Dazi, le tariffe Usa sui prodotti indiani passano al 50%

Il dazio doganale degli Stati Uniti sui prodotti indiani, al 25% dall’inizio del mese, è salito al 50%, un modo per Donald Trump di sanzionare l’importazione di petrolio russo da parte dell’India.

L‘India è uno dei principali importatori di petrolio russo, dopo la Cina, e il presidente americano accusa Nuova Delhi di aiutare Mosca a finanziare la sua guerra in Ucraina. Il nuovo tasso non riguarderà tuttavia una serie di prodotti, il che ne riduce notevolmente la portata. Il presidente americano aveva annunciato questa tariffa punitiva all’inizio di agosto, irritato dal rifiuto di Mosca di accettare un cessate il fuoco in Ucraina. Nonostante la calorosa accoglienza riservata a Vladimir Putin in Alaska, ha mantenuto questa misura che mira a ostacolare la capacità di Mosca di finanziare la guerra.

Il petrolio russo in India nel 2024 ha rappresentato quasi il 36% delle sue importazioni in questo settore, contro circa il 2% prima dell’inizio della guerra in Ucraina nel 2022, secondo i dati del ministero indiano del Commercio. Per Nuova Delhi, la scelta è pragmatica: la produzione dei paesi del Golfo è destinata in via prioritaria all’Europa e l’India ha dovuto rivolgersi ad altri fornitori dopo la decisione del Vecchio Continente di rinunciare agli idrocarburi russi. Tra i prodotti esclusi dai nuovi Dazi, gli iPhone, la cui produzione avviene sempre più spesso in India. Questi ultimi dovrebbero però essere interessati dai Dazi settoriali, fino al 100%, che il presidente americano intende imporre gradualmente sui semiconduttori e sui prodotti elettronici. Gli esportatori indiani temono un calo degli ordini, delocalizzazioni e perdite di posti di lavoro: gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale del Paese più popoloso del pianeta, che vi vende ogni anno merci per oltre 87 miliardi di dollari.

Martedì, l’influente Federazione delle organizzazioni esportatrici indiane (FIEO) ha sottolineato che l’attività dei produttori tessili e del settore dei prodotti ittici era già stata colpita, invitando le autorità ad agire insieme alle imprese di fronte a “questa fase di turbolenze”. Nuova Delhi ha ribadito la speranza di raggiungere un accordo commerciale con Washington. Tuttavia, un accordo potrebbe essere difficile da raggiungere, in particolare a causa dell’accesso al mercato agricolo e lattiero-caseario indiano, un tema delicato che riguarda un importante blocco elettorale per Modi. Le discussioni sono iniziate a febbraio e sono proseguite da allora, ma l’India si sta rivelando un “negoziatore molto più difficile” di quanto previsto, ha ammesso Donald Trump. Dal suo ritorno al potere a gennaio, il presidente americano ha introdotto, in più fasi, nuove sovrattasse sui prodotti provenienti da tutto il mondo che entrano negli Stati Uniti, che ora sono in media al livello più alto dall’inizio del 1910, ad eccezione di alcune settimane del 2025, secondo l’OMC e il FMI. Per limitare gli effetti di quelli che colpiscono il suo Paese, il primo ministro indiano Narendra Modi ha assicurato che avrebbe “alleggerito il carico fiscale dei cittadini comuni” durante il suo discorso per l’anniversario dell’indipendenza, il 15 agosto. Rafforzare il mercato interno potrebbe rivelarsi essenziale per l’economia indiana, mentre gli economisti stimano che, senza un accordo tra Washington e Nuova Delhi, i Dazi doganali potrebbero far scendere la crescita indiana al di sotto del 6%. Alla fine di luglio, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) prevedeva una crescita del 6,4% dell’economia indiana nel 2025. Nel frattempo, Nuova Delhi ha intrapreso un avvicinamento a Pechino, mentre le relazioni tra le due potenze asiatiche si erano fortemente deteriorate dopo uno scontro mortale nell’Himalaya tra soldati dei due paesi nel 2020.

Tags:
, , ,

Powell da Jackson Hole apre al taglio dei tassi Usa ma avverte: “Effetti dei dazi già visibili”

Cautela “motivata dai dati”, soprattutto sull’occupazione e sull’inflazione, ma le “condizioni sono cambiate” rispetto ad un anno fa, nonostante “nuove sfide da affrontare”. Tuttavia, “le prospettive di base e il mutevole equilibrio dei rischi potrebbero giustificare un adeguamento del nostro orientamento di politica monetaria”. Jerome Powell ha scelto il palco più prestigioso della finanza Usa per aprire ad un possibile taglio dei tassi di interesse. Proprio a Jackson Hole, tra i banchieri centrali, in quello che è stato il suo ultimo intervento da governatore della Fed prima della scadenza naturale del suo mandato (maggio 2026). Una delle parole più ricorrenti del suo attesissimo discorso è “incertezza”. Perchè “dazi doganali significativamente più elevati tra i nostri partner commerciali stanno rimodellando il sistema commerciale globale. Una politica migratoria più restrittiva ha portato a un brusco rallentamento della crescita della forza lavoro”. E nel lungo periodo, ha spiegato Powell, anche i cambiamenti nelle politiche fiscali, di spesa e di regolamentazione potrebbero avere “importanti implicazioni per la crescita economica e la produttività”. Insomma, “vi è notevole incertezza su dove tutte queste politiche si stabilizzeranno e sui loro effetti duraturi sull’economia”.

