Shock energia preoccupa industriali. Pichetto: “Potremmo dover riaprire le centrali carbone”

La crisi in Iran e Medio Oriente non sembra trovare soluzione e il problema energetico, anche in Italia, diventa sempre più serio. Tanto che Gilberto Pichetto Fratin avverte che se la situazione peggiora potrebbe essere necessaria una piena riattivazione delle centrali a carbone.

Sono quattro in tutto in Italia, due delle quali, Brindisi e Civitavecchia, non hanno più l’autorizzazione ambientale a bruciare carbone dal primo gennaio 2026. Le altre due, in Sardegna, sono entrambe attive.

Il phase out completo ci sarebbe dovuto essere dal 31 dicembre 2025, “ma in realtà le centrali a carbone al 31 dicembre 2024 erano praticamente chiuse sulla parte continentale”, ricorda il ministro dell’Ambiente, che confessa di non averne ordinato lo smantellamento perché davanti a un’emergenza (“una situazione dove il gas supera i 70 euro al megawattora“, spiega) potrebbe “essere necessario riattivarle”. Al momento, il gas è a 40 euro MWh, 70 euro è un prezzo molto alto, “ma quello è il punto di caduta”, ribadisce Pichetto.

Due mesi fa, il governo è intervenuto sui costi in bolletta, per ridurli di circa il 20%. I prezzi però, dato lo scenario, oscillano in continuazione. “Certamente è difficile fare una stima – ammette il ministro -. Quindi valuteremo gli interventi di volta in volta”.

L’instabilità manda in tilt il sistema industriale: “L’impatto dello shock energetico già si legge in molti dati sull’economia italiana – spiega Confindustria nella congiuntura flash di aprile -. Cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull’industria, che stava provando a risalire; frenano anche i servizi. Reggono gli investimenti che nei primi tre mesi del 2026 sono ancora sostenuti dalle risorse del Pnrr”. Il Centro Studi degli industriali stima che se la guerra in Iran finisse a giugno (con un petrolio a 110 dollari in media annua), “le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare altri 7 miliardi di euro l’anno in più in bolletta rispetto al 2025; l’incidenza dei costi energetici risulterebbe superiore di 1 punto percentuale, salendo dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026″. Se invece la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, “le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%). In questo caso, si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le nostre imprese”. Aziende che “vedrebbero erosa la loro competitività sia in Europa che a livello internazionale, considerato anche che i prezzi di petrolio e gas sono più bassi per le imprese localizzate in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano”.

Matteo Salvini lancia una durissima accusa contro l’Unione europea: “Chi governa Bruxelles in questo momento o è un marziano o è in malafede”, denuncia. In settimana, incontrerà gli autotrasportatori, perché si rischia il blocco. Ma, insiste il ministro dei Trasporti, “se non cambiano le regole europee l’Italia rischia di fermarsi”. Quello che chiede il vicepremier è la sospensione del patto di stabilità contro il caro energia: “Non ho nessuna intenzione di fare nuovi lockdown, di chiudere scuole, fabbriche, ospedali – scandisce -. O Bruxelles permette al governo di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani o si blocca il Paese, quindi faremo da soli”. Al momento, la deroga vale solo per le spese militari: “Il governo potrebbe spendere 10 miliardi per comprare armi ma non possiamo mettere 10 miliardi di euro nelle tasche dei cittadini e delle imprese in difficoltà. E’ una follia”, sostiene il vicepremier. Che precisa di non chiedere “i soldi dei francesi, dei polacchi o dei tedeschi”: “Vogliamo usare per gli italiani i soldi degli italiani. Le regole oggi non me lo permettono e io non chiudo l’Italia perché Bruxelles è comandata da cretini”.

Iran, Meloni convoca ministri e intelligence. Tajani e Crosetto in Parlamento

Il governo continua a monitorare gli impatti della crisi in Iran e nel Golfo. La premier Giorgia Meloni presiede un nuovo vertice a Palazzo Chigi con i ministri e l’intelligence. Per l’esecutivo, al tavolo siedono i vice Antonio Tajani (Esteri) e in collegamento Matteo Salvini (Infrastrutture e Trasporti), con Guido Crosetto (Difesa), Giancarlo Giorgetti (Economia) e i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.

Dopo aver riferito due giorni fa in Senato davanti alle commissioni Esteri e Difesa, Tajani e Crosetto torneranno a riferire dell’evoluzione del quadro internazionale alle Camere.

L’attenzione è soprattutto rivolta agli italiani bloccati nelle aree coinvolte negli scontri. Questa mattina sono partiti altri due voli della Oman Air da Mascate in direzione di Roma con a bordo 249 cittadini, assistito dalla Farnesina. Si aggiungono i circa 2500 italiani rientrati nelle ultime ore da Abu Dhabi, Riad e Mascate, utilizzando voli commerciali facilitati dalla Farnesina e voli prenotati privatamente. Nei prossimi giorni altri voli, facilitati dal ministero degli Esteri con l’aiuto delle sedi diplomatico-consolari nella regione, partiranno da Abu Dhabi, Dubai, Mascate, Riad, Malè e Colombo verso l’Italia.

Intanto, a fronte delle turbolenze sui mercati internazionali dell’energia e dei carburanti, il Garante per la sorveglianza dei prezzi presso il Mimit, su indicazione di Adolfo Urso, ha convocato per venerdì 6 marzo due riunioni della Commissione di allerta rapida. La prima si terrà alle 9.30 e sarà dedicata all’andamento dei mercati energetici, con particolare riferimento ai prodotti petroliferi e ai carburanti. La seconda, alle 11.30, sarà focalizzata sulle possibili ricadute sull’inflazione, con specifico riguardo al carrello della spesa e al settore agroalimentare. Già da lunedì, su indicazione di Urso, era stato potenziato il monitoraggio del Garante dei prezzi lungo tutta la filiera dei carburanti, in particolare sui listini consigliati dalle compagnie, ai margini di distribuzione e ai prezzi alla pompa: i primi esiti sono stati trasmessi, ieri, alla Guardia di Finanza. Il Garante chiede alle principali compagnie petrolifere chiarimenti sulle variazioni dei prezzi, sul rapido adeguamento al rialzo dei listini di benzina e gasolio. Elementi che saranno approfonditi nel corso delle due riunioni della Commissione di allerta rapida in programma.

