Lagarde

Bce, Lagarde conferma: “Resterò fino alla fine del mio mandato”. E cita ‘Il Gattopardo’

Nessun passo indietro, la presidente della Bce, Christine Lagarde non ha alcuna intenzione di dimettersi dal suo incarico prima della sua scadenza naturale, a ottobre 2027. Lo conferma lei stessa al Wall Street Journal: “Ripensando a tutti questi anni, penso che abbiamo realizzato molto, che io stessa ho realizzato molto”, dice al quotidiano economico. “Dobbiamo consolidare e assicurarci che tutto questo sia davvero solido e affidabile. Quindi, la mia previsione è che ci vorrà fino alla fine del mio mandato”, aggiunge.

Appena due giorni fa il Financial Times aveva sganciato la bomba: “Lagarde si dimetterà prima della fine del suo mandato”, per “dare a Macron e Merz la possibilità di scegliere il suo successore prima delle elezioni presidenziali francesi”. A stretto giro era arrivata la replica della stessa Bce, che aveva smentito la notizia spiegando che la presidente “è totalmente concentrata sulla sua missione e non ha preso alcuna decisione in merito alla fine del suo mandato”. Oggi la conferma che quel tempo non è ancora arrivato e che le strategie politiche non sembrano influire sulla sua decisione.

E in virtù del suo ruolo, Lagarde non si lascia sfuggire l’occasione per tornare a parlare di quell’ordine mondiale che sembra ormai messo irrimediabilmente in discussione. Dal palco della Columbia Law School di New York, dove ha ricevuto il Wolfgang Friedmann Memorial Award 2026, cerca di far valere il pragmatismo. Ciò che sta accadendo, dice, “non è una novità: è un ritorno a vecchi modelli di coercizione e mercantilismo. Non è il mondo: la maggior parte dei paesi non lo vuole e non lo ha scelto. E non è un ordine: è l’assenza di un ordine”.

Difficile trovare un colpevole, ma alcuni fatti sono davanti agli occhi di tutti. “La straordinaria ascesa della Cina ha trasformato l’equilibrio di forze all’interno dell’ordine” e gli Stati Uniti, “che avevano garantito il sistema per decenni, hanno iniziato a perdere fiducia nel fatto che le regole stessero giocando a loro favore. E quando il garante di un ordine inizia a dubitarne, l’ordine stesso è nei guai”, spiega.

Ma non tutto è perduto. “Nel romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa  – ricorda Lagarde – il giovane principe dice allo zio: ‘Se vogliamo che le cose restino come sono, le cose dovranno cambiare’. Lo stesso vale per l’ordine internazionale. Preservarlo significa riformarlo con onestà, con ambizione e con la collaborazione di tutti coloro che hanno contribuito a costruirlo. L’ordine internazionale è stato forgiato insieme. Riformiamolo insieme”.

Da qui la necessità di “riforme pragmatiche”, a partire dal quella dell’Organizzazione mondiale del commercio, perché l’interconnessione tra i Paesi è inevitabile e essenziale. “Lo abbiamo visto l’anno scorso – spiega Lagarde – quando gli Stati Uniti hanno tentato di imporre dazi doganali ingenti alla Cina. Le dipendenze tra le catene di approvvigionamento si sono rivelate troppo profonde, costringendo a significative esenzioni nel giro di poche settimane”. “In un mondo così interconnesso, nessun Paese può permettersi di voltare le spalle alla cooperazione. E, in un certo senso, la maggior parte dei Paesi lo sa”, dice la presidente della Bce.

Ecco che allora “ci troviamo di fronte a una scelta. Possiamo accettare la deriva verso un equilibrio di potere tra rivali – un modello che la storia ci insegna essere stabile solo finché non lo è più. Oppure possiamo intraprendere la strada più difficile: riformare l’ordine internazionale affinché riconquisti la fiducia di coloro che l’hanno persa”.

Dazi, Camera Usa sfida Trump e vota contro tariffe al Canada: ira del presidente

Duro colpo per la politica commerciale del presidente Usa, Donald Trump. Alla Camera sei repubblicani si sono uniti ai democratici nel voto per abrogare di fatto i dazi imposti al Canada. Poco dopo la votazione il presidente della Camera Mike Johnson ha affermato alla Cnn che Trump “non è arrabbiato” con i repubblicani. “Ho appena lasciato la Casa Bianca. Capisce cosa sta succedendo. Non influenzerà o cambierà la sua politica. Può porre il veto su queste questioni se si arriverà a questo”, ha aggiunto. Poco prima il presidente aveva pubblicato un post su Truth Social, nel quale ha affermato che “qualsiasi repubblicano, alla Camera o al Senato, che voti contro i dazi subirà gravi conseguenze al momento delle elezioni, e questo vale anche per le primarie”.

Il Canada, scrive Trump, “ha approfittato degli Stati Uniti in materia commerciale per molti anni. Sono tra i peggiori al mondo con cui avere a che fare, soprattutto per quanto riguarda il nostro confine settentrionale. I dazi rappresentano una vittoria per noi”. 

Proprio grazie alle tariffe, ricorda il tycoon “il nostro deficit commerciale si è ridotto ridotto del 78%, il Dow Jones ha appena raggiunto quota 50.000 e l’S&P quota 7.000, cifre che solo un anno fa erano considerate impossibili”. Inoltre, i dazi “ci hanno garantito una grande sicurezza nazionale, perché la semplice menzione di questa parola ha indotto i paesi ad accettare le nostre richieste più forti. I dazi ci hanno garantito sicurezza economica e nazionale, e nessun repubblicano dovrebbe assumersi la responsabilità di distruggere questo privilegio“.

A ‘tradire’ il presidente schierandosi con i democratici sono stati i repubblicani Thomas Massie del Kentucky, Don Bacon del Nebraska, Kevin Kiley della California, Jeff Hurd del Colorado, Dan Newhouse dello Stato di Washington e Brian Fitzpatrick della Pennsylvania.

