Se la manifattura è debole… il petrolio (forse) sta peggio

Una manifattura debole in mezzo mondo, dagli Usa alla Cina passando per l’Europa, e le voci insistenti di un possibile aumento della produzione dei Paesi Opec hanno sgonfiato i prezzi del petrolio, che rivedono i minimi da un anno. Nemmeno l’attacco ad opera degli Houthi nello Yemen a una petroliera saudita ha ravvivato gli acquisti. Anzi, proprio l’assenza di smentite del club di Vienna, dove ha sede l’organizzazione internazionale degli Stati esportatori di greggio, su un cambio di rotta della politica di tagli alla produzione (comunque non del tutto rispettata) che prosegue da un paio di anni, ha fatto peggiorare le quotazione di Wti texano e Brent europeo, i quali lasciano sul terreno circa il 4%, col primo che scivola a 70,6 e il secondo a 74,2 dollari al barile.

Venerdì la Reuters ha rilanciato sei fonti dell’Opec+ che inizieranno ad allentare i tagli alla produzione a partire da ottobre. Se l’organizzazione decidesse di avviare il processo di incremento della produzione a ottobre, ciò sarebbe ampiamente compensato dalle significative perdite nella produzione di petrolio della Libia, membro dell’Opec, iniziate la scorsa settimana. Finora, la produzione della Libia ha visto un -700.000 barili al giorno per la chiusura dei giacimenti petroliferi da parte del governo orientale della Libia. Un calo che offre all’Opec+ un po’ di margine agli altri membri per iniziare il lento processo di aumento della produzione di greggio senza alterare il numero complessivo di barili che entrano nel mercato. Sarebbero 8 i Paesi membri dell’Opec+ pronti a pompare 180.000 barili al giorno in più a ottobre come parte del piano esistente del gruppo per annullare i 2,2 milioni di barili al giorno di tagli volontari.

Certo è che, al di là della battaglia per il controllo del mercato petrolifero tra Opec e Paesi non Opec (dagli Usa alla Guyana), sono anche i dati economici a indicare un rallentamento della manifattura e di conseguenza della domanda di greggio. I prezzi sono stati appesantiti infatti dagli ultimi dati economici dalla Cina, che hanno mostrato che l’attività delle fabbriche continua a contrarsi, con l’indice ufficiale dei direttori degli acquisti dell’Ufficio nazionale di statistica che ha mostrato come l’attività manifatturiera di Pechino si sia contratta per il quarto mese consecutivo ad agosto, raggiungendo il  valore più basso degli ultimi sei mesi.

In Europa, Francia e Germania continuano a navigare all’interno di una profonda fase di contrazione come hanno testimoniato ieri gli indici Pmi industriali. E oggi pomeriggio l’indice Ism manifatturiero americano è risalito leggermente a 47,2 ad agosto, dal minimo di novembre 2023 di 46,8 registrato a luglio, ma è risultato inferiore alle stime di mercato di 47,5, segnalando così la 21esima contrazione mensile dell’attività manifatturiera statunitense negli ultimi 22 mesi. Quinto ribasso di fila.
La Federal Reserve e la Bce taglieranno i tassi nelle prossime settimane per allentare la pressione e non deprimere ulteriormente la domanda. Da vedere se non sia troppo tardi.

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Pichetto: “Le e-car sono il futuro, ma ora diciamo no alla monocultura dell’elettrico”

Le e-car saranno sicuramente il futuro “tra 15-20 anni“, ma per il momento l’Italia dice “no alla monocultura dell’elettrico“. Parola di Gilberto Pichetto. Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, ospite del panel sui cambiamenti climatici alla quinta edizione della ‘Venice Soft Power Conference‘, riprende la vecchia ‘battaglia‘ sulla neutralità tecnologica e annuncia una delle prime mosse che il governo intende portare avanti una volta che si sarà insediata la nuova Commissione Ue: “Chiederemo di iscrivere i biocarburanti nella tassonomia europea, allargando il loro uso oltre aviazione e marina“.

