Commercio e terre rare: ecco perché la Cina è in vantaggio sugli Usa e sul resto del mondo

Frutto di una strategia a lungo termine, il controllo della Cina sulle terre rare, dall’estrazione all’innovazione, le conferisce un vantaggio competitivo rispetto agli Stati Uniti e al resto del mondo, che ha saputo sfruttare a proprio favore nel 2025. Questi 17 elementi metallici indispensabili per il digitale, l’automobile, l’energia o gli armamenti svolgeranno un ruolo economico e geopolitico cruciale nei prossimi anni. Tuttavia, secondo gli esperti, i concorrenti della Cina potrebbero impiegare anni per garantire catene di approvvigionamento alternative.

Il fermento osservato a novembre nella regione mineraria di Ganzhou (sud-est), specializzata in terre rare cosiddette pesanti come l’ittrio e il terbio, offre un assaggio dello sforzo compiuto dalla Cina per mantenere la sua supremazia. Pechino controlla rigorosamente l’accesso a questo settore. A Ganzhou è in costruzione una nuova sede tentacolare per il China Rare Earth Group, una delle due più grandi aziende statali del settore. L’acutizzarsi del confronto tra le potenze mondiali nel 2025 ha “spinto un numero maggiore di paesi a cercare di sviluppare la propria produzione e trasformazione di terre rare”, afferma Heron Lim, docente di economia presso la Essec Business School. “Questo investimento potrebbe rivelarsi redditizio nel lungo termine”, aggiunge.

In piena guerra commerciale con gli Stati Uniti dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca a gennaio, la Cina ha provocato un’onda d’urto nel settore manifatturiero mondiale limitando drasticamente le esportazioni legate alle terre rare nel 2025. La revoca parziale e per ora temporanea di queste restrizioni è stata uno dei punti salienti della tregua conclusa da Trump con il suo omologo cinese Xi Jinping durante un vertice in Corea del Sud il 30 ottobre. L’accordo è stato ampiamente percepito come una vittoria per Pechino.

“Le terre rare rimarranno probabilmente al centro dei futuri negoziati economici sino-americani, nonostante gli accordi provvisori conclusi finora”, anticipa Heron Lim. “La Cina ha dimostrato la sua volontà di utilizzare maggiormente le leve commerciali per mantenere gli Stati Uniti al tavolo dei negoziati”, afferma. Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo di primo piano nello sviluppo delle capacità di estrazione e lavorazione delle terre rare, con la miniera di Mountain Pass, in California, che forniva la maggior parte dell’approvvigionamento mondiale.

Gli Stati Uniti hanno progressivamente delocalizzato la loro produzione negli anni ’80 e ’90, con l’attenuarsi delle tensioni con Mosca e l’aumentare della sensibilità all’impatto ambientale di questo settore. Secondo la maggior parte delle stime, oggi la Cina controllerebbe circa i due terzi dell’estrazione mondiale di terre rare. La seconda potenza mondiale possiede le più importanti riserve naturali di questi elementi sul pianeta, secondo studi geologici. Detiene un quasi monopolio sulla separazione e la raffinazione. Un notevole vantaggio in materia di brevetti e un rigoroso controllo sull’esportazione delle tecnologie contribuiscono a preservare il dominio cinese.

Questa dipendenza globale non è una novità. Nel 2010 la Cina aveva sospeso le esportazioni di terre rare verso il Giappone a seguito di una disputa territoriale marittima, primo esempio delle ripercussioni della prevalenza cinese. L’anno scorso è stata evidente l’urgenza per gli Stati Uniti e i loro alleati di sviluppare alternative alle forniture cinesi. “Gli Stati Uniti e l’Unione Europea dipendono fortemente dalle importazioni di terre rare, il che evidenzia i rischi significativi che gravano sulle industrie critiche”, dice Amelia Haines, analista specializzata in materie prime presso Bmi. “Questo rischio persistente potrebbe accelerare e ampliare la transizione verso una maggiore sicurezza nel settore delle terre rare”, prevede.

Negli ultimi anni, le autorità della difesa statunitensi hanno investito massicciamente nel rafforzamento della produzione nazionale, con l’obiettivo di creare una catena di approvvigionamento “dalla miniera al magnete” entro il 2027. Gli Stati Uniti hanno appena firmato con l’Australia, che possiede importanti riserve di terre rare, un accordo che promette 8,5 miliardi di dollari di investimenti in progetti legati ai minerali critici. Il mese scorso il presidente americano ha anche firmato accordi di cooperazione nel settore dei minerali critici con Giappone, Malesia e Thailandia.

Shein e Temu dominano l’e-commerce globale, ma in Italia resiste Amazon

Nel 2025, l’e-commerce mondiale ha superato la soglia dei 6,5 trilioni di dollari di vendite, con un tasso di crescita annuale medio del 10-12%. La Cina continua a rappresentare circa il 45% del valore complessivo del mercato, seguita da Stati Uniti (20%), Europa (15%) e resto del mondo (20%). Per il triennio 2026-2028, si prevede una crescita media globale del 8-9%, trainata soprattutto dall’Asia meridionale e dal Medio Oriente.

In Europa, il 77% degli utenti ha effettuato almeno un acquisto online negli ultimi 12 mesi (report di Ecommerce Europe e EuroCommerce). E’ quanto emerge dall’edizione 2025 della Mappa dei marketplace di Yocabe, la piattaforma intelligente che aiuta i brand a vendere di più e meglio sui marketplace, fondata da Vito Perrone, Lorenzo Ciglioni e Andrea Mariotti.

I dati confermano che i marketplace giocano un ruolo centrale: nel 2024, il 72% dei ricavi globali dell’e-commerce è stato generato proprio da queste piattaforme. In Italia, la percentuale si attesta al 76%. Il dato più significativo, però, è un altro (anche se piuttosto scontato): a dominare questo ambito sono le piattaforme cinesi, con Temu e Shein in cima alla classifica. Il primo registra accelerazioni esponenziali delle visite mensili praticamente ovunque. In Europa si va dal +415% della Francia (2025 su 2024), al +202,8% della Spagna e al +133% dell’Italia. UK fa registrare un +459% e nei Paesi Bassi si arriva addirittura a un +622%, mentre nei Paesi scandinavi a un +333%. Oltre oceano, la sua performance raddoppia in Usa (+201%) e in Canada (+251,8).