Quanto agli approvvigionamenti di energia, Gilberto Pichetto Fratin, dopo aver fatto un punto con Eni e Snam a Palazzo Chigi, rassicura: “Siamo il Paese che ha lo stoccaggio più alto d’Europa, abbiamo diversificato, quindi possiamo dire che non c’è una situazione di estrema gravità sui quantitativi di risorse”. L’Italia è in migliori condizioni di altri Paesi, “siamo a oltre il 50%, il più alto livello in Ue”, fa eco Urso rispondendo al Question Time della Camera. In piena emergenza, il ministro dell’Ambiente rivendica la scelta di non aver smantellato le centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia: “In questo momento, le tengo in riserva a freddo”, riferisce, precisando che non saranno riattivate, se non necessario, “a tutela dell’interesse del Paese”.

Meloni: “Iran non può avere missili a lungo raggio”. Tajani-Crosetto: “Si aprono scenari mai considerati”

Il diritto internazionale vacilla e l’Italia non può restare a guardare. Per Giorgia Meloni, “non possiamo permetterci che l’attuale regime iraniano abbia missili a lungo raggio con testate atomiche”. I droni di Teheran hanno raggiunto anche Cipro. D’altra parte, sottolinea la premier intervistata dal Tg5, “sarebbe stupido ritenere che quello che accade anche lontano dai nostri confini non ci coinvolga“. E’ la ragione per la quale l’Italia, ricorda, “si era molto spesa perché si arrivasse a un accordo serio sul nucleare iraniano”. La presidente del Consiglio si dice preoccupata da una crisi del diritto internazionale che è “inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina, quando un membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha deliberatamente attaccato un suo vicino era inevitabile che avrebbe portato a una stagione di caos”.

La crisi in Iran apre scenari “finora mai considerati” e “incide direttamente sulla nostra sicurezza nazionale”, fanno eco in Parlamento i ministri degli Esteri e della Difesa, chiamati a riferire a meno di 48 ore dall’attacco di Stati Uniti e Israele su Teheran, seguito dalle rappresaglie iraniane su tutto il Golfo.

Quanto alle accuse sull'”irrilevanza” dell’Italia, che non era a conoscenza dell’attacco, i ministri si smarcano. “Stati Uniti e Israele hanno deciso in autonomia e nella riservatezza quando intervenire. Germania e Francia hanno detto di non essere stati avvisati, noi siamo stati informati a iniziativa in corso“, chiarisce Antonio Tajani. “Nessun Paese europeo ha ricevuto alcuna informazione se non quando gli aerei erano in volo“, fa eco Guido Crosetto, spiegando che gli Stati Uniti non sono partiti quando avevano programmato, cioè questa settimana (“come sapevano tutti gli alleati”), ma “quando hanno avuto la certezza di colpire l’obiettivo principale“.

“Sono ore difficili, cariche di tensioni” per l’intero scacchiere internazionale, commenta Tajani. La priorità in queste ore, assicura, è quella di tutelare gli italiani. Sono circa 70mila quelli che insistono sulle aree colpite, tra presenze stabili e temporanee. Trentamila sono solo a Dubai e Abu Dhabi. In Israele vivono circa ventimila residenti con passaporto italiano. Negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita, in Kuwait, in Oman e in Bahrein sono presenti “comunità numerose”, riferisce il vicepremier. In Iran si trovano poco meno di cinquecento connazionali, quasi tutti residenti. “Nessuno di loro è stato coinvolto negli attacchi”, tranquillizza Tajani. Per tutelarli, una Task Force Golfo composta da cinquanta persone lavora 24 ore su 24: “Ad oggi abbiamo gestito oltre 7.000 chiamate e diverse migliaia di contatti email”, riferisce.

La crisi non è passeggera. Potrebbe anzi essere lunga, durare “giorni, forse settimane”, secondo il titolare della Farnesina. “Molto dipenderà dalle decisioni che verranno prese da Teheran e dalle dinamiche interne al regime“, spiega assicurando che il Governo italiano continuerà a fare la sua parte “Con lucidità, con determinazione, con senso di responsabilità”. La via suggerita resta quella della diplomazia, “anche quando sembra difficile. Anche quando sembra lontana. Ogni crisi richiede il ricorso al dialogo e al negoziato”, scandisce. Però, Guido Crosetto ammette che l’offensiva israelo-statunitense e la risposta di Teheran aprono scenari “finora mai considerati, con attacchi diretti contro assetti occidentali nel Golfo e un rischio di escalation controllata, ma estensiva”: “Si prospettano scenari finora mai considerati e minacciano sia Israele sia tutti gli assetti occidentali nella regione“, insite.

Nei prossimi giorni, il ministro della Difesa porterà in Parlamento la richiesta di aiuto dei Paesi del Golfo. “Non si tratta di un intervento militare”, chiarisce, rispondendo a chi chiedeva se l’Italia entrerà in guerra, “ma di sistemi di difesa aerea, anti-missilistica, anti-droni”. Questa è una scelta che è “una valutazione politica, economica e personalmente mi vede totalmente a favore”, conferma.

