Mattarella: “Sul clima sforzi insufficienti, in alcuni Paesi manca il senso di urgenza”

L’aumento delle ondate di calore, le inondazioni, la siccità, lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento del livello dei mari. Sono le conseguenze “nefaste” del cambiamento climatico ricordate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso agli studenti dell’università di Nairobi, in Kenya. “Per troppo tempo abbiamo infatti affrontato in modo inadeguato la questione della tutela dell’ambiente e del cambiamento climatico”, ha esordito. “Eppure non da oggi siamo consapevoli di come le attività umane abbiano un impatto sull’ambiente e sul clima: basti pensare alla deforestazione che ha caratterizzato lo sviluppo di tante aree in Europa”. Per il capo dello Stato, “si registra ormai da tempo una drammatica diminuzione della biodiversità, in gran parte legata all’abbattimento delle foreste pluviali equatoriali, con la scomparsa di decine di migliaia di specie viventi ogni anno, una irreparabile perdita di varietà genetica, ecosistemi e habitat”. Questo, con importanti conseguenze sulla dislocazione della specie umana su un pianeta che vede diminuire progressivamente le aree di insediamento. “Si tratti dell’innalzamento delle acque nei mari – che pone a gravissimo rischio la sopravvivenza di numerose isole e delle popolazioni che le abitano – si tratti dell’allargamento progressivo dei fenomeni di desertificazione, si tratti di abbandono di aree marginali – ricorda Mattarella – Il fenomeno dei profughi climatici, oltre che di quelli dei conflitti, è drammaticamente davanti a tutti noi”.

In questi anni nella lotta ai cambiamenti climatici “passi avanti sono stati compiuti” e “gran parte del merito di questa nuova sensibilità va attribuito alla società civile e, in particolare, ai tanti giovani come voi che in tutti i continenti – dall’Africa all’Europa, dall`Asia alle Americhe – mantengono alta la pressione sui Governi e sul settore privato, pretendendo azioni immediate e incisive“. “Con il crescere della minaccia è aumentata anche la consapevolezza dei gravissimi rischi che l’umanità sta correndo. In primo luogo grazie all’opera delle Nazioni Unite nel quadro dell’Agenda 2030 e, soprattutto, del Programma per l’Ambiente – ha detto Mattarella – “Dalla Conferenza di Montreal del 1987 sulla riduzione del “buco dell’ozono”, al Summit della Terra di Rio de Janeiro del 1992, fino al Protocollo di Kyoto e all’Accordo di Parigi del 2015, tanti momenti hanno consolidato la determinazione collettiva nel prevenire gli scenari più catastrofici legati all’innalzamento delle temperature globali. “Lo scorso anno – ha detto Mattarella – qui a Nairobi, nell’ambito dell`Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente è stata raggiunta una storica decisione, che porterà alla definizione di un trattato giuridicamente vincolante per contrastare l’inquinamento derivante dalla plastica. Infine, nei giorni scorsi, alle Nazioni Unite è stato approvato il Trattato che intende proteggere entro il 2030 il 30% delle aree marine”. Per il presidente della Repubblica si tratta di “risultati importanti, che dimostrano come la lotta al cambiamento climatico non sia più trascurata nelle priorità dell’agenda internazionale”.

Ma, ancora, “in segmenti della società e in alcuni Paesi non è presente il senso profondo dell’urgenza e della necessità di interventi incisivi” perché “non si può fuggire dalla realtà”: la riduzione delle emissioni nei tempi e nelle modalità indicate dalla comunità scientifica costituisce un obbligo ineludibile, che riguarda tutti. “Non ci si può cullare nell’illusione di perseguire prima obiettivi di sviluppo economico per poi affrontare in un secondo momento le problematiche ambientali”, è il monito di Mattarella. “Non avremo un ‘secondo tempo’: se vogliamo lasciare alle future generazioni, a voi che mi state ascoltando oggi, un pianeta dove l’umanità possa vivere e prosperare in pace, dovremo compiere, tutti assieme, progressi decisivi nella transizione verso un’economia decarbonizzata”.

