Emergenza clima: i ghiacciai si ritirano. Legambiente: “Piano adattamento entro fine anno”

Irriconoscibili, spogli, crepati. Così sono i ghiacciai dopo l’estate più calda di sempre. “Siamo tornati su quelli che avevamo osservato due anni fa, vista l’annata particolarmente pesante. Abbiamo ritrovato un’emorragia di ghiaccio, torrenti gonfi e contemporaneamente siccità dappertutto, laghi scomparsi. La Marmolada è diventata una regina nuda, completamente scoperta dal ghiaccio“, racconta Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente, presentando il report finale ‘Carovana dei ghiacciai’ del Cigno verde.

La crisi climatica corre più veloce che mai, “a un ritmo impensabile anche dagli stessi esperti“, avverte il presidente nazionale, Stefano Ciafani. Le montagne sono la sentinella principale dei cambiamenti. I pascoli secchi intorno ai ghiacciai non riescono a stoccare l’anidride carbonica: “C’è stata una riduzione di stoccaggio del 30-40%”, denuncia Bonardo.

Dalla tragedia della Marmolada, all’alluvione delle Marche, fino alla frana di Ischia: nell’anno più drammatico per il Paese, Legambiente torna a chiedere con urgenza “una reale governance del territorio e dei rischi“, sollecita strategie adeguate e piani di adattamento al clima su scala regionale e locale, a tutela dei territori e delle comunità: “E’ fondamentale che il Governo Meloni approvi il Piano di adattamento climatico entro fine anno come annunciato e metta in campo gli strumenti e le risorse per attuarlo nel prossimo futuro. È altrettanto fondamentale procedere speditamente allo sviluppo delle politiche di mitigazione, partendo dall’aggiornamento del PNIEC agli obiettivi del programma europeo RePower EU”, afferma il presidente, Stefano Ciafani.

Il piano di adattamento ai cambiamenti climatici resta una “priorità assoluta” per il governo, assicura il ministro per il mare e la protezione civile, Nello Musumeci: “E‘ una vergogna che dopo sei anni non sia stato ancora reso operativo”, denuncia. “Non puoi fare prevenzione se non hai prima la previsione. Io non vado alla ricerca di responsabilità, dico soltanto di recuperare il tempo impegnato. Quando si ha nelle mani un piano di previsione che può mettere in pericolo la sicurezza di un territorio, si lavora anche di notte pur di arrivare ai tempi necessari e sei anni su questo strumento di previsione sono già tanti“.

Quanto ai ghiacciai, nello specifico, sulle Alpi Occidentali c’è in media un arretramento frontale annuo di circa 40 metri. Importante è il ritiro di 200 metri della fronte del Ghiacciaio del Gran Paradiso. I ghiacciai del Timorion (in Valsavaranche) e del Ruitor (La Thuile) con una perdita di spessore pari a 4,6 metri di acqua equivalente, registrano la peggiore perdita degli ultimi ventidue anni. Il Miage, in 14 anni, ha perso circa 100 miliardi di litri di acqua: il suo lago glaciale appare e scompare, negli ultimi tre anni in maniera sempre più rapida e repentina (in passato si verificava circa ogni 5/10 anni). ‘Sorvegliati speciali’ i ghiacciai Planpincieux e Grandes Jorasses in Val Ferret per il rischio di crolli di ghiaccio che potrebbero coinvolgere gli insediamenti e le infrastrutture del fondovalle. Nel settore centrale delle Alpi, emblematico il Ghiacciaio del Lupo che, solo nel 2022, nel suo bilancio di massa registra una perdita del 60% rispetto a quanto perso nell’arco di 12 anni. Il Fellaria perde in 4 anni quasi 26 metri di spessore di ghiaccio. Tra i fenomeni di collasso delle fronti spicca quello del Ghiacciaio del Ventina (Gruppo del Monte Disgrazia), che in un anno ha perso 200 metri della sua lingua. Per quanto concerne le Alpi Orientali, del grande Ghiacciaio del Careser (Val di Pejo), rimangono placche di pochissimi ettari, la sua superficie si è ridotta dell’86%. Numerosi gli arretramenti delle fronti, in gran parte dovuti alla cesura delle parti frontali, oltre un chilometro per la Vedretta de la Mare e a 600 metri per il Ghiacciaio di Lares (Gruppo dell’Adamello). E il Ghiacciaio della Marmolada tra quindici anni potrebbe scomparire del tutto, dopo che nell’ultimo secolo ha perso più del 70% in superficie e oltre il 90% in volume. In linea con gli altri due settori le perdite di spessore registrate per i ghiacciai di Malavalle e della Vedretta Pendente. Unica eccezione è il Ghiacciaio Occidentale del Montasio, piccolo ma resistente che, pur avendo subito in un secolo una perdita di volume del 75% e una riduzione di spessore pari a 40 metri, dal 2005 risulta stabilizzato, in controtendenza rispetto agli altri ghiacciai alpini.

