Iran, Trump valuta di entrare in guerra: “Sappiamo dov’è Khamenei, urge resa incondizionata”

Donald Trump valuta di entrare in guerra in Iran, al fianco di Israele. E’ l’ultima decisione presa dopo aver lasciato in anticipo il vertice del G7 a Kananaskis, in Canada, e prima di riunire alla Casa Bianca il Consiglio di sicurezza nazionale. “Sappiamo esattamente dove si nasconde il cosiddetto ‘Leader Supremo’. È un bersaglio facile, ma lì è al sicuro“, annuncia su Truth il tycoon newyorkese, facendo riferimento ad Ali Khamenei. “Non lo elimineremo (uccideremo!), almeno non per ora – fa sapere -. Ma non vogliamo che vengano lanciati missili contro civili o soldati americani. La nostra pazienza sta finendo. Grazie per l’attenzione dedicata a questa questione“. In un altro messaggio, poi, Trump chiede in caratteri cubitali la “resa incondizionata”.

Il presidente americano spiega di avere il “controllo completo e totale” dei cieli sopra l’Iran, nonostante Teheran disponga di ottimi sistemi di tracciamento satellitare e di altre attrezzature difensive, comunque non “paragonabili a quelle progettate, concepite e prodotte negli Stati Uniti”: “Nessuno – rivendica – lo fa meglio dei buoni vecchi Stati Uniti”. Trump potrebbe prendere “ulteriori misure” contro il programma nucleare iraniano, aveva scritto in precedenza il suo vice presidente, J.D. Vance, su X.

Intanto, secondo quanto riferito dall’esercito israeliano, è stato attivato un allarme rosso nella zona di Dimona, dove si trova una centrale nucleare nel sud di Israele, dopo il lancio di missili iraniani. Le raffiche di bombe reciproche non si placano. In Iran, una serie di potenti detonazioni sono state udite nel pomeriggio nel centro e nel nord di Teheran, e un media locale ha riferito di esplosioni a Isfahan (centro). L’esercito israeliano ha dichiarato di aver bombardato “decine” di obiettivi nell’Iran occidentale, dopo aver colpito durante la notte nella regione “decine di infrastrutture di stoccaggio e lancio” di missili terra-terra e terra-aria e “siti di stoccaggio di droni”. In Israele, i missili iraniani hanno fatto scattare le sirene di allarme nel pomeriggio intorno a Tel Aviv – dove missili e frammenti di proiettili erano caduti in mattinata senza fare vittime – e nel nord, secondo l’esercito. Quest’ultimo ha affermato di averne intercettati la maggior parte. Teheran ha giurato di bombardare Israele senza sosta per porre fine all’attacco israeliano di portata senza precedenti lanciato il 13 giugno, con l’obiettivo dichiarato di impedire all’Iran di dotarsi della bomba atomica.

L’Occidente sospetta che l’Iran persegua questo obiettivo, cosa che Teheran nega, difendendo il proprio diritto a un programma nucleare civile. Israele, che mantiene l’ambiguità sul proprio possesso di armi atomiche, possiede 90 testate nucleari, secondo l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri). Da venerdì, l’aviazione israeliana ha colpito centinaia di siti militari e nucleari, uccidendo i principali alti ufficiali iraniani e scienziati nucleari.

Oggi, l’esercito ha annunciato di aver ucciso un importante comandante militare iraniano, Ali Shadmani, in un attacco notturno a Teheran. Israele ha avuto “il coraggio” di fare “il lavoro sporco per tutti noi” di fronte al “terrorismo del regime” iraniano, commenta il cancelliere tedesco Friedrich Merz, giudicando che il potere iraniano è stato “notevolmente indebolito”. Uccidere l’ayatollah Ali Khamenei “porrà fine al conflitto”, aveva precedentemente assicurato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ai media internazionali, invitando gli iraniani a sollevarsi. I bombardamenti hanno anche ucciso civili da entrambe le parti in zone urbane. L’ultimo bilancio ufficiale iraniano di domenica riportava almeno 224 morti e più di mille feriti. In Israele, il bilancio ufficiale è di almeno 24 morti finora.

L’Iran ha minacciato Israele di “attacchi massicci con droni” e ha affermato di aver distrutto durante la notte con dei droni “obiettivi strategici” a Tel Aviv – tra cui il Mossad, il servizio di intelligence estero israeliano – e Haifa, la grande città nel nord di Israele. In serata, Teheran annuncia “imminenti” attacchi punitivi contro Israele. Il capo di Stato Maggiore delle forze armate iraniane, Abdolrahim Mousavi, esorta i residenti di Haifa e Tel Aviv a evacuare: “Presto saranno condotte operazioni punitive”, ha detto Mousavi in una dichiarazione video trasmessa dalla televisione di Stato. Dopo il lancio dell’attacco israeliano, gli Stati Uniti hanno dichiarato di rafforzare il loro “dispositivo difensivo” in Medio Oriente e di inviare la portaerei Nimitz. Donald Trump è tornato alla Casa Bianca abbreviando la sua presenza al vertice del G7 in Canada. Inizialmente aveva affermato di volere “una fine reale” del conflitto e “non un cessate il fuoco”, ma ha dichiarato di non essere “particolarmente dell’umore giusto per negoziare” con l’Iran, con cui gli Stati Uniti avevano riavviato i colloqui sul nucleare ad aprile. Ieri Trump ha consigliato agli abitanti di Teheran di evacuare “immediatamente” e oggi lunghe code si sono formate davanti ai panifici e alle stazioni di servizio della capitale iraniana, dove i negozi di alimentari rimangono aperti, ma non il Grand Bazaar, il principale mercato. Secondo quanto riferito da Baku ed Erevan, dal 13 giugno oltre 700 cittadini stranieri provenienti da una quindicina di paesi sono stati evacuati dall’Iran verso l’Azerbaigian e l’Armenia. I medici e gli infermieri iraniani sono stati requisiti, ha riferito martedì l’agenzia Isna. Un attacco informatico ha paralizzato la banca Sepah, una delle principali banche iraniane, secondo l’agenzia di stampa Fars. I media iraniani hanno poi riferito di un’interruzione generalizzata di Internet, senza specificarne l’origine. Israele ha affermato di aver distrutto “la principale struttura” dell’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz, nel centro dell’Iran. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha riferito martedì di “elementi che indicano un impatto diretto sulle sale sotterranee” del sito.