Innanzitutto, per il capo dello Stato “è evidente come a tal fine la dimensione del singolo Stato sia assolutamente inadeguata. Solo un’azione collettiva può essere capace di coniugare efficacia e solidarietà per evitare gli scenari catastrofici in atto e quelli che si annunciano. È il momento dell’unità, della coesione, non di divisioni fra Nord e Sud, fra Est e Ovest del mondo”. In questo contesto, “la brutale aggressione della Federazione Russa all’Ucraina sta riportando i rapporti internazionali indietro di ottant’anni, quasi che non ci sia stato, in questo arco di tempo, un mirabile progresso sul terreno della indipendenza, della libertà e della democrazia, della crescita civile di tante nazioni. Siamo cresciuti nella interdipendenza tra i nostri destini e gravissime sono le conseguenze degli atti della Federazione Russa sulla sicurezza alimentare, su quella energetica di tanti Paesi, sulla pace, anche nel continente africano, e nel Medio Oriente”. 

 

Photocredit: Quirinale

Mattarella in Kenya: “Affrontare cambiamenti climatici, non c’è un secondo tempo”

Clima e siccità. Sono due dei temi al centro della visita del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in Kenya. E il capo dello Stato lo sottolinea nella conferenza stampa congiunta a Nairobi con l’omologo William Ruto. Secondo Mattarella “la siccità in questa regione è l’allarmante sintomo delle gravi conseguenze del cambiamento climatico che si avverte ovunque”, anche in Europa. Con ricadute pesantissime anche su altri fronti: “La siccità crea una crisi alimentare che spinge ulteriormente i fenomeni migratori. Vi sono zone in cui non è più possibile la sopravvivenza alimentare a causa della siccità. E questo spinge ulteriormente comprensibilmente i flussi migratori. E’ un tema centrale quello del mutamento climatico”.

Per questo il capo dello Stato esorta “la comunità internazionale a procedere con comportamenti che attenuino e contrastino con efficacia il cambiamento climatico, è la base per lo sviluppo e il benessere per le future generazioni“, con la speranza che la Cop28 a Dubaiabbia a vedere un impegno concreto e crescente per realizzare condizione di comune impegno contro il cambiamento climatico“.

E, se “l’Italia avverte da tempo l’esigenza di un impegno serio, concreto e efficace di contrasto all’inquinamento atmosferico” e ha preso una posizione chiara, visto che “nel Pnrr vi sono a questo riguardo strumenti che saranno utili, e questo è nel programma del governo di impegnarsi nella lotta al cambiamento climatico”, ha però anche di che dispiacersi. “Ci duole – chiosa Mattarella – che alcuni Paesi non si rendano conto che non si può rinviare questo tema a un secondo tempo che non c’è, bisogna affrontarlo adesso con molta determinazione“.

Minopoli (Ass. nucleare): “Bene attivismo industria, atomo serve per target clima”

Oggi Enel e la società di tecnologie nucleari pulite Newcleo hanno firmato un accordo di cooperazione per lavorare insieme sui progetti di tecnologia nucleare di quarta generazione, “che mirano a fornire una fonte di energia sicura e stabile, nonché ridurre significativamente gli esistenti volumi di scorie radioattive, attraverso il loro utilizzo come combustibile per reattori”. Giovedì scorso Eni e CFS (Commonwealth Fusion Systems), spin-out del Massachusetts Institute of Technology (Mit), avevano firmato un altro accordo di cooperazione, con l’obiettivo di accelerare l’industrializzazione dell’energia da fusione. Lunedì scorso invece Ansaldo Energia, Ansaldo Nucleare, Edf e Edison avevano sottoscritto una Lettera di Intenti (Loi), per collaborare “allo sviluppo del nuovo nucleare in Europa e favorirne la diffusione, in prospettiva anche in Italia. Obiettivo dell’accordo è di valorizzare nell’immediato le competenze della filiera nucleare italiana, di cui Ansaldo Nucleare è capofila, a supporto dello sviluppo dei progetti di nuovo nucleare del Gruppo Edf, e al contempo di avviare una riflessione sul possibile ruolo del nuovo nucleare nella transizione energetica in Italia”. Umberto Minopoli, ex numero uno di Ansaldo Nucleare a presidente dell’Associazione italiana nucleare, un anno fa ha pubblicato un libro dal titolo quasi profetico: ‘Nucleare. Ritorno al futuro. L’energia a cui l’Italia non può rinunciare’.