Il concetto base non cambia: “Per raggiungere i nostri ambiziosi obiettivi dobbiamo fare in modo che la politica climatica vada di pari passo con la nostra economia e la nostra società”, dunque anche l’Europa deve attivarsi per tenere insieme la tutela ambientale, i target climatici ma anche la sostenibilità per le tasche dei cittadini. Altrimenti “il rischio che si corre è di introdurre riforme e provvedimenti che rendano la transizione ecologica invisa all’opinione pubblica – avverte -. Che il cambiamento sia vissuto come un peso, un limite, non come un’opportunità”. Non a caso, sfruttare appieno le opportunità che arrivano dallo sviluppo della tecnologia è proprio la strada che Roma suggerisce a Bruxelles: “Non abbiamo bisogno di un’Europa proibizionista, ma di un’Europa innovativa che ponga le esigenze economiche, finanziarie e sociali dei suoi cittadini al centro del futuro approvvigionamento energetico”.

In questo senso non si può rinviare ancora la discussione su uno dei temi maggiormente divisivi nel dibattito pubblico e politico. “Sul nucleare il Parlamento si è espresso per andare avanti con ricerca e sperimentazione, ma tutte le forze politiche devono essere coscienti, e ancor di più lo devono essere i cittadini, perché ci sono stati due referendum sul tema, che senza questa tecnologia non ci sono altre forme di energia per raggiungere gli obiettivi”, sia energetici che ambientali.

Le sole fonti alternative non bastano è mantra ripetuto spesso da chi ha responsabilità di governo. Ma Pichetto coglie l’occasione per togliersi anche qualche sassolino dalle scarpe: “Il problema del consenso è fondamentale, anche se colgo qualche contraddizione in chi a Roma ci accusa di essere negazionisti e poi blocca le rinnovabili a livello locale dove governa”. Ogni riferimento al braccio di ferro con la Sardegna sulla legge per le aree idonee dove installare nuovi impianti, appare puramente voluto.

Nel discorso, molto articolato, che il ministro porta al tavolo della discussione a Venezia, c’è anche la necessità di cambiare approccio con i Paesi da cui oggi ci forniamo per gli approvvigionamenti energetici. Primo tra tutti l’Africa. L’Italia ha lanciato da tempo il Piano Mattei: “Il nostro Governo vuole invertire la rotta, puntando a un cambio di prospettiva per costruire con i nostri vicini della sponda Sud del Mediterraneo un rapporto partitario e non predatorio”, assicura Pichetto. Che allarga la riflessione: “Il Piano Mattei incarna una missione storica dell’Italia, che oggi si riprende con orgoglio il proprio spazio” nel Mediterraneo, dove “riveste un ruolo cruciale” anche come “ponte” con l’Europa.

Ma i vantaggi sono potenzialmente più ampi e importanti, per tutti. Perché “la diffusione delle rinnovabili in Nord Africa è un contributo essenziale alla transizione energetica, sia diminuendo le emissioni globali complessive sia fornendo energia pulita da esportare nell’Europa che ne ha bisogno”. La stagione politica è ripresa.

Verdi, l’italiano Luca Guidi in corsa per il ruolo di co-portavoce della Fyeg

Luca Guidi dei Giovani Europeisti Verdi, la giovanile di Europa Verde, è candidato per il ruolo di co-portavoce della Federazione dei Giovani Verdi Europei (Federation of Young European Greens). La Federazione riunisce tutte le giovanili dei partiti Verdi d’Europa contando oltre 60mila iscritti.

Finora i due co-portavoce sono stati Sean Currie dei Giovani Verdi Scozzesi e Benedetta Scuderi dei Giovani Verdi Italiani, recentemente eletta come eurodeputata nelle file di Alleanza Verdi e Sinistra. Luca Guidi sarà dunque l’unico candidato di tutto il sud Europa all’Assemblea Generale della Federazione dei Giovani Verdi Europei, che si terrà a Dublino dal 22 al 23 agosto prossimi.