Israele attacca siti nucleari e militari iraniani. Khamenei: “Devasteremo regime malvagio”

Israele ha fatto partire l’attacco all’Iran. Dalla notte attacchi di portata senza precedenti continuano a essere lanciati contro siti militari e nucleari, uccidendo alti funzionari, con Teheran che ha promesso una risposta “distruttiva”. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha ricordato che l’operazione sarebbe durata “per molti giorni”: in serata infatti il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, il Tenente Generale Eyal Zamir, ha dichiarato di stare continuando a colpire l’Iran “con tutta la forza” possibile. Nuove esplosioni si sono avvertite nella regione settentrionale di Teheran.

Gli attacchi, effettuati durante la notte da 200 aerei contro circa 100 obiettivi, hanno colpito in particolare la capitale e l’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz, nel centro del paese. Raid mirati anche per decapitare l’esercito e i pasdaran: colpiti nelle loro case i comandanti militari, il consigliere politico della guida suprema Khamenei e alcuni scienziati. ‘Rising Lion’ il nome dell’operazione lanciata dall’esercito israeliano che ha fatto sapere di aver colpito “decine di obiettivi militari, inclusi obiettivi nucleari in varie regioni dell’Iran”.

“L’attacco dell’Iran di oggi non è stato accidentale e ho ordinato l’eliminazione del programma nucleare iraniano sei mesi fa”, ha sottolineato Netanyahu in una dichiarazione video. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) aveva confermato che il principale sito di arricchimento dell’uranio di Natanz, nella provincia di Isfahan, era stato preso di mira, ma ha sottolineato, anche dopo ulteriori attacchi durante il giorno, che i livelli di radiazione non erano aumentati nella zona. Almeno 18 persone sono state uccise e 35 ferite nel nord-ovest dell’Iran, secondo l’agenzia di stampa ufficiale IRNA, e almeno 95 persone sono rimaste ferite in tutto il Paese, secondo la televisione iraniana.

Israele ha dichiarato di aver ucciso la maggior parte dei leader della Forza Aerospaziale delle Guardie Rivoluzionarie, l‘esercito ideologico della Repubblica Islamica. Almeno due leader delle Guardie sono morti, tra cui il loro leader, il generale Hossein Salami, e il generale Gholam Ali Rashid. secondo la televisione di stato, sarebbe rimasto ucciso anche il capo di stato maggiore iraniano, il generale Mohammed Bagheri. Il consigliere per la sicurezza nazionale israeliano Tzachi Hanegbi, tuttavia, ha affermato che “attualmente non ci sono piani” per uccidere Ali Khamenei, la Guida Suprema dell’Iran e i suoi uomini. Un consigliere di alto livello della Guida Suprema iraniana, Ali Shamkhani, è rimasto ferito, secondo la televisione di stato iraniana.

Il Presidente Massoud Pezeshkian ha dichiarato che il suo Paese avrebbe fatto “rimpiangere” a Israele il suo attacco. Più
netto il nuovo capo delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammad Pakpour, che ha promesso “le porte dell’inferno” al “regime sionista criminale e illegittimo”. “Le forze armate dell’Iran devasteranno il malvagio regime sionista”, ha promesso la Guida Suprema, Ali Khamenei, in un messaggio alla Nazione. “La Nazione iraniana può stare certa che non ci sarà negligenza nella nostra risposta”, ha proseguito Khamenei, secondo cui Israele “non uscirà indenne da questo crimine”.

Lo spazio aereo iraniano è chiuso fino a nuovo avviso, così come quello iracheno. Israele ha dichiarato lo stato di emergenza su tutto il suo territorio e ha chiuso il suo spazio aereo e le sue ambasciate nel mondo, con l’esercito che ha dichiarato di star intercettando droni lanciati in gran numero dall’Iran. “Prevediamo di essere esposti a diverse ondate di attacchi iraniani”, ha dichiarato Netanyahu. L’esercito ha annunciato il dispiegamento di riservisti “su tutti i fronti del Paese”. Teheran ha minacciato anche di colpire le basi militari statunitensi in Medio Oriente in caso di conflitto a seguito di un possibile fallimento dei negoziati sul suo programma nucleare.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ammesso di essere avvertito degli attacchi israeliani. Mentre Washington conduce negoziati indiretti con Teheran sul suo programma nucleare, ha esortato le autorità iraniane a “raggiungere un accordo prima che non rimanga nulla”. Il presidente ha anche avvertito che “futuri attacchi” sarebbero stati “ancora più brutali”. “È ancora possibile fermare questo massacro”, ha dichiarato sul suo social network Truth assicurando che gli Stati Uniti sono pronti a difendere se stessi e Israele in caso di rappresaglia da parte dell’Iran.

Di fatto Israele considera il programma nucleare iraniano una minaccia esistenziale. L’Occidente e Israele accusano Teheran di voler acquisire armi nucleari, cosa che il governo iraniano nega, sostenendo che il suo programma nucleare è esclusivamente per uso civile. Ieri Israele aveva chiesto alla comunità internazionale una “risposta decisa” dopo che l’AIEA aveva adottato una risoluzione che condannava Teheran per il mancato rispetto dei suoi obblighi nucleari. Israele l’ha denunciata come “una minaccia imminente alla sicurezza e alla stabilità regionale e internazionale”. Un sesto round di negoziati nucleari tra Iran e Stati Uniti era originariamente previsto per domenica a Muscat, con la mediazione dell’Oman. Ora sembra che la loro continuazione sia a rischio. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto la “massima moderazione”, così come l’Alta Commissario per la politica estera dell’Ue. La NATO ha chiesto una “de-escalation” e sia Londra sia Parigi hanno invitato le parti a “esercitare moderazione”.