Presidente, questi tre accordi firmati dai big dell’industria italiana, sono una coincidenza o sono un segnale che indica una precisa direzione in Europa?
“Al saltimbanchismo della politica, dove c’è un atteggiamento ipocrita tra chi lo sostiene a parole e tra chi si oppone a parole all’atomo, arriva un bel segnale dalla grande industria pubblica energetica che investe su terza e poi quarta generazione del nucleare. Giusto entrarci oggi. Per questo esprimo grande soddisfazione per le iniziative prese da Ansaldo, Eni ed Enel in questi giorni”.

Vedendo questa accelerazione, viene da pensare che in questi ultimi tre decenni abbiamo perso tempo…
“Usa, Cina, Giappone, Europa stessa… il nucleare non si è mai fermato. Noi abbiamo buttato competenze sistemiche e infrastrutture, quando avevamo una industria nucleare in piedi. Però manifattura, utilities e ricerca non sono uscite dal nucleare come ne è uscito il Paese. Enel ed Ansaldo, insieme ad Enea, hanno continuato a lavorare, oltre che all’estero, anche sul nucleare di quarta generazione. Se Ansaldo può siglare accordi internazionali su reattori veloci raffreddati a piombo, è perché è stata protagonista del lavoro e della ricerca in questi anni. Proprio in questa particolare tecnologia, tra le più promettenti per le prospettive di quarta generazione, abbiamo una leadership con Ansaldo ed Enea”.

Il nucleare in Europa… Quali prospettive ci sono?
“Il nucleare si è fermato in soli due Paesi: l’Italia, che 36 anni fa chiuse le centrali senza aspettare che giungessero alla fine del ciclo vita, mentre la Germania forse le chiuderà a fine 2023 lasciando comunque che impianti arrivino al termine del ciclo produttivo. Gli altri Paesi invece non hanno chiuso un bel niente, anzi hanno rilanciato i programmi nucleari, cambiando in alcuni casi l’impegno che si erano dati dopo Chernobyl, penso al Belgio o alla Svezia”.

La Francia è protagonista del nucleare europeo. Ha avuto però difficoltà lo scorso anno con la produzione elettrica, problemi che sembrano continuare. Centra con l’invecchiamento delle centrali?
“La Francia non ha mantenuto l’obiettivo di produzione elettrica perché alle manutenzione ordinarie, si è sommato un problema tecnico specifico su 8 centrali per l’usura di alcuni circuiti, che su impegno dell’autorità di sicurezza, sono stati sostituiti. Edf ha però annunciato che tutte le centrali in manutenzione torneranno attive entro fine marzo, e su quelle 8 centrali dove c’è corrosione di alcuni circuiti si sta procedendo alla sostituzione. La Francia, a differenza della Germania, ha deciso il rilancio di programmi costruttivi e di nuove centrali, una scelta programmata per rilanciare il ciclo vita delle centrali che giungono alla conclusione del proprio ciclo programmato. Il programma di rilancio non è comunque una cosa di qualche mese o di qualche anno, certo che è che con questi progetti si allunga di decenni il ciclo di vita degli impianti”.

La crisi del gas ci ha fatto capire che dovremmo essere meno dipendenti da materie prime extra-europee. Con le auto elettriche si rischia una dipendenza simile. Con l’uranio c’è lo stesso pericolo?
“Assolutamente no, l’uranio incide nel conto economico di una centrale per il 5%, non è come il gas o il carbone che incidono per il 70% e più. Poi l’uranio viene utilizzato in termini molto parchi, a differenza di carbone, petrolio, olio combustibile. Con un grammo di uranio si produce l’energia realizzata da 3500 tonnellate di carbone o combustibili fossili. L’importazione di uranio inoltre non dipende da Paesi cosiddetti a rischio, ma da Canada e Australia, precisando che comunque l’uranio non si importa come materia prima, ma come combustibile pre-confezionato, incamiciato nei cosiddetti elementi combustibili delle centrali. Ultimo, la disponibilità uranio è pressoché infinta, poiché la domanda è sempre molto bassa. Anche un certo numero di centrali aggiuntive non raggiungerà mai l’offerta esistente già oggi sul mercato della disponibilità dalle miniere da cui viene estratto. E c’è dell’altro…”

Dica pure.
“Con le nuove tecnologie di cui si sta parlando cambierà l’uso dell’uranio… La massa che si mette nella centrale viene sfruttata ora all’1%. Con i nuovi reattori la percentuale di sfruttamento diventa del 25-30% della massa che si utilizza e con la quarta generazione i reattori saranno in grado di sfruttare gli stessi rifiuti che produce il combustibile. Ora i rifiuti vengono accantonati per essere smaltiti e stoccati, nella quarta generazione i reattori useranno il rifiuto che adesso viene tolto”.

