Dazi, definita intesa Usa-Ue: 15% su auto e farmaci. Nessuna esenzione sul vino

Oltre 10 viaggi transatlantici, 120-130 ore di colloqui, per “l’accordo migliore che potevamo sperare”. Il commissario Ue al Commercio, Maros Sefcovic, annuncia in conferenza stampa la pubblicazione della dichiarazione congiunta Ue-Usa sugli accordi commerciali reciproci, a meno di un mese dall’intesa raggiunta in Scozia il 27 luglio tra la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Un documento che definisce un quadro “equo, equilibrato e reciprocamente vantaggioso”. L’obiettivo è chiaro: consolidare le relazioni “e contribuire – dice Sefcovic – alla reindustrializzazione su entrambe le sponde dell’Atlantico. Vogliamo liberare appieno il potenziale della nostra forza economica combinata”. Von der Leyen ricorda che “di fronte a una situazione difficile, abbiamo mantenuto gli impegni assunti nei confronti dei nostri Stati membri e dell’industria e abbiamo ripristinato la chiarezza e la coerenza nel commercio transatlantico”.

Per Bruxelles, insomma, il risultato è positivo perché il limite tariffario globale del 15% per l’Unione europea è “l’accordo commerciale più favorevole che gli Stati Uniti abbiano mai concesso a un partner”, dice il Commissario, anche perché “l’alternativa, una guerra commerciale con dazi altissimi e un’escalation politica, non giova a nessuno. Danneggia l’occupazione, la crescita e le imprese sia nell’Ue che negli Stati Uniti. E non si tratta di una teoria, poiché sarebbero a rischio quasi 5 milioni di posti di lavoro in Europa, molti dei quali nelle Pmi. Questo accordo evita questa strada”. Soddisfatta anche la controparte. Per il segretario Usa al Commercio, Howard Lutnick, l’accordo ha permesso all’agenda commerciale statunitense di ottenere “una vittoria importante per i lavoratori americani, le industrie statunitensi e la nostra sicurezza nazionale. “Dazi” dovrebbe essere una delle parole preferite dell’America”, aggiunge.

Per il governo italiano anche se “non si tratta ancora di un punto di arrivo ideale o finale”, l’intesa ha permesso di raggiungere “alcuni punti fermi importanti a partire dall’aver evitato una guerra commerciale e dall’aver posto le basi per relazioni commerciali mutualmente vantaggiose”.

E un’ampia gamma di settori, tra cui industrie strategiche come l’automobile, i prodotti farmaceutici, i semiconduttori e il legname, beneficeranno di questo limite massimo. Ma per Business Europe, l’associazione imprenditoriale europea, questo non dovrebbe essere il risultato finale, perché l’impatto sulla competitività delle imprese Ue “sarà comunque negativo” e per questo bisogna “raddoppiare gli sforzi” riducendo “gli oneri normativi e il costo dell’energia e portando avanti il ​​suo programma di diversificazione commerciale”. Per quanto riguarda le auto – ora soggette a un dazio del 27,5% – la nuova imposta dovrebbe entrare in vigore retroattivamente dal 1° agosto perché, spiega Sefcovic.

Nessuna esenzione, invece, per il vino, i distillati e la birra su cui “stiamo lavorando da quando abbiamo avviato i negoziati”, con gli Usa, cioè da febbraio. Purtroppo, ammette Sefcovic, “non siamo riusciti” a inserirli nell’accordo, “ma le porte non sono chiuse, perché entrambe le parti hanno concordato di valutare altri settori in futuro, e questi sono una nostra priorità”. Per l’Unione Italiana Vini, si tratta sostanzialmente di una sconfitta perché il danno stimato per le imprese è di circa 317 milioni di euro cumulati nei prossimi 12 mesi, mentre per i partner commerciali d’oltreoceano il mancato guadagno salirà fino a quasi 1,7 miliardi di dollari.

Numerosi gli impegni presi dall’Ue. L’accordo prevede anche una forte cooperazione energetica, nell’ambito della quale l’Ue acquisterà gas naturale liquefatto, petrolio e prodotti energetici nucleari dagli Stati Uniti, con un volume di acquisti previsto di 750 miliardi di dollari entro il 2028. Bruxelles, inoltre, acquisterà chip di intelligenza artificiale statunitensi per un valore di almeno 40 miliardi di dollari per i suoi centri di calcolo. Ma non solo. Le aziende europee investiranno ulteriori 600 miliardi di dollari in settori strategici negli Stati Uniti entro il 2028.

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Reciproci, settoriali e universali: tutti i dazi di Donald Trump

Che siano settoriali, mirati o universali, i dazi imposti sui prodotti in entrata negli Stati Uniti sono cambiati significativamente dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Una panoramica dei dazi già in vigore, in attesa dell’aumento previsto per i principali partner commerciali degli Stati Uniti il 1° agosto.

SOVRATTASSA SU TUTTI I PRODOTTI. Dall’inizio di aprile e dall’introduzione dei dazi impropriamente definiti “reciproci” da parte del presidente americano, tutti i prodotti in entrata negli Stati Uniti sono soggetti a un sovrapprezzo del 10%. Si prevede che questa cifra sarà più elevata per i principali partner commerciali, in particolare quelli con cui Washington ritiene di avere un deficit commerciale. Dopo aver annunciato dazi fino al 50% per oltre 80 paesi, Donald Trump li ha sospesi, inizialmente fino al 9 luglio e poi fino al 1° agosto, in attesa dei negoziati sugli accordi commerciali. Finora, tuttavia, sono stati firmati sei accordi con Regno Unito, Vietnam, Indonesia, Filippine, Giappone e Unione Europea, con dazi specifici compresi tra il 15% e il 20%, inferiori a quelli annunciati all’inizio di aprile per questi paesi. Circa venti altri paesi hanno ricevuto una lettera dalla Casa Bianca che annunciava dazi tra il 25% e il 50%. Il Brasile, inizialmente non preso di mira, potrebbe essere soggetto a una sovrattassa del 50%, in quanto Donald Trump condanna il procedimento legale in corso contro l’ex presidente Jair Bolsonaro.

