La Norvegia si candida a ‘cimitero’ della CO2 europea

Sulle coste ghiacciate del Mare del Nord, un ‘cimitero’ in costruzione sta suscitando le speranze degli esperti di clima: presto il sito ospiterà una piccola parte della CO2 emessa dall’industria europea, evitando così che finisca nell’atmosfera. Considerata a lungo una soluzione tecnicamente complicata e costosa di utilità marginale, la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS) è ora in voga in un pianeta che sta lottando per ridurre le proprie emissioni nonostante l’emergenza climatica.

Nella città di Øygarden, su un’isola vicino a Bergen (Norvegia occidentale), un terminale attualmente in costruzione riceverà tra qualche anno tonnellate di CO2 liquefatta, che verrà trasportata dal Vecchio Continente via nave dopo essere stata catturata alla fine delle ciminiere delle fabbriche. Da lì, il carbonio sarà iniettato tramite una conduttura in cavità geologiche a 2.600 metri di profondità. L’ambizione è che rimanga lì a tempo indeterminato.

Si tratta della “prima infrastruttura di trasporto e stoccaggio ad accesso libero al mondo, che consente a qualsiasi emettitore che abbia catturato le proprie emissioni di CO2 di prenderle in carico, trasportarle e stoccarle in modo permanente e in totale sicurezza“, sottolinea il direttore del progetto Sverre Overå. In quanto maggior produttore di idrocarburi dell’Europa occidentale, si ritiene che la Norvegia abbia anche il maggior potenziale di stoccaggio di CO2 del continente, in particolare nei suoi giacimenti petroliferi esauriti.

ACCORDI COMMERCIALI

Il terminal Øygarden fa parte del piano ‘Langskip’, il nome norvegese delle navi vichinghe. Oslo ha finanziato l’80% dell’infrastruttura mettendo sul piatto 1,7 miliardi di euro per sviluppare la CCS nel Paese. Due siti nella regione di Oslo, un cementificio e un impianto di termovalorizzazione, dovrebbero infine inviarvi la loro CO2. Ma la particolarità del progetto sta nel suo aspetto commerciale, in quanto offre anche agli industriali stranieri la possibilità di inviare la propria anidride carbonica. A tal fine, i giganti dell’energia Equinor, TotalEnergies e Shell hanno creato una partnership, denominata Northern Lights, che sarà il primo servizio di trasporto e stoccaggio transfrontaliero di CO2 al mondo quando entrerà in funzione nel 2024. Negli ultimi giorni sono state raggiunte due importanti pietre miliari per la CCS in Norvegia. Lunedì scorso, i partner dell’aurora boreale hanno annunciato un primo accordo commerciale transfrontaliero che prevede il trasporto e il sequestro di 800.000 tonnellate di CO2 catturate nell’impianto olandese del produttore di fertilizzanti Yara, a partire dal 2025, tramite speciali imbarcazioni. Il giorno successivo, Equinor ha presentato un progetto con la tedesca Wintershall Dea per la costruzione di un gasdotto di 900 chilometri per il trasporto di CO2 dalla Germania alla Norvegia per lo stoccaggio. Un progetto simile con il Belgio è già in cantiere.

NESSUNA SOLUZIONE MIRACOLOSA

Tuttavia, la CCS non è una soluzione miracolosa al riscaldamento globale. Nella sua prima fase, Northern Lights sarà in grado di trattare 1,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, una capacità che sarà poi aumentata a 5-6 milioni di tonnellate. A titolo di confronto, l’Unione Europea ha emesso 3,7 miliardi di tonnellate di gas serra nel 2020, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente. Ma sia il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) che l’Agenzia internazionale dell’energia ritengono che questo strumento sia necessario per contenere l’aumento della temperatura. Gli ambientalisti non sono unanimi nel sostenere la tecnologia. Alcuni temono che venga utilizzato come motivo per prolungare lo sfruttamento dei combustibili fossili, che distolga investimenti preziosi dalle energie rinnovabili o che si verifichino perdite. “Siamo sempre stati contrari alla CCS, ma la mancanza di azioni sulla crisi climatica rende sempre più difficile mantenere questa posizione“, afferma Halvard Raavand, rappresentante di Greenpeace Norvegia. “Il denaro pubblico sarebbe meglio investito in soluzioni che sappiamo essere efficaci e che potrebbero anche ridurre le bollette per le persone normali, come l’isolamento delle case o i pannelli solari“, spiega.