Clima, grande assente sul piccolo e grande schermo

Sia in tv sia al cinema, la fiction ha dimostrato il suo potere di cambiare e indirizzare il comune sentire in molti ambiti. Relativamente poco, però, se si parla di cambiamento climatico. Su un totale di 37.453 sceneggiature cinematografiche e televisive analizzate dai ricercatori della University of Southern California (Usc), infatti, solo 1.046 (ovvero il 2,8%) includevano parole legate al clima e solo lo 0,6% menzionava specificamente il “cambiamento climatico”.

“La stragrande maggioranza dei film e degli spettacoli che guardiamo sono ambientati in una realtà parallela in cui il cambiamento climatico non esiste, il che lascia l’illusione agli spettatori”, spiega Anna Jane Joyner, fondatrice di Good Energy, specializzata nella consulenza agli sceneggiatori sul tema del clima. Tuttavia, la narrativa è stata una leva potente per rompere i tabù e cambiare la mentalità, ad esempio sulle questioni dell’omosessualità e della parità di genere. “Gli autori che si preoccupano del cambiamento climatico possono pensare che il pubblico non sia sensibile a questo fenomeno, ma non è così”, aggiunge Erica Rosenthal, della University of Southern California. Nella sua ricerca Rosenthal ha studiato come gli spettatori formino relazioni “para-sociali” con i personaggi dello schermo che li rendono consapevoli di nuove idee e possono portarli a cambiare idee e comportamenti, ad esempio in materia di immigrazione o controllo delle armi. “Molte persone sono profondamente preoccupate per il cambiamento climatico, ma ne parlano appena”, aggiunge Anna Jane Joyner. “Anche se viene menzionato solo di sfuggita in un programma che ci piace, in modo inconscio, convalida il fatto che questa preoccupazione è normale”, un prerequisito fondamentale per arrivare all’azione.

Ma attenzione, a volte le buone intenzioni possono essere controproducenti. Le insidie principali sono due: la visione apocalittica, che può risultare demotivante, e i personaggi bigotti, che assillano gli altri a rinunciare alla loro auto di grossa cilindrata o alle cannucce di plastica. “A nessuno piace essere rimproverato”, osserva Joyner. Le azioni semplici possono essere più utili: per esempio vedere persone che esprimono preoccupazione per il clima, che prendono i trasporti pubblici o che non sprecano cibo. “Vediamo molte storie di eventi meteorologici estremi, ma raramente vengono collegati al cambiamento climatico, mentre sarebbe abbastanza facile farlo”, aggiunge Rosenthal.

Pochi film su questo tema hanno lasciato il segno, tranne forse il kolossal di Roland Emmerich ‘The Day After Tomorrow’, uscito quasi 20 anni fa. Nel 2021, il Festival di Cannes ha dedicato una sezione della sua selezione ai film sull’ecologia, ma l’esperienza non si è ripetuta.

Clima, Vigliotti (Bei): Diventare banca ‘green’ dell’Ue, scelta strategica

La nuova missione è quella della sostenibilità, quella vera. Tanto da ripensare il mandato di un organismo sempre strategico, e oggi ancora di più. “Quella di diventare la banca per il clima dell’Ue è una scelta strategica”. Così Gelsomina Vigliotti, vicepresidente della Banca europea per gli investimenti (Bei), porta alla nona edizione di ‘How Can We Govern Europe’, l’evento organizzato da Eunews e GEA, la questione della green economy e del suo finanziamento, perché non più rinviabile. Oggi più che mai sono “sempre più urgenti azioni per tutela dell’ambiente, il cui degrado può essere fonte di nuove malattie”. La pandemia di Covid ha acceso i riflettori sull’aspetto della salute legato ai modelli di vita e di produzione. Mentre il conflitto russo-ucraino ricorda che “sono sempre più urgenti azioni per una maggiore efficienza energetica e per le rinnvoabili”.