Lo strapotere dei cinesi si vede anche nel solo settore del fashion. In Italia le visite mensili su Shein crescono del +43% anno su anno, in Spagna aumentano del +18%, consolidandosi nella fascia giovane, in Francia del +36% e in UK del +154,5%, attrattiva per il pubblico giovane. Bene anche in Germania con un +53,3% e in forte espansione anche nei Paesi Scandinavi (+62%). Moderata, invece, la crescita delle visite mensili nei Paesi Bassi (+18,6%) e addirittura in calo nell’Europa dell’Est, con -9,8%. Negli Usa Shein continua la sua crescita esplosiva (+62%), così come in Canada (+62,3%). In America Latina, il fast commerce cinese cresce rapidamente, con un aumento del +20% delle visite mensili, trainato dalla strategia di fast fashion a basso costo e da campagne di influencer marketing molto attive. Crescita anche in Messico, in Medio Oriente e in Australia. In Cina, Shein fa un +62% di visite mensili nel 2025 sul 2024 come pure in Giappone. Ma è in Corea del Sud che esplode con un +145,22% anno su anno.

Ma c’è spazio anche per la sostenibilità. Vinted continua in molti Paesi europei la sua ascesa, seppur più moderata. In Italia, ad esempio, il sito di second hand con 12,2 milioni di visite, si afferma come leader assoluto del mercato second-hand. Ma è la Francia a trionfare: Vinted, infatti, è nella top 5 del settore fashion francese con una crescita significativa (+28%), confermandosi la piattaforma di riferimento per la moda sostenibile e l’usato di qualità. E in Italia? Nel 2025 l’e-commerce nel nostro Paese continua la sua espansione, superando i 58 miliardi di euro di valore, in crescita del 13% rispetto al 2024 (fonti Netcomm, Statista 2025). Gli acquirenti online superano i 35 milioni, e oltre la metà delle transazioni avviene da mobile.

Ai primi 5 posti della classifica degli ecommerce per visite mensili troviamo Amazon, con un +18% sul 2024, seguito da Temu (+133%), eBay in lieve calo e poi AliExpress e Zalando. Interessante la crescita costante di piattaforme verticali come Leroy Merlin e Decathlon, rispettivamente a 12,1 e 10,8 milioni di visite, a testimonianza della crescente specializzazione della domanda online. Per quanto riguarda il fashion, domina Zalando con 14 milioni di visite mensili, seguita da Shein, che cresce rapidamente fino a 5 milioni (+43%). Zalando Privé consolida la propria posizione nel segmento premium con 3,7 milioni di visite, mentre Yoox, Veepee e Privalia si mostrano in calo.

Cresce anche l’interesse verso realtà più mirate o legate a community specifiche, come Vinted, che con 12,2 milioni di visite si afferma come leader assoluto del mercato second-hand. Amazon in testa in quasi tutti i mercati europei tranne che in Europa dell’Est, dove domina Allegro, ma sono gli Stati Uniti i leader mondiali del commercio online, con un valore stimato oltre 1,4 trilioni di dollari e una crescita annua tra l’8 e il 10% rispetto al 2024. I dazi non hanno fermato la crescita del mercato, ma hanno ridotto la competitività dei player che dipendono fortemente dalle importazioni, creando un terreno più favorevole per chi ha strategie omnicanale e logistica consolidata negli Stati Uniti. Il panorama dei marketplace Usa, tuttavia, rimane il più competitivo al mondo: Amazon mantiene la leadership assoluta, anche se in leggero calo (-1,9%); Walmart continua la sua espansione online (+10,4%), avvicinandosi progressivamente ai volumi di eBay, che mostra una crescita moderata (+1,6%). Temu raddoppia i volumi anno su anno (+201%), spinta da una politica di prezzi ultra-aggressiva e da una forte presenza pubblicitaria, conquistando un posto nella top 5. Al quinto posto, c’è Etsy.

“Un aspetto che accomuna i vincitori dell’ultimo anno – dice il ceo di Yocabe Vito Perrone – è la capacità di raccogliere e usare i dati in modo strategico, allineando il proprio business ai comportamenti di utenti e venditori. Temu e Shein, protagoniste della nostra ricerca, ne sono un esempio: la loro crescita esplosiva nasce proprio dall’uso intelligente dei dati, offrendo ai venditori strumenti di targettizzazione che fino a pochi anni fa sembravano impossibili. In sintesi, chi oggi vende online non può più considerare i marketplace solo come canali di vendita”. 

Al via il tour di Trump in Asia: attesa per incontro con Xi Jinping

Il presidente Usa, Donald Trump, inizierà nel fine settimana un importante tour in Asia, che sarà caratterizzato da un incontro molto atteso con il suo omologo cinese Xi Jinping, con importanti implicazioni per l’economia mondiale. Mercoledì il repubblicano ha annunciato un “grande viaggio” in Malesia, Giappone e Corea del Sud per la sua prima visita nella regione dal ritorno al potere a gennaio.

Giovedì la Casa Bianca ha fornito dettagli sul programma, confermando in particolare un incontro con il suo omologo cinese. Il bilaterale si svolgerà giovedì 30 ottobre in Corea del Sud, a margine di un vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec). Trump ha dichiarato di sperare di concludere un accordo con il presidente cinese su “tutti gli argomenti”. Tuttavia, l’incontro non dovrebbe costituire “un punto di svolta” nelle relazioni tra i due leader, secondo quanto previsto da Ryan Hass, ricercatore presso il centro studi americano Brookings, in un’intervista all’AFP. Il presidente americano aveva lasciato qualche dubbio sullo svolgimento di questo incontro, sullo sfondo delle tensioni commerciali. Tuttavia, ha affermato di aspettarsi la conclusione di un “buon” accordo tra le due principali economie del pianeta.