tempesta

Tempeste causate da riscaldamento globale: “Un colpo di frusta meteorologico”

Le tempeste che si sono abbattute sugli Stati Uniti e in altre parti del mondo questa estate sono un chiaro segnale del riscaldamento globale. La scienza concorda: il cambiamento climatico sta avendo effetti devastanti su tutto il pianeta e questi fenomeni meteorologici, un tempo raro, ora stanno diventando più intensi e frequenti, con effetti potenzialmente devastanti. Gli Usa stanno pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane: almeno 40 persone sono smorte a luglio in Kentucky, Illinois, Texas e Missouri, a causa delle tempeste arrivate in un periodo di estrema siccità. Il suolo, troppo secco, non è più in grado di assorbire l’acqua. Durante uno di questi episodi sono caduti più di 300 millimetri di pioggia, evento che, secondo i modelli statistici, si verifica solo una volta ogni mille anni. “È come un colpo di frusta meteorologico“, spiega Peter Gleick, co-fondatore del Pacific Institute, una ong specializzata nello studio dell’acqua. E ciò è dovuto ad “un’intensificazione del ciclo idrologico globale“, conseguenza del riscaldamento globale.

Da anni gli scienziati da anni avvertono dell’impatto dell’innalzamento della temperatura del pianeta causato in particolare dall’uso di combustibili fossili e dall’emissione di gas serra, le cui conseguenze ora sono chiare. Gli effetti del cambiamento climatico stanno infatti diventando molto concreti: i luoghi asciutti sono ancora più asciutti, i luoghi umidi ancora più umidi. “Il punto in comune tra queste forti precipitazioni e altri fenomeni eccezionali dello stesso tipo è un cocktail di ingredienti molto preciso“, necessario per il loro innesco, sottolinea David Novak, che dirige l’ufficio previsioni del tempo all’interno dei Servizi meteorologici americani (NWS). “Servono umidità e instabilità nell’atmosfera. E poi un innesco per la formazione della tempesta“, spiega.

Le tempeste ovviamente non sono rare in Texas o nell’Illinois in estate, ma la loro intensità legata all’altissima pressione atmosferica è la diretta conseguenza del riscaldamento del pianeta. “Più l’aria è calda – dice il meteorologo – più sarà maggiormente umida. E più c’è umidità più è facile che si formino le tempeste“. Secondo la formula di Clausius-Clapeyron, un aumento della temperatura di 1 grado Celsius è associato a un aumento di circa il 7% dell’umidità nell’atmosfera. Questo, dice Novak, è ciò che capovolge i modelli statistici delle previsioni meteorologiche e spiega perché quello che una volta era un fenomeno raro ora è più frequente, come le cinque tempeste che hanno colpito gli Stati Uniti quest’estate. tempeste che, prima dell’era industriale, avevano una probabilità dello 0,1% di formarsi, il che significa che in media si verificavano solo ogni mille anni. Ma questa percentuale aumenta drammaticamente in un contesto di riscaldamento globale.

(Photo credits: Valery HACHE / AFP)

Fridays for Future

Fridays for future Italia lancia sfida ai partiti: “Ecco la nostra Agenda”

Il piano che abbiamo scritto è la risposta a chi ci chiede cosa vogliamo dalla politica, e a chi si chiede se i partiti facciano sul serio“, perchè “gli impegni climatici presenti nei programmi elettorali sono molto spesso generici, insufficienti rispetto agli obiettivi delineati dalla comunità scientifica, se non addirittura dannosi e retrogradi“. Il movimento Fridays for future lancia con queste parole la propria ‘Agenda climatica’ e al contempo una sfida a tutti i partiti in corsa alle prossime elezioni. “Non esiste un pianeta B” è il claim che dal 2018 accompagna le proteste del movimento in tutto il mondo. Spulciando i programmi elettorali, la sezione italiana ha deciso di alzare la voce per chiedere ai futuri governanti ciò che Greta Thunberg esprime dalle prime grandi manifestazioni di ‘sciopero scolastico per il clima’.

