Cop30, è scontro sui fossili. Hoekstra: “Non escludo che non si trovi accordo”

Dopo l’interruzione per l’incendio, la Cop30 si incaglia del tutto. All’alba, la presidenza brasiliana pubblica una nuova bozza al ribasso che scontenta tutti, nella quale scompaiono tanto la parola ‘fossili’ quanto la creazione della roadmap richiesta da almeno 80 paesi europei, latinoamericani e insulari.

Le reazioni non tardano ad arrivare. L’Europa, con il commissario al Clima Wopke Hoekstra, giudica il documento “inaccettabile” e non esclude che la conferenza si possa chiudere senza un accordo, cosa che non avrebbe precedenti nella storia delle Cop. Nel documento, denuncia il commissario, “non c’è nessuna scienza. Nessun bilancio globale. Nessuna transizione. Solo debolezza. Sarò chiaro: in nessun caso accetteremo niente che sia anche solo lontanamente simile a ciò che è ora sul tavolo”. Dall’altra parte del globo, però, Ursula von der Leyen in conferenza stampa al G20 di Johannesburg pronuncia parole di rottura, come a far mancare il sostegno necessario al commissario per il Clima: “Non stiamo combattendo i combustibili fossili, stiamo combattendo le emissioni prodotte dai combustibili fossili”, afferma.

“Il testo non può rimanere così com’è”, fa eco a Hoekstra il ministro tedesco dell’Ambiente, Carsten Schneider. A opporsi, sottolinea Monique Barbut, ministra francese della Transizione ecologica, sono “India, Arabia Saudita e Russia, affiancate dai paesi emergenti”.

La Colombia, che guida una coalizione di circa 40 Paesi, promette di non lasciare i negoziati senza una dichiarazione in cui si prendano impegni per la roadmap. La conferenza “non può concludersi senza una tabella di marcia chiara, giusta ed equa per abbandonare i combustibili fossili”, sottolinea la ministra dell’Ambiente, Irene Vélez. “Non cerchiamo un documento vuoto”, afferma la ministra, che conferma lo svolgimento della prima conferenza internazionale sull’abbandono delle energie fossili il 28 e 29 aprile a Santa Marta, città costiera nel nord della Colombia, in collaborazione con i Paesi Bassi. Il testo preparato per diventare la dichiarazione finale “non è sufficiente”, concorda il ministro spagnolo per la Transizione ecologica, Sara Aagesen. “Dobbiamo lavorare e abbiamo tempo per migliorarlo”, ha detto.

“La situazione è molto difficile”, ammette Gilberto Pichetto Fratin, assicurando che la Presidenza brasiliana “sta lavorando senza sosta con lo spirito del ‘Mutirao’ come elemento di unione e sforzo collettivo che contraddistingue questa Conferenza”. Per il ministro dell’Ambiente italiano, “è importante che vi sia un segnale politico che emerga da questa Cop per mantenere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi alla nostra portata”. Pensa al paragrafo 28 della decisione del Global Stocktake concordata a Dubai, che, insiste “rimane un punto di riferimento per il nostro lavoro”. Roma lavora per un risultato che sostenga la transizione energetica, portando avanti tutti gli elementi del paragrafo 28 della decisione del Global Stocktake. Quindi, sì al progressivo abbandono delle fonti fossili ma prevedendo al tempo stesso l’uso di carburanti sostenibili. Quanto al capitolo finanza per l’adattamento, “siamo pronti a fare la nostra parte nel contesto delle decisioni che abbiamo adottato lo scorso anno”, assicura il ministro, ricordando che l’Italia è arrivata a Belém con un contributo rafforzato alla finanza per il clima grazie alla mobilitazione congiunta di risorse pubbliche e private.

Siamo qui tutti insieme dopo l’incendio di nei padiglioni che ci ricorda la nostra vulnerabilità condivisa e come sia necessario agire in un momento di crisi“, esorta il presidente della Cop, André Corrêa do Lago, aprendo i lavori della plenaria informale di bilancio. “Abbiamo iniziato quest’anno con molte sfide geopolitiche ed eventi estremi che ci dicono che quello che facciamo qui è estremamente urgente, il mondo ci guarda”. Il presidente invita a non dimenticare che “il consenso è la nostra forza” e che anche se “la sfida è considerevole, perché a casa tutti i nostri governi subiscono molte pressioni”, bisogna preservare il multilateralismo “non pensando a chi vince e chi perde, altrimenti perderemo tutti”. I negoziati vanno avanti a oltranza, ma si va verso i tempi supplementari. Correa do Lago dovrà mettere d’accordo 194 paesi e l’Unione europea, membri dell’accordo di Parigi, per un’adozione dell’accordo per consenso, come previsto dalle regole della Cop.

Cop30, Lula a Belém per spingere sui negoziati. Ue cerca punto di caduta sulle fossili

Ignacio Lula da Silva è arrivato in Amazzonia per spingere l’acceleratore sui negoziati della Cop30. La città di Belém, sede della Conferenza, è blindata dall’alba: uomini dell’esercito e della polizia in tenuta antisommossa vengono schierati in massa, fucili alla mano, intorno ai capannoni dell’Onu e in tutta la città, per l’arrivo del presidente.