L’approvazione della misura avviene mentre Trump sta valutando l’uscita dall’accordo commerciale Canada-Stati Uniti-Messico firmato durante il suo primo mandato, una decisione che peggiorerebbe le tensioni commerciali in Nord America. Circa l’80% delle merci importate dal Canada soddisfa i criteri Cusma ed è esente da dazi.

 

 

Ue-India, c’è l’accordo di libero scambio. Von der Leyen: “E’ un segnale al mondo”

L’Unione europea e l’India hanno concluso i negoziati per un accordo di libero scambio (Als). Bruxelles lo definisce “storico, ambizioso e commercialmente significativo, il più grande accordo di questo tipo mai concluso da entrambe le parti”. L’intesa, infatti, “rafforzerà i legami economici e politici tra la seconda e la quarta economia mondiale, in un momento di crescenti tensioni geopolitiche e sfide economiche globali, evidenziando il loro impegno comune per l’apertura economica e il commercio basato su regole”, aggiunge Palazzo Berlaymont.

L’Ue e l’India scambiano già beni e servizi per un valore di oltre 180 miliardi di euro all’anno, sostenendo quasi 800 mila posti di lavoro nell’Ue. Si prevede che questo accordo raddoppierà le esportazioni di merci dell’Ue verso l’India entro il 2032, eliminando o riducendo i dazi doganali sul valore del 96,6% delle esportazioni di merci dell’Ue verso l’India. Complessivamente, le riduzioni tariffarie consentiranno di risparmiare circa 4 miliardi di euro all’anno in dazi sui prodotti europei.

In base all’accordo, l’India concederà all’Ue riduzioni tariffarie “che nessun altro suo partner commerciale ha ricevuto”. Ad esempio, i dazi sulle auto stanno gradualmente scendendo dal 110% a un minimo del 10%, mentre saranno completamente aboliti per i ricambi auto dopo cinque-dieci anni. Saranno inoltre in gran parte eliminati i dazi doganali che arrivano fino al 44% sui macchinari, al 22% sui prodotti chimici e all’11% sui prodotti farmaceutici.

“L’Europa e l’India – ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen – stanno scrivendo la storia oggi, approfondendo il partenariato tra le più grandi democrazie del mondo. Abbiamo concluso la madre di tutti gli accordi. Abbiamo creato una zona di libero scambio di due miliardi di persone, da cui entrambe le parti trarranno beneficio. Questo è solo l’inizio. Rafforzeremo ulteriormente la nostra relazione strategica”. “Abbiamo inviato un segnale al mondo – ha aggiunto – che la cooperazione basata su regole produce ancora grandi risultati. E, soprattutto, questo è solo l’inizio: costruiremo su questo successo e rafforzeremo ulteriormente le nostre relazioni”.

Per quanto riguarda il settore agricolo, l’accordo elimina o riduce i dazi (in media oltre il 36%) sulle esportazioni di prodotti agroalimentari dell’Ue. Ad esempio, le tariffe indiane sui vini saranno ridotti dal 150% al 75% all’entrata in vigore e, in seguito, fino a livelli del 20%; i dazi sull’olio d’oliva scenderanno dal 45% allo 0% in cinque anni, mentre i prodotti agricoli trasformati come pane e dolciumi vedranno l’eliminazione di dazi fino al 50%.

L’intesa siglata prevede anche un capitolo dedicato al commercio e allo sviluppo sostenibile, che rafforza la tutela ambientale e affronta il cambiamento climatico, tutela i diritti dei lavoratori, sostiene l’emancipazione femminile, fornisce una piattaforma per il dialogo e la cooperazione sulle questioni ambientali e climatiche legate al commercio e ne garantisce un’attuazione efficace.

Per quanto riguarda l’Ue, le bozze di testo negoziate saranno pubblicate a breve. I testi saranno sottoposti a revisione giuridica e traduzione in tutte le lingue ufficiali dell’Ue. La Commissione presenterà quindi la sua proposta al Consiglio per la firma e la conclusione dell’accordo. Una volta adottati dal Consiglio, l’Ue e l’India potranno firmare gli accordi. Dopo la firma, l’accordo richiederà l’approvazione del Parlamento europeo e la decisione del Consiglio sulla conclusione affinché entri in vigore. Una volta che anche l’India avrà ratificato l’accordo, quest’ultimo potrà entrare in vigore.

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Ue-Mercosur, via libera all’accordo. La firma il 17 gennaio in Paraguay

Dopo oltre un quarto di secolo di negoziati, l’area di libero più scambio al mondo, che coprirà 700 milioni di persone tra l’Unione europea e i Paesi del Mercosur – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – arriva alla firma definitiva e si avvicina alla sua effettiva realizzazione. Prima gli ambasciatori Ue e, a seguire, formalmente i Ventisette, oggi hanno adottato due decisioni che autorizzano la firma dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur (Empa) e dell’Accordo commerciale interinale (iTa) tra le due parti. L’Empa ha registrato il voto contrario di Francia, Polonia, Austria, Irlanda, Ungheria e l’astensione del Belgio. L’iTa ha avuto Budapest contraria e astenute Vienna e Bruxelles. Ora, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha il sostegno per volare in Paraguay – che ha da poco preso la presidenza di turno del Mercosur, succedendo al Brasile – per firmare l’accordo. La data che si sta prospettando al momento è quella del 17 gennaio.

In un momento in cui il commercio e le dipendenze vengono trasformati in armi e la natura pericolosa e transazionale della realtà in cui viviamo diventa sempre più evidente, questo storico accordo commerciale è un’ulteriore prova che l’Europa traccia la propria rotta e si propone come un partner affidabile”, ha commentato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Non vedo l’ora di partire per il Paraguay per iniziare insieme questa nuova era”, ha aggiunto.