Fridays for future Italia non smentisce nemmeno l’ormai proverbiale scetticismo della giovane ambientalista svedese. “Tutte le principali forze politiche hanno reso pubblico il proprio programma, e la maggior parte ha scelto di inserire al suo interno anche misure riguardanti il cambiamento climatico, talvolta addirittura citando l’ambiente tra le proprie priorità – spiega il movimento – ma la mancanza di un piano complessivo in cui gli interventi si inseriscano è pressoché evidente. Più che puntare ad affrontare una minaccia planetaria, l’impressione è che i partiti stiano solo cercando di accaparrarsi il favore di quegli elettori preoccupati che, come noi, chiedono azioni per contrastare il collasso climatico ed ecosistemico“.

PARTECIPAZIONE E RAPPRESENTANZA

Ecco allora che, come spiega Mathias Mancin, uno dei portavoce di Fridays for Future Italia, “il piano che abbiamo scritto è la risposta a chi ci chiede cosa vogliamo dalla politica“. Cinque temi di cui la politica “non può non parlare, 10 richieste che non possono mancare – a prescindere dal colore politico – in un programma che pretenda di affrontare la crisi climatica e di aiutare le categorie più svantaggiate”, afferma Mancin, sottolineando che le proposte hanno come filo conduttore “la partecipazione” e “la rappresentanza“, “valori sacrificati in questa campagna elettorale lampo, con le esigenze delle fasce più in difficoltà a causa della crisi energetica sostanzialmente ignorate da ogni parte politica, e gli elettori spesso indecisi o determinati ad astenersi, perché chiamati solo a porre una crocetta, senza aver avuto alcuna voce in capitolo sulle proposte dei partiti tra cui devono scegliere“.

LE PROPOSTE

Partendo dall’energia, c’è la proposta di istituire una comunità energetica rinnovabile per ogni comune italiano (“Una misura che da sola coprirebbe la metà dei consumi elettrici, abbatterebbe il prezzo delle bollette e coinvolgerebbe direttamente i cittadini nella produzione della propria energia“, spiega Mancini). Si parla poi di trasporti pubblici gratuiti e investimenti sulla rete ferroviaria italiana, per rendere gli spostamenti accessibili a tutti, nonostante l’aumento del prezzo dei carburanti.

L’Agenda Fridays for future considera anche l’efficientamento energetico di scuole e case popolari, sempre con l’obiettivo di ridurre consumi, emissioni e bollette, alla riduzione dell’orario di lavoro – (“Mantenendo invariati gli stipendi e per liberare tempo nella vita delle persone, abbattere la disoccupazione e prepararci ad una società in cui produrre meno non vuol dire lasciare qualcuno per strada“). E ancora: si propone la rimunicipalizzazione dell’acqua e all’uso degli utili per riparare “le drammatiche perdite della nostra rete idrica“, mitigando così i danni che la siccità può infliggere agli agricoltori e ai cittadini. Il portavoce italiano del movimento ambientalista ribadisce anche che “ogni singola misura presenta le necessarie coperture finanziarie, a dimostrazione che la volontà politica, non la mancanza di denaro, è la principale causa dell’inazione climatica“.

“ASCOLTATECI”

Gli fa eco la collega portavoce di FFF Italia, Agnese Casadei, che rincara la dose: “I partiti pretendono il nostro voto, ma non ascoltano la nostra voce. Non siamo disposti a scegliere tra pacchetti di proposte già pronti che qualcuno ha messo insieme per noi. Vogliamo partecipare a costruire quelle proposte, perché così funziona una democrazia. Come noi, milioni di italiane e di italiani rimangono inascoltati, di volta in volta ignorati o rabboniti con proposte di facciata“. Casadei sottolinea che “le misure che lanciamo oggi vanno incontro alle esigenze di quelle persone e, assieme, pongono le basi per una vera partecipazione democratica. Sono proposte minime, ma irrinunciabili per chi si proponga di costruire l’Italia del futuro”.

maltempo

Estate in crisi: atteso duplice attacco temporalesco

Estate in crisi, duplice attacco alla voglia di vacanze; arrivano temporali e grandine, ma non è tutto finito. Un ciclone dai Balcani sta spingendo aria instabile verso il meridione e parte delle regioni centrali con temporali anche intensi, durante il weekend si aprirà la porta atlantica e dalla Francia potrebbero arrivare piogge e temporali soprattutto verso il Nord.