Ricordando che il rapporto sull’occupazione Usa di luglio ha mostrato che la crescita dei posti di lavoro retribuiti è rallentata a un ritmo medio di soli 35.000 al mese negli ultimi tre mesi, in calo rispetto ai 168.000 al mese del 2024, ma che comunque “il tasso di disoccupazione, pur essendo in leggero aumento, si attesta su un livello storicamente basso del 4,2% ed è rimasto sostanzialmente stabile nell’ultimo anno”, il presidente della Fed ha chiarito che i rischi sul mercato del lavoro sono orientati al ribasso. E se tali rischi si concretizzassero, possono farlo rapidamente “sotto forma di un netto aumento dei licenziamenti e della disoccupazione”. Allo stesso tempo, ha spiegato Powell, la crescita del Pil ha subito un notevole rallentamento nella prima metà di quest’anno, attestandosi a un ritmo dell’1,2%, circa la metà del 2,5% previsto per il 2024. Il calo della crescita “ha riflesso in gran parte un rallentamento della spesa dei consumatori”. E come per il mercato del lavoro, parte di questo rallentamento “riflette probabilmente una crescita più lenta dell’offerta o del prodotto potenziale”.

Atteso era anche un riferimento all’impatto dei dazi Usa sull’inflazione americana. A tal riguardo, Powell ha confermato che gli “effetti sui prezzi al consumo sono ormai chiaramente visibili”: “Prevediamo che tali effetti si accumuleranno nei prossimi mesi, con elevata incertezza su tempi e importi. La questione fondamentale per la politica monetaria è se questi aumenti dei prezzi possano aumentare significativamente il rischio di un problema di inflazione persistente. Uno scenario di base ragionevole prevede che gli effetti saranno relativamente di breve durata: una variazione una tantum del livello dei prezzi. Naturalmente, una tantum non significa tutto in una volta. Ci vorrà ancora tempo prima che gli aumenti tariffari si diffondano lungo le catene di approvvigionamento e le reti di distribuzione. Inoltre, le aliquote tariffarie continuano a evolversi, prolungando potenzialmente il processo di aggiustamento”.

Proprio l’inflazione è uno dei due pilastri su cui si basano le mosse della Fed. Anche qui, Powell ha lanciato il proprio monito: l’aumento delle tariffe ha iniziato a far salire i prezzi in alcune categorie di beni. Le stime basate sugli ultimi dati disponibili indicano che i prezzi totali delle spese per consumi personali (Pce) sono aumentati del 2,6% annuale (a luglio). Escludendo le categorie volatili di cibo ed energia, l’indice core Pce è aumentato del 2,9%, al di sopra del livello di un anno fa. L’inflazione “è al di sopra del nostro obiettivo da oltre quattro anni” e “rimane una preoccupazione importante per famiglie e imprese”. Tuttavia, le aspettative a lungo termine sembrano rimanere ben ancorate e coerenti con il nostro obiettivo del 2%. Considerato tutto questo, Powell ha infine aperto alla possibilità di un futuro taglio dei tassi di interesse. Senza però indicare tempi ed entità, visto che prima della prossima riunione della Fed (16-17 settembre) usciranno gli ultimi dati sull’occupazione e sull’inflazione di agosto. Nel breve termine, ha spiegato il governatore della Fed, “i rischi per l’inflazione sono orientati al rialzo e i rischi per l’occupazione al ribasso: una situazione difficile. Quando i nostri obiettivi sono in tensione in questo modo, il nostro quadro di riferimento ci impone di bilanciare entrambi i lati del nostro doppio mandato. Il nostro tasso di riferimento è ora di 100 punti base più vicino alla neutralità rispetto a un anno fa, e la stabilità del tasso di disoccupazione e di altri indicatori del mercato del lavoro ci consente di procedere con cautela nel valutare modifiche al nostro orientamento di politica monetaria”. Tuttavia, “con la politica monetaria in territorio restrittivo, le prospettive di base e il mutevole equilibrio dei rischi potrebbero giustificare un adeguamento del nostro orientamento di politica monetaria”.

Una risposta indiretta alle pressioni del presidente Usa, Donald Trump, che da mesi non usa mezzi termini e, anzi, non ha risparmiato insulti a Powell, ‘colpevole’ di non aver agito più rapidamente nel tagliare i tassi. Proprio mentre era in corso il discorso a Jackson Hole, il tycoon ha alzato il tiro contro Lisa Cook, membro del board dei governatori della Fed, accusata dal direttore della Federal Housing Finance Agency di aver “falsificato i documenti per ottenere condizioni di prestito più favorevoli per due immobili”: “Se Cook non si dimette la licenzierò io” ha dichiarato Trump davanti ai giornalisti, a Washington.

Nel frattempo Wall Street esulta. Alle 17:30 il Dow Jones saliva di oltre il 2%, il Nasdaq guadagnava l’1,96% e l’S&P 500 segnava un +1,6%.

Dazi, definita intesa Usa-Ue: 15% su auto e farmaci. Nessuna esenzione sul vino

Oltre 10 viaggi transatlantici, 120-130 ore di colloqui, per “l’accordo migliore che potevamo sperare”. Il commissario Ue al Commercio, Maros Sefcovic, annuncia in conferenza stampa la pubblicazione della dichiarazione congiunta Ue-Usa sugli accordi commerciali reciproci, a meno di un mese dall’intesa raggiunta in Scozia il 27 luglio tra la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Un documento che definisce un quadro “equo, equilibrato e reciprocamente vantaggioso”. L’obiettivo è chiaro: consolidare le relazioni “e contribuire – dice Sefcovic – alla reindustrializzazione su entrambe le sponde dell’Atlantico. Vogliamo liberare appieno il potenziale della nostra forza economica combinata”. Von der Leyen ricorda che “di fronte a una situazione difficile, abbiamo mantenuto gli impegni assunti nei confronti dei nostri Stati membri e dell’industria e abbiamo ripristinato la chiarezza e la coerenza nel commercio transatlantico”.