Green Deal trascurato e inevitabile tra fondi Ue e sponde capitalistiche

Secondo un parere della Commissione Politica di coesione territoriale e bilancio dell’Ue (Coter) del Comitato europeo delle regioni (Cdr), adottato mercoledì 3 luglio, l’Unione europea dovrebbe sostenere tutte le regioni nella realizzazione di una transizione giusta ed equa, in particolare quelle fortemente dipendenti da un unico settore economico o da industrie ad alta intensità energetica. Come sostiene la Coter, le difficoltà incontrate nell’approvazione dei piani di transizione e la riduzione dei fondi alla fine del periodo di programmazione evidenziano la necessità di prorogare il termine per l’utilizzo delle risorse del “Fondo per la transizione” nell’ambito del piano di ripresa dell’Ue di prossima generazione. Il parere invita la Commissione europea a semplificare i finanziamenti e a migliorare la trasparenza nel prossimo quadro finanziario pluriennale (Qfp) dell’Ue post-2027. Presa a prestito da Agence Europe, uno dei punti di riferimento dell’informazione da Bruxelles e su Bruxelles, questa notizia offre lo spunto per rivisitare il Green Deal nell’ottica della Commissione che sarà.

E intanto… Manfred Weber, nominato presidente del Ppe, ha ribadito in un recente intervista che dal Green Deal non si torna indietro. Weber è stato seguito a ruota da Ursula von der Leyen che, nel delicato tentativo di mettere insieme una maggioranza non traballante, ha posto sempre il Green Deal tra le cinque priorità dei prossimi cinque anni di governo. Ovviamente ammesso che, come accade spesso nei Conclave, chi entra Papa non esca cardinale. Green Deal, per la verità, che è stato sorpassato a sinistra da altre tematiche cogenti come la competitività, la Difesa, le questioni sociali e la semplificazione normativa. Sintetizzando: la transizione verde è indispensabile ma non così indispensabile come nel 2019. Ora: cosa sia cambiato in meglio o in peggio dopo un lustro di propositi più o meno buoni è difficile da stabilire con determinazione matematica, ma che siano indispensabili delle correzioni ‘in corsa’ questo è ineluttabile.

Con o senza i Verdi, oppure anche solo con l’appoggio esterno, il Green Deal continuerà a esserci. Giusto. Ma qui si torna al punto di partenza: più delle ideologie e di certe rigide ottusità saranno i denari da investire nella transizione verde a fare la differenza. E di denari ne serviranno davvero tanti: in fondo, più le pratiche sono virtuose più i costi aumentano. Saranno determinanti i fondi privati e il buonsenso collettivo, sarà determinante coinvolgere sempre di più Cina, India e Stati Uniti in un percorso che abbia cura del Pianeta senza creare ulteriori diseguaglianze non solo tra Paesi ma tra blocchi di Paesi, come ad esempio la Ue e i Brics.

Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, scrive in un suo intervento che “dietro l’estremismo ambientalista, ideologico ed astratto, che purtroppo ha orientato negli ultimi dieci anni anche le politiche europee contro il climate change e per il così detto green deal, ci siano anche alcuni ‘grandi vecchi’, sconfitti nel loro credo dalla storia, ma che hanno rivestito lo spirito e il pregiudizio anticapitalista e anti-impresa con le bandiere dei verdi”. Cita Noam Chomsky e Robert Pollin e giunge a sostenere che Occidente e Stati Uniti andranno avanti ma dovranno fare i conti con il popolo. “’Voi parlate della fine del mondo ma noi ci preoccupiamo della fine del mese. Come sopravviveremo alle vostre riforme?, è questa la domanda pressante a cui bisogna dare risposte concrete onde evitare un rigetto totale delle politiche ambientaliste”, sottolinea Gozzi.

Non è indispensabile essere d’accordo, è fondamentale riflettere. E fornire risposte concrete. Il cambiamento climatico è sotto i nostri occhi, “non ci sono più le stagioni di una volta” direbbe qualcuno, ed è una evidenza che si abbatte sulle economie, sul turismo, sull’agricoltura. Come se ne esce? E’ chiaro che ricerca, innovazione, nuove tecnologie, rinnovabili, nucleare sono gli ingredienti indispensabili di una ricetta che, comunque, dovrà avere il sostegno economico di Stati e di industrie. Finanziare il futuro delle generazioni future: non è uno slogan ma una necessità. Insomma, adelante ma con juicio.