La Bei tutto questo l’ha compreso molto bene e non è rimasta a guardare. Vigliotti tiene a sottolineare come la scelta di promuovere finanziamenti verdi “è condivisa dai nostri azionisti”, vale a dire i 27 Stati membri. L’obiettivo che si è posto l’istituto di credito di Lussemburgo è quello di raggiungere “investimenti per mille miliardi per il clima entro il 2030”, e già oggi la Bei “è la principale fonte di finanziamento di progetti verdi in tutto il mondo”. Un impegno che, a detta della vicepresidente, non è che l’inizio di un percorso. “Eventi come desertificazione, alluvioni, siccità, sottolineano la necessità immediata di strutture di difesa” al fenomeno dei cambiamenti climatici e ai fenomeni meteorologici estremi che ne derivano. Una sfida non semplice né scontata, poiché serviranno “ingenti risorse finanziare per evitare che i costi del cambiamento climatico si traducano in rischi per la stessa sopravvivenza”. Diventare la banca europea per il clima è dunque una scelta per certi aspetti obbligata, che la Banca europea per gli investimenti ha preso prima di molti. Vigliotti ricorda che la Bei ha già iniziato a emettere Green Bond, che in Italia sono serviti, tra le altre cose, a potenziare l’alta velocità ferroviaria.

L’impegno della Bei per la sostenibilità non finisce qui. “Neutralità climatica vuol dire indipendenza energetica”, sottolinea, e non a caso. Il riferimento è ai fatti che dal 24 febbraio di quest’anno restano di continua attualità. “Dobbiamo uscire dalla dipendenza che abbiamo avuto dalla Russia”. Qui, voler essere la banca per il clima dell’Ue vuol dire “contribuire agli obiettivi di RepowerEu”, il piano per l’indipendenza energetica lanciato dalla Commissione von der Leyen. In tal senso “i nostri finanziamenti saranno destinati a rinnovabili, efficienza energetica, strutture di ricarica elettrica e nuove tecnologie come l’idrogeno”.

Aumentano le infezioni di malaria, Hiv e tubercolosi: colpa del cambiamento climatico

Tra le innumerevoli conseguenze del cambiamento climatico c’è anche quella sulla salute delle persone. Secondo il Fondo mondiale della lotta contro l’Aids, la malaria e la tubercolosi il surriscaldamento globale contribuisce pesantemente alla diffusione delle malattie infettive. Il direttore esecutivo del Fondo, Peter Sands, ha annunciato che nel 2022 si sta assistendo a una “escalation” dell’impatto del cambiamento sulla salute e sulla vita umana. Ad esempio, se finora l’aumento della diffusione della malaria è stato finora guidato dalla crescente frequenza e devastazione delle tempeste tropicali, “con le inondazioni in Pakistan, ha assunto una dimensione completamente nuova”, ha spiegato.

Il meccanismo attraverso il quale il cambiamento climatico “alla fine ucciderà le persone” è il suo impatto sulle malattie infettive, ha ricordato Sands, osservando che alcune parti dell’Africa finora “immuni” dalla malaria, stanno correndo un grande rischio, poiché le temperature aumentano e consentono alle zanzare di moltiplicarsi. La popolazione, però, non è affatto immune, con tutte le conseguenze del caso, compreso un aumento del tasso di mortalità.

Rischi anche sul fronte della tubercolosi, che si diffonde facilmente “nei luoghi in cui molte persone si concentrano in uno spazio ristretto, con un’alimentazione inadeguata” e condizioni igieniche precarie, ricorda Sands. E le migrazioni dovute al cambiamento climatico non faranno che aumentare le probabilità di contrarre questa malattia. La pandemia di Covid19, inoltre, non ci avrebbe insegnato molto. Se dovesse ricapitare una diffusione così rapida di una malattia, ha detto l’esperto, “non saremmo comunque preparati”.