Presidente, è possibile raggiungere gli obiettivi climatici senza nucleare?
“Qualsiasi ente internazionale autorevole o centro studi dice che i target climatici al 2030 e al 2050 sono irraggiungibili con le sole rinnovabili. L’Europa ha deciso a febbraio 2022 l’allargamento delle fonti energia che andavano incentivate, la cosiddetta tassonomia, al nucleare e al gas con cattura Co2. Questa è la prova che, senza nucleare, l’Europa non sarà in grado di raggiungere i target climatici 2030-2050. Ecco perchè si è riaperta discussione su nucleare in Europa”.

 

(Photo credit: AFP)

Italia indietro sui Piani urbani di adattamento climatico

L’Italia è abbastanza indietro, su scala europea, sul fronte dei Piani di adattamento ai cambiamenti climatici, sia in termini di numero di Piani urbani sviluppati, sia in termini di qualità. E’ quanto emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista ‘Nature Npj Urban Sustainability’, curato da un gruppo di ricerca multidisciplinare coordinato dall’Università di Twente (Olanda) a cui hanno partecipato studiosi di vari stati europei, tra cui l’Italia con l’Istituto di metodologie per l’analisi ambientale del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Imaa) di Tito Scalo (Potenza) e con il Dipartimento di ingegneria civile, ambientale e meccanica dell’Università di Trento.

I Piani di adattamento climatico rappresentano uno degli strumenti più efficaci a disposizione di Paesi, regioni e comuni per definire misure e azioni a livello territoriale per affrontare la sfida ai cambiamenti climatici e mitigarne l’impatto. Ma come valutarne la qualità e il grado di “progresso”? Quali criteri possono definirne l’efficacia, tanto nel contesto locale quanto in quello nazionale e internazionale? A queste domande ha cercato di rispondere lo studio, in base al quale il giudizio sull’Italia non è proprio lusinghiero. Tra le 32 città italiane incluse nel campione, spiega la ricercatrice Monica Salvia del Cnr-Imaa, “risulta che solo due città – Bologna e Ancona – avevano nel 2020 un Piano di adattamento: una situazione che, probabilmente, risente dell’assenza di un quadro di riferimento nazionale per supportare la definizione di strategie e Piani locali e regionali: il Piano nazionale di adattamento è infatti ancora in fase di adozione”.

Dopo l’Accordo di Parigi del 2015, è cresciuto l’interesse di studiosi e governanti verso la valutazione dei progressi dei Piani di adattamento ai cambiamenti climatici alle diverse scale: in questo contesto, però,” manca una metodologia univoca per valutarne la qualità e verificarne i progressi nel tempo”, dice Salvia. I ricercatori, quindi, hanno per la prima volta definito un indice di qualità, l’ADAptation Plan Quality Assessment (ADAQA), “che ci ha permesso di identificare i punti di forza e di debolezza dei processi di pianificazione dell’adattamento urbano nelle città europee”.

Dallo studio, però, emerge che i Piani presentano carenze nel livello di partecipazione pubblica al loro processo di definizione(17%), e nella definizione delle fasi di monitoraggio e di valutazione (20%). “Tuttavia – spiega la ricercatrice – la situazione è in continua evoluzione e in rapido cambiamento: monitorare lo stato di avanzamento delle politiche di adattamento nei prossimi anni sarà utile per capire se, e a che ritmo, le città europee (e italiane) si stanno muovendo verso la definizione di Piani sempre più completi e capaci di rafforzare la resilienza dei loro territori”.

L’indice è stato, quindi, calcolato per i 167 Piani di adattamento adottati tra il 2005 e il 2020 in un campione rappresentativo di 327 città medie e grandi di 28 Paesi europei, per valutarne la qualità e l’evoluzione nel tempo. Esaminando le diverse componenti dei Piani, si nota che le città sono migliorate soprattutto nella definizione degli obiettivi di adattamento e nell’identificazione di misure e azioni nei diversi settori. La capitale bulgara Sofia e le città irlandesi di Galway e Dublino hanno ricevuto i punteggi più alti per i loro Piani.