Le politiche verdi dell’Europa e l’aumento dei biglietti aerei

Mentre sta per prendere forma il nuovo esecutivo della Ue in una situazione non proprio rilassata – aspettando tra l’altro l’esito dei colloqui di domani e dopodomani al Consiglio europeo tra i capi di governo (a naso non si tratterà di una passeggiata salutare) – l’ormai ex apparato di Bruxelles ha creato le condizioni affinché il trasporto aereo sia meno inquinante e, poco alla volta, si avvicini ai target stabiliti dal Green Deal. Entro il 2050, infatti, i vettori delle compagnie europee dovranno arrivare a zero emissioni, con un check intermedio fissato al 2030 dove dovrà essere certificato un calo del 55%. Tutto questo comporterà sicuramente un beneficio per la salute dei cittadini del Vecchio Continente ma anche un salasso per chi di questi è viaggiatore. Che sia solito usare gli aerei per ragioni di lavoro o solo per turismo poco importa.

Scendendo nel dettaglio, il salasso sarà da 1 (difficile…) fino a 72 euro in più a biglietto perché, a detta delle compagnie, assolvere ai propri doveri ambientali costa tantissimo in termini di investimenti e, nella più classica delle reazioni a catena, si tratta di incombenze che andranno a ricadere sul consumatore finale. Usando una valutazione spannometrica, si parla di 800 miliardi di investimenti da qui al 2050 e quei soldi da qualche parte devono saltare fuori. Precisamente dalle tasche dei cittadini europei. Scendendo ancora di più nel dettaglio, dal 2025 tutti i voli in partenza da un aeroporto europeo saranno obbligati a utilizzare una quota di Saf (il carburante sostenibile per l’aviazione) via via crescente fino al 2050. E chi non riesce o fatica, potrà compensare piantando alberi o riassorbendo l’anidride carbonica emessa.

Sintetizzando: come per le auto elettriche, le case green, gli imballaggi, le pompe di calore eccetera eccetera l’intento è nobilissimo e può essere solo condiviso, ma anche per quanto riguarda il trasporto aereo il nodo sta nel punto di equilibrio economico. Perché la summa di tutte queste regole imposte dall’Unione europea va a impattare in maniera significativa sulle economie famigliari. Ha detto Enrico Letta che la grande sfida della prossima Commissione sarà il finanziamento della transizione verde: “C’è chi stima servano cinquecento miliardi, chi seicento, ma il punto è: chi li metterà questi soldi? E purtroppo su questa come su altre cose l’Europa è divisa”. Letta che era uno dei papabili alla guida del Consiglio, non uno qualsiasi.

Top Jobs Ue, intesa su von der Leyen e Costa. Fitto chiede un ruolo di primo piano per l’Italia

I rumors che arrivano da Bruxelles, da quei palazzi di mattoni e vetro, sono forti e chiari. Anche se sono ancora rumors. Perché, a quanto si apprende, i sei negoziatori dell’Ue che stanno trattando i posti di vertice dell’Ue hanno trovato un accordo per sostenere Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea, il portoghese Antonio Costa al Consiglio europeo e l’estone Kaja Kallas come Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza dell’Ue. Domande: sarà così? Andrà davvero così? Lo scopriremo a breve.

I sei negoziatori sono il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis e il primo ministro polacco Donald Tusk (per il Partito popolare europeo), il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez e il cancelliere tedesco Olaf Scholz (per i socialisti), il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro olandese Mark Rutte. (per i liberali).

