Ddl Nucleare entro l’estate. Tabarelli: “Pagheremo ritardi, politica divisa sui costi”

L’Italia abbandona la posizione di attesa sul nucleare, per il governo il ritorno all’atomo è ormai un imperativo strategico di fine legislatura. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, traccia una tabella di marcia serrata che punta all’approvazione del disegno di legge delega entro la pausa estiva. Il lavoro nelle commissioni è nel vivo per definire i futuri decreti attuativi. Si tratta di un compito tecnico e parlamentare che, come sottolineato dal ministro, dovrebbe concludersi già la prossima settimana. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, analizza la situazione con realismo. Definisce il Ddl un “atto dovuto” in linea con il programma elettorale ma non nasconde le sue preoccupazioni: “L’idea che mi sono fatto è che i tempi siano lunghi”, spiega parlando con GEA.

L’esperto segnala come la storia del nucleare in Italia sia segnata da croniche fatiche e sottolinea un paradosso tutto italiano: il Paese importa già oggi enormi quantità di energia atomica dalla Francia. “È una tragedia che il nucleare sia importato – afferma – considerando che questa dipendenza pesa enormi cifre sulle bollette. In Italia l’elettricità tocca infatti i 120 euro, mentre a Parigi ne bastano 35. La necessità è diversificare il mix energetico. “Il nucleare è indispensabile per sostenere le rinnovabili quando mancano sole e vento. Se non vogliamo affidarci al carbone – conclude Tabarelli – dobbiamo capire che nel mondo c’è bisogno di più elettricità e questa va prodotta con ogni tecnologia a disposizione”.

L’accelerazione improvvisa del parlamento non è casuale ma risponde a una precisa richiesta della presidente Giorgia Meloni. La premier vuole il via libera alla legge delega entro l’estate per dare un segnale di concretezza sulla sovranità energetica. In parlamento la maggioranza è compatta ma le opposizioni sono sulle barricate.

Il relatore Luca Squeri (FI) parla di una maggioranza coerente e decisa. “Il provvedimento punta a creare il quadro normativo necessario per il nucleare sostenibile”, spiega mentre ipotizza il primo reattore operativo per l’inizio degli anni 30′. Il piano prevede un ruolo guida per Nuclitalia, la società partecipata da Enel, Ansaldo e Leonardo, mentre l’Enea manterrà il supporto scientifico. Le critiche delle minoranze sono però puntuali. Il Movimento 5 Stelle, con il vicepresidente della Camera Sergio Costa, accusa il governo di voler far pagare ai cittadini un’energia che costa tre volte le rinnovabili: “Il governo non propone una soluzione, ma chiede alle famiglie di finanziare l’opzione più cara”. Ancora più pesante l’affondo di Alleanza Verdi e Sinistra. Francesca Ghirra sostiene che il testo nasconda un’apertura al nucleare militare visto il rifiuto di emendamenti che chiedevano di limitare la ricerca ai soli scopi civili. “Dicono che la nostra opposizione è pregiudiziale, ma questo testo è una delega in bianco inaccettabile”, conclude Ghirra.

G7 Ambiente, impegno comune su finanza per la natura e lotta Pfas. Pichetto: “Immobili sicuri”

“In questo G7 abbiamo riscontrato un’unità e un impegno condiviso da parte di tutti i membri, con l’obiettivo di portare una posizione comune alle tre COP previste per quest’anno”. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, sintetizza così il senso della ministeriale di Parigi che si chiude oggi. Il titolare dell’Ambiente vede nei Paesi membri una funzione di traino che deve continuare, nonostante le assenze pesanti di alcuni temi nel dibattito ufficiale.

Il vertice francese, al via ieri, ha prodotto una serie di azioni concrete per affrontare le crisi ambientali attraverso nuove coalizioni internazionali. Tra i risultati principali spicca la nascita della Nature & People Finance Alliance. L’iniziativa serve a coordinare i fondi per la protezione e il ripristino della natura, cercando di coinvolgere in modo massiccio i privati e le organizzazioni filantropiche. Sul fronte della sicurezza del territorio, la presidenza francese ha lanciato il Partenariato per la resilienza immobiliare per la prosperità, siglato con l’acronimo RER4P. Pichetto ha spiegato che affrontare la vulnerabilità degli edifici ai rischi naturali richiede un cambio di prospettiva, perché “non possiamo limitarli a reagire agli eventi, ma dobbiamo costruire un sistema capace di anticiparli, mitigarne gli effetti e adattarsi nel tempo”.

Il ministro ha posto l’accento sulla natura multilivello di questa sfida, ricordando che l’Italia possiede un patrimonio edilizio storico e culturale che richiede interventi delicati. “In Paesi come l’Italia questo patrimonio rappresenta un valore economico e anche identitario: proteggerlo significa salvaguardare la nostra storia e il nostro tessuto sociale”, ha ribadito durante i lavori. Per ridurre i rischi, secondo Pichetto, serve investire nella conoscenza tramite mappature e strumenti digitali, ma bisogna anche “prevedere adeguati strumenti finanziari” e promuovere una vera cultura della prevenzione.