CANADA E MESSICO. Principali obiettivi di Donald Trump, i due paesi vicini degli Stati Uniti sono accusati di non contrastare a sufficienza l’immigrazione clandestina e il traffico di fentanyl, un potente oppioide che sta causando una grave crisi sanitaria nel paese. Sono presi di mira da dazi del 25%, che tuttavia si applicano solo ai prodotti non coperti dal Tri-Country Free Trade Agreement (CUSMA), una minoranza dei prodotti che entrano negli Stati Uniti. Il presidente americano ha minacciato di aumentare questi supplementi al 35% per i prodotti canadesi e al 30% per quelli provenienti dal Messico, frustrato dal fatto che i negoziati commerciali non progrediscano come sperava.

CINA. Pechino è stata un obiettivo primario di Washington fin dal primo mandato di Trump, una politica rimasta invariata sotto Joe Biden e ulteriormente rafforzata dal ritorno del repubblicano alla Casa Bianca. In nome della lotta al traffico di fentanyl, è stata applicata una tariffa del 10%, in aggiunta a quella esistente prima del 1° gennaio, a cui è stato aggiunto il 20% come dazi doganali cosiddetti “reciproci” all’inizio di aprile. Ma con la risposta della Cina, le due potenze mondiali hanno avviato un’escalation tariffaria, aumentando i dazi fino al 125% sui prodotti americani e al 145% su quelli cinesi, prima di raggiungere un accordo a maggio a Ginevra per tornare al 10% da una parte e al 30% dall’altra. Da allora, i due governi hanno tenuto colloqui a Londra e hanno in programma ulteriori colloqui in corso a Stoccolma per far progredire le loro controversie commerciali.

DIFESA DI ALCUNI SETTORI. Citando ogni volta la sicurezza nazionale, Donald Trump ha deciso di proteggere diversi settori dell’industria americana con una sovrattassa specifica sui prodotti esteri venduti negli Stati Uniti. Questo è il caso delle automobili, ora tassate al 25%, ad eccezione delle auto provenienti dal Giappone, che sono tassate solo al 15%, e persino al 10% per le prime 100.000 auto provenienti dal Regno Unito. L’acciaio e l’alluminio americani, da parte loro, sono protetti da dazi doganali del 50% sui prodotti concorrenti che entrano nel Paese, compresi quelli provenienti da Canada e Messico. E altri ancora sono in arrivo: prodotti farmaceutici, semiconduttori, rame, pannelli solari e minerali essenziali sono attualmente oggetto di azioni legali.

INCERTEZZA GIURIDICA. Parte dei dazi doganali americani è stata contestata in tribunale. I tribunali di grado inferiore hanno stabilito che Donald Trump non aveva l’autorità di imporre autonomamente tasse indifferenziate sulle importazioni. Tuttavia, i casi non sono stati ancora decisi in via definitiva nel merito.

Dazi, Meloni: “Al lavoro per scongiurare guerra commerciale”. Urso: “Intesa con Usa vicina”

Scongiurare una guerra commerciale con gli Stati Uniti. E’ il mantra della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e, a cascata, di tutti i ministri coinvolti nell’infinita trattativa con gli Stati Uniti dopo la minaccia di tariffe al 30% verso l’Europa e la successiva missione a Washington del capo negoziatore europeo Maros Sefcovic. La premier lo ribadisce sul palco del congresso della Cisl all’Eur, sottolineando il lavoro assiduo e costante dell’esecutivo: “Tutti i nostri sforzi sono rivolti a questo, chiaramente in collaborazione con gli altri leader, con la Commissione Europea”. La guerra commerciale “non avrebbe alcun senso”, “impatterebbe soprattutto sui lavoratori”, precisa. A maggior ragione perché il caos scoppia “in un periodo complesso, segnato da tensioni geopolitiche che rendono il contesto internazionale molto incerto e instabile, con conseguenze inevitabili su economia reale, tenuta dei livelli occupazionali e produzione”.

L’intesa “è in procinto” di essere raggiunta, azzarda poco dopo sullo stesso palco Adolfo Urso. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy fornisce informazioni in suo possesso che arrivano dagli Stati Uniti: “Da quel che apprendiamo ci siamo, l’intesa sta per essere raggiunta. Ci auguriamo che sia equa, costruttiva, positiva e sostenibile”. Il presidente Usa, Donald Trump, infatti, in un’intervista a Real America’s Voice, ha spiegato che un accordo con l’Ue è vicino, anche se “sono molto indifferente al riguardo”. Il governo italiano, secondo Urso, ha fatto tutto il necessario operando “in modo costruttivo e collaborativo, affinché ci fosse un negoziato sia in termini bilaterali che con le istituzioni europee, in modo specifico con la Commissione Europea”.