Soddisfatto anche il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, secondo cui l’accordo è “positivo per l’Europa” perché “apporta benefici concreti ai consumatori e alle imprese europee; è importante per la sovranità e l’autonomia strategica dell’Ue: con questo accordo l’Ue sta plasmando l’economia globale; rafforza i diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente e le garanzie per gli agricoltori europei; dimostra che le partnership commerciali basate su regole sono vantaggiose per tutte le parti”. In sostanza, per Costa, “oggi è una buona giornata per l’Europa e per i nostri partner del Mercosur”.

A sostegno delle due decisioni è andato il voto di Roma. “Abbiamo migliorato un accordo che portava indubbi vantaggi per il sistema italiano industriale e agricolo ma che per alcuni settori rappresentava criticità”, ha commentato il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida che ha celebrato il risultato ottenuto oggi “di abbassare la soglia del meccanismo di salvaguardia dall’8% al 5%, e il rafforzamento del sistema dei controlli per le merci all’ingresso nell’Unione europea”. Dunque, “gli agricoltori avranno un meccanismo di protezione più efficace qualora vi fossero perturbazioni sui prezzi dei prodotti agricoli e potranno contare su una applicazione effettiva del principio di reciprocità”, ha precisato.

Quello a cui fa riferimento il ministro è il cosiddetto freno d’emergenza. La misura prevede che per i prodotti sensibili – come la carne bovina, pollame, riso, miele, uova, aglio, etanolo, zucchero – la Commissione faccia una indagine nel caso di aumento del 5% delle importazioni o di un calo del 5% dei prezzi all’importazione. Se dall’indagine emergesse un rischio per il mercato Ue, la Commissione potrà revocare l’annullamento dei dazi e reimpostare i precedenti. Inizialmente la soglia era stata fissata all’8% da Paesi membri e Parlamento, ma è stata abbassata oggi su richiesta dell’Italia.

L’accordo permetterà alle aziende europee di accedere a un mercato di 270 milioni di persone e rimuoverà circa il 91% degli attuali dazi – attualmente sono al 35% sui ricambi di auto, al 20% sui macchinari, al 18% sulla chimica, al 18% sulla farmaceutica, ad esempio – e il 92% di quelli sull’export del Mercosur nel mercato unico (tra cui carne bovina, pollame e zucchero), portando a un risparmio stimato di 4 miliardi annui per gli esportatori europei. “Rafforzerà inoltre la nostra sicurezza economica proteggendo e diversificando le nostre catene di approvvigionamento, anche nel settore delle materie prime essenziali. Creerà enormi opportunità commerciali, aprendo opportunità di esportazione per miliardi di euro non solo per le 30 mila Pmi” sulle 60 mila aziende europee “che già esportano nella regione, ma anche per le numerose aziende per le quali l’accordo aprirà nuovi mercati di esportazione, sostenendo così centinaia di migliaia di posti di lavoro in Europa”, ha commentato un portavoce della Commissione.

L’accordo ha portato i trattori e il settore agricolo in piazza. Su questo punto, la Commissione, attraverso un suo portavoce, è tornata a sottolineare che “l’accordo offre nuove opportunità, con un potenziale aumento del 50% delle esportazioni agroalimentari dell’Ue verso la regione e la protezione dei prodotti alimentari e delle bevande tradizionali (IG) di alta qualità dell’UE dalle imitazioni”. Tra queste anche 58 IG italiane: dall’Aceto balsamico di Modena al Gorgonzola, dalla Mozzarella di Bufala Campana al Parmigiano Reggiano, passando per il Pecorino Romano al pomodoro S. Marzano, fino al Prosciutto di Parma, il San Daniele, la Grappa e oltre 30 vini: dal Barolo al Chianti, dal Lambrusco al Prosecco.

Il percorso non si conclude, però, oggi. Gli accordi richiederanno l’approvazione del Parlamento europeo prima di poter essere formalmente conclusi dal Consiglio e sarà, inoltre, necessaria la ratifica di tutti gli Stati membri dell’Ue affinché l’Empa entri in vigore, andando a sostituire l’iTa che sarà effettivo nel frattempo.

Ue-Mercosur, Pe approva salvaguardie agricole. Weber: “Facciamo il massimo”. FI, FdI e Lega divise

Possibilità di sospendere le preferenze tariffarie per prodotti agricoli sensibili come pollame e carne bovina; soglie più rigorose per attivare le misure di salvaguardia e tempi di indagine più brevi; monitoraggio del mercato da parte della Commissione e analisi ogni tre mesi. I deputati del Parlamento europeo hanno adottato, in plenaria, l’introduzione di una clausola di salvaguardia per l’accordo commerciale Ue-Mercosur. L’obiettivo è evitare che le importazioni dai Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) danneggino il settore agricolo europeo. A sostenere la posizione, è stata un’ampia maggioranza – con 431 voti favorevoli, 161 contrari e 70 astensioni. Tra i partiti italiani, si registra l’ordine sparso delle forze di maggioranza: a sostenere il documento sono stati Partito democratico, Forza Italia e Verdi; a bocciarlo, Lega e Movimento 5 stelle; ad astenersi Fratelli d’Italia.

Nel dettaglio, il progetto di regolamento definisce le modalità con cui l’Ue potrebbe sospendere temporaneamente le preferenze tariffarie sulle importazioni di alcuni prodotti agricoli considerati sensibili – come pollame o carne bovina – provenienti da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay nel caso in cui creassero un danno ai produttori dell’Ue. Di fatto, Bruxelles metterebbe in pausa i vantaggi concessi nell’ambito dell’accordo e riscatterebbero i dazi all’importazione. Per farlo, la Commissione dovrebbe avviare un’indagine sulla necessità di attivare queste misure di protezione. E, per il Parlamento, tali azioni vanno adottate quando le importazioni di prodotti agricoli sensibili aumentano in media del 5% su un periodo di tre anni, ritoccando al ribasso la soglia di allarme proposta dalla Commissione del 10% annuo. I deputati chiedono, inoltre, indagini più rapide, da sei a tre mesi in generale e da quattro a due mesi nel caso di prodotti sensibili, affinché le misure di salvaguardia possano essere introdotte più rapidamente. In aggiunta, i deputati propongono anche l’introduzione di un meccanismo di reciprocità in base al quale la Commissione avvierà un’indagine e adotterà misure di salvaguardia nel caso ci siano prove credibili che le importazioni che beneficiano di preferenze tariffarie non rispettino requisiti equivalenti in materia di ambiente, benessere animale, salute, sicurezza alimentare o tutela del lavoro applicabili ai produttori dell’Ue.