Lula vuole chiudere già nelle prossime ore per, ha spiegato, “infliggere una nuova sconfitta ai negazionisti del clima” e dimostrare in Amazzonia che il mondo non ha abbandonato la cooperazione climatica, nonostante il contesto geopolitico. “Tornerò a Belém il 19 novembre per incontrare il Segretario Generale delle Nazioni Unite in uno sforzo congiunto per rafforzare la governance del clima e il multilateralismo. Parteciperò anche a riunioni con vari paesi, rappresentanti della società civile, popolazioni indigene e tradizionali, governatori e sindaci”, ha detto nel messaggio letto dalla ministra dell’Ambiente Marina Silva nel fine settimana.

L’obiettivo del ritorno alla Cop è contribuire alle negoziazioni su temi sui quali le posizioni dei Paesi sono ancora divergenti, come il finanziamento climatico, il divario tra gli obiettivi climatici presentati, il Cbam e le relazioni sulla trasparenza. Ma, soprattutto, Lula vorrebbe che nella dichiarazione finale fosse inclusa una “roadmap” sull’allontanamento dai combustibili fossili.

Le parti iniziano ad appoggiarlo: dei 197 Paesi più l’Ue, sono 82 i favorevoli alla tabella di marcia sponsorizzata dal Brasile. A chiedere una decisione che incoraggi i paesi ad attuare effettivamente l’uscita graduale dai fossili è un fronte composto da decine di paesi europei, latinoamericani e insulari. Si oppone ai paesi produttori di petrolio, che a Belém sono rimasti silenti, ma attivi nelle sale negoziali. Il percorso sembra necessario per mantenere vivo l’obiettivo di 1,5°C perché, come ricordano i Paesi in via di sviluppo, la transizione non può essere giusta se non è programmata, equa e sostenuta finanziariamente. In Europa, l’Italia e la Polonia, primariamente, frenano. Roma è cauta, non ha ancora aderito formalmente ma è aperta ad aderire, alla luce di quello che conterrà la proposta. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin vorrebbe rassicurazioni sul paragrafo 29 della dichiarazione finale della Cop28 di Dubai, che riconosce che i combustibili fossili possono svolgere un ruolo nel facilitare la transizione energetica, garantendo al tempo stesso la sicurezza energetica. Al contrario della Francia, che non ha problemi in termini di sicurezza energetica, grazie al nucleare.

Secondo Parigi, a due giorni dalla chiusura dei lavori, le parti sono ancora “lontane dall’accordo”. Il ministro della Transizione ecologica, Monique Barbut, si dice comunque “più ottimista” rispetto a ieri. Il commissario europeo per il Clima Wopke Hoekstra sostiene di appoggiare l’idea della roadmap, anche se probabilmente sarà definita diversamente: “Per essere chiari, ci piace molto. In Europa potremmo non usare la parola tabella di marcia, ma abbiamo davanti un percorso molto, molto chiaro – spiega -. Si tratta di eliminare gradualmente i combustibili fossili, di assicurarci di passare a un sistema energetico completamente diverso da quello che abbiamo oggi”.

I negoziatori lavorano giorno e notte e, per aiutarli, Lula torna a Belém per incontrare i rappresentanti dei paesi emergenti, poi quelli europei, gli Stati insulari, i rappresentanti delle popolazioni indigene e della società civile. Sul fronte della finanza, gli europei non intendono rivedere il finanziamento dei paesi ricchi a quelli vulnerabili: “ Non prevediamo alcun aumento dei finanziamenti per l’adattamento“, mette in chiaro Darragh O’Brien, ministro irlandese dell’Ambiente. “La discussione sulla finanza sovente acceca la concretezza rispetto alle azioni da svolgere“, media Pichetto, che invita a non perdere di vista i fatti: “Come agiamo a livello mondiale su mitigazione e adattamento? Quali sono i progetti che concorrono a creare l’adattamento?” domanda, rilevando che “la crescita economica e sociale crea le condizioni per raggiungere anche indirettamente gli obiettivi climatici”. Il ministro italiano porta l’Adaptation Accelerator Hub del G7 come modello per l’azione globale di adattamento al cambiamento climatico: “In questo primo anno di attività – riferisce – i progressi sono già significativi“. In Etiopia, grazie anche al Memorandum firmato con l’Italia, si lavora per definire la prima strategia nazionale di investimento per l’adattamento, ma si formalizzano collaborazioni in Senegal, Mauritius, Cambogia e Maldive, in partenariato con i membri del G7 e istituzioni finanziarie.

Ieri mattina è stato pubblicato un tentativo avanzato di compromesso da parte della presidenza brasiliana della Cop30, per trovare un punto di caduta tra ambizione climatica, commercio e finanza. Un secondo testo più conciso è atteso nelle prossime ore. Il Brasile spera di poterlo far approvare in plenaria il prima possibile, obiettivo eccessivamente ambizioso agli occhi di molti.

La Cop30 corre: c’è la prima bozza di compromesso, domani Lula a Belém. Ue fa muro sul Cbam

A Belém si corre più forte che mai. A quattro giorni dalla fine dei lavori della Cop30, la presidenza brasiliana pubblica una prima bozza di compromesso, nonostante le distanze ancora molto evidenti tra i Paesi. E, per imprimere un’accelerazione, Luiz Inácio Lula da Silva arriverà già domani, con i negoziati in corso.

Il piatto dell’intesa non è ricco, per evitare il fallimento della conferenza basterà accordarsi su una roadmap climatica prima di venerdì. Basterà, in un momento di tensioni geopolitiche fortissime, dimostrare che il multilateralismo è vivo.