In mattinata, Tajani e il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, hanno convocato una riunione per aggiornare associazioni di categoria e imprese italiane, con un focus sulle possibili conseguenze economiche del conflitto. Il vicepremier conferma che l’Italia si mantiene in raccordo con i partner europei e internazionali per “limitare e gestire possibili conseguenze” della chiusura dello Stretto di Hormuz per il commercio internazionale. L’obiettivo è scongiurare blocchi prolungati ed evitare effetti sui prezzi, in particolare di energia e materie prime. “L’Italia e i suoi partner – fa sapere il ministro degli Esteri – sono al lavoro per garantire la libertà dei traffici commerciali in un’area cruciale per il nostro export, e per sostenere ogni iniziativa diplomatica per contribuire alla pace e stabilità del Medio Oriente“.

In casa, l’allerta è massima. Sono oltre 28mila gli obiettivi sensibili vigilati in Italia, secondo il Viminale. Per molti di essi, in particolare quelli riconducibili ai Paesi coinvolti nel conflitto, è stato disposto il “rafforzamento immediato dei dispositivi di vigilanza”, fa sapere il ministero dell’Interno, dopo che il ministro Matteo Piantedosi ha presieduto il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con i vertici delle forze di polizia e dell’intelligence. Nel corso della riunione, è stata inoltre decisa un’implementazione delle riunioni del comitato strategico antiterrorismo. E’ stato innalzato anche il dispositivo di sicurezza su tutto il territorio, in vista delle manifestazioni e degli eventi più significativi in programma nelle prossime settimane.

Idrogeno, imprese: Urge tavolo contro criticità. Pichetto: Volàno, ma abbassare costi

L’Associazione Italiana Idrogeno (H2IT) chiede di avviare un tavolo di lavoro interministeriale sull’idrogeno, “pilastro fondamentale nella strategia complessiva della decarbonizzazione”. La richiesta arriva durante l’Italian Hydrogen Summit ospitato questo pomeriggio dalla Camera dei Deputati, appuntamento che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo produttivo, esperti e stakeholder del settore.

Obiettivo del tavolo – sostengono le imprese – è affrontare lo sviluppo della filiera industriale, superare le attuali criticità esistenti e creare strumenti efficaci nel tempo. A un anno dalla pubblicazione della Strategia Nazionale Idrogeno, infatti, le imprese chiedono una visione di lungo periodo e strumenti per pianificare investimenti strutturali, nella consapevolezza che occorre rafforzare la filiera industriale e la capacità manifatturiera. Molte imprese stanno completando i progetti finanziati dal PNRR in scadenza nel 2026 e avviando l’implementazione delle iniziative IPCEI (Importanti Progetti di Interesse Comune Europeo). Parallelamente, si moltiplicano gli investimenti privati per la produzione di idrogeno rinnovabile destinato all’industria e alla mobilità. “Oggi l’Italia sta costruendo un ecosistema dell’idrogeno solido e competitivo – ammette Alberto Dossi, Presidente di H2IT – ma ora servono strumenti chiari e continui”. Le imprese lamentano infatti la mancanza di tempistiche definite e il rallentamento nell’attuazione del Decreto Tariffe, volto a incentivare la produzione di idrogeno rinnovabile tramite contratti per differenza. Queste criticità – insistono – rischiano di compromettere lo sviluppo del settore e la competitività del sistema nazionale. A livello europeo rimane la necessità di una semplificazione regolatoria che consenta di accelerare gli investimenti e rendere il mercato più attrattivo. Poi c’è la questione dei costi. “L’Italia ha messo in campo la Strategia Nazionale per l’idrogeno in favore di una filiera che ha bisogno di un mercato solido – ricorda Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica – ora bisogna lavorare anche per ridurre i costi di produzione, dobbiamo passare a dei prezzi che siano compatibili con il mercato, siamo ancora due, tre, quattro volte superiori”. Al tempo stesso, continua Pichetto, l’idrogeno “deve diventare un volàno per la valorizzazione dell’industria nazionale ed europea”, cercando di aumentare la produzione a livello di continente europeo e nelle importazioni: “la previsione del 2030 di 10 milioni di tonnellate prodotte in Ue e 10 milioni di importazione è un obiettivo sfidante”.

Sull’idrogeno ora, sostiene Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy, bisogna “valorizzare l’ecosistema industriale nazionale e rafforzare la competitività europea tramite scelte rapide e pragmatiche. L’Italia è pronta a guidare questa sfida, promuovendo innovazione, nuovi impianti produttivi e partnership tra imprese e ricerca”. Idrogeno “al centro dell’agenda energetica e industriale” anche secondo Raffaele Fitto, Vicepresidente Esecutivo della Commissione Europea e Commissario Europeo per la Politica Regionale e di Coesione, che sottolinea “gli attuali programmi con cui investiamo complessivamente 5 miliardi di euro nei sistemi energetici intelligenti, incluso l’idrogeno: risorse che sostengono progetti concreti e in grado di generare un impatto reale”. “Il nostro faro d’azione – conclude Francesco Battistoni, Segretario di Presidenza della Camera – è quello di arrivare progressivamente ad avere un mix di vettori energetici green a costi sostenibili che possano aiutare il mondo produttivo italiano e europeo a crescere e a rimanere competitivo”.

La Cop30 in Amazzonia si chiude al ribasso, ma i Paesi trovano l’accordo

La Cop30 di Belém si chiude ai supplementari, il giorno dopo e per di più con un accordo molto al ribasso. Non c’è un piano di uscita dalle energie fossili, risultato che delude molti (Europa in testa) ma che non sorprende, dato il momento storico.

Il multilateralismo ha vinto”, festeggia Lula, a Johannesburg per il G20. Il presidente brasiliano cerca di rivendicare un successo che la Conferenza effettivamente non ha avuto, considerando anche il rischio che si chiudesse senza nessun accordo.