Questa mattina presto, in conferenza stampa, il presidente del Partito popolare europeo (Ppe), Manfred Weber, ha sottolineato che “è la prima volta nella storia dell’Unione europea in cui facciamo una legislazione specifica per le garanzie nell’applicazione di un accordo commerciale” ed “è una grande prova del fatto che facciamo il massimo per proteggere il settore agricolo”. Per la Lega al Parlamento europeo, invece, si tratta di “misure cosmetiche, senza soluzioni concrete”. Inoltre, “non ci sono tutele adeguate per il settore agricolo e i nostri produttori, italiani ed europei. In particolare, mancano garanzie sulla reciprocità degli standard, nonché un meccanismo per l’attivazione automatica della clausola”. Mentre il M5s, oltre a rilevare che “Forza Italia ha votato a favore e Fratelli d’Italia si è astenuta sulle strampalate clausole di salvaguardia dell’accordo Mercosur approvate oggi dal Parlamento europeo”, ha sottolineato che “le clausole di salvaguardia, approvate oggi, non bastano a tutelare i settori più colpiti – zucchero, miele, ortofrutta, quello della carne e del riso – e l’esperienza passata dimostra che vengono attivate troppo tardi quando si è già fatta tabula rasa di interi settori produttivi”.

Di tutt’altro avviso il Pd: “Grazie al nostro lavoro, come Parlamento abbiamo proposto di rafforzare il sistema di monitoraggio e di intervento, intensificando la cooperazione e lo scambio di dati tra Stati membri e riducendo la frequenza delle relazioni a cadenza trimestrale. Allo stesso tempo, il Parlamento chiede maggiore attenzione alla qualità dei prodotti importati tramite un criterio di reciprocità per quanto riguarda i prodotti e le norme di produzione, si dimezzando le soglie per avviare indagini e si accelerano tempi e procedure, consentendo di attivare più rapidamente indagini e misure di salvaguardia provvisorie a tutela dei settori sensibili”, ha specificato il Pd in una nota.

Anche i Verdi, seppur critici, hanno per ora sostenuto il regolamento sulle clausole di salvaguardia. “Come Verdi, abbiamo votato a favore per poter difendere la nostra posizione nel trilogo che si apre già domani, ma sia chiaro: rimaniamo contrari al trattato, queste clausole sono nient’altro che una foglia di fico dietro cui si nascondono la Commissione e i governi che vogliono imporre il Mercosur. Sono difficilissime da attivare e non garantiscono davvero né agricoltori né consumatori europei. Clausola o non clausola, il Mercosur fa male all’Europa e va respinto”, ha affermato Cristina Guarda, eurodeputata dei Verdi eletta nelle liste di Alleanza Verdi Sinistra. Ora si attende la posizione del governo italiano. “Chiediamo che l’Italia faccia come la Francia, ascolti gli agricoltori e dica chiaramente ‘no’ al trattato. La destra deve uscire dall’ambiguità: Fratelli d’Italia e Lega si dichiarano contrari al Mercosur, ma il governo Meloni non ha ancora adottato una posizione ufficiale. Eppure, l’Italia è l’ago della bilancia e può ancora bloccare il trattato”, ha concluso Guarda.

Il voto sulle clausole di salvaguardia bilaterale sono la prima tappa per l’Ue in una settimana delicata per il dossier. La presidente della Commissione europea punta a volare in Brasile sabato prossimo, 20 dicembre, per firmare l’accordo. Ma il sostegno dei Paesi membri è ancora incerto, soprattutto dopo la richiesta di Parigi di posticipare ad anno nuovo la decisione perché al momento mancherebbero le condizioni di tutela dei produttori francesi. È tutto da vedere, quindi, se il voto sulle clausole – e l’introduzione del meccanismo di reciprocità caro, ad esempio, all’Italia e alla Francia – possano smussare alcune posizioni delle capitali. Intanto, tra due giorni, in concomitanza con il Consiglio europeo, gli agricoltori torneranno a Bruxelles, con i trattori, per protestare contro l’impostazione data alla proposta del prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea per il periodo 2028-2034 e al taglio dei fondi per la Politica agricola comune (Pac), ma anche contro l’accordo commerciale Ue-Mercosur. Un accordo che a Bruxelles viene visto come di “massima importanza per l’Unione europea: economicamente, diplomaticamente, geopoliticamente”, ha dichiarato ieri il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill. “Ma anche in termini di credibilità sulla scena globale. E su questa base la nostra aspettativa rimane di portarlo a termine prima della fine di quest’anno”, ha evidenziato.

Dazio di 3 euro sui pacchi extra Ue da 1 luglio 2026. Italia anticipa a 1° gennaio

Tre euro per pacco, a partire dal 1° luglio 2026: gli Stati europei hanno raggiunto un accordo sulla tassazione dei piccoli pacchi importati nell’Unione europea, con l’obiettivo di contrastare l’afflusso di prodotti cinesi a basso prezzo sul mercato europeo. Nel 2024 sono entrati in Ue circa 4,6 miliardi di spedizioni di valore inferiore a 150 euro, ovvero più di 145 al secondo. Di queste, il 91% proveniva dalla Cina.