Per Bruxelles, insomma, il risultato è positivo perché il limite tariffario globale del 15% per l’Unione europea è “l’accordo commerciale più favorevole che gli Stati Uniti abbiano mai concesso a un partner”, dice il Commissario, anche perché “l’alternativa, una guerra commerciale con dazi altissimi e un’escalation politica, non giova a nessuno. Danneggia l’occupazione, la crescita e le imprese sia nell’Ue che negli Stati Uniti. E non si tratta di una teoria, poiché sarebbero a rischio quasi 5 milioni di posti di lavoro in Europa, molti dei quali nelle Pmi. Questo accordo evita questa strada”. Soddisfatta anche la controparte. Per il segretario Usa al Commercio, Howard Lutnick, l’accordo ha permesso all’agenda commerciale statunitense di ottenere “una vittoria importante per i lavoratori americani, le industrie statunitensi e la nostra sicurezza nazionale. “Dazi” dovrebbe essere una delle parole preferite dell’America”, aggiunge.

Per il governo italiano anche se “non si tratta ancora di un punto di arrivo ideale o finale”, l’intesa ha permesso di raggiungere “alcuni punti fermi importanti a partire dall’aver evitato una guerra commerciale e dall’aver posto le basi per relazioni commerciali mutualmente vantaggiose”.

E un’ampia gamma di settori, tra cui industrie strategiche come l’automobile, i prodotti farmaceutici, i semiconduttori e il legname, beneficeranno di questo limite massimo. Ma per Business Europe, l’associazione imprenditoriale europea, questo non dovrebbe essere il risultato finale, perché l’impatto sulla competitività delle imprese Ue “sarà comunque negativo” e per questo bisogna “raddoppiare gli sforzi” riducendo “gli oneri normativi e il costo dell’energia e portando avanti il ​​suo programma di diversificazione commerciale”. Per quanto riguarda le auto – ora soggette a un dazio del 27,5% – la nuova imposta dovrebbe entrare in vigore retroattivamente dal 1° agosto perché, spiega Sefcovic.

Nessuna esenzione, invece, per il vino, i distillati e la birra su cui “stiamo lavorando da quando abbiamo avviato i negoziati”, con gli Usa, cioè da febbraio. Purtroppo, ammette Sefcovic, “non siamo riusciti” a inserirli nell’accordo, “ma le porte non sono chiuse, perché entrambe le parti hanno concordato di valutare altri settori in futuro, e questi sono una nostra priorità”. Per l’Unione Italiana Vini, si tratta sostanzialmente di una sconfitta perché il danno stimato per le imprese è di circa 317 milioni di euro cumulati nei prossimi 12 mesi, mentre per i partner commerciali d’oltreoceano il mancato guadagno salirà fino a quasi 1,7 miliardi di dollari.

Numerosi gli impegni presi dall’Ue. L’accordo prevede anche una forte cooperazione energetica, nell’ambito della quale l’Ue acquisterà gas naturale liquefatto, petrolio e prodotti energetici nucleari dagli Stati Uniti, con un volume di acquisti previsto di 750 miliardi di dollari entro il 2028. Bruxelles, inoltre, acquisterà chip di intelligenza artificiale statunitensi per un valore di almeno 40 miliardi di dollari per i suoi centri di calcolo. Ma non solo. Le aziende europee investiranno ulteriori 600 miliardi di dollari in settori strategici negli Stati Uniti entro il 2028.

Tags:
, , ,

Upb abbassa allo 0,5% le stime del Pil 2025 e 2026. Ma nel calcolo mancano ancora i dazi

Che non sarebbero stati anni tranquilli era ormai chiaro. Lo confermano anche i numeri dell’Ufficio parlamentare di Bilancio che rivede le stime sul Prodotto interno lordo dell’anno in corso e del prossimo, ma in ribasso. Non si tratta di chissà quali stravolgimenti, questo è da chiarire subito. Ma in una fase storica come quella attuale ogni soffio di vento può creare preoccupazione.

Entrando nel dettaglio, la nota congiunturale di agosto dell’Upb prevede che rispetto allo 0,5 percento di crescita attualmente stimato per il 2025 e il 2026, le aspettative si dovrebbero ridurre dello 0,1% al 31 dicembre prossimo e dello 0,2 l’anno successivo. La decisione di abbassare l’asticella è dovuto “al dato più negativo rispetto alle attese sul Pil del secondo trimestre e al notevole apprezzamento dell’euro sul dollaro”, spiega l’ente. Ma a pesare sono le complessive previsioni al ribasso “a causa del protezionismo e di possibili slittamenti sulla realizzazione delle opere del Pnrr”.

All’apparenza, dunque, potrebbero sembrare variazioni quasi irrisorie, non da trascurare ovviamente, ma nemmeno tali da far scattare chissà quali campanelli d’allarme. Se non fosse che l’Upb aggiunge un dettaglio importante. Cioè, che “lo scenario preso a riferimento non tiene conto dei possibili effetti dell’accordo Ue-Usa sui dazi al 15%, i cui contenuti specifici sono ancora da definire con chiarezza”.

Dunque, potrebbe non finire qui. Del resto è stato proprio il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ad aver detto pubblicamente, nell’aula della Camera, durante lo scorso question time, che l’impatto è stimato nello 0,5 percento del Pil nel 2026, per poi gradualmente riprendersi e riallinearsi nel 2029 alle previsioni del Dpb, che comunque era già improntato alla “prudenza”.

Tornando allo scenario delineato dall’Ufficio parlamentare di bilancio, la crescita resta sostenuta “dalla buona dinamica occupazionale in un contesto di inflazione moderata” e le previsioni “incorporano l’inattesa battuta d’arresto del Pil nel secondo trimestre”. Così come sono “buone le attese per l’Italia sul fronte dell’occupazione, dove si attende nel biennio 2025-26 un aumento medio dello 0,5 percento in termini di unità di lavoro standard (Ula), incorporando un ridimensionamento delle ore lavorate”. Anche l’inflazione, seppure “con un moderato aumento nel biennio di previsione, si dovrebbe attestare in media all’1,8%”.