Nella dichiarazione finale si celebra l’accordo di Parigi e la cooperazione climatica. Ma l’invito ad accelerare l’azione è soltanto “volontario” e fa sull’uscita dai fossili il riferimento è solo indiretto, con un richiamo alla Cop28 di Dubai.

Dobbiamo sostenerlo perché, almeno, ci porta nella giusta direzione”, si giustifica il commissario europeo per il clima Wopke Hoesktra, inizialmente molto contrario al testo, dopo una notte di negoziati e una riunione di coordinamento con i Ventisette. “Non nascondiamo che avremmo preferito di più, e più ambizione su tutto”.

Abbiamo raggiunto un punto di equilibrio tra i 195 paesi presenti”, spiega Gilberto Pichetto Fratin, parlando di una “mediazione tra le tante posizioni“. Per il ministro italiano dell’Ambiente, “è importante che si sia raggiunto questo obiettivo che che mantiene il percorso definito Cop28 di Dubai per quanto riguarda l’obiettivo climatico, mantiene l’obiettivo di Cop29 a Baku per quanto riguarda l’impegno all’adattamento nei vari territori al cambiamento climatico”.

La francese Monique Barbut sottolinea che gli europei hanno preferito accettare questo testo a causa del “processo che è stato fatto agli europei, secondo cui ci si opponeva a questo testo era perché non si voleva pagare per i paesi più poveri”.

Il capo della delegazione cinese, Li Gao, saluta un “successo in una situazione molto difficile”.

Nel 2023, i paesi si erano impegnati a ‘operare una transizione giusta, ordinata ed equa verso l’abbandono dei combustibili fossili nei sistemi energetici’, per la prima volta nella storia delle conferenze sul clima delle Nazioni Unite. Da allora però, i paesi che producono o dipendono dalle energie fossili respingono tutti i tentativi di ripetere questo segnale in un contesto multilaterale. Paesi come la Russia, l’Arabia Saudita o l’India vengono indicati dalla Francia come capofila del fronte del rifiuto, ma non sono gli unici. Una parte del mondo in via di sviluppo non aveva come priorità la lotta contro i combustibili fossili. Per loro, i finanziamenti sono più urgenti e la Cop30 offre loro un vantaggio: si prevede un triplicamento degli aiuti per l’adattamento dei paesi in via di sviluppo entro il 2035, rispetto all’attuale obiettivo di 40 miliardi all’anno.

Molte economie, povere o emergenti, non hanno infatti i mezzi per passare alle energie rinnovabili  in breve tempo e chiedono ai paesi più ricchi nuovi impegni finanziari per aiutare le nazioni meno ricche.

Nel testo, c’è anche l’istituzione di un “dialogo” sul commercio mondiale, un risultato che si può considerare un successo della Cina, che guida la rivolta dei paesi emergenti contro le tasse sul carbonio alle frontiere.

Per gli analisti di Ecco, il think tank italiano del clima, non si tratta di una debacle. Il risultato, osservano, pur non risolvendo tutte le divergenze, “dimostra che la cooperazione multilaterale sul clima prosegue nonostante le tensioni geopolitiche”. Ampie e nuove coalizioni di Paesi, “segno di una riorganizzazione degli schemi globali”, hanno chiesto il massimo livello possibile di ambizione, inclusa una chiara tabella di marcia per l’uscita dalle fonti fossili, e un passaggio dalla stagione delle promesse a quella dell’implementazione. Sebbene la Mutirão Decision, il testo finale della COP30, non citi esplicitamente i combustibili fossili e non accolga l’appello del Presidente Lula e di oltre 80 Paesi per una roadmap su fossili e deforestazione, proseguono gli esperti, “mantiene viva la traiettoria tracciata a Dubai su questo tema”.

Cop30, è scontro sui fossili. Hoekstra: “Non escludo che non si trovi accordo”

Dopo l’interruzione per l’incendio, la Cop30 si incaglia del tutto. All’alba, la presidenza brasiliana pubblica una nuova bozza al ribasso che scontenta tutti, nella quale scompaiono tanto la parola ‘fossili’ quanto la creazione della roadmap richiesta da almeno 80 paesi europei, latinoamericani e insulari.

Le reazioni non tardano ad arrivare. L’Europa, con il commissario al Clima Wopke Hoekstra, giudica il documento “inaccettabile” e non esclude che la conferenza si possa chiudere senza un accordo, cosa che non avrebbe precedenti nella storia delle Cop. Nel documento, denuncia il commissario, “non c’è nessuna scienza. Nessun bilancio globale. Nessuna transizione. Solo debolezza. Sarò chiaro: in nessun caso accetteremo niente che sia anche solo lontanamente simile a ciò che è ora sul tavolo”. Dall’altra parte del globo, però, Ursula von der Leyen in conferenza stampa al G20 di Johannesburg pronuncia parole di rottura, come a far mancare il sostegno necessario al commissario per il Clima: “Non stiamo combattendo i combustibili fossili, stiamo combattendo le emissioni prodotte dai combustibili fossili”, afferma.

“Il testo non può rimanere così com’è”, fa eco a Hoekstra il ministro tedesco dell’Ambiente, Carsten Schneider. A opporsi, sottolinea Monique Barbut, ministra francese della Transizione ecologica, sono “India, Arabia Saudita e Russia, affiancate dai paesi emergenti”.

La Colombia, che guida una coalizione di circa 40 Paesi, promette di non lasciare i negoziati senza una dichiarazione in cui si prendano impegni per la roadmap. La conferenza “non può concludersi senza una tabella di marcia chiara, giusta ed equa per abbandonare i combustibili fossili”, sottolinea la ministra dell’Ambiente, Irene Vélez. “Non cerchiamo un documento vuoto”, afferma la ministra, che conferma lo svolgimento della prima conferenza internazionale sull’abbandono delle energie fossili il 28 e 29 aprile a Santa Marta, città costiera nel nord della Colombia, in collaborazione con i Paesi Bassi. Il testo preparato per diventare la dichiarazione finale “non è sufficiente”, concorda il ministro spagnolo per la Transizione ecologica, Sara Aagesen. “Dobbiamo lavorare e abbiamo tempo per migliorarlo”, ha detto.