Un mese fa, i ministri delle Finanze dei 27 hanno approvato l’abolizione, a partire dal prossimo anno, dell’esenzione dai dazi doganali di cui beneficiano questi “piccoli pacchi”. La misura si applicherà ai pacchi provenienti da tutti i paesi extra Ue, ma mira soprattutto a combattere l’ondata di prodotti cinesi a basso prezzo e spesso non conformi alle norme europee, acquistati su piattaforme asiatiche come Shein, Temu o AliExpress. Questo afflusso di pacchi importati senza alcun dazio doganale è denunciato con sempre maggiore vigore come una forma di concorrenza sleale dai produttori e dai commercianti europei. Inoltre, la mole di prodotti che arrivano negli aeroporti e nei porti europei è tale che i doganieri sono spesso incapaci di controllarne la conformità. In queste condizioni è difficile intercettare i prodotti pericolosi o contraffatti prima che arrivino nelle mani dei consumatori.

“L’introduzione di un importo forfettario sui piccoli pacchi è una vittoria importante per l’Unione europea”, ha dichiarato il ministro dell’Economia francese Roland Lescure, che ha portato avanti questa battaglia a Bruxelles. “Questi pacchi, oggi, (rappresentano) una concorrenza sleale rispetto al commercio dei centri cittadini che paga le tasse, quindi è essenziale agire e agire in fretta, altrimenti sarà troppo tardi”, aveva spiegato all’AFP prima di questa decisione.

La misura era in realtà già prevista nell’ambito della riforma dell’Unione doganale (il sistema doganale europeo), ma dovrebbe essere applicata solo nel 2028. I ministri dell’Economia dell’Ue hanno quindi concordato a Bruxelles un dispositivo transitorio, che si applicherà a partire dal prossimo 1° luglio e fino all’entrata in vigore di una soluzione permanente che dovrebbe accompagnare o precedere la riforma doganale.

A tal fine, dovevano trovare una soluzione semplice da attuare, in attesa che la piattaforma di dati doganali prevista dalla riforma, che dovrebbe facilitare notevolmente la riscossione dei dazi doganali, diventasse operativa. Applicare a partire dal 2026 ai piccoli pacchi i dazi doganali abituali, le cui aliquote variano a seconda delle griglie di categorie o sottocategorie di prodotti e in funzione dei paesi di importazione, sarebbe stato un compito titanico, con il rischio di congestionare ancora di più i servizi doganali già sovraccarichi.

La Francia aveva proposto ai suoi partner di imporre una “tassa forfettaria”, ovvero di importo fisso, piuttosto che una tassa proporzionale come raccomandato dalla Commissione europea. Ed è stata approvata l’opzione sostenuta da Parigi, molto più dissuasiva. Tuttavia, la misura entrerà in vigore solo a luglio, mentre Parigi aveva chiesto che fosse applicata già dal primo trimestre.

La tassazione dei piccoli pacchi è solo un primo passo nell’offensiva dell’Ue contro la valanga di prodotti cinesi che entrano nel suo territorio: dovrebbe essere accompagnata dall’introduzione, a partire da novembre 2026, di spese di trattamento su questi stessi pacchi di valore inferiore a 150 euro. Bruxelles ha proposto a maggio di fissarle a due euro per pacco. Questa somma contribuirà a finanziare lo sviluppo dei controlli e, secondo l’Ue, insieme alla riscossione dei dazi doganali, aiuterà a riequilibrare le regole del gioco tra i prodotti europei e la concorrenza “made in China”. Inoltre, diversi paesi membri, hanno già annunciato l’introduzione di tali spese di gestione a livello nazionale. Tra questi c’è anche l’Italia: un emendamento del governo alla Legge di Bilancio, infatti, prevede di tassare tutti i piccoli pacchi in entrata e provenienti da paesi extraeuropei a partire dal 1° gennaio 2026, quindi prima dell’introduzione della tariffa prevista a livello europeo.

Commercio e terre rare: ecco perché la Cina è in vantaggio sugli Usa e sul resto del mondo

Frutto di una strategia a lungo termine, il controllo della Cina sulle terre rare, dall’estrazione all’innovazione, le conferisce un vantaggio competitivo rispetto agli Stati Uniti e al resto del mondo, che ha saputo sfruttare a proprio favore nel 2025. Questi 17 elementi metallici indispensabili per il digitale, l’automobile, l’energia o gli armamenti svolgeranno un ruolo economico e geopolitico cruciale nei prossimi anni. Tuttavia, secondo gli esperti, i concorrenti della Cina potrebbero impiegare anni per garantire catene di approvvigionamento alternative.

Il fermento osservato a novembre nella regione mineraria di Ganzhou (sud-est), specializzata in terre rare cosiddette pesanti come l’ittrio e il terbio, offre un assaggio dello sforzo compiuto dalla Cina per mantenere la sua supremazia. Pechino controlla rigorosamente l’accesso a questo settore. A Ganzhou è in costruzione una nuova sede tentacolare per il China Rare Earth Group, una delle due più grandi aziende statali del settore. L’acutizzarsi del confronto tra le potenze mondiali nel 2025 ha “spinto un numero maggiore di paesi a cercare di sviluppare la propria produzione e trasformazione di terre rare”, afferma Heron Lim, docente di economia presso la Essec Business School. “Questo investimento potrebbe rivelarsi redditizio nel lungo termine”, aggiunge.

In piena guerra commerciale con gli Stati Uniti dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca a gennaio, la Cina ha provocato un’onda d’urto nel settore manifatturiero mondiale limitando drasticamente le esportazioni legate alle terre rare nel 2025. La revoca parziale e per ora temporanea di queste restrizioni è stata uno dei punti salienti della tregua conclusa da Trump con il suo omologo cinese Xi Jinping durante un vertice in Corea del Sud il 30 ottobre. L’accordo è stato ampiamente percepito come una vittoria per Pechino.