Lo sguardo, però, va inevitabilmente allargato anche fuori dai confini del nostro Paese. Perché “sullo scenario internazionale, alla volatilità sui mercati delle materie prime energetiche causate dai conflitti in Ucraina e Medio Oriente e all’inasprimento del protezionismo Usa nello scacchiere commerciale mondiale (con dettagli e impatti sull’Europa ancora da definire), si aggiunge – sottolinea Upb – la dinamica del cambio euro-dollaro, che agisce da ulteriore ‘dazio implicito’ per le esportazioni europee; peggiorano le prospettive degli scambi tra i Paesi, tanto da portare il Fondo Monetario Internazionale a indicare un rallentamento del commercio mondiale sia nel 2025 che nel 2026”. Inoltre, “l’area euro vede rientrare gradualmente l’inflazione che tocca il 2% a giugno, in linea con l’obiettivo della Banca centrale europea”. Ma soprattutto, “a fronte di uno scenario globale fortemente incerto, le banche centrali mantengono una linea di prudenza sul percorso di allentamento monetario”.

Quello che preoccupa davvero gli analisti è “l’indebolimento del dollaro nella prima metà del 2025”, che “si è associato a movimenti di capitali verso l’Europa” riducendo gli spread di rendimento tra titoli sovrani dell’area dell’euro, tra cui quello Btp-Bund, “sceso sotto i 90 punti base il mese scorso”. Tutti fattori che vanno monitorati con attenzione e costantemente. Perché il mondo è in evoluzione e per ogni nuvola che si avvicina bisogna tenere sempre pronti gli ‘ombrelli’.

Reciproci, settoriali e universali: tutti i dazi di Donald Trump

Che siano settoriali, mirati o universali, i dazi imposti sui prodotti in entrata negli Stati Uniti sono cambiati significativamente dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Una panoramica dei dazi già in vigore, in attesa dell’aumento previsto per i principali partner commerciali degli Stati Uniti il 1° agosto.

SOVRATTASSA SU TUTTI I PRODOTTI. Dall’inizio di aprile e dall’introduzione dei dazi impropriamente definiti “reciproci” da parte del presidente americano, tutti i prodotti in entrata negli Stati Uniti sono soggetti a un sovrapprezzo del 10%. Si prevede che questa cifra sarà più elevata per i principali partner commerciali, in particolare quelli con cui Washington ritiene di avere un deficit commerciale. Dopo aver annunciato dazi fino al 50% per oltre 80 paesi, Donald Trump li ha sospesi, inizialmente fino al 9 luglio e poi fino al 1° agosto, in attesa dei negoziati sugli accordi commerciali. Finora, tuttavia, sono stati firmati sei accordi con Regno Unito, Vietnam, Indonesia, Filippine, Giappone e Unione Europea, con dazi specifici compresi tra il 15% e il 20%, inferiori a quelli annunciati all’inizio di aprile per questi paesi. Circa venti altri paesi hanno ricevuto una lettera dalla Casa Bianca che annunciava dazi tra il 25% e il 50%. Il Brasile, inizialmente non preso di mira, potrebbe essere soggetto a una sovrattassa del 50%, in quanto Donald Trump condanna il procedimento legale in corso contro l’ex presidente Jair Bolsonaro.

CANADA E MESSICO. Principali obiettivi di Donald Trump, i due paesi vicini degli Stati Uniti sono accusati di non contrastare a sufficienza l’immigrazione clandestina e il traffico di fentanyl, un potente oppioide che sta causando una grave crisi sanitaria nel paese. Sono presi di mira da dazi del 25%, che tuttavia si applicano solo ai prodotti non coperti dal Tri-Country Free Trade Agreement (CUSMA), una minoranza dei prodotti che entrano negli Stati Uniti. Il presidente americano ha minacciato di aumentare questi supplementi al 35% per i prodotti canadesi e al 30% per quelli provenienti dal Messico, frustrato dal fatto che i negoziati commerciali non progrediscano come sperava.

CINA. Pechino è stata un obiettivo primario di Washington fin dal primo mandato di Trump, una politica rimasta invariata sotto Joe Biden e ulteriormente rafforzata dal ritorno del repubblicano alla Casa Bianca. In nome della lotta al traffico di fentanyl, è stata applicata una tariffa del 10%, in aggiunta a quella esistente prima del 1° gennaio, a cui è stato aggiunto il 20% come dazi doganali cosiddetti “reciproci” all’inizio di aprile. Ma con la risposta della Cina, le due potenze mondiali hanno avviato un’escalation tariffaria, aumentando i dazi fino al 125% sui prodotti americani e al 145% su quelli cinesi, prima di raggiungere un accordo a maggio a Ginevra per tornare al 10% da una parte e al 30% dall’altra. Da allora, i due governi hanno tenuto colloqui a Londra e hanno in programma ulteriori colloqui in corso a Stoccolma per far progredire le loro controversie commerciali.

DIFESA DI ALCUNI SETTORI. Citando ogni volta la sicurezza nazionale, Donald Trump ha deciso di proteggere diversi settori dell’industria americana con una sovrattassa specifica sui prodotti esteri venduti negli Stati Uniti. Questo è il caso delle automobili, ora tassate al 25%, ad eccezione delle auto provenienti dal Giappone, che sono tassate solo al 15%, e persino al 10% per le prime 100.000 auto provenienti dal Regno Unito. L’acciaio e l’alluminio americani, da parte loro, sono protetti da dazi doganali del 50% sui prodotti concorrenti che entrano nel Paese, compresi quelli provenienti da Canada e Messico. E altri ancora sono in arrivo: prodotti farmaceutici, semiconduttori, rame, pannelli solari e minerali essenziali sono attualmente oggetto di azioni legali.