L’Iran, sostenuto da Russia e Cina, ha ottenuto la convocazione di una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite alle 21 di venerdi sera. Pechino ha espresso “preoccupazione”, mentre Mosca ha denunciato gli attacchi israeliani come “inaccettabili” e “immotivati”. Lo stesso presidente russo Vladimir Putin ha offerto Mosca come mediatore in conversazioni avute con il suo omologo iraniano, Massoud Pezeshkian, e con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato al suo omologo italiano Antonio Tajani che l’Iran si aspettava che “l’Unione Europea in particolare condannasse questo attacco criminale”. Ma il Presidente francese Emmanuel Macron ha rivendicato “il diritto di Israele a proteggersi e garantire la propria sicurezza”, invitando al contempo alla moderazione. L’AIEA ha ribadito che gli impianti nucleari “non devono mai essere attaccati”. La Turchia ha esortato Israele a cessare le sue “azioni aggressive”, e il peso massimo regionale dell’Arabia Saudita ha denunciato “flagranti violazioni” del diritto internazionale.

Costo climatico record per ricostruire Gaza: emissioni pari a quelle di 135 Paesi

La ricostruzione degli edifici distrutti nei primi quattro mesi dell’assalto israeliano a Gaza genererà l’equivalente di quasi 60 milioni di tonnellate di CO2. Di fatto, il costo del carbonio per ricostruire Gaza sarà maggiore delle emissioni annuali di gas serra generate individualmente da 135 paesi, esacerbando l’emergenza climatica globale oltre al bilancio delle vittime senza precedenti. E’ quanto rivela una nuova ricerca condotta da ricercatori nel Regno Unito e negli Stati Uniti, pubblicata sul Social Science Research Network e condivisa esclusivamente con il Guardian.

La ricostruzione dei circa 200mila condomini, scuole, università, ospedali, moschee, panifici, impianti idrici e fognari danneggiati e distrutti da Israele nei primi quattro mesi della guerra a Gaza genererà fino a 60 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (tCO2e): quasi alla pari con le emissioni totali del 2022 generate da paesi come Portogallo e Svezia, e più del doppio delle emissioni annuali dell’Afghanistan.

Secondo lo studio, la ricostruzione a lungo termine genererà il costo maggiore in termini di emissioni di carbonio dalla guerra a Gaza. Circa 26 milioni di tonnellate di detriti e macerie sono stati lasciati in seguito al bombardamento israeliano, la cui bonifica potrebbe richiedere anni.

Dalla ricerca, sintetizza il quotidiano britannico, emerge come le emissioni di riscaldamento del pianeta generate dagli attacchi aerei e terrestri durante i primi 120 giorni della guerra a Gaza siano state superiori all’impronta di carbonio annuale di 26 delle nazioni più vulnerabili al clima del mondo, tra cui Vanuatu e Groenlandia. Inoltre, oltre il 99% delle 652.552 tonnellate di anidride carbonica (CO2 equivalente/CO2e) stimate essere state generate nei primi quattro mesi dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre sono legate al bombardamento aereo di Israele e all’invasione terrestre di Gaza. Quasi il 30% delle emissioni totali di CO2e sono state generate dai 244 aerei cargo americani che hanno trasportato bombe, munizioni e altri rifornimenti militari verso Israele nei primi 120 giorni. Secondo il calcolo, che è quasi certamente una sottostima significativa a causa della mancanza di dati sulle emissioni militari precisa la ricerca, il costo del carbonio dei primi 120 giorni dell’assalto israeliano a Gaza era equivalente al consumo energetico annuale combinato di 77.200 famiglie americane.

L’analisi fornisce un’istantanea conservativa del costo climatico dell’attuale guerra a Gaza, oltre alle uccisioni, alla carestia deliberata, ai danni alle infrastrutture e alla catastrofe ambientale. E sottolinea anche i dati della macchina bellica di ciascuna parte: i razzi di Hamas lanciati su Israele tra ottobre 2023 e febbraio 2024 hanno generato circa 1.140 tCO2e. Altre 2.700 tCO2e sono state attribuite al carburante immagazzinato dal gruppo prima del 7 ottobre. Nel complesso, l’impronta di carbonio di Hamas nei primi 120 giorni è stata equivalente al consumo energetico annuale di 454 case americane.

“Mentre l’attenzione del mondo è giustamente focalizzata sulla catastrofe umanitaria, anche le conseguenze climatiche di questo conflitto sono catastrofiche”, ha affermato Ben Neimark, docente senior presso la Queen Mary University di Londra (QMUL) e coautore della ricerca. “Eppure il nostro studio è solo un’istantanea che tiene conto delle maggiori emissioni di gas serra segnalate dalla macchina da guerra nei primi 120 giorni”.

“Una delle gravi conseguenze della guerra a Gaza è stata la massiccia violazione del diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile… che rappresenta un grave rischio per la vita e il godimento di tutti gli altri diritti”, ha affermato Astrid Puentes, la relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani e l’ambiente. “La regione sta già sperimentando gravi impatti climatici che potrebbero peggiorare”.