Le opposizioni non ci stanno e incalzano l’esecutivo. Per il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, la premier deve “svegliarsi dal torpore. La guerra commerciale con gli Stati Uniti non è un rischio ipotetico: è già iniziata, ed è stata innescata da Donald Trump, non certo dall’Europa”. I dazi al 30% dal primo agosto, secondo Bonelli, “sono un’estorsione, un atto di violenza economica che rischia di causare una crisi gravissima”, solo l’Italia “potrebbe perdere 35 miliardi di export e oltre 180.000 posti di lavoro”. Piero De Luca, deputato Pd e capogruppo in commissione Affari europei, giusto negoziare “ma a schiena dritta. Serve un’intesa, non una resa”, portando al tavolo delle trattative “una posizione unitaria Ue, evitando azioni bilaterali che rischiano di indebolire Italia ed Europa stessa”. Preoccupazioni anche sulla tutela dell’agroalimentare. Coi dazi al 30%, denuncia Antonella Forattini, capogruppo Pd in commissione Agricoltura alla Camera, verrebbero colpiti “prodotti simbolo del Made in Italy, dai formaggi alla pasta, fino al vino, in un contesto già segnato dalla svalutazione del dollaro”. Per Simona Bonafè, vicepresidente vicaria del Gruppo Pd alla Camera, i dazi avrebbero un impatto gravissimo su alcuni dei settori più competitivi del nostro export, come “moda e farmaceutica, colonne portanti del Made in Italy”.

Nel 2024 cala export (-0,4%), pesa frenata tedesca. Urso: “Cresce attrattività Italia”

Nel 2024 le esportazioni italiane si sono lievemente ridotte a 623,5 miliardi di euro (-0,4%), soprattutto a causa della netta caduta delle vendite verso la Germania, -5%. Le vendite all’estero sono cresciute però del 30% sul 2019, quando si attestarono a 480 miliardi. A sostenerlo è l’Ice nel rapporto 2024-2025 presentato questo pomeriggio.

“Le flessioni registrate per mezzi di trasporto, sistema moda, mobili e beni intermedi, soprattutto i derivati del petrolio – si legge nel rapporto – sono state compensate dagli aumenti di prodotti alimentari, chimico-farmaceutici, Ict e dal balzo della gioielleria (+39%) dovuto principalmente alla forte domanda del mercato turco”.

La lieve flessione registrata per l’export italiano nel 2024 – spiega l’Ice – è il risultato di dinamiche molto diversificate nei singoli mercati e settori. Il contributo negativo principale è venuto dalla Germania, la cui crisi economica si è tradotta in un calo del 5% delle vendite di prodotti italiani, soprattutto negli autoveicoli, nella metallurgia e nella meccanica. Forte la flessione in Cina (-21%), risultato “di una correzione verso il basso del picco anomalo registrato nel 2023 dalle vendite di prodotti farmaceutici. Analogamente, la riduzione del 3,6% delle esportazioni verso gli Stati Uniti sconta il picco registrato in precedenza nella cantieristica navale”.

Positive le performance in Medio Oriente. Le esportazioni verso l’Arabia Saudita sono cresciute (oltre il 29%) grazie specialmente all’industria meccanica, e verso gli Emirati Arabi Uniti (+ 20,4%) per gli incrementi nella meccanica, nell’abbigliamento e nei prodotti in pelle. La crescita delle vendite in Spagna (+4,6%) ha beneficiato soprattutto degli aumenti registrati nei prodotti Ict e nella farmaceutica. La quota di mercato mondiale delle esportazioni italiane di merci, espressa a prezzi correnti, nell’ultimo decennio è rimasta sostanzialmente stabile intorno al 2,8%. Al lieve incremento registrato negli Stati Uniti (dove la quota si è attestata al 2,3%) e in Francia (7,9%) corrispondono invece flessioni altrettanto lievi in Germania (5,2%) e nel Regno Unito (3,9%), mentre sul mercato cinese la quota italiana è rimasta ferma all’1%.

Soddisfatto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso: “Nel 2025 l’indice di attrattività globale dell’Italia è passata dal 19esimo al 16esimo, abbiamo guadagnato tre posizioni sulle 146 del ranking”. Al tempo stesso, sottolinea il ministro, l’Italia nel 2024 è stato il Paese principale destinatario di progetti green field in Europa, con 35 miliardi di investimenti esteri, “ben più di quanto fatto da Francia e Germania, che ne hanno registrati 10 meno di noi”. E’ stato un record storico. Secondo Urso, l’Italia ora “è più attrattiva perché garantisce continuità di governo, ed è qualcosa di inusuale rispetto al passato”. E tutto questo può farlo grazie Made in Italy, sinonimo di “identità, innovazione e internazionalizzazione”.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani giudica “positivi e confortanti” i dati emersi dal rapporto Ice, “anche se con un leggerissimo calo in alcune parti del mondo”. Numeri che “confermano la bontà della nostra strategia”, orientata ora ad allargare gli scambi anche in mercati emergenti: Paesi del Golfo, India, Giappone, Messico, Canada, Vietnam, Indonesia, Sudafrica e Paesi dei Balcani. Il presidente Ice, Matteo Zoppas, crede nell’obiettivo fissato dal ministro Tajani: 700 miliardi di export. “In due anni – spiega – il +12% è fattibile con gli strumenti e la logica del sistema Paese”. Obiettivo che si può centrare grazie “ai nostri cavalli di battaglia per l’export: meccanica, chimica e farmaceutica. Ci sono poi le 3 ‘F’: food, fashion e furniture”.

