Petrolio a 115 dollari, gas a 70 euro: la guerra fa impazzire i prezzi e manda a picco le Borse

Un giovedì nerissimo per i mercati finanziari e per l’energia. La situazione sempre più delicata e infuocata in Medio Oriente, unita ai riscontri di ieri della Fed e la flessione di Wall Street stanno trascinando in un baratro le Borse europee. Ma, soprattutto, stanno facendo schizzare in alto i prezzi dell’energia, in particolare di gas e petrolio.

Al Ttf di Amsterdam, dopo un’apertura debole, i future sono arrivati a sfiorare i 70 euro al megawattora, con un rialzo del 25% rispetto alla quotazione di ieri. Il petrolio, invece, viaggia intorno ai 115 dollari al barile, con un’impennata superiore al 7%. Tutto questo mentre Donald Trump annuncia forti rappresaglie se l’Iran bombarderà gli impianti del Qatar, con la minaccia di un’autentica devastazione di Teheran. Tutto questo, comunque, non favorisce la discesa dei prezzi che si avvicinano passo dopo passo ai record del post scoppio della guerra tra Russia e Ucraina.

Malissimo anche le Borse. I mercati sono fiaccati dalle notizie mediorientali: Milano al momento perde quasi il 2%, alla pari di Francoforte, leggermente meglio ma sempre negativa anche Parigi (1,50%). Sarà determinante capire quale tipo di atteggiamento avrà Wall Street dopo la pessima reazione di ieri alle parole della Federal Reserve.

A livello di metalli preziosi la situazione non è certo migliore. L’oro viaggia intorno ai 4718 dollari l’oncia con una perdita secca del 3,64%, mentre l’argento lascia per strada addirittura il 7,83% e si attesta a quota 71,52 dollari l’oncia. Malissimo anche il platino che perde il 6,19% e tocca i 1929 dollari l’oncia.

A livello di metalli preziosi la situazione non è certo migliore. L’oro viaggia intorno ai 4718 dollari l’oncia con una perdita secca del 3,64%, mentre l’argento lascia per strada addirittura il 7,83% e si attesta a quota 71,52 dollari l’oncia. Malissimo anche il platino che perde il 6,19% e tocca i 1929 dollari l’oncia.

importazioni petrolio

Petrolio, l’Aie sblocca 400 mln barili da riserve strategiche. Timori su diesel e gas

Via libera dell’Aie al rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalla riserva strategica. Per la sesta volta dal 1974 e all’unanimità, i Paesi membri dell’Agenzia internazionale dell’Energia hanno deciso di aprire la scorta di emergenza. Senza precedenti il volume sbloccato, più del doppio rispetto al record di 182 milioni di barili immessi sul mercato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. L’annuncio, dopo giorni di consultazioni con i leader mondiali, era ampiamente atteso per placare l’estrema volatilità dei prezzi dell’energia dovuta al conflitto nel Golfo. Lo stretto di Hormuz è “di fatto paralizzato” ha confermato il direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol. Ciò sta costringendo gli operatori della regione a chiudere o ridurre una parte sostanziale della produzione e si sono verificati ulteriori attacchi e danni alle infrastrutture energetiche e ad esse collegate. Anche le operazioni delle raffinerie sono state interrotte, con implicazioni potenzialmente gravi soprattutto per le forniture di jet fuel e diesel.

Le scorte di emergenza saranno messe a disposizione del mercato “in un arco di tempo adeguato alle circostanze nazionali di ciascun paese membro”, ha precisato la nota dell’Aie, e saranno integrate da ulteriori misure di emergenza da parte di alcuni Paesi. I Paesi membri dell’Agenzia legata all’Ocse detengono scorte di emergenza per circa 1,25 miliardi di barili (30% delle riserve totali dell’area), a cui si aggiungono altri 600 milioni di barili di scorte industriali detenute per legge. Ad aprire le proprie riserve sarebbe per primo il Giappone, con 80 milioni di barili, dal 16 marzo.

“Le sfide che stiamo affrontando sul mercato petrolifero sono di portata senza precedenti, quindi sono molto lieto che i Paesi membri dell’Aie abbiano risposto con un’azione collettiva di emergenza di dimensioni senza precedenti – ha dichiarato Birol -. I mercati petroliferi sono globali, quindi anche la risposta alle principali perturbazioni deve essere globale. La sicurezza energetica è il mandato fondante dell’Aie e sono lieto che i membri stiano dimostrando una forte solidarietà nell’intraprendere insieme azioni decisive”.

Come per il petrolio, resta “critica” la situazione nei mercati del gas naturale. Il direttore dell’Aie conferma che “ci sono poche opzioni” per sostituire i carichi mancanti di Gnl provenienti da Qatar ed Emirati. La fornitura globale di energia si è ridotta di circa il 20%, e gli equilibri di mercato già prima del conflitto “erano ancora più ristretti rispetto al petrolio”. A rimetterci maggiormente saranno Asia e Europa, con una “dura competizione” per i carichi disponibili. Senza contare che alcune economie in via di sviluppo, più sensibili ai prezzi, si trovano senza gas naturale e sono costrette a razionare i consumi.