Il vertice ha toccato anche il tema delle risorse idriche e dell’inquinamento chimico. I paesi hanno confermato la volontà di rafforzare la coalizione del G7 sull’acqua, puntando a contrastare i contaminanti emergenti. Il riferimento esplicito è ai Pfas, le sostanze chimiche persistenti che preoccupano i sistemi sanitari europei. Accanto a questo, i ministri hanno approvato un’alleanza per la gestione delle aree marine protette e un piano contro la pesca illegale, con l’obiettivo di migliorare la trasparenza e la sorveglianza dei mari.

Nonostante l’ottimismo del ministro, che vede nei paesi G7 un gruppo che deve “continuare a svolgere una funzione di traino”, non sono mancate le polemiche esterne. Il tema del cambiamento climatico è rimasto infatti fuori dall’agenda ufficiale, una scelta che ha spinto Luca De Gaetano, presidente di Plastic Free, a una critica severa. Per l’associazione, un vertice ambientale che evita il clima è una decisione politica precisa, dato che la crisi climatica è il perno attorno a cui ruotano biodiversità e desertificazione. “Ignorarla rischia di indebolire qualsiasi confronto”, ha dichiarato De Gaetano, sottolineando che la diplomazia non può diventare un alibi per rinviare i temi urgenti. Il G7 ha comunque guardato all’innovazione tecnologica, confermando l’organizzazione di una Giornata dell’Innovazione per il 2026. Si è parlato inoltre di economia circolare e del passaporto digitale dei prodotti, uno strumento tecnico per tracciare la sostenibilità dei beni di consumo. Pichetto ha concluso ribadendo che la condivisione di esperienze tra i grandi della Terra rappresenta una opportunità concreta per migliorare la capacità di risposta di fronte alle emergenze del pianeta.

L’Italia prenota stoccaggi di gas per il 90%. Pichetto: “Siamo in estrema sicurezza”

L’Italia prenota stoccaggi di gas per il 90% delle sue capacità. Secondo Snam, le ultime aste hanno consentito di raggiungere un quantitativo complessivo assegnato da 17,5 miliardi di metri cubi su una capacità totale di poco superiore a 19 miliardi di metri cubi, tra disponibilità fisica di gas già presente all’inizio della campagna di iniezione e i quantitativi allocati da contratto.

Al momento, con la campagna di riempimento in corso, il gas fisicamente presente nei siti di stoccaggio italiani è pari a oltre il 46,5% della capacità disponibile, a fronte di una media europea del 30,6%. Nei prossimi mesi, fino a ottobre 2026, gli operatori che hanno prenotato la capacità dovranno, secondo un piano di riempimento che deve rispondere alle esigenze tecniche dei siti di stoccaggio, acquistare il gas ed iniettarlo all’interno dei siti.

Gli stoccaggi italiani “ci collocano in una posizione di estrema sicurezza”, riferisce Gilberto Pichetto Fratin. Per riempiere fino al 90% prenotato, il sistema italiano dovrà acquistare un quantitativo di gas pari a circa 9 miliardi di metri cubi, “molto meno di altri grandi paesi europei che hanno livelli di riempimento degli stoccaggi inferiori ai nostri”, rivendica il ministro, che assicura un monitoraggio della situazione per favorire un coordinamento tra paesi membri nella campagna di riempimento ed “evitare la concentrazione degli acquisti di gas negli stessi periodi”.

Dopo essere stata in Algeria il mese scorso per assicurare all’Italia un incremento dei flussi di gas dal Paese nordafricano, e dopo il blitz nel Golfo alla vigilia di Pasqua, la premier Giorgia Meloni volerà a Baku, in Azerbaigian il 5 maggio per garantire che l’Italia non abbia contrazioni nell’approvvigionamento. Un viaggio annunciato in Parlamento il 9 aprile, durante l’informativa alle Camere sull’attività di governo, ricordando di essere stata nel Golfo “per assicurare gli approvvigionamenti energetici, in particolare di petrolio, indispensabili da un’area che garantisce circa il 15% del nostro fabbisogno nazionale”. Con lo stesso spirito, ha aggiunto, “mi ero anche recata in Algeria per rafforzare con il Presidente Tebboune la partnership strategica che lega le nostre nazioni, e concordare con le autorità di Algeri l’aumento delle forniture di gas naturale verso l’Italia. E così farò recandomi, presto, anche in Azerbaigian, ma anche sostenendo lo sviluppo di risorse energetiche assieme ai partner del continente africano”.

Shock energia preoccupa industriali. Pichetto: “Potremmo dover riaprire le centrali carbone”

La crisi in Iran e Medio Oriente non sembra trovare soluzione e il problema energetico, anche in Italia, diventa sempre più serio. Tanto che Gilberto Pichetto Fratin avverte che se la situazione peggiora potrebbe essere necessaria una piena riattivazione delle centrali a carbone.

Sono quattro in tutto in Italia, due delle quali, Brindisi e Civitavecchia, non hanno più l’autorizzazione ambientale a bruciare carbone dal primo gennaio 2026. Le altre due, in Sardegna, sono entrambe attive.