Anche Pechino, attraverso il ministro del Commercio cinese Wang Wentao, ha dichiarato che i due Paesi potrebbero trovare un accordo per risolvere le loro controversie commerciali in occasione dell’incontro tra Trump e Xi. La Cina e gli Stati Uniti dovranno inoltre tenere nuovi colloqui commerciali nei prossimi giorni in Malesia, che ospiterà il vertice dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) a partire da domenica a Kuala Lumpur, come ha indicato proprio il ministero cinese del Commercio.

Tutti i paesi ospitanti dovranno stendere il tappeto rosso a Trump per cercare di attirare le sue simpatie e ottenere i migliori accordi possibili in materia di dazi doganali e garanzie di sicurezza. Il presidente americano partirà da Washington venerdì per arrivare domenica in Malesia per il vertice dell’Asean – che ha snobbato più volte durante il suo primo mandato, previsto dal 26 al 28 ottobre. Qui dovrebbe concludere un accordo commerciale e, soprattutto, assistere alla firma di un’intesa di pace tra Thailandia e Cambogia. Dopo un conflitto durato diversi giorni, i due paesi vicini hanno concluso un cessate il fuoco il 29 luglio, a seguito dell’intervento di Donald Trump, che rivendica il premio Nobel per la pace per il ruolo che sostiene di aver svolto nella risoluzione di diversi conflitti, tra cui questo.

In occasione del vertice è previsto anche un incontro con il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva. I due leader hanno iniziato ad appianare le loro divergenze dopo mesi di tensioni legate in primo luogo al processo e alla condanna dell’ex presidente brasiliano di estrema destra Jair Bolsonaro, alleato dell’inquilino della Casa Bianca.

Trump si recherà poi lunedì in Giappone, dove incontrerà il giorno successivo la nazionalista Sanae Takaichi, diventata questa settimana la prima donna a guidare il governo giapponese. Quest’ultima ha dichiarato di volere “discussioni franche” con il presidente americano. Tokyo ha firmato quest’estate un accordo commerciale con Washington, ma alcuni dettagli rimangono ancora da discutere. Il presidente americano desidera inoltre che il Giappone smetta di importare energia dalla Russia e aumenti le spese per la difesa.

Ma il momento clou del tour si svolgerà in Corea del Sud, dove Donald Trump è atteso a partire dal 29 ottobre per l’Apec, a margine del quale avrà un colloquio con Xi Jinping a Gyeongju. Il presidente americano incontrerà anche il suo omologo sudcoreano Lee Jae Myung, terrà un discorso davanti a uomini d’affari e parteciperà a una cena dei leader dell’APEC, secondo quanto riferito dalla Casa Bianca. Anche la Corea del Nord, che mercoledì ha lanciato diversi missili balistici, sarà all’ordine del giorno. Donald Trump ha affermato di sperare di incontrare il leader nordcoreano Kim Jong Un, possibilmente quest’anno, dopo tre vertici durante il suo primo mandato. Ma la Casa Bianca non ha confermato le informazioni secondo cui sarebbe previsto un nuovo incontro durante questo viaggio.

Via libera dell’Ue all’accordo con il Mercosur: rafforzate clausole di salvaguardia

Via libera da parte della Commissione europea all’accordo di partenariato Ue-Mercosur e all’accordo globale modernizzato Ue-Messico. Ora, dopo l’adozione da parte del collegio dei commissari, il trattato di libero scambio dovrà essere sottoposto agli Stati membri e ai deputati europei. L’obiettivo, come spiega il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, è quello di arrivare a un accordo tra i 27 entro la fine dell’anno, cioè finché il presidente brasiliano Lula ricoprirà la presidenza di turno del Mercosur.

L’intesa (“La più grande zona di libero scambio al mondo, che coprirà un mercato di oltre 700 milioni di consumatori”, per l’esecutivo Ue) rappresenta per Bruxelles un’opportunità per l’export e per l’occupazione. Il commercio bilaterale Ue-Mercosur oggi vale 112 miliardi di euro e oltre 30mila piccole e medie imprese europee esportano verso Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay. Con l’entrata in vigore dell’accordo, dice Sefcovic, “prevediamo che le esportazioni cresceranno del 39% arrivando a 50 miliardi di euro e un guadagno in termini di Pil di 77,6 miliardi di euro entro il 2040 per l’Ue”. Oltre 440mila i posti di lavoro che dovrebbero essere garantiti.

Notevoli i risparmi anche sul fronte delle imposte doganali. Per la Commissione, l’accordo ridurrà i dazi “spesso proibitivi” del Mercosur sulle esportazioni dell’Ue, compresi quelli sui prodotti industriali chiave, come le automobili (attualmente al 35%), i macchinari (14-20%) e i prodotti farmaceutici (fino al 14%). E con il Mercosur si punta anche ad aumentare del 50% le esportazioni agroalimentari europee, dal momento che si riducono “le elevate tariffe sui principali prodotti”, in particolare vino e alcolici (fino al 35%), cioccolato (20%) e olio d’oliva (10%)”. Le imprese europee e il settore agroalimentare dell’Unione “trarranno immediatamente vantaggio dalla riduzione delle tariffe doganali e dei costi, contribuendo alla crescita economica e alla creazione di posti di lavoro”, precisa la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Anche l’accordo modernizzato tra l’Ue e il Messico punta a “cancellare i dazi proibitivi” ancora in vigore sull’export europeo. Complessivamente, spiega Sefcovic, saranno eliminate imposte doganali per un valore di 100 milioni di euro all’anno.

Uno dei punti più contestati nei mesi scorsi e sul quale ancora oggi persistono delle riserve – a cominciare dalla Polonia – è quello relativo alle clausole di salvaguardia, sulle quali la Francia ha guidato una ‘rivolta’ all’interno dei Ventisette. Il timore era che facilitare l’ingresso in Ue di prodotti come carne bovina, pollame, zucchero, etanolo, riso o miele potesse indebolire alcuni settori agricoli europei. Ecco perché Parigi – e molti altri Stati membri – hanno chiesto alla Commissione di rafforzare le tutele e, dopo mesi di negoziati, Bruxelles ha annunciato misure di protezione aggiuntive su “prodotti agricoli sensibili”.