Dazi, Trump: “Usa derubati per decenni”. Ue individua contro-tariffe per 72 mld

L’Unione europea – con in mano la lettera ricevuta nel weekend dal presidente Usa Donald Trump che annuncia Dazi al 30% sui beni europei a partire dal primo agosto – sceglie di portare fino alla fine la sua scelta iniziale, quella della ricerca di una soluzione concordata. Ma allo stesso tempo accende i toni, tanto da prendere in prestito dal lessico militare le parole utilizzate. “Al mio arrivo alla riunione” straordinaria del Consiglio Commercio dell’Ue “ho detto ai ministri: ‘Se volete la pace, preparatevi alla guerra’”, ha raccontato in conferenza stampa Lars Lokke Rasmussen, ministro degli Esteri della Danimarca, Paese che ricopre il semestre di presidenza del Consiglio dell’Ue. “Noi non cerchiamo la guerra, ma dobbiamo prepararci per dare al nostro commissario la posizione negoziale più forte possibile. E credo che oggi siamo riusciti a raggiungere questo obiettivo”, ha aggiunto.

La lettera di Trump insomma ha gelato le ipotesi europee di un accordo accettabile, seppur sbilanciato. E l’inquilino della Casa Bianca è tornato a enumerare i torti subiti, a suo dire, dagli Usa. “Gli Stati Uniti d’America sono stati derubati su commercio (e difesa), da amici e nemici, allo stesso modo, per decenni. Questo è costato migliaia di miliardi di dollari, e la situazione non è più sostenibile – e non lo è mai stata“, ha scritto oggi sulla sua piattaforma Truth. “I Paesi dovrebbero fermarsi e dire: ‘Grazie per i tanti anni di libertà, ma sappiamo che ora dovete fare ciò che è giusto per l’America’. Dovremmo rispondere dicendo: ‘Grazie per aver compreso la situazione in cui ci troviamo. Molto apprezzato!’“, ha continuato. E ha messo in chiaro che l’accordo sui Dazi “è quello delle lettere” e che se le Capitali “vogliono negoziare ne possiamo parlare”.

Di certo, per il Tycoon, “il fatto che stiano chiamando significa vogliono negoziare“. E il negoziato è ancora la strada preferita dall’Unione europea.

Oggi, i ministri del Commercio dei Ventisette si sono riuniti in un Consiglio Commercio straordinario e, pur dicendosi concordi nel considerare l’annuncio di Dazi al 30% “assolutamente inaccettabile e ingiustificata”, sostengono l’idea della Commissione di continuare la trattativa fino al primo agosto, ma hanno anche posto l’accento sull’elemento delle contromisure. Nella riunione “abbiamo discusso lo stato di avanzamento e le prospettive per le relazioni commerciali dell’Ue con gli Usa, comprese le possibili contromisure dell’Ue”. Punto su cui, oggi, i ministri europei hanno insistito molto più che in passato. “Siamo impegnati a continuare a lavorare con gli Stati Uniti per un risultato negoziato che deve essere un accordo vantaggioso e accettabile per entrambi. Allo stesso tempo ci prepariamo a ogni possibile scenario. Se una soluzione soddisfacente non sarà trovata, l’Ue è pronta a reagire e questo include contromisure robuste e proporzionate se richiesto. E nella stanza si è respirato un forte senso di unità. Questa dichiarazione è quindi una dichiarazione che ci unisce tutti”, ha sottolineato Rasmussen. Anche per il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, l’Ue deve “essere preparata a tutti gli esiti”, compreso quello del ricorso a “misure proporzionate e ponderate per ristabilire l’equilibrio nelle nostre relazioni transatlantiche”. Intanto, alla luce della nuova scadenza, Bruxelles ha allungato fino ai primi di agosto la pausa – che sarebbe scaduta questa notte – alle sue contromisure che, decise come risposta ai Dazi statunitensi del 25% su acciaio e alluminio, colpiscono circa 21 miliardi di euro di beni Usa importati. E lavora al secondo elenco di contromisure.

Le nostre misure di riequilibrio su acciaio e alluminio sono sospese fino agli inizi di agosto e oggi la Commissione sta condividendo con gli Stati membri la proposta per il secondo elenco di beni che conta circa 72 miliardi di euro di importazioni statunitensi“, ha illustrato Sefcovic in conferenza stampa precisando che “ciò non esaurisce le nostre possibilità e ogni strumento rimane sul tavolo”. Per il commissario Sefcovic, da qui al primo agosto 4 sono le aree di intervento. Innanzitutto i negoziati. “Restiamo convinti che le nostre relazioni transatlantiche meritino una soluzione negoziata, che porti a una rinnovata stabilità e cooperazione. Più tardi, nel corso della giornata di oggi, proseguirò il mio dialogo con le mie controparti statunitensi”, ha annunciato. Per il commissario va considerato “il duro lavoro profuso” fin qui e il fatto che “siamo vicini a raggiungere un accordo” con “gli evidenti benefici di una soluzione negoziata”. E’ chiaro però che “per applaudire ci vogliono due mani”. Di qui, il secondo pilastro: le contromisure, con il secondo elenco di beni, pari a 72 miliardi di euro di import a stelle e strisce, da definire. Terzo, “canali di comunicazione aperti e ancora più stretti con altri partner che condividono gli stessi ideali” e, in quarto luogo, sforzi raddoppiati dell’Ue “per aprire nuovi mercati“.