INCERTEZZA GIURIDICA. Parte dei dazi doganali americani è stata contestata in tribunale. I tribunali di grado inferiore hanno stabilito che Donald Trump non aveva l’autorità di imporre autonomamente tasse indifferenziate sulle importazioni. Tuttavia, i casi non sono stati ancora decisi in via definitiva nel merito.

Tags:
, ,

Per Meloni dazi al 15% “sostenibili”. Ma Schlein attacca: “Resa alle imposizioni di Trump”

Per Giorgia Meloni avere dazi sulle esportazioni in Usa al 15% è una “base sostenibile”. Sicuramente meglio di una guerra commerciale, che “avrebbe avuto conseguenze imprevedibili, potenzialmente devastanti”. La premier, da Addis Abeba, dice la sua sull’accordo stretto da Donald Trump e Ursula von der Leyen in Scozia, ma intravede ancora qualche spiraglio nelle pieghe del negoziato tra Bruxelles e Washington: “Bisogna valutare i dettagli e lavorarci, perché quello sottoscritto domenica non è vincolante, su alcune cose c’è ancora da battersi”.

Il pensiero, ovviamente, corre a settori come la farmaceutica o i vini, che pesano per un Paese come l’Italia. Si tratta di speranze più che di certezze, ma visti i tempi è pur sempre un punto di partenza migliore del 30% prospettato solo poche settimane fa dal tycoon. Meloni riconosce alla presidente della Commissione Ue di essere stata chiara nel dire che “bisogna andare nei dettagli, dunque essere certi che ci siano alcuni settori sensibili inseriti nell’accordo”, verificando se siano possibili esenzioni, “particolarmente su alcuni prodotti agricoli”.

La presidente del Consiglio non si sbilancia, invece, sugli approvvigionamenti di energia dagli Usa: “Non so a cosa si riferisca, al momento non so valutarlo”. Vuole prima vedere i testi nero su bianco, anche se nel frattempo vanno studiate strategie per aiutare i settori che ne usciranno più colpiti dai dazi. Sul punto Meloni si aspetta di più dall’Ue: “Semplificazioni, mercato unico, c’è tutto un lavoro su cui l’Europa non può più perdere tempo, anzi deve accelerare e compensare i possibili limiti”.

La macchina italiana, intanto, si attiva. Antonio Tajani riunisce alla Farnesina i rappresentanti del mondo produttivo, davanti ai quali ammette che i dazi al 15% sono alti ma “sostenibili”, confermando così la versione del governo. “Il rischio era avere una situazione peggiore”, ammette il ministro degli Esteri agli imprenditori, ai quali esprime una preoccupazione ancora maggiore: “La svalutazione del dollaro, una sorta di altro dazio”. La speranza è che la Bce abbassi ancora i tassi, ma di soluzioni ne prospetta almeno un paio a caldo: “Un quantitative easing o una procedura accelerata modificando per qualche mese il Sme Supporting Factor, che agevola il credito alle piccole e medie imprese, portandolo da 2,5 a 5 milioni”.

Se agli occhi del vicepremier “questa era la migliore trattativa possibile”, per il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, “forse era difficile fare di più”. Il responsabile del Mase ritiene che sia presto per valutare gli impatti dei dazi sull’economia italiana, ma una battuta geo-economica se la concede a ‘PiazzAsiago’: “Per noi sicuramente Kamala Harris sarebbe stata più conveniente”.

Almeno su questo non potrebbe che concordare Elly Schlein. “Non è un buon accordo come sostiene il governo Meloni – commenta la segretaria del Pd -. Ha i tratti di una resa alle imposizioni americane, dovuta al fatto che il governo italiano insieme ad altri governi nazionalisti totalmente subalterni a Trump, hanno spinto per una linea morbida e accondiscendente che ha minato l’unità europea e indebolito la posizione negoziale dell’Ue”, attacca. Senza risparmiare critiche all’esecutivo: “Anziché lottare per rinnovare i 750 mld di investimenti comuni europei del Next Generation Eu, Meloni e i suoi sodali ne regalano uno identico per portata agli Stati Uniti di Trump”. Schlein chiede risposte immediate sugli aiuti alle imprese e nel frattempo guida la ruspa verso Palazzo Chigi: “Altro che ponte con gli Usa, questa amicizia a senso unico di Meloni con Trump avrà un costo altissimo per le imprese e lavoratori italiani”.

I dem sono attivissimi e rispolverano parole di Giancarlo Giorgetti di un paio di settimane fa, sostenendo che il ministro dell’Economia ritenesse “insostenibile” ogni accordo diverso dal 10%. Fonti del Mef, però, rilanciano in tempo reale il video del 15 luglio scorso, in cui Giorgetti ammette che ricalcare i termini dell’accordo stretto con il Regno Unito “non è nella disponibilità” degli Usa, e pochi istanti dopo aggiunge che “non si può andare molto lontano da questo numero, altrimenti diventa insostenibile”. In effetti, un po’ di differenza la fa.

Ma è tutta l’opposizione a protestare per un accordo che ritiene una “resa incondizionata al sovranismo” del tycoon, per dirla con l’espressione del leader di Iv, Matteo Renzi. Duro anche Giuseppe Conte, che fa il raffronto tra la reazione di Meloni e quella di altri leader europei, ad esempio Francois Bayrou: “Si proclama sovranista, poi diventa portabandiera dello slogan ‘America First’. Crolla il castello di carte di Giorgia Meloni: una premier che, pur di compiacere la Casa Bianca, ha deciso di sacrificare il presente e il futuro di milioni di italiani. Nessun sussulto di dignità, nessun allarmismo per un Paese che corre verso il baratro”. Per Angelo Bonelli (Avs), poi, “spendere 750 miliardi di euro in gas americano significa dire addio alla transizione energetica e costringere famiglie e imprese italiane a bollette sempre più care”. Il coro, comunque, è unanimemente negativo, preannunciando una nuova estate calda della politica. Con il meteo che, ancora una volta, non c’entra.

