della distruzione della domanda.

Per questo una parte significativa delle attuali quotazioni spot di energia e gas è determinata dal premio per il rischio che riflette questa incertezza. I mercati sono abituati a valutare elettroni e molecole in base alla flessibilità dal lato dell’offerta, non alla distruzione e all’intervento dal lato della domanda.

Unica certezza: prezzi estremi creano incentivi estremi a ridurre i consumi. Quanto costerà questo lockdown energetico?

(Photo credits: HELMUT FOHRINGER / APA / AFP)

Josep Borrell

In Ue stoccaggio gas a buon punto ma si teme nuovo stop Nord Stream

Il lavoro dell’Unione europea e dei governi per riempire le riserve di gas procede bene e a ritmi sostenuti. “Tutto ci fa pensare che inizieremo il prossimo inverno con buoni livelli di stoccaggio”, ha assicurato l’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, a margine dell’annuale seminario ‘Quo Vadis Europa?’, in corso in questi giorni a Santander, in Spagna. I numeri parlano chiaro: l’Ue nel complesso ha riempito oltre il 76% della sua capacità di stoccaggio e in molti Stati membri si sta raggiungendo la quota nazionale dell’80% richiesta da Bruxelles per prepararsi allo scenario di un taglio completo alle forniture da parte di Mosca.

Anche l’Italia, con il 79,39% della capacità, è tra questi. Ma quello di una interruzione totale delle forniture russe (Mosca è il principale fornitore di gas all’Europa) è uno scenario ormai non troppo remoto e lo lascia intendere il capo della diplomazia europea. Su come andrà l’inverno molto dipenderà da come si evolveranno le cose nelle prossime settimane “e se l’Ue sarà ancora in grado di riempire le riserve”, ha osservato. Per ora stiamo ricevendo il gas” da parte della Russia, ma il gasdotto “Nord Stream 1 lavora al 20% della capacità e la Russia ha già annunciato una nuova sospensione dei flussi all’Europa per una manutenzione non programmata del gasdotto alla fine del mese. Nord Stream 1 è la principale infrastruttura per il trasporto del gas russo verso il Continente europeo, che collega i giacimenti di gas siberiani direttamente alla Germania settentrionale attraverso il Mar Baltico e a capacità massima può trasportare 55 miliardi di metri cubi di gas verso l’Europa.

Venerdì scorso il colosso energetico russo Gazprom – che tiene in gestione il gasdotto – ha annunciato una nuova sospensione dei flussi dal 31 agosto al 2 settembre per una manutenzione non programmata dell’unico compressore rimasto in attività del gasdotto, in una mossa che rischia di aumentare la pressione sui governi europei alle prese con il riempimento degli stoccaggi nazionali di gas prima dell’inverno.

Gazprom assicura che se non dovessero riscontrarsi altri problemi, i flussi di gas saranno ripristinati a 33 milioni di metri cubi al giorno, pari a circa il 20% della capacità a cui l’impianto sta lavorando in questo momento. Nord Stream era già rimasto fermo in manutenzione dall’11 al 21 luglio, in una decisione del Cremlino considerata dall’Unione Europea strumentale come ritorsione al sostegno che Bruxelles ha fornito in questi mesi all’Ucraina. I flussi erano poi ripartiti, ma a una capacità ridotta al 20% a causa, motiva Mosca, di problemi nella riparazione di una turbina prodotta dalla società tedesca Siemens Energy. L’annuncio di una nuova interruzione da parte dei flussi a fine mese spaventa non solo l’Ue ma anche i mercati dell’energia, che negli ultimi mesi hanno osservato un aumento dei prezzi del gas e dell’elettricità.

Non potendo fare affidamento sulla Russia, “dobbiamo continuare a mettere in campo misure per risparmiare energia, ha aggiunto l’alto rappresentante Borrell. Bruxelles ha varato lo scorso 20 luglio un piano per chiedere ai governi di ridurre volontariamente la domanda di gas del 15% rispetto alla media dei consumi di gas degli ultimi cinque anni tra agosto e fine marzo del prossimo anno. Entro la fine di ottobre i governi europei, anche quello italiano, dovranno indicare a Bruxelles le misure che intendono introdurre a livello nazionale per centrare l’obiettivo.

cipro gas

Scoperto maxi-giacimento di gas al largo di Cipro

Una scoperta che influirà notevolmente sul raggiungimento dell’indipendenza energetica dell’Europa dal gas russo. È quella annunciata dal gruppo Eni insieme alla francese TotalEnergies che hanno individuato, a circa 160 chilometri al largo di Cipro, un maxi-giacimento di gas da 2,5 TCF (trilioni di piedi cubi).

In sostanza, spiega Eni, il nuovo pozzo – denominato Cronos-1 – si trova in una profondità d’acqua di 2.287 metri e consiste in un’importante colonna di gas in una sequenza di roccia serbatoio carbonatica con proprietà da discrete ad eccellenti.

Con quest’ultimo ritrovamento Eni Cyprus è a quota quattro pozzi esplorativi perforati e due nel Blocco 6, dopo la scoperta a gas di Calypso-1 nel 2018. Il Gruppo conferma così l’efficacia della sua strategia, volta a creare valore attraverso la profonda conoscenza dei bacini geologici e l’applicazione di tecnologie geofisiche proprietarie.