In generale, Sefcovic non ha rimproveri sul lavoro svolto fin qui. “La mia impressione era che valesse la pena lavorarci” su un accordo, “altrimenti non avremmo speso tre mesi a redigere questo accordo di principio, analizzando mille e settecento linee tariffarie, discutendo tutti i dettagli, dall’agricoltura ai pezzi di ricambio per le auto, se tutto si fosse risolto con una lettera, per quanto importante”. E guarda avanti: “Credo ci sia ancora potenziale per continuare il negoziato anche se questa lettera ha scatenato forti reazioni in Europa e sarò molto aperto su questo”, ha affermato. Al suo arrivo al Consiglio, questa mattina, Sefcovic aveva chiarito che “il 30% proibisce il commercio” e che renderà “impossibile continuare a commerciare come siamo abituati a fare in una relazione transatlantica”. Così come le catene di approvvigionametno transatlantiche “ne risentirebbero pesantemente su entrambe le sponde dell’Atlantico”. Ma in virtù del fatto che quella tra Ue e Usa è “la più grande relazione commerciale su questo pianeta, con 1.700 miliardi di dollari, 400 miliardi di dollari che attraversano l’oceano ogni singolo giorno sotto forma di beni e servizi”, Bruxelles sta “dimostrando un’enorme pazienza” e “un’enorme creatività per trovare le soluzioni” negoziate. “Ma se la percentuale rimane superiore al 30%, semplicemente il commercio, il commercio come lo conosciamo, non continuerà, con un enorme effetto negativo su entrambe le sponde dell’Atlantico”. Per questo, “penso che dobbiamo fare, e farò sicuramente, tutto il possibile per evitare questo scenario super negativo”, ha concluso.

Da oggi scattano i saldi estivi 2025: previsto giro d’affari da oltre 3 miliardi

Sono pronti alle grandi folle i commercianti e i clienti a caccia di occasioni. Da oggi partono i saldi estivi in quasi tutte le regioni (a eccezione di Trento e di Bolzano), che daranno un po’ di tregua alle famiglie in un momento in cui l’inflazione spinge a spendere con prudenza.

Secondo il Codacons, i saldi daranno vita a un giro d’affari attorno ai 3-3,2 miliardi di euro. E, ad alimentare il giro, potrebbero essere i turisti stranieri che, in questo periodo dell’anno, affollano le città italiane e le località di vacanza, e la cui spesa per abbigliamento, calzature ed accessori potrebbe dare impulso al commercio.

E’ un momento fondamentale, un’occasione di acquisto consapevole e conveniente da un lato, e una leva importante per gli esercenti dall’altro“, osserva Benny Campobasso, Presidente di Fismo Confesercenti. Che rileva però la necessità di alcuni correttivi: “Bisogna fare chiarezza e porre un argine al dilagare dei pre-saldi irregolari, che minano la leale concorrenza, e va anche rivista la data d’avvio, oggi troppo vicina all’inizio dell’estate e quindi poco funzionale per molti operatori”, spiega.

Il Movimento Difesa del Cittadino mette in guardia dalle truffe e ricorda di osservare alcune regole di comportamento: “Accertarsi che venga rispettato l’obbligo di indicare il prezzo iniziale e quello scontato; conservare lo scontrino per eventuali cambi; assicurarsi di poter pagare sia in contanti che cashless”. Inoltre, i Saldi devono essere applicati su prodotti stagionali, non per svuotare i magazzini, e bisogna porsi delle domande in caso di prezzi eccessivamente scontati. Ancora più attenzione va fatta per gli acquisti online, dove è necessario leggere sempre le informazioni del prodotto e prestare attenzione alle foto, valutare da chi si acquista e sui siti web accertarsi che sia indicata la partita Iva e che esista sul sito dell’Agenzia delle entrate.

Sei italiani su dieci hanno già pianificato almeno un acquisto. Questo, nonostante secondo le stime di Confesercenti e Ipsos 6,5 milioni di consumatori abbiano già acquistato con lo sconto prima della partenza ufficiale dei saldi. È il 62% degli italiani che ha già deciso di approfittare degli sconti, ma la percentuale sale tra le donne e tra chi vive al Sud al 67%. Un ulteriore 32% si riserva di decidere in base alla qualità delle offerte: una fetta non trascurabile che conferma come la leva promozionale sia decisiva, ma non automatica. Tra chi ha già pianificato uno o più acquisti, il budget medio previsto è di circa 218 euro a persona, che scende a 136 euro per chi non lavora. La fascia di spesa più comune è però quella attorno ai 100 euro, scelta da un intervistato su quattro. Ma non manca chi punta più in alto: il 16% prevede di spendere 200 euro, mentre una minoranza (circa il 7%) arriva o supera i 300 euro.

I giovani (18–34 anni) mostrano una maggiore prudenza, con una media di 178 euro, contro i 234 euro degli over 35. Sul piano territoriale, si spende di più al Nord (241 euro) e meno nelle regioni del Sud e delle Isole (196 euro), confermando le differenze geografiche nella propensione al consumo. Cosa si compra. Sono le calzature le regine dei Saldi estivi 2025: oltre la metà dei consumatori che hanno già deciso cosa acquistare (53%) metterà ai piedi scarpe nuove: sandali, sneakers, zeppe o mocassini. Subito dopo, nella lista dei desideri, compaiono t-shirt, top e bluse (50%), seguiti da pantaloni, gonne e maglieria leggera (entrambi al 38%). Anche abiti (37%) e intimo (31%) mantengono una quota rilevante, mentre costumi da bagno e accessori da spiaggia (28%) segnalano una voglia di vacanze che inizia a farsi sentire. L’abbigliamento sportivo è al 27%, seguono camicie (25%), pigiami (13%) e giacche (9%). In media, chi pensa di approfittare dei Saldi progetta di acquistare quasi quattro prodotti (3,76 a persona), a testimoniare che si punta su pochi pezzi ma scelti con cura. Sei su dieci acquisteranno sia online che in negozio fisico. Che, però, resta centrale: circa un terzo (32%) di chi vuole comprare prevede di affidarsi esclusivamente ai punti vendita tradizionali, mentre il 7% sceglierà di fare shopping solo online. Il negozio continua a essere percepito come il canale più affidabile per veridicità degli sconti, sicurezza e convenienza degli acquisti, con un voto medio assegnato dai consumatori di 7,1 (contro i 6,9 del web e il 6,8 delle grandi catene). Un risultato significativo, vista l’attenzione dei consumatori: il 70% degli intervistati sostiene di verificare sempre il prezzo pieno su cui è applicato lo sconto del prodotto in saldo.