Il phase out completo ci sarebbe dovuto essere dal 31 dicembre 2025, “ma in realtà le centrali a carbone al 31 dicembre 2024 erano praticamente chiuse sulla parte continentale”, ricorda il ministro dell’Ambiente, che confessa di non averne ordinato lo smantellamento perché davanti a un’emergenza (“una situazione dove il gas supera i 70 euro al megawattora“, spiega) potrebbe “essere necessario riattivarle”. Al momento, il gas è a 40 euro MWh, 70 euro è un prezzo molto alto, “ma quello è il punto di caduta”, ribadisce Pichetto.

Due mesi fa, il governo è intervenuto sui costi in bolletta, per ridurli di circa il 20%. I prezzi però, dato lo scenario, oscillano in continuazione. “Certamente è difficile fare una stima – ammette il ministro -. Quindi valuteremo gli interventi di volta in volta”.

L’instabilità manda in tilt il sistema industriale: “L’impatto dello shock energetico già si legge in molti dati sull’economia italiana – spiega Confindustria nella congiuntura flash di aprile -. Cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull’industria, che stava provando a risalire; frenano anche i servizi. Reggono gli investimenti che nei primi tre mesi del 2026 sono ancora sostenuti dalle risorse del Pnrr”. Il Centro Studi degli industriali stima che se la guerra in Iran finisse a giugno (con un petrolio a 110 dollari in media annua), “le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare altri 7 miliardi di euro l’anno in più in bolletta rispetto al 2025; l’incidenza dei costi energetici risulterebbe superiore di 1 punto percentuale, salendo dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026″. Se invece la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, “le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%). In questo caso, si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le nostre imprese”. Aziende che “vedrebbero erosa la loro competitività sia in Europa che a livello internazionale, considerato anche che i prezzi di petrolio e gas sono più bassi per le imprese localizzate in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano”.

Matteo Salvini lancia una durissima accusa contro l’Unione europea: “Chi governa Bruxelles in questo momento o è un marziano o è in malafede”, denuncia. In settimana, incontrerà gli autotrasportatori, perché si rischia il blocco. Ma, insiste il ministro dei Trasporti, “se non cambiano le regole europee l’Italia rischia di fermarsi”. Quello che chiede il vicepremier è la sospensione del patto di stabilità contro il caro energia: “Non ho nessuna intenzione di fare nuovi lockdown, di chiudere scuole, fabbriche, ospedali – scandisce -. O Bruxelles permette al governo di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani o si blocca il Paese, quindi faremo da soli”. Al momento, la deroga vale solo per le spese militari: “Il governo potrebbe spendere 10 miliardi per comprare armi ma non possiamo mettere 10 miliardi di euro nelle tasche dei cittadini e delle imprese in difficoltà. E’ una follia”, sostiene il vicepremier. Che precisa di non chiedere “i soldi dei francesi, dei polacchi o dei tedeschi”: “Vogliamo usare per gli italiani i soldi degli italiani. Le regole oggi non me lo permettono e io non chiudo l’Italia perché Bruxelles è comandata da cretini”.

Iran, Meloni convoca ministri e intelligence. Tajani e Crosetto in Parlamento

Il governo continua a monitorare gli impatti della crisi in Iran e nel Golfo. La premier Giorgia Meloni presiede un nuovo vertice a Palazzo Chigi con i ministri e l’intelligence. Per l’esecutivo, al tavolo siedono i vice Antonio Tajani (Esteri) e in collegamento Matteo Salvini (Infrastrutture e Trasporti), con Guido Crosetto (Difesa), Giancarlo Giorgetti (Economia) e i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.

Dopo aver riferito due giorni fa in Senato davanti alle commissioni Esteri e Difesa, Tajani e Crosetto torneranno a riferire dell’evoluzione del quadro internazionale alle Camere.

L’attenzione è soprattutto rivolta agli italiani bloccati nelle aree coinvolte negli scontri. Questa mattina sono partiti altri due voli della Oman Air da Mascate in direzione di Roma con a bordo 249 cittadini, assistito dalla Farnesina. Si aggiungono i circa 2500 italiani rientrati nelle ultime ore da Abu Dhabi, Riad e Mascate, utilizzando voli commerciali facilitati dalla Farnesina e voli prenotati privatamente. Nei prossimi giorni altri voli, facilitati dal ministero degli Esteri con l’aiuto delle sedi diplomatico-consolari nella regione, partiranno da Abu Dhabi, Dubai, Mascate, Riad, Malè e Colombo verso l’Italia.