Il prossimo appuntamento è fissato per giovedì e venerdì a Bruxelles, al Consiglio europeo, dove i tre nomi saranno presentati ai Ventisette capi di Stato e di governo per la loro approvazione. In queste ore la situazione potrebbe cambiare ma non stravolgersi, anche se il ministro Raffaele Fitto ha ribadito qual è la posizione italiana. “Il prossimo vertice dei capi di Stato e di governo sarà un’occasione molto importante per discutere dei nuovi assetti istituzionali dell’Unione europea e l’Italia intende esercitare in questa discussione un ruolo di primo piano, adeguato al suo status di Paese fondatore”, ha detto il ministro per gli Affari europei, il Sud, le Politiche di coesione e il Pnrr, dopo aver partecipato, a Lussemburgo, al Consiglio Affari generali dell’Ue. “Abbiamo discusso soprattutto della preparazione del prossimo Consiglio europeo del 27 e 28 giugno”, ha spiegato. “Quello delle nomine non è l’unico tema rilevante dell’agenda del Consiglio europeo”, ha proseguito Fitto. “Per noi è molto importante che dal vertice esca un messaggio chiaro su temi cruciali come la competitività dell’economia europea, la difesa, la migrazione e l’Agenda strategica oltre, ovviamente, ai temi di politica estera come l’Ucraina ed il Medio Oriente sui quali si sono registrati molti progressi grazie al recente Vertice del G7 presieduto dal presidente Meloni”.

Più o meno è la stessa linea tenuta ieri da Antonio Tajani. Il vicepremier e ministro degli Esteri ha parlato “come minimo” per l’Italia della vicepresidenza della Commissione e un commissario “di peso”. Tajani ha infatti rivendicato un peso importante per il nostro Paese: “Credo che l’Italia non possa non avere un vice presidente della Commissione europea e non possa non avere un commissario con un portafoglio di peso. Credo che questo sia il minimo che possiamo chiedere e pretendere”. Anche perché, è il ragionamento, l’Italia “ha il diritto di avere un riconoscimento di alto livello”, visto che è “un Paese fondatore” e ha “una manifattura” al secondo posto in Europa. Una convinzione tale che ha portato Tajani a sbilanciarsi persino sul nome: Fitto. “Sarebbe un eccellente commissario, perché ha conoscenza, esperienza”, anche se “non c’è nessuna decisione. Sarà il presidente del Consiglio a dire l’ultima parola dopo aver ascoltato la maggioranza e dopo aver valutato con il governo il da farsi”.

Europa, il tema della leadership deciderà il nostro destino

Nel maggio del 1953 uno studente americano in visita in Inghilterra chiese a Churchill quale fosse il modo migliore per arrivare ad essere buoni leader. “Studi la storia, studi la storia” gli raccomandò lo statista “nella storia sono racchiusi tutti i segreti dell’arte di governo”.

Ma giustamente Henry Kissinger nel suo magnifico libro ‘Leadership’, edito nel 2021 quando aveva 98 anni (!), afferma che la conoscenza della storia, ancorché essenziale, non basta. Alcune questioni restano sempre “velate nella nebbia” e risultano impervie e difficili anche per gli esperti.

La storia infatti ci consente di confrontare per analogia situazioni tra loro simili. Ma l’analogia deve essere usata con cautela perché nessuno può rivivere il passato: il passato si può soltanto rievocare. Ogni situazione è in qualche modo unica nelle sue caratteristiche, per la semplice ragione che contiene elementi specifici che nessuna generalizzazione può afferrare.

La leadership è esattamente la capacità di dominare queste irriducibili novità della storia e le loro complessità. È possedere “l’impulso e l’istinto, la capacità di capire uomini e situazioni”, come scriveva all’inizio del secolo scorso il grande filosofo della storia Oswald Spengler.

La situazione che oggi vive l’Europa è del tutto inedita nella sua complessità, nel suo declino demografico, economico e industriale, nelle minacce alla sua sicurezza, nelle incertezze sul futuro.