Ad aprile ‘effetto Pasqua’ rilancia i consumi ma le vendite non alimentari restano ferme

I consumi in Italia registrano ad aprile un’accelerazione inattesa, spinta dall’effetto calendario legato alla Pasqua. Secondo i dati Istat, le vendite al dettaglio segnano un aumento mese su mese dello 0,7% in valore e dello 0,5% in volume, con una crescita trainata in particolare dai beni alimentari, che registrano un +1,3% in valore e un +0,9% in volume. Anche i beni non alimentari mostrano un lieve progresso, con un +0,2% in valore e +0,3% in volume.

Il raffronto su base annua restituisce uno scenario ancora più marcato: rispetto ad aprile 2024, le vendite crescono del 3,7% in valore e dell’1,9% in volume. Anche qui la spinta arriva quasi esclusivamente dal comparto alimentare, dove l’incremento raggiunge l’8,6% in valore e il 5,4% in volume, grazie agli acquisti legati alle festività pasquali, celebrate quest’anno ad aprile, a differenza del 2024, quando erano cadute a fine marzo. L’effetto stagionale ha quindi giocato un ruolo decisivo nel determinare il balzo dei consumi, come confermato dallo stesso Istat, che parla del più forte aumento tendenziale in valore dal giugno 2023. Tuttavia, la ripresa appare sbilanciata. Il settore non alimentare resta in difficoltà, segnando un calo dello 0,4% in valore e dello 0,8% in volume. Tra le categorie merceologiche, si salvano solo profumeria (+3,4%) e strumenti musicali e fotografici (+3,2%), mentre le flessioni più significative colpiscono calzature (-3,9%) e articoli sportivi (-3,5%).

La crescita beneficia della spinta della grande distribuzione, che registra un +6,8% in valore su base annua. Le piccole superfici avanzano invece di appena lo 0,9%, a conferma delle difficoltà strutturali che continuano a colpire il commercio di vicinato. Una tendenza che, secondo Confesercenti, ha ormai assunto carattere stabile: dal 2022 i piccoli negozi accumulano perdite superiori al 10% in termini di volumi. Anche il commercio elettronico non sfugge alla debolezza, con un -0,7%, mentre le vendite fuori dai negozi scendono dello 0,1%.

Le associazioni dei consumatori invitano dunque alla cautela nell’interpretazione dei dati. Il Codacons definisce il balzo di aprile una “illusione ottica” legata alla Pasqua, sottolineando che i consumi restano deboli nella media dei primi mesi dell’anno. Assoutenti avverte che, nei primi quattro mesi del 2025, le vendite alimentari crescono in valore dell’1,4%, ma crollano in volume dell’1,2%, segno che le famiglie acquistano meno pur spendendo di più, a causa dell’inflazione. Una famiglia con due figli, secondo le stime dell’associazione, ha dovuto tagliare la spesa per cibi e bevande di circa 110 euro annui, a parità di potere d’acquisto. Per cui se da un lato l’effetto Pasqua ha riportato momentaneamente in positivo le statistiche del commercio, dall’altro non si intravedono ancora segnali solidi di una ripresa strutturale. Il quadro resta fragile, aggravato dalla crisi dei prezzi e da un consumo delle famiglie ancora frenato.

Dazi, Urso: “A rischio 10% export italiano in Usa”. Opposizioni: “Deludente, si dimetta”

Contro i dazi commerciali degli Stati Uniti non servono reazioni di pancia ma sforzi diplomatici. Ne è certo il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che durante l’informativa sul tema alle Camere ricorda: “Se avessimo reagito di pancia ci saremmo fatti male, grave non trovare un compromesso”. Serve il dialogo, quindi. Anche se le tariffe decise dalla Casa Bianca non hanno penalizzato finora l’export italiano Oltreoceano, “che anzi è significativamente aumentato nei primi tre mesi dell’anno”, con le nostre esportazioni “aumentate dell’11,8% rispetto all’anno prima”.

Anche con una riduzione, fa capire Urso, i dazi imposti dall’amministrazione Trump faranno comunque male alle nostre imprese. Per questo motivo, il ministro loda le azioni intraprese dal nostro governo, “tempestivo ed efficace nell’indirizzare la Commissione europea e l’amministrazione Usa sulla giusta strada del negoziato”, da svolgere “con consapevolezza a responsabilità”, avendo chiaro l’obiettivo che “è unire, non dividere, l’Occidente”. Per evitare nuove tariffe, però, l’Italia rifiuta l’idea di reazioni muscolari. “Le misure compensative – sottolinea Urso – sono efficaci solo se decise a livello europeo”.

Al momento, se il quadro delle misure annunciate fosse confermato, ci sarebbe un impatto del 10% sull’esportazione italiana negli Usa in caso di dazi reciproci al 20%; effetto che scenderebbe al 6,5% se si arrivasse ad un dimezzamento, cioè al 10% dei dazi reciproci. Auto e medicinali i settori più a rischio. “I dazi Usa non avranno impatto sulla vendita di auto esportate dall’Italia – sottolinea Urso – ma lo avranno molto significativo sulla filiera dell’automotive”. Analogo impatto potrebbe avvenire nel settore della farmaceutica dopo “le misure draconiane annunciate da Trump”. Evitare nuove tariffe, sottolinea in conclusione Urso, aiuterebbe anche a tenere bassa l’inflazione “sotto controllo nel 2024, pari a 1,1%”. Meno di Francia (2,3%), Germania 2,5% e Spagna (2,9%). “Una delle conseguenze della chiusura dei mercati e di massive misure dei dazi – avverte il titolare del Mimit – sarebbe inevitabilmente l’aumento dell’inflazione per i cittadini europei e americani. Dobbiamo evitarlo”.