Entro la fine del 2022, il Fondo investirà la cifra record di circa 5,4 miliardi di dollari per la mitigazione del rischio. I maggiori donatori dell’organizzazione con sede a Ginevra sono i governi del G7, guidati da Stati Uniti e Francia. “Il 2022 è stato un anno brutale”, ha insistito Sands, “nelle comunità più povere del mondo, l’Hiv, la tubercolosi e la malaria stanno uccidendo molte più persone del Covid-19”. Basti pensare che circa il 95% dei decessi per malaria in tutto il mondo si concentra in 31 Paesi. Sei paesi africani, quali Nigeria (23%), Repubblica Democratica del Congo (11%), Repubblica Unita di Tanzania (5%), Mozambico (4%), Niger (4%) e Burkina Faso (4%), riportano da soli oltre il 50% di tutti i decessi per malaria registrati nel 2019.

 

(Photo credits: AFP)

Su Twitter aumentano i post degli scettici sul clima: 4 volte più veloci di quelli per la salvaguardia

Twitter è un social per gli scettici del clima. O, quantomeno, è quanto emerge dallo studio pubblicato su Nature Climate Change dall’Alan Turing Institute e redatto, fra gli altri, da esperti delle università italiane Ca’ Foscari di Venezia, La Sapienza di Roma e Università degli studi di Firenze. Nell’articolo si legge infatti che lo scetticismo sul clima sta crescendo quattro volte più velocemente dei contenuti a favore del clima su Twitter.

In un’analisi dei tweet dal 2014 al 2021 durante le conferenze annuali della Cop, i ricercatori hanno scoperto che i tweet degli scettici sui cambiamenti climatici sono stati condivisi 16 volte di più durante la Cop26 rispetto alla Cop21. Gli autori dello studio hanno scoperto che questo aumento dei tweet scettici sul clima online è stato alimentato dalla crescente “attività di destra” che si oppone all’azione per il clima. Lo studio ha mostrato che nel complesso, la polarizzazione su Twitter in relazione al clima è stata bassa durante la Cop21 fino alla Cop26 e ha identificato il 2019 come anno chiave in cui è cresciuto lo scetticismo climatico su Twitter. I ricercatori affermano che una possibile ragione dell’aumento negli ultimi anni potrebbe essere dovuta a un contraccolpo contro i gruppi di attivisti per il clima, come Extinction Rebellion e Just Stop Oil, che agiscono per attirare l’attenzione sulla crisi.

Agire in modo rapido ed efficace sulla crisi climatica si basa in gran parte su un ampio consenso e collaborazione internazionale. La crescita della polarizzazione online potrebbe rischiare una situazione di stallo politico se alimenta l’antagonismo nei confronti dell’azione per il clima. I responsabili politici dovrebbero considerare cosa sta causando esattamente questo aumento dello scetticismo online e trovare modi per affrontarlo”, spiega il professor Mark Girolami, chief scientist presso The Alan Turing Institute.

Gli autori affermano che i gruppi che si oppongono all’azione per il clima screditano i vertici organizzati dall’Onu accusandoli di ipocrisia. Ma hanno anche incredibilmente scoperto che gli scettici sul clima e i gruppi pro-clima condividono l’esposizione delle critiche sull’ipocrisia percepita su Twitter, in particolare sull’uso di jet privati. E ricerche precedenti hanno dimostrato che questo tipo di contenuto ha maggiori probabilità di diventare virale online.

Il significativo aumento dello scetticismo sul clima online è davvero preoccupante – commenta Andrea Baronchelli, autore principale del testo –. I social media possono fungere da camera dell’eco in cui le convinzioni esistenti delle persone vengono rafforzate. È davvero importante che le autorità di regolamentazione continuino a trovare modi per garantire che i contenuti condivisi online siano accurati”.

Clima, in Svezia +1,9° dal 1800 e -2 settimane di neve all’anno

La temperatura media della Svezia è aumentata di quasi due gradi Celsius dalla fine del XIX secolo e la copertura nevosa è diminuita di due settimane, mentre le precipitazioni sono aumentate.