Birol conferma dunque che i Paesi membri dell’Aie metteranno a disposizione 400 milioni di barili di petrolio “per compensare la fornitura persa a causa della chiusura effettiva dello stretto”: “Si tratta di un’azione importante volta ad alleviare gli impatti immediati della perturbazione dei mercati”. Ma “per essere chiari”, avverte il direttore dell’Agenzia con sede a Parigi, “l’elemento più importante per un ritorno a flussi stabili di petrolio e gas è la ripresa del transito attraverso lo Stretto di Hormuz”. In questo contesto, l’Aie “continuerà a monitorare attivamente la situazione dei mercati e a formulare ulteriori raccomandazioni ai paesi membri se necessario”.

Atteso oggi era anche l’outlook aggiornato dell’Opec: inalterate le stime su domanda e offerta per il 2026-27, proprio a causa dell’incertezza. Secondo l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio “è ancora troppo presto” per valutare l’impatto reale delle tensioni geopolitiche sul mercato energetico e sull’economia mondiale. Dunque la previsione di crescita della domanda globale di petrolio per il 2026 rimane a 1,4 milioni di barili al giorno (mb/g), a 106,53 milioni di barili, mentre per il 2027, è prevista una crescita di +1,3 mb/g, a 107,87 milioni di barili al giorno. Lato offerta, segnala l’Opec, si prevede che nel 2026 la produzione crescerà di circa 630.000 b/g (a 54,83 milioni di barili), trainata principalmente da Brasile, Canada, Stati Uniti e Argentina. Per il 2027 si prevedono invece +610.000 barili al giorno, raggiungendo i 55,44 milioni di barili/giorno.

La Guerra del Golfo è la guerra dell’energia: in ballo c’è la tenuta della nostra economia

Dopo i dazi, la guerra. L’ennesima guerra. Questa volta in Medio Oriente, con il coinvolgimento non solo dell’Iran ma di tutti i Paesi del Golfo. Non ce n’era bisogno, verrebbe da dire, dopo i 4 anni di combattimenti tra Ucraina e Russia. Scontro, questo, che pare non trovare un punto di incontro tra le parti, nonostante sforzi, briefing e mediazioni.

Al centro dei conflitti c’è sempre l’energia perché le nazioni coinvolte sono produttrici di fossili: petrolio e gas, nonostante tutto ancora determinanti per la sussistenza del mondo in attesa che le rinnovabili prendano piede e il nucleare faccia la sua parte. Nucleare, però, che proprio in queste ore è a rischio di attacchi, perché le centrali fanno gola nelle guerre del Terzo Millennio. E il presidente dell’Aiea, Rafael Grossi, ha subito lanciato l’allarme: dopo Zaporizhzhia adesso il batticuore è per alcuni siti iraniani, colpiti dalla rappresaglia usa-Israele.

Il gas costa il 50% in più rispetto a tre giorni fa, cioè prima che Usa e Israele decidessero di attaccare l’Iran ed eliminare la Guida suprema Khamenei; il petrolio viaggia a circa l’8% in più in una pericolosa gara al rialzo.

Secondo gli analisti si tratterebbe – o si tratterà – di aumenti fisiologici con la chiusura dello stretto di Hormuz, là dove transitano oltre 20 milioni di barili al giorno e tutte le esportazioni di Gnl dal Qatar e dagli Emirati Arabi. Aumenti destinati – sempre ad ascoltare gli esperti – ad esaurirsi in fretta se la guerra sarà breve come sostiene Donald Trump. Il presidente Usa ha parlato di quattro settimane per ‘regolare’ la Regione. Nel caso avesse sbagliato i calcoli, Trump, il petrolio farà in fretta a toccare i 100 dollari al barile e chissà quali vette raggiungerà il gas, proprio ora che cominciano gli stoccaggi per il prossimo inverno. Stoccaggi europei, ricordiamo, che non sono mai stati così vuoti. Sempre secondo gli esperti, i ‘danni’ maggiori dovrebbero patirli in Cina, la direzione che prende la maggio parte delle navi attualmente in ‘parcheggio’ distanti da Hormuz. Però…

Mentre le Borse mondiali crollano, come era abbastanza preventivabile, alla paura per l’allargarsi del conflitto si aggiunge l’umanissimo timore che tutto questo vada poi a incidere sulle bollette che si dovranno pagare e sul pieno alla pompa di benzina. Altro che dl Bollette partorito dal governo, gli scenari sono poco rosei e molto inquietanti. Riguardano la tenuta della nostra economia e la sopravvivenza delle famiglie.

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Marsiglia: “Senza Stretto Hormuz scompare greggio, preoccupa gas”

La guerra in Iran ha fatto precipitare il mondo in un vortice di incertezza che si riflette anche sull’economia globale. Nodo centrale lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il transito marittimo, ormai paralizzato dal timore di ritorsioni belliche. Con il prezzo del petrolio in ostaggio della speculazione e le forniture di gas che registrano impennate preoccupanti già in apertura di mercato, l’ombra di uno shock energetico senza precedenti si allunga sull’Europa.