“La situazione è molto difficile”, ammette Gilberto Pichetto Fratin, assicurando che la Presidenza brasiliana “sta lavorando senza sosta con lo spirito del ‘Mutirao’ come elemento di unione e sforzo collettivo che contraddistingue questa Conferenza”. Per il ministro dell’Ambiente italiano, “è importante che vi sia un segnale politico che emerga da questa Cop per mantenere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi alla nostra portata”. Pensa al paragrafo 28 della decisione del Global Stocktake concordata a Dubai, che, insiste “rimane un punto di riferimento per il nostro lavoro”. Roma lavora per un risultato che sostenga la transizione energetica, portando avanti tutti gli elementi del paragrafo 28 della decisione del Global Stocktake. Quindi, sì al progressivo abbandono delle fonti fossili ma prevedendo al tempo stesso l’uso di carburanti sostenibili. Quanto al capitolo finanza per l’adattamento, “siamo pronti a fare la nostra parte nel contesto delle decisioni che abbiamo adottato lo scorso anno”, assicura il ministro, ricordando che l’Italia è arrivata a Belém con un contributo rafforzato alla finanza per il clima grazie alla mobilitazione congiunta di risorse pubbliche e private.

Siamo qui tutti insieme dopo l’incendio di nei padiglioni che ci ricorda la nostra vulnerabilità condivisa e come sia necessario agire in un momento di crisi“, esorta il presidente della Cop, André Corrêa do Lago, aprendo i lavori della plenaria informale di bilancio. “Abbiamo iniziato quest’anno con molte sfide geopolitiche ed eventi estremi che ci dicono che quello che facciamo qui è estremamente urgente, il mondo ci guarda”. Il presidente invita a non dimenticare che “il consenso è la nostra forza” e che anche se “la sfida è considerevole, perché a casa tutti i nostri governi subiscono molte pressioni”, bisogna preservare il multilateralismo “non pensando a chi vince e chi perde, altrimenti perderemo tutti”. I negoziati vanno avanti a oltranza, ma si va verso i tempi supplementari. Correa do Lago dovrà mettere d’accordo 194 paesi e l’Unione europea, membri dell’accordo di Parigi, per un’adozione dell’accordo per consenso, come previsto dalle regole della Cop.

Cop30, Lula a Belém per spingere sui negoziati. Ue cerca punto di caduta sulle fossili

Ignacio Lula da Silva è arrivato in Amazzonia per spingere l’acceleratore sui negoziati della Cop30. La città di Belém, sede della Conferenza, è blindata dall’alba: uomini dell’esercito e della polizia in tenuta antisommossa vengono schierati in massa, fucili alla mano, intorno ai capannoni dell’Onu e in tutta la città, per l’arrivo del presidente.

Lula vuole chiudere già nelle prossime ore per, ha spiegato, “infliggere una nuova sconfitta ai negazionisti del clima” e dimostrare in Amazzonia che il mondo non ha abbandonato la cooperazione climatica, nonostante il contesto geopolitico. “Tornerò a Belém il 19 novembre per incontrare il Segretario Generale delle Nazioni Unite in uno sforzo congiunto per rafforzare la governance del clima e il multilateralismo. Parteciperò anche a riunioni con vari paesi, rappresentanti della società civile, popolazioni indigene e tradizionali, governatori e sindaci”, ha detto nel messaggio letto dalla ministra dell’Ambiente Marina Silva nel fine settimana.

L’obiettivo del ritorno alla Cop è contribuire alle negoziazioni su temi sui quali le posizioni dei Paesi sono ancora divergenti, come il finanziamento climatico, il divario tra gli obiettivi climatici presentati, il Cbam e le relazioni sulla trasparenza. Ma, soprattutto, Lula vorrebbe che nella dichiarazione finale fosse inclusa una “roadmap” sull’allontanamento dai combustibili fossili.

Le parti iniziano ad appoggiarlo: dei 197 Paesi più l’Ue, sono 82 i favorevoli alla tabella di marcia sponsorizzata dal Brasile. A chiedere una decisione che incoraggi i paesi ad attuare effettivamente l’uscita graduale dai fossili è un fronte composto da decine di paesi europei, latinoamericani e insulari. Si oppone ai paesi produttori di petrolio, che a Belém sono rimasti silenti, ma attivi nelle sale negoziali. Il percorso sembra necessario per mantenere vivo l’obiettivo di 1,5°C perché, come ricordano i Paesi in via di sviluppo, la transizione non può essere giusta se non è programmata, equa e sostenuta finanziariamente. In Europa, l’Italia e la Polonia, primariamente, frenano. Roma è cauta, non ha ancora aderito formalmente ma è aperta ad aderire, alla luce di quello che conterrà la proposta. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin vorrebbe rassicurazioni sul paragrafo 29 della dichiarazione finale della Cop28 di Dubai, che riconosce che i combustibili fossili possono svolgere un ruolo nel facilitare la transizione energetica, garantendo al tempo stesso la sicurezza energetica. Al contrario della Francia, che non ha problemi in termini di sicurezza energetica, grazie al nucleare.