L’analisi di 120 giorni, che si basa su una precedente ricerca riportata dal Guardian a gennaio, include le emissioni dirette di CO2 derivanti dai bombardamenti e dai voli di ricognizione, dai serbatoi e dal carburante di altri veicoli, nonché dalle emissioni generate dalla produzione e dall’esplosione di centinaia di migliaia di bombe.
Per la prima volta, i ricercatori hanno anche calcolato le emissioni dei camion che effettuano il viaggio di andata e ritorno di 370 miglia (595,5 km) dall’Egitto a Gaza per consegnare aiuti umanitari a 2,3 milioni di palestinesi affamati intrappolati sotto i bombardamenti. Secondo lo studio, i circa 1.400 camion a cui Israele ha consentito di entrare a Gaza tra l’inizio di ottobre e febbraio hanno generato quasi 9.000 tonnellate di CO2e. Ulteriori 58.000 emissioni di CO2e provenivano da generatori diesel ora utilizzati per generare elettricità a Gaza dopo che Israele ha danneggiato o distrutto gli impianti solari dell’enclave e l’unica centrale elettrica (prima del conflitto, circa il 25% dell’elettricità di Gaza proveniva da pannelli solari, una delle percentuali più alte del mondo.)

Mattarella: “Giovani disorientati da mondo debole nel contrastare crisi ambientale sempre più minacciosa”

Guerre, ascolto, pace, lavoro, diritti, unità. Sono alcune delle parole chiave utilizzate dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio consegnato agli italiani nell’ultimo giorno dell’anno, il nono tra il primo mandato e l’inizio del secondo. Dallo studio della sala della Vetrata, al Quirinale, con alle spalle l’albero di Natale e le bandiere italiana, europea e della Repubblica, il capo dello Stato guarda al 2024 ricordando che “non possiamo distogliere il pensiero da quanto avviene intorno a noi. Nella nostra Italia, nel mondo”.

Perché “sappiamo di trovarci in una stagione che presenta tanti motivi di allarme. E, insieme, nuove opportunità”. Ma allo stesso tempo il presidente sottolinea: “Avvertiamo angoscia per la violenza cui, sovente, assistiamo: tra gli Stati, nella società, nelle strade, nelle scene di vita quotidiana. La violenza. Anzitutto, la violenza delle guerre. Di quelle in corso; e di quelle evocate e minacciate”.

Il pensiero corre alle “devastazioni che vediamo nell’Ucraina, invasa dalla Russia, per sottometterla e annetterla”. E alla “orribile ferocia terroristica del 7 ottobre scorso di Hamas contro centinaia di inermi bambini, donne, uomini, anziani d’Israele. Ignobile oltre ogni termine, nella sua disumanità. La reazione del governo israeliano, con un’azione militare che provoca anche migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti”.

Il monito di Mattarella è chiaro: “La guerra, ogni guerra, genera odio. E l’odio durerà, moltiplicato, per molto tempo, dopo la fine dei conflitti”.

Il presidente della Repubblica lancia un messaggio semplice, ma potente. “È indispensabile – dice – fare spazio alla cultura della pace. Alla mentalità di pace”. Mattarella aggiunge: “Parlare di pace, oggi, non è astratto buonismo. Al contrario, è il più urgente e concreto esercizio di realismo, se si vuole cercare una via d’uscita a una crisi che può essere devastante per il futuro dell’umanità”. Ma “sappiamo che, per porre fine alle guerre in corso, non basta invocare la pace”. E “per conseguire la pace non è sufficiente far tacere le armi. Costruirla significa, prima di tutto, educare alla pace. Coltivarne la cultura nel sentimento delle nuove generazioni. Nei gesti della vita di ogni giorno. Nel linguaggio che si adopera. Dipende, anche, da ciascuno di noi”.

Il capo dello Stato si rivolge, poi, come spesso accade, direttamente ai giovani, con i quali costruisce fin dal suo primo mandato un filo diretto. “L’amore non è egoismo, possesso, dominio, malinteso orgoglio. L’amore, quello vero, è ben più che rispetto: è dono, gratuità, sensibilità. Penso alla violenza verbale e alle espressioni di denigrazione e di odio che si presentano, sovente, nella rete”.

Mattarella mette in luce che “rispetto allo scenario in cui ci muoviamo, i giovani si sentono fuori posto. Disorientati, se non estranei a un mondo che non possono comprendere; e di cui non condividono andamento e comportamenti. Un disorientamento – continua – che nasce dal vedere un mondo che disconosce le loro attese. Debole nel contrastare una crisi ambientale sempre più minacciosa. Incapace di unirsi nel nome di uno sviluppo globale”. Ma “in una società così dinamica, come quella di oggi, vi è ancor più bisogno dei giovani. Delle loro speranze. Della loro capacità di cogliere il nuovo”.

Un passaggio importante del suo discorso, il presidente della Repubblica lo dedica all’importanza di “ascoltare”, a cui attribuisce anche il significato di “saper leggere la direzione e la rapidità dei mutamenti che stiamo vivendo. Mutamenti che possono recare effetti positivi sulle nostre vite. La tecnologia ha sempre cambiato gli assetti economici e sociali. Adesso, con l’intelligenza artificiale che si autoalimenta, sta generando un progresso inarrestabile. Destinato a modificare profondamente le nostre abitudini professionali, sociali, relazionali”.

Mattarella afferma: “Ci troviamo nel mezzo di quello che verrà ricordato come il grande balzo storico dell’inizio del terzo millennio. Dobbiamo fare in modo che la rivoluzione che stiamo vivendo resti umana. Cioè, iscritta dentro quella tradizione di civiltà che vede, nella persona – e nella sua dignità – il pilastro irrinunziabile”. Per il capo dello Stato “viviamo un passaggio epocale. Possiamo dare tutti qualcosa alla nostra Italia. Qualcosa di importante. Con i nostri valori. Con la solidarietà di cui siamo capaci. Con la partecipazione attiva alla vita civile. A partire dall’esercizio del diritto di voto” per “definire la strada da percorrere, è il voto libero che decide. Non rispondere a un sondaggio, o stare sui social”. Perché “la democrazia è fatta di esercizio di libertà” che “quanti esercitano pubbliche funzioni, a tutti i livelli, sono chiamati a garantire” e che sia “indipendente da abusivi controlli di chi, gestori di intelligenza artificiale o di potere, possa pretendere di orientare il pubblico sentimento”.