Fridays for future tornano in piazza: oggi sciopero globale per il clima

Un nuovo governo, una nuova segretaria del Partito democratico, nuove decisioni europee e nuove scelte politiche globali. A sei mesi dallo sciopero di settembre, oggi il movimento globale Fridays for Future torna in piazza con un nuovo slogan ‘La nostra rabbia è energia rinnovabile‘.

I cortei sono previsti a livello internazionale mentre in Italia manifestazioni sono state organizzate in oltre 50 città. “Dopo un periodo complesso, torniamo con un messaggio chiaro, come recita lo slogan che abbiamo scelto, ‘La nostra rabbia è energia rinnovabile’ perché vogliamo essere ascoltati: è urgente sbloccare le rinnovabili”, spiega a GEA Agnese Casadei, una degli otto portavoce. Il movimento ha infatti eletto il nuovo coordinamento formato ora da Ester Barel, Agnese Casadei e Giacomo Zattini, Marta Maroglio, Marco Modugno, Marzio Chirico, Alessandro Marconi , Davide Dioguardi. “Uno degli strumenti che aiuta molti ragazzi a incanalare la rabbia e la paura nata negli ultimi due anni è l’idea di trasformare questi sentimenti in un impegno positivo come quello per il clima”, continuano i Fridays.

A Verona, un gruppo di cittadini e cittadine ha bloccato il traffico sotto l’orologio di Corso Porta Nuova esponendo uno striscione con la scritta “La finanza fossile è un crimine. Crisi umanitaria, economica, alimentare ed ecologica”. All’iniziativa, organizzata da Ultima Generazione nell’ambito della campagna ‘Non paghiamo il fossile’, hanno preso parte due persone aderenti a Ultima Generazione, tre di Extinction Rebellion Verona, una persona aderente a Scientist Rebellion e una di Fridays for Future in supporto.

Un tema, la crisi climatica, su cui si stanno concentrando le politiche di molti governi, “che cercano di correre ai ripari dopo anni di immobilismo e, in molti casi, di negazione del problema”, aggiunge Agnese. Un esempio su tutti la siccità: “Quello che è emerso ieri dal primo tavolo sull’acqua è solo normale amministrazione. Bene, certo, che vi sia una cabina di regia ma in Italia da sempre i governi si sono mostrati incapaci a gestire le emergenze climatiche, anche in termini programmatici e strutturali. Se si fosse ragionato per tempo, alle prime avvisaglie, forse ora non si avrebbe una situazione così drammatica”.

Per il movimento, nato sulla scia delle proteste dell’attivista svedese Greta Thunberg, è questo il decennio in cui attuare la transizione ecologica. Non c’è dunque solo la “rabbia per tutto quello che poteva essere fatto” dai governi o dalle aziende. “Questo sentimento si vuole incanalare in soluzioni concrete, suggerite dalla scienza”, continua la portavoce. Quindi, “da tempo chiediamo di produrre 10 gigawatt l’anno da fonti rinnovabili perché è fattibile ma invece, come risposta, si fanno passi indietro”, spiega Agnese. A partire dal piano energetico del governo Meloni che “continua a puntare sul gas, senza oltretutto parlare mai apertamente della necessità di tassare gli enormi profitti delle multinazionali dell’oil and gas e delle aziende fossili”. Sull’opposizione invece sospende ancora il giudizio: “Staremo a vedere cosa Elly Schlein riuscirà a fare”.

Per Fridays for Future la situazione attuale ha messo sotto i riflettori i veri responsabili del collasso climatico: “Il 3 marzo denunceremo coloro che stanno estraendo risorse e profitti estremi quando migliaia di famiglie sono in condizioni di povertà energetica”. Nel mirino degli ambientalisti ci sono aziende fossili e colossi del petrolio e del gas. “Non vogliamo – continua la portavoce – che a pagare le conseguenze della crisi climatica, ma anche di quella energetica, siano le persone più in difficoltà, sia a livello nazionale sia globale. Ora vogliamo risposte”.

Ogni gruppo porterà per le strade le rivendicazioni nazionali secondo l’Agenda climatica pensata per le elezioni di settembre 2022: energia rinnovabile e Comunità energetiche; mobilità sostenibile e cura del ferro; sussidi ambientalmente dannosi e bombe climatiche; transizione ecologica e sostenibilità economica; giustizia sociale ed eco-transfemminismo. La protesta, infatti, è organizzata insieme alla galassia femminista, che vedrà un altro appuntamento e un’altra manifestazione il prossimo 8 marzo. “In molte parti del mondo, le donne sono le uniche e sole a subire gli effetti della crisi climatica – spiega Agnese – noi chiediamo leggi sull’autodeterminazione dei corpi e civiltà più educate, nel senso di accesso all’istruzione anche per le donne”.