L’estate caldissima, anomala, iniziata in anticipo a maggio, sembra aver perso il fiato, tanto da non avere più energia per portare il caldo africano e il sole verso l’Italia. I temporali saranno dunque sempre più frequenti, ma non è tutto finito: la prossima settimana potrebbe essere decisamente migliore, gradevole e soleggiata da Nord a Sud.

Lorenzo Tedici, meteorologo del sito www.iLMeteo.it, indica la possibilità ancora di forti temporali al Sud nelle prossime ore, a causa del mare molto caldo, fino a 27/28°C e della convergenza dei venti, soprattutto intorno allo Stretto di Messina e alla Sicilia settentrionale. Anche in Calabria possibili nubifragi, fino alla Basilicata meridionale, il Metaponto. Al Centro insisterà un certa instabilità su Abruzzo, Molise e Basso Lazio, altri acquazzoni non si escludono tra Puglia e Campania mentre al Nord e sul resto del Centro il tempo sarà ottimo, seppur via via più caldo durante il giorno. Al mattino, ormai ci sono temperature settembrine.

Al Sud sono previsti temporali intensi tra Calabria e Sicilia orientale per la presenza di un ciclone sui Balcani meridionali che si sposterà lentamente verso la Grecia. Da domani i rovesci saranno meno diffusi e più concentrati a ridosso delle montagne, mentre il weekend vedrà un miglioramento al Sud. Tutto l’opposto per il Nord dove in queste ore stiamo vivendo una fase estiva molto gradevole con temperature massime sui 30°C e minime localmente inferiori ai 15°C.

Ma, come detto, ci sarà il mini-ribaltone nel weekend: dove adesso è brutto migliorerà, dove adesso è bello peggiorerà.

Mauro Petriccione

Bruxelles saluta Mauro Petriccione, direttore generale della DG Clima

Da Ursula von der Leyen a Enrico Letta. Da Bruxelles a Roma le figure politiche legate all’Unione europea si stringono virtualmente per esprimere cordoglio per la morte di Mauro Petriccione, dal 2018 alla guida del dipartimento per l’azione climatica (DG CLIMA) della Commissione europea, scomparso lunedì all’età di 65 anni presso l’ospedale di Amburgo, in Germania, dopo un breve ricovero. Un amico, un collega, un fautore del progetto di transizione ‘verde’ che Bruxelles porta avanti attraverso il suo Green Deal a cui Petriccione contribuiva nel quotidiano in qualità di direttore generale della DG clima.

Mauro era un caro e rispettato collega. Il suo lavoro gli è valso rispetto e amicizie in Europa e oltre”, lo ha ricordato la presidente dell’esecutivo comunitario, Ursula von der Leyen esprimendo vicinanza alla sua famiglia e ai suoi amici in questi tempi tristi. “Scioccato e profondamente addolorato” si definisce il vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans, che insieme a Petriccione è responsabile per le politiche del Green Deal. “La sua gentilezza, cordialità, umorismo e professionalità mancheranno a tutti noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo”.

Petriccione si era laureato in legge all’Università di Bari nel 1982 e ha iniziato a lavorare presso la Commissione europea nel 1987, responsabile in un primo tempo dell’area del Commercio (Trade) dell’esecutivo comunitario dal 2004 al 2018, passando poi all’area del Clima. E così lo ricordano sia a Roma che a Bruxelles, come un fermo sostenitore della transizione climatica che stava guidando insieme alla Commissione europea. Durante la pandemia Covid-19 e la crisi economica che ne scaturì, a Bruxelles ha ricordato sempre l’importanza di non cedere alla tentazione di “fermare tutte le innovazioni” nel campo della transizione ecologica “e tornare indietro”, sottolineava due anni fa in un intervento nell’ambito di ‘How Can We Govern Europe’, l’evento promosso da Eunews per un dibattito più consapevole sull’Europa. Sostenitore del Green Deal come strategia di crescita sostenibile per il futuro dell’Europa.