Dopo la seconda guerra mondiale che aveva devastato il continente e dopo la liberazione dal nazifascismo, grazie soprattutto al sacrificio di giovani americani morti a migliaia di chilometri da casa per salvare l’Europa (solo nello sbarco in Normandia ne morirono 26.000), il nostro continente, grazie all’aiuto e alla protezione militare degli Usa, ha vissuto una stagione straordinaria di pace e di prosperità. Non era più al culmine della propria influenza globale come all’inizio del ’900, ma l’economia e la popolazione nel secondo dopo guerra sono tornate a crescere a un ritmo mai visto prima, l’industrializzazione, e un sempre più fiorente libero scambio, poi esploso negli anni della globalizzazione, hanno portato un benessere senza precedenti sorretto da un welfare sociale mai conosciuto nella storia del mondo.

Dopo secoli di guerre fratricide, le istituzioni democratiche dalla Gran Bretagna e dalla Francia si sono a poco a poco estese alle altre nazioni del continente, e finalmente si è dato vita al sogno della cooperazione europea, prima con la Ceca (Comunità del Carbone e dell’Acciaio) e l’Euratom (l’ente per l’energia nucleare) poi con il Mec (Mercato Comune Europeo) e infine con il trattato di Maastricht del 1992 che ha sancito la nascita dell’Unione Europea, suggellata qualche anno dopo dal traguardo della moneta comune.

Poi, all’inizio del nuovo millennio, si affaccia un cambiamento epocale che non è stato compreso dai più.

Il mondo si allarga e vi è una velocità di crescita di nuovi attori (innanzitutto, ma non solo, la Cina) che l’ideologia globalista e mercatista, imperante in occidente in quegli anni ed in auge anche presso le classi dirigenti europee, vede solo come grande opportunità di nuovi grandi mercati da scalare per le nostre merci e per le nostre industrie, senza intravvederne il rovescio della medaglia: una potenziale grande minaccia proprio per le nostre merci e per le nostre industrie.

All’origine dell’incapacità di comprendere il cambiamento c’è anche un’illusione culturale, e cioè che la crescita, il benessere e la pace che gli europei sono riusciti a costruire (anche, lo si vuole ripetere, grazie alla protezione militare statunitense) dovessero durare all’infinito.

La caduta dell’impero sovietico e la corsa verso l’Europa dei Paesi dell’Est europeo oppressi per decenni dalle diverse dittature comuniste agli ordini di Mosca convinsero tutti della superiorità del nostro modello.

In questo modo ci si è dimenticati della fatica della storia: solo diritti e non più doveri, la scomparsa del bisogno come prima molla dello sviluppo, un sentimento sempre più antindustriale guidato da un’ideologia estremista ambientalista dietro la quale si sono celate spesso spinte e tendenze anticapitaliste e anti-impresa, la grave sottovalutazione delle sofferenze e delle paure generate, soprattutto nelle classi meno abbienti e più indifese, dagli eccessi di una globalizzazione non governata e dai flussi migratori imponenti dal sud del mondo.

E ci si è pure dimenticati che la libertà non è garantita per sempre e che bisogna prepararsi a difenderla anche con la forza delle armi se necessario.

L’invasione russa dell’Ucraina, una guerra di trincea alle porte dell’Europa che si protrae da più di due anni con centinaia di migliaia di morti, che ha colpito un Paese libero che si deve disperatamente difendere, ha stracciato le nostre certezze e ha visto lo sbandamento delle opinioni pubbliche europee, dividendole tra quelle più vicine e spaventate dal neoimperialismo russo e le altre, che forse si credono più lontane e meno a rischio e che non sono sempre capaci di distinguere l’aggredito dall’aggressore.

Oggi noi europei paghiamo l’incapacità di comprendere la realtà e i suoi radicali cambiamenti; paghiamo la nostra presunzione e la sottovalutazione delle nostre debolezze; e paghiamo l’atteggiamento di chi per troppo tempo si è considerato il primo della classe.

Si dice che il castigo per l’ambizione e la presunzione eccessive, quelle che i greci chiamavano hybris, sia lo sfinimento, mentre il prezzo da pagare per aver riposato sugli allori sia la progressiva perdita di importanza e, infine, il declino.