Tra le istanze dello sciopero ci saranno poi anche il diritto a città più vivibili e meno inquinate, con il contributo di una mobilità pubblica più efficiente. “le città diventano sempre più invivibili con temperature estreme e stili di vita non consoni a una vita basata sul benessere personale e collettivo”, conclude Agnese, ricordando che per il movimento non esiste una mobilità sostenibile senza passare da investimenti “seri e capillari” sul trasporto pubblico urbano.

Meteo, la trottola ciclonica? Indizio del cambiamento climatico

Nella giornata in cui il movimento Fridays For Future scende in piazza per lo sciopero globale del clima, il meteo diventa un altro indizio del profondo cambiamento. L’attuale ciclone mediterraneo, che vaga da giorni sul Mar Tirreno, come ricorda Antonio Sanò, fondatore del sito www.iLMeteo.it, ne è un esempio. “Dopo il Medicane, l’Uragano Mediterraneo che ha colpito la Sicilia esattamente tre settimane fa – spiega – un altro ciclone dai connotati simil-tropicali sta interessando, da numerosi giorni, gran parte dell’Italia”.

Questi Tropical Like Cyclones o uragani mediterranei, sono favoriti dal riscaldamento globale, così come l’aumento dell’intensità delle precipitazioni, la durata dei periodi siccitosi e, come sappiamo bene ma ce lo scordiamo in inverno e il dramma del caldo soffocante dell’estate italiana. “Potremmo dire, infatti – dice Sanò – che mancano solo due mesi al caldo africano: un anno fa, la prima ondata di calore colpì l’Italia dal 10 maggio; se quest’anno 2023, come indicato dalle previsioni stagionali, risulterà ancora più caldo dell’anno record 2022, non è impossibile confermare il via dell’estate tra circa 60 giorni”.

E con i cambiamenti climatici anche questo ennesimo ciclone mediterraneo, dai connotati tropicali, potrà avere ancora vita lunga, in particolare al Sud con maltempo per altre 36-48 ore. Negli ultimi giorni, lo stesso vortice simil-tropicale ha portato la neve sulle spiagge di Ibiza, qualche fiocco a Bologna, Modena e ha scaricato temporali intensi, fuori stagione, dalla Sicilia all’Albania e fino alla Grecia.

Nelle prossime ore “prestiamo dunque attenzione – dice l’esperto – agli effetti di questo TLC, Tropical Like Cyclone, questa trottola dai connotati tropicali con venti forti e piogge intense: le zone più colpite saranno quelle tra le Isole Maggiori ed il versante ionico, con possibili nubifragi in risalita dal Nord Africa. Nel frattempo al Nord tornerà a splendere il sole”. Il tempo del primo weekend di marzo vedrà dunque ancora residua instabilità al Sud, mentre al Centro-Nord il cielo sarà sereno o poco nuvoloso tranne addensamenti il sabato tra Marche, Abruzzo e Molise e la domenica tra Liguria di Levante ed Alta Toscana.

Proteste a Oslo contro parchi eolici nelle terre Sami: Greta Thunberg fermata e poi rilasciata

Instancabile oppositrice dei combustibili fossili, la svedese Greta Thunberg sta sostenendo da giorni, con tutto il suo peso mediatico, la battaglia condotta dai Sami in Norvegia per ottenere la demolizione delle turbine eoliche dichiarate illegali perché invadono i pascoli delle renne. Avvolta in una sciarpa e un cappello, una bandiera sami in mano, l’attivista è stata portata via con la forza da due poliziotte mercoledì mattina mentre bloccava l’ingresso del Ministero delle Finanze a Oslo in compagnia di una decina di attivisti, anch’essi allontanati.