In Scozia il faccia a faccia von der Leyen-Trump. Il tycoon: “Accordo con Ue? 50% di possibilità”

Non avverrà né su suolo statunitense né in territorio dell’Unione europea: il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e quella della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si vedranno in Scozia, domenica 27 luglio. L’obiettivo è “discutere delle relazioni commerciali transatlantiche e di come possiamo mantenerle forti“, ha precisato su X von der Leyen.

La decisione è stata definita oggi, 25 luglio, dai due leader, “dopo una proficua telefonata“. Questo è il terzo incontro tra i due presidenti, dopo gli incontri a margine del G7 in Canada e del funerale di Papa Francesco a Roma. E, se si considera gli umori registrati negli ultimi giorni a Bruxelles – che ritiene che “un accordo sia a portata di mano” – e le ultime dichiarazioni dell’inquilino della Casa Bianca – che dà al 50% le possibilità di raggiungere un accordo -, si può ipotizzare che la giornata di domenica segni un’accelerazione importante, se non addirittura la conclusione, di questo primo atto nelle trattative tra Ue e Usa sulle loro relazioni. Inoltre, va ricordato che più volte, nei mesi scorsi, Palazzo Berlaymont ha messo in chiaro che un incontro specifico tra i due leader sarebbe stato possibile solo alla presenza sul tavolo di un testo su cui concordare.

Direi che abbiamo il 50% di possibilità, forse meno, di concludere un accordo con l’Ue“, ha dichiarato Trump. “Stiamo lavorando molto intensamente con l’Europa, con l’Ue“, ha aggiunto parlando con i giornalisti e, prima della sua partenza per la Scozia, ha accennato ai negoziati con altri importanti partner commerciali: “Abbiamo una bozza di accordo con la Cina“, ha assicurato. La prossima settimana, a Stoccolma, i rappresentanti dei governi cinese e americano si incontreranno per un terzo ciclo di discussioni sui dazi doganali in vista del 12 agosto, data in cui scadrà la pausa con Pechino.

Le parole più dure Trump le ha riservate per il Canada: “Finora non abbiamo avuto molta fortuna con il Canada. Penso che il Canada potrebbe essere uno di quei Paesi che dovranno semplicemente pagare i dazi doganali“, ha sottolineato, lamentando che i colloqui con Ottawa non fossero “veri e propri negoziati“.

Nel frattempo, Bruxelles ha approvato la lista unica di contromisure che scatterebbero dal 7 agosto in caso di mancato accordo. I dazi verrebbero riscossi a partire da date diverse. Le contromisure adottate in risposta ai dazi statunitensi sull’acciaio e sull’alluminio entrerebbero in vigore il 7 agosto, ad eccezione dei dazi sui semi di soia e sulle mandorle, che entrerebbero in vigore il primo dicembre. Mentre i dazi previsti dalle misure aggiuntive adottate il 24 luglio entrerebbero in vigore in due fasi, a seconda del prodotto importato specifico in questione: per la maggior parte delle merci, i dazi sarebbero riscossi a partire dal 7 settembre. Ciò al fine di concedere alle autorità doganali tempo sufficiente per prepararsi alla riscossione di tali dazi. Per le restanti merci, i dazi sarebbero riscossi a partire dal 7 febbraio 2026. Ciò al fine di concedere all’industria dell’Ue il tempo necessario per adeguare le proprie catene di approvvigionamento, data la natura sensibile delle merci in questione.

Tra le merci statunitensi che verrebbero sottoposte, ad un dazio del 25% figurano, in un elenco non esaustivo: il granturco dolce, compreso quello conservato nell’aceto o nell’acido acetico; il riso lavorato e semilavorato, il riso a grani tondi e a grani medi, i prodotti a base di riso soffiato; i mirtilli rossi americani e i mirtilli palustri, i succhi di frutta non congelati; i sigari, le sigarette al garofano (simili alle ‘kretek’ indonesiane) e il tabacco da narghilè; il burro d’arachidi; l’olio essenziale di arancio; le soluzioni alcoliche odorifere usate nell’industria. I prodotti per trucco, manicure e pedicure, le ciprie e le lacche per capelli. E poi jeans, Harley Davidson, whisky, materiale da campeggio. Nel primo elenco, stilato in risposta ai dazi del 25% su acciaio e alluminio europei (poi saliti al 50%) e poi unito al secondo elenco preparato per rispondere ai dazi reciproci di Trump, venivano colpiti prodotti industriali per un valore di 65,764 miliardi di euro e di prodotti agroalimentari per 6,352 miliardi di euro (per un totale di 72,116 miliardi di euro). Nel mirino aeromobili (per 10,8 miliardi di euro), macchinari (9,4 miliardi), automotive (7,9 miliardi), motori e componenti (1,7 miliardi), sostanze chimiche e materie plastiche (7,7 miliardi), dispositivi e apparecchiature mediche (7,6 miliardi), alluminio e acciaio (1,4 miliardi), combustibili energetici (coke, pellet di legno) per 1,4 miliardi. E, ancora, frutta e verdura (1,9 miliardi), bevande alcoliche (vino, birra, superalcolici, per 1,2 miliardi), prodotti provenienti da pesca e acquacoltura (per 500 milioni di euro) e anche le uova (per 21 milioni). Tra i prodotti ci sono anche il bourbon, la soia, la carne bovina e il pollame, prodotti in legno.