Intanto, a fronte delle turbolenze sui mercati internazionali dell’energia e dei carburanti, il Garante per la sorveglianza dei prezzi presso il Mimit, su indicazione di Adolfo Urso, ha convocato per venerdì 6 marzo due riunioni della Commissione di allerta rapida. La prima si terrà alle 9.30 e sarà dedicata all’andamento dei mercati energetici, con particolare riferimento ai prodotti petroliferi e ai carburanti. La seconda, alle 11.30, sarà focalizzata sulle possibili ricadute sull’inflazione, con specifico riguardo al carrello della spesa e al settore agroalimentare. Già da lunedì, su indicazione di Urso, era stato potenziato il monitoraggio del Garante dei prezzi lungo tutta la filiera dei carburanti, in particolare sui listini consigliati dalle compagnie, ai margini di distribuzione e ai prezzi alla pompa: i primi esiti sono stati trasmessi, ieri, alla Guardia di Finanza. Il Garante chiede alle principali compagnie petrolifere chiarimenti sulle variazioni dei prezzi, sul rapido adeguamento al rialzo dei listini di benzina e gasolio. Elementi che saranno approfonditi nel corso delle due riunioni della Commissione di allerta rapida in programma.

Quanto agli approvvigionamenti di energia, Gilberto Pichetto Fratin, dopo aver fatto un punto con Eni e Snam a Palazzo Chigi, rassicura: “Siamo il Paese che ha lo stoccaggio più alto d’Europa, abbiamo diversificato, quindi possiamo dire che non c’è una situazione di estrema gravità sui quantitativi di risorse”. L’Italia è in migliori condizioni di altri Paesi, “siamo a oltre il 50%, il più alto livello in Ue”, fa eco Urso rispondendo al Question Time della Camera. In piena emergenza, il ministro dell’Ambiente rivendica la scelta di non aver smantellato le centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia: “In questo momento, le tengo in riserva a freddo”, riferisce, precisando che non saranno riattivate, se non necessario, “a tutela dell’interesse del Paese”.

Meloni: “Iran non può avere missili a lungo raggio”. Tajani-Crosetto: “Si aprono scenari mai considerati”

Il diritto internazionale vacilla e l’Italia non può restare a guardare. Per Giorgia Meloni, “non possiamo permetterci che l’attuale regime iraniano abbia missili a lungo raggio con testate atomiche”. I droni di Teheran hanno raggiunto anche Cipro. D’altra parte, sottolinea la premier intervistata dal Tg5, “sarebbe stupido ritenere che quello che accade anche lontano dai nostri confini non ci coinvolga“. E’ la ragione per la quale l’Italia, ricorda, “si era molto spesa perché si arrivasse a un accordo serio sul nucleare iraniano”. La presidente del Consiglio si dice preoccupata da una crisi del diritto internazionale che è “inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina, quando un membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha deliberatamente attaccato un suo vicino era inevitabile che avrebbe portato a una stagione di caos”.

La crisi in Iran apre scenari “finora mai considerati” e “incide direttamente sulla nostra sicurezza nazionale”, fanno eco in Parlamento i ministri degli Esteri e della Difesa, chiamati a riferire a meno di 48 ore dall’attacco di Stati Uniti e Israele su Teheran, seguito dalle rappresaglie iraniane su tutto il Golfo.

Quanto alle accuse sull'”irrilevanza” dell’Italia, che non era a conoscenza dell’attacco, i ministri si smarcano. “Stati Uniti e Israele hanno deciso in autonomia e nella riservatezza quando intervenire. Germania e Francia hanno detto di non essere stati avvisati, noi siamo stati informati a iniziativa in corso“, chiarisce Antonio Tajani. “Nessun Paese europeo ha ricevuto alcuna informazione se non quando gli aerei erano in volo“, fa eco Guido Crosetto, spiegando che gli Stati Uniti non sono partiti quando avevano programmato, cioè questa settimana (“come sapevano tutti gli alleati”), ma “quando hanno avuto la certezza di colpire l’obiettivo principale“.

“Sono ore difficili, cariche di tensioni” per l’intero scacchiere internazionale, commenta Tajani. La priorità in queste ore, assicura, è quella di tutelare gli italiani. Sono circa 70mila quelli che insistono sulle aree colpite, tra presenze stabili e temporanee. Trentamila sono solo a Dubai e Abu Dhabi. In Israele vivono circa ventimila residenti con passaporto italiano. Negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita, in Kuwait, in Oman e in Bahrein sono presenti “comunità numerose”, riferisce il vicepremier. In Iran si trovano poco meno di cinquecento connazionali, quasi tutti residenti. “Nessuno di loro è stato coinvolto negli attacchi”, tranquillizza Tajani. Per tutelarli, una Task Force Golfo composta da cinquanta persone lavora 24 ore su 24: “Ad oggi abbiamo gestito oltre 7.000 chiamate e diverse migliaia di contatti email”, riferisce.

La crisi non è passeggera. Potrebbe anzi essere lunga, durare “giorni, forse settimane”, secondo il titolare della Farnesina. “Molto dipenderà dalle decisioni che verranno prese da Teheran e dalle dinamiche interne al regime“, spiega assicurando che il Governo italiano continuerà a fare la sua parte “Con lucidità, con determinazione, con senso di responsabilità”. La via suggerita resta quella della diplomazia, “anche quando sembra difficile. Anche quando sembra lontana. Ogni crisi richiede il ricorso al dialogo e al negoziato”, scandisce. Però, Guido Crosetto ammette che l’offensiva israelo-statunitense e la risposta di Teheran aprono scenari “finora mai considerati, con attacchi diretti contro assetti occidentali nel Golfo e un rischio di escalation controllata, ma estensiva”: “Si prospettano scenari finora mai considerati e minacciano sia Israele sia tutti gli assetti occidentali nella regione“, insite.