La foto la scatta un nuovo rapporto sui cambiamenti climatici dell’Istituto meteorologico e idrologico svedese (SMHI). Secondo il dossier, tra il 1991 e il 2020 la temperatura media del Paese è stata superiore di 1,9 gradi rispetto al periodo compreso tra il 1861 e il 1890.

Lo SMHI ha osservato che la variazione è circa il doppio dei quella delle temperature medie globali nello stesso periodo. L’agenzia meteorologica ha dichiarato di non aver mai effettuato prima un’analisi così estesa, prendendo in considerazione così tanti indicatori diversi del cambiamento climatico. I risultati “mostrano chiaramente che il clima della Svezia è cambiato“, osserva Semjon Schimanke, climatologo e responsabile del progetto presso lo SMHI, in un comunicato.

Il clima più caldo con maggiori precipitazioni in Svezia è legato al riscaldamento globale osservato che deriva dall’influenza umana“, ha aggiunto Erik Kjellstrom, professore di climatologia allo SMHI. Non tutte le serie di osservazioni coprono lo stesso periodo, ha precisato l’agenzia meteorologica, notando che le precipitazioni sono aumentate dal 1930, passando da circa 600 millimetri a quasi 700 millimetri dal 2000. Al contrario, la copertura nevosa invernale nel Paese è diminuita in media di 16 giorni tra il 1991 e il 2020 rispetto al periodo 1961-1990.

Lo SMHI sottolinea che queste osservazioni sono medie annuali e che il quadro diventa più complesso se si considerano regioni o stagioni specifiche. “Ad esempio, l’aumento delle precipitazioni è legato principalmente all’aumento delle precipitazioni in autunno e in inverno, mentre non ci sono tendenze evidenti in primavera e in estate“, ha detto lo SMHI, aggiungendo che “i cambiamenti negli estremi sono generalmente più difficili da identificare“.

Il vertice delle Nazioni Unite sul clima (COP27) si è concluso in Egitto questo fine settimana. Se da un lato ha prodotto un accordo storico sulle misure di finanziamento per aiutare i Paesi vulnerabili a far fronte agli effetti del cambiamento climatico, dall’altro è stato criticato per la sua mancanza di ambizione nella riduzione delle emissioni.

Fare in modo che la Cop28 non diventi un’altra conferenza inutile

Domanda pleonastica: com’è andata a Sharm eh Sheikh? Bene non benissimo, per usare un giro di parole. Del resto, fin dall’inizio la Cop27 si è portata appresso un carico di scetticismo, per non dire di negatività, che lasciava intravvedere poche speranze per il raggiungimento di intese di largo respiro. Non a caso, a parte il documento sul ‘Loss and damage’, poco si è cavato da due settimane di incontri e scontri, là dove le grandi potenze – che sono anche grandi inquinatrici – hanno continuato a difendere i propri interessi e là dove i più deboli hanno continuato a recitare la parte dei più deboli. Come dicevamo, nulla che non fosse stato messo in preventivo, anche perché nazioni super inquinate e super inquinanti (vedi alla voce India) non si sono nemmeno presentate alla convention egiziana che, in assoluto, si è rivelato un palco sfiatato per gli annunci roboanti. Forse solo Lula, che da gennaio tornerà ad occupare la carica di presidente della repubblica federativa del Brasile, ha dato un po’ di slancio alle illusioni con il suo piano per arrivare alla deforestazione zero. Ma tra preservare l’Amazzonia nelle chiacchiere e poi farlo davvero c’è ancora un bel pezzo di strada da fare. L’altra domanda, meno pleonastica, rischia di suonare un po’ sorda: ma ne vale davvero la pena organizzare eventi come questi? Cioè, dopo il fiasco della Cop26 e quello della Cop27, ha ancora un senso mobilitare mezzo mondo per ritrovarsi con briciole tra le mani? A breve comincerà la Cop15, in Canada, sulla biodiversità: lì forse qualcosa di più si potrà raggiungere, ma la sensazione che uno sforzo enorme partorisca qualcosa di impercettibile sta prendendo il sopravvento. Forse andrebbe cambiata la formula, l’impostazione della Cop28. Ma come? Dando priorità alla scienza e allo studio degli scienziati non per due settimane – ovvero la durata dell’evento organizzato dalle nazioni unite- ma durante un anno, coinvolgendo non solo i leader mondiali ma anche i grandi gruppi che gestiscono la finanza e i grandi gruppi industriali. Insomma, non si tratta di allargare il campo, che è già largo a sufficienza, ma di selezionare meglio gli attori protagonisti con il supporto della scienza. E, soprattutto, senza generare illusioni.