Dazi, Ue verso intesa al 15% con Usa. Ma Paesi preparano contromisure e guardano a bazooka

Dopo il Giappone, anche l’Unione europea va verso il 15% nella trattativa con gli Stati Uniti d’America sui dazi commerciali e la partita starebbe per chiudersi. Intanto, a Bruxelles, a quanto si apprende da fonti diplomatiche Ue, la situazione attuale sul tavolo prevede una percentuale base del 15% – inclusa la clausola di Nazione più favorita (Npf) che corrisponde a una media del 4,8% per gli scambi commerciali tra Ue e Usa – con alcune esenzioni ancora da definire. L’Ue potrebbe a sua volta ridurre i suoi dazi a livello di Npf, dunque al 4,8%, o allo 0% per alcuni prodotti nell’ambito dell’accordo. “La decisione finale spetta al presidente Usa, Donald Trump”, spiegano le fonti.

Nel frattempo, rispetto alle contromisure che Bruxelles sta affilando, il portavoce della Commissione europea responsabile per il Commercio, Olof Gill, ha spiegato che l’esecutivo ha deciso di accorpare i due elenchi in uno solo, che resterebbe sospeso fino al 7 agosto: il primo, in risposta ai dazi Usa del 25% (poi saliti al 50%) su acciaio e alluminio, che colpisce 21 miliardi di euro di prodotti Usa e che è in stand-by; il secondo, in risposta alle imposte doganali reciproche, che mira a 72 miliardi di beni a stelle e strisce e che è in fase di definizione. Dunque, un totale di 93 miliardi di euro di prodotti statunitensi che verrebbero colpiti con tariffe fino al 30%, in risposta alla lettera con cui Trump ha annunciato la stessa percentuale sulle merci europee a partire dal primo agosto dazi.

“Sebbene la nostra priorità siano i negoziati, continuiamo parallelamente a prepararci a tutti gli esiti, comprese eventuali contromisure aggiuntive. Per rendere le nostre contromisure più chiare, semplici e più efficaci, uniremo le liste 1 e 2 in una unica che non entrerà in vigore prima del 07 agosto e la sottoporremo agli Stati membri per l’approvazione”, ha annunciato Gill. E proprio giovedì i Ventisette voteranno, nel comitato per le barriere commerciali dell’Ue – un organismo della comitologia Ue che prevede che la Commissione consulti i Paesi prima di adottare un atto di esecuzione – la lista unica di misure Ue da 93 miliardi di euro, “con dazi fino al 30%, in linea con quelli degli Stati Uniti”.

Il portavoce della Commissione ha comunque ribadito che “l’obiettivo principale dell’Ue è raggiungere un risultato negoziato con gli Stati Uniti” e che “sono in corso intensi contatti a livello tecnico e politico”, con il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, che nel pomeriggio di mercoledì ha avuto un confronto con il Segretario Usa al Commercio, Howard Lutnick, e con la Commissione che, in una riunione dei Ventisette ambasciatori dei Paesi membri (Coreper) ha informato gli Stati Ue sullo stato del percorso.

Ma i Paesi guardano anche al futuro e rispetto al possibile impiego dello Strumento Anti-Coercizione (Aci), ribattezzato ‘bazooka’, fonti diplomatiche registrano che “l’umore è cambiato” tra i Paesi membri, dopo la minaccia di Trump di dazi del 30%. Tanto che ora, in caso di mancato accordo, “sembra esserci un ampio voto a maggioranza qualificata per stabilire l’anticoercizione”. Su questo punto, la Commissione ha condiviso una scheda informativa sui passi da intraprendere in preparazione al processo Aci. Mentre, per ora, “solo la Francia ha chiesto l’immediata istituzione” dello strumento che permette di imporre restrizioni all’importazione e all’esportazione di beni e servizi, ma anche di diritti di proprietà intellettuale e investimenti esteri diretti. Inoltre, l’Aci consente l’imposizione di diverse restrizioni all’accesso al mercato dell’Ue, in particolare agli appalti pubblici, nonché all’immissione sul mercato di prodotti soggetti a norme chimiche e sanitarie.

Tags:
, ,

Trump annuncia “enorme accordo” con Giappone: dazi al 15%

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato la conclusione di un “enorme” accordo commerciale con il Giappone, con una significativa riduzione dei dazi sulle automobili nipponiche, mentre resta ancora incerto il compromesso con l’Ue, il Messico e il Canada entro la scadenza del 1° agosto. “Abbiamo appena concluso un accordo commerciale enorme con il Giappone”, ha dichiarato martedì Donald Trump sulla sua piattaforma Truth Social, definendolo “senza precedenti”. “Il Giappone pagherà dazi doganali reciproci del 15% agli Stati Uniti”, ha affermato, ben al di sotto del sovrapprezzo del 25% che l’arcipelago rischiava di subire dal 1° agosto.

Il Giappone, sebbene sia un alleato chiave degli Stati Uniti, è attualmente soggetto agli stessi dazi doganali di base statunitensi del 10% applicati alla maggior parte delle nazioni, oltre a sovrattasse del 25% sulle automobili e del 50% sull’acciaio e l’alluminio. L’accordo con Tokyo porterà alla creazione di “centinaia di migliaia di posti di lavoro”, ha aggiunto Trump, citando investimenti giapponesi per “550 miliardi di dollari” sul suolo americano, senza fornire dettagli se non che “il 90% dei profitti andrà agli Stati Uniti”. “Riteniamo che sia un grande successo aver ottenuto la maggiore riduzione (dei dazi) tra i paesi con un surplus commerciale con gli Stati Uniti”, si è congratulato il primo ministro giapponese Shigeru Ishiba.

L’annuncio arriva mentre il negoziatore Ryosei Akazawa era in visita a Washington per l’ottava volta. “Missione compiuta”, ha esultato.