Mobilitati da giovedì scorso, prima occupando poi bloccando i ministeri, gli attivisti Sami, popolo indigeno dell’Artico, chiedono la demolizione di due parchi eolici ancora in funzione a Fosen, nell’ovest del Paese, nonostante una sentenza del tribunale emessa da oltre 500 giorni ne abbia dichiarato l’illiceità.  La Corte Suprema norvegese aveva stabilito nell’ottobre 2021 che i due parchi eolici violavano il diritto delle famiglie Sami di praticare la loro cultura, vale a dire l’allevamento delle renne, senza rispettare il testo delle Nazioni Unite relativo ai diritti civili e politici. Ma la massima corte del Paese non si era pronunciata sulla sorte delle 151 turbine che, poco più di 500 giorni dopo, sono ancora in funzione. Con dispiacere delle sei famiglie Sami che usavano questa terra come pascolo invernale per le loro mandrie. Con circa 100.000 membri sparsi tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia, la popolazione Sami ha vissuto a lungo principalmente di pesca e di pastorizia semi-nomade delle renne. Secondo gli allevatori, il rumore e la forma delle turbine spaventano i loro animali. Ora, attraverso anche la voce della musicista Ella Marie Haetta Isaksen, gli attivisti promettono di “bloccare lo Stato” norvegese fintanto che le turbine rimarranno al loro posto. A loro si è aggiunta da domenica Greta Thunberg.

Continuerò a partecipare alle proteste“, ha dichiarato al quotidiano Verdens Gang, dopo essere stata allontanata dall’ingresso di un altro ministero, quello del Clima e dell’Ambiente. Né lei né gli altri attivisti sono stati arrestati. Mettendo da parte la sua crociata contro i combustibili fossili, Greta ha quindi prestato la sua voce alla mobilitazione contro queste turbine eoliche. “Non possiamo usare la cosiddetta transizione climatica come copertura per il colonialismo”, aveva spiegato lunedì al canale TV2. “Una transizione climatica che viola i diritti umani non è una transizione climatica degna di questo nome”, ha affermato. Spesso vestiti con i tradizionali costumi blu e rossi, gli attivisti riuniti in questi giorni a Oslo si sono incatenati davanti alle porte dei ministeri con catene e lucchetti forniti, secondo i media locali, da un club di BDSM (bondage, dominazione, sadismo, masochismo). Criticate per la loro presunta lentezza, le autorità norvegesi si sono impegnate a rispettare la sentenza della Corte Suprema e hanno ordinato ulteriori perizie nella speranza di trovare meccanismi che consentano la coesistenza di produttori di elettricità e allevatori di renne. “Il ministero farà del suo meglio per aiutare a risolvere questa questione e che non ci vorrà più tempo del necessario“, ha fatto sapere il ministro del Petrolio e dell’Energia Terje Aasland.

Alluvione

Allarme degli scienziati: “Il mondo non è preparato per i disastri climatici”

Il mondo non è abbastanza preparato ad affrontare le catastrofi e i governi troppo spesso reagiscono solo a posteriori. E’ quanto emerge da un rapporto del Consiglio scientifico internazionale, che comprende decine di organizzazioni scientifiche, che invita a ripensare la gestione del rischio. Nel 2015, la comunità internazionale ha adottato gli obiettivi di Sendai per ridurre le vittime e i danni entro il 2030 investendo nella valutazione del rischio, nella riduzione del rischio e nella preparazione alle catastrofi, che si tratti di terremoti o di disastri legati al clima e aggravati dal riscaldamento globale. Ma “è altamente improbabile” che gli obiettivi vengano raggiunti, afferma il rapporto.

Dal 1990, più di 10.700 disastri (terremoti, eruzioni vulcaniche, siccità, inondazioni, temperature estreme, tempeste, ecc.) hanno colpito più di 6 miliardi di persone in tutto il mondo, secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di disastri. In cima alla lista ci sono le inondazioni e le tempeste, moltiplicate dai cambiamenti climatici, che rappresentano il 42% del totale. Queste catastrofi a cascata “minano i progressi faticosamente ottenuti in termini di sviluppo in molte parti del mondo“, si legge nel rapporto. Ma “mentre la comunità internazionale si mobilita rapidamente dopo disastri come i terremoti in Turchia e in Siria, troppo poca attenzione e pochi investimenti sono diretti alla pianificazione e alla prevenzione a lungo termine, che si tratti di rafforzare le norme edilizie o di istituire sistemi di allarme“, commentato Peter Gluckman, presidente del Consiglio, in un comunicato.