Nicolò Machiavelli nei suoi ‘Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio’ sostiene che l’indebolimento della leadership è spesso legato all’apatia sociale provocata da lunghe fasi di tranquillità. Quando le società hanno la fortuna di vivere lunghi periodi di pace indulgono a una lenta ma progressiva corruzione dei costumi e ciò provoca la disattenzione e la presunzione di cui si è detto.

Al contrario la capacità di comprendere la situazione e di inquadrare una strategia per gestire il presente e plasmare il futuro, l’abilità di condurre la società verso obiettivi elevati costituiscono l’essenza stessa della leadership politica.

C’è qualcuno che ha il coraggio di fare un’analisi della realtà e di dichiarare in che condizioni siamo messi? C’è qualcuno che ha il coraggio di dire che l’Europa ha di fronte a sé una battaglia esistenziale?

Emmanuel Macron nel suo discorso alla Sorbona ha ricordato che l’Europa “è mortale”. Qualche giorno dopo il cancelliere Scholz ha detto cose simili. Non sembra che il ragionamento sia piaciuto né ai cittadini francesi né a quelli tedeschi, almeno a giudicare dall’esito delle urne. Eppure.

E sempre sul tema della leadership, esistono ancora leader capaci di una vera visione politica di lungo termine? È ancora possibile oggi in Occidente un’autentica leadership con il carattere, l’intelletto e l’audacia necessari per affrontare le sfide che attendono l’ordine mondiale?

Kissinger conclude il suo saggio affermando: “La fiducia nel futuro è indispensabile. Nessuna società può rimanere grande se perde la fiducia o se sistematicamente mette in dubbio la percezione che ha di sé. Ciò richiede ai governanti la disponibilità ad ampliare la propria sfera di interesse alla società in generale e a evocare la generosità del senso civico, che ispira servizio e sacrifici.”

Prezioso insegnamento per un’Europa che deve ritrovare la sua via.

Green Deal tra (belle) promesse elettorali e (brusca) realtà

Ce l’hanno tutti con ‘questo’ green deal, pur ammettendo che la decarbonizzazione è un passaggio ineludibile per il futuro. E per il presente. Ce l’hanno tutti con le politiche verdi “ideologiche e antindustriali” portate avanti dall’Europa negli ultimi anni – alcune però votate dagli europarlamentari italiani in scadenza di mandato: conviene ricordarlo, non sia mai… – dagli inquilini di Bruxelles e Strasburgo. Ce l’hanno così tutti che tutti, ma proprio tutti, pubblicizzano (sotto elezioni) la necessità di un cambiamento nel segno del buonsenso e della fattibilità. Ecco, i candidati alle elezioni dell’8e 9 giugno in questo sembrano davvero compatti, allineati e abbastanza coperti. A destra e a sinistra, come al centro. Bisogna fare qualcosa per il clima, giusto, però non come è stato fatto fino adesso.

E allora la domanda che sorge spontanea è questa: come, allora? Perché se è facile e anche giusto mettere in evidenza cosa non ha funzionato nel Green Deal pensato da Ursula von der Leyen e da Frans Timmermans (ei fu), è più difficile ma indispensabile indicare quali sono le altre vie per raggiungere quei target considerati obbligatori dagli esperti. E qui, però, la situazione si fa più complicata, dal momento che alle intenzioni vanno poi applicate le azioni. E, insomma, la messa a terra di cosa viene promesso appare abbastanza nebulosa. Ad esempio, il claim di trasformare il Green Deal in un Good Deal è a presa rapida come la colla, ma in concreto cosa significa? Spesso ci siamo sentiti raccontare che non è questione di norme ma di tempi nell’applicazione delle stesse. Sintetizzando, l’idea è buona o quasi però la fretta rende tutto irrealizzabile. Lo stop ai motori endotermici? Non dal 2035 ma più avanti. Le case green? Non a emissioni zero dal 2030 o dal 2033 (a seconda delle classi di appartenenza) ma con più calma. E gli imballaggi? E la nuova Pac? E il Nutriscore?