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La Cop27 chiude ai supplementari: sì a fondo ‘loss & demage’, ma delusione sulle emissioni

Dopo negoziati difficili che si son protratti oltre il previsto, la Cop27 si è conclusa domenica con un testo molto contestato sugli aiuti ai Paesi poveri colpiti dal cambiamento climatico, ma anche con il fallimento nel fissare nuove ambizioni per la riduzione dei gas serra. La conferenza delle Nazioni Unite sul clima, che si è aperta il 6 novembre a Sharm el-Sheikh, in Egitto, è diventata una delle Cop più lunghe della storia quando si è conclusa all’alba di domenica. “Non è stato facile“, ma “abbiamo finalmente compiuto la nostra missione“, ha dichiarato il suo presidente, il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry. E’ stata adottata una dichiarazione finale, frutto di molti compromessi, che chiede una “rapida” riduzione delle emissioni, ma senza nuove ambizioni rispetto alla Cop di Glasgow del 2021. “Dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni ora, e questa è una domanda a cui questa Cop non ha risposto“, ha lamentato il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. L’Unione Europea si è detta “delusa“, mentre il primo ministro britannico Rishi Sunak ha chiesto di fare “di più“.

Tuttavia, questa edizione è stata segnata dall’adozione di una risoluzione definita storica dai suoi promotori, sul risarcimento dei danni causati dal cambiamento climatico ai Paesi più poveri. Questo ‘loss and damage’ ha quasi fatto deragliare la conferenza prima che venisse raggiunto un compromesso all’ultimo minuto. Sebbene il testo lasci molte domande senza risposta, è d’accordo in linea di principio sulla creazione di un fondo specifico. “Le perdite e i danni nei Paesi vulnerabili non possono più essere ignorati, anche se alcuni Paesi sviluppati hanno deciso di ignorare le nostre sofferenze“, ha dichiarato Vanessa Nakate, attivista giovanile ugandese. Il Dipartimento per l’Ambiente del Sudafrica ha accolto con favore i “progressi“, ma ha chiesto “azioni urgenti” per “garantire il rispetto degli obblighi dei Paesi sviluppati“. Il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto un vertice a Parigi prima della Cop28 a Dubai alla fine del 2023, per “un nuovo patto finanziario” con i Paesi vulnerabili.

Anche il testo sulla riduzione delle emissioni è stato fortemente contestato, con molti Paesi che hanno denunciato un passo indietro rispetto alle ambizioni definite nelle conferenze precedenti. Questo include l’obiettivo più ambizioso dell’accordo di Parigi: limitare il riscaldamento a 1,5°C, che è stato comunque riaffermato nella decisione finale. Gli attuali impegni dei Paesi firmatari non consentono di raggiungere questo obiettivo, e nemmeno quello di contenere l’aumento della temperatura entro i 2°C rispetto all’era preindustriale, quando l’uomo ha iniziato a utilizzare i combustibili fossili responsabili del riscaldamento globale su larga scala. Questi impegni, se pienamente rispettati, porterebbero il mondo, nella migliore delle ipotesi, su una traiettoria di +2,4°C nel 2100 e, al ritmo attuale delle emissioni, su una catastrofica di +2,8°C. Tuttavia, con quasi +1,2°C oggi, gli impatti drammatici si stanno già moltiplicando: il 2022 ha visto una serie di siccità devastanti, mega-incendi e inondazioni, che hanno colpito i raccolti e le infrastrutture. Anche i costi sono elevati: la Banca Mondiale stima in 30 miliardi di dollari il costo delle inondazioni che hanno ricoperto d’acqua per settimane un terzo del Pakistan e lasciato senza casa milioni di persone. I Paesi poveri, spesso tra i più esposti ma in genere poco responsabili del riscaldamento globale, chiedono da anni finanziamenti per le perdite e i danni.