Nei prossimi giorni, il ministro della Difesa porterà in Parlamento la richiesta di aiuto dei Paesi del Golfo. “Non si tratta di un intervento militare”, chiarisce, rispondendo a chi chiedeva se l’Italia entrerà in guerra, “ma di sistemi di difesa aerea, anti-missilistica, anti-droni”. Questa è una scelta che è “una valutazione politica, economica e personalmente mi vede totalmente a favore”, conferma.

In mattinata, Tajani e il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, hanno convocato una riunione per aggiornare associazioni di categoria e imprese italiane, con un focus sulle possibili conseguenze economiche del conflitto. Il vicepremier conferma che l’Italia si mantiene in raccordo con i partner europei e internazionali per “limitare e gestire possibili conseguenze” della chiusura dello Stretto di Hormuz per il commercio internazionale. L’obiettivo è scongiurare blocchi prolungati ed evitare effetti sui prezzi, in particolare di energia e materie prime. “L’Italia e i suoi partner – fa sapere il ministro degli Esteri – sono al lavoro per garantire la libertà dei traffici commerciali in un’area cruciale per il nostro export, e per sostenere ogni iniziativa diplomatica per contribuire alla pace e stabilità del Medio Oriente“.

In casa, l’allerta è massima. Sono oltre 28mila gli obiettivi sensibili vigilati in Italia, secondo il Viminale. Per molti di essi, in particolare quelli riconducibili ai Paesi coinvolti nel conflitto, è stato disposto il “rafforzamento immediato dei dispositivi di vigilanza”, fa sapere il ministero dell’Interno, dopo che il ministro Matteo Piantedosi ha presieduto il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con i vertici delle forze di polizia e dell’intelligence. Nel corso della riunione, è stata inoltre decisa un’implementazione delle riunioni del comitato strategico antiterrorismo. E’ stato innalzato anche il dispositivo di sicurezza su tutto il territorio, in vista delle manifestazioni e degli eventi più significativi in programma nelle prossime settimane.

Idrogeno, imprese: Urge tavolo contro criticità. Pichetto: Volàno, ma abbassare costi

L’Associazione Italiana Idrogeno (H2IT) chiede di avviare un tavolo di lavoro interministeriale sull’idrogeno, “pilastro fondamentale nella strategia complessiva della decarbonizzazione”. La richiesta arriva durante l’Italian Hydrogen Summit ospitato questo pomeriggio dalla Camera dei Deputati, appuntamento che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo produttivo, esperti e stakeholder del settore.

Obiettivo del tavolo – sostengono le imprese – è affrontare lo sviluppo della filiera industriale, superare le attuali criticità esistenti e creare strumenti efficaci nel tempo. A un anno dalla pubblicazione della Strategia Nazionale Idrogeno, infatti, le imprese chiedono una visione di lungo periodo e strumenti per pianificare investimenti strutturali, nella consapevolezza che occorre rafforzare la filiera industriale e la capacità manifatturiera. Molte imprese stanno completando i progetti finanziati dal PNRR in scadenza nel 2026 e avviando l’implementazione delle iniziative IPCEI (Importanti Progetti di Interesse Comune Europeo). Parallelamente, si moltiplicano gli investimenti privati per la produzione di idrogeno rinnovabile destinato all’industria e alla mobilità. “Oggi l’Italia sta costruendo un ecosistema dell’idrogeno solido e competitivo – ammette Alberto Dossi, Presidente di H2IT – ma ora servono strumenti chiari e continui”. Le imprese lamentano infatti la mancanza di tempistiche definite e il rallentamento nell’attuazione del Decreto Tariffe, volto a incentivare la produzione di idrogeno rinnovabile tramite contratti per differenza. Queste criticità – insistono – rischiano di compromettere lo sviluppo del settore e la competitività del sistema nazionale. A livello europeo rimane la necessità di una semplificazione regolatoria che consenta di accelerare gli investimenti e rendere il mercato più attrattivo. Poi c’è la questione dei costi. “L’Italia ha messo in campo la Strategia Nazionale per l’idrogeno in favore di una filiera che ha bisogno di un mercato solido – ricorda Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica – ora bisogna lavorare anche per ridurre i costi di produzione, dobbiamo passare a dei prezzi che siano compatibili con il mercato, siamo ancora due, tre, quattro volte superiori”. Al tempo stesso, continua Pichetto, l’idrogeno “deve diventare un volàno per la valorizzazione dell’industria nazionale ed europea”, cercando di aumentare la produzione a livello di continente europeo e nelle importazioni: “la previsione del 2030 di 10 milioni di tonnellate prodotte in Ue e 10 milioni di importazione è un obiettivo sfidante”.