Secondo Trump, il Giappone ha accettato di aprire “il commercio di automobili e pick-up, riso e una serie di altri prodotti agricoli” provenienti dagli Stati Uniti. Per quanto riguarda le automobili, la posta in gioco era alta: lo scorso anno le automobili rappresentavano quasi il 30% delle esportazioni del Giappone verso gli Stati Uniti. Nell’arcipelago, l’industria automobilistica rappresenta l’8% dei posti di lavoro, ben oltre la Toyota, primo costruttore mondiale. Tuttavia, a seguito dei dazi supplementari del 25% imposti da aprile sulle automobili, le esportazioni di auto giapponesi verso gli Stati Uniti sono crollate di un quarto in un anno a maggio e giugno. Secondo Ishiba, l’accordo raggiunto prevede che tali sovrattasse siano dimezzate e aggiunte ai dazi doganali preesistenti del 2,5%, per arrivare a una tassazione finale del 15%. A seguito di queste informazioni, le azioni Toyota sono salite di oltre il 14% alla Borsa di Tokyo verso le 03:30 GMT.

Mi rallegro vivamente che sia stato compiuto questo importante passo avanti, che dissipa l’incertezza che preoccupava le imprese private”, ha commentato Tatsuo Yasunaga, presidente del Consiglio per il commercio estero che riunisce le aziende esportatrici giapponesi. Tuttavia, “sulla base delle informazioni disponibili, è difficile valutare chiaramente l’impatto. Auspichiamo che il quadro generale venga chiarito al più presto”, ha avvertito.

D’altra parte, aumentare le importazioni di riso era negli ultimi mesi un tabù per Tokyo, che assicurava di difendere gli interessi degli agricoltori locali. “Abbiamo proseguito i negoziati per raggiungere un accordo che rispondesse agli interessi nazionali del Giappone e degli Stati Uniti” e “nulla impone sacrifici ai nostri agricoltori”, ha affermato mercoledì Ishiba. Il Giappone importa attualmente fino a 770.000 tonnellate di riso esente da dazi doganali e potrebbe importare ulteriori cereali americani entro tale limite, a scapito di altre origini, ha spiegato. D’altra parte, i dazi americani del 50% sull’acciaio e l’alluminio non sono interessati dall’accordo, né lo sono le spese per la difesa del Giappone, che Trump chiede di aumentare, ha precisato Ryosei Akazawa. Washington intende imporre dal 1° agosto massicci dazi aggiuntivi cosiddetti “reciproci”, inizialmente previsti per il 1° aprile e poi sospesi, a numerosi suoi partner commerciali, a meno che questi ultimi non concludano entro tale data accordi con gli Stati Uniti. L’amministrazione Trump conta attualmente quattro accordi di questo tipo: oltre al Giappone, il presidente americano ha annunciato martedì di averne concluso uno con le Filippine. Gli Stati Uniti hanno inoltre già raggiunto un accordo con il Regno Unito e il Vietnam. Martedì Trump ha illustrato i termini di un accordo quadro concluso con Giacarta, aprendo la strada a un accordo definitivo ancora da definire. “Domani arriverà l’Europa e il giorno dopo ne arriveranno altri”, ha assicurato Donald Trump martedì davanti ai senatori repubblicani. Trump ha decretato dazi doganali del 30% su tutte le importazioni provenienti dall’Ue e dal Messico a partire dal 1° agosto. Il Canada dovrà pagare un dazio aggiuntivo del 35% e il Brasile del 50%. Gli Stati Uniti hanno inoltre concordato una distensione con la Cina, dopo un aumento delle tensioni commerciali tra le due prime potenze economiche mondiali.

In arrivo norma per tracciare sostenibilità nella moda

Il comparto moda è nel caos, travolto ogni mese da un nuovo scandalo ambientale o di sfruttamento del lavoro. Per tentare di porre un argine, Adolfo Urso annuncia una norma per certificare la sostenibilità e la legalità delle imprese del settore. “La moda è il volto dell’Italia nel mondo e, in quanto tale, va tutelata e valorizzata”, spiega il ministro al Tavolo nazionale per il settore, convocato al Mimit. Non permetterà, insiste, che “i comportamenti illeciti di pochi compromettano la reputazione dell’intero comparto, penalizzando tante aziende virtuose e, di conseguenza, il nostro Made in Italy, simbolo di eccellenza e qualità”.

Il provvedimento avrà l’obiettivo di certificare l’intera filiera che fa capo al titolare del brand, sulla base di verifiche preventive, in modo da escludere che quest’ultimo debba rispondere per comportamenti illeciti o opachi riconducibili ai fornitori o ai sub-fornitori lungo la catena.

Lo strumento dei protocolli contro il caporalato è sicuramente importante e necessario, ma non sufficiente”, ammette il ministro, precisando che la nuova norma offrirà una “soluzione strutturale che tuteli tutti”.

Il ministero ha già messo a punto il Piano Italia Moda, per consolidare la filiera delle Pmi e degli artigiani: “E’ il frutto di un percorso di ascolto con tutte le rappresentanze del comparto, nella convinzione che occorra sostenere la crescita e l’aggregazione per rafforzarne competitività, coesione e continuità”, sostiene Urso. Nella prossima Legge di Bilancio, verrà proposta una nuova misura a sostegno del design e della realizzazione dei nuovi campionari: un’edizione aggiornata del Credito d’Imposta, con una dotazione prevista di 250 milioni di euro. Tutto per tutelare un comparto che risentirà inevitabilmente del peso dei dazi annunciati da Donald Trump a partire dal primo agosto. Il governo promette di non abbandonare le trattative fino alla fine: “Occorre negoziare a oltranza, fino a trovare una soluzione davvero equa e sostenibile”, garantisce Urso, evidenziando come una mancata intesa “avrebbe gravi ripercussioni anche sul settore, simbolo di un Made in Italy a cui i consumatori americani non vogliono assolutamente rinunciare”. Sono ore decisive: “Noi non ci arrendiamo a chi già evoca misure di ritorsione – promette -. Occorre scongiurare la guerra commerciale”.

Tags:
, , ,