L’informativa non è però piaciuta alle opposizioni, che hanno attaccato il ministro in entrambe le Camere criticando anche il ritardo con cui si è presentato in parlamento. Ne chiede le dimissioni la capogruppo IV al Senato Raffaella Paita: “Chieda scusa e si dimetta”. La responsabilità politica “di questo colpevole ritardo è tutta di Urso, che deve dimettersi”, ripete il senatore Marco Lombardo di Azione. Urso “è il peggior ministro dell’Europa”, rincara la dose il senatore M5s Luigi Nave. “Urso è un mistero, dice nulla e lo dice male”, sottolinea il capogruppo M5s al Senato Stefano Patuanelli. Un paio d’ore dopo, la vicepresidente M5S Chiara Appendino affonda il colpo: “Quella di Urso non è tranquillità: è pericolosa mancanza di consapevolezza di quello che accade fuori da questo palazzo”. Netto anche il deputato Ubaldo Pagano, capogruppo Pd in Commissione Bilancio: “Urso deludente, conferma l’immobilità del governo”.

Tregua Usa-Cina: dazi sospesi per 90 giorni e ridotti del 115%. Trump: “Parlerò con Xi in settimana”

Stop di 90 giorni per la maggior parte parte delle tariffe doganali e riduzione del 115% dei dazi. Stati Uniti e Cina hanno annunciato una prima de-escalation nella loro guerra commerciale che ha scosso l’economia globale. Questa sospensione entrerà in vigore “entro il 14 maggio”, hanno fatto sapere le due principali potenze economiche mondiali in una dichiarazione congiunta pubblicata dopo due giorni di negoziati a Ginevra. Concretamente, le due parti hanno concordato di ridurre significativamente le maggiorazioni che si imponevano a vicenda, al 30% per Washington e al 10% per Pechino, rispetto al 145% e al 125% dopo l’escalation avviata da Donald Trump all’inizio di aprile.

La notizia ha immediatamente rassicurato i mercati, con Wall Street che ha aperto in netto rialzo, con il Dow Jones in rialzo del 2,66%, il Nasdaq del 4,16% e l’S&P 500 del 2,97%, seguendo lo stesso andamento dei mercati asiatici ed europei. “Abbiamo raggiunto un reset completo con la Cina, a seguito di proficue discussioni a Ginevra. Entrambi hanno concordato di ridurre i dazi imposti dal 2 aprile al 10% per 90 giorni, e i negoziati proseguiranno su aspetti strutturali più ampi“, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti che prevede di sentire il leader cinese Xi Jinping entro la fine della settimana. La tariffa totale imposta dagli Stati Uniti è in realtà del 30% perché Washington non ha contestato la sovrattassa del 20% introdotta prima di aprile. Si tratta di un primo segnale concreto di allentamento della guerra commerciale che ha scosso i mercati finanziari e alimentato i timori di inflazione e di rallentamento economico negli Stati Uniti, in Cina e nel resto del mondo.

Nessuna delle due parti vuole una dissociazione” delle economie americana e cinese, ha dichiarato da Ginevra il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, ribadendo che le barriere doganali introdotte negli ultimi mesi hanno di fatto istituito un “embargo” sul commercio tra i due Paesi. La riduzione di questi dazi doganali è “nell’interesse comune del mondo”, ha commentato il Ministero del Commercio cinese, accogliendo con favore i “sostanziali progressi” con Washington. In un’intervista rilasciata al canale americano CNBC, Bessent ha ipotizzato un nuovo incontro sino-americano “nelle prossime settimane per lavorare a un accordo più sostanziale”. In particolare, ha affermato di voler parlare con Pechino di restrizioni diverse dai dazi doganali, chiamate “barriere non tariffarie”, che a suo dire impediscono alle aziende americane di prosperare in Cina. Si tratta tradizionalmente di licenze o quote di importazione.

“In realtà, la Cina ha tariffe doganali basse. Sono proprio queste barriere non tariffarie più insidiose a danneggiare le aziende americane che vogliono fare affari lì”, ha affermato. Secondo l’altro negoziatore statunitense a Ginevra, il rappresentante commerciale Jamieson Greer, Washington e Pechino “lavoreranno in modo costruttivo” anche sulla questione del fentanyl, un potente oppioide sintetico che sta causando scompiglio negli Stati Uniti e i cui precursori chimici sono in parte prodotti in Cina. Questa questione costituisce la base giuridica per la maggiorazione del 20% entrata in vigore prima di aprile.

Molti altri accordi stanno arrivando”, ha poi annunciato Trump in conferenza stampa dalla Casa Bianca, aggiungendo che “allora” il commercio mondiale “sarà fantastico”. Alcune frizioni si registrano con l’Unione europea, “sul piano commerciale…per molti versi più cattiva della Cina“, ha aggiunto il presidente americano. “Ci hanno trattato in modo molto ingiusto – ha spiegato – Loro ci vendono i loro prodotti agricoli, noi non ne vendiamo praticamente nessuno, non prendono i nostri prodotti. Questo ci dà tutte le carte in regola, ed è molto ingiusto, quindi dovranno pagare di più per l’assistenza sanitaria e noi dovremo pagare di meno”.