Secondo Parigi, a due giorni dalla chiusura dei lavori, le parti sono ancora “lontane dall’accordo”. Il ministro della Transizione ecologica, Monique Barbut, si dice comunque “più ottimista” rispetto a ieri. Il commissario europeo per il Clima Wopke Hoekstra sostiene di appoggiare l’idea della roadmap, anche se probabilmente sarà definita diversamente: “Per essere chiari, ci piace molto. In Europa potremmo non usare la parola tabella di marcia, ma abbiamo davanti un percorso molto, molto chiaro – spiega -. Si tratta di eliminare gradualmente i combustibili fossili, di assicurarci di passare a un sistema energetico completamente diverso da quello che abbiamo oggi”.

I negoziatori lavorano giorno e notte e, per aiutarli, Lula torna a Belém per incontrare i rappresentanti dei paesi emergenti, poi quelli europei, gli Stati insulari, i rappresentanti delle popolazioni indigene e della società civile. Sul fronte della finanza, gli europei non intendono rivedere il finanziamento dei paesi ricchi a quelli vulnerabili: “ Non prevediamo alcun aumento dei finanziamenti per l’adattamento“, mette in chiaro Darragh O’Brien, ministro irlandese dell’Ambiente. “La discussione sulla finanza sovente acceca la concretezza rispetto alle azioni da svolgere“, media Pichetto, che invita a non perdere di vista i fatti: “Come agiamo a livello mondiale su mitigazione e adattamento? Quali sono i progetti che concorrono a creare l’adattamento?” domanda, rilevando che “la crescita economica e sociale crea le condizioni per raggiungere anche indirettamente gli obiettivi climatici”. Il ministro italiano porta l’Adaptation Accelerator Hub del G7 come modello per l’azione globale di adattamento al cambiamento climatico: “In questo primo anno di attività – riferisce – i progressi sono già significativi“. In Etiopia, grazie anche al Memorandum firmato con l’Italia, si lavora per definire la prima strategia nazionale di investimento per l’adattamento, ma si formalizzano collaborazioni in Senegal, Mauritius, Cambogia e Maldive, in partenariato con i membri del G7 e istituzioni finanziarie.

Ieri mattina è stato pubblicato un tentativo avanzato di compromesso da parte della presidenza brasiliana della Cop30, per trovare un punto di caduta tra ambizione climatica, commercio e finanza. Un secondo testo più conciso è atteso nelle prossime ore. Il Brasile spera di poterlo far approvare in plenaria il prima possibile, obiettivo eccessivamente ambizioso agli occhi di molti.

La Cop30 corre: c’è la prima bozza di compromesso, domani Lula a Belém. Ue fa muro sul Cbam

A Belém si corre più forte che mai. A quattro giorni dalla fine dei lavori della Cop30, la presidenza brasiliana pubblica una prima bozza di compromesso, nonostante le distanze ancora molto evidenti tra i Paesi. E, per imprimere un’accelerazione, Luiz Inácio Lula da Silva arriverà già domani, con i negoziati in corso.

Il piatto dell’intesa non è ricco, per evitare il fallimento della conferenza basterà accordarsi su una roadmap climatica prima di venerdì. Basterà, in un momento di tensioni geopolitiche fortissime, dimostrare che il multilateralismo è vivo.

Papa Leone XIV, in un videomessaggio, chiede però anche “azioni concrete” per affrontare i cambiamenti climatici, deplorando la mancanza di “volontà politica da parte di alcuni” e descrive l’Accordo di Parigi come “lo strumento più potente per proteggere le persone e il pianeta”. Il Papa missionario parla della regione amazzonica come “un simbolo vivente del Creato che ha urgente bisogno di protezione”. “Il creato grida attraverso inondazioni, siccità, tempeste e caldo incessante”, denuncia il Pontefice, ricordando che “una persona su tre vive in una situazione di grande vulnerabilità ai cambiamenti climatici”. Per loro, osserva, “i cambiamenti climatici non sono una minaccia lontana, e ignorarli significa negare la nostra comune umanità”.

Nella seconda settimana di lavori, tutti i ministri dell’Ambiente dei 197 Paesi arrivano in Amazzonia. Oggi gli europei fanno un punto sui negoziati con Wopke Hoekstra. “Il bilancio è contrastante”, confida il commissario per il Clima dopo la riunione di coordinamento, avvertendo che non si tratta di “riaprire i compromessi raggiunti con difficoltà” lo scorso anno in termini di finanziamenti dei paesi ricchi a favore dei paesi in via di sviluppo. Tra i punti controversi, c’è l’inclusione nella bozza di opzioni che alludono a misure “commerciali unilaterali”. Implicitamente, il riferimento è al Cbam, la tassa sul carbonio alle frontiere che l’Ue introdurrà a gennaio e che è stata criticata come protezionistica dalla Cina e da altri paesi esportatori.

Per Gilberto Pichetto Fratin il punto non è negoziabile: “Il Cbam difende i prodotti che entrano nel nostro mercato, per l’Europa è fondamentale”, spiega parlando con i cronisti tra i padiglioni dell’Onu. L’Europa, assicura, “procede compatta”, con “sfumature che dividono”. L’Italia appoggia la proposta brasiliana di una roadmap, spiega, ma “dipende cosa c’è dentro – precisa il ministro -: se la roadmap prevede la chiusura del carbone per tutti al 2035, la sottoscrivo”.

Il testo di compromesso si intitola ‘Mutirão mondiale’, parola indigena che indica una comunità che si riunisce per lavorare insieme su un compito comune. Come a voler dimostrare che la cooperazione internazionale sul clima non si ferma.

Le opzioni sono ancora tante in bozza, il testo dovrà essere perfezionato prima di poter raggiungere un accordo. Per tagliare sui tempi, la presidenza brasiliana ha annunciato che i negoziatori lavoreranno giorno e notte per portare l’accordo in plenaria entro la metà della settimana.