In questo scenario di estrema tensione, Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli Italia, analizza con GEA i rischi di un isolamento che potrebbe cambiare definitivamente le rotte dell’approvvigionamento. “Purtroppo, conoscendo bene l’Iran sin dal 2008, prevale il pessimismo“, afferma. Concentrarsi su previsioni numeriche è un errore di prospettiva, “parlare di un barile a 130 o 150 dollari è concettualmente sbagliato: nel momento in cui lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso definitivamente secondo il diritto internazionale, impedendo entrate e uscite, il problema non sarebbe più il prezzo, ma la totale assenza di greggio sul mercato“.

In una simile eventualità, il petrolio americano rimarrebbe l’unica alternativa, pur risultando insufficiente e soggetto a costi fuori controllo. A differenza della crisi russa, dove il flusso era una scelta politica, la chiusura di Hormuz rappresenterebbe un blocco fisico e totale. La situazione operativa è già critica; circa 200 petroliere sono ferme nei porti poiché nessun armatore intende correre rischi. Marsiglia sottolinea come “QatarEnergy ha già sospeso la produzione di GNL, a dimostrazione di quanto le ripercussioni siano ampie“.

Oltre al mercato fisico, la speculazione finanziaria spinge al rialzo WTI e Brent, ma è il gas a destare l’allarme maggiore. “Abbiamo una criticità sugli stoccaggi a livello italiano ed europeo”, “il fatto che il gas abbia guadagnato sette punti già in apertura di mercato avrà un impatto diretto e pesante sulla bolletta energetica delle famiglie”. Nonostante l’Italia goda di una posizione favorevole grazie alla diversificazione attuata con l’Africa, il coinvolgimento del Qatar compromette l’intero indotto del GNL. Marsiglia chiarisce che il problema non riguarda solo le forniture dirette ma la redistribuzione delle quote globali. “Meno risorsa c’è, più la ‘torta’ deve essere divisa, ed è questo il grande problema di ogni conflitto bellico”. L’Italia, dipendente per oltre il 95% dall’estero, resta vulnerabile; “ad ogni minimo sussulto geopolitico rischiamo il default o ci troviamo a tremare per la tenuta del sistema”.

L’asse con gli Stati Uniti e il Venezuela, mediato dagli accordi tra Trump e von der Leyen, rappresenta una via d’uscita, ma a caro prezzo. “Acquistare dagli Stati Uniti – aggiunge Marsiglia – comporta costi completamente diversi rispetto al vantaggio economico garantito dal Medio Oriente o dall’Africa, aree geograficamente molto più vicine a noi”. Attualmente, l’industria si trova in una fase di attesa simile alla guerra dei dazi. Il nodo cruciale dei prossimi giorni sarà la tenuta delle raffinerie e la disponibilità di greggio nei depositi per garantire la continuità del ciclo produttivo. Infine il presidente punta il dito contro i mercati finanziari, attribuendo il 50% dei rincari alla pura speculazione: “In questa fase il mercato si sposterà quasi esclusivamente sull’acquisto di carichi spot: petroliere già in transito nel Mediterraneo che venderanno a prezzi esorbitanti per massimizzare il profitto”. Molti operatori, pur di non fermare gli impianti, saranno quindi costretti ad acquistare a qualsiasi cifra.

Dal Venezuela alla Groenlandia: il piano Trump per l’energia aspettando l’Europa

Petrolio, zinco, piombo, rame, uranio, oro, graffite, nichel, ferro, carbone. E, perché no?, diamanti. Sono, probabilmente, le vere ragioni per le quali Donald Trump ha messo gli occhi (da tempo) sulla Groenlandia. Poi, sì, c’è anche la sicurezza nazionale, la “questione della Difesa”, con la minaccia incombente di Cina e Russia sulle rotte artiche che, attraverso lo scioglimento dei ghiacci, diventano voluttuose autostrade per tutelare i propri interessi nazionali. Ma poi.

E c’è sempre il petrolio, principalmente, dietro il blitz in Venezuela che ha trasformato Nicolas Maduro da dittatore a detenuto. Poi, per carità, anche la lotta al narcotraffico di cui Caracas è una delle capitali mondiali, ma senza dimenticare la Colombia, la Bolivia, eccetera eccetera che sembrano in questo momento Paesi esenti dalla produzione industriale della droga. Ma poi.

Tutto questo per mettere in evidenza come il nostro secolo sarà definito nel suo perimetro dall’energia e dalle cosiddette materie critiche. Energia che Trump, il giorno del suo insediamento, ha riconsegnato al dominio assoluto del fossile (come dimenticare il “drill, baby, drill”), in particolare di petrolio e gas, incenerendo le politiche green del solare e dell’eolico, riducendo l’energia pulita alla sussidiarietà. Petrolio e gas che il presidente Usa intende esportare e condizionare a livello di prezzi: non a caso sta già vendendo all’Europa vagonate di Gnl, non proprio in saldo, e sta accaparrandosi il greggio del Venezuela in modo di essere in grado di determinarne il costo. E i Paesi dell’Opec e dell’Opec+ che dicono? Per adesso, non dicono. Ed è strano. Molto strano.