Papa Leone XIV, in un videomessaggio, chiede però anche “azioni concrete” per affrontare i cambiamenti climatici, deplorando la mancanza di “volontà politica da parte di alcuni” e descrive l’Accordo di Parigi come “lo strumento più potente per proteggere le persone e il pianeta”. Il Papa missionario parla della regione amazzonica come “un simbolo vivente del Creato che ha urgente bisogno di protezione”. “Il creato grida attraverso inondazioni, siccità, tempeste e caldo incessante”, denuncia il Pontefice, ricordando che “una persona su tre vive in una situazione di grande vulnerabilità ai cambiamenti climatici”. Per loro, osserva, “i cambiamenti climatici non sono una minaccia lontana, e ignorarli significa negare la nostra comune umanità”.

Nella seconda settimana di lavori, tutti i ministri dell’Ambiente dei 197 Paesi arrivano in Amazzonia. Oggi gli europei fanno un punto sui negoziati con Wopke Hoekstra. “Il bilancio è contrastante”, confida il commissario per il Clima dopo la riunione di coordinamento, avvertendo che non si tratta di “riaprire i compromessi raggiunti con difficoltà” lo scorso anno in termini di finanziamenti dei paesi ricchi a favore dei paesi in via di sviluppo. Tra i punti controversi, c’è l’inclusione nella bozza di opzioni che alludono a misure “commerciali unilaterali”. Implicitamente, il riferimento è al Cbam, la tassa sul carbonio alle frontiere che l’Ue introdurrà a gennaio e che è stata criticata come protezionistica dalla Cina e da altri paesi esportatori.

Per Gilberto Pichetto Fratin il punto non è negoziabile: “Il Cbam difende i prodotti che entrano nel nostro mercato, per l’Europa è fondamentale”, spiega parlando con i cronisti tra i padiglioni dell’Onu. L’Europa, assicura, “procede compatta”, con “sfumature che dividono”. L’Italia appoggia la proposta brasiliana di una roadmap, spiega, ma “dipende cosa c’è dentro – precisa il ministro -: se la roadmap prevede la chiusura del carbone per tutti al 2035, la sottoscrivo”.

Il testo di compromesso si intitola ‘Mutirão mondiale’, parola indigena che indica una comunità che si riunisce per lavorare insieme su un compito comune. Come a voler dimostrare che la cooperazione internazionale sul clima non si ferma.

Le opzioni sono ancora tante in bozza, il testo dovrà essere perfezionato prima di poter raggiungere un accordo. Per tagliare sui tempi, la presidenza brasiliana ha annunciato che i negoziatori lavoreranno giorno e notte per portare l’accordo in plenaria entro la metà della settimana.

“L’accelerazione del Brasile per una decisione politica è positiva, soprattutto ora che i ministri sono atterrati a Belém”, commenta Luca Bergamaschi, direttore e co-fondatore di Ecco, il think tank italiano per il clima. La voce dell’Europa e dei suoi Stati membri, Italia inclusa, deve però “farsi attiva sulle questioni centrali del negoziato ovvero la pianificazione dell’uscita dai fossili e programmare l’aumento della finanza per l’adattamento”, sottolinea l’esperto. Non c’è nulla di impossibile, confida, e ribadisce: “sarebbe coerente con gli impegni presi finora dall’Italia, incluso il Governo Meloni. Ma c’è bisogno di far sentire il proprio peso e la propria voce se no si rischia lo stallo”.

La bozza di compromesso della presidenza fa riferimento all’accordo di Parigi del 2015 e, per quanto riguarda l’ambizione climatica, propone anche che il rapporto sugli impegni climatici dei paesi possa essere pubblicato ogni anno, anziché ogni cinque. Diverse opzioni fanno anche riferimento alla transizione dalle energie fossili, un punto che spacca i paesi produttori e quelli che vorrebbero una roadmap per uscirne. Il testo, su richiesta dei Paesi del Sud globale, suggerisce di triplicare i finanziamenti dei paesi ricchi a quelli più poveri per il loro adattamento ai cambiamenti climatici, entro il 2030 o il 2035.

Cop30, Pichetto: 3,4 mld in finanza climatica nel 2024. Non ammessi passi indietro

Ambizione e fiducia: così l’Italia partecipa alla trentesima conferenza delle parti sul clima, perché, sottolinea il ministro Gilberto Pichetto Fratin, “a dieci anni dall’Accordo di Parigi non sono ammessi passi indietro“. Nel cuore dell’Amazzonia, Roma porta “la consapevolezza di un Paese che unisce pubblico e privato in un impegno concreto verso la transizione energetica“, con un contributo alla finanza climatica “solido”.

In un anno, nel 2024, l’Italia ha investito 3,44 miliardi in finanza climatica, per le politiche di adattamento. Soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, con infrastrutture sostenibili e soluzioni innovative per la decarbonizzazione, a partire dal trasporto. “Alla Cop29 abbiamo fatto una lunga battaglia e abbiamo terminato molte ore dopo la chiusura ufficiale della conferenza, con l’accordo sui 300 miliardi da investire per il clima a livello mondiale“, ricorda Pichetto Fratin. Gli investimenti fatti in un anno dimostrano per il ministro quanto il governo creda “in tutte le azioni di adattamento da portare avanti“. L’impegno internazionale è tracciato dal Piano Mattei, con un focus particolare sull’Africa. L’obiettivo della Conferenza è anche quello di “costruire partenariati efficaci e garantire che tutti i Paesi, non solo l’Europa, contribuiscano a una transizione giusta”. La bussola resta il negoziato multilaterale, come “chiave per affrontare le sfide presenti e future”, scandisce Pichetto.