“Le terre rare rimarranno probabilmente al centro dei futuri negoziati economici sino-americani, nonostante gli accordi provvisori conclusi finora”, anticipa Heron Lim. “La Cina ha dimostrato la sua volontà di utilizzare maggiormente le leve commerciali per mantenere gli Stati Uniti al tavolo dei negoziati”, afferma. Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo di primo piano nello sviluppo delle capacità di estrazione e lavorazione delle terre rare, con la miniera di Mountain Pass, in California, che forniva la maggior parte dell’approvvigionamento mondiale.

Gli Stati Uniti hanno progressivamente delocalizzato la loro produzione negli anni ’80 e ’90, con l’attenuarsi delle tensioni con Mosca e l’aumentare della sensibilità all’impatto ambientale di questo settore. Secondo la maggior parte delle stime, oggi la Cina controllerebbe circa i due terzi dell’estrazione mondiale di terre rare. La seconda potenza mondiale possiede le più importanti riserve naturali di questi elementi sul pianeta, secondo studi geologici. Detiene un quasi monopolio sulla separazione e la raffinazione. Un notevole vantaggio in materia di brevetti e un rigoroso controllo sull’esportazione delle tecnologie contribuiscono a preservare il dominio cinese.

Questa dipendenza globale non è una novità. Nel 2010 la Cina aveva sospeso le esportazioni di terre rare verso il Giappone a seguito di una disputa territoriale marittima, primo esempio delle ripercussioni della prevalenza cinese. L’anno scorso è stata evidente l’urgenza per gli Stati Uniti e i loro alleati di sviluppare alternative alle forniture cinesi. “Gli Stati Uniti e l’Unione Europea dipendono fortemente dalle importazioni di terre rare, il che evidenzia i rischi significativi che gravano sulle industrie critiche”, dice Amelia Haines, analista specializzata in materie prime presso Bmi. “Questo rischio persistente potrebbe accelerare e ampliare la transizione verso una maggiore sicurezza nel settore delle terre rare”, prevede.

Negli ultimi anni, le autorità della difesa statunitensi hanno investito massicciamente nel rafforzamento della produzione nazionale, con l’obiettivo di creare una catena di approvvigionamento “dalla miniera al magnete” entro il 2027. Gli Stati Uniti hanno appena firmato con l’Australia, che possiede importanti riserve di terre rare, un accordo che promette 8,5 miliardi di dollari di investimenti in progetti legati ai minerali critici. Il mese scorso il presidente americano ha anche firmato accordi di cooperazione nel settore dei minerali critici con Giappone, Malesia e Thailandia.

Shein e Temu dominano l’e-commerce globale, ma in Italia resiste Amazon

Nel 2025, l’e-commerce mondiale ha superato la soglia dei 6,5 trilioni di dollari di vendite, con un tasso di crescita annuale medio del 10-12%. La Cina continua a rappresentare circa il 45% del valore complessivo del mercato, seguita da Stati Uniti (20%), Europa (15%) e resto del mondo (20%). Per il triennio 2026-2028, si prevede una crescita media globale del 8-9%, trainata soprattutto dall’Asia meridionale e dal Medio Oriente.

In Europa, il 77% degli utenti ha effettuato almeno un acquisto online negli ultimi 12 mesi (report di Ecommerce Europe e EuroCommerce). E’ quanto emerge dall’edizione 2025 della Mappa dei marketplace di Yocabe, la piattaforma intelligente che aiuta i brand a vendere di più e meglio sui marketplace, fondata da Vito Perrone, Lorenzo Ciglioni e Andrea Mariotti.

I dati confermano che i marketplace giocano un ruolo centrale: nel 2024, il 72% dei ricavi globali dell’e-commerce è stato generato proprio da queste piattaforme. In Italia, la percentuale si attesta al 76%. Il dato più significativo, però, è un altro (anche se piuttosto scontato): a dominare questo ambito sono le piattaforme cinesi, con Temu e Shein in cima alla classifica. Il primo registra accelerazioni esponenziali delle visite mensili praticamente ovunque. In Europa si va dal +415% della Francia (2025 su 2024), al +202,8% della Spagna e al +133% dell’Italia. UK fa registrare un +459% e nei Paesi Bassi si arriva addirittura a un +622%, mentre nei Paesi scandinavi a un +333%. Oltre oceano, la sua performance raddoppia in Usa (+201%) e in Canada (+251,8).

Lo strapotere dei cinesi si vede anche nel solo settore del fashion. In Italia le visite mensili su Shein crescono del +43% anno su anno, in Spagna aumentano del +18%, consolidandosi nella fascia giovane, in Francia del +36% e in UK del +154,5%, attrattiva per il pubblico giovane. Bene anche in Germania con un +53,3% e in forte espansione anche nei Paesi Scandinavi (+62%). Moderata, invece, la crescita delle visite mensili nei Paesi Bassi (+18,6%) e addirittura in calo nell’Europa dell’Est, con -9,8%. Negli Usa Shein continua la sua crescita esplosiva (+62%), così come in Canada (+62,3%). In America Latina, il fast commerce cinese cresce rapidamente, con un aumento del +20% delle visite mensili, trainato dalla strategia di fast fashion a basso costo e da campagne di influencer marketing molto attive. Crescita anche in Messico, in Medio Oriente e in Australia. In Cina, Shein fa un +62% di visite mensili nel 2025 sul 2024 come pure in Giappone. Ma è in Corea del Sud che esplode con un +145,22% anno su anno.

Ma c’è spazio anche per la sostenibilità. Vinted continua in molti Paesi europei la sua ascesa, seppur più moderata. In Italia, ad esempio, il sito di second hand con 12,2 milioni di visite, si afferma come leader assoluto del mercato second-hand. Ma è la Francia a trionfare: Vinted, infatti, è nella top 5 del settore fashion francese con una crescita significativa (+28%), confermandosi la piattaforma di riferimento per la moda sostenibile e l’usato di qualità. E in Italia? Nel 2025 l’e-commerce nel nostro Paese continua la sua espansione, superando i 58 miliardi di euro di valore, in crescita del 13% rispetto al 2024 (fonti Netcomm, Statista 2025). Gli acquirenti online superano i 35 milioni, e oltre la metà delle transazioni avviene da mobile.