Sull’idrogeno ora, sostiene Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy, bisogna “valorizzare l’ecosistema industriale nazionale e rafforzare la competitività europea tramite scelte rapide e pragmatiche. L’Italia è pronta a guidare questa sfida, promuovendo innovazione, nuovi impianti produttivi e partnership tra imprese e ricerca”. Idrogeno “al centro dell’agenda energetica e industriale” anche secondo Raffaele Fitto, Vicepresidente Esecutivo della Commissione Europea e Commissario Europeo per la Politica Regionale e di Coesione, che sottolinea “gli attuali programmi con cui investiamo complessivamente 5 miliardi di euro nei sistemi energetici intelligenti, incluso l’idrogeno: risorse che sostengono progetti concreti e in grado di generare un impatto reale”. “Il nostro faro d’azione – conclude Francesco Battistoni, Segretario di Presidenza della Camera – è quello di arrivare progressivamente ad avere un mix di vettori energetici green a costi sostenibili che possano aiutare il mondo produttivo italiano e europeo a crescere e a rimanere competitivo”.

La Cop30 in Amazzonia si chiude al ribasso, ma i Paesi trovano l’accordo

La Cop30 di Belém si chiude ai supplementari, il giorno dopo e per di più con un accordo molto al ribasso. Non c’è un piano di uscita dalle energie fossili, risultato che delude molti (Europa in testa) ma che non sorprende, dato il momento storico.

Il multilateralismo ha vinto”, festeggia Lula, a Johannesburg per il G20. Il presidente brasiliano cerca di rivendicare un successo che la Conferenza effettivamente non ha avuto, considerando anche il rischio che si chiudesse senza nessun accordo.

Nella dichiarazione finale si celebra l’accordo di Parigi e la cooperazione climatica. Ma l’invito ad accelerare l’azione è soltanto “volontario” e fa sull’uscita dai fossili il riferimento è solo indiretto, con un richiamo alla Cop28 di Dubai.

Dobbiamo sostenerlo perché, almeno, ci porta nella giusta direzione”, si giustifica il commissario europeo per il clima Wopke Hoesktra, inizialmente molto contrario al testo, dopo una notte di negoziati e una riunione di coordinamento con i Ventisette. “Non nascondiamo che avremmo preferito di più, e più ambizione su tutto”.

Abbiamo raggiunto un punto di equilibrio tra i 195 paesi presenti”, spiega Gilberto Pichetto Fratin, parlando di una “mediazione tra le tante posizioni“. Per il ministro italiano dell’Ambiente, “è importante che si sia raggiunto questo obiettivo che che mantiene il percorso definito Cop28 di Dubai per quanto riguarda l’obiettivo climatico, mantiene l’obiettivo di Cop29 a Baku per quanto riguarda l’impegno all’adattamento nei vari territori al cambiamento climatico”.

La francese Monique Barbut sottolinea che gli europei hanno preferito accettare questo testo a causa del “processo che è stato fatto agli europei, secondo cui ci si opponeva a questo testo era perché non si voleva pagare per i paesi più poveri”.

Il capo della delegazione cinese, Li Gao, saluta un “successo in una situazione molto difficile”.

Nel 2023, i paesi si erano impegnati a ‘operare una transizione giusta, ordinata ed equa verso l’abbandono dei combustibili fossili nei sistemi energetici’, per la prima volta nella storia delle conferenze sul clima delle Nazioni Unite. Da allora però, i paesi che producono o dipendono dalle energie fossili respingono tutti i tentativi di ripetere questo segnale in un contesto multilaterale. Paesi come la Russia, l’Arabia Saudita o l’India vengono indicati dalla Francia come capofila del fronte del rifiuto, ma non sono gli unici. Una parte del mondo in via di sviluppo non aveva come priorità la lotta contro i combustibili fossili. Per loro, i finanziamenti sono più urgenti e la Cop30 offre loro un vantaggio: si prevede un triplicamento degli aiuti per l’adattamento dei paesi in via di sviluppo entro il 2035, rispetto all’attuale obiettivo di 40 miliardi all’anno.

Molte economie, povere o emergenti, non hanno infatti i mezzi per passare alle energie rinnovabili  in breve tempo e chiedono ai paesi più ricchi nuovi impegni finanziari per aiutare le nazioni meno ricche.

Nel testo, c’è anche l’istituzione di un “dialogo” sul commercio mondiale, un risultato che si può considerare un successo della Cina, che guida la rivolta dei paesi emergenti contro le tasse sul carbonio alle frontiere.

Per gli analisti di Ecco, il think tank italiano del clima, non si tratta di una debacle. Il risultato, osservano, pur non risolvendo tutte le divergenze, “dimostra che la cooperazione multilaterale sul clima prosegue nonostante le tensioni geopolitiche”. Ampie e nuove coalizioni di Paesi, “segno di una riorganizzazione degli schemi globali”, hanno chiesto il massimo livello possibile di ambizione, inclusa una chiara tabella di marcia per l’uscita dalle fonti fossili, e un passaggio dalla stagione delle promesse a quella dell’implementazione. Sebbene la Mutirão Decision, il testo finale della COP30, non citi esplicitamente i combustibili fossili e non accolga l’appello del Presidente Lula e di oltre 80 Paesi per una roadmap su fossili e deforestazione, proseguono gli esperti, “mantiene viva la traiettoria tracciata a Dubai su questo tema”.