Il contributo alla finanza per il clima si è più che triplicato, passando da 838 milioni di euro nel 2023 a 3,44 miliardi nel 2024, di cui 1,67 miliardi di risorse pubbliche e 1,77 miliardi di fondi privati mobilitati attraverso strumenti pubblici. Tra i principali strumenti ci sono il Fondo per il Clima e il coinvolgimento diretto di Sace e Simest in progetti dedicati alla transizione ecologica globale.

Alla Cop30, il Paese punta su soluzioni innovative per la decarbonizzazione, con particolare attenzione ai biocarburanti, per raggiungere un futuro a emissioni nette zero in linea agli Accordi di Parigi e alle decisioni della Cop28 di Dubai. L’Italia ha lavorato fianco a fianco con la Presidenza brasiliana al lancio, durante la PreCop, del ‘Belem 4X Pledge on Sustainable Fuels’ per quadruplicare l’uso globale dei carburanti sostenibili entro il 2035 rispetto ai livelli del 2024, seguendo le indicazioni del report Iea sui carburanti sostenibili. L’iniziativa con Unep e Iea 3Den, che premia soluzioni innovative per l’efficientamento dei sistemi energetici con tecnologia digitale, è stata selezionata da Unfcc come best practice da presentare al padiglione ufficiale della Cop30. Grande attenzione è dedicata anche al coinvolgimento delle giovani generazioni, coinvolti attraverso l’iniziativa ‘Youth4Climate’ e i 150 progetti finanziati per costruire una transizione che sia anche culturale e partecipata.

La presenza italiana alla Cop30 si fonda su un partenariato pubblico-privato che vede la partecipazione di alcune grandi aziende nazionali, tra cui Enel, Ferrovie dello Stato Italiane e BF International, che hanno contribuito alla realizzazione del Padiglione Italia. Il Padiglione è articolato in due spazi complementari dedicati a scienza, tecnologia, comunicazione e innovazione. Lo spazio istituzionale nella Blue Zone ospiterà oltre 50 eventi tematici ed una installazione interattiva a cura di Dotdotdot che racconterà i progetti dell’Italia e delle aziende partecipanti per la transizione energetica. AquaPraça, piazza galleggiante progettata da Cra – Carlo Ratti Associati e Höweler + Yoon Architecture, in partenariato con il ministero degli Esteri e ancorata al Centro Culturale Casa das Onze Janelas, esplora una nuova simbiosi tra architettura e ambiente, sfruttando l’intelligenza naturale e le tecnologie reattive per adattarsi all’innalzamento del livello dell’acqua.

La partecipazione di Enel alla Cop30 come premium sponsor del Padiglione Italia testimonia, l’impegno dell’azienda, a “lavorare in sinergia con il settore pubblico per accelerare una transizione giusta e costruire un sistema energetico accessibile, sicuro e sostenibile”. L’azienda arriva all’appuntamento di Cop30 con una strategia climatica che il Direttore Italia Nicola Lanzetta definisce “tra le più ambiziose”: Il gruppo gestisce una capacità installata di 81 GW, di cui circa 66 GW da fonti rinnovabili e nel 2024 ha portato la quota di elettricità prodotta senza emissioni a oltre l’83%, confermando l’obiettivo di raggiungere l’obiettivo net zero entro il 2040. Anche il Piano Industriale di Enel Italia va nella direzione di abilitare la transizione energetica. Degli oltre 22 miliardi di investimenti, 16 sono destinati alla rete di distribuzione e sei al business integrato per migliorare l’efficienza degli impianti esistenti, sviluppare nuova capacità rinnovabile e di accumulo, accelerando così il percorso verso la decarbonizzazione.

L’impegno di Ferrovie dello Stato sul clima “si manifesta in tutti i settori in cui opera, dalla mobilità, alle infrastrutture, le infrastrutture energetiche e nell’ambito come operatore di trasporto”, rivendica l’amministratore delegato e direttore generale di Trenitalia, Gianpiero Strisciuglio, che ricorda come nell’immaginario comune sia “ovviamente estremamente semplice dedurre come attraverso i più di 6.000 treni che girano quotidianamente sulla rete garantiscano un risparmio importante in termini di milioni di tonnellate di Co2”. Ma in realtà le iniziative sono tante, nuove e innovative. Come il ruolo di Fs Energy, società che nasce con l’obiettivo di occuparsi dell’acquisto e della produzione di energia da fonti rinnovabili; o ancora la rete ferroviaria tra le più elettrificate d’Europa. Recentemente, è stato presentato il nuovo Frecciarossa, realizzato interamente in Italia e con un tasso di riciclabilità dei materiali impiegati superiore al 97%. Al 2027, l’Italia avrà la flotta di trasporto regionale più giovane d’Europa, con un’età al di sotto dei 10 anni.

Green economy, l’Italia primeggia per il riciclo in Europa ma le emissioni diminuiscono lentamente

(Photo credit: Ecomondo)

Lo stato di salute della green economy in Italia registra luci ed ombre. Nel 2024 le emissioni di gas serra diminuiscono troppo poco; aumentano i consumi finali di energia per edifici e trasporti e si importa troppa energia dall’estero; il consumo di suolo non si arresta; la mobilità sostenibile si scontra con 701 auto ogni 1000 abitanti, il numero più alto d’Europa.