In primo luogo, spiega l’esecutivo europeo, l’intesa limita le importazioni preferenziali di prodotti agroalimentari dal Mercosur a una frazione della produzione dell’Ue (ad esempio, l’1,5% per le carni bovine e l’1,3% per il pollame). In secondo luogo, “istituisce solide misure di salvaguardia che proteggono i prodotti europei sensibili da qualsiasi aumento dannoso delle importazioni dal Mercosur”. In questo senso, la Commissione propone di integrare l’accordo con un atto giuridico che renda operativo il capitolo sulle misure di salvaguardia bilaterali del partenariato. Questo atto, che dovrà essere adottato dal Parlamento europeo e dal Consiglio, “mira in particolare a proteggere i settori agricoli cruciali e più sensibili dell’Ue, riconoscendo le preoccupazioni degli agricoltori europei”.

“So che sussistono delle preoccupazioni, soprattutto dal mondo degli agricoltori, ma abbiamo prestato ascolto a tutti”, assicura Sefcovic. L’accordo, dice il vicepresidente esecutivo della Commissione, Raffaele Fitto “sarà accompagnato da misure concrete: controlli e verifiche rafforzati nei Paesi partner, standard di sicurezza alimentare più rigorosi e ulteriori strumenti a tutela dei nostri standard ambientali e sociali”. Ma non solo. “Se ci fossero delle turbolenze nel mercato, proponiamo 6,3 miliardi di euro provenienti dalla rete di sicurezza nell’ambito del prossimo quadro finanziario pluriennale che sosterrà il settore agricolo”, precisa Sefcovic.

Dazi, definita intesa Usa-Ue: 15% su auto e farmaci. Nessuna esenzione sul vino

Oltre 10 viaggi transatlantici, 120-130 ore di colloqui, per “l’accordo migliore che potevamo sperare”. Il commissario Ue al Commercio, Maros Sefcovic, annuncia in conferenza stampa la pubblicazione della dichiarazione congiunta Ue-Usa sugli accordi commerciali reciproci, a meno di un mese dall’intesa raggiunta in Scozia il 27 luglio tra la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Un documento che definisce un quadro “equo, equilibrato e reciprocamente vantaggioso”. L’obiettivo è chiaro: consolidare le relazioni “e contribuire – dice Sefcovic – alla reindustrializzazione su entrambe le sponde dell’Atlantico. Vogliamo liberare appieno il potenziale della nostra forza economica combinata”. Von der Leyen ricorda che “di fronte a una situazione difficile, abbiamo mantenuto gli impegni assunti nei confronti dei nostri Stati membri e dell’industria e abbiamo ripristinato la chiarezza e la coerenza nel commercio transatlantico”.

Per Bruxelles, insomma, il risultato è positivo perché il limite tariffario globale del 15% per l’Unione europea è “l’accordo commerciale più favorevole che gli Stati Uniti abbiano mai concesso a un partner”, dice il Commissario, anche perché “l’alternativa, una guerra commerciale con dazi altissimi e un’escalation politica, non giova a nessuno. Danneggia l’occupazione, la crescita e le imprese sia nell’Ue che negli Stati Uniti. E non si tratta di una teoria, poiché sarebbero a rischio quasi 5 milioni di posti di lavoro in Europa, molti dei quali nelle Pmi. Questo accordo evita questa strada”. Soddisfatta anche la controparte. Per il segretario Usa al Commercio, Howard Lutnick, l’accordo ha permesso all’agenda commerciale statunitense di ottenere “una vittoria importante per i lavoratori americani, le industrie statunitensi e la nostra sicurezza nazionale. “Dazi” dovrebbe essere una delle parole preferite dell’America”, aggiunge.

Per il governo italiano anche se “non si tratta ancora di un punto di arrivo ideale o finale”, l’intesa ha permesso di raggiungere “alcuni punti fermi importanti a partire dall’aver evitato una guerra commerciale e dall’aver posto le basi per relazioni commerciali mutualmente vantaggiose”.

E un’ampia gamma di settori, tra cui industrie strategiche come l’automobile, i prodotti farmaceutici, i semiconduttori e il legname, beneficeranno di questo limite massimo. Ma per Business Europe, l’associazione imprenditoriale europea, questo non dovrebbe essere il risultato finale, perché l’impatto sulla competitività delle imprese Ue “sarà comunque negativo” e per questo bisogna “raddoppiare gli sforzi” riducendo “gli oneri normativi e il costo dell’energia e portando avanti il ​​suo programma di diversificazione commerciale”. Per quanto riguarda le auto – ora soggette a un dazio del 27,5% – la nuova imposta dovrebbe entrare in vigore retroattivamente dal 1° agosto perché, spiega Sefcovic.

Nessuna esenzione, invece, per il vino, i distillati e la birra su cui “stiamo lavorando da quando abbiamo avviato i negoziati”, con gli Usa, cioè da febbraio. Purtroppo, ammette Sefcovic, “non siamo riusciti” a inserirli nell’accordo, “ma le porte non sono chiuse, perché entrambe le parti hanno concordato di valutare altri settori in futuro, e questi sono una nostra priorità”. Per l’Unione Italiana Vini, si tratta sostanzialmente di una sconfitta perché il danno stimato per le imprese è di circa 317 milioni di euro cumulati nei prossimi 12 mesi, mentre per i partner commerciali d’oltreoceano il mancato guadagno salirà fino a quasi 1,7 miliardi di dollari.

Numerosi gli impegni presi dall’Ue. L’accordo prevede anche una forte cooperazione energetica, nell’ambito della quale l’Ue acquisterà gas naturale liquefatto, petrolio e prodotti energetici nucleari dagli Stati Uniti, con un volume di acquisti previsto di 750 miliardi di dollari entro il 2028. Bruxelles, inoltre, acquisterà chip di intelligenza artificiale statunitensi per un valore di almeno 40 miliardi di dollari per i suoi centri di calcolo. Ma non solo. Le aziende europee investiranno ulteriori 600 miliardi di dollari in settori strategici negli Stati Uniti entro il 2028.