Da Roma il sottosegretario agli affari europei Enzo Amendola lo ricorda al centro della rivoluzione economica e sociale del Green Deal europeo e di negoziati complessi sul pacchetto ‘Fit for 55′ che hanno trovato una soluzione lo scorso giugno durante la Presidenza francese del Consiglio UE”. “Ricordo la sua competenza, l’umanità lo spirito di squadra e sono vicino ai suoi cari“, fa eco anche il commissario europeo all’economia, Paolo Gentiloni. Un “grande italiano e un grande europeista“, il saluto del segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, commentando la scomparsa del direttore generale in un tweet, ricordandolo come un “infaticabile lavoratore della costruzione comunitaria e in anni protagonista degli avanzamenti in materia di lotta al cambiamento climatico“.

pioggia

Caldo in escalation fino a 40°: ma da domenica tornano i temporali

Breve fortissima fiammata africana con punte di 38-40°C e caldo insopportabile. Ma all’orizzonte arriva una buona notizia: da domenica il possente anticiclone africano potrebbe perdere potenza e lasciare spazio a temporali e veloci rinfrescate ad iniziare dal Nord. Le prossime ore vedranno l’ulteriore espansione di un cuneo di alta pressione nordafricana (con temperature 10-12°C superiori alle medie del periodo) lungo un asse sudovest-nordest: l’ondata di calore investirà in modo intenso Francia, Germania e regioni alpine. Anche in Italia vivremo una breve fortissima fiammata africana fino a sabato in estensione graduale dal centro-nord verso il meridione.

Gli ultimi aggiornamenti modellistici indicano la probabilità di un parziale cedimento del campo anticiclonico africano da domenica, con l’arrivo di temporali a tratti intensi al Nord: potremo avere anche un calo delle massime di 7-8°C. Buona notizia seguita da un’altra altrettanto buona: la prossima settimana, temporali e calo delle temperature potrebbero interessare quasi tutta l’Italia, soprattutto nel pomeriggio.

Andrea Garbinato, Responsabile Redazione del sito www.iLMeteo.it, conferma la possibilità di rovesci dalle Alpi alla Sicilia per la prossima settimana, in un contesto più tardo primaverile che estivo: al mattino prevalenza di sole, nel pomeriggio acquazzoni a macchia di leopardo. Va detto che, essendo nel periodo del Solleone, quello climatologicamente più caldo per l’Italia, le temperature massime saranno ancora ben oltre i 30°C, ma decisamente più sopportabili.

ghiacciai

Scienziati in allerta: “Il mondo non si sta preparando al peggio”

La possibilità di una catena di disastri dovuti al riscaldamento globale è “pericolosamente sottovalutata” dalla comunità internazionale. È l’avvertimento lanciato in uno studio pubblicato martedì 2 luglio da alcuni scienziati che invitano il mondo a pensare al peggio per prepararsi al meglio. In un articolo pubblicato sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences), i ricercatori affermano che è stato fatto troppo poco lavoro sui meccanismi che potrebbero portare a rischi “catastrofici” e “irreversibili” per l’umanità: ad esempio, se gli aumenti di temperatura saranno peggiori del previsto o se innescheranno eventi a cascata non ancora previsti, o entrambe le cose. “Conosciamo meno gli scenari che contano di più“, scrive Luke Kemp del Centre for the Study of Existential Risk di Cambridge.

Con l’intensificarsi delle ricerche sui punti critici del clima terrestre, come lo scioglimento irreversibile delle calotte glaciali o la perdita della foresta amazzonica, aumenta la necessità di considerare scenari ad alto rischio nella modellazione climatica, afferma Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impacts e coautore della ricerca. “Le vie dei disastri non si limitano agli impatti diretti delle alte temperature, come gli eventi meteorologici estremi. Effetti di ricaduta come crisi finanziarie, conflitti e nuove epidemie potrebbero innescare ulteriori calamità e ostacolare la ripresa da potenziali disastri come la guerra nucleare“, aggiunge Luke Kemp.