Dal canto suo Bruxelles ha accolto “con favore” l’accordo Usa e Cina. Da parte dell’Ue, ha dichiarato il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, “siamo stati molto chiari e coerenti fin dall’inizio nel credere che l’imposizione dei dazi sia un passo indietro per il commercio e l’economia globali. Quindi, in quest’ottica, accogliamo con favore qualsiasi passo che vada nella direzione opposta, e che contribuisca al buon funzionamento delle catene di approvvigionamento globali, qualsiasi cosa che supporti la stabilità e la prevedibilità per il commercio e gli investimenti globali”. Bruxelles sta inoltre “valutando attentamente l’accordo commerciale tra Gran Bretagna e Usa e le sue conseguenze” .

L’annuncio di una sospensione delle ostilità commerciali tra Washington e Pechino “va oltre le aspettative dei mercati”, ha affermato Zhiwei Zhang, presidente e capo economista di Pinpoint Asset Management, che lo ha visto come “un buon punto di partenza per i negoziati tra i due Paesi”. “Dal punto di vista della Cina, l’esito di questi negoziati è un successo, poiché ha assunto una posizione ferma di fronte alla minaccia statunitense di tariffe elevate ed è riuscita ad abbassarle drasticamente senza fare alcuna concessione”, ha osservato. Ma sebbene questa tregua rappresenti un “progresso significativo”, “c’è ancora del lavoro da fare per raggiungere un accordo formale” e la situazione “potrebbe peggiorare”, ha avvertito Daniela Sabin Hathorn, analista di Capital.com.

Dazi, 10-11 maggio vertice Usa-Cina in Svizzera: si cerca l’accordo commerciale

La Cina e gli Stati Uniti hanno annunciato che si riuniranno il prossimo fine settimana a Ginevra, in Svizzera. per gettare le basi di negoziati commerciali: si tratta della prima volta dopo l’imposizione da parte di Donald Trump di dazi doganali esorbitanti sui prodotti cinesi e la risposta di Pechino. Allo stesso tempo, la banca centrale cinese ha annunciato una serie di misure per sostenere l’economia del Paese minacciata dalla guerra commerciale con Washington e dal calo dei consumi interni.

La Cina “non sacrificherà la sua posizione di principio” e “difenderà la giustizia” durante l’incontro tra il vice primo ministro He Lifeng, il ministro delle Finanze americano Scott Bessent e il rappresentante americano per il commercio Jamieson Greer, ha avvertito il ministero cinese del Commercio. “Se gli Stati Uniti vogliono risolvere il problema attraverso i negoziati, devono affrontare il grave impatto negativo dei dazi unilaterali su se stessi e sul mondo”, ha aggiunto in un comunicato. “Se gli Stati Uniti dicono una cosa e ne fanno un’altra, o (…) se cercano di continuare a costringere e ricattare la Cina con il pretesto dei colloqui, la Cina non sarà mai d’accordo”. Anche perché i colloqui, assicura Pechino, sono stati organizzati “su richiesta degli Stati Uniti”. “Qualsiasi dialogo deve basarsi sull’uguaglianza, il rispetto e il reciproco vantaggio. Qualsiasi forma di pressione o coercizione non avrà alcun effetto sulla Cina”, ha precisato il ministero.

“Sono ansioso di condurre discussioni produttive con l’obiettivo di riequilibrare il sistema economico internazionale per servire meglio gli interessi degli Stati Uniti”, ha dichiarato da parte sua Bessent in un comunicato. Le due parti si riuniranno sabato e domenica per gettare le basi per i futuri negoziati, ha spiegato a Fox News. “Mi aspetto che si parli di allentamento delle tensioni, non di un grande accordo commerciale”, ha anticipato. “Abbiamo bisogno di un allentamento delle tensioni prima di poter andare avanti”.

Al fine di sostenere un’economia afflitta da consumi stagnanti e dalla guerra commerciale con gli Stati Uniti, Pechino ha anche annunciato mercoledì la riduzione di un tasso di interesse di riferimento e dell’ammontare delle riserve obbligatorie delle banche per facilitare il credito. “Il tasso di riserva obbligatoria sarà ridotto di 0,5 punti percentuali”, ha spiegato il capo della banca centrale cinese, Pan Gongsheng, durante una conferenza stampa. Ha aggiunto che anche il tasso di pronti contro termine a sette giorni è stato ridotto dall‘1,5% all’1,4%. Gli annunci economici sono proseguiti con la riduzione dei tassi di interesse per chi acquista la prima casa. Il tasso per i primi acquisti immobiliari con prestiti di durata superiore a cinque anni sarà ridotto dal 2,85% al 2,6%, ha dichiarato Pan Gongsheng.

Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca a gennaio, la sua amministrazione ha imposto nuovi dazi doganali per un totale del 145% sulle merci provenienti dalla Cina, ai quali si aggiungono misure settoriali. Pechino ha reagito imponendo imposte del 125% sulle importazioni statunitensi in Cina, oltre a misure più mirate. Questi livelli sono considerati insostenibili dalla maggior parte degli economisti, al punto da far incombere sugli Stati Uniti e sulla Cina, ma probabilmente anche oltre, il rischio di una recessione accompagnata da un’impennata dei prezzi. “Non è sostenibile, (…) soprattutto dal punto di vista cinese”, ha affermato il segretario al Tesoro americano. “Il 145% e il 125% equivalgono a un embargo”.

I negoziati del 10 e 11 maggio saranno il primo impegno pubblico ufficiale tra le due maggiori economie mondiali per risolvere questa guerra commerciale.