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Reciproci, settoriali e universali: tutti i dazi di Donald Trump

Che siano settoriali, mirati o universali, i dazi imposti sui prodotti in entrata negli Stati Uniti sono cambiati significativamente dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Una panoramica dei dazi già in vigore, in attesa dell’aumento previsto per i principali partner commerciali degli Stati Uniti il 1° agosto.

SOVRATTASSA SU TUTTI I PRODOTTI. Dall’inizio di aprile e dall’introduzione dei dazi impropriamente definiti “reciproci” da parte del presidente americano, tutti i prodotti in entrata negli Stati Uniti sono soggetti a un sovrapprezzo del 10%. Si prevede che questa cifra sarà più elevata per i principali partner commerciali, in particolare quelli con cui Washington ritiene di avere un deficit commerciale. Dopo aver annunciato dazi fino al 50% per oltre 80 paesi, Donald Trump li ha sospesi, inizialmente fino al 9 luglio e poi fino al 1° agosto, in attesa dei negoziati sugli accordi commerciali. Finora, tuttavia, sono stati firmati sei accordi con Regno Unito, Vietnam, Indonesia, Filippine, Giappone e Unione Europea, con dazi specifici compresi tra il 15% e il 20%, inferiori a quelli annunciati all’inizio di aprile per questi paesi. Circa venti altri paesi hanno ricevuto una lettera dalla Casa Bianca che annunciava dazi tra il 25% e il 50%. Il Brasile, inizialmente non preso di mira, potrebbe essere soggetto a una sovrattassa del 50%, in quanto Donald Trump condanna il procedimento legale in corso contro l’ex presidente Jair Bolsonaro.

CANADA E MESSICO. Principali obiettivi di Donald Trump, i due paesi vicini degli Stati Uniti sono accusati di non contrastare a sufficienza l’immigrazione clandestina e il traffico di fentanyl, un potente oppioide che sta causando una grave crisi sanitaria nel paese. Sono presi di mira da dazi del 25%, che tuttavia si applicano solo ai prodotti non coperti dal Tri-Country Free Trade Agreement (CUSMA), una minoranza dei prodotti che entrano negli Stati Uniti. Il presidente americano ha minacciato di aumentare questi supplementi al 35% per i prodotti canadesi e al 30% per quelli provenienti dal Messico, frustrato dal fatto che i negoziati commerciali non progrediscano come sperava.

CINA. Pechino è stata un obiettivo primario di Washington fin dal primo mandato di Trump, una politica rimasta invariata sotto Joe Biden e ulteriormente rafforzata dal ritorno del repubblicano alla Casa Bianca. In nome della lotta al traffico di fentanyl, è stata applicata una tariffa del 10%, in aggiunta a quella esistente prima del 1° gennaio, a cui è stato aggiunto il 20% come dazi doganali cosiddetti “reciproci” all’inizio di aprile. Ma con la risposta della Cina, le due potenze mondiali hanno avviato un’escalation tariffaria, aumentando i dazi fino al 125% sui prodotti americani e al 145% su quelli cinesi, prima di raggiungere un accordo a maggio a Ginevra per tornare al 10% da una parte e al 30% dall’altra. Da allora, i due governi hanno tenuto colloqui a Londra e hanno in programma ulteriori colloqui in corso a Stoccolma per far progredire le loro controversie commerciali.

DIFESA DI ALCUNI SETTORI. Citando ogni volta la sicurezza nazionale, Donald Trump ha deciso di proteggere diversi settori dell’industria americana con una sovrattassa specifica sui prodotti esteri venduti negli Stati Uniti. Questo è il caso delle automobili, ora tassate al 25%, ad eccezione delle auto provenienti dal Giappone, che sono tassate solo al 15%, e persino al 10% per le prime 100.000 auto provenienti dal Regno Unito. L’acciaio e l’alluminio americani, da parte loro, sono protetti da dazi doganali del 50% sui prodotti concorrenti che entrano nel Paese, compresi quelli provenienti da Canada e Messico. E altri ancora sono in arrivo: prodotti farmaceutici, semiconduttori, rame, pannelli solari e minerali essenziali sono attualmente oggetto di azioni legali.

INCERTEZZA GIURIDICA. Parte dei dazi doganali americani è stata contestata in tribunale. I tribunali di grado inferiore hanno stabilito che Donald Trump non aveva l’autorità di imporre autonomamente tasse indifferenziate sulle importazioni. Tuttavia, i casi non sono stati ancora decisi in via definitiva nel merito.

Dazi, Meloni: “Al lavoro per scongiurare guerra commerciale”. Urso: “Intesa con Usa vicina”

Scongiurare una guerra commerciale con gli Stati Uniti. E’ il mantra della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e, a cascata, di tutti i ministri coinvolti nell’infinita trattativa con gli Stati Uniti dopo la minaccia di tariffe al 30% verso l’Europa e la successiva missione a Washington del capo negoziatore europeo Maros Sefcovic. La premier lo ribadisce sul palco del congresso della Cisl all’Eur, sottolineando il lavoro assiduo e costante dell’esecutivo: “Tutti i nostri sforzi sono rivolti a questo, chiaramente in collaborazione con gli altri leader, con la Commissione Europea”. La guerra commerciale “non avrebbe alcun senso”, “impatterebbe soprattutto sui lavoratori”, precisa. A maggior ragione perché il caos scoppia “in un periodo complesso, segnato da tensioni geopolitiche che rendono il contesto internazionale molto incerto e instabile, con conseguenze inevitabili su economia reale, tenuta dei livelli occupazionali e produzione”.