In risposta al tragico scenario, il team propone un’agenda di ricerca per aiutare i governi a combattere i “quattro cavalieri” di quella che chiamano una “apocalisse climatica“: carestie e malnutrizione, eventi meteorologici estremi, conflitti e malattie trasmesse da vettori. Gli autori sottolineano che i rapporti scientifici degli esperti climatici delle Nazioni Unite (IPCC) si sono concentrati principalmente sugli effetti previsti di 1,5-2°C di riscaldamento. Ma le attuali azioni governative stanno invece portando la Terra su una traiettoria di riscaldamento di 2,7°C entro la fine del secolo, ben lontana dagli 1,5°C previsti dall’accordo di Parigi del 2015. Lo studio suggerisce che una certa tendenza scientifica aprivilegiare lo scenario meno peggiore” ha portato a non prestare sufficiente attenzione agli impatti potenziali di un riscaldamento di 3°C o più. I ricercatori hanno calcolato che le zone di calore estremo – con una temperatura media annua superiore a 29°C – potrebbero colpire due miliardi di persone entro il 2070.

(Photo credits: Kerem Yücel / AFP)

mare liguria

Allarme mari italiani: tra i più caldi al mondo, 29-30 gradi come Caraibi

Il sole picchia duro, anche sull’acqua. L’ondata di calore dell’estate 2022, infatti, consegna alle cronache nuovi record negativi: secondo l’analisi della redazione di ilmeteo.it, la temperatura dell’acqua dei mari italiani ha raggiunto i 29-30 gradi centigradi, come quella del clima dei Caraibi, con 10 gradi in più rispetto alle coste californiane. Il clima fuori controllo, con la continua estrema espansione dell’anticiclone nordafricano verso il Mediterraneo, ha causato un aumento della temperatura dell’acqua fino a valori bollenti, eccezionali. L’acqua è così calda che difficilmente troviamo refrigerio anche al largo, neppure immergendosi di qualche metro l’acqua sembra quella di qualche anno fa. E se quest’anno il periodo è eccezionale, con valori fino a 5-6 gradi oltre la norma, l’Agenzia europea dell’Ambiente certifica che stiamo assistendo ad un aumento della temperatura dei mari da più di un secolo: in particolare il Mar Mediterraneo, solo negli ultimi 20 anni, ha fatto registrare un aumento medio di oltre 0,5 gradi, un valore molto alto a dispetto di quello che sembra.

In questo scenario, quale posizione occupa l’Italia tra i mari più caldi del mondo? Acque tropicali leggermente più calde delle ‘nostre’, oltre i 30 gradi centigradi e fino a 32-33 gradi, attualmente si registrano nel Mar Rosso, nel Golfo Persico, nel Golfo del Bengala e nel Mar Cinese Meridionale. Altrove, in particolare sulle coste del Pacifico orientale i valori sono più bassi anche di 10 gradi rispetto ai mari italiani, anche a causa del fenomeno de La Niña. In buona sostanza l’Italia ha uno dei mari più caldi al mondo, in questo momento.

Lorenzo Tedici, meteorologo del sito www.iLmeteo.it, conferma che questa situazione anomala è legata alla ‘Pazza Calda Estate 2022’, iniziata in anticipo il 10 maggio e proseguita con valori termici eccezionali per quasi 3 mesi senza interruzione. Il calore del sole, l’assenza di perturbazioni o di temporali forti sul mare e l’assenza di venti freschi da Nord hanno bloccato il rimescolamento dell’acqua, non hanno permesso il raffreddamento superficiale del mare e, giorno dopo giorno, hanno fatto accumulare tanto calore: al momento, i bacini più caldi sono il Mar Ligure, il Mar Tirreno e il Canale di Sicilia con temperatura dell’acqua di 30 gradi. Tutto questo si traduce in un enorme stress per il mondo ittico, in stravolgimenti di cui non conosciamo le conseguenze, ma soprattutto di un pericolo reale: avremo temporali marittimi più forti appena arriverà una perturbazione. Il calore del mare infatti si trasformerà in energia per lo sviluppo di nubifragi e/o altri fenomeni violenti: ad essere pessimisti o catastrofisti (non ci piace esserlo, ma questa ricerca è pubblicata in vari articoli scientifici) con acque marine ad oltre 26,5 gradi è più probabile la formazione di Tlc, ovvero Tropical Like Cyclones, piccoli uragani anche sul Mar Mediterraneo.