Accusato da alcuni di mancanza di trasparenza nei negoziati, l’egiziano Sameh Shoukry ha affermato che non c’erano “cattive intenzioni“. Tuttavia, la battaglia non si concluderà con l’adozione della risoluzione di Sharm el-Sheikh, che rimane volutamente vaga su alcuni punti controversi. I dettagli operativi devono essere definiti per essere adottati alla Cop28, promettendo nuovi scontri. Ciò è particolarmente vero per la questione dei contributori, con i Paesi sviluppati, guidati dagli Stati Uniti, che insistono per includere la Cina. L’inviato degli Stati Uniti per il clima John Kerry ha dichiarato di essere al lavoro per aumentare il contributo degli Stati Uniti a 11 miliardi di dollari, il che renderebbe Washington “il più grande contributore all’economia del clima“. Un portavoce del Dipartimento di Stato ha tuttavia sottolineato che l’accordo non menziona alcun punto vincolante.

Un’altra questione che ha scosso la Cop è stata quella delle ambizioni di riduzione delle emissioni. Molti Paesi hanno ritenuto che i testi proposti dalla presidenza egiziana fossero un passo indietro rispetto agli impegni assunti a Glasgow di aumentare regolarmente il livello delle emissioni. Per non parlare della questione della riduzione dell’uso dei combustibili fossili, che sono la causa del riscaldamento globale, ma sono appena menzionati nei testi sul clima. Il britannico Alok Sharma, presidente della Cop26, ha affermato che un punto sui combustibili fossili è stato “annacquato all’ultimo momento“.

Maltempo

Clima, 2022 da record in Italia per fenomeni estremi: +27%

La crisi climatica accelera la sua corsa insieme agli eventi estremi, che stanno avendo impatti sempre maggiori sui Paesi di tutto il mondo, a partire dall’Italia. Nei primi dieci mesi del 2022, seppur con dati parziali, sono stati registrati nella Penisola 254 fenomeni meteorologici estremi, +27% di quelli dello scorso anno. Preoccupa anche il bilancio degli ultimi 13 anni: dal 2010 al 31 ottobre 2022 si sono verificati in Italia 1.503 eventi estremi con 780 comuni colpiti e 279 vittime. Tra le regioni più colpite: Sicilia (175 eventi estremi), Lombardia (166), Lazio (136), Puglia (112), Emilia-Romagna (111), Toscana (107) e Veneto (101). È quanto emerge in sintesi dalla fotografia scattata dal nuovo report ‘Il clima è già cambiato’ dell’Osservatorio CittàClima 2022 realizzato da Legambiente, con il contributo del Gruppo Unipol.

Entrando nello specifico, su 1.503 fenomeni estremi ben 529 sono stati casi di allagamenti da piogge intense come evento principale, e che diventano 768 se si considerano gli effetti collaterali di altri eventi estremi, quali grandinate ed esondazioni; 531 i casi di stop alle infrastrutture con 89 giorni di blocco di metropolitane e treni urbani, 387 eventi con danni causati da trombe d’aria. Ad andare in sofferenza sono soprattutto le grandi città con diverse conferme tra quelle che sono le aree urbane del Paese più colpite in questi 13 anni: da Roma – dove si sono verificati 66 eventi, 6 solo nell’ultimo anno, di cui ben oltre la metà, 39, hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense; passando per Bari con 42 eventi, principalmente allagamenti da piogge intense (20) e danni da trombe d’aria (17). Agrigento, con 32 casi di cui 15 allagamenti e poi Milano, con 30 eventi totali, dove sono state almeno 20 le esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro in questi anni.

Una fotografia nel complesso preoccupante quella scattata da Legambiente, in quello che avrebbe dovuto essere l’ultimo giorno della Cop27, per lanciare un doppio appello: se da una parte al livello internazionale è fondamentale che si arrivi ad un accordo ambizioso e giusto in grado di mantenere vivo l’obiettivo di 1.5°C ed aiutare i Paesi più poveri e vulnerabili a fronteggiare l’emergenza climatica, dall’altra parte è altrettanto imprescindibile che l’Italia faccia la sua parte. Al Governo Meloni e al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin l’associazione chiede, in primis, che “venga aggiornato e approvato entro la fine dell’anno il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), rimasto in bozza dal 2018, quando erano presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e ministro Gian Luca Galletti”.  Ad oggi sono saliti a 24 i Paesi europei che hanno adottato un piano nazionale o settoriale di adattamento al clima. Grande assente l’Italia che per altro in questi ultimi 9 anni – stando ai dati disponibili da maggio 2013 a maggio 2022 e rielaborati da Legambiente – ha speso 13,3 miliardi di euro in fondi assegnati per le emergenze meteoclimatiche (tra gli importi segnalati dalle regioni per lo stato di emergenza e la ricognizione dei fabbisogni determinata dal commissario delegato). “Si tratta di una media – sottolinea l’associazione – di 1,48 miliardi/anno per la gestione delle emergenze, in un rapporto di quasi 1 a 4 tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni”.