“L’accelerazione del Brasile per una decisione politica è positiva, soprattutto ora che i ministri sono atterrati a Belém”, commenta Luca Bergamaschi, direttore e co-fondatore di Ecco, il think tank italiano per il clima. La voce dell’Europa e dei suoi Stati membri, Italia inclusa, deve però “farsi attiva sulle questioni centrali del negoziato ovvero la pianificazione dell’uscita dai fossili e programmare l’aumento della finanza per l’adattamento”, sottolinea l’esperto. Non c’è nulla di impossibile, confida, e ribadisce: “sarebbe coerente con gli impegni presi finora dall’Italia, incluso il Governo Meloni. Ma c’è bisogno di far sentire il proprio peso e la propria voce se no si rischia lo stallo”.

La bozza di compromesso della presidenza fa riferimento all’accordo di Parigi del 2015 e, per quanto riguarda l’ambizione climatica, propone anche che il rapporto sugli impegni climatici dei paesi possa essere pubblicato ogni anno, anziché ogni cinque. Diverse opzioni fanno anche riferimento alla transizione dalle energie fossili, un punto che spacca i paesi produttori e quelli che vorrebbero una roadmap per uscirne. Il testo, su richiesta dei Paesi del Sud globale, suggerisce di triplicare i finanziamenti dei paesi ricchi a quelli più poveri per il loro adattamento ai cambiamenti climatici, entro il 2030 o il 2035.

Cop30, Pichetto: 3,4 mld in finanza climatica nel 2024. Non ammessi passi indietro

Ambizione e fiducia: così l’Italia partecipa alla trentesima conferenza delle parti sul clima, perché, sottolinea il ministro Gilberto Pichetto Fratin, “a dieci anni dall’Accordo di Parigi non sono ammessi passi indietro“. Nel cuore dell’Amazzonia, Roma porta “la consapevolezza di un Paese che unisce pubblico e privato in un impegno concreto verso la transizione energetica“, con un contributo alla finanza climatica “solido”.

In un anno, nel 2024, l’Italia ha investito 3,44 miliardi in finanza climatica, per le politiche di adattamento. Soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, con infrastrutture sostenibili e soluzioni innovative per la decarbonizzazione, a partire dal trasporto. “Alla Cop29 abbiamo fatto una lunga battaglia e abbiamo terminato molte ore dopo la chiusura ufficiale della conferenza, con l’accordo sui 300 miliardi da investire per il clima a livello mondiale“, ricorda Pichetto Fratin. Gli investimenti fatti in un anno dimostrano per il ministro quanto il governo creda “in tutte le azioni di adattamento da portare avanti“. L’impegno internazionale è tracciato dal Piano Mattei, con un focus particolare sull’Africa. L’obiettivo della Conferenza è anche quello di “costruire partenariati efficaci e garantire che tutti i Paesi, non solo l’Europa, contribuiscano a una transizione giusta”. La bussola resta il negoziato multilaterale, come “chiave per affrontare le sfide presenti e future”, scandisce Pichetto.

Il contributo alla finanza per il clima si è più che triplicato, passando da 838 milioni di euro nel 2023 a 3,44 miliardi nel 2024, di cui 1,67 miliardi di risorse pubbliche e 1,77 miliardi di fondi privati mobilitati attraverso strumenti pubblici. Tra i principali strumenti ci sono il Fondo per il Clima e il coinvolgimento diretto di Sace e Simest in progetti dedicati alla transizione ecologica globale.

Alla Cop30, il Paese punta su soluzioni innovative per la decarbonizzazione, con particolare attenzione ai biocarburanti, per raggiungere un futuro a emissioni nette zero in linea agli Accordi di Parigi e alle decisioni della Cop28 di Dubai. L’Italia ha lavorato fianco a fianco con la Presidenza brasiliana al lancio, durante la PreCop, del ‘Belem 4X Pledge on Sustainable Fuels’ per quadruplicare l’uso globale dei carburanti sostenibili entro il 2035 rispetto ai livelli del 2024, seguendo le indicazioni del report Iea sui carburanti sostenibili. L’iniziativa con Unep e Iea 3Den, che premia soluzioni innovative per l’efficientamento dei sistemi energetici con tecnologia digitale, è stata selezionata da Unfcc come best practice da presentare al padiglione ufficiale della Cop30. Grande attenzione è dedicata anche al coinvolgimento delle giovani generazioni, coinvolti attraverso l’iniziativa ‘Youth4Climate’ e i 150 progetti finanziati per costruire una transizione che sia anche culturale e partecipata.

La presenza italiana alla Cop30 si fonda su un partenariato pubblico-privato che vede la partecipazione di alcune grandi aziende nazionali, tra cui Enel, Ferrovie dello Stato Italiane e BF International, che hanno contribuito alla realizzazione del Padiglione Italia. Il Padiglione è articolato in due spazi complementari dedicati a scienza, tecnologia, comunicazione e innovazione. Lo spazio istituzionale nella Blue Zone ospiterà oltre 50 eventi tematici ed una installazione interattiva a cura di Dotdotdot che racconterà i progetti dell’Italia e delle aziende partecipanti per la transizione energetica. AquaPraça, piazza galleggiante progettata da Cra – Carlo Ratti Associati e Höweler + Yoon Architecture, in partenariato con il ministero degli Esteri e ancorata al Centro Culturale Casa das Onze Janelas, esplora una nuova simbiosi tra architettura e ambiente, sfruttando l’intelligenza naturale e le tecnologie reattive per adattarsi all’innalzamento del livello dell’acqua.