Ai primi 5 posti della classifica degli ecommerce per visite mensili troviamo Amazon, con un +18% sul 2024, seguito da Temu (+133%), eBay in lieve calo e poi AliExpress e Zalando. Interessante la crescita costante di piattaforme verticali come Leroy Merlin e Decathlon, rispettivamente a 12,1 e 10,8 milioni di visite, a testimonianza della crescente specializzazione della domanda online. Per quanto riguarda il fashion, domina Zalando con 14 milioni di visite mensili, seguita da Shein, che cresce rapidamente fino a 5 milioni (+43%). Zalando Privé consolida la propria posizione nel segmento premium con 3,7 milioni di visite, mentre Yoox, Veepee e Privalia si mostrano in calo.

Cresce anche l’interesse verso realtà più mirate o legate a community specifiche, come Vinted, che con 12,2 milioni di visite si afferma come leader assoluto del mercato second-hand. Amazon in testa in quasi tutti i mercati europei tranne che in Europa dell’Est, dove domina Allegro, ma sono gli Stati Uniti i leader mondiali del commercio online, con un valore stimato oltre 1,4 trilioni di dollari e una crescita annua tra l’8 e il 10% rispetto al 2024. I dazi non hanno fermato la crescita del mercato, ma hanno ridotto la competitività dei player che dipendono fortemente dalle importazioni, creando un terreno più favorevole per chi ha strategie omnicanale e logistica consolidata negli Stati Uniti. Il panorama dei marketplace Usa, tuttavia, rimane il più competitivo al mondo: Amazon mantiene la leadership assoluta, anche se in leggero calo (-1,9%); Walmart continua la sua espansione online (+10,4%), avvicinandosi progressivamente ai volumi di eBay, che mostra una crescita moderata (+1,6%). Temu raddoppia i volumi anno su anno (+201%), spinta da una politica di prezzi ultra-aggressiva e da una forte presenza pubblicitaria, conquistando un posto nella top 5. Al quinto posto, c’è Etsy.

“Un aspetto che accomuna i vincitori dell’ultimo anno – dice il ceo di Yocabe Vito Perrone – è la capacità di raccogliere e usare i dati in modo strategico, allineando il proprio business ai comportamenti di utenti e venditori. Temu e Shein, protagoniste della nostra ricerca, ne sono un esempio: la loro crescita esplosiva nasce proprio dall’uso intelligente dei dati, offrendo ai venditori strumenti di targettizzazione che fino a pochi anni fa sembravano impossibili. In sintesi, chi oggi vende online non può più considerare i marketplace solo come canali di vendita”. 

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Al via il tour di Trump in Asia: attesa per incontro con Xi Jinping

Il presidente Usa, Donald Trump, inizierà nel fine settimana un importante tour in Asia, che sarà caratterizzato da un incontro molto atteso con il suo omologo cinese Xi Jinping, con importanti implicazioni per l’economia mondiale. Mercoledì il repubblicano ha annunciato un “grande viaggio” in Malesia, Giappone e Corea del Sud per la sua prima visita nella regione dal ritorno al potere a gennaio.

Giovedì la Casa Bianca ha fornito dettagli sul programma, confermando in particolare un incontro con il suo omologo cinese. Il bilaterale si svolgerà giovedì 30 ottobre in Corea del Sud, a margine di un vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec). Trump ha dichiarato di sperare di concludere un accordo con il presidente cinese su “tutti gli argomenti”. Tuttavia, l’incontro non dovrebbe costituire “un punto di svolta” nelle relazioni tra i due leader, secondo quanto previsto da Ryan Hass, ricercatore presso il centro studi americano Brookings, in un’intervista all’AFP. Il presidente americano aveva lasciato qualche dubbio sullo svolgimento di questo incontro, sullo sfondo delle tensioni commerciali. Tuttavia, ha affermato di aspettarsi la conclusione di un “buon” accordo tra le due principali economie del pianeta.

Anche Pechino, attraverso il ministro del Commercio cinese Wang Wentao, ha dichiarato che i due Paesi potrebbero trovare un accordo per risolvere le loro controversie commerciali in occasione dell’incontro tra Trump e Xi. La Cina e gli Stati Uniti dovranno inoltre tenere nuovi colloqui commerciali nei prossimi giorni in Malesia, che ospiterà il vertice dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) a partire da domenica a Kuala Lumpur, come ha indicato proprio il ministero cinese del Commercio.

Tutti i paesi ospitanti dovranno stendere il tappeto rosso a Trump per cercare di attirare le sue simpatie e ottenere i migliori accordi possibili in materia di dazi doganali e garanzie di sicurezza. Il presidente americano partirà da Washington venerdì per arrivare domenica in Malesia per il vertice dell’Asean – che ha snobbato più volte durante il suo primo mandato, previsto dal 26 al 28 ottobre. Qui dovrebbe concludere un accordo commerciale e, soprattutto, assistere alla firma di un’intesa di pace tra Thailandia e Cambogia. Dopo un conflitto durato diversi giorni, i due paesi vicini hanno concluso un cessate il fuoco il 29 luglio, a seguito dell’intervento di Donald Trump, che rivendica il premio Nobel per la pace per il ruolo che sostiene di aver svolto nella risoluzione di diversi conflitti, tra cui questo.

In occasione del vertice è previsto anche un incontro con il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva. I due leader hanno iniziato ad appianare le loro divergenze dopo mesi di tensioni legate in primo luogo al processo e alla condanna dell’ex presidente brasiliano di estrema destra Jair Bolsonaro, alleato dell’inquilino della Casa Bianca.

Trump si recherà poi lunedì in Giappone, dove incontrerà il giorno successivo la nazionalista Sanae Takaichi, diventata questa settimana la prima donna a guidare il governo giapponese. Quest’ultima ha dichiarato di volere “discussioni franche” con il presidente americano. Tokyo ha firmato quest’estate un accordo commerciale con Washington, ma alcuni dettagli rimangono ancora da discutere. Il presidente americano desidera inoltre che il Giappone smetta di importare energia dalla Russia e aumenti le spese per la difesa.

Ma il momento clou del tour si svolgerà in Corea del Sud, dove Donald Trump è atteso a partire dal 29 ottobre per l’Apec, a margine del quale avrà un colloquio con Xi Jinping a Gyeongju. Il presidente americano incontrerà anche il suo omologo sudcoreano Lee Jae Myung, terrà un discorso davanti a uomini d’affari e parteciperà a una cena dei leader dell’APEC, secondo quanto riferito dalla Casa Bianca. Anche la Corea del Nord, che mercoledì ha lanciato diversi missili balistici, sarà all’ordine del giorno. Donald Trump ha affermato di sperare di incontrare il leader nordcoreano Kim Jong Un, possibilmente quest’anno, dopo tre vertici durante il suo primo mandato. Ma la Casa Bianca non ha confermato le informazioni secondo cui sarebbe previsto un nuovo incontro durante questo viaggio.

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Via libera dell’Ue all’accordo con il Mercosur: rafforzate clausole di salvaguardia

Via libera da parte della Commissione europea all’accordo di partenariato Ue-Mercosur e all’accordo globale modernizzato Ue-Messico. Ora, dopo l’adozione da parte del collegio dei commissari, il trattato di libero scambio dovrà essere sottoposto agli Stati membri e ai deputati europei. L’obiettivo, come spiega il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, è quello di arrivare a un accordo tra i 27 entro la fine dell’anno, cioè finché il presidente brasiliano Lula ricoprirà la presidenza di turno del Mercosur.

L’intesa (“La più grande zona di libero scambio al mondo, che coprirà un mercato di oltre 700 milioni di consumatori”, per l’esecutivo Ue) rappresenta per Bruxelles un’opportunità per l’export e per l’occupazione. Il commercio bilaterale Ue-Mercosur oggi vale 112 miliardi di euro e oltre 30mila piccole e medie imprese europee esportano verso Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay. Con l’entrata in vigore dell’accordo, dice Sefcovic, “prevediamo che le esportazioni cresceranno del 39% arrivando a 50 miliardi di euro e un guadagno in termini di Pil di 77,6 miliardi di euro entro il 2040 per l’Ue”. Oltre 440mila i posti di lavoro che dovrebbero essere garantiti.

Notevoli i risparmi anche sul fronte delle imposte doganali. Per la Commissione, l’accordo ridurrà i dazi “spesso proibitivi” del Mercosur sulle esportazioni dell’Ue, compresi quelli sui prodotti industriali chiave, come le automobili (attualmente al 35%), i macchinari (14-20%) e i prodotti farmaceutici (fino al 14%). E con il Mercosur si punta anche ad aumentare del 50% le esportazioni agroalimentari europee, dal momento che si riducono “le elevate tariffe sui principali prodotti”, in particolare vino e alcolici (fino al 35%), cioccolato (20%) e olio d’oliva (10%)”. Le imprese europee e il settore agroalimentare dell’Unione “trarranno immediatamente vantaggio dalla riduzione delle tariffe doganali e dei costi, contribuendo alla crescita economica e alla creazione di posti di lavoro”, precisa la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Anche l’accordo modernizzato tra l’Ue e il Messico punta a “cancellare i dazi proibitivi” ancora in vigore sull’export europeo. Complessivamente, spiega Sefcovic, saranno eliminate imposte doganali per un valore di 100 milioni di euro all’anno.

Uno dei punti più contestati nei mesi scorsi e sul quale ancora oggi persistono delle riserve – a cominciare dalla Polonia – è quello relativo alle clausole di salvaguardia, sulle quali la Francia ha guidato una ‘rivolta’ all’interno dei Ventisette. Il timore era che facilitare l’ingresso in Ue di prodotti come carne bovina, pollame, zucchero, etanolo, riso o miele potesse indebolire alcuni settori agricoli europei. Ecco perché Parigi – e molti altri Stati membri – hanno chiesto alla Commissione di rafforzare le tutele e, dopo mesi di negoziati, Bruxelles ha annunciato misure di protezione aggiuntive su “prodotti agricoli sensibili”.

In primo luogo, spiega l’esecutivo europeo, l’intesa limita le importazioni preferenziali di prodotti agroalimentari dal Mercosur a una frazione della produzione dell’Ue (ad esempio, l’1,5% per le carni bovine e l’1,3% per il pollame). In secondo luogo, “istituisce solide misure di salvaguardia che proteggono i prodotti europei sensibili da qualsiasi aumento dannoso delle importazioni dal Mercosur”. In questo senso, la Commissione propone di integrare l’accordo con un atto giuridico che renda operativo il capitolo sulle misure di salvaguardia bilaterali del partenariato. Questo atto, che dovrà essere adottato dal Parlamento europeo e dal Consiglio, “mira in particolare a proteggere i settori agricoli cruciali e più sensibili dell’Ue, riconoscendo le preoccupazioni degli agricoltori europei”.

“So che sussistono delle preoccupazioni, soprattutto dal mondo degli agricoltori, ma abbiamo prestato ascolto a tutti”, assicura Sefcovic. L’accordo, dice il vicepresidente esecutivo della Commissione, Raffaele Fitto “sarà accompagnato da misure concrete: controlli e verifiche rafforzati nei Paesi partner, standard di sicurezza alimentare più rigorosi e ulteriori strumenti a tutela dei nostri standard ambientali e sociali”. Ma non solo. “Se ci fossero delle turbolenze nel mercato, proponiamo 6,3 miliardi di euro provenienti dalla rete di sicurezza nell’ambito del prossimo quadro finanziario pluriennale che sosterrà il settore agricolo”, precisa Sefcovic.