Mattarella, infine, ricorda, a tutti, che “la forza della Repubblica è la sua unità”, ma “non come risultato di un potere che si impone”. L’unità della Repubblica “è un modo di essere. Di intendere la comunità nazionale. Uno stato d’animo; un atteggiamento che accomuna; perché si riconosce nei valori fondanti della nostra civiltà: solidarietà, libertà, uguaglianza, giustizia, pace”. Valori che ha incontrato “nella composta pietà della gente di Cutro”, nella “operosa solidarietà dei ragazzi di tutta Italia che, sui luoghi devastati dall’alluvione, spalavano il fango; e cantavano Romagna mia” o “negli occhi e nei sorrisi, dei ragazzi con autismo che lavorano con entusiasmo a Pizza aut. Promossa da un gruppo di sognatori. Che cambiano la realtà”.

Il presidente della Repubblica, prima di augurare buon anno alle italiane e agli italiani, lascia un ultimo messaggio: “Uniti siamo forti”.

 

 

Photo credit: sito Presidenza della Repubblica

Medioriente, rischio effetto domino su economia. Italia rinvia anche Med Dialogues

Il rischio di un effetto domino sull’economia è più che concreto. Non è difficile immaginare che sulla scrivania di Giorgia Meloni, al piano nobile di Palazzo Chigi, passino continui aggiornamenti sull’andamento delle borse, oltre a un flusso di informazioni costante sulle evoluzioni delle tensioni in Medio Oriente.

Il fronte è caldissimo non solo per la questione umanitaria, su cui anche la premier continua a battere sperando che si possa aprire uno spiraglio che consenta di far tacere le armi, ma anche per le conseguenze che il conflitto può, anzi sta già avendo sui mercati di gas, petrolio e molte altre voci che compongono il paniere del commercio internazionale. Il quantum dei vari rimbalzi sulla vita di famiglie, cittadini e imprese si comprenderà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, ma gli effetti si stanno già riverberando sull’attività di ogni governo. Compreso quello italiano, costretto a tirare il freno dei negoziati con i Paesi dell’Africa su quello che la premier ha chiamato Piano Mattei. Un progetto di cooperazione per fare dell’Italia l’hub energetico d’Europa, attraverso accordi per investire in diversi Paesi della sponda sud del Mediterraneo. La presentazione sarebbe dovuta avvenire il prossimo mese di novembre, al vertice Italia-Africa in programma a Roma, ma i venti di guerra del Medio Oriente hanno costretto a cancellare le date e spostare tutto al prossimo anno.

Adesso arriva anche un altro slittamento importante. A comunicarlo è la Farnesina: “A causa della congiuntura internazionale attuale, anche la IX edizione dei Med Dialogues, prevista a Roma dal 2 al 4 novembre prossimi, è rinviata al 2024, a data da destinarsi”. Un segnale che dà chiaramente la misura del livello di incertezza che offre lo scenario internazionale. Così come le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante la cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell’Ordine ‘Al merito del lavoro’, sono un monito da tenere in grande considerazione. “La storia ci chiama a un’ora di responsabilità”, dice infatti il capo dello Stato, sottolineando che “l’aggressione russa in Ucraina, il barbaro attacco di Hamas contro Israele con la spirale di violenze che si è perseguita, la destabilizzazione che rischia di coinvolgere l’intero Medio Oriente, per restare solo nell’area del Mediterraneo allargato, reclamano un’Europa capace di esercitare la propria positiva influenza”, testimoniando “con convinzione i propri valori di pace, cooperazione, rispetto dei diritti delle persone e dei popoli”.

Tra gli effetti della guerra israelo-palestinese sull’Italia, c’è anche quello sui flussi di persone e merci sul territorio nazionale. Il governo, infatti, ha deciso di reintrodurre i controlli delle frontiere interne terrestri con la Slovenia, in base all’articolo 28 del Codice delle frontiere Schengen. La decisione è stata comunicata dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, alla vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, al commissario agli Affari interni, Ylva Johansson, alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, al segretario generale del Consiglio dell’Ue, Thérèse Blanchet, e ai ministri dell’Interno degli Stati membri Ue e dei Paesi associati Schengen. Palazzo Chigi spiega che “l’intensificarsi dei focolai di crisi ai confini dell’Europa ha aumentato il livello di minaccia di azioni violente anche all’interno dell’Unione. Un quadro ulteriormente aggravato dalla costante pressione migratoria cui l’Italia è soggetta, via mare e via terra (140 mila arrivi sulle coste italiane, +85% rispetto al 2022)”. L’esempio portato è il Friuli Venezia Giulia: “Dall’inizio dell’anno sono state individuate 16mila persone entrate irregolarmente” e “nelle valutazioni nazionali le misure di polizia alla frontiera italo-slovena non risultano adeguate a garantire la sicurezza richiesta”. L’Italia comunque assicura che “le modalità di controllo saranno attuate in modo da garantire la proporzionalità della misura, adattate alla minaccia e calibrate per causare il minor impatto possibile sulla circolazione transfrontaliera e sul traffico merci”.

Meloni in Africa ma la crisi in Medioriente fa slittare il Piano Mattei

Poche righe della Farnesina per annunciare che la Conferenza Italia-Africa, fortemente voluta dal governo Meloni, è stata spostata a un vago inizio dell’anno che verrà. Era in calendario a novembre, ma gli ultimi sviluppi geopolitici, in particolare la guerra che sta sconvolgendo il Medioriente con ricadute inevitabili a livello energetico, hanno consigliato l’Italia e i partner africani di procrastinare l’appuntamento. Che, liofilizzando il concetto, avrebbe ‘benedetto’ ufficialmente il Piano Mattei, cavallo di battaglia della premier da quando si è insediata a palazzo Chigi.