Dall’altro lato, la produzione di energia elettrica da rinnovabili è arrivata al 49% di tutta la generazione nazionale di elettricità, l’Italia mantiene il suo primato europeo in economia circolare, l’agricoltura biologica cresce del 24% nel 2024 e le città italiane mostrano vivacità nella transizione ecologica. È questa la fotografia dell’Italia delle green economy contenuta nella Relazione sullo Stato della Green Economy 2025 presentata in apertura degli Stati Generali della Green Economy, il summit verde promosso dal Consiglio Nazionale della Green Economy e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, che si è tenuto in occasione di Ecomondo, a Rimini.

Da una parte, dunque, nel solo 2024 il taglio delle emissioni di gas serra è stato di poco più di 7 milioni di tonnellate, neanche un meno 2% su base annua: un quarto della diminuzione registrata nel 2023, considerando che in Italia il 2024 è stato l’anno più caldo di sempre con oltre 3.600 eventi climatici estremi, quattro volte quelli del 2018. Dall’altra, però, il nostro Paese primeggia in Europa per le performance di circolarità per la produttività delle risorse, cresciuta dal 2020 al 2024 del 32%, da 3,6 a 4,7 €/kg; per il tasso di utilizzo circolare dei materiali, che nel 2023 ha raggiunto il 20,8; per-il tasso di riciclo dell’86% del totale dei rifiuti e per il 75,6% di riciclo degli imballaggi.

“Abbiamo messo al centro di questa edizione un tema cruciale per il nostro paese: conviene o meno all’Italia tornare indietro nella transizione ad una green economy decarbonizzata, circolare e che tutela il capitale naturale? – ha affermato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione Sviluppo SostenibileNoi riteniamo di no, anche alla luce dell’impatto positivo sull’economia italiana avuto con i progetti del PNRR, nei quali è stato rilevante l’aspetto della sostenibilità ambientale. Senza il PNRR, il PIL italiano sarebbe stato in stagnazione o, addirittura, in recessione e sarebbe stato molto difficile contenere il deficit al 3%. Per l’Italia, al centro dell’hot-spot climatico del Mediterraneo, con un aumento delle temperature che corre il doppio della media mondiale, la transizione energetica e climatica è di vitale importanza”.

Luci e ombre, dice il rapporto. Perché se l’’Italia rimane inoltre fra i Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero, cresce però nella produzione di rinnovabili: nel 2024 la produzione ha superato i 130 miliardi di kWh, al 49% della generazione di elettricità, in traiettoria col target del PNIEC, del 70% al 2030. E poi ancora, la e-car non decolla (-13% nel 2024), ma in agricoltura cresce il biologico (+2,4% delle aree certificate); il Il consumo di suolo non si arresta (17,6 ettari al giorno, il terzo valore più alto dal 2012) ma grazie alla partecipazione ad iniziative europee e ai fondi del PNRR, molte città hanno realizzato interventi di mitigazione e di adattamento alla crisi climatica e iniziative dedicate alla transizione ecologica.

“L’Italia, con le sue leadership in settori fondamentali come l’economia circolare, ha le carte in regola per essere nel gruppo di testa di un’Europa che guardi alla transizione in modo realistico e pragmatico. In un contesto complesso sotto il profilo geopolitico e di profondi cambiamenti climatici, il nostro continente deve investire in innovazione, crescita sostenibile e sicurezza energetica. L’Italia delle imprese impegnate nella green economy è un esempio da seguire per l’economia del futuro”‘, ha detto Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.

Nucleare, via libera al ddl Pichetto. Il ministro: “Guardiamo al futuro con realismo”

Il Consiglio dei Ministri ha approvato, in via definitiva, il Ddl Pichetto in materia di energia nucleare sostenibile. “Con questo provvedimento – spiega il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin – l’Italia si dota di uno strumento fondamentale per guardare al futuro con realismo e ambizione. Vogliamo essere protagonisti delle nuove tecnologie, dagli SMR e AMR fino alla fusione, nel quadro della neutralità tecnologica e della transizione energetica europea. Il nucleare sostenibile è una scelta di innovazione, sicurezza e responsabilità verso i cittadini, imprese e verso l’ambiente”.

Il provvedimento è stato già esaminato preliminarmente lo scorso 28 febbraio ed è stato acquisito il parere favorevole della Conferenza unificata. Le Regioni e le Province autonome hanno espresso parere favorevole a maggioranza, condizionato all’intesa sui decreti legislativi attuativi, mentre l’ANCI ha chiesto e ottenuto che i Comuni siano coinvolti nelle consultazioni qualora si proceda all’individuazione ex ante di aree aventi le caratteristiche per ospitare gli impianti, con la valutazione di adeguate misure di compensazione per i territori interessati.

Il testo ha l’obiettivo di intervenire in modo organico sulla produzione di energia da fonte nucleare sostenibile e da fusione, inserendola nel “mix energetico italiano” per raggiungere l’indipendenza energetica e gli obiettivi di decarbonizzazione. Il provvedimento supera le precedenti esperienze nucleari e si concentra sull’uso delle migliori tecnologie disponibili, incluse quelle modulari e avanzate.