L’intesa “è in procinto” di essere raggiunta, azzarda poco dopo sullo stesso palco Adolfo Urso. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy fornisce informazioni in suo possesso che arrivano dagli Stati Uniti: “Da quel che apprendiamo ci siamo, l’intesa sta per essere raggiunta. Ci auguriamo che sia equa, costruttiva, positiva e sostenibile”. Il presidente Usa, Donald Trump, infatti, in un’intervista a Real America’s Voice, ha spiegato che un accordo con l’Ue è vicino, anche se “sono molto indifferente al riguardo”. Il governo italiano, secondo Urso, ha fatto tutto il necessario operando “in modo costruttivo e collaborativo, affinché ci fosse un negoziato sia in termini bilaterali che con le istituzioni europee, in modo specifico con la Commissione Europea”.

Le opposizioni non ci stanno e incalzano l’esecutivo. Per il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, la premier deve “svegliarsi dal torpore. La guerra commerciale con gli Stati Uniti non è un rischio ipotetico: è già iniziata, ed è stata innescata da Donald Trump, non certo dall’Europa”. I dazi al 30% dal primo agosto, secondo Bonelli, “sono un’estorsione, un atto di violenza economica che rischia di causare una crisi gravissima”, solo l’Italia “potrebbe perdere 35 miliardi di export e oltre 180.000 posti di lavoro”. Piero De Luca, deputato Pd e capogruppo in commissione Affari europei, giusto negoziare “ma a schiena dritta. Serve un’intesa, non una resa”, portando al tavolo delle trattative “una posizione unitaria Ue, evitando azioni bilaterali che rischiano di indebolire Italia ed Europa stessa”. Preoccupazioni anche sulla tutela dell’agroalimentare. Coi dazi al 30%, denuncia Antonella Forattini, capogruppo Pd in commissione Agricoltura alla Camera, verrebbero colpiti “prodotti simbolo del Made in Italy, dai formaggi alla pasta, fino al vino, in un contesto già segnato dalla svalutazione del dollaro”. Per Simona Bonafè, vicepresidente vicaria del Gruppo Pd alla Camera, i dazi avrebbero un impatto gravissimo su alcuni dei settori più competitivi del nostro export, come “moda e farmaceutica, colonne portanti del Made in Italy”.

Nel 2024 cala export (-0,4%), pesa frenata tedesca. Urso: “Cresce attrattività Italia”

Nel 2024 le esportazioni italiane si sono lievemente ridotte a 623,5 miliardi di euro (-0,4%), soprattutto a causa della netta caduta delle vendite verso la Germania, -5%. Le vendite all’estero sono cresciute però del 30% sul 2019, quando si attestarono a 480 miliardi. A sostenerlo è l’Ice nel rapporto 2024-2025 presentato questo pomeriggio.

“Le flessioni registrate per mezzi di trasporto, sistema moda, mobili e beni intermedi, soprattutto i derivati del petrolio – si legge nel rapporto – sono state compensate dagli aumenti di prodotti alimentari, chimico-farmaceutici, Ict e dal balzo della gioielleria (+39%) dovuto principalmente alla forte domanda del mercato turco”.

La lieve flessione registrata per l’export italiano nel 2024 – spiega l’Ice – è il risultato di dinamiche molto diversificate nei singoli mercati e settori. Il contributo negativo principale è venuto dalla Germania, la cui crisi economica si è tradotta in un calo del 5% delle vendite di prodotti italiani, soprattutto negli autoveicoli, nella metallurgia e nella meccanica. Forte la flessione in Cina (-21%), risultato “di una correzione verso il basso del picco anomalo registrato nel 2023 dalle vendite di prodotti farmaceutici. Analogamente, la riduzione del 3,6% delle esportazioni verso gli Stati Uniti sconta il picco registrato in precedenza nella cantieristica navale”.

Positive le performance in Medio Oriente. Le esportazioni verso l’Arabia Saudita sono cresciute (oltre il 29%) grazie specialmente all’industria meccanica, e verso gli Emirati Arabi Uniti (+ 20,4%) per gli incrementi nella meccanica, nell’abbigliamento e nei prodotti in pelle. La crescita delle vendite in Spagna (+4,6%) ha beneficiato soprattutto degli aumenti registrati nei prodotti Ict e nella farmaceutica. La quota di mercato mondiale delle esportazioni italiane di merci, espressa a prezzi correnti, nell’ultimo decennio è rimasta sostanzialmente stabile intorno al 2,8%. Al lieve incremento registrato negli Stati Uniti (dove la quota si è attestata al 2,3%) e in Francia (7,9%) corrispondono invece flessioni altrettanto lievi in Germania (5,2%) e nel Regno Unito (3,9%), mentre sul mercato cinese la quota italiana è rimasta ferma all’1%.

Soddisfatto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso: “Nel 2025 l’indice di attrattività globale dell’Italia è passata dal 19esimo al 16esimo, abbiamo guadagnato tre posizioni sulle 146 del ranking”. Al tempo stesso, sottolinea il ministro, l’Italia nel 2024 è stato il Paese principale destinatario di progetti green field in Europa, con 35 miliardi di investimenti esteri, “ben più di quanto fatto da Francia e Germania, che ne hanno registrati 10 meno di noi”. E’ stato un record storico. Secondo Urso, l’Italia ora “è più attrattiva perché garantisce continuità di governo, ed è qualcosa di inusuale rispetto al passato”. E tutto questo può farlo grazie Made in Italy, sinonimo di “identità, innovazione e internazionalizzazione”.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani giudica “positivi e confortanti” i dati emersi dal rapporto Ice, “anche se con un leggerissimo calo in alcune parti del mondo”. Numeri che “confermano la bontà della nostra strategia”, orientata ora ad allargare gli scambi anche in mercati emergenti: Paesi del Golfo, India, Giappone, Messico, Canada, Vietnam, Indonesia, Sudafrica e Paesi dei Balcani. Il presidente Ice, Matteo Zoppas, crede nell’obiettivo fissato dal ministro Tajani: 700 miliardi di export. “In due anni – spiega – il +12% è fattibile con gli strumenti e la logica del sistema Paese”. Obiettivo che si può centrare grazie “ai nostri cavalli di battaglia per l’export: meccanica, chimica e farmaceutica. Ci sono poi le 3 ‘F’: food, fashion e furniture”.