Lo slittamento della Conferenza non ha impedito alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, di volare in Congo e Mozambico, là dove l’Eni ha una sfera di operatività ai massimi livelli, e di portare avanti discorsi energetici intavolati da più di un anno. Insomma, con l’aria che tira meglio cautelarsi. Non è neppure casuale che ad accompagnare Meloni nel suo blitz sia proprio Claudio Descalzi, l’amministratore delegato del Cane a sei zampe, manager che ha massime aderenze africane e totale conoscenza del territorio.

Va da sé che il progetto di trasformare l’Italia in hub Mediterraneo del gas subirà un forte rallentamento perché negli ultimi mesi poche tessere del mosaico sono andate al loro posto. Era già difficile prima, figurarsi adesso, la sintesi del pensiero di Descalzi, esplicitato alla festa dei 70 anni di Eni. Se la guerra Russa-Ucraina ha spinto fortemente verso il Piano Mattei, il conflitto che ha coinvolto Israele sta scombussolando tutte le strategie, non tanto perché Israele sia un nostro fornitore diretto (il gasdotto Leviathan non ci coinvolge, come nemmeno il giacimento di Tamar chiuso in via precauzionale) quanto per la situazione di instabilità che si è venuta a creare nell’area mediorientale, per le relazioni con i paesi arabi, per la posizione assunta dall’Algeria pro Gaza, per la necessità di Tel Aviv di cercare altre forme di carburanti alternative.

La summa di queste anomalie non può che allarmare, al punto che la premier si è detta preoccupata per uno shock energetico destinato a rendere ancora più delicata la gestione dei prezzi di gas e petrolio. Il Piano Mattei non può più essere una priorità ma non può neppure finire al fondo di un cassetto perché ha una sua valenza strategica (mettere l’Italia di nuovo al centro del villaggio) e una sua bontà in termini di interessi nazionali. Evidentemente, però, alle porte dell’inverno le priorità sono altre. Rimane un punto, che rientra nel Piano ma che – alla bisogna – può anche essere ‘estratto’ dal Piano stesso. Sono i giacimenti di gas che ci sono in Italia, ancora non trivellati, bloccati da molti vincoli non solo ambientali. Magari la soluzione ce l’abbiamo in casa.

importazioni petrolio

Salgono ancora i prezzi di gas e greggio. Federpetroli: “Dopo attacco Hamas a rischio forniture”

Dal primo attacco di sabato scorso da parte di Hamas a Israele, le quotazioni internazionali del gas sono aumentate vertiginosamente fino a toccare ieri 43,60 Euro/MWh con un + 15,00% in poche ore. Non diversa la situazione dei due greggi di riferimento Wti in quota 88,80 dollari/Barile e Brent in quota 89,50 dollari/Barile sulle principali Borse internazionali.

Per il presidente di FederPetroli Italia, Michele Marsiglia, “sembra un copione già visto, con un pericolo forniture estere annunciato la scorsa settimana in una diretta RAI sulla problematica dei nostri approvvigionamenti in Africa e Medio Oriente”. A largo della striscia di Gaza proseguendo lungo le coste nell’Offshore israeliano “abbiamo un grande giacimento di gas metano chiamato Leviathan che corre fino a nord tra Cipro e il Libano (quest’ultimo a sud sotto controllo di Hezbollah), parliamo di uno dei giacimenti più grandi al mondo nel Mediterraneo”. Grande riserva petrolifera già tempo fa occasione di interessi di sviluppo internazionali per la quantità di metano che dispone in produzione nei prossimi decenni.

Il giacimento in mare, dice Marsiglia, “potrebbe stravolgere gli equilibri energetici del Medio Oriente. Leviathan ha autonomia di produzione a gas metano per oltre 50 anni. L’Italia è a rischio con l’80% di approvvigionamento energetico estero (petrolio e gas). Già evidente il panico sui prezzi internazionali di benzina e gasolio con ricadute sul costo delle bollette. Attenzione alle parole su Iran e Qatar, salvaguardiamo la sicurezza dei gasdotti e dello Stretto di Hormuz”.

Israele in via precauzionale ha già bloccato la produzione del giacimento Offshore di Tamar con l’americana Chevron come operatore. “Ci troviamo a circa 90 km in mare da Haifa. Questo indotto – spiega Marsiglia – alimenta parte di Egitto ed altro gas viene trasportato in Europa”.

Secondo un’analisi di in un’analisi S&P Global Commodity Insights, l’aumento dei prezzi del petrolio a seguito dell’escalation delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente ha iniziato a suonare come un campanello d’allarme per le raffinerie asiatiche, ma le preoccupazioni a breve termine sulle forniture sono meno preoccupanti a causa degli abbondanti flussi di merci dalla Russia e da esportatori diversi dal Golfo Persico.

L’attacco a sorpresa di Hamas contro Israele “ha riacceso il dibattito – spiega S&P – sul fatto che il petrolio superi nuovamente la soglia dei 100 dollari al barile. Hamas, un’organizzazione militare e politica, è stata collegata all’Iran in passato”.

“Le maggiori preoccupazioni dell’Asia sono le incertezze sulle forniture derivanti da potenziali interruzioni dei flussi fisici a seguito degli attacchi, nonché un possibile aumento dei prezzi. Che tipo di conclusioni trarrà Washington da questo sull’Iran sarebbe anche un fattore chiave per il mercato petrolifero globale”, ha affermato Kang Wu, responsabile della domanda globale di petrolio e di Asia Analytics di S&P Global Commodity Insights.