Più in particolare, il disegno di legge conferisce al Governo una delega per disciplinare in modo organico l’introduzione del nucleare sostenibile, nel quadro delle politiche europee di decarbonizzazione al 2050 e degli obiettivi di sicurezza energetica. La delega prevede, tra l’altro, l’elaborazione di un Programma nazionale per il nucleare sostenibile, l’istituzione di una Autorità per la sicurezza nucleare indipendente, il potenziamento della ricerca scientifica e industriale, la formazione di nuove competenze e lo svolgimento di campagne di informazione e sensibilizzazione. I decreti legislativi attuativi dovranno essere adottati entro 12 mesi dall’entrata in vigore della legge.

Senza Pnrr crescita ferma, allarme Confindustria: Serve piano triennale da 8 mld

Serve un “piano con visione a tre anni” da 8 miliardi per rifinanziare le misure che hanno funzionato. L’alert parte da Confindustria, che stima una crescita bassa per il 2025 (+0,5%), ma anche per il prossimo anno (+0,7%). La fotografia scattata dal Centro studi è chiara: la “crescita anemica” del Prodotto interno lordo “rende necessario muovere l’Italia”. La buona notizia, però, è che il nostro Paese dovrebbe scendere sotto la soglia del 3% di deficit nel 2026, in modo da avviare l’uscita dalla procedura di infrazione europea. Così come l’inflazione è calcolata in terreno stabile (+1,8% nel biennio) e i consumi in lieve aumento (+0,5% nel 2025 e +0,7% l’anno successivo).

L’attenzione deve comunque restare alta, perché il debito pubblica “continua a salire, a causa della spesa per interessi e degli ulteriori effetti contabili del Superbonus”. La parola d’ordine è investimenti, come insegna il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che ha dato una scossa importante al Paese. La simulazione del Csc rileva effetti positivi sul Pil dello 0,8% nel 2025 e 0,6% nel 2026, rispetto alla variazione nello scenario base (+1,4% cumulato nei due anni), ma “questo significa che la dinamica in assenza di Pnrr sarebbe di -0,3% nel 2025 e di +0,1% nel 2026 (-0,2% nel biennio): non ci sarebbe crescita, ma una stagnazione”. Anche una delle voci di bilancio più fruttuose di questi anni, l’export, rischia un contraccolpo molto serio dalla combinazione di fattori come i dazi imposti dagli Usa e il perdurare delle crisi geopolitiche. Ad oggi, infatti, le esportazioni risultano “la componente più debole della domanda in Italia”, con uno scenario su ritmi vicini allo zero nel 2025-2026 per i beni e servizi. Gli industriali, però, vogliono vedere la luce ma soprattutto la fine del tunnel. “Continuiamo a insistere su un piano che abbia una visione di un piano industriale di 3 anni, perché rispecchia il fatto di avere una continuità di misure”, dice il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. “Non ci accontentiamo dello 0,5-0,6% di crescita, dobbiamo essere ambiziosi e puntare all’1,5-2%”. Come? Confermando misure come Industria 4.0, Transizione 5.0, Decontribuzione Sud, Ricerca e sviluppo (aumentando le risorse) e soprattutto le Zes. In questo senso rassicurano le parole del sottosegretario, Luigi Sbarra: “L’obiettivo è far fare un salto di qualità: da misura con limiti temporali a vera strategia di politica economica e rilancio degli investimento per il Mezzogiorno”.

Dal canto suo Adolfo Urso annuncia che il governo sta lavorando a una rimodulazione di misure (e risorse) sugli strumenti messi in campo finora e che non hanno funzionato come previsto, prevedendo di poter arrivare a rimettere in circolo quasi 30 miliardi di euro che serviranno a sostenere le imprese. Sarebbe una boccata d’ossigeno importante per l’industria, che dovrebbe recuperare quest’anno (+1%) per poi rallentare nuovamente nel prossimo (+0,4%). Intanto, dice il ministro delle Imprese e del Made in Italy, “sino a questo momento sono prenotati dalle imprese circa 2,2 miliardi” di Transizione 5.0 e “calcoliamo che si possa arrivare, a fine anno, a 2,5 miliardi”. Una delle fonti di forte preoccupazione per il mondo produttivo è il costo dell’energia, che in Italia resta alto. Orsini cerca di suonare la carica: “Fa piacere che il disaccoppiamento sia entrato nel vocabolario italiano, ma lo facciamo?”. Il presidente di Confindustria rincara anche la dose: “Non stiamo facendo nulla perché l’energia costi poco”, invece “bisogna fare presto, perché è essenziale che venga pagata come gli altri Paesi, per essere competitivi”. Del resto le nostre aziende ben presto dovranno tornare a competere con colossi come la Germania, che ha messo sul piatto circa 40 miliardi l’anno per rialzare la propria economia. Tra l’altro, questa è l’eventualità che lo stesso Csc auspica, ricordando che per l’Eurozona “cruciale sarà la traiettoria su cui riuscirà a posizionarsi la prima economia dell’area”. L’Ue se la passa maluccio con il macigno dei dazi americani e “investimenti finora molto volatili”.