Negli ultimi anni infatti, con l’aumento della temperatura dell’acqua del Mar Mediterraneo, si sono avuti a ripetizione Tlc, anche definiti Uragani Mediterranei o Medicane: 28 ottobre 2021, Apollo; 17 settembre 2020, Ianos (sulla Grecia), 11 novembre 2019, Detlef ad ovest della Sardegna, 28 settembre 2018, Zorbas a sud della Sicilia e così via con una frequenza che è aumentata sensibilmente a causa dei mari sempre più caldi. In sintesi, prendendola a ridere, è possibile fare una vacanza ai Caraibi senza prendere l’aereo: stesso mare ‘bollente’, simile probabilità (minore, ma in aumento) di trovare un uragano alla fine dell’estate.

migranti

Migranti climatici causa siccità pari a due volte l’Ue. L’Europa deve agire

Non solo guerre e persecuzioni. I migranti, quelli di cui l’Unione europea deve iniziare a preoccuparsi, sono quelli climatici. Persone costrette a lasciare il proprio territorio per effetto dei cambiamenti climatici e del deterioramento delle condizioni di vita. Inondazioni, alluvioni e, soprattutto, desertificazione. Le Nazioni Unite stimano che il solo stress idrico, e dunque siccità e penuria d’acqua, “potrebbe sfollare 700 milioni di persone entro il 2030. Una popolazione pari a quasi due volte quelle dell’intera Ue (446 milioni, dato aggiornato all’1 gennaio 2022). La Banca mondiale, invece, suggerisce che “entro il 2050 potrebbero esserci 216 milioni di migranti interni” per ragioni legate al clima, a meno che non vengano prese misure correttive. Si tratta di una popolazione superiore a quelle di Italia, Francia e Germania messe insieme.

La sfida è quella del clima e dei suoi mutamenti, ma in prospettiva è soprattutto politica ed economica. L’impostazione di una certa politica poco incline all’accoglienza e arroccata sulla logica del “aiutiamoli a casa loro” rischia di dover fare i conti con interventi sempre più onerosi. Per evitare che le persone si mettano in marcia per venire a bussare alle porte di Nazioni e continenti più ricchi e meno flagellati da siccità si renderà necessario un investimento sempre più massiccio nei Paesi d’origine. Un fardello economico di cui sempre meno l’Europa rischia di potersi fare carico, soprattutto in tempi di nuove crisi e venti non solo recessivi, quanto addirittura stagflattivi.

Il fenomeno esiste già. Solo nel 2020 crisi di vario genere hanno costretto alla fuga 11,2 milioni di persone, portando il numero degli sfollati a oltre 82 milioni. Così recitano i numeri dell’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr). Di questi, circa 48 milioni erano sfollati interni. Gli altri 34 milioni di uomini, donne e bambini hanno chiesto rifugio e asilo all’estero, in altri Paesi. Numeri che rischiano di acquistare ordini di grandezza di ben altra dimensione a causa dell’impatto del cambiamento climatico.

A livello di Unione europea si è consapevoli della posta in gioco. Regioni come quella del Sahel sono “particolarmente a rischio”, come riconosciuto anche dal Parlamento europeo. La Commissione ha avviato programmi di collaborazione per il rimpatrio e il ritorno di immigrati. Ma gli sforzi in ambito migratorio rischiano di divenire vani di fronte all’impoverimento della terra. Nel Sahel come altrove, la tendenza all’aumento della siccità, del maltempo e degli incendi associati al riscaldamento globale è già evidente. “In assenza di un’azione decisa sulle emissioni globali, la temperatura globale potrebbe aumentare di 1,5°C o più entro il 2050”, avverte il Parlamento europeo in un documento di lavoro . “In un mondo più caldo, è più probabile che i disastri accadano simultaneamente. L’accesso al cibo e all’acqua sarà più difficile per molti”. Non solo, l‘innalzamento del livello del mare, l’accelerazione della desertificazione e il degrado del suolo determineranno “un aumento della migrazione climatica”.

Bisogna iniziare già adesso a prepararsi a questo scenario ma, soprattutto, ad adoperarsi perché non si traduca in realtà. L’Unione Europea è in prima linea in questo sforzo, avendo adottato il Green Deal europeo, la strategia dell’Ue sull’adattamento ai cambiamenti climatici e la legge europea sul clima. “Strategie e piani a lungo termine sono necessari, ma non sufficienti; devono anche essere attuati in modo sistematico ed efficace”. Questo il monito dell’Eurocamera. Questa la sfida dell’Unione europea.

siccità

Italia tropicale: temporali violenti poi ancora il gran caldo, soffrono i campi

Finisce un mese di luglio tra i più bollenti di sempre, segnato in media da 17 eventi estremi al giorno lungo la Penisola tra grandinate, nubifragi, trombe d’aria, bombe d’acqua e tempeste di vento. Una vera e propria tropicalizzazione del clima, con manifestazioni violente sempre più frequenti, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi e intense, un rapido passaggio dal caldo al maltempo.