La partecipazione di Enel alla Cop30 come premium sponsor del Padiglione Italia testimonia, l’impegno dell’azienda, a “lavorare in sinergia con il settore pubblico per accelerare una transizione giusta e costruire un sistema energetico accessibile, sicuro e sostenibile”. L’azienda arriva all’appuntamento di Cop30 con una strategia climatica che il Direttore Italia Nicola Lanzetta definisce “tra le più ambiziose”: Il gruppo gestisce una capacità installata di 81 GW, di cui circa 66 GW da fonti rinnovabili e nel 2024 ha portato la quota di elettricità prodotta senza emissioni a oltre l’83%, confermando l’obiettivo di raggiungere l’obiettivo net zero entro il 2040. Anche il Piano Industriale di Enel Italia va nella direzione di abilitare la transizione energetica. Degli oltre 22 miliardi di investimenti, 16 sono destinati alla rete di distribuzione e sei al business integrato per migliorare l’efficienza degli impianti esistenti, sviluppare nuova capacità rinnovabile e di accumulo, accelerando così il percorso verso la decarbonizzazione.

L’impegno di Ferrovie dello Stato sul clima “si manifesta in tutti i settori in cui opera, dalla mobilità, alle infrastrutture, le infrastrutture energetiche e nell’ambito come operatore di trasporto”, rivendica l’amministratore delegato e direttore generale di Trenitalia, Gianpiero Strisciuglio, che ricorda come nell’immaginario comune sia “ovviamente estremamente semplice dedurre come attraverso i più di 6.000 treni che girano quotidianamente sulla rete garantiscano un risparmio importante in termini di milioni di tonnellate di Co2”. Ma in realtà le iniziative sono tante, nuove e innovative. Come il ruolo di Fs Energy, società che nasce con l’obiettivo di occuparsi dell’acquisto e della produzione di energia da fonti rinnovabili; o ancora la rete ferroviaria tra le più elettrificate d’Europa. Recentemente, è stato presentato il nuovo Frecciarossa, realizzato interamente in Italia e con un tasso di riciclabilità dei materiali impiegati superiore al 97%. Al 2027, l’Italia avrà la flotta di trasporto regionale più giovane d’Europa, con un’età al di sotto dei 10 anni.

Green economy, l’Italia primeggia per il riciclo in Europa ma le emissioni diminuiscono lentamente

(Photo credit: Ecomondo)

Lo stato di salute della green economy in Italia registra luci ed ombre. Nel 2024 le emissioni di gas serra diminuiscono troppo poco; aumentano i consumi finali di energia per edifici e trasporti e si importa troppa energia dall’estero; il consumo di suolo non si arresta; la mobilità sostenibile si scontra con 701 auto ogni 1000 abitanti, il numero più alto d’Europa.

Dall’altro lato, la produzione di energia elettrica da rinnovabili è arrivata al 49% di tutta la generazione nazionale di elettricità, l’Italia mantiene il suo primato europeo in economia circolare, l’agricoltura biologica cresce del 24% nel 2024 e le città italiane mostrano vivacità nella transizione ecologica. È questa la fotografia dell’Italia delle green economy contenuta nella Relazione sullo Stato della Green Economy 2025 presentata in apertura degli Stati Generali della Green Economy, il summit verde promosso dal Consiglio Nazionale della Green Economy e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, che si è tenuto in occasione di Ecomondo, a Rimini.

Da una parte, dunque, nel solo 2024 il taglio delle emissioni di gas serra è stato di poco più di 7 milioni di tonnellate, neanche un meno 2% su base annua: un quarto della diminuzione registrata nel 2023, considerando che in Italia il 2024 è stato l’anno più caldo di sempre con oltre 3.600 eventi climatici estremi, quattro volte quelli del 2018. Dall’altra, però, il nostro Paese primeggia in Europa per le performance di circolarità per la produttività delle risorse, cresciuta dal 2020 al 2024 del 32%, da 3,6 a 4,7 €/kg; per il tasso di utilizzo circolare dei materiali, che nel 2023 ha raggiunto il 20,8; per-il tasso di riciclo dell’86% del totale dei rifiuti e per il 75,6% di riciclo degli imballaggi.

“Abbiamo messo al centro di questa edizione un tema cruciale per il nostro paese: conviene o meno all’Italia tornare indietro nella transizione ad una green economy decarbonizzata, circolare e che tutela il capitale naturale? – ha affermato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione Sviluppo SostenibileNoi riteniamo di no, anche alla luce dell’impatto positivo sull’economia italiana avuto con i progetti del PNRR, nei quali è stato rilevante l’aspetto della sostenibilità ambientale. Senza il PNRR, il PIL italiano sarebbe stato in stagnazione o, addirittura, in recessione e sarebbe stato molto difficile contenere il deficit al 3%. Per l’Italia, al centro dell’hot-spot climatico del Mediterraneo, con un aumento delle temperature che corre il doppio della media mondiale, la transizione energetica e climatica è di vitale importanza”.

Luci e ombre, dice il rapporto. Perché se l’’Italia rimane inoltre fra i Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero, cresce però nella produzione di rinnovabili: nel 2024 la produzione ha superato i 130 miliardi di kWh, al 49% della generazione di elettricità, in traiettoria col target del PNIEC, del 70% al 2030. E poi ancora, la e-car non decolla (-13% nel 2024), ma in agricoltura cresce il biologico (+2,4% delle aree certificate); il Il consumo di suolo non si arresta (17,6 ettari al giorno, il terzo valore più alto dal 2012) ma grazie alla partecipazione ad iniziative europee e ai fondi del PNRR, molte città hanno realizzato interventi di mitigazione e di adattamento alla crisi climatica e iniziative dedicate alla transizione ecologica.

“L’Italia, con le sue leadership in settori fondamentali come l’economia circolare, ha le carte in regola per essere nel gruppo di testa di un’Europa che guardi alla transizione in modo realistico e pragmatico. In un contesto complesso sotto il profilo geopolitico e di profondi cambiamenti climatici, il nostro continente deve investire in innovazione, crescita sostenibile e sicurezza energetica. L’Italia delle imprese impegnate nella green economy è un esempio da seguire per l’economia del futuro”‘, ha detto Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.