Dazi, Trump: “Usa derubati per decenni”. Ue individua contro-tariffe per 72 mld

L’Unione europea – con in mano la lettera ricevuta nel weekend dal presidente Usa Donald Trump che annuncia Dazi al 30% sui beni europei a partire dal primo agosto – sceglie di portare fino alla fine la sua scelta iniziale, quella della ricerca di una soluzione concordata. Ma allo stesso tempo accende i toni, tanto da prendere in prestito dal lessico militare le parole utilizzate. “Al mio arrivo alla riunione” straordinaria del Consiglio Commercio dell’Ue “ho detto ai ministri: ‘Se volete la pace, preparatevi alla guerra’”, ha raccontato in conferenza stampa Lars Lokke Rasmussen, ministro degli Esteri della Danimarca, Paese che ricopre il semestre di presidenza del Consiglio dell’Ue. “Noi non cerchiamo la guerra, ma dobbiamo prepararci per dare al nostro commissario la posizione negoziale più forte possibile. E credo che oggi siamo riusciti a raggiungere questo obiettivo”, ha aggiunto.

La lettera di Trump insomma ha gelato le ipotesi europee di un accordo accettabile, seppur sbilanciato. E l’inquilino della Casa Bianca è tornato a enumerare i torti subiti, a suo dire, dagli Usa. “Gli Stati Uniti d’America sono stati derubati su commercio (e difesa), da amici e nemici, allo stesso modo, per decenni. Questo è costato migliaia di miliardi di dollari, e la situazione non è più sostenibile – e non lo è mai stata“, ha scritto oggi sulla sua piattaforma Truth. “I Paesi dovrebbero fermarsi e dire: ‘Grazie per i tanti anni di libertà, ma sappiamo che ora dovete fare ciò che è giusto per l’America’. Dovremmo rispondere dicendo: ‘Grazie per aver compreso la situazione in cui ci troviamo. Molto apprezzato!’“, ha continuato. E ha messo in chiaro che l’accordo sui Dazi “è quello delle lettere” e che se le Capitali “vogliono negoziare ne possiamo parlare”.

Di certo, per il Tycoon, “il fatto che stiano chiamando significa vogliono negoziare“. E il negoziato è ancora la strada preferita dall’Unione europea.

Oggi, i ministri del Commercio dei Ventisette si sono riuniti in un Consiglio Commercio straordinario e, pur dicendosi concordi nel considerare l’annuncio di Dazi al 30% “assolutamente inaccettabile e ingiustificata”, sostengono l’idea della Commissione di continuare la trattativa fino al primo agosto, ma hanno anche posto l’accento sull’elemento delle contromisure. Nella riunione “abbiamo discusso lo stato di avanzamento e le prospettive per le relazioni commerciali dell’Ue con gli Usa, comprese le possibili contromisure dell’Ue”. Punto su cui, oggi, i ministri europei hanno insistito molto più che in passato. “Siamo impegnati a continuare a lavorare con gli Stati Uniti per un risultato negoziato che deve essere un accordo vantaggioso e accettabile per entrambi. Allo stesso tempo ci prepariamo a ogni possibile scenario. Se una soluzione soddisfacente non sarà trovata, l’Ue è pronta a reagire e questo include contromisure robuste e proporzionate se richiesto. E nella stanza si è respirato un forte senso di unità. Questa dichiarazione è quindi una dichiarazione che ci unisce tutti”, ha sottolineato Rasmussen. Anche per il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, l’Ue deve “essere preparata a tutti gli esiti”, compreso quello del ricorso a “misure proporzionate e ponderate per ristabilire l’equilibrio nelle nostre relazioni transatlantiche”. Intanto, alla luce della nuova scadenza, Bruxelles ha allungato fino ai primi di agosto la pausa – che sarebbe scaduta questa notte – alle sue contromisure che, decise come risposta ai Dazi statunitensi del 25% su acciaio e alluminio, colpiscono circa 21 miliardi di euro di beni Usa importati. E lavora al secondo elenco di contromisure.

Le nostre misure di riequilibrio su acciaio e alluminio sono sospese fino agli inizi di agosto e oggi la Commissione sta condividendo con gli Stati membri la proposta per il secondo elenco di beni che conta circa 72 miliardi di euro di importazioni statunitensi“, ha illustrato Sefcovic in conferenza stampa precisando che “ciò non esaurisce le nostre possibilità e ogni strumento rimane sul tavolo”. Per il commissario Sefcovic, da qui al primo agosto 4 sono le aree di intervento. Innanzitutto i negoziati. “Restiamo convinti che le nostre relazioni transatlantiche meritino una soluzione negoziata, che porti a una rinnovata stabilità e cooperazione. Più tardi, nel corso della giornata di oggi, proseguirò il mio dialogo con le mie controparti statunitensi”, ha annunciato. Per il commissario va considerato “il duro lavoro profuso” fin qui e il fatto che “siamo vicini a raggiungere un accordo” con “gli evidenti benefici di una soluzione negoziata”. E’ chiaro però che “per applaudire ci vogliono due mani”. Di qui, il secondo pilastro: le contromisure, con il secondo elenco di beni, pari a 72 miliardi di euro di import a stelle e strisce, da definire. Terzo, “canali di comunicazione aperti e ancora più stretti con altri partner che condividono gli stessi ideali” e, in quarto luogo, sforzi raddoppiati dell’Ue “per aprire nuovi mercati“.