Conflitto in Israele pesa sui costi energetici: schizzano petrolio e gas

I prezzi del petrolio sono saliti di oltre il 4% e il prezzo del gas sul mercato di Amsterdam è arrivato a oltre 41 euro euro al megawattora. A pesare sono i timori per il conflitto in Israele, dopo che il movimento islamista palestinese Hamas ha lanciato un’offensiva a sorpresa contro Israele nel fine settimana, sollevando preoccupazioni sulle conseguenze per le forniture alla regione ricca di petrolio. Il Brent è balzato del 4,7% a 86,65 dollari e il West Texas Intermediate è salito del 4,5% a 88,39 dollari nei primi scambi asiatici. Preoccupazioni che raccoglie anche il ministro della Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, secondo il quale “bisogna essere vigili, uniti e coesi in Europa per fronteggiare questa situazione di emergenza che rischia di far esplodere altre problematiche. Mi riferisco per esempio a quella dell’energia, come accaduto per la guerra della Russia in Ucraina, per l’approvvigionamento di gas e petrolio. Da quei Paesi giungono altre risorse alla nostra Europa. Dobbiamo capire e comprendere anche se dobbiamo pensare all’autonomia strategica del nostro continente“.

L’attacco a sorpresa contro Israele e la dichiarazione di guerra al movimento islamista palestinese di domenica hanno già provocato più di 1.100 vittime e si teme un ulteriore aumento delle tensioni in Medio Oriente. “Per i mercati è decisivo se il conflitto rimarrà contenuto o si estenderà ad altre regioni, in particolare all’Arabia Saudita“, hanno dichiarato Brian Martin e Daniel Hynes, analisti dell’ANZ. “Almeno inizialmente, i mercati sembrano pensare che la situazione rimarrà limitata in termini di portata, durata e impatto sui prezzi del petrolio. Ma possiamo aspettarci una maggiore volatilità“. Questa crisi arriva in un momento in cui i prezzi del petrolio sono già alti a causa delle preoccupazioni per i tagli alla produzione da parte di Russia e Arabia Saudita. Inoltre, sta sollevando timori per il suo impatto sull’inflazione. L’aumento dei costi energetici è una delle cause principali dell’attuale impennata dei prezzi.

Il WTI e il Brent, i due benchmark globali, sono saliti brevemente di oltre il 5% sui mercati asiatici, prima di tornare al di sotto di questa soglia. Tuttavia, Stephen Innes di SPI Asset Management ha avvertito che “la storia ha dimostrato che i prezzi del petrolio tendono a guadagnare in modo sostenuto dopo le crisi in Medio Oriente“.

Venerdì i prezzi del petrolio hanno chiuso in leggero rialzo a New York, beneficiando solo marginalmente del ritorno della propensione al rischio, compensata dalle persistenti preoccupazioni sulla domanda globale e dalla parziale revoca delle restrizioni imposte dalla Russia sulle esportazioni di gasolio. Inoltre, la scorsa settimana un gruppo di lavoro dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e dei loro alleati (OPEC+) ha raccomandato di mantenere l’attuale strategia di taglio della produzione, rafforzata dai tagli sauditi e russi, al fine di sostenere i prezzi. Ha inoltre elogiato “gli sforzi dell’Arabia Saudita“, leader del gruppo, che da luglio sta tagliando volontariamente la produzione di un milione di barili al giorno. Il ministero dell’Energia saudita ha confermato che questa misura continuerà fino alla fine del 2023. La produzione del regno dovrebbe quindi attestarsi intorno ai 9 milioni di barili al giorno per i mesi di novembre e dicembre, ha aggiunto.

Anche la Russia, altro peso massimo dell’OPEC, manterrà i suoi tagli alle esportazioni di circa 300.000 barili al giorno fino a dicembre, secondo il vice primo ministro Alexander Novak. Queste decisioni si aggiungono ai tagli introdotti all’inizio di maggio e in vigore fino alla fine del 2024 da nove Paesi, tra cui Riyadh, Mosca, Baghdad e Dubai, per un totale di 1,6 milioni di barili al giorno.

Sensori, droni e satelliti: Israele coltiva nel deserto con l’hi-tech

La sfida al cambiamento climatico, in agricoltura, parte da Israele. Noto per il clima arido e le risorse idriche limitate, è riuscito comunque a “trasformare il suo panorama agricolo attraverso innovazioni rivoluzionarie”. Raphael Zinger, ministro per gli Affari Scientifici ed Economici dell’Ambasciata d’Israele in Italia, spiega come il Paese sia diventato “leader globale nella tecnologia agricola, apportando contributi significativi a pratiche sostenibili e alla sicurezza alimentare”.

Pioniere nelle tecniche di irrigazione efficiente, Israele ha sviluppato sistemi di irrigazione a goccia avanzati che forniscono acqua direttamente alle radici delle piante, riducendo gli sprechi e massimizzando il rendimento delle colture. Un approccio che, spiega il consigliere, “non solo ha ridotto il consumo di acqua, ma ha anche aumentato la produttività, consentendo agli agricoltori di coltivare una varietà di colture in ambienti aridi”.

L’agricoltura israeliana ha poi abbracciato tecnologie all’avanguardia come l’agricoltura di precisione, l’automazione e l’analisi dei dati. Con l’uso di sensori, droni e immagini satellitari, gli agricoltori possono raccogliere dati in tempo reale sulle condizioni del suolo, la salute delle piante e i modelli meteorologici. Questo approccio basato sui dati, osserva Zinger, “consente un’allocazione precisa delle risorse, ottimizzando l’uso di fertilizzanti, pesticidi e acqua, con conseguente aumento dell’efficienza e riduzione dell’impatto ambientale”.