Oggi una nuova linea instabile raggiunge le regioni settentrionali, alimentata da aria più fresca in quota che, mescolandosi con quella più calda preesistente, darà vita a numerosi focolai temporaleschi che dal Nordovest si incammineranno verso il Nordest in serata e poi nella successiva nottata. I fenomeni “potranno essere violenti“, avverte ilmeteo.it, localmente accompagnati da grandine di grosse dimensioni e sui settori alpini e prealpini potranno provocare frane, smottamenti e improvvisi ingrossamenti di torrenti. Da Lunedì 1 Agosto l’anticiclone africano inizierà ad abbracciare l’Italia invadendola poi completamente a partire da mercoledì 3, quando le temperature cresceranno nuovamente a sfiorare i 40°C sulla Pianura Padana, sulle zone interne del Centro e sulle due Isole maggiori.

Cambiamenti climatici che si ripercuotono sull’agricoltura, aggravando hanno aggravato i danni provocati dalla siccità che ammontano ad oltre 6 miliardi di euro nelle campagne. L’ultima ondata di maltempo ha diviso l’Italia in due, con dieci città da bollino rosso per il caldo e allerta maltempo in quattro città del nord, sulla base dei dati dell’European Severe Weather Database (Eswd).

I terreni non riescono ad assorbire l’acqua su un territorio come quello italiano reso più fragile dalla cementificazione e dall’abbandono con 7252 i comuni, ovvero il 91,3% del totale, a rischio idrogeologico secondo dati Ispra – denuncia la Coldiretti -. Senza dimenticare che nel 2022 si è verificato un aumento del +170% degli incendi spinti proprio in un mese di luglio bollente e siccitoso che ha favorito la corsa del fuoco lungo boschi e campagne di tutta la penisola con danni all’ambiente, all’economia, al lavoro e al turismo“.

A essere colpiti dalle ultime perturbazioni nelle campagne sono state le coltivazioni di mais, foraggi, vigneti e alberi da frutto ma anche danni alle coperture di fabbricati e capannoni delle aziende agricole con milioni di euro di danni senza peraltro contribuire a sconfiggere la situazione di emergenza idrica in agricoltura determinata dal caldo e dalla grave siccità. Il livello del fiume Po a 3,3 metri sotto lo zero idrometrico al Ponte della Becca è rappresentativo delle criticità presenti sull’intera Penisola a partire dalla Pianura Padana dove per la mancanza di acqua è minacciata oltre il 30% della produzione agricola nazionale e la metà dell’allevamento che danno origine alla food valley italiana conosciuta in tutto il mondo. La situazione di carenza idrica riguarda anche i grandi laghi del Nord con il Maggiore che ha appena il 16% di riempimento dell’invaso e in quello di Como va ancora peggio con appena il 5% mentre nelle zone a valle serve l’acqua per irrigare le coltivazioni, e persino il Garda è pieno poco meno di 1/3 (31%).

Tra le manifestazioni meteo estreme la caduta della grandine nelle campagne è la più dannosa in questa fase stagionale per le perdite irreversibili che provoca alle coltivazioni proprio alla vigilia della raccolta, mandando in fumo un intero anno di lavoro. Un evento climatico avverso che si ripete sempre con maggiore frequenza ma a cambiare è anche la dimensione dei chicchi che risulta aumentata considerevolmente negli ultimi anni con la caduta di veri e propri blocchi di ghiaccio anche più grandi di una palla da tennis. Nelle zone interessate dal maltempo sono in corso le verifiche dei danni da parte della Coldiretti che segnala peraltro l’aggravarsi del bilancio dei danni provocato dalla la siccità che ha un impatto devastante sulle produzioni nazionali che fanno fatto stimare un calo del 10% della produzione agricola nazionale.