Le molteplici sfide degli ultimi tre anni hanno evidenziato la necessità fondamentale di una migliore preparazione per i disastri futuri“, dichiara Mami Mizutori, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio. “Dobbiamo rafforzare le infrastrutture, le comunità e gli ecosistemi ora, piuttosto che ricostruirli in seguito“. Il rapporto richiama quindi l’attenzione su un problema di allocazione delle risorse. Ad esempio, solo il 5,2% degli aiuti ai Paesi in via di sviluppo per la risposta alle catastrofi tra il 2011 e il 2022 è stato dedicato alla riduzione del rischio, mentre il resto è stato destinato ai soccorsi e alla ricostruzione dopo l’evento. Il Consiglio chiede inoltre di diffondere l’uso di sistemi di allerta precoce, osservando che un preavviso di 24 ore di una tempesta potrebbe ridurre i danni del 30%.

Attivisti bloccano traffico a Milano: “Stop a combustibili fossili”

Questa mattina intorno alle 9 cinque esponenti di Ultima Generazione hanno bloccato il traffico in Via Luigi Sturzo a Milano, sedendosi sull’asfalto e reggendo due striscioni con scritto ‘Non paghiamo il fossile’ e ‘Stop sussidi ai fossili’. Per tutta la durata dell’azione hanno dialogato con gli automobilisti presenti, discutendo della gravità della situazione climatica corrente e “dell’inaccettabilità dell’inazione della Politica per contenerne i danni”. Il blocco è stato sciolto per fare passare un’ambulanza a sirene spente, coi soli lampeggianti accesi. Alle 9.30 è arrivata sul posto la prima auto dei carabinieri, poi i manifestati sono stati portati via. “Scendo in azione, rischiando la mia fedina penale – ha detto Martina, una dei manifestanti – perché non è normale accettare la crisi climatica ed ecologica come qualcosa di certo e inevitabile, quando sappiamo bene che è causata dalle attività umane, e dal continuo investimento dei nostri governi nelle fonti fossili di energia. Insieme abbiamo la possibilità di arrestare questa ingiustizia”.

Per Ultima Generazione “non è più rinviabile una svolta radicale di metodo e di merito: è necessario dirottare queste risorse pubbliche in investimenti per energie rinnovabili e in piani strategici di riassetto e salvaguardia del territorio, prevenzione e mitigazione idraulica ed idrogeologica”. 

Ho deciso di prendere parte alla campagna Non paghiamo il fossile’ e di partecipare alle loro azioni, per dare il mio piccolo contributo alla causa ambientale nei metodi che ritengo più giusti.  Ho capito che potevo fare di più ed è stata la mia coscienza a guidarmi”, ha detto Gaetano, 20 anni, oggi alla sua prima azione per la campagna di disobbedienza civile.

 

Attivisti bloccano operazioni terminal jet privati a Malpensa

Nuova azione di protesta da parte degli attivisti ambientalisti contro i jet privati. Questa mattina alle 10 venti persone, fra le quali scienziati, accademici, studenti di scienze e sostenitori, hanno bloccato le operazioni dell’aeroporto Malpensa Prime di Milano, dove atterrano e decollano i jet privati. La protesta, alla quale hanno partecipato Scientist Rebellion, Extinction Rebellion e Ultima Generazione, rientra nella campagna ‘Make them pay’, promossa da Scientist Rebellion, Extinction Rebellion e Stay Grounded a livello internazionale, volta a mettere in luce come l’uso dei jet privati da parte dell’1% della popolazione stia producendo effetti devastanti sul clima.

L’iniziativa di Milano non è un caso isolato: nella giornata di oggi a livello mondiale in circa 10 Paesi hanno avuto luogo azioni simultanee analoghe il cui bersaglio sono stati gli aeroporti di jet privati. A Milano, spiegano in un comunicato gli attivisti, la protesta è stata messa in atto attraverso più tattiche di disturbo delle attività dell’aeroporto: un blocco dell’accesso ai parcheggi automobilistici della struttura, l’imbrattamento delle vetrate del terminal. Dieci cittadini in protesta hanno inoltre fatto ingresso sulla pista dell’aeroporto sedendosi e incollando le proprie mani sull’asfalto di fronte a un jet parcheggiato. “San Valentino è il giorno dell’anno con il maggior numero di voli di jet privati per spostamenti non lavorativi, quindi non essenziali. Non possiamo più accettarlo, siamo in una situazione di emergenza climatica, bisogna agire di conseguenza”, dice Lorenzo, attivista di Scientist Rebellion. Le persone coinvolte sono state allontanate dall’aeroporto e portate via dalla polizia.