Cop30, è scontro sui fossili. Hoekstra: “Non escludo che non si trovi accordo”

Dopo l’interruzione per l’incendio, la Cop30 si incaglia del tutto. All’alba, la presidenza brasiliana pubblica una nuova bozza al ribasso che scontenta tutti, nella quale scompaiono tanto la parola ‘fossili’ quanto la creazione della roadmap richiesta da almeno 80 paesi europei, latinoamericani e insulari.

Le reazioni non tardano ad arrivare. L’Europa, con il commissario al Clima Wopke Hoekstra, giudica il documento “inaccettabile” e non esclude che la conferenza si possa chiudere senza un accordo, cosa che non avrebbe precedenti nella storia delle Cop. Nel documento, denuncia il commissario, “non c’è nessuna scienza. Nessun bilancio globale. Nessuna transizione. Solo debolezza. Sarò chiaro: in nessun caso accetteremo niente che sia anche solo lontanamente simile a ciò che è ora sul tavolo”. Dall’altra parte del globo, però, Ursula von der Leyen in conferenza stampa al G20 di Johannesburg pronuncia parole di rottura, come a far mancare il sostegno necessario al commissario per il Clima: “Non stiamo combattendo i combustibili fossili, stiamo combattendo le emissioni prodotte dai combustibili fossili”, afferma.

“Il testo non può rimanere così com’è”, fa eco a Hoekstra il ministro tedesco dell’Ambiente, Carsten Schneider. A opporsi, sottolinea Monique Barbut, ministra francese della Transizione ecologica, sono “India, Arabia Saudita e Russia, affiancate dai paesi emergenti”.

La Colombia, che guida una coalizione di circa 40 Paesi, promette di non lasciare i negoziati senza una dichiarazione in cui si prendano impegni per la roadmap. La conferenza “non può concludersi senza una tabella di marcia chiara, giusta ed equa per abbandonare i combustibili fossili”, sottolinea la ministra dell’Ambiente, Irene Vélez. “Non cerchiamo un documento vuoto”, afferma la ministra, che conferma lo svolgimento della prima conferenza internazionale sull’abbandono delle energie fossili il 28 e 29 aprile a Santa Marta, città costiera nel nord della Colombia, in collaborazione con i Paesi Bassi. Il testo preparato per diventare la dichiarazione finale “non è sufficiente”, concorda il ministro spagnolo per la Transizione ecologica, Sara Aagesen. “Dobbiamo lavorare e abbiamo tempo per migliorarlo”, ha detto.

“La situazione è molto difficile”, ammette Gilberto Pichetto Fratin, assicurando che la Presidenza brasiliana “sta lavorando senza sosta con lo spirito del ‘Mutirao’ come elemento di unione e sforzo collettivo che contraddistingue questa Conferenza”. Per il ministro dell’Ambiente italiano, “è importante che vi sia un segnale politico che emerga da questa Cop per mantenere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi alla nostra portata”. Pensa al paragrafo 28 della decisione del Global Stocktake concordata a Dubai, che, insiste “rimane un punto di riferimento per il nostro lavoro”. Roma lavora per un risultato che sostenga la transizione energetica, portando avanti tutti gli elementi del paragrafo 28 della decisione del Global Stocktake. Quindi, sì al progressivo abbandono delle fonti fossili ma prevedendo al tempo stesso l’uso di carburanti sostenibili. Quanto al capitolo finanza per l’adattamento, “siamo pronti a fare la nostra parte nel contesto delle decisioni che abbiamo adottato lo scorso anno”, assicura il ministro, ricordando che l’Italia è arrivata a Belém con un contributo rafforzato alla finanza per il clima grazie alla mobilitazione congiunta di risorse pubbliche e private.

Siamo qui tutti insieme dopo l’incendio di nei padiglioni che ci ricorda la nostra vulnerabilità condivisa e come sia necessario agire in un momento di crisi“, esorta il presidente della Cop, André Corrêa do Lago, aprendo i lavori della plenaria informale di bilancio. “Abbiamo iniziato quest’anno con molte sfide geopolitiche ed eventi estremi che ci dicono che quello che facciamo qui è estremamente urgente, il mondo ci guarda”. Il presidente invita a non dimenticare che “il consenso è la nostra forza” e che anche se “la sfida è considerevole, perché a casa tutti i nostri governi subiscono molte pressioni”, bisogna preservare il multilateralismo “non pensando a chi vince e chi perde, altrimenti perderemo tutti”. I negoziati vanno avanti a oltranza, ma si va verso i tempi supplementari. Correa do Lago dovrà mettere d’accordo 194 paesi e l’Unione europea, membri dell’accordo di Parigi, per un’adozione dell’accordo per consenso, come previsto dalle regole della Cop.

Cop30, Lula a Belém per spingere sui negoziati. Ue cerca punto di caduta sulle fossili

Ignacio Lula da Silva è arrivato in Amazzonia per spingere l’acceleratore sui negoziati della Cop30. La città di Belém, sede della Conferenza, è blindata dall’alba: uomini dell’esercito e della polizia in tenuta antisommossa vengono schierati in massa, fucili alla mano, intorno ai capannoni dell’Onu e in tutta la città, per l’arrivo del presidente.