Riflessioni che si accompagnano, anzi si dilatano con il megafono degli industriali, preoccupati che la Nuova Europa non attui politiche adeguate di sostegno per le imprese e che in tema di Green Deal non venga creato un fondo per la transizione, anche digitale. Il riferimento è sempre a due colossi, gli Stati Uniti e la Cina, che dispongono di risorse enormi, sicuramente superiori a quelle della Ue e che poco alla volta stanno esercitando una pressione che nel medio termine rischia di diventare insostenibile. Anche perché certe sensibilità né Usa né Cina le hanno, in considerazione che l’Europa produce l’8 per cento del gas serra mondiale.

Quindi, è semplicissimo: più soldi, tanti più soldi, più tempo, molto più tempo. Questo almeno in campagna elettorale…

Rigassificatore

INFOGRAFICA INTERATTIVA Stoccaggio gas, Italia sale a 72,84% e media Ue a 68,46%

Nell’infografica interattiva di GEA viene mostrato l’aggiornamento degli stoccaggi di gas nei Paesi dell’Ue. Secondo la piattaforma Gie Agsi-Aggregated Gas Storage Inventory (aggiornata al 25 maggio), l’Italia cresce ancora e si attesta a 72,84%, mentre la media Ue sale a 68,46%. Agli ultimi posti Lettonia e Croazia, mentre in testa rimane il Portogallo, in aumento a 96,26%.

L’Europa, Gentiloni e quell’algoritmo che moltiplica lo stupore

Racconta Paolo Gentiloni, commissario all’Economia, in una intervista pubblicata nel libro di Paolo Valentino ‘Nelle vene di Bruxelles. Storie e segreti della capitale d’Europa’, che il Pnrr è stato deciso da un algoritmo. Dice, Gentiloni, che “emettere debito comune per 800 miliardi senza dedicare un euro a progetti comuni è stata un’occasione persa. Tutti questi soldi sono stati dati in base a un algoritmo ai vari Paesi, mentre è chiaro che i finanziamenti comuni europei dovrebbero innanzitutto andare a progetti comuni”.

Quindi, liofilizzando il concetto, mentre tutti si immaginavano discussioni fiume, brainstorming, politici ad arrovellarsi con la calcolatrice alla mano, financo liti per accaparrarsi qualche euro in più nel nobile proposito di rimettere in bolla economie squassate dalla pandemia, il cittadino comune, il signor Brambilla o la casalinga di Voghera, scoprono che a determinare la portata dei sussidi europei, cioè la spartizione del Next generation Eu, è stata un macchina pilotata da un algoritmo. Gli stessi algoritmi che, ad esempio, determinano l’oscillazione folle dei prezzi dei biglietti aerei: l’algoritmo fiuta le vacanze di Pasqua, i ponti, il Ferragosto e, zac!, raddoppia o triplica il prezzo di un passaggio aereo.

Con il Pnrr è andata pressappoco così e, onestamente, scoprirlo da un’intervista del commissario all’Economia pubblicata in un libro dedicato all’Europa non è una grande spinta per andare a votare l’8 e 9 giugno, insomma una fiammata per riscaldare un’elezione che stimola la fantasia degli italiani quanto la visione della corazzata Potemkin del regista Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Eppure Giuseppe Conte, persino Mario Draghi e da un anno e mezzo la premier Giorgia Meloni sono passati da quella via stretta che è l’euroalgoritmo. Ora: siccome Gentiloni, sempre nella stessa intervista, sostiene che non esista altra strada rispetto al “debito comune per finanziare i beni comuni europei” e che non significa “prolungare l’attuale Next Generation Eu, ma usare lo stesso metodo”, è lecito immaginarsi che la prossima procedura di assegnazione dei fondi Ue avvenga sempre interrogando l’algoritmo di cui sopra.

Il messaggio da inviare in bottiglia a chi tra qualche settimane dovrà/dovrebbe recarsi alle urne invece è assai diverso. E’ importante votare per l’Europa perché l’Europa determinerà la politica e quindi le strategie italiane fino al 2029. Nessuno può fare a meno dell’Europa, anche se ‘questa’ Europa probabilmente andrà rimodellata alla luce di nuovi scenari geopolitici ed economici. Magari senza algoritmi…