(Photo credits: AMIR MAKAR / AFP)

Rumors e smentite ma impazza il toto-ministri. Cingolani tra i più ‘contesi’

Il quadro delle alleanze non è ancora definito, i programmi non sono stati depositati, ma come ogni campagna elettorale che si rispetti torna il toto-ministri. Questa volta, a dire il vero, un po’ di ‘colpe’ se le deve prendere il leader della Lega, Matteo Salvini. Perché è stato proprio lui ad accendere la miccia, invitando i suoi alleati del centrodestra a definire prima delle urne almeno un’ossatura di squadra governativa nel caso di vittoria alle urne il prossimo 25 settembre. Finora né Fratelli d’Italia, né tantomeno Forza Italia hanno risposto all’appello guardandosi bene dal fare un passo che molti analisti politici definiscono quantomeno ‘azzardato‘. Soprattutto per una formazione, quella di centrodestra, che tutti i sondaggi danno in largo vantaggio rispetto agli avversari del centrosinistra e anche del centro. Anche perché queste due ultime aree sono ancora in fase di costruzioni, con percorsi visibilmente accidentati.

Se la prudenza non è mai troppa per chi fa politica, l’arte di osare e andare oltre le dichiarazioni di facciata è invece il compito degli osservatori. Soprattutto i media. I primi rumors, così, non tardano ad arrivare e riguardano Giorgia Meloni. Secondo ‘Repubblica‘, la leader di FdI, in un colloquio avuto con Mario Draghi subito dopo le dimissioni, si sarebbe informata con il premier uscente sulle caratteristiche di alcuni ministri. Addirittura chiedendo all’ex Bce consiglio su chi potrebbe essere un asset importante da mettere in campo in un nuovo esecutivo, magari a sua guida. La risposta sarebbe stata Roberto Cingolani e l’ex dg di Bankitalia, Fabio Panetta. Sarebbe, appunto. Perché fonti di Palazzo Chigi non si attardano a smentire il retroscena: “Sono fantasiose e prive di fondamento le ricostruzioni riportate da ‘La Repubblica’ in merito a presunti contatti telefonici del presidente Draghi con Giorgia Meloni, con particolare riferimento a consigli o suggerimenti su nominativi per la composizione della futura compagine di governo“.

La notizia, però, gira a ritmo frenetico. Qualcuno fa il ‘matching‘ con alcune dichiarazioni proprio di Meloni dei giorni scorsi, in cui esprimeva un giudizio tutto sommato positivo sull’azione del ministro della Transizione ecologica. Il diretto interessato non entra nella partita, né per confermare né per smentire. A suo tempo chiarì che non sarebbe stato candidato, tanto che giovedì 4 agosto, in Cdm, lo stesso Draghi ha indirizzato gli auguri di buone vacanze ai ministri non impegnati nella campagna elettorale. Cingolani compreso, che infatti ha ascoltato con un sorriso evidente il premier mentre raccontava questo aneddoto in conferenza stampa dopo la riunione del Consiglio.

Il ‘problema‘, se così vogliamo chiamarlo, è che il rumors è arrivato fino a Lampedusa, dove Salvini è stato giovedì 4 venerdì 5 agosto. In un punto stampa qualcuno la domanda gliela fa. Prima risponde che non commenta i retroscena giornalistici, poi però qualcosa la dice. “Se Cingolani fosse a disposizione ne sarei ben felice: non penso abbia tessere di partito in tasca, però fra i ministri del governo uscente, anche se non ha nulla a che fare con la Lega, mi trovo bene“. Il tema che gli fa apprezzare di più il fisico prestato (temporaneamente) alla politica è il nucleare, su cui il responsabile del Mite è tornato più volte in questi mesi, soprattutto da quando è scoppiata la crisi energetica. Cingolani ne fa una questione teorica: studiamo, recuperando un gap più che ventennale, poi si vedrà. Il segretario del Carroccio, però, vorrebbe farne un punto programmatico: “Così come non si può più rinviare la costruzione del Ponte sullo stretto di Messina, non si può più rimanere tra i pochi grandi Paesi al mondo che non producono energia col nucleare di ultima generazione“.

Un pensiero diametralmente opposto a quello di Nicola Fratoianni, alle prese con la decisione se accettare o meno l’accordo con il Pd. Mentre i Verdi sembrano ormai pronti a firmare, Sinistra italiana sta ancora riflettendo, lasciando il cuore del M5S e di Giuseppe Conte aperto a una speranza, seppur flebile, di accordo. Condividere ‘casa‘ con Carlo Calenda è un problema per Si: a dividerli sono, tra le altre cose, le idee sul rigassificatore di Piombino, sul nuovo termovalorizzatore a Roma e, appunto, il nucleare. La sostanza della fase politica, però, è molto meno articolata rispetto alla discussione su fissione o fusione: al massimo, in vista del 25 settembre, c’è ‘solo‘ il rischio che qualche leader possa restare col cerino in mano.