Lula vuole chiudere già nelle prossime ore per, ha spiegato, “infliggere una nuova sconfitta ai negazionisti del clima” e dimostrare in Amazzonia che il mondo non ha abbandonato la cooperazione climatica, nonostante il contesto geopolitico. “Tornerò a Belém il 19 novembre per incontrare il Segretario Generale delle Nazioni Unite in uno sforzo congiunto per rafforzare la governance del clima e il multilateralismo. Parteciperò anche a riunioni con vari paesi, rappresentanti della società civile, popolazioni indigene e tradizionali, governatori e sindaci”, ha detto nel messaggio letto dalla ministra dell’Ambiente Marina Silva nel fine settimana.

L’obiettivo del ritorno alla Cop è contribuire alle negoziazioni su temi sui quali le posizioni dei Paesi sono ancora divergenti, come il finanziamento climatico, il divario tra gli obiettivi climatici presentati, il Cbam e le relazioni sulla trasparenza. Ma, soprattutto, Lula vorrebbe che nella dichiarazione finale fosse inclusa una “roadmap” sull’allontanamento dai combustibili fossili.

Le parti iniziano ad appoggiarlo: dei 197 Paesi più l’Ue, sono 82 i favorevoli alla tabella di marcia sponsorizzata dal Brasile. A chiedere una decisione che incoraggi i paesi ad attuare effettivamente l’uscita graduale dai fossili è un fronte composto da decine di paesi europei, latinoamericani e insulari. Si oppone ai paesi produttori di petrolio, che a Belém sono rimasti silenti, ma attivi nelle sale negoziali. Il percorso sembra necessario per mantenere vivo l’obiettivo di 1,5°C perché, come ricordano i Paesi in via di sviluppo, la transizione non può essere giusta se non è programmata, equa e sostenuta finanziariamente. In Europa, l’Italia e la Polonia, primariamente, frenano. Roma è cauta, non ha ancora aderito formalmente ma è aperta ad aderire, alla luce di quello che conterrà la proposta. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin vorrebbe rassicurazioni sul paragrafo 29 della dichiarazione finale della Cop28 di Dubai, che riconosce che i combustibili fossili possono svolgere un ruolo nel facilitare la transizione energetica, garantendo al tempo stesso la sicurezza energetica. Al contrario della Francia, che non ha problemi in termini di sicurezza energetica, grazie al nucleare.

Secondo Parigi, a due giorni dalla chiusura dei lavori, le parti sono ancora “lontane dall’accordo”. Il ministro della Transizione ecologica, Monique Barbut, si dice comunque “più ottimista” rispetto a ieri. Il commissario europeo per il Clima Wopke Hoekstra sostiene di appoggiare l’idea della roadmap, anche se probabilmente sarà definita diversamente: “Per essere chiari, ci piace molto. In Europa potremmo non usare la parola tabella di marcia, ma abbiamo davanti un percorso molto, molto chiaro – spiega -. Si tratta di eliminare gradualmente i combustibili fossili, di assicurarci di passare a un sistema energetico completamente diverso da quello che abbiamo oggi”.

I negoziatori lavorano giorno e notte e, per aiutarli, Lula torna a Belém per incontrare i rappresentanti dei paesi emergenti, poi quelli europei, gli Stati insulari, i rappresentanti delle popolazioni indigene e della società civile. Sul fronte della finanza, gli europei non intendono rivedere il finanziamento dei paesi ricchi a quelli vulnerabili: “ Non prevediamo alcun aumento dei finanziamenti per l’adattamento“, mette in chiaro Darragh O’Brien, ministro irlandese dell’Ambiente. “La discussione sulla finanza sovente acceca la concretezza rispetto alle azioni da svolgere“, media Pichetto, che invita a non perdere di vista i fatti: “Come agiamo a livello mondiale su mitigazione e adattamento? Quali sono i progetti che concorrono a creare l’adattamento?” domanda, rilevando che “la crescita economica e sociale crea le condizioni per raggiungere anche indirettamente gli obiettivi climatici”. Il ministro italiano porta l’Adaptation Accelerator Hub del G7 come modello per l’azione globale di adattamento al cambiamento climatico: “In questo primo anno di attività – riferisce – i progressi sono già significativi“. In Etiopia, grazie anche al Memorandum firmato con l’Italia, si lavora per definire la prima strategia nazionale di investimento per l’adattamento, ma si formalizzano collaborazioni in Senegal, Mauritius, Cambogia e Maldive, in partenariato con i membri del G7 e istituzioni finanziarie.

Ieri mattina è stato pubblicato un tentativo avanzato di compromesso da parte della presidenza brasiliana della Cop30, per trovare un punto di caduta tra ambizione climatica, commercio e finanza. Un secondo testo più conciso è atteso nelle prossime ore. Il Brasile spera di poterlo far approvare in plenaria il prima possibile, obiettivo eccessivamente ambizioso agli occhi di molti.