Nella lotta alla crisi climatica – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – da troppi anni l’Italia sta dimostrando di essere in ritardo. Continua a rincorrere le emergenze senza una strategia chiara di prevenzione, che permetterebbe di risparmiare il 75% delle risorse economiche spese per i danni provocati da eventi estremi, alluvioni, piogge e frane, e non approva il Piano nazionale di adattamento al clima, dal 2018 fermo in un cassetto del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. È fondamentale approvare entro fine anno il Piano, ma anche definire un programma strutturale di finanziamento per le aree urbane più a rischio, rafforzare il ruolo delle autorità di distretto e dei comuni contro il rischio idrogeologico e la siccità, approvare la legge sul consumo di suolo, e cambiare le regole edilizie per salvare le persone dagli impatti climatici e promuovere campagne di informazione di convivenza con il rischio per evitare comportamenti che mettono a repentaglio la vita delle persone”.

La Cop27 si allunga fino a oggi: negoziati ancora indietro

Fumata nera, per il momento, alla Cop27. Il documento finale, previsto per venerdì sera, ancora non è pronto. Ecco perché il vertice si protrarrà anche nella giornata di oggi. Sperando che sia sufficiente e che non si debba continuare a lavorare al testo anche domenica. I negoziati dovranno superare lo stallo sul finanziamento da parte dei Paesi ricchi dei danni climatici già subiti dai Paesi poveri e sulla riaffermazione delle ambizioni climatiche. “Sono ancora preoccupato per il numero di questioni irrisolte, tra cui i finanziamenti, la mitigazione, le perdite e i danni“, ha dichiarato venerdì ai delegati in plenaria il presidente egiziano della Conferenza sul clima, Sameh Choukri. Il ministro degli Esteri egiziano ha quindi annunciato la proroga della Cop, invitando le parti a “cambiare marcia” e a “lavorare insieme per risolvere le questioni ancora aperte il più rapidamente possibile“.

I lavori della conferenza, che si è aperta il 6 novembre a Sharm el-Sheikh, si sono arenati per diversi giorni sulle stesse questioni e i delegati hanno criticato la conduzione dei negoziati da parte della presidenza. Ma almeno su una delle questioni, quella del ‘Loss and damage’, ossia ‘perdite e danni’, sembra emergere una via d’uscita.

Il 2022 ha visto un numero crescente di disastri legati al cambiamento climatico: inondazioni, siccità dei raccolti o mega-incendi. Per anni i Paesi ricchi sono stati molto riluttanti ad accettare finanziamenti specifici, ma giovedì l’Unione Europea ha fatto un’offerta, accettando in linea di principio un “fondo di risposta alle perdite e ai danni“, con alcune condizioni, tra cui quella di riservarlo alle “persone più vulnerabili” e di avere una “base più ampia di contributori“. In altre parole, i Paesi emergenti dotati di ingenti risorse, come la Cina. Allo stesso tempo, gli europei, sostenuti da altri gruppi, chiedono la riaffermazione di forti obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra per limitare il riscaldamento globale. Un’opzione simile è contenuta in una bozza di risoluzione diffusa nella tarda serata di giovedì ed è stata ritenuta accettabile venerdì “con alcune modifiche” dal ministro pakistano per i cambiamenti climatici, Sherry Rehman, attuale presidente del potente gruppo negoziale G77+Cina. Resta da vedere quale sarà la posizione degli Stati Uniti e Cina, le due potenze economiche mondiali e i due più grandi inquinatori, che finora si sono opposti all’idea di un fondo specifico.