I consumi invece sono più stabili, ma comunque deboli. Certo, anche il Vecchio continente risente di un calo generalizzato del commercio mondiale, che il Centro studi di Confindustria prevede in crescita moderata quest’anno (+2,8%), per poi frenare nel 2026 (+1,2%). L’incertezza, dunque, “resta su livelli elevatissimi”. Almeno il prezzo del petrolio è stimato in calo, 67 dollari nel 2025 (erano 81 nel 2024) e 62 dollari il prossimo anno. Chi non si fermerà, secondo i calcoli del Csc, sono i Paesi emergenti (+4,1% nel 2025 e +4,2% nel 2026), compresa la Russia che resta a galla con una “crescita moderata” grazie alla partnership con la Cina. Tutte queste ragioni, comprese sempre le tariffe imposte dall’amministrazione di Donald Trump, spingono l’Europa a esplorare nuovi mercati, come il Mercosur, di cui potranno beneficiare soprattutto Germania e Italia. Almeno l’inflazione dovrebbe rimanere stabile, mentre non si prevedono nuovi tagli ai tassi da parte della Bce.

A Bruxelles il quadro è chiaro, come dimostra l’intervento del vicepresidente esecutivo della Commissione Ue, Raffaele Fitto, che parlando delle revisioni dei Pnrr usa la parola “flessibilità”. Spiegando che andrà coniugata anche sul bilancio pluriennale, perché “la rigidità, soprattutto per il modo alle imprese, costituisce un limite enorme. E noi non possiamo compiere scelte, che durano alcuni anni, senza poterle modificare mentre il mondo ci cambia intorno in poche settimane”.

Patto Italia-Usa per l’energia: più Gnl americano e Italia hub Mediterraneo

L‘impegno dell’Italia ad acquistare più gas naturale liquido dagli Stati Uniti è siglato in una dichiarazione congiunta firmata Gilberto Pichetto Fratin e dal segretario all’Interno e presidente del Consiglio nazionale per il dominio energetico della Casa Bianca, Doug Burgum. Nero su bianco, Roma riconosce il “ruolo vitale” del gnl degli States per “assicurare la sicurezza nel settore energetico, soprattutto alla luce del panorama geopolitico in evoluzione e dell’importanza di una fornitura adeguata all’Italia e all’Europa di una cruciale fonte energetica di transizione come il GNL e il gas naturale“. Ma nel documento viene anche riconosciuto il “ruolo strategico” dell’Italia come hub nel Mediterraneo.

Nel dossier, c’è l’impegno per la competitività, con semplificazioni normative, per costruire un futuro in campo energetico “più prospero, sicuro e a prezzi sostenibili in linea con le rispettive priorità, obiettivi e piani dei nostri due paesi, all’interno e all’estero”. Un accordo stretto nell’ottica di diversificazione delle fonti e delle vie di trasporto dell’energia. “È una priorità che il Governo si è data anche per rispondere alla domanda dei nostri cittadini e delle nostre imprese cui dobbiamo garantire energia sicura e sostenibile grazie a prezzi accessibili che sostengano la competitività delle nostre industrie, che resta l’obiettivo centrale anche per l’Europa”, osserva Pichetto, che illustra al segretario Usa le iniziative legislative del Governo per riaprire al nucleare. Il Gnl americano “contribuisce alla sicurezza degli approvvigionamenti anche grazie alla maggiore affidabilità della rotta che conduce dagli Usa all’Italia e all’Europa rispetto ai rischi geopolitici che si registrano su altre rotte”, ribadisce il ministro.

Centrale nella dichiarazione congiunta anche il ruolo dell’intelligenza artificiale per l’ottimizzazione e la sicurezza delle reti energetiche. Uno strumento in grado di “rivoluzionare” il settore dell’energia.

Il segretario americano è anche ricevuto dall’inquilino del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, con cui discute di cooperazione nel settore minerario, di progetti congiunti lungo l’intera catena del valore delle materie prime critiche e di investimenti reciproci. “Vogliamo rafforzare la nostra autonomia attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, per raggiungere un ruolo chiave nella duplice transizione, green e digitale”, spiega Urso. Per l’Italia, Washington può diventare un partner strategico per lo sviluppo della value-chain mineraria: si aprono opportunità di cooperazione con aziende statunitensi attive nel campo dell’estrazione, della raffinazione e del riciclo delle materie prime critiche. Roma ha già adottato una legge in materia per analizzare la domanda e i fabbisogni del Paese e rilanciare il settore minerario del Paese, che conta circa la metà delle 34 materie prime considerate critiche dall’Unione Europea. Una delegazione del Mimit parteciperà alla Conference on Critical Minerals and Materials in programma nei prossimi giorni a Chicago.

In Italia 2 mln rinnovabili. Pichetto: “Cambiamento rapido in atto”

Una crescita continua e senza freni quella delle fonti rinnovabili in Italia. A giugno gli impianti nel nostro Paese hanno toccato i due milioni e a fare la parte del leone sono i fotovoltaici (99%). Appena un quarto di secolo fa, nel 1999, gli impianti termoelettrici o con rinnovabili erano poco più di quattromila. E di questi, appena otto erano fotovoltaici. “Sono numeri importanti. Vuol dire che in 25 anni siamo passati da quattromila impianti a due milioni”, col sistema di generazione elettrica che è slittato “da concentrato a distribuito”, “è un sistema sempre più complesso da gestire ma l’Italia lo sta facendo bene”, spiega Paolo Arrigoni, presidente del Gestore dei servizi energetici (Gse).