Oggi fare agricoltura senza sistemi di irrigazione che possano o risultare d’emergenza o mediare le precipitazioni, è impensabile“, fa eco Aaron Fait, docente della Ben Gurion University, esperto di miglioramento delle colture agricole e vitivinicole in ambienti a scarsa disponibilità idrica e desertici.
Creare un sistema molto più efficiente è il punto di partenza. Questo “vale anche per il riciclo dell’acqua. Israele riutilizza l’80% dell’acqua, che viene tutta riutilizzata in agricoltura. Dopo Israele c’è la Spagna con un 40%“, rivendica.

Anche rispetto all’aumento di temperatura, si può fare qualcosa per difendere le piante. Ad esempio, si possono “creare dei modelli per riuscire ad anticipare le ondate di caldo torrido durante la stagione della crescita della pianta, arrivare sul campo e creare strategie per mitigare l’innalzamento della temperatura“, afferma. “Si possono poi proteggere i frutti da radiazioni solari, si possono avere reti che proteggono il frutto in periodi specifici della stagione. A livello tecnico e agronomico abbiamo molte possibilità“.
La viticoltura nel deserto del Negev può essere un modello per l’Europa, anche per il futuro, in considerazione del cambiamento climatico e della necessità di adattamento: “Un aumento di temperatura di 2 gradi potrebbe portare a una perdita del 50% delle varietà delle viti, se non viene mantenuta la biodiversità”, spiega Fait. Allo studio, fa sapere, ci sono “varietà di viti che resistono meglio al surriscaldamento globale”.

Gas, Meloni punta a Israele. Netanyahu: “Esportazioni in Ue attraverso l’Italia”

Vincere insieme la sfida energetica. Dopo aver incontrato la comunità ebraica, al suo secondo giorno a Roma il premier israeliano Benjamin Netanyahu vede Giorgia Meloni e partecipa al Forum per le imprese organizzato dal ministro Adolfo Urso. Ne viene fuori un consolidamento della storica cooperazione bilaterale, che ha radici “profonde e solide“, ricorda Urso, ed è quasi coetanea alla Costituzione italiana e allo stato di Israele.

Sul fronte energetico, l’Italia vuole poter contare sui grandi giacimenti offshore del piccolo Stato ebraico: il Karish, poco a nord di Haifa, il Tamar, il Leviathan, che insieme hanno una riserva di gas stimata in 900 miliardi di metri cubi. In attesa del gasdotto EastMed, per esportarlo in Europa senza passare da altri Paesi, Netanyahu annuncia un condensatore, che permetta di trasformarlo in gas liquido e in modo da poter usare le navi. Il progetto di EastMed prevede circa 1.900 chilometri di tubi sottomarini da Israele alla Grecia, per collegarsi poi al tratto offshore del gasdotto Poseidon dalla Grecia a Otranto. “Il destino dell’Europa si gioca nel Mediterraneo“, osserva Urso. Nelle intenzioni, l’Italia con il Piano Mattei di Meloni diventerà l’hub del gas europeo, mentre Israele sarà uno dei fornitori non solo di gas, ma anche di idrogeno e punta di diamante per le tecnologie green. “Anche noi abbiamo delle riserve di gas che stiamo esportando e vorremmo accelerare ulteriormente le esportazioni verso l’Europa attraverso l’Italia“, spiega Netanyahu al termine dell’incontro a Palazzo Chigi con la premier, ricordando “la partecipazione dell’Eni nel nostro progetto“.

Gli ambientalisti, però, protestano: “La scelta di Meloni di includere il gas tra i temi dell’incontro testimonia l’implacabile sete di gas del nostro governo che, con buona pace degli accordi di Parigi, continua a investire sulle fonti fossili e su infrastrutture pericolose per la pace e per il clima“, denuncia Simona Abbate, campaigner Energia e Clima di Greenpeace Italia. “Il governo è sempre più nemico del cima“, fa eco il co-portavoce di Europa Verde, Angelo Bonelli. “Giorgia Meloni con oggi ammazza le politiche sul clima trasformando l’Italia per i prossimi decenni in un Paese dipendente dal gas“. Per il deputato di Avs il progetto di EastMed “minaccia il clima e rischia di scatenare nuovi conflitti“.

Ma sul tavolo c’è anche un’altra questione, per la quale Israele può essere estremamente utile a tutta l’Europa: l’emergenza siccità. Lo stato è all’avanguardia nella gestione dell’acqua, da sempre tallone d’Achille della Mezzaluna: “Può servire in questo periodo di grandi cambiamenti climatici”, scandisce Urso. Nel 2009, lo Stato ebraico ha attraversato una crisi enorme, dalla quale è uscito, in particolare, con il riciclo delle acque e con tre impianti di desalinizzazione: “Saremmo felicissimi di condividere con voi questa esperienza”, è l’offerta del premier israeliano.

Sicurezza, energia, digitalizzazione, agricoltura, innovazione, transizioni, industria. Sono tanti i settori in cui la cooperazione può essere rafforzata: “Abbiamo condiviso la necessità di un nuovo incontro intergovernativo, su una decina di argomenti, che si terrà presto, in Israele“, fa sapere Meloni.

Al Forum per le imprese, c’erano i rappresentanti di oltre 50 tra aziende ed enti italiani che hanno interessi in Israele. Si è parlato di “naturale complementarietà“: la forte vocazione manifatturiera italiana ha bisogno dell’avanguardia delle tecnologie israeliane e viceversa. Sempre più aziende italiane partecipano a gare, pubbliche e private, nell’Accordo di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica che ha finanziato oltre 200 progetti di interesse comune. “I nostri Paesi insieme possono indicare la strada da percorrere anche perché hanno sistemi economici e produttivi complementari, particolarmente congeniali per affrontare le nuove frontiere tecnologiche”, osserva Urso. Nel 2021, l’interscambio commerciale tra Italia e Israele si è attestato a 4 miliardi di euro, con esportazioni italiane pari a 3,1 miliardi (+25,9%) e importazioni pari a 910 milioni di euro.