Tornando alla Groenlandia, in teoria dovrebbe esserci una risposta pronta e anche netta da parte dell’Europa. Anzi, più che in teoria, nella pratica. Perché se a Caracas la ‘scusa’ poteva essere la destabilizzazione di un presidente eletto in maniera non democratica, affamatore di un popolo e chissà che altro ancora, mettere le mani su un pezzo del Vecchio Continente che appartiene alla Danimarca solo per una “questione di Difesa”, diventa oggettivamente più complicato agli occhi dell’universo mondo. Eppure, i bookmakers – usando una metafora calcistica – non quotano l’annessione. Non riusciamo davvero a immaginare Trump, nella sua tenuta di Mar-a-Lago, che preso atto della reazione ‘veemente’ di Bruxelles (“Si rispetti l’integrità territoriale”, perbacco), abbia tremato e suggerito al Segretario di Stato Marco Rubio e a tutti i suoi generali di fare marcia indietro. Pensiamo, purtroppo, che abbia sfoderato il suo ghigno migliore e abbia alzato il volume dello stereo.

Il sospetto è che mentre tra Strasburgo e Bruxelles ci si ingegna per mettere in atto qualche altro regolamento cervellotico da applicare subito pena sanzioni pesantissime, la premier della Danimarca, Mette Frederiksen, dovrà arrangiarsi da sola. Tanti auguri.

cingolani

Aumenta trend rinnovabili in Ue ma target 42,5% è lontano. Italia a ritmo lento ma costante

Il numero ‘magico’ per le rinnovabili in Europa è 42,5% entro il 2030. E’ questo l’obiettivo vincolante che l’Ue si è data, con il target di spingersi fino al 45%. In dieci anni la quota è quasi triplicata, passando da 9,6 percento del del 2004 al 24,5 del 2023, ma è evidente che non basta.

C’è più di una speranza, comunque, di recuperare in tempo il gap. Lo dicono i numeri del Power Barometer 2025 di Eurelectric, secondo i quali il 2024 ha segnato un record perché la quota di generazione di energia da fonti fossili è scesa al 28%, minimo storico, con una riduzione di 89 TWh su base annua. In particolare è il carbone a perdere quota, con -50 Twh, mentre il gas è a -35 TWh. La buona notizia è che il rovescio della medaglia vede le rinnovabili salire, e di tanto: +44 TWh dal solare e +43 TWh dall’idroelettrico. È positivo anche che l’eolico sia rimasto stabile a 489 Twh circa, dunque non perdendo terreno. In questo scenario va segnalata, però, anche la performance del nucleare, con una quota del 24% e un aumento di 31 TWh nel 2024.

Secondo i dati Eurostat, nel secondo trimestre di quest’anno il 54% dell’elettricità netta prodotta nell’Ue viene da fonti rinnovabili, in aumento rispetto al 52,7% registrato nello stesso trimestre del 2024. Un aumento dovuto principalmente all’energia solare, che ha generato un totale di 122.317 gigawattora (GWh) nel secondo trimestre del 2025, pari al 19,9% del mix totale di generazione di elettricità. Giugno del 2025 è stato il primo mese nella storia in cui l’energia solare (22%) è stata la principale fonte di elettricità generata nell’Ue, davanti al nucleare (21,6%), all’eolico (15,8%), all’idroelettrico (14,1%) e al gas naturale (13,8%). Tra i paesi dell’Unione, nel secondo trimestre del 2025, la Danimarca, con il 94,7%, ha registrato la quota più elevata di energie rinnovabili nell’elettricità netta prodotta, seguita da Lettonia (93,4%), Austria (91,8%), Croazia (89,5%) e Portogallo (85,6%). Le quote più basse di energie rinnovabili sono state registrate in Slovacchia (19,9%), Malta (21,2%) e Repubblica Ceca (22,1%).

LA SITUAZIONE ITALIANA. Nel quadro generale l’Italia sta facendo passi avanti. Dai dati mensili raccolti da Terna, la società che gestisce la rete nazionale di trasmissione dell’energia elettrica, da gennaio a settembre di quest’anno la capacità rinnovabile in esercizio è aumentata di 4.476 MW (di cui 4.078 MW di fotovoltaico). Negli ultimi dodici mesi, la capacità installata di fotovoltaico ed eolico è aumentata di 6.576 MW (+13,7%), raggiungendo i 54.542 MW complessivi. Al 30 settembre 2025, inoltre, si registrano in Italia 17.417 MWh di capacità di accumulo (valore in aumento del 49,3% rispetto allo stesso mese del 2024), che corrispondono a 7.069 MW di potenza nominale, per circa 849.000 sistemi di accumulo. A settembre, gli accumuli elettrochimici di grande taglia hanno prodotto ben 176 GWh, a conferma della rilevanza che tale tecnologia ha ormai raggiunto per la gestione del sistema in economia e sicurezza. Nel dettaglio, da gennaio a settembre la capacità di impianti utility scale è aumentata di 2.794 MWh, che corrispondono a 709,1 MW di potenza nominale.

Le statistiche periodiche dell’Enea, comunque, mostrano uno scenario ancora carente, sia per l’Europa che per l’Italia. Perché nel primo semestre 2025 i consumi energetici dell’area euro sono rimasti stazionari, con un aumento dei consumi di gas naturale (+5%) mentre si sono contratti i prodotti petroliferi (-3%) e le fonti rinnovabili (-3%). Continua, invece, il trend di ripresa della produzione da nucleare (+2%) dai minimi del 2023. Anche le emissioni di CO₂ sono stimate stazionarie, in contrasto con la traiettoria necessaria per il target 2030, che richiede un calo annuo del 7%.

I CONSUMI. Nel nostro Paese i consumi di energia primaria – stimati secondo la metodologia Eurostat – sono in aumento marginale, in coerenza con la dinamica dei principali driver della domanda. Sono aumentati – riferisce ENEA – i consumi di gas naturale (+6%), sostenuti dalla maggiore domanda della termoelettrica (+19%) e dal clima più rigido del primo trimestre. In flessione invece i consumi di petrolio e prodotti petroliferi (-2%). In calo anche le fonti rinnovabili (-3%), penalizzate dal calo della produzione idroelettrica (-20%) e dalla flessione dell’eolico, mentre è proseguito l’aumento del solare (+20%). In termini di settori i consumi si sono contratti nei trasporti (-1%), sono aumentati nel civile (+3%), per la domanda di gas per riscaldamento e la domanda elettrica del terziario. Il modesto aumento della domanda elettrica (+0,3%) conferma la stazionarietà del grado di elettrificazione dei consumi. L’aumento delle fonti fossili (+1,5% nel semestre) si è riflesso nella dinamica delle emissioni di CO₂ (+1,3%), che sono rimaste sul trend di ripresa iniziato nell’ultimo trimestre 2024. Dopo due anni e mezzo di cali consecutivi sono tornate ad aumentare anche le emissioni calcolate sull’anno scorrevole (+1,2%).

ECOMONDO. E di Energia si parlerà anche a Ecomondo, che si svolge a Rimini Fiera dal 4 al 7 novembre. Giovedì 6 novembre, ad esempio, è in programma la quinta edizione dell’Africa Green Growth Forum, che metterà in luce le iniziative per l’accesso all’energia pulita e sostenibile nel continente africano promosse nell’ambito del Piano Mattei e del Programma “Mission 300”, un programma multilaterale guidato dalla Banca Mondiale e dalla Banca Africana di Sviluppo che punta a fornire elettricità pulita e affidabile a 300 milioni di persone nell’Africa subsahariana entro il 2030.

gazprom

Accordo Cina-Russia per la costruzione del gasdotto Power of Siberia 2

Gazprom ha annunciato di aver firmato un accordo legalmente vincolante per la costruzione del tanto atteso gasdotto Power of Siberia 2 verso la Cina attraverso la Mongolia e di voler espandere le forniture attraverso altre rotte. Lo scrive Bloomberg. L’amministratore delegato di Gazprom, Alexey Miller, è a pechino con il leader russo, Vladimir Putin, e su Telegram la società fa sapere che “si è tenuta la cerimonia di scambio dei documenti tra PJSC Gazprom e China National Petroleum Corporation (CNPC), durante la quale sono stati firmati quattro documenti, tra cui l’accordo di cooperazione strategica che amplia le aree di collaborazione tra le due società”.

“Nel corso degli anni di collaborazione – spiega Miller – insieme ai nostri partner cinesi abbiamo costruito un solido ponte energetico che unisce i nostri popoli e va a vantaggio di entrambi i paesi. Oggi è stato compiuto un passo molto importante per rafforzare e sviluppare ulteriormente la nostra partnership strategica, per aumentare le forniture affidabili di energia pulita – il gas naturale – alla Cina e soddisfare il fabbisogno di questa fonte energetica da parte dell’economia cinese in rapida crescita. Gazprom ha sempre adempiuto in modo chiaro e affidabile a tutti i suoi obblighi previsti dai contratti in vigore, e continuerà a farlo anche in futuro”.

Il 1° dicembre 2024, le forniture giornaliere attraverso Power of Siberia sono state portate al livello contrattuale massimo un mese prima del previsto. A maggio 2025, il volume complessivo delle forniture di gas alla Cina attraverso la rotta “orientale” ha superato i 100 miliardi di metri cubi. Nell’anno in corso, le forniture sono superiori del 28,3% rispetto a quelle del 2024. In alcuni commenti rilasciati alle agenzie di stampa russe da Pechino, spiega Bloomberg, Miller ha affermato che il produttore di gas potrebbe spedire fino a 50 miliardi di metri cubi all’anno attraverso il Power of Siberia 2 per 30 anni. Il prezzo del combustibile, ha spiegato l’ad, sarà inferiore a quello attualmente praticato da Gazprom ai clienti in Europa, secondo quanto riportato. “Il progetto di costruzione del Power of Siberia 2 e del gasdotto Soyuz-Vostok, il collegamento di transito attraverso la Mongolia, nonché la capacità di trasporto del gas in Cina, diventerà il progetto di gas più grande, più imponente e ad alta intensità di capitale al mondo”, ha dichiarato Miller secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa russe.

Italgas

Italgas, +31,1% utile netto nel primo semestre. Gallo: “Risultati mostrano la forza industriale del gruppo”

Nel primo semestre 2025, il gruppo Italgas ha registrato ricavi totali adjusted per 1,126,7 miliardi di euro, in aumento del 29,2%, e un Ebitda adjusted cresciuto del 27,8%, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, a 857,5 milioni di euro. L’Ebit adjusted è pari a 558,0 milioni di euro, in crescita del 38,9% rispetto al primo semestre 2024. L’utile netto adjusted attribuibile al gruppo al 30 giugno si attesta a 316,6 milioni di euro, in aumento del 31,1% rispetto al 30 giugno 2024 (241,5 milioni di euro). Risultati, spiega l’ad Paolo Gallo, che “testimoniano la forza industriale e finanziaria del gruppo”, la capacità di “generare valore in modo costante e sostenibile”.

Gli investimenti tecnici, nei primi sei mesi dell’anno, ammontano a 495,1 milioni di euro. In crescita, e di molto, quelli nell’ambito della distribuzione gas (329,3 milioni di euro), che registrano +46,7% rispetto al corrispondente periodo del 2024, e quelli nella digitalizzazione (106,6 milioni di euro) che crescono del 7,6% rispetto al primo semestre 2024. Merito dell’inclusione nel perimetro di consolidamento della società 2i Rete Gas che, dice Gallo, “ha reso Italgas il primo operatore europeo della distribuzione del gas e ha, cambiato il volto di un settore storicamente frammentato e sostanzialmente immobile”.

Gli altri investimenti (59,2 milioni di euro) aumentano di 29,1 milioni di euro e includono i lavori di riqualificazione dell’area Corso Regina Margherita” di Torino e il parco automezzi. “Gli investimenti hanno raggiunto il mezzo miliardo di euro e hanno riguardato principalmente le reti per renderle ancora più intelligenti e quindi capaci di gestire gas diversi, di origine fossile e rinnovabile”, spiega l’ad Gallo.

La strategia di sviluppo del gruppo Italgas, che sarà nuovamente delineata in occasione della presentazione del Piano Strategico 2025-2031 il prossimo ottobre, rappresenta  per l’amministratore delegato “una risposta efficace alla crescente domanda di energia sicura, rinnovabile ed economicamente accessibile per famiglie e imprese”. Gallo ricorda che “abbiamo dato vita al primo operatore europeo della distribuzione del gas con più di 4.000 Comuni e quasi 13 milioni di clienti serviti, oltre 155 mila chilometri di reti e una forza lavoro di circa 6.500 dipendenti”. L’integrazione di 2i Rete Gas, completata in soli 90 giorni, dice ancora l’ad, “è il risultato della nostra capacità di affrontare attività molto complesse, con un’organizzazione ad hoc articolata su numerosi gruppi di lavoro: l’integrazione dei sistemi informatici e la riorganizzazione territoriale della Società sono la principale evidenza di un incredibile sforzo effettuato in un tempo molto ridotto”.

I ricavi regolati distribuzione gas adjusted aumentano di 230,9 milioni di euro rispetto al corrispondente periodo del 2024. Al netto dell’inclusione nell’area di consolidamento della società 2i Rete Gas (+217,5 milioni di euro), nonostante la significativa riduzione del Wacc (-25,8 milioni di euro), la voce si incrementa per effetto della crescita della RAB, che beneficia anche della revisione da parte di Arera dei criteri di rivalutazione dei costi di capitale. I ricavi diversi del gruppo aumentano di 23,5 milioni di euro rispetto al corrispondente periodo del 2024 prevalentemente per l’incremento di 15,3 milioni di euro dei ricavi derivanti dal settore efficienza energetica e 7,7 milioni di euro del settore idrico.

I costi operativi del primo semestre 2025, nella configurazione adjusted, ammontano a 269,2 milioni di euro, in aumento di 68,1 milioni di euro rispetto al corrispondente periodo del 2024, prevalentemente per effetto dell’inclusione nell’area di consolidamento della società 2i Rete Gas (+52,9 milioni di euro) e della crescita dalle attività relative al settore dell’efficienza energetica che hanno registrato un incremento nei costi di 11,6 milioni di euro, che trovano corrispondenza alla voce ricavi diversi.

Gli oneri finanziari netti adjusted al 30 giugno 2025 ammontano a 100,0 milioni di euro e aumentano di 44,2 milioni di euro principalmente per effetto degli oneri relativi alla linea di credito c.d. Bridge per l’acquisizione di 2i Rete Gas, dell’inclusione nell’area di consolidamento degli oneri di 2i Rete Gas, e per l’impatto dell’emissione obbligazionaria dual-tranche effettuata a marzo 2025. I proventi netti su partecipazioni al 30 giugno 2025 sono pari a 4,7 milioni di euro e fanno riferimento al contributo delle società partecipate valutate con il metodo del patrimonio netto; in particolare, le società dell’idrico contribuiscono per 3,7 milioni di euro. Le imposte sul reddito, nella configurazione adjusted, al 30 giugno 2025 ammontano a 129,5 milioni di euro, in aumento di 32,5 milioni di euro rispetto al corrispondente valore dell’anno precedente, come conseguenza del maggior risultato ante imposte del periodo. Il tax rate adjusted del semestre si attesta quindi al 28,0%

Le guerre fatte sulle tasche dei cittadini e la retromarcia della Ue

Schiacciati tra la guerra in Ucraina e gli orrori di Gaza, onestamente non si sentiva necessità di un altro fronte conflittuale, ancor più pericoloso, aperto da Israele contro l’Iran. Le evidenze di questi giorni testimoniano una svolta nell’accezione politica a questa terza guerra: mentre sull’Ucraina a tratti le posizioni non sono allineate, mentre sulla Striscia la condanna del mondo è univoca per ciò che ha scatenato la mattanza e per la reazione inusitata che continua a esserci, sulle incursioni dell’esercito di Netanyahu a Teheran e dintorni c’è la quasi sintonia del pianeta, al massimo (ed è il caso della Russia) si registrano silenzi imbarazzati. La minaccia atomica di un regime poco incline alla salvaguardia dei diritti umani, quello degli ayatollah, sta mettendo tutti d’accordo nella speranza che il conflitto non si allarghi e da regionale diventi planetario.

Fatta questa premessa, c’è la poi la sostanza delle cose che va a impattare sul cittadino comune, in Europa e in Italia. Già fiaccati dal ‘tiraemolla’ di Donald Trump che minaccia di mettere dazi anche ai sogni – a proposito, manca meno di un mese alla tregua di luglio – i sistemi economici occidentali devono rifare i conti con altri rincari, in particolare quelli dell’energia, cioè gas e petrolio. E’ vero che l’Iran attualmente ha un’incidenza minima nel mercato globale ed è vero che non si è verificato uno sconquasso dei prezzi (a giugno 2022, quattro mesi dopo l’invasione russa, aveva toccato i 122 dollari al barile, oggi è a 75), però la timida ripresa delle scorse settimane è andata a farsi benedire. E al signor Brambilla o alla signora Pautasso, che smaniano per andare in vacanza e magari non posseggono tutta questa sensibilità geopolitica, l’unica cosa che li rende irascibili sono il rincaro delle bollette e il pieno di diesel o benzina. Perché, alla resa dei conti, è sempre l’energia a fare da discriminante.

Prima c’erano gli Houty, adesso c’è lo stretto di Hormuz, che è grande come il Mare Adriatico e collega il Golfo Persico e il Golfo di Oman, là dove transitano ogni giorno 20 milioni di barili via nave. Se l’Iran decidesse di bloccare quel passaggio, mezzo mondo resterebbe a secco con conseguente impazzimento dei prezzi, perché una goccia di greggio varrebbe quanto un’oncia d’oro. Non a caso, l’Unione europea ha innestato la marcia indietro per quanto riguarda il tetto al petrolio russo, che doveva passare da 60 dollari (stabiliti nel 2022) a 45, in maniera da intaccare i ricavi di Vladimir Putin e togliergli le sovvenzioni per continuare il conflitto con l’Ucraina. Ma di fronte all’incedere minaccioso della guerra tra Israele e Iran e all’inevitabile aumento del prezzi, Ursula von der Leyen ha detto che conviene pazientare. Al contrario dell’Alta Commissaria Kaja Kallas che non vorrebbe arretrare di un millimetro, testimonianza di una distonia strategica all’interno della Commissione. A metterle d’accordo è intervenuto Trump, con un no secco e ultimativo all’inasprimento delle misure contro Mosca. E allora?

Allora lo spauracchio è quello degli Anni Settanta e delle targhe alterne legate alla crisi petrolifera. Assetati di benzina, vennero introdotte misure di austerity – mutuate da un’idea americana – per limitare la circolazione dei veicoli privati la domenica: una era vietata alle targhe pari, quella dopo alle targhe dispari. Tornare indietro di cinquant’anni senza capire il perché…

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Energia cara per Italia: 15% in più dell’Area Euro. Pesano oneri e tasse

Luce e gas costano caro agli italiani. Purtroppo, non è una novità ma adesso ci sono i dati della Relazione annuale di Arera a certificarlo: nel 2024 i consumatori domestici del nostro Paese hanno pagato il gas il 15,1% in più del resto dell’Area euro (13,1 centesimi al kWh), con tariffe superiori del 5,3 percento rispetto alla media. Non va meglio per quel riguarda l’energia elettrica. Nonostante una diminuzione generalizzata in Europa, sebbene con intensità diverse (la media dell’Area euro è 14%, ma si va dal -2,7% della Germania al -20,2% della Francia), l’Italia ha infatti perso nuovamente competitività rispetto alla maggior parte degli altri Paesi europei.

In entrambi i casi il peso maggiore è quello di oneri, imposte e tasse che, per la luce, sale del 28%annullando le riduzioni registrate dalla componente energia e dai costi di rete”; mentre per il gas è di 3,2 centesimi/kWh, a cui si sommano i costi di rete lievitati a 3 centesimi/kWh. Fattori che giustificano, dunque, l’erogazione di bonus sociali (su base Isee) a 4,5 milioni di famiglie anche nel 2024 (-40,5% rispetto all’anno precedente), cui 2,8 milioni per l’energia elettrica e 1,7 milioni per il gas.

I dati di Arera, comunque, vanno letti in controluce, perché lo scorso anno, nonostante il perdurare delle guerre tra Russia e Ucraina alle porte del Vecchio continente, e tra Israele e Palestina in Medio Oriente, i prezzi sono diminuiti in 17 Paesi, tra cui appunto l’Italia (-8%) e il Lussemburgo (-33%), mentre in 10 sono schizzati in alto, come in Francia (+19%) e Portogallo (+15). Risultati che ci hanno permesso di ridurre di quasi dieci punti percentuali il differenziale dalla media Ue, che oggi passa al 15%. Gli effetti positivi si sono riverberati anche sulle imprese, che lo scorso anno hanno pagato un prezzo lordo “più conveniente rispetto a quasi tutti i principali competitor europei”. Ad esempio, -9,8% nel confronto con la Francia e -7,7% rispetto alla Germania. Solo la Spagna fa meglio (+38%). Buone notizie, per carità, ma la situazione resta comunque complicata per il sistema produttivo di casa nostra.

Spostando i riflettori su altri aspetti dello stesso tema, nel 2024 Arera registra un incremento della produzione mondiale di gas dell’1,4%, che non trova alimento però in Italia, dove il calo è del 4,1% (poco sotto i 2.600 milioni di metri cubi). Di contro, i consumi nel nostro Paese sono risaliti 0,3 miliardi di metri cubi, “riportando la domanda a 61,8 miliardi di metri cubi dai 61,5 del 2023”. Tutt’altra musica, invece, per l’energia elettrica, dove la produzione schizza del 3,2 percento a 273,3 TWh, con un boom delle rinnovabili (+14,9%) sotto la forte spinta dei 52,8 TWh di idroelettrico, che dunque sale del 30,2%. Numeri che permettono di soddisfare l’83,7% della domanda italiana. L’energia, dunque, resta una priorità, per le aziende ma soprattutto per le istituzioni, cui è demandato il compito di trovare le soluzioni per dare ossigeno a chi produce ma anche alle famiglie.

Ragioni che spingono il presidente di Arera, Stefano Besseghini, a plaudire l’iniziativa del governo sul nucleare: “Non perché sia possibile nel breve una rilevante e significativa penetrazione nel mix, ma perché anche lì soffia il vento dell’innovazione e un Paese industrializzato, rilevante, con la competenza tecnico scientifica dell’Italia – sottolinea nella sua Relazione -, non può non avere un contesto normativo in grado di agevolare lo sviluppo delle soluzioni innovative in ogni settore”. Così come il “disaccoppiamento della remunerazione di mercato elettrico fra le fonti di produzione con o senza costi marginali di produzione” diventa un “punto centrale”.

Il numero uno dell’Authority, inoltre, ricorda che “a partire dal prossimo 1 luglio, la bolletta di energia elettrica e gas naturale in Italia cambierà volto” e “ogni operatore sarà tenuto a pubblicare in modo visibile e accessibile le condizioni tecnico-economiche delle proprie offerte”. Un cambiamento che Besseghini definisce “un investimento in trasparenza”. Che fa il paio con il suo monito sul ruolo del regolatore, che a suo modo di vedere “assume anche una funzione comunicativa e culturale: deve informare, spiegare, motivare, educare, accorciando le distanze, alleggerendo il tono e semplificando il linguaggio senza essere fuorvianti e con spirito di servizio”. Non a caso, infatti, il Servizio conciliazione ha permesso di ottenere, sulle oltre 34mila domande presentate, più di 21 milioni di euro “con un tasso di soddisfazione degli utilizzatori del Servizio Conciliazione pari al 95%”. Fattori che in una fase storica di incertezza “che rischia di minare le fondamenta stesse della nostra società”, diventano cruciali per vincere la sfida della transizione energetica.