Occasione è un docufilm presentato nella sede a Roma alla presenza del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. ‘La transizione possibile‘, il titolo del documentario. E che sia possibile ripensare l’energia del futuro lo dicono i numeri, sempre più incoraggianti. “E’ in corso un cambiamento talmente rapido e forte che va oltre la sensazione. A questa velocità era impensabile”, ammette il ministro. Il Gse si reputa “osservatorio privilegiato” in questo senso, grazie all’attività di soggetto attuatore per la promozione di rinnovabili, efficientamento energetico e sviluppo sostenibile, ma anche per il monitoraggio nazionale. “I progetti crescono sempre di più – sottolinea Arrigoni – e così anche le rinnovabili, specialmente nel trasporto elettrico e termico. Oggi centinaia di migliaia di cittadini e imprese si sono trasformati, da semplici consumatori sono diventati produttori e consumer”.

Simbolo dello sviluppo è il boom delle comunità energetiche rinnovabili, sono oltre 1.700 tra le configurazioni operative e quelle che lo saranno prossimamente. “Sono il simbolo di un cambio di paradigma in atto, uno strumento eccezionale di diffusione di questa cultura. La transizione è un cambiamento sociale, culturale ed economico che chiede il coinvolgimento di tutti”, chiosa il presidente Gse. “Ci sono milioni di famiglie coinvolte – prosegue Pichetto Fratin – ormai è un fatto economico ma anche di pelle industriale”.

La transizione oggi viene vista come strumento “per restare tra i primi dieci al mondo. Per riuscirci dobbiamo costruire quelle condizioni economiche affinché si percepisca che se mi autoproduco energia ho un beneficio, un guadagno”. Altro obiettivo che si può raggiungere attraverso la transizione energetica è risolvere il problema delle aree interne, sfiancate dallo spopolamento progressivo. “Possiamo creare le condizioni per una competitività diversa e mantenere la presenza delle persone. Questo è uno dei percorsi per creare vantaggio competitivo nelle aree interne”, assicura il ministro per cui però bisogna pianificare bene il futuro. Oggi consumiamo infatti 305 miliardi di kilowattora di energia elettrica e “gli analisti prevedono un’esplosione della domanda energia”, si stima un raddoppio nei prossimi 15 anni. “L’unica possibilità che oggi la tecnologia ci offre è il nucleare, non abbiamo al momento una valutazione alternativa. E’ l’unico percorso verso cui si sta indirizzando tutto il mondo, anche chi aveva fatto altre scelte per ragioni ideologiche ora le sta rivalutando, a partire da Spagna. Il futuro è quello”. Infine, sul decreto aree idonee per le rinnovabili, a prescindere da quale sarà l’esito del ricorso al Consiglio di Stato, Pichetto assicura che una revisione del testo sarà effettuata “nel più breve tempo possibile”.

Ok Ue a Energy Release 2.0. Pichetto: Sosteniamo industria e acceleriamo su transizione

Disco verde della Commissione europea all”Energy Release 2.0‘ del Mase a sostegno dei grandi energivori. Bruxelles conferma la compatibilità della misura con le regole del mercato interno e con la disciplina in materia di aiuti di Stato.

“Abbiamo costruito un modello che tiene insieme competitività industriale, transizione ecologica e rigore europeo”, rivendica Gilberto Pichetto Fratin. Il sostegno ai grandi consumatori elettrici, osserva il ministro, “non è un privilegio, ma uno strumento per difendere l’occupazione, rafforzare le filiere strategiche e attrarre investimenti”. Il ministero dell’Ambiente risponde così al grido d’aiuto delle imprese, davanti a un caroprezzi che non sembra arrestarsi, vincolando al tempo stesso l’aiuto pubblico a un impegno industriale e ambientale chiaro: “restituire quanto ricevuto con nuova energia pulita”. Pichetto parla di un confronto con la Commissione Europea “leale e costruttivo”: “È una misura che guarda al futuro e rappresenta un esempio di buona collaborazione tra istituzioni nazionali ed europee”, spiega.

Iniziamo a dare una risposta reale a migliaia di imprese, per contenere i costi energetici e affermare le rinnovabili”, fa eco il ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo cui l’Italia si pone come “apripista in Europa di una misura innovativa, che coglie in pieno la necessità di sostenere le aziende energivore, in un’ottica di decarbonizzazione dei settori produttivi”.

Aiutare le aziende “significa tutelare occupazione, filiere strategiche e crescita. Questo risultato dimostra che è possibile unire supporto economico e responsabilità ambientale per rafforzare la competitività italiana”, sostiene la viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava.

Il provvedimento si articola in due fasi: una prima di sostegno tramite fornitura di elettricità a prezzo calmierato, 65 euro al MWh, e una seconda fase che prevede l’obbligo, per i beneficiari, direttamente o tramite terzi, di restituire integralmente il vantaggio ricevuto attraverso la costruzione o il finanziamento di nuova capacità da fonti rinnovabili.

A seguito delle interlocuzioni con la Commissione sono state introdotte modifiche, tra cui la facoltà offerta agli energivori di trasferire l’impegno alla restituzione e alla realizzazione della nuova capacità a soggetti terzi individuati tramite una apposita asta da parte del GSE. Il meccanismo, basato sull’utilizzo dell’energia rinnovabile già gestita dal GSE e sull’attivazione di nuova capacità green, consente di sostenere le imprese più esposte al caro energia, contribuendo al tempo stesso agli obiettivi di decarbonizzazione, autonomia energetica e transizione giusta.