In generale, Sefcovic non ha rimproveri sul lavoro svolto fin qui. “La mia impressione era che valesse la pena lavorarci” su un accordo, “altrimenti non avremmo speso tre mesi a redigere questo accordo di principio, analizzando mille e settecento linee tariffarie, discutendo tutti i dettagli, dall’agricoltura ai pezzi di ricambio per le auto, se tutto si fosse risolto con una lettera, per quanto importante”. E guarda avanti: “Credo ci sia ancora potenziale per continuare il negoziato anche se questa lettera ha scatenato forti reazioni in Europa e sarò molto aperto su questo”, ha affermato. Al suo arrivo al Consiglio, questa mattina, Sefcovic aveva chiarito che “il 30% proibisce il commercio” e che renderà “impossibile continuare a commerciare come siamo abituati a fare in una relazione transatlantica”. Così come le catene di approvvigionametno transatlantiche “ne risentirebbero pesantemente su entrambe le sponde dell’Atlantico”. Ma in virtù del fatto che quella tra Ue e Usa è “la più grande relazione commerciale su questo pianeta, con 1.700 miliardi di dollari, 400 miliardi di dollari che attraversano l’oceano ogni singolo giorno sotto forma di beni e servizi”, Bruxelles sta “dimostrando un’enorme pazienza” e “un’enorme creatività per trovare le soluzioni” negoziate. “Ma se la percentuale rimane superiore al 30%, semplicemente il commercio, il commercio come lo conosciamo, non continuerà, con un enorme effetto negativo su entrambe le sponde dell’Atlantico”. Per questo, “penso che dobbiamo fare, e farò sicuramente, tutto il possibile per evitare questo scenario super negativo”, ha concluso.

Da oggi scattano i saldi estivi 2025: previsto giro d’affari da oltre 3 miliardi

Sono pronti alle grandi folle i commercianti e i clienti a caccia di occasioni. Da oggi partono i saldi estivi in quasi tutte le regioni (a eccezione di Trento e di Bolzano), che daranno un po’ di tregua alle famiglie in un momento in cui l’inflazione spinge a spendere con prudenza.

Secondo il Codacons, i saldi daranno vita a un giro d’affari attorno ai 3-3,2 miliardi di euro. E, ad alimentare il giro, potrebbero essere i turisti stranieri che, in questo periodo dell’anno, affollano le città italiane e le località di vacanza, e la cui spesa per abbigliamento, calzature ed accessori potrebbe dare impulso al commercio.

E’ un momento fondamentale, un’occasione di acquisto consapevole e conveniente da un lato, e una leva importante per gli esercenti dall’altro“, osserva Benny Campobasso, Presidente di Fismo Confesercenti. Che rileva però la necessità di alcuni correttivi: “Bisogna fare chiarezza e porre un argine al dilagare dei pre-saldi irregolari, che minano la leale concorrenza, e va anche rivista la data d’avvio, oggi troppo vicina all’inizio dell’estate e quindi poco funzionale per molti operatori”, spiega.

Il Movimento Difesa del Cittadino mette in guardia dalle truffe e ricorda di osservare alcune regole di comportamento: “Accertarsi che venga rispettato l’obbligo di indicare il prezzo iniziale e quello scontato; conservare lo scontrino per eventuali cambi; assicurarsi di poter pagare sia in contanti che cashless”. Inoltre, i Saldi devono essere applicati su prodotti stagionali, non per svuotare i magazzini, e bisogna porsi delle domande in caso di prezzi eccessivamente scontati. Ancora più attenzione va fatta per gli acquisti online, dove è necessario leggere sempre le informazioni del prodotto e prestare attenzione alle foto, valutare da chi si acquista e sui siti web accertarsi che sia indicata la partita Iva e che esista sul sito dell’Agenzia delle entrate.

Sei italiani su dieci hanno già pianificato almeno un acquisto. Questo, nonostante secondo le stime di Confesercenti e Ipsos 6,5 milioni di consumatori abbiano già acquistato con lo sconto prima della partenza ufficiale dei saldi. È il 62% degli italiani che ha già deciso di approfittare degli sconti, ma la percentuale sale tra le donne e tra chi vive al Sud al 67%. Un ulteriore 32% si riserva di decidere in base alla qualità delle offerte: una fetta non trascurabile che conferma come la leva promozionale sia decisiva, ma non automatica. Tra chi ha già pianificato uno o più acquisti, il budget medio previsto è di circa 218 euro a persona, che scende a 136 euro per chi non lavora. La fascia di spesa più comune è però quella attorno ai 100 euro, scelta da un intervistato su quattro. Ma non manca chi punta più in alto: il 16% prevede di spendere 200 euro, mentre una minoranza (circa il 7%) arriva o supera i 300 euro.

I giovani (18–34 anni) mostrano una maggiore prudenza, con una media di 178 euro, contro i 234 euro degli over 35. Sul piano territoriale, si spende di più al Nord (241 euro) e meno nelle regioni del Sud e delle Isole (196 euro), confermando le differenze geografiche nella propensione al consumo. Cosa si compra. Sono le calzature le regine dei Saldi estivi 2025: oltre la metà dei consumatori che hanno già deciso cosa acquistare (53%) metterà ai piedi scarpe nuove: sandali, sneakers, zeppe o mocassini. Subito dopo, nella lista dei desideri, compaiono t-shirt, top e bluse (50%), seguiti da pantaloni, gonne e maglieria leggera (entrambi al 38%). Anche abiti (37%) e intimo (31%) mantengono una quota rilevante, mentre costumi da bagno e accessori da spiaggia (28%) segnalano una voglia di vacanze che inizia a farsi sentire. L’abbigliamento sportivo è al 27%, seguono camicie (25%), pigiami (13%) e giacche (9%). In media, chi pensa di approfittare dei Saldi progetta di acquistare quasi quattro prodotti (3,76 a persona), a testimoniare che si punta su pochi pezzi ma scelti con cura. Sei su dieci acquisteranno sia online che in negozio fisico. Che, però, resta centrale: circa un terzo (32%) di chi vuole comprare prevede di affidarsi esclusivamente ai punti vendita tradizionali, mentre il 7% sceglierà di fare shopping solo online. Il negozio continua a essere percepito come il canale più affidabile per veridicità degli sconti, sicurezza e convenienza degli acquisti, con un voto medio assegnato dai consumatori di 7,1 (contro i 6,9 del web e il 6,8 delle grandi catene). Un risultato significativo, vista l’attenzione dei consumatori: il 70% degli intervistati sostiene di verificare sempre il prezzo pieno su cui è applicato lo